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    enrix 02:31 on 12 November 2009 Permalink | Rispondi
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    COSE SU FALCONE DIMENTICATE – 3 

    COSE SU FALCONE CADUTE NEL’OBLIO – 3

    Watch Convegno su "Oro da Mosca". Stephankov parla di Giovanni Falcone.  

     

    E siamo alla seconda parte, quella conclusiva, dello stralcio del convegno dell’8 novembre 1999 per la presentazione del volume di Valerio Riva "Oro da Mosca" con la partecipazione del sen. Giulio Andreotti, dell’on. Antonio Martino e di Valentin Stepankov, deputato alla Duma ed ex procuratore generale della Russia.

     

    In questa parte interviene telefonicamente Claudio Martelli, già Ministro di Grazia e Giustizia nel periodo in cui furono barbaramente uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

     

    Prima di scoprire che cosa diceva dunque Martelli in quel convegno del ’99, vorrei che chi legge prendesse atto di un comunicato stampa proprio di quel Ministero di Grazia e Giustizia del 28 maggio 92 (cinque giorni dopo la morte di Falcone).

     

    Sui giornali dell’epoca si erano letti alcuni articoli che ipotizzavano che la morte del Giudice fosse collegata con il suo progetto di recarsi a Mosca, da Stepankov, per acquisire informazioni e documenti di importante rilevanza penale per la giustizia, nel contesto di un’inchiesta condotta in coordinamento fra le Procure italiana e russa in relazione ad imponenti flussi di denaro di provenienza , destinazione e natura tutte da verificare, che erano in corso da alcuni anni fra i due paesi.

     

    La rivista russa “’ Izvestija” il 26 maggio aveva pubblicato un lungo articolo con ipotesi piuttosto dettagliate sui collegamenti fra l’omicidio di Falcone e quell’inchiesta ( "non è escluso che il suo assassinio abbia un qualche legame con gli avvenimenti in Russia", concludeva l’articolo) e la stampa italiana aveva dato un certo risalto alla cosa, soprattutto al progettato viaggio di Falcone.

     

    Progetto di viaggio che i giornali italiani, nei giorni successivi la morte del magistrato davano per certo:

     

      MOSCA – Quattro magistrati e due funzionari di polizia sono da ieri a Mosca per indagare sui fondi dell’ ex Pcus utilizzati in Italia dal Partito comunista, dai giornali del partito stesso, da società, imprese e associazioni varie e, secondo un’ ipotesi di lavoro tutta da verificare, anche da organizzazioni terroristiche. La delegazione (di cui avrebbe dovuto far parte anche Giovanni Falcone) è composta dal procuratore della Repubblica di Roma, Ugo Giudiceandrea, dai sostituti della procura della capitale, Luigi De Ficchy, Francesco Nitto Palma e Franco Ionta, dal colonnello dei carabinieri Antonio Ragusa e dal colonnello della polizia tributaria, Giuseppe Pollari.(…)” (FONDI PCUS, GIUDICI ITALIANI A MOSCA – Repubblica — 03 giugno 1992   pagina 8 )

     

    In ogni caso qualcosa nell’aria ci doveva essere, poiché secondo il giornale "Moskovski Komosmolets", dopo l’omicidio di Falcone il procuratore Ugo Giudiceandrea (che era accompagnato a Mosca dagli  altri magistrati italiani), chiese per il suo tour russo una scorta rinforzata.

     

    Vediamo invece quale posizione ufficiale prese il Ministero di Grazia e Giustizia su questa vicenda:

     

    “… una nota del ministero di Grazia e Giustizia ha spiegato ieri che "le notizie apparse sulla stampa circa presunte indagini avviate da Giovanni Falcone sulle esportazioni illegali di valuta effettuate nel passato dal partito comunista dell’ Unione Sovietica sono destituite di ogni fondamento". La frase si riferisce ad alcune notizie diffuse a Mosca dal quotidiano del pomeriggio "Iszvestia" e riprese da alcuni giornali italiani. "Falcone –  si legge nella nota - nella sua qualita’ di direttore generale degli affari penali del ministero della Giustizia, si era limitato doverosamente a trasmettere una rogatoria internazionale su richiesta dell’ autorita’ giudiziaria che procede in Italia". La Direzione generale degli affari penali del ministero della Giustizia, in una successiva nota, ha precisato che "il giorno 21 maggio, alle ore 18, nell’ ufficio del direttore generale dr. Giovanni Falcone, si sono recati il procuratore della Repubblica di Roma, dr. Giudiceandrea, il dr. De Ficchy, sostituto procuratore titolare dell’ inchiesta, il consigliere giuridico dell’ ambasciata russa a Roma; erano presenti il direttore dell’ ufficio “estradizioni e rogatorie” ed il capo della segreteria della direzione generale degli affari penali. Nel corso dell’ incontro . prosegue la nota . furono definite le modalita’ dell’ espletamento a Mosca della commissione rogatoria richiesta dalla procura della Repubblica di Roma e fu stabilito che l’ autorita’ giudiziaria avrebbe concordato direttamente con l’ ambasciata russa la data della trasferta ed avrebbe comunicato al ministero degli Esteri ed al ministero della Giustizia i nominativi dei magistrati della Procura che si sarebbero recati a Mosca". La nota conclude ribadendo che "la partecipazione del dr. Falcone alla trasferta stessa non venne neppure presa in considerazione". (da: FINANZIAMENTI PCUS AL PCI. A MOSCA I GIUDICI ROMANI. – CHIARITO ANCHE PERCHE’ SI ERA ERRONEAMENTE PARLATO DI FALCONE-  il ministero di Grazia e Giustizia ha smentito in una nota che Giovanni Falcone si sia mai occupato del caso Pagina 19 – 28 maggio 1992 – Corriere della Sera)

     

    Questo dunque il Ministero di Grazie e Giustizia di Claudio Martelli nel 92, subito dopo la morte di Falcone.

     

    Vediamo invece lo stesso Martelli che cosa diceva nel 99, al convegno videoregistrato.

     

    Il convegno riprende, dal punto in cui l’avevamo lasciato nella prima parte, con Valerio Riva che illustra a Martelli i contenuti del racconto di Stepankov sul suo viaggio in Italia e sui suoi colloqui riservati con Giovanni Falcone. Quindi entra nel dettaglio:

     

    VALERIO RIVA: “La cosa molto interessante è che Stepankov aveva invitato Falcone ad andare in Russia per svolgere il compito che il presidente Cossiga gli aveva assegnato, e cioè quello non soltanto di sapere (e questo sarebbe stato l’ambito in cui si svolgeva l’inchiesta russa, si limitava a questo: soltanto sapere se quei soldi erano partiti dall’Unione Sovietica e arrivati ai destinatari italiani, e non si erano invece persi per strada, andando finire in conti segreti)… quindi loro volevano sapere: i comunisti italiani, hanno ricevuto questi soldi? Si, li hanno ricevuti. E questo era tutto quello che volevano sapere i procuratori russi. Però, secondo quello che ci ha raccontato Stepankov, Cossiga aveva dato incarico a Falcone di sapere…di investigare in Russia dove fossero andati a finire, a che scopo fossero stati utilizzati i soldi che erano arrivati in Italia al Partito (Comunista) Italiano.

     

    Questa seconda parte dell’inchiesta Falcone l’avrebbe dovuta svolgere in parte andando in Russia (e si erano messi d’accordo con Stepankov) per vedere ALTRI documenti, e non soltanto quelli che i procuratori avevano radunato fino a quel momento e avevano offerto ai giudici e ai procuratori italiani.

     

    Avevano fissato una data, Falcone aveva mandato un telegramma di conferma, e subito dopo il telegramma di conferma, Stepankov seppe, come tutti gli altri, della morte improvvisa di Falcone.

    Tra il momento della morte di Falcone e la data in cui Falcone avrebbe  dovuto arrivare in Russia, c’erano soltanto tre settimane.

     

    Vogliamo sapere: lei che è stato Ministro della Giustizia a quell’epoca e che ha lavorato insieme con Falcone, diciamo così, “gomito a gomito”, sa anche lei qualcosa di questa storia? E vuole chiedere a Stepankov qualcosa d’altro?

     

    CLAUDIO MARTELLI: …vorrei, per quello che posso esservi utile, ricostruire….vado soltanto a memoria, non ho appunti, né carte, né altro.

    Quel che ricordo è questo: che Falcone un giorno venne in ufficio da me, e ricordo che fra gli altri argomenti  mi parlò di questa questione.  Era molto eccitato, e lo era sia perché aveva avuto un’eccellente impressione di Stepankov (mi disse: un uomo di prim’ordine),  e poi per la materia, evidentemente un po’ incandescente, o almeno scottante, e in terzo luogo perché pensava, sfruttando anche quest’episodio,  di poter inaugurare una stagione di collaborazione giudiziaria, con L’ex unione Sovietica, con la quale non c’era un rapporto di cooperazione.  Soltanto nel 92, se non ricordo male,  l’ex unione sovietica sottoscrive gli accordi di Ginevra, il rispetto dei diritti dell’uomo, ma una collaborazione vera e propria per leggi sul piano delle rogatorie, ancora non c’era.

    Doveva essere, appunto, introdotta, e quella per Falcone era un’occasione importante. Poi ricordo che ad un certo punto le carte vennero trasmesse alla Procura di Roma,  portò quelle carte …Giudiceandrea e, mi pare, in una fase successiva anche alla Procura generale, il cui capo era allora Filippo Mancuso, e dopo la morte di Falcone come è noto la vicenda si è conclusa con un’archiviazione…credo perchè si sia…si è indagato soltanto sotto la fattispecie di ipotesi di finanziamento illecito, e non sotto altre fattispeci che pure potevano anche essere di ipotesi configurate.

     

    Per quel che riguarda il viaggio a Mosca di Falcone, di questo ne ho certezza, lui me ne parlò, ed io lo incoraggiai ad andare a Mosca per prestare appunto tutta l’assistenza, la collaborazione, ai nostri magistrati, innanzitutto, ed anche per trovare la possibilità, appunto, di inaugurare una forma di cooperazione giudiziaria stabile, fondata su trattati tra Stati sovrani.

     

    Per quello che lei mi dice, di uno speciale incarico da parte di Cossiga, questo io, francamente, lo apprendo adesso.

    Tutto è possibile, naturalmente. 

     

    Che vi fossero altre carte oltre a quelle che poi Stepankov ha trasmesso alle autorità giudiziarie italiane, di questo si, anche, ho ricordo: me lo disse Falcone, e questo naturalmente è uno dei motivi in più, per cui era così interessato e sollecito nel volere andare, nel recarsi di persona a Mosca.

    Il consiglio che io gli diedi era di accompagnare, per l’appunto,  i magistrati italiani, della Procura, che mi pare fossero Giudiceandrea, e il sostituto Ionta…

     

    RIVA:  e De Ficchy, anche…

     

    MARTELLI: come?

     

    RIVA: e anche De Ficchy, sì.

     

    MARTELLI: E anche De Ficchy, sì.  E quella era l’occasione, appunto,  in cui avrebbe potuto aggiungere all’indagine specifica su questo caso, anche la conoscenza di altre carte, altri dossier, altri elementi che poteva acquisire sul luogo.

     

    Questo per la parte dei miei ricordi.

     

    A Stepankov, sì, vorrei chiedere se le carte innanzitutto che sono state trasmesse a Roma erano tutte quelle in suo possesso in quel momento, immagino di sì.  Se ve n’erano altre, che potevano interessare…

    l’Italia, le autorità giudiziarie o…. gli storici,  o eventualmente il parlamento della repubblica.

    Questo sarebbe importante saperlo, da lui.

     

    RIVA: Lo chiediamo subito a Stepankov.

     

    STEPANKOV: Sicccome l’inchiesta ha avuto luogo nel 91-92, in quel momento noi abbiamo avuto dei dossier particolari del PCUS, sull’invio, qua in Italia, dei soldi. Una parte di questi documenti  e…la natura di questi documenti…è quello che vediamo nel libro di Valerio Riva.  Si. Abbiamo mandato….(l’interprete ha problemi tecnici e si interrompe, Riva decide di riassumere le parole di Stepankov per sopperire ai problemi tecnici di audio )

     

    RIVA: Allora, la prima risposta è che …c’era una parte di documenti, che è stata poi trasmessa qui, e che sostanzialmente è riversata nel libro che io e Bigazzi abbiamo fatto, e che sta in questi 240 documenti che sono pubblicati. Ma…

     

    STEPANKOV: …quindi, secondo appunto il nostro avviso, tutti i documenti che servivano alla parte italiana per comprendere quale era l’ampiezza, quali erano le somme e in quali anni venivano spedite, noi avevamo inviato proprio questo tipo di documenti all’ Italia… ai colleghi italiani.

     

    RIVA (riassume) : I documenti che loro avevano inviato riguardavano esclusivamente la quantità delle somme che erano state inviate in Italia, al partito comunista, e in quali anni. E basta.

     

    STEPANKOV: Inoltre abbiamo inviato,… ma solo parzialmente, non completamente, …abbiamo inviato alcuni documenti che potessero illustrare che si è trattato non semplicemente di un diretto aiuto finanziario ai partiti, ma venivano aiutate anche le case editrici, i giornali, e singole società…cioè…una o due…credo si trattasse di una o due società.

     

    RIVA (riassume) :    …ma solo in modo parziale, che indicavano che esistevano dei finanziamenti che non andavano direttamente ai partiti, ma che arrivavano per vie traverse, come per esempio: finanziamenti a case editrici, finanziamenti ai giornali, e, in particolare, un certo numero ma limitato di eventi in cui si finanziavano delle società che svolgevano operazioni di carattere commerciale e finanziario. Ma solo parzialmente. E il resto?

     

    STEPANKOV: Appunto, questa documentazione complementare poteva chiarire meglio i rapporti tra i comunisti italiani e il PCUS.

    Nell’ambito invece della nostra inchiesta c’erano altri documenti, c’erano altri dati, che testimoniavano il fatto che il Comitato Centrale del PCUS riceveva dei documenti e le richieste, per esempio, di sostenere una certa società, oppure vendere  il petrolio, i prodotti petroliferi a queste società a prezzi vantaggiosi, per poter aiutare, in questo modo … appunto questo tipo di documenti noi non  l’abbiamo spedito, abbiamo detto che se la parte italiana è interessata, può venire in Russia.

     

    RIVA (riassume) :    Allora, degli altri documenti, che riguardavano, per esempio…un caso è anche citato nei documenti che noi abbiamo pubblicato …   il petrolio, poteva essere, il petrolio russo, poteva essere venduto a dei prezzi, diciamo così, “di favore” in modo da far guadagnare altre somme, ….assicurare dei margini di guadagno, ma anche altre forme di finanziamento, diciamo, indiretto… queste carte non sono state mandate e la visita di Giovanni Falcone a Mosca, insieme con i suoi collaboratori del Ministero di Giustizia e della Procura Generale… avrebbero potuto indagare su tutti questi altri documenti che non erano stati inviati perché non facevano parte dell’inchiesta a cui era dedicato Stepankov.

     

    Vorrei chiedere un’ultima cosa a Stepankov:  è mai più venuto, in Russia, qualcuno a chiedere quest’altra parte dei documenti?

     

    STEPANKOV: Soltanto una visita, dei procuratori di Roma De Ficchy, Ionta, Giudiceandrea…erano 5 o 6 persone … appunto, il giudice Falcone doveva venire… dopo la morte tragica di Falcone non ci è pervenuta nessuna richiesta per venire a vedere questi documenti… e nell’ottobre del 93, …quando mi sono dimesso dalla procura, non sono più informato di questi fatti, non so come si sono poi sviluppati i rapporti con i colleghi italiani e  se c’erano stati altri rapporti, altri contatti.

     

    RIVA:   Sono venuti, in una prima visita, Giudiceandrea, Ionta e De Ficchy…con loro doveva venire Falcone, come sappiamo non è andato. Da quel momento in poi nessuno più ha richiesto di vedere gli altri documenti che erano a disposizione

     

    E Stepankov dice: io so che questo non è avvenuto fino all’ottobre del 93, quando io mi sono dimesso.

    Da quel momento in poi io non sono più informato su cosa sia successo tra le autorità…tra la magistratura italiana e la magistratura sovietica.

     

    E’ sufficiente? Vuol fare altre domande Martelli?

     

    MARTELLI:  Si, adesso lui non lo sa … questa è una materia che si dovrebbe sapere in Italia…quanto meno sapere se c’è stato un tentativo oppure no… e valutare oggi, sul piano storico, politico e anche penale, se esistono i presupposti per una visita a Mosca, eventualmente rintracciare questi documenti, valutarli, e prendere le decisioni del caso.

     

    A questo punto Riva domanda ad Andreotti se vuole commentare, Andreotti ringrazia ma si ritrae, e quindi Riva dichiara chiusa la conferenza.

     
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    enrix 02:45 on 31 October 2009 Permalink | Rispondi
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    COSE SU FALCONE – 2 

    COSE SU FALCONE CADUTE NELLOBLIO – 2


     

     

     

    Prima di riprendere la nostra piccola carrellata di stralci d’epoca utili per mettere a fuoco gli avvenimenti relativi alla fase finale della vita di Giovanni Falcone, vorrei ritornare per un momento sulle dichiarazioni di qualche giorno fa del procuratore generale antimafia Piero Grasso.

     

    E vorrei ritornare a quelle parole perché c’è un passaggio estremamente rilevante che non vorrei sfuggisse a nessuno.

     

    Scrive Repubblica il 27 ottobre

    Il cambio di strategia

    Secondo la ricostruzione di Grasso, a un certo momento, nel marzo 1992, il mafioso che era stato incaricato di eseguire i sopralluoghi (a Roma nei luoghi frequentati da Falcone – ndr) venne informato da Totò Riina che non c’era più bisogno di colpire Falcone a Roma, perché si era "trovato qualcosa di meglio".

     

    Cosa c’è di così importante in questa informazione di Grasso?

    C’è questo: semplicemente, a detta di Grasso, il metodo della strage al tritolo, tipicamente terroristico, fu usato non perché c’era la finalità di realizzare un attentato di tipo terroristico, ma perché ad un certo punto si decise di attuare l’omicidio di Falcone, già pianificato per motivi ben definiti, utilizzando quel metodo.

     

    Capite la differenza?

    C’è ed è fondamentale, perché detto così, è ben poco plausibile che si configuri come un attentato progettato per ricattare lo stato o per creare una tensione destabilizzante. E’ invece, sino a prova contraria, semplicemente un’eliminazione pianificata di un magistrato, per la quale ad un certo punto, repentinamente, e per una precisa ragione, si è deciso di utilizzare quel metodo ANZICHE’ quello selezionato in precedenza (e non perché con quello precedente si rischiava l’insuccesso, neanche per sogno).

    In poche parole, la successione non è stata: facciamo una serie di attentati con metodologie terroristiche, ed iniziamo con un politico, anzi, no, meglio un magistrato.

    Invece è stata: bisogna uccidere Giovanni Falcone. E lo uccidiamo a Roma per strada o al ristorante, quando scopre la guardia. Anzi, contrordine. Lo uccidiamo con 500 kg di tritolo sotto l’autostrada.

     

    Questo per chi scrive è un fatto fondamentale, da appuntare nel nostro blocco notes.

     

    E passiamo quindi alla seconda puntata delle nostre “cose su Falcone”.

     


    Il “diario” di Salvatore Parlagreco.

     

    Salvatore Parlagreco, giornalista e scrittore siciliano, è autore di inchieste, romanzi, antologie e saggi. Il suo sito personale è denso di contributi.

    Pochi giorni dopo la strage di Capaci, Parlagreco raccontò le giornate convulse e inquietanti che seguirono alla morte di Giovanni Falcone e, successivamente, alla tragedia di Via D’Amelio, in un diario, pubblicato parzialmente sulla rivista Cronache parlamentari siciliane.

     

    Oggi noi rileggiamo il capitolo 7, integrale, di quel diario.

     

     

     

    Diario/7

    L’Addaura, avvertimento o fallito attentato, e’ l’anteprima di Capaci. O lo scenario di riferimento.

     

    di Salvatore Parlagreco

     

     

    Falcone indagò sulla Contrade in marzo del 1991. Dieci milioni di dollari, scomparsi nel passaggio fra un conto cifrato e l’altro. È la stessa somma depositata in una banca di Mendrisio dal boss di Bagheria Leonardo Vitale? Se le cose stanno così bisogna tornare indietro al fallito attentato dell’Addaura del 21 giugno 1989, che seguì l’interrogatorio di Leonardo Greco e a quella sua strana frase «Lei è troppo abbronzato, giudice».

     

    Si sa come è andata. La magistratura italiana e lo stesso Falcone non hanno mai creduto né alla simulazione né all’avvertimento. Ed è stata l’ipotesi della simulazione a rendere poco credibile anche l’ipotesi dell’avvertimento. Molto curioso: fra le carte, le testimonianze, le soffiate non c’è nulla che autorizzi a ipotizzare la simulazione.

     

    Le parole di Leonardo Greco non bastano per avvalorare l’ipotesi di un avvertimento. Ma come escludere che il boss bagherese usasse una efficace metafora per fare capire senza dire nulla di compromettente? Uccidere Falcone era un cattivo affare anche allora, nel 1989, non soltanto in maggio del 1992. Ma fu Falcone il primo a non credere all’avvertimento.

     

     «Tra i rari attentati falliti, voglio ricordare quello organizzato contro di me nel giugno 1989” , egli scrive nel suo libro “Cose di Cosa Nostra”, “Gli uomini di Cosa Nostra hanno commesso un grosso errore, rinunciando all’abituale precisione e accuratezza pur di rendere più spettacolare l’attacco contro lo Stato. Al punto che qualcuno ha concluso che quell’attentato non fosse di origine mafiosa. Capita anche ai mafiosi di sottovalutare l’avversario, volere strafare…».

     

    Tuttavia è lo stesso Falcone ad osservare nella pagina successiva: «I   messaggi   di   Cosa   Nostra   diretti   al   di   fuori dell’organizzazione informazioni, intimidazioni, avvertimenti mutano stile in funzione del risultato che si vuole ottenere. Si va dalla bomba al sorrisetto ironico, accompagnato dalla frase: “Lei lavora troppo, fa male alla salute, dovrebbe riposare”».

     

    «Greco entrò nell’ufficio di Falcone con atteggiamento arrogante, ricorda in tribunale, a Lugano, il sostituto procuratore Carla Del Ponte. Era abbigliato in modo impeccabile. Pareva uscito da un Grand Hotel più che dal carcere. Si sedette con uno sguardo da far rabbrividire e con un forte accento siciliano si rivolse a Falcone: Signor giudice, vedo che lei troppo abbronzato è. Poi passò in rassegna tutti i presenti fino a chiedere: Chi di voi altri è il procuratore Del Ponte?».

     

    Sono le 11,30 del 20 giugno 1989, L’Eco di Locarno ne diede notizia in luglio del 1989.

     

    Il procuratore di Lugano, Venerio Quadri, in una intervista al giornale svizzero riferì che già in passato i magistrati svizzeri avevano ricevuto «segnali di stampo mafioso».

    Se si trattò di avvertimento, esso non raggiunse l’obiettivo, fare desistere Giovanni Falcone dall’interessarsi delle banche svizzere; tuttavia la mafia dimostrò di potere arrivare ovunque quando voleva e di potersi servire di terribili, spettacolari strumenti di distruzione. Un risultato, perciò, l’ottenne.

     

    Ci furono, è vero, altri tentativi di uccidere Falcone (uno, addirittura, in carcere), ma l’Addaura, avvertimento o fallito attentato, resta lo scenario di riferimento per capire Capaci: ci sono i santuari svizzeri, le magistrature dei due paesi impegnati, i colossali affari coperti da conti cifrati e la temerarietà dei killer, la spettacolarità del gesto.

    Riciclaggio dunque. E mafia, narcotraffico, sportelli svizzeri.

     

    Ma il denaro segue anche le rotte dell’est. Venerdì, 5 giugno, le notizie provenienti da Mosca riconducono al riciclaggio di denaro in Svizzera. Il procuratore generale di Mosca, Valentin Stepankof, racconta ad alcuni magistrati italiani che la mafia siciliana ha stretto solide alleanze con le famiglie cecene in Russia. I ceceni sarebbero incontrastati padroni del crimine organizzato a Mosca.

     

     Il primo ad avvertire la pericolosità di ciò che stava avvenendo, dice Stepankof, fu Giovanni Falcone. Che cosa lo insospettì? Negli ultimi due anni, dal 1989 al 1991, si svolsero colossali operazioni finanziarie fra l’Italia e la Russia. Ingenti capitali affluirono verso Mosca: una Moskow-Connection, sulla quale Falcone voleva vedere chiaro. Parlò, infatti, con Stepankof e preannunziò un suo viaggio a Mosca. Questa determinazione deve avere impressionato Stepankof: all’indomani della strage di Capaci egli non fece mistero dei suoi sospetti, rivelando le intenzioni di Falcone. Secondo Stepankof, le parole gli sono state attribuite dai giornalisti e vanno considerate con prudenza, a Falcone si voleva impedire di andare a Mosca. La ferocia della lotta politica in corso nella Russia consiglia altrettanta prudenza.

     

    Lo scetticismo, tuttavia, mi pare eccessivo.

     

    Attraverso investimenti pilotati dai ceceni e i meccanismi usati dal Pcus per finanziare i partiti fratelli, milioni di dollari viaggiavano verso Lussemburgo e Svizzera grazie ad alcune società italiane. Con quali canali? Sicuramente assai riservati, necessariamente complessi, difficili da controllare anche per le autorità sovietiche.

     

    Le indagini sui finanziamenti sovietici ai partiti italiani percorrono una pista che,  stando ai fatti, non s’incrocia in nessun punto con l’attività di Giovanni Falcone. Non la lambisce, non la suggerisce. Ma i soldi arrivavano in Italia ed erano tanti. C’era un conto in Svizzera, intestato ad un uomo insospettabile.

    Chi era il titolare del conto?

     

    Erasmo Ionta, il sostituto procuratore che si è occupato del caso Moro, racconta l’incontro di Stepankof con Falcone a Roma. Avevano deciso di archiviare le indagini in corso sui finanziamenti della Cia e del Pcus a movimenti e partiti italiani, ricorda, «poi è arrivato in Italia improvvisamente Stepankof che va da Falcone e dice: l’istruttoria che stiamo conducendo noi a Mosca è entrata in una fase diversa. Però entro una data quasi invalicabile: non oltre l’8 giugno».

     

    Perché l’8 giugno?

     

    «Non l’abbiamo mai capito… Così siamo partiti per Mosca».

     

    Un altro magistrato titolare dell’inchiesta sulla Gladio Rossa, sta per salire sull’aereo per Roma e viene avvicinato dal ministro dell’informazione Poltaranim. «Nel ’74, rivela Poltaranim, 19 militanti comunisti sono stati addestrati in Russia su richiesta del Pci».

     

    È il nuovo modo di congedarsi dagli ospiti stranieri? lonta non crede a Poltaranim «a meno che non esistano carte autentiche. Ci siamo chiesti perché quelle rivelazioni sono state fatte mentre eravamo a Mosca… O si tratta di polverone o un segnale…».

    «E i documenti consegnati dai russi, che cosa contengono?» gli chiedono.

    «Ci aspettiamo di trovare l’elenco delle imprese commerciali collegate con il Pci».

    L’atto di cortesia internazionale che ha consentito ai magistrati italiani di portare a casa i documenti fu propiziato da Giovanni Falcone.

    Sabato 13 giugno, il quotidiano Moskovski Komsomoliets afferma che «alcune ore prima della sua tragica morte, il giudice Giovanni Falcone trasmise al Procuratore capo di Roma, Ugo Giudiceandrea, informazioni sui contatti speciali che il Pcus aveva con il Pci».

     

    La fonte di questa informazione? Ignota. L’unica cosa certa è la volontà di far sapere.

     

    L’intrigo politico moscovita rimbalza in Italia. Giovanni Falcone non può evitare di occuparsi della questione. È il direttore degli affari penali del ministero di Grazia e giustizia. I bisogni di Mosca si sommano a quelli di Roma. La conseguenza è che Giovanni Falcone deve, ancora una volta, prendere le castagne dal fuoco con le sue mani. Giusto come è accaduto per i santuari svizzeri e la ricerca dei codici cifrati. Sulla mafia sovietica ha accumulato una utile esperienza, che fatalmente gli affida un ruolo di primo piano, quindi «a rischio».

     

    «Argumenti i Fakti», altro giornale russo, racconta l’incontro del giudice Telman Gdlian con Giovanni Falcone. Gdlian ha condotto una inchiesta sulla mafia del cotone uzbeka, meritandosi la fama di giudice antimafia. «Argumenti i Fakti» scrive che Gdlian sospetta una connessione Pois-mafia siciliana.

     

    Il percorso del denaro è tortuoso e si insinua ovunque; in più sembra seguire due livelli paralleli, uno ufficiale e un altro, del quale si sa poco e si può solo sospettare un tracciato che si muove lungo le vicende della guerra non dichiarata fra americani e sovietici, europei dell’ovest e dell’est, asiatici e mediorientali.

     

    Una guerra combattuta con strumenti e risorse non confessabili – armi, droga, corruzione, delitti -e uomini che agiscono nell’ombra, fuori dalle responsabilità dei governi e devono affidare i loro disegni ad organizzazioni criminali, bande di mercenari, killer e politici corrotti. In questo mondo fetido, una specie di replicante della terra, il diritto e la legge non esistono, la vita umana non ha alcun valore, il successo non ha prezzo: Falcone con la sua auto blindata e i suoi angeli custodi appare un vaso di coccio, un fuscello che può essere spazzato via quando e dove si vuole.

     

    È stata la mafia ad ammazzarlo?

     

    Sono disposto a crederci, a patto che questa mafia non divenga un comodo luogo della coscienza dove depositare tutte le scorie dell’umanità.

     

     
  • Avatar di enrix

    enrix 00:45 on 29 October 2009 Permalink | Rispondi
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    COSE SU FALCONE DIMENTICATE 

    E mentre ci propinano papelli-patacca, improbabili teorie su magistrati uccisi con un quintale di T4 perché contrari ai contatti fra i carabinieri e Vito Ciancimino, e miracolosi riflussi  di memoria di mafiosi che stanno per diventare eroi, noi ci permettiamo di ritirare fuori alcune

     

    COSE SU FALCONE CADUTE NELL’OBLIO

     

     

    Roma, 8 novembre 1999
    Documento audiovisivo della presentazione del volume di Valerio Riva "Oro da Mosca" (Edizioni Mondadori) con la partecipazione del sen. Giulio Andreotti, dell’on. Antonio Martino e di Valentin Stepankov (nella foto), deputato alla Duma ed ex procuratore generale della Russia (QUI
    il documento integrale).

     

     

    Trascrizione:

    VALERIO RIVA:  Potrei allora fare un’altra domanda, al Procuratore …. (…) …vorrei sapere una cosa.

    Lei ha raccontato che cosa è successo quando è andato in Svizzera o quando è andato in altri paesi a chiedere qual era la fine di questi soldi, se erano stati ricevuti e che cosa era successo.

    Abbiamo avuto (rivolto ai giornalisti – ndr)  un pranzo ieri sera, in pochi, con Stephankov, e Stephankov ci ha detto anche quali erano i paesi… per esempio il paese dove si diceva che il segretario del partito comunista locale era una persona al di sopra di ogni sospetto era il Portogallo,  e il segretario era  Cunhal chi si poteva immaginare che non si era veramente messo in tasca i soldi…

     

    Però, (rivolto di nuovo a Stephankov – ndr) quando voi siete venuti in Italia, voi avete avuto a che  fare,…. anzi credo proprio lei, che è venuto in un viaggio lampo, mi pare, in italia, proprio nel 93 se non mi sbaglio, avete parlato con dei magistrati italiani, credo che lei li ricordi per bene.

    E prima di tutto avete avuto una serie di abboccamenti con Giovanni Falcone.

     

    Ecco se lei ci raccontasse quali sono stati i vostri rapporti con Falcone, prima, e poi con gli altri magistrati italiani e che cosa vi hanno risposto alla domanda: “dove sono andati a finire questi soldi?”,   forse sarebbe molto interessante per i nostri amici giornalisti.

     

    STEPHANKOV: Come avevo già detto, prima noi avevamo inviato nelle Procure di alcuni stati una rogatoria con i materiali, appunto, sui soldi inviati ai comunisti dei loro paesi.

     

    Lo stesso tipo di rogatoria abbiamo inviato anche in italia, e la Procura italiana guidata da Giudiceandrea, ha fatto le verifiche del caso, e poi abbiamo ricevuto un documento, una lettera da parte loro.

    In questa lettera si diceva che sono stati preparati alcuni documenti, alcuni materiali che ci avrebbero aiutato ad andare avanti nella nostra inchiesta.

     

    Dopo aver ricevuto i materiali inviati da noi,  loro hanno espresso il desiderio di  analizzare, di studiare questi documenti, gli originali di questi documenti, sul posto, e cioè a Mosca.

     

    Una delegazione della Procura italiana era venuta in Russia, gli abbiamo dato la possibilità di analizzare i documenti che sono stati già acquisiti dai…dagli inquirenti russi. Hanno visto non solo le ricevute, ma anche i verbali degli interrogatori dei funzionari che raccontavano dei metodi di quest’invio dei soldi, come venivano spediti, consegnati questi soldi all’estero.

     

    Dopodichè noi siamo stati invitati, la parte russa è stata invitata dai colleghi italiani, e noi siamo venuti in italia.

    E i nostri colleghi italiani ci hanno consegnato dei materiali, praticamente i documenti con la risposta alla nostra  rogatoria. Però sottolineo: in quella parte dell’inchiesta ci interessava un aspetto solo: se i soldi erano giunti all’estero, e se erano ricevuti qui in Italia, e non nascosti su un conto segreto per, diciamo, seguire gli interessi russi.

    Questi documenti sono stati consegnati, diciamo, ufficialmente. C’è stata una sorta di seduta per la consegna dei materiali, ci hanno spiegato che sono stati eseguiti degli interrogatori, e sono state confermate le consegne, la ricevuta di questi soldi.

     

    Certo, non posso adesso raccontarvi i dettagli di questi documenti, perché sono passati ormai sette anni, mi ero un po’ scordato.  Ma che cosa è successo poi con i soldi, che fine hanno fatto i soldi in Italia, non faceva parte della nostra inchiesta.

    Questa tavola rotonda forse è troppo breve e potremmo fare tante domande ai giudici, ai procuratori, ma non a quelli russi….per quanto riguarda…ecco……invece volevo dire qualcosa per quanto riguarda l’incontro con Falcone.

     

    Ho avuto due incontri col giudice Falcone. E’ difficile dire se si sia trattato di incontri ufficiali o meno.

     

    Ci siamo conosciuti nel suo ufficio… l’impressione che ho avuto da questo incontro, è di avere davanti a me un uomo preso completamente dal proprio lavoro, dai problemi che gli stanno davanti…completamente preso da tutto quanto, da questo lavoro. Abbiamo parlato più di un ora, e durante questo colloquio, io gli ho raccontato…senza consegnargli nessun documento, (gli ho detto che li avevo già consegnati ai giudici di Roma), l’ho semplicemente informato sui metodi che venivano utilizzati per la consegna dei soldi in Italia, e lui mi ha risposto che il presidente Cossiga gli ha chiesto di chiarire le circostanze che riguardavano le questioni che avete adesso posto voi, cioè dove andavano, che fine facevano questi soldi, per che cosa venivano spesi.

     

    Io anche avevo invitato il giudice Falcone a visitare il nostro paese per vedere altri documenti,  per approfondire queste questioni, e noi eravamo molto felici di ospitarlo.

     

    Quando sono tornato in Russia gli ho mandato un invito ufficiale… abbiamo anche ricevuto una sua conferma della visita, ma dopo un telegramma per la conferma, appunto, della visita, abbiamo saputo della tragica morte del Giudice Falcone.

     

    Secondo appunto l’intesa che avevamo…secondo l’intesa per la visita, praticamente la morte di Falcone è avvenuta tre settimane prima della visita ormai programmata. (continua – prossimamente il seguito della trascrizione su “COSE SU FALCONE CADUTE NELL’OBLIO – 2)

     

    Repubblica — 19 giugno 1992   pagina 20   sezione: CRONACA

    PER L’ ASSASSINIO DI FALCONE ANCHE UNA PISTA ESTERA

    ROMA – La decisione di uccidere Giovanni Falcone e l’ organizzazione dell’ attentato "non sono stati soltanto opera della mafia siciliana". Lo ha affermato il ministro dell’ Interno Vincenzo Scotti in una colazione offertagli dall’ associazione della stampa estera in Italia. Secondo quanto riferito da uno dei partecipanti – il direttore della Efe di Roma, Nemesio Rodriguez, in una lunga nota dell’ agenzia spagnola – Scotti si è detto convinto che "l’ assassinio di Falcone è un delitto chiaramente commesso dalla mafia, che va molto al di là dei confini nazionali. (…) la mafia non può essere considerata, come ha fatto la stampa straniera nei giorni della strage, soltanto un problema italiano E’ invece un problema internazionale perché internazionali sono i rapporti di Cosa Nostra, internazionali i suoi interessi e complicità, su scala internazionale le sue operazioni di riciclaggio. E’ questo il ragionamento che ho proposto ai corrispondenti stranieri. Proprio per questo le indagini non possono chiudersi soltanto a Palermo. Abbiamo il dovere di prendere in considerazione qualsiasi pista e orizzonte investigativo". "La decisione e l’ organizzazione dell’ attentato – aveva scritto la Efe riferendo le parole di Scotti – non furono effettuate unicamente a Palermo, ma è stata una operazione messa in atto dalla mafia siciliana e dalle organizzazioni criminali di altri Paesi: non esistono al mondo molti in grado di organizzare questo tipo di attentato. Il tipo di delitto, le modalità di realizzazione, la scelta dei tempi – aveva aggiunto Scotti, sempre secondo il giornalista della Efe – non consentono di limitare tutto ciò ad un caso esclusivamente palermitano. Gli interessi della mafia sono troppo grandi".

     

     

    Repubblica — 27 ottobre 2009

     

    Il procuratore parla davanti alla Commissione antimafia e rilancia
    "Resta il sospetto che l’attentato non sia stato opera solo di Cosa nostra"

    Grasso: anche un’entità esterna dietro la strage di Capaci

     ROMA – La strage di Capaci fu opera di Cosa nostra, ma resta il sospetto che ad essa abbia partecipato "un’entita esterna". Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia rilancia i dubbi sul fatto che l’uccisione di Giovanni Falcone sia completamente riconducibile alla mafia. Grasso lo ha fatto parlando davanti alla Comissione nazionale antimafia: "Non c’è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta siano state commesse da Cosa Nostra – ha detto Grasso – . Rimane però l’intuizione, il sospetto, chiamiamolo come vogliamo, che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia".

     

    I dubbi del procuratore Davanti alla commissione, dopo aver citato numerosi passaggi delle sentenze sulla vicenda, il procuratore si pone un quesito che gira ai commissari: perché si passò dall’ipotesi di colpire Falcone mentre passeggiava per le strade di Roma all’attentato con 500 chilogrammi di esplosivo, collocato a Capaci? La scelta dell’attentato, ha detto Grasso, ha una modalità "chiaramente stragista ed eversiva". "Chi ha indicato a Riina queste modalità con cui si uccide Falcone? Finchè non si risponderà a questa domanda sarà difficile cominciare ad entrare nell’ordine di effettivo accertamento della verità che è dietro a questi fatti", ha aggiunto il procuratore.

     

    L’elenco dei bersagli In precedenza, Grasso aveva ricordato che inizialmente Falcone era in un elenco di obiettivi da colpire a Roma, elenco che comprendeva anche il ministro Martelli, il giornalista Andrea Barbato e Maurizio Costanzo. Oltre a fare i sopralluoghi per colpire Costanzo, i mafiosi a Roma frequentavano noti ristoranti per verificare se il giudice vi andasse a cena.

     

    Il cambio di strategia Secondo la ricostruzione di Grasso, a un certo momento, nel marzo 1992, il mafioso che era stato incaricato di eseguire i sopralluoghi venne informato da Totò Riina che non c’era più bisogno di colpire Falcone a Roma, perché si era "trovato qualcosa di meglio".

     
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