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    enrix 17:46 on 28 April 2011 Permalink | Rispondi
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    Ancora sul papello

    papello 41bis 

    Ritorniamo a parlare del famigerato papello di Massimo Ciancimino.

    Uno dei 12 punti, recita testualmente: “annullamento decreto legge 41bis”.

    Ma il “decreto legge 41bis”, così come viene descritto e denominato nel papello, come è noto, in realtà non esiste e non è mai esistito.
     

    Sino al giugno del 1992, era in vigore un solo comma dell’art 41bis della Legge 26 luglio 1975 n. 354, recante le Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà.
    Ma questo articolo 41bis non aveva a che fare con Cosa Nostra, in quanto  concerneva solo le cosiddette  “Situazioni di emergenza”  carceraria  , e recitava:

    Art. 41bis In casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di emergenza, il Ministro della giustizia ha facoltà di sospendere nell'istituto interessato o in parte di esso l'applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti e degli internati. La sospensione deve essere motivata dalla necessità di ripristinare l'ordine e la sicurezza e ha la durata strettamente necessaria al conseguimento del fine suddetto

    L’art 41bis quindi, sino al giugno del 92, interveniva in casi assolutamente rari ed eccezionali, poiché riferibile a circostanze assolutamente eccezionali ed emergenziali, ed è persino difficile rammentare se esso fu mai applicato. Probabilmente non lo fu mai.  

    In ogni caso, qualora lo fosse stato, ciò sarebbe dovuto avvenire, per i disposti stessi della norma, per periodi brevissimi e ben poco evidenti. IN QUANTO TALE, l’art. 41bis, così come denominato, non poteva godere assolutamente della notorietà e della consuetudine cui siamo abituati a considerarlo, ad esempio, nella nostra epoca. Si trattava di un articolo strettamente riferito all’emergenza carceraria, dall’applicazione estremamente rara, conosciuto come tale, e vale a dire “art 41-bis della legge 354/75” forse soltanto da pochi addetti ai lavori, vale a dire magistrati ed avvocati. Non certo da comuni cittadini, anche criminali, che con questa norma non avevano mai avuto a che fare, come ad es. Totò Riina.

    E la dicitura erronea “Annullamento Decreto legge 41bis”, come è evidente, non può certamente essere parto della mente di un avvocato o di un laureato addetto ai lavori.
    Tanto più che tutto il papello pare, almeno all’apparenza, scritto da un vero e proprio analfabeta (si vedano ad esempio alcuni termini: “vicino le case dei familiari”, “levare tasse carburanti” e “fragranza di reato”, anziché “flagranza”). 

    In sintesi: nel giugno del 92 la dicitura “art. 41bis”alle orecchie di Totò Riina, così come a quelle di don Vito Ciancimino, era completamente priva di qualsiasi significato. Non era ancora entrata nella consuetudine. Cioè, non poteva significare nulla di nulla. Non era un dispositivo noto, in quanto mai applicato con i mafiosi in quanto tali, ma solo con i rivoltosi degli istituti di pena.

    Ma l’8 giugno del 92, a seguito della strage di Capaci, viene emanato il decreto legge 306.  … attenzione: TRECENTOSEI, dal titolo “Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa.”
     

    Ecco come il giornalista Bianconi presentò sul quotidiano “La Stampa”, il 10 giugno 92, con poche righe, questo decreto:
    Il contenuto delle nuove norme è quello già ampiamente anticipato nei giorni scorsi, e l'aspetto più rilevante oltre ai maggiori poteri d'indagine concessi alla polizia – resta quello del nuovo invito al pentimento, alla collaborazione con la giustizia. Un esempio: per chi deciderà di vuotare il sacco sarà varato un particolare piano di protezione che prevede anche la custodia fuori dalle carceri, e sarà possibile ottenere ogni genere di beneficio penitenziario, dai permessi premio agli arresti domiciliari; per chi viceversa non collaborerà, non solo non ci saranno benefici e permessi (aboliti da oggi per i mafiosi dall'articolo 15 del super-decreto), ma potrà essere ripristinato il carcere duro già fatto scontare ai terroristi. Sarà reintrodotto, in presenza di «particolari esigenze di ordine e sicurezza», il famigerato articolo 90 del vecchio ordinamento penitenziario: isolamento, sospensione dei colloqui, controllo della corrispondenza.”

    Quindi  si trattava di una serie di norme, tutte estremamente incomode per l’organizzazione mafiosa, che Bianconi (ma anche tutti gli altri giornali dell’epoca) descrissero senza neppure far menzione alle modifiche all’art-41bis ex L.354 del 75 in quanto tali, vale a dire richiamandosi a detta denominazione, che è invece tipicamente richiamata, avendo acquisito notorietà,  solo in epoche successive all’ampio utilizzo dei noti provvedimenti di restrizione carceraria  assunti TUTTI DOPO la strage di Via D’Amelio, e quindi DOPO la presunta compilazione dei presunti papelli.

    Sino al 19 luglio 92, e quindi ad una data successiva la presunta compilazione del presunto papello così come datata da Massimo ciancimino, nessun  mafioso era mai stato sottoposto a regime di 41bis, in quanto mafioso. Nessuno.

    A questo punto, noi ci chiediamo legittimamente  per quale ragione, i mafiosi compilatori del papello,

    - NONOSTANTE l’art. 41bis ex L.354 del 1975 non fosse un articolo ricorrente né richiamato in alcuna forma negli ambienti criminali (ma neppure in altri ambienti), praticamente sconosciuto poiché concernente le rivolte carcerarie e non l’ordinario regime di detenzione,

    - NONOSTANTE il decreto legge di contrasto alla criminalità mafiosa IN SVARIATI ASPETTI (non solo in quello del regime di detenzione) emanato dal ministero all’inizio di giugno fosse il n°306, e non il “41bis”, e

    - NONOSTANTE sino alla strage di Via D’amelio NESSUN PROVVEDIMENTO ex art 41bis L354/75 comma 2, e ripeto: NESSUNO, FOSSE ANCORA STATO ASSUNTO, e nonostante detti provvedimenti, anche se adottabili nei confronti di criminali comuni e non solo di rivoltosi, continuassero a configurarsi proprio per i disposti dell’art 41 bis, anche così come modificato, come provvedimenti non rituali ma bensì del tutto eccezionali assumibili per iniziativa ministeriale solo in particolari circostanze,

    - NONOSTANTE il papello sia stato EVIDENTEMENTE compilato senza alcun supporto da parte di un legale o da parte di una persona in qualche modo istruita, in quanto contenente visibili errori di sintassi e di ortografia

    … COME MAI, stavamo dicendo, il compilatore del papello, nonostante tutto questo,  scrisse: “Annullamento Decreto legge 41-bis”, anziché “Annullamento Decreto legge 306”, essendo invece questo, cioè il 306, il decreto che rappresentava la risposta dello stato alla strage di Capaci, e vale a dire il decreto che la mafia avrebbe dovuto voler vedere abolito, anziché il decreto legge 41-bis, che non esisteva,  non  era mai esistito e del quale non si era mai scritto o parlato in alcuna sede?

    Già. E questa domanda noi ce la poniamo dal momento che Massimo Ciancimino, ha giurato,  in ogni sede, che l’origine di questo documento andava collocata a prima del 19 luglio 1992, cioè nel pieno della trattativa così come ce l’ha raccontata lui stesso.  
     

    Ora, viceversa, la logica e la successione degli eventi inducono a ritenere, con elevato grado di certezza, che la frase “abolizione decreto legge 41bis” sia stata scritta si da una persona poco istruita, certamente, ma che comunque e PROPRIO IN QUANTO TALE  quando scriveva aveva già masticato, già assimilato, la denominazione “41bis” come una denominazione tipica, CONSUETA, abitualmente utilizzata per richiamare un regime carcerario duro che per la mafia doveva avere  GIA’ rappresentato un problema, e NON rappresentare un potenziale problema in fieri, le cui reali dimensioni, in carenza totale di applicazione,  non potevano ancora essere state percepite; e questa era la situazione in essere sino al 19 luglio. E quindi quando questo documento, autentico o falso che esso sia,  viene compilato,  ci dobbiamo trovare giocoforza  DOPO la strage di Via D’Amelio, caro il nostro Ciancimino, perché PRIMA di questa, il suo anonimo e misterioso estensore, che sia esso un mafioso analfabeta così come, a maggior ragione, anche un falsario impostore,   NON POTEVA né conoscere né tanto meno avere assimilato tale denominazione e quindi riferire alla stessa il decreto dell’8 giugno, chiamandolo erroneamente “decreto legge 41bis”, anziché Decreto 306, che era invece il titolo del decreto, cioè l’unico e solo nome  con cui poteva essere conosciuto all’epoca indocata dal testimone, attualmente indagato e detenuto per avere realizzato un falso materiale finalizzato alla calunnia . E ciò,  senza possibilità di alternative, poiché in quel frangente temporale i provvedimenti di restrizione carceraria NON AVEVANO ANCORA ASSUNTO LA DENOMINAZIONE RITUALE DI “PROVVEDIMENTI EX 41-BIS”, poiché provvedimenti tali non erano neppure mai stati assunti, sino al 19 luglio 92 .
     

    E’ lecito ritenere, che NESSUN scrivano mafioso semianalfabeta avrebbe mai potuto richiedere per iscritto l’abolizione di un decreto legge, indicandolo erroneamente con il numero di un articolo di una vecchia legge che egli non poteva ancora avere mai sentito nominare in vita sua.

    Perché dell’applicazione di quell’articolo con tanto di richiamo numerico all’articolo, si cominciò a sentir parlare, anche attraverso i media, soltanto a partire da quando quell’articolo iniziò ad essere applicato, e cioè dal 20 luglio 1992. E MAI prima. Non può essere altrimenti.

    Si tratta pertanto di un’ennesima ombra che si proietta sui documenti e sulle versioni del più chiacchierato fra i dichiaranti della nostra repubblica.

    Enrix
     

     
    • anonimo 09:47 on 29 April 2011 Permalink | Rispondi

      Un pezzo straordinario nel metodo e nella sostanza.
      Geniale (detto da Sextus è un onore).
      Credo che la migliore sintesi possa essere questa frase:
      «La cultura, la lingua, la forma mentis del falsario finiscono sempre per fare capolino, anche nelle più sagaci fabbricazioni.»
      (Luciano Canfora, Il viaggio di Artemidoro, Rizzoli, gennaio 2010, p. 313)

      Gabriele Paradisi

    • anonimo 16:46 on 4 May 2011 Permalink | Rispondi

      Niente da dire….sei forte!
      Maury

    • Renzo_C 00:46 on 3 October 2011 Permalink | Rispondi

      Ciao Enrico,
      spero non ti sarai perso cosa dice in merito a questo preciso argomento il Di Matteo nell' udienza del 20 settembre.
      E' all' inizio, se te la sei persa, e allega articoli di giornale e ANSA per
      avvalorare il dibattito in corso in quei giorni, così come cita la rivolta a
      Sollicciano.
      Tutta fuffa!
      Il dibattito c'era, ma i giornali scrivevano di "provvedimenti antimafia " o "decreto antimafia" non certo di 41 bis, e le parole sono importanti, lo dice Travaglio, mentre a Sollicciano la rivolta riguardava 4 detenuti comuni, niente a che vedere con la mafia.
      In compenso Mori e Obinu han fatto mettere a verbale che non si
      avvarranno della prescrizione, seguendo gli insegnamenti di Travaglio
      che però predica bene e razzola male: lui la prescrizione se l'è presa
      eccome!
      Ciao
      Renzo

      http://archiviostorico.corriere.it/1992/giugno/15/rivolta_nel_carcere_bunker_co_0_92061516298.shtml
      http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/06/16/la-notte-di-rivolta-sollicciano.html

    • anonimo 10:24 on 3 October 2011 Permalink | Rispondi

      Mi permetto di salutare Renzo_C perche' ho seguito in ritardo uno scontro tra tale "Nick" e lui sul sito del Fatto Q.
      Ho avuto spesso a che fare con tale individuo e se vuole posso ritrovarle il passo in cui Enrix l'ha colto in castagna a taroccare le citazioni virgolettate dalle sentenze per farsi dare ragione.
      Buona giornata.
      Luigi

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    enrix 16:14 on 2 March 2010 Permalink | Rispondi
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    NUOVO CINEMA CIANCIMINO 

    Nuovo cinema Ciancimino

    Non solo la fantomatica trattativa tra Stato e mafia, il figlio di don Vito dice la sua anche su Ustica, Gladio e caso Moro. Ecco il diario del nuovo vate d’Italia

    di Chiara Rizzo

    Il titolo è prosopopeico: Nel nome del padre. Il sottotitolo non da meno: “Sono ventitrè gli interrogatori di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito. E una valanga i pizzini che riscrivono la storia dei misteri d’Italia, da Gladio alle stragi del ’92, sino ai politici di oggi. Citati con nome e cognome. Eccoli”. Massimo Ciancimino detto Junior, il figlio del sindaco mafioso di Palermo Vito, il testimone chiave al processo di Palermo contro il generale Mario Mori per la mancata cattura del boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano, oggi è diventato il vate dei misteri d’Italia. Non bastavano la riduzione della condanna per riciclaggio e la ribalta televisiva.
    Nel nome del padre è già alla seconda edizione. La prima, tremila copie, è andata esaurita in una sola settimana. Il libro è pubblicato dall’editrice siciliana Novantacento, che edita anche un mensile di cronaca che ha tra i suoi collaboratori fissi il sostituto procuratore Antonio Ingroia, titolare dell’accusa al processo Mori. Il coordinatore editoriale della rivista Claudio Reale spiega a Tempi che la pubblicazione dei verbali di Ciancimino è stata possibile perché gli atti non sono stati segretati. Purtroppo per Junior, verrebbe da aggiungere. Più che una raccolta di verbali, è un divertissement da spiaggia, non fosse che le deposizioni di Junior infiammano da mesi la pletora di cronisti giustizieri e infangano il lavoro di due ufficiali che hanno combattuto la mafia rischiando la vita.
    Secondo Massimo Ciancimino, infatti, il padre don Vito fu contattato nel 1992 da Mori e dall’allora capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno per intavolare una trattativa con Totò Riina e indurlo alla resa. Ma papà Ciancimino sarebbe stato protagonista anche di una seconda trattativa, con i carabinieri da una parte e Provenzano dall’altra, finalizzata alla cattura di Riina, in cambio dell’immunità a Provenzano. Le parole di Massimo smentiscono lo stesso don Vito, che ha sempre raccontato di aver tentato una collaborazione con Mori e De Donno per arrivare alla cattura di Riina, sì, ma di non esservi riuscito. Non vi fu, secondo don Vito, alcuna trattativa: si era tentato di far arrendere Riina, ma le richieste presentate da questi non vennero mai prese in considerazione da Mori che voleva la resa immediata o la cattura; inoltre successivi tentativi di don Vito di collaborare alla cattura di Riina si bloccarono col suo arresto. Poi arriva Massimo e riscrive la storia con i fuochi d’artificio. Il 6 giugno 2008, Massimo rivela ai pubblici ministeri Ingroia, Di Matteo e Gozzo il vero motivo per cui sarebbe finita la latitanza record (43 anni) di Bernardo Provenzano. Racconta che il boss, ricercato dalle polizie di mezzo mondo, visitava regolarmente don Vito, mentre questi era agli arresti domiciliari nella sua casa romana nei pressi di piazza di Spagna a Roma. I pm palermitani per poco non cadono dalle sedie: «Ah, lei lo ha visto… lei disse a suo padre “ma come questo super latitante viene a casa di uno agli arresti domiciliari”?». Risponde Massimo: «Secondo mio padre doveva essere un accordo a monte che garantiva il tutto, perché mio padre mi disse: “Non ti scordare che nel momento in cui vorrà, si consegnerà lui”». Junior si sente incoraggiato e prosegue: «Mio padre mi disse poi una frase che era importante: “Perché un uomo quando non riesce ad andare al bagno… non ha più senso niente”. Era quello che capitava a mio padre, perché non era autonomo. Mio padre, come Provenzano, aveva avuto problemi di prostata e avevano parlato di queste cose, che la vita quando non hai questo tipo di autonomia…». Dunque Binnu, la primula rossa di Cosa Nostra, non finì in galera per la bravura delle forze dell’ordine. No, fu solo questione di pipì.
    La scena madre di Junior, invece, ha al centro il fantomatico papello. Ai pm Massimo lo indica come la prova regina della trattativa Stato-mafia, ma per mesi rinvia la consegna, sostenendo che si trova in un caveau all’estero. Stremati dal tira e molla durato più di un anno, il 23 gennaio 2009 i pm Di Matteo e Ingroia, alla presenza del procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, mettono Junior alle strette. Ingroia: «Noi riteniamo che lei oggi debba indicarci quanto meno il paese, la banca, dove si trova questa cassetta di sicurezza, noi attiveremo tutte le rogatorie…». Nell’austero ufficio della procura accade l’imprevedibile: “Ciancimino singhiozza” riporta il brogliaccio dell’interrogatorio. L’avvocato di Junior, stralunato, interviene: «Perché piangi?». Ingroia incalza: «Se c’è necessità di fare una selezione di documenti privati che non hanno rilievo investigativo, avrà la possibilità di non consegnare queste cose però noi la preghiamo, la invitiamo caldamente, oggi di concludere l’interrogatorio dandoci queste indicazioni…». L’avvocato di Ciancimino: «Scusa ma perché piangi?». E Junior, tra le lacrime: «No, non ve lo indico». Ingroia: «Non ce lo indica…». Junior riprende: «Vi avevo chiesto un minimo di segnali da dire: ne vale la pena…». Passerano altri nove mesi prima che in procura vedano il famoso papello. Veniamo infine alla benedetta trattativa, cuore pulsante delle dichiarazioni di Junior. Massimo ne parla fin dal 7 aprile 2008. Però le versioni che riporta, con il tempo, si arricchiscono di nuovi particolari. All’inizio si limita ad anticipare le date degli incontri tra il padre e i carabinieri al giugno del 1992. Assicura che don Vito si fida di loro. Sostiene che il padre tenta di collaborare con i carabinieri per fare catturare Riina e contatta Provenzano per scoprire dove si nasconda. «Sembra fantapolitica» dice Junior ai pm il 7 aprile 2008. Parole sante. Nelle puntate successive degli interrogatori la vicenda si complica.

    «Un nome l’aveva, mi creda»
    Nel racconto appare anche un misterioso agente dei servizi segreti, che per anni sarebbe stato in contatto con don Vito e che nella trattativa avrebbe detto al sindaco che dietro i carabinieri c’erano due politici, gli allora ministri Nicola Mancino e Virginio Rognoni: «Non lo so se si chiamava Carlo, Franco… un nome l’aveva, mi creda» dice Junior. Davanti al racconto i dubbi non mancano. Ad esempio: dal negoziato Provenzano avrebbe guadagnato l’incolumità, ma cosa ci guadagnava don Vito? Arrestato, rimasto in carcere fino al 1999 e ai domiciliari fino alla morte, Ciancimino senior ha sempre sostenuto la versione di Mori. «Era una versione di comodo» dice Junior, e cerca di tappare le falle della ricostruzione con suggestioni di peso: «Mio padre pensava di essere stato scavalcato nella trattativa. Da Dell’Utri». Insomma. Alla fine nella ricostruzione di Massimo ci sono almeno tre trattative. Una tra i carabinieri, don Vito e Riina. Un’altra tra i carabinieri, il signor Franco, Rognoni e Mancino, don Vito e Provenzano. Un’ultima tra Dell’Utri e Provenzano e non si sa più chi altro. Dopo tutto questo, la domanda sorge spontanea anche nei pm. Chiede Ingroia il 12 dicembre 2008: «Ma allora, se c’era bisogno delle garanzie del signor Franco, che bisogno c’era di fare la trattativa tramite Mori e De Donno, perché suo padre non la faceva direttamente col signor Franco?». Junior ci pensa su: «Perché il signor Franco non l’aveva mai proposto a mio padre… non si è mai fatto portatore dell’arresto di Provenzano e Riina… Lui per mio padre era un trait d’union…». Ma con chi e perché ancora non si è capito. Arrivederci alla prossima puntata di questa tragicommedia.

    Estratto dalla rivista "Tempi"  -  LINK

     
  • Avatar di enrix

    enrix 15:14 on 7 February 2010 Permalink | Rispondi
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    Rimarchevole "botta e risposta" fra Antonella Serafini, il sottoscritto, e Massimo Ciancimino su BlogSicilia.
    Intervengono anche Gioacchino Basile ed Angelo Jannone.

    CIANCIMINO E LEPROTTO BISESTILE

    LA DISCUSSIONE SI PUO’ LEGGERE QUI.

    Ora però i miei messaggi non passano più. Chissà perchè.

    Update, alle 22: ora i messaggi passano regolarmente.

     
    • WG 18:35 on 7 February 2010 Permalink | Rispondi

      In che senso i messaggi non passano più? Non c’è nessuna censura.

      Walter Giannò, coordinatoredi BlogSicilia.

    • enrix007 19:02 on 7 February 2010 Permalink | Rispondi

      Ho postato due messaggi, a commento di quanto scritto dal sig. Vultaggio, e dopo avere dato "invio" non sono passati.

      Ho pensato, prima di scrivervi per capire, che essendo domenica pomeriggio aveste messo l’opzione "moderazione"  per passare i messaggi al vostro rientro, al fine di mantenere una legittima sorveglianza.
      In altri blog succede.
      Può però anche essere possibile che il vostro server abbia preso come SPAM i miei messaggi, sospendendoli in automatico.
      Se può controllare, ciò dovrebbe essere avvenuto nel primo pomeriggio.

      Prendo atto altresì che non si tratta senz’altro di censura, e vi ringrazio.

    • Sympatros 21:13 on 7 February 2010 Permalink | Rispondi

      In un post precedente, io esprimevo la mia opinione sul misterioso signor Franco/Carlo:

      …..Io sono arrivato alla conclusione che non può essere un personaggio di fantasia…. secondo me è dotato dell’attributo dell’esistenza… ma come mai, almeno da quel che ho letto, i magistrati non stringono il testimone di più su questo aspetto per riuscire ad identificare il personaggio, che per molti aspetti è il deus ex machina di tante cose? Che i magistrati sappiano già chi sia? E ci aspetta il botto finale?

      Enrix, prendendosi gioco della mia ingenuità, rispondeva:

      """"Franco?
      Se non fosse già defunto, ipotizzerei trattarsi di Franco Franchi
      .""

      Ora se rispondesse al vero questo link

      http://palermo.repubblica.it/dettaglio/trovata-sim-di-ciancimino-con-numero-di-agente/1688856

      Sembra che il personaggio misterioso esista veramente e le telefonate e la sim di cui parlava il giovane Ciancimino non sono tutte balle!

    • enrix007 22:01 on 7 February 2010 Permalink | Rispondi

      Se la SIM trovata ad agosto dell’anno scorso fosse stata quella di cui parla Massimo Ciancimino, e avesse contenuto il numero del Sig. Franco, noi oggi dovremmo saperlo, non trovi, Sympatros? C’è qualche notizia di questo genere che sino ad oggi ci sia stata tenuta nascosta? Non servivano analisi al microscopio. Bastava attivare la SIM in un telefonino, e Ciancimino in pochi secondi manovrando la rubrica, avrebbe detto: eccolo qui.
      Con tutte le volte che dice di aver conversato con lui al telefonino, dovrebbe essere un’operazione facile per Ciancimino Junior.

      Invece una settimana fa, in un articolo di Anna Petrozzi e Lorenzo Baldo pubblicato sull’aggiornatissimo sito Antimafia2000, la SIM fantasma con il numero del caro Franco, viene data ancora per "mai rinvenuta".

      http://www.antimafiaduemila.com/content/view/24628/78/

      Eh…saperla, la verità, caro Sympatros.

    • Sympatros 22:37 on 7 February 2010 Permalink | Rispondi

      Eppure, a costo di apparire ingenuo, leggendo i verbali, da  un certo momento in poi, ho avuto la sensazione che gli inquirenti non stringessero adeguatamente il teste per capire se esistesse veramente il misterioso Carlo e quale fosse la sua identità.

      E mi chiedevo e continuo a chiedermi: … forse che i magistrati sappiano già chi sia? E tra l’altro mi sembra che negli ultimi interrogatori i magistrati non chiedano più conto della sim e, quando parlano del signor Carlo, lo danno come una presenza scontata e pacifica. Impressioni.. solo impressioni.

    • enrix007 23:35 on 7 February 2010 Permalink | Rispondi

      Ehi, impressionato, hai forse trovato anche solo un punto, uno solamente, dove gli interroganti non danno per scontatamente vero quanto detto da Ciancimino junior, ma lo fanno cadere in contraddizione come farei io con lui per metterne alla prova la sincerità?

    • Sympatros 08:33 on 8 February 2010 Permalink | Rispondi

      Uelà, assicurato, c’è una cosa che mi chiedo, che non mi tormenta, ma m’incuriosisce: come fai ad essere così sicuro che gli inquirenti siano complici del giovane Ciancimino e gli lascino dire tutto ciò che vuole, non mettendone in evidenza le contraddizioni? Ma son proprio tonti ‘sti magistrati, che se ne faranno di un testimone che racconta balle, se poi verrà sottoposto ad un controinterrogatorio da parte della difesa, che sarà agguerrita e stringente almeno quanto te? Che se ne faranno? Sono autolesionisti? Gli piacciono le figure barbine?
      Sì, l’atmosfera degli interrogatori è permissiva, si tratta sempre di un teste che collabora, ma ci sono i momenti in cui lo costringono al chiarimento, più di una volta Ciancimino s’interrompe, per consultarsi con gli avvocati e in qualche occasione arriva pure a piangere. Pianto del coccodrillo? I punti vista,,,, i punti di vista, a cui noi umani siamo condannati!! Io vedo dei normali magistrati che cercano di fare il loro mestiere, sforzandosi di farlo con professionalità…. e tu invece ci vedi altro. E che ci vuoi fa’ … che ci vuoi fa’, c’est la vie!!

    • enrix007 08:47 on 8 February 2010 Permalink | Rispondi

      Allora se vedi tanta professionalità nel fatto che danno come presenza scontata quella del Sig. Franco, vuol dire che ritieni che sappiano già chi è.
      Speriamo che sia così.

      Perchè dare per scontata quella presenza negli interrogatori senza ancor  aver scoperto traccia vivente di quella persona, non è molto professionale, anzi, si rischia di aiutare il teste a costruire le favole, se questo fosse un bugiardo anzichè un collaboratore genuino..

    • Sympatros 08:51 on 8 February 2010 Permalink | Rispondi

      Sì, sono propenso a crederlo…..

    • enrix007 09:40 on 8 February 2010 Permalink | Rispondi

      E’ la fede che sorregge l’uomo.

    • anonimo 10:53 on 8 February 2010 Permalink | Rispondi

      Enrix, toglimi una curiosità.
      Ieri rispondendo al sig. Piazzini, chiedendogli lumi su cosa intendeva per "stato", tra le tante hai citato "I comandi della Folgore".
      Sarà mica che sei passato per la Smipar anche tu?

      Anton

    • anonimo 11:07 on 8 February 2010 Permalink | Rispondi

      Ancora una cosa Enrix.

      Ingroia per ben due volte chiese l’archiviazione nel primo processo contro Mori e De Caprio e il GIP non la concesse.
      Lo stesso Ingroia dichiarò che sarebbe stato ridicolo se sui avesse dovuto sostenere un’accusa in cui non credeva.
      Certo, quando poi fu costretto a sostenerte l’accusa fece dichiarazioni in senso opposto, ma questo è formalmente comprensibile. Era tanto convinto che alla fine chiese lui stesso l’assoluzione.

      Cosa è cambiato in questo nuovo processo? I capi di imputazione sono diversi? Secondo tè adesso Ingroia ha cambiato idea, si è convinto cioè che il Ros è colpevole, oppure stà semplicemente recitando un ruolo impostogli?

      Anton

    • anonimo 15:31 on 8 February 2010 Permalink | Rispondi

      Grandissimo il coniglio.
      Complimenti!

      Luigi

    • grilloz 21:58 on 8 February 2010 Permalink | Rispondi

      ed ecco la famosa lettera:
      http://www.lastampa.it/multimedia/multimedia.asp?p=1&pm=&IDmsezione=9&IDalbum=24023&tipo=FOTOGALLERY#mpos
      (che io, fossi stato Ciancimino, avrei battuto a macchina)
      sarà originale come il papello?

    • grilloz 22:32 on 8 February 2010 Permalink | Rispondi

      e un’altra domanda sorge spontanea:
      ma se Provenzano comunicava direttamente con dell’Utri (che, secondo le parole dello junior aveva sostituito il padre nella famosa trattativa) che bisogno aveva di usare Ciancimino come tramite per recapitare una lettera a Berlusconi?

    • enrix007 23:43 on 8 February 2010 Permalink | Rispondi

      Ti correggo Grilloz: che bisogno aveva di darla a Lipari, perchè la desse a Junior, perchè la desse a Senior, perchè la desse a "Franco", perchè la desse a Dell’Utri, perchè la desse a Berlusconi.
      E non un messaggio di auguri, ma una lettera messa in una busta aperta (non incollata), indirizzata proprio a dell’Utri (con tanto di destinatario in testa) e contenente un tentativo di estorsione con minacce aggravate: o ci dai uno spazio in TV, o ti accoppiamo il figlio. Così, tanto per.

      Ed ora, tanto per, giustappunto, restare in argomento, riprendo a vedere il secondo tempo del film di Mr Bean che ho interrotto poco fa.

    • Sympatros 10:04 on 10 February 2010 Permalink | Rispondi

      Enrix, preso d sacro furore contro la mafia, la menzogna, la denigrazione dei benemeriti servitori dello stato, non utlizza soltanto le parole, le ricerche e i ragionamenti, ma va oltre… l’attacco a Ciancimino junior è totale… con tutte le armi.. con la grafica, coniglio, foto di una persona insignificante… utilizza persino il giudizio che il Ciancimino senior ha nei confronti del figlio… un buono a nulla.
      Forse lo zelo, anche se dettato da buoni intenti, va oltre il segno. Gli aspetti parodici e ironici nei confronti di Ciancimino, nei confronti della sua figura e della sua icona fisico-morale, finiscono per dare un punto a favore al Ciancimino.

      Un’attenuante er Massimino ce l’ha, ma vi immaginate cosa abbia significato per lui la presenza di un genitore, di un padre prepotente, invasivo, mafioso, che lo teneva legato ad un catena, che gli permetteva di girare per casa, ma non di uscire di casa? Vi immaginate avere a che fare con un padre che vedeva in lui una sorta di figlio degenere che non aveva né le fisique du role né la tempra del mafioso? Massimo Ciancimino, secondo me, ha più di un’attenuante…. attenuante certo che non giustifica eventuali reati da lui commessi.

      Enrix, mettere alla berlina lo junior, riportando i giudizi negativi che il padre aveva nei suoi confronti e parodiarne l’aspetto fisico, la vedo come un punto a favore di CIancimino ed un tuo autogloal!

    • Sympatros 10:05 on 10 February 2010 Permalink | Rispondi

      L’autonomia della magistratura

      Se la magistratura fosse politicamente schierata a sinistra e politicizzata contro Berlusconi, avrebbe senz’altro fatto a meno ed evitato di raccogliere le testimonianze di Spatuzza e di Ciancimino junior…. se non ci sono riscontri reali a ciò che questi testimoni vanno dicendo… finiscono col fare il gioco di Berlusconi stesso e quindi non farebbero gli interessi dell’ipotetica parte politica per cui tifano.

      La magistratura si sta dimostrando sostanzialmente autonoma…. non possono non acquisire testimonianze del genere… sta alla magistratura giudicante e anche all’opinione pubblica stabilire cosa farne di testimonianze di questo tipo. Se alla maggioranza degli italiani va bene avere un Presidente del Consiglio su cui si dicono queste cose e su cui gravano questi sospetti….. la maggioranza, anche se potenzialmente rimbambita, in democrazia, ha comunque ragione.

    • enrix007 10:20 on 10 February 2010 Permalink | Rispondi

      Sympatros, quello non è un coniglio comune: è il leprotto bisestile di Alice nel paese delle meraviglie. Un personaggio con ben note e ben precise caratteristiche comportamentali che ho voluto richiamare non solo per similitudine grafica.

      Affermazioni del tipo "Come avete notato, all’inizio ho addirittura detto che era grafia di mio padre, avendo ovviamente la certezza, che non era assolutamente grafia di mio padre", paiono tratte direttamente dal libro di Carrol, e pertanto legittimano la mia scelta.

      Inoltre si, io immagino cosa voglia dire avere a che fare con quel genitore, ma immagino anche, allo stesso tempo, cosa voglia dire avere a che fare con un patrimonio di 60 milioni di euro lasciati dallo stesso genitore, che chiunque a questo mondo farebbe carte false (è un modo di dire, naturalmente) per recuperare.

      Interessante poi il ragionamento che hai fatto sulla magistratura.

      Applicasti lo stesso ragionamento con Tarantino e la commissione Telekom quando dava corda ad Igor Marini, Sympatros?

    • Sympatros 10:33 on 10 February 2010 Permalink | Rispondi

      Aspettiamo, Enrix, aspettiamo…. e vediamo se anche il Massimo.. come l’Igor accompagnerà in Svizzera i magistrati alla ricerca di riscontri e poi darò il mio giudizio.

    • Sympatros 10:39 on 10 February 2010 Permalink | Rispondi

      Ma poi, Enrix, Tarantino era in veste di Presidente di una commisione parlamentare, roba politica, in Parlamento c’è il potere legislativo e non giudiziario. i politici non sono tenuti all’osservanza dell’atarassia e autonomia di giudizio come i magistrati…. anche se svolgevano un’inchiesta, sempre nel parlamento siamo, sempre politici sono!

    • enrix007 11:01 on 10 February 2010 Permalink | Rispondi

      A parte il fatto che il PM rappresenta in diritto "parte", non sottoposta a vincoli di imparzialità, e quindi con l’atarassia non c’entra nulla, TU nel messaggio precedente ti sei lanciato a delineareun profilo logico che considerava l’eventualità di una magistratura "politicamente schierata".

      Quindi il confronto che ho fatto era legittimato da te stesso.

      Quindi cerca di non fare bailamme lanciando la pietra e nascondendo la mano, con messaggi tipo il 21, perchè sai che questo tipo di comportamento mi rende nervoso e c’ho il cancellino facile.

      Infine se tu vuoi aspettare aspetta pure. Forse non ti stai rendendo conto che lo Junior non fa in tempo a sventolare un foglio di carta che dopo un minuto è già pubblicato dai giornali (quindi scansionato prima che lo tirasse fuori in tribunale).
      E secondo te io dovrei aspettare il giudizio di una corte per esprimere un parere su un documento pubblicato da un giornale?

      Guarda che qui non siamo a Mosca nel 1967, ma in Italia nel 2010.

    • Sympatros 14:51 on 10 February 2010 Permalink | Rispondi

      Bailamme.. quale bailamme? Tarantino non sono stato io a tirarlo in ballo.

      """non sottoposta a vincoli di imparzialità"""

      I PM sono una parte e rappresentano una parte, ma dentro il processo. Per quanto riguarda la politica sono tenuti ad apparire ed essere imparziali.

    • anonimo 16:13 on 10 February 2010 Permalink | Rispondi

      Scusate per la piccolezza: Trantino, non Tarantino.

    • enrix007 20:17 on 10 February 2010 Permalink | Rispondi

      si, vero, Trantino.

    • anonimo 13:11 on 11 February 2010 Permalink | Rispondi

      Probabilmente l’ha gia’ letto per farsi quattro risate, ma le segnalo comunque l’ultimo sproloquio di Marco Travaglio dalla sua tribuna in rete:

      http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/2010/02/08/la_diretta_con_marco_travaglio.html

      A presto e complimenti come sempre

      Luigi

    • enrix007 14:15 on 11 February 2010 Permalink | Rispondi

      Si l’ho sentito e l’ho letto. Con questo entra nel guinness alla voce "giornalista cazzaro". Riesce a concentrare una dozzina di bugie, di falsità, in una decina di righe, meno di 5 min. di monologo.
      A me non ha fatto ridere, ha dato la nausea.

    • anonimo 19:14 on 11 February 2010 Permalink | Rispondi

      Si può sapere quali sono queste dodici balle dell’ultimo Passaparola?

      Moritz

    • enrix007 02:08 on 12 February 2010 Permalink | Rispondi

      Si, si può sapere, ma fra un paio di giorni. Questa sera, facciamo bricolage.

  • Avatar di enrix

    enrix 10:21 on 27 January 2010 Permalink | Rispondi
    Tags: , , , , carlo alberto dalla chiesa, fabio repici, , , , , sonia alfano, totò riina   

    Nel nome dell'antimafia 

    Nel nome dell’antimafia.

    di Angelo Jannone

    Non smetto mai di stupirmi di fronte ai sillogismi perversi che tempestano il web. Già, il bello del web. Ognuno può dire la sua. E così si può conoscere l’Italia e capire il perché di alcune componenti politiche. Sono solo l’espressione di quello che c’è. E possiamo ben dire "abbiamo l’Italia che ci meritiamo".
    Dopo le stragi siciliane dei giudici Falcone e Borsellino, la Sicilia è stata pervasa da un furente moto sociale. La società civile esasperata dal superamento della soglia di tolleranza, ha reagito in maniera coraggiosa contro la mafia.
    E molti hanno trovato nel moto dell’Antimafia un loro spazio, un loro ruolo, hanno potuto giustificare la propria esistenza, finalmente.
    Quando sono tornato a Palermo dopo qualche anno, nel dicembre 2000, in occasione della Convenzione ONU sul Crimine Transnazionale, ho visto una città diversa, caratterizzato da uno strano folclorismo: il folclorismo dell’Antimafia.
    Feste, convegni, seminari, organizzati a latere della Convenzione, da miriadi di sigle ed associazioni sorte in nome della lotta alla mafia.
    Eppoi gli uffici semivuoti della Procura, perchè in questa grande orgia dell’antimafia i magistrati erano variamente impegnati nel prendere la parola in questo o in quell’altro convegno. Insomma un antimafia a tavolino.
    E negli interventi, alzavano la voce, si dimenavano, contro la mafia, contro le collusioni politiche, contro i servizi deviati, insomma l’importante era avere un nemico. E poi tutti mangiavano e bevevano, con camerieri che servivano da mangiare e da bere.
    E poi anche gran mangiate di pesce a Mondello.
    Si passava da un convegno all’altro, come a fine anno si passa da una festa all’altra.
    E frattanto i delegati di tutto il mondo, passeggiavano e visitavano Palermo.
    All’epoca io comandavo il Reparto Analisi del ROS Centrale ed avevo suscitato la delusione di alcuni CosaNostracentrici, in quanto segnalavo, ancora inascoltato, le nuove minacce, quelle delle mafie multietniche.
    Da quegli anni, sono oramai 10, una serie di personaggi ben collegati tra di loro, cavalcando la scia della lotta alla Mafia, hanno girato l’Italia, come fenomeni da baraccone, facendo la lista dei buoni e dei cattivi, secondo logiche molto discutibili ma che hanno dalla loro il dono empatico della suggestività, facendo leva sul desiderio giacobino mai sopito di una piccola fetta del popolo italiano.
    Ma veniamo a ciò che mi ha sorpreso questa volta. Un convegno, l’ennesimo, organizzato dall’europarlamentare di pietrista, Sonia Alfano, a Palermo, dal titolo suggestivo ed evocativo L’alba di una nuova Resistenza svoltosi il 12 dicembre 2009. L’Avvocato Fabio Repici è intervenuto come relatore.
    E come la resistenza partigiana, in nome dell’Antifascismo ha saccheggiato, violentato, depredato, coperta dalla storia, qui il rischio sempre immanente, a volte già reale è che chi confonde il contrasto alla Mafia o alle mafie, con una nuova resistenza, in nome dell’Antimafia violenti le coscienze altrui, depredandone la reputazione ed alterando la storia.
    E ciò che fa, tra gli altri, l’avvocato REPICI, che pur esordisce reclamando la disinformazione diffusa e definendosi ironicamente difensore di pericolosi incensurati, mentre non si preoccupa affatto di diffamarne altri di incensurati.
    Mori, De Donno, Obinu, Subranni, entrano tutti nel suo mirino, con una concatenazione artefatta di eventi, fatta, con il tipico stile del “guarda caso” o “chissa perché”.
    Allora Le mutuo un po’ il linguaggio, avvocato REPICI per dire “guarda caso” al Convegno vi era tra i relatori anche Peter Gomez, giornalista de “IL FATTO”.
    Di lui avevo cercato oltre che di Travaglio, all’indomani dell’uscita di un anticipazione del libro di Genchi.
    Avevo spiegato chi fossi e perché chiamavo. Niente. Non mi è stato concesso di parlare con nessuno.
    Eppure qualche giorno dopo Gomez firmava un articolo con il quale citava passaggi di una mia dichiarazione ai Pubblici Ministeri (non utilizzabile), senza avvertire il bisogno, che un giornalista scrupoloso dovrebbe avvertire, di sentire prima il diretto interessato. Si preoccupava invece di difendere il suo vecchio capo all’Espresso, nonché mio vecchio capo in Telecom Brasile, Paolo Dal Pino.
    E parliamo di disinformazione o di carente informazione?
    E con queste premesse che REPICI si esprime in termini inqualificabili nei confronti del ROS, paragonato al UAARR della seconda Repubblica, corpo deviato, dopo aver definito il primo coinvolto in qualche modo nella strage di Piazza Fontana. “L’ UAARR nella seconda Repubblica si chiamava ROS, Raggruppamento Operativo Speciale, il corpo deviato della seconda Repubblica. Il Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, fondato nel 1990, alla cui guida, fin dall’inizio, ci fu il generale Subranni.E quindi il difensore di “pericolosi incensurati”, attacca non solo altri pericolosi incensurati, ma addirittura i loro figli “Il Generale Subranni non è un nome della preistoria di questo paese, perché, è vero che è in pensione, però, vedete, quel ministro della Repubblica Angelino Alfano, oggi tante volte ricordato, ha una portavoce. Parla con la voce di tale Danila Subranni che del generale Subranni è la figlia.”
    Che brutto guaio questo! E che grave peccato!
    Ovviamente non poteva mancare la solita trattativa con lo Stato per ricordare che il Generale Subranni era comandante del ROS dell’epoca.
    E tra i relatori al Convegno anche il senatore Beppe Lumia, che addirittura del caso ne ha fatto oggetto di un interpellanza parlamentare.
    E poi via, raffiche di sproloqui, di sintesi ad effetto, sul Generale Ganzer, non poteva mancare anche lui.
    Certo, ha ragione quando afferma che nessun politico mai ha pensato di rimuoverlo dal Comando del ROS, così come nessun politico avrebbe mai pensato di rimuovere il prefetto De Gennaro dal suo delicatissimo incarico nonostante indagato a Genova per fatti del G8.
    Ma questo dovrebbe far riflettere su quanta credibilità abbiano certe indagini della magistratura infarcite spesso delle stesse impostazioni da Nuova Resistenza.
    Ma il REPICI supera ogni attesa quando afferma, ormai nella sbornia convegnistica:
    Altro personaggio – qui rasentiamo il cabaret – che ha contraddistinto il ROS nella seconda Repubblica, è un personaggio che avrebbe un nome e un cognome, che però, come nei fumetti, si fa chiamare per pseudonimo. Ora, ci sono stati esimi esempi di ufficiali nobili ed integerrimi nella storia dell’arma dei carabinieri: Carlo Alberto Dalla Chiesa, il Capitano D’Aleo, il Capitano Basile. Ma voi ve lo immaginereste uno di questi personaggi che si fosse fatto chiamare con uno pseudonimo? Gli avrebbero riso in faccia. Non lo fecero. C’è invece un personaggio, che in teoria all’anagrafe si chiama Sergio De Caprio, che però è conosciuto con lo pseudonimo di Capitano Ultimo perché si sente evidentemente un personaggio dei fumetti. E’ un altro dei responsabili della mancata perquisizione al covo di Riina ed è uno dei personaggi – è un poveretto da come si propone – sui quali è però più difficile parlare, perché appena si cerca di mettere il dito sulle gravissime pecche di quell’ufficiale, ci sono personaggi, anche dell’antimafia ufficiale, che subito saltano in piedi e gridano allo scandalo. Perdonatemi, ma, con i personaggi da fumetti, investigazioni serie non se ne fanno e la storia del ROS è la prova di questo.
    Apprendiamo così che vi è anche un Antimafia Ufficiale contrapposta all’Antimafia Ufficiosa, quella della Resistenza .
    Quella che qui con il REPICI fa proprio un bel regalo a Cosa Nostra.
    Ricordo che l’allora capitano Ultimo- è conclamato processualmente – è stato condannato a morte proprio da Bernardo Provenzano, all’indomani dell’arresto di RIINA, ritenuto responsabile di aver umiliato “u curtu” posandolo e facendolo fotografare sotto la foto del Gen. Dalla Chiesa.
    E per qualche hanno, De Caprio, ha girato non in comode auto blindate, ma nel retro di un furgone come bestie, per sfuggire alle attenzioni di Cosa Nostra. Ed il generale Subranni, Mori e Obinu “tutti favoreggiatori di Provenzano” , secondo REPICI, ne era a ben conoscenza.
    Ricordo anche al REPICI che gli pseudonimi come li chiama lui, sono stati introdotti nella struttura anticrimine dell’Arma proprio dal Generale Dalla Chiesa, e non sono una scelta individuale, ma obbligatori, per ragioni di sicurezza. (Se non lo comprende glielo spiego in altra occasione)
    Ed è vergognoso che il REPICI si spinga a definire “porcate” le vicende del ROS, “ A proposito delle porcate del ROS, io vi segnalo questo che voi ancora non avete mai letto. Nell’anno 1993 Benedetto Santapaola era latitante a Terme Vigliatore. Era intercettato dal ROS con intercettazioni ambientali, i militari del ROS lo ascoltavano, veniva fatto anche il nome di Benedetto Santapaola, sapevano dov’era, avevano il nome, il cognome, l’indirizzo e nessuno è andato a prenderlo. Ancora nessuno è stato messo sotto processo per quella gravissima condotta.”
    REPICI non sa che su quell’episodio vi fu ampio chiarimento. Vi furono incidenti stradali durante il tentativo di catturare Santapaola.
    Cose che accadono quando si lavora.
    Ma veniamo alla conclusione di REPICI “Non è un caso, per altro, che i supporter di quegli ufficiali del ROS, di questi tempi, sono gli stessi supporter di Bruno Contrada, o gli stessi supporter dei servizi deviati.
    Ebbene si, caro REPICI. Ha ragione, non è un caso. Perché in realtà sono le persone come Lei che stanno spaccando in due l’Italia. Da una parte chi difende persone che hanno una storia di vero servizio per lo Stato e per la gente, con tutti gli umani errori di chi lavora sul serio, sacrificando la famiglia, rischiando la vita, saltando le notti, le domeniche e le feste e masticando polvere. Dall’altra chi, per fini politici legati al vecchio, atavico vizio di non accettare il metodo democratico, ma di pensare a rivoluzioni e resistenza, non esita ad immolare all’altare di una pseudo giustizia i primi, purché ciò sia utile a sostenere suggestivi teoremi, IN NOME DELL’ANTIMAFIA.
    *******

    * Su Facebook il fan’s club di Angelo Jannone a questo link:
    http://www.facebook.com/inbox/?tid=1191572478558#/pages/Angelo-Jannone/228461479037?ref=ts

     
    • poliscor 11:53 on 27 January 2010 Permalink | Rispondi

      Grazie, enrix.

    • Sympatros 17:03 on 27 January 2010 Permalink | Rispondi

      E la mafia sta a guardare…. divertita però…. ed è un bel divertimento godersi lo spettacolo, lo spettacolo gratuito dei detrattori critici, ironici e sdegnati dell’Antimafia…. l’antimafia modaiola…. fra i due litiganti il terzo gode… ma secondo voi dove si può nascondere e mimetizzare la mafia, nell’antimafia, nei detrattori dell’antimafia o in tutte e due?

      Sympatros

    • anonimo 17:49 on 27 January 2010 Permalink | Rispondi

      Caro Sympa se dire la verità significa essere detrattori dell’antimafia .. cosi’ sia. Accusare,  chi dopo aver scartabellato ogni carta, spiega i reali fatti come sembrano essere andati (seguendo quanto dicono i documenti ufficiali), di essere complice della Mafia, lo reputo gravissimo, anches eposto solo come presunto interrogativo.

      Si spera che nel tempo i Travaglio, i Barbaceto, i Gomez, tutti i magistrati che si stanno occupando di questi fatti, facciano giustizia e ci spieghino il perchè di tutte queste contraddizioni.

      Io, penso anche i vari Enrix, e tanti altri saremmo felicissimi, visto che qui la battaglia non è contro nessuno in particolare, si tratta esclusivamente DI FAR TRIONFARE LA VERITA’ DOVUNQUE QUESTA CI PORTI.

      Non ho mai capito se ci sei o ci fai, fatto sta che quando la verità sembra andare verso una direzione ECCO USCIRE SYMPRA/ERUZ , a volte mi sembri in buona fede altre e meglio che non lo scrivo ….. cmq è poco importante capire cosa sei e cosa vuoi, semplicemente è curioso che spunti sempre fuori in queste situazioni.

      Gianluca

    • anonimo 18:16 on 27 January 2010 Permalink | Rispondi

      Complimenti per il blog.
      Sosteniamo con serietà di giudizio e con tenacia, la vacuità di certi giustizialisti dell’ultima ora.
      Angelo Jannone

    • Sympatros 18:50 on 27 January 2010 Permalink | Rispondi

      E’ veramente comico, direbbe il Baffino perdente di D’Alema, Gianluca mi vedeva come fumo nell’occhio nel sito di Guzzanti e si è pure adoperato, anche con dispendio di energia, a che io venissi espulso… adesso mi insegue negli altri siti e vuol dialogare con me.. è comica caro Gianluca, mi sei pure simpatico, ma ti ho detto che tu spesso non decodifichi molto bene i miei post. Non fa niente va. Non mi metterò a discutere con te su questo blog…. dove i documenti la fanno da padrone ed io non ho voglia di affaticarmi a leggere tanti a tali documenti… legiucchio qualcosa e poi faccio delle riflessioni… questo è il senso dei miei interventi, non altro.

      Salutami il Senatore, che ringrazio per avermi fatto passare, nel suo blog, momenti interessanti, seri e sicuramente divertenti.

      Sympatros

    • anonimo 21:15 on 27 January 2010 Permalink | Rispondi

      Caro Sympra io non inseguo nessuno. Ti ho più volte spiegato che mi sembrava corretto mandare via chi non rispettava le regole, e tu le trasgredivi sistematicamente. Guzzanti non ci sentiva da quell’orecchio ed ha aspettato che lo esasperassi per mandarti via. Da liberale qual’è non voleva censurare, ma avendo fatto un regolamento che tu puntualmente violavi lo hai costretto.

      E’ tutto più semplice di quel che sembra, bastava che da parte tua ci fosse un comportamento consono e stavi ancora in Rivoluzione Italiana. Riguardo quello che hai scritto ora ti chiedo solo una cosa, chiamiamolo consiglio, se vuoi scrivere e commentare non leggiucchiare qualcosa e poi rifletti, leggi tutto quello che Enrix ti mette a disosizione e poi dicci tutto quello che vuoi.

      Poi naturalmente fai come preferisci ma di certo è antipatico dialogare e confrontarsi con chi AMMETTE CHE SI INFORMA SOLO PARZIALMENTE.

      Gianluca

      P.S. Giuro a volte non riesco proprio a comprenderti.

    • enrix007 00:34 on 28 January 2010 Permalink | Rispondi

      Momento, prego.

      No Sympatros, niente giochino delle tre carte o suoi succedanei coi bicchierini o coi campanellini.
      Qui non ci sono due litiganti, e la mafia che gode e sta a guardare, perchè il terzo è tutt’uno con uno dei due litiganti.
      C’è un’alleanza di cervelli che muove accuse infamanti contro i carabinieri che arrestarono Riina, che li vuole vedere puniti, sostenendo che furono alleati con Provenzano.
      Allora qui la mafia non è fuori che guarda, Sympatros, chiaro?
      E’ parte attiva,non facciamo i furbi,
      Delle due, una: o ha mosso il ROS, o muove i suoi detrattori. La mafia.
      Non è che tribunali, pentiti , giornalisti, parenti stretti si son mossi tutti insieme perchè è scoppiata tipo una moda delle figurine.
      Per questo io vado a caccia della menzogna. Basta snidare quella, e la verità prende forma per contrasto e chiaroscuro.
      Io quando faccio a pugni con un manoscritto apocrifo, dall’altra parte il mio antagonista non è un semplice appassionato di enigmi e cruciverba, o un falsario per hobby. Mi sono spiegato Sympatros?

      Ora, Sympatros…perchè io ti sto per bannare esattamente come ha fatto Guzzanti?
      Non perchè hai scritto il messaggio n°2, ma perchè ho come una vaga sensazione che tu lo abbia scritto nella perfetta lucida consapevolezza che le cose stanno come le ho scritte io qui sopra, e che tu abbia invece voluto fare il trucchetto dei tre bicchierini pensando che questo blog sia come il tavolino nel vicolo a fianco di Roma Termini.
      Nossignore. Qui non è la stazione, è casa mia, come ti ho già detto.

      Niente cortine fumogene. Niente giochino delle tre carte.

      Chi oggi colpisce il ROS e chi ieri e/o l’altro ieri è stato colpito dal ROS, è una carta sola. Intendiamoci bene, non sto parlando della maggioranza sprovveduta, quei poveracci che scendono in piazza a manifestare contro la mafia convinti che chi ha arrestato il capo dei capi lo abbia fatto in virtù di un accordo con altri mafiosi, ma dei burattinai, sto parlando.

      Comunque prendila come un’ammonizione seria, nel caso si ripeta, ecc..ecc.

    • Sympatros 08:51 on 28 January 2010 Permalink | Rispondi

      Io non reputo dei "poveracci" coloro che manifestano contro la mafia e poi non ho capito, secondo quale logica, la mafia non si possa nascondere in tutte e due o in nessuno dei due.

      "<i> Il terzo è tutt’uno con uno dei due litiganti</i>"

      Tu stai snidando la mafia nella cosiddetta antimafia e.. ne sei sicuro.

      Ti lascio alle tue sicurezze. Io resto con i miei dubbi e siccome  non è piacevole stare con la mannaia dell’ammonizione sul collo, lascerò tranquillo il tuo blog. Ciao Enrix.

    • anonimo 01:07 on 1 February 2010 Permalink | Rispondi

      Caro Sympatros,
      scusa se mi inserisco in questo vostro scambio  di pareri.
      I punti di vista sono tutti leggittimi, purchè non offensivi. Capisco che anche la definizione di ciò che possa essere "offensivo" è cosa non agevole, come può sembrare.
      Ma certamente qui in discussione non è in generele il leggittimo quanto lodevole dissenso contro la Mafia, ma il senso della verità. E qui permettimi di essere d’accordo con Enrix che, aldilà dei toni a volte forti, sta svolgendo il compito egregio di far vedere l’altra faccia dei fatti ed in maniera documentata.
      Non si può fare dell’Antimafia, con le stesse metodologie con cui si esprime l’"agire mafioso". Ossia con un "vincolo associativo" fatto di magistrati, giornalisti ed intellettuali, pronti a distruggere o ad oscurare chi non la pensa allo stesso modo, tanto da indurre al silenzio voci fuori coro, per l"’intimidazione" che deriva dal timore di essere additati come amico degli amici, solo perchè si ha  un approccio diverso ai fatti.
      O solo perchè passare sul tuo cadavere è utile per sostenere delle teorie che alla fine portano ad un nemico politico. 
      Questo è il punto vero. Mori e Obinu, tanto per fare degli esempi, hanno scelto, con la loro cultura istituzionale, di tacere mediaticamente e di difendersi nel processo. Allora le armi sono impari. perchè il processo mediatico nei loro confronti è già stato consumato, da un uomo da spettacolo come Ciancimino Massimo, ad esempio, e non solo.
      Riflettiamo su questo.
      Angelo Jannone
      p.s. ma che significa "bannare"

    • anonimo 02:18 on 1 February 2010 Permalink | Rispondi

      Caro Angelo non la conosco ma le dico subito che approvo i suoi ragionamenti riguardo l’antimafia all’Italiana.

      Approfitto della sua presenza su questo blog per chiederle alcune cose. Ho scoperto per la prima volta il suo nome accentrando l’attenzione su di lei pochi giorni fa leggendo il libro di Montolli "Il caso Genchi". Si parla di lei e del fatto che l’ha vista protagonista, l’inchiesta su Telecom Brasile

      Nel libro a pagina 328 trovo scritto che quanto riportato su Wikipedia non è affatto vero. Lei non è vittima di un complotto  ed i fatti non sono come spiegati su Wiki e come lei li descrive nel suo blog. Montolli spiega che lei ha evitato la galera proprio per aver confessato le proprie responsabilità.

      Il gip di Milano Giuseppe Gennari scrive che non la mandava in galera per la sua collaborazione, collaborazione che la portava a cambiare versione ed alla fine a dichiarare "Ho ceduto invece alla proposta di attacchi informatici perchè pensavo di rendermi in qualche modo utile, vista la mia situazione. Mi rivolsi a GHIONI chiedendogli se poteva mettermi in contatto con qualche Kacker per fare un lavoro di questo genere." (Tutto scritto nell’ordinanza di applicazione di misura cautelare e personale del gip del tribunale civile e penale di MIlano Giuseppe Gennari, del 25 ottobre 2007).

      Affermazioni che su Wikipedia sarebbero riportate al contario. Ho controllato ed effettivamente è così.

      Visto che è il diretto interessato riguardo questo specifico fatto, come sono andate veramente le cose? Le sarò grato se potrà dare un contributo alla verità.

      Gianluca

    • enrix007 16:11 on 1 February 2010 Permalink | Rispondi

      Ringrazio Angelo Jannone per il suo ottimo intervento.

      Nota tecnica: "bannare" significa inserire un filtro, in questo caso dello splinder , che impedisca ad un determinato PC, identificato dall’IP e dai coockies, di accedere ai commenti. 

    • anonimo 21:05 on 1 February 2010 Permalink | Rispondi

      Caro Enrix,
      non ti saranno certo sfuggite la dichiarazioni odierne di Massimino:

      http://www.repubblica.it/cronaca/2010/02/01/news/ciancimino_depone-2151180

      e la replica di Ghedini:

      http://www.apcom.net/newspolitica/20100201_184059_532fa2e_81838.html

      Nei giorni scorsi, mi stavo giusto chiedendo quando sarebbe arrivato un riferimento ai soldi di Berlusconi ed eccomi accontentato.
      Un  dichiarante così, "informato" a 360 gradi su tutti i misteri d’Italia  non si era ancora visto.

      anton

    • anonimo 17:01 on 3 February 2010 Permalink | Rispondi

      […]Le ultime rivelazioni di Ciancimino stanno facendo tremare i vetri dei Palazzi: quando Toto’ Riina fu “venduto” allo Stato da ‘o binnu, la condizione era che il covo di via Bernini non fosse perquisito. Perche’ quel “salvacondotto” che aveva garantito la latitanza di Toto’ ‘u curtu doveva passare direttamente nelle mani di Provenzano. Cosa c’era in quel famoso archivio che – dice Massimo Ciancimino – se venisse alla luce ora potrebbe far saltare il Paese? E dove e’ ora?
      Le domande si rincorrono. Ma l’unica, vera risposta sul punto l’aveva data involontariamente proprio il carabiniere che quel covo lo lascio’ incustodito: lui, il Capitano Ultimo Sergio De Caprio, agli ordini del generale Mori.

      I MORI E GLI ULTIMI
      Torna cosi’ in primo piano quanto la Voce aveva rivelato in esclusiva per la prima volta a maggio del 2005. E’ il 20 febbraio 2003. Dinanzi al giudice Gaetano Brusa, chiamato a pronunciarsi sulle presunte diffamazioni a De Caprio contenute nel libro di Attilio Bolzoni e Saverio Lodato “C’era una volta la mafia”, lo stesso Capitano Ultimo spiega le ragioni del suo risentimento: «leggendo il libro viene presentata in maniera sistematica la presenza di accordi illeciti tra Carabinieri e grandissimi personaggi mafiosi come Bernardo Provenzano, che e’ ancora latitante; attraverso questi accordi si sarebbe sviluppata tutta una serie di dinamiche che avrebbero consentito l’arresto di Riina, che ho operato io personalmente (…) si dice chiaramente che non e’ stato voluto perquisire il covo di Riina perche’ c’era un fantoma… un archivio, viene introdotta la presenza di un archivio di Riina, che e’ un fatto gravissimo perche’ a me non risulta da nessuna parte, l’esistenza di questo archivio e praticamente la … il patto e’: Riina e’ stato preso per strada perche’ in cambio gli hanno dato la possibilita’ di nascondere questo archivio, che l’avrebbe preso Provenzano per poter ricattare 3000 perso… ah, grosse personalita’». Ma «nel libro di Bolzoni – confermo’ alla Voce Caterina Malavenda, difensore dei due giornalisti – non si parlava di dossier e non si precisava alcun numero». Dalla viva voce del Capitano Ultimo, insomma, oggi sappiamo che quei nomi erano tremila. E che Massimo Ciancimino, almeno su quel punto, sta dicendo la verita’.
      Dopo essersi scagliato con violente invettive contro i giornalisti della Voce, “rei” di aver rivelato quel suo “lapsus”, quella “excusatio non petita”, oggi Ultimo torna in campo. Lo ha fatto alla grande, organizzando un’imponente manifestazione a Palermo per celebrare la Crimor, l’unita’ militare combattente del Ros cui aveva dato vita dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio e che fu disciolta nel ‘97 in seguito alle accuse di favoreggiamento della mafia a carico di De Caprio e Mori (dalle quali furono poi entrambi assolti in primo grado). C’erano proprio tutti: il suo vice Arciere, che fu trasferito alla “Territoriale” di Pinerolo (nel 2008 finito agli arresti domiciliari con l’accusa di concorso in estorsione per la vicenda del tesoro rubato dalla Palazzina di Caccia di Stupinigi), e poi Aspide, Barbaro, Nello, Omar, Vichingo e tutti gli altri. In carne e ossa mancava solo lui, Ultimo, collegato in videoconferenza “per motivi di sicurezza”. Il tuto condito dall’ugola d’oro di Gigi D’Alessio, «condannato il 2 aprile 2008 in primo grado – ricorda polemica la Associazione familiari vittime della mafia – a nove mesi di reclusione per il reato di lesioni aggravate dall’esercizio arbitrario delle proprie ragioni (pena sospesa)».[…]
       

       

      Moritz
      http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=259

  • Avatar di enrix

    enrix 18:30 on 25 January 2010 Permalink | Rispondi
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    Note ed appunti sui verbali di M. Ciancimino – 1 

    Note ed appunti sui verbali di Massimo Ciancimino

    teatrino2 Par. 1

    A pag. 95 del primo verbale, in data 7 aprile 2008, Massimo Ciancimino racconta di come suo padre, avute delle “piantine“, delle mappe, dal Capitano de Donno, le restituì dopo circa una settimana con le annotazioni relative alla presunta ubicazione del covo di Riina.

    CIANCIMINO: Questo me lo raccontò in carcere dopo alla fine, dice: non è difficile catturare RIINA, dopo che gli dico la pianta di dovè, gli segno la zona

    INGROIA: E allora suo padre come lo sapeva?

    CIANCIMINO: Mio padre me le diede io DE DONNO le diede a mio padre le piantine, io le diedi DE DONNO le diede a me, io le diedi a mio padre e mio padre le diede a me e io le diedi a DE DONNO.

    Quindi Vito Ciancimino affidò  nelle fidate mani del figlio “spaccone” (vedi pag. 103 del verbale) le mappe con le annotazioni per individuare il covo di Salvatore Riina (niente niente), perché le passasse a De Donno.

    INGROIA: E cerano annotazioni?

    CIANCIMINO: Sì, annotazioni, sì.

    INGROIA: Quindi allora

    A questo punto Ciancimino gioca d’anticipo sulla domanda che Ingroia sta per riformulare per la seconda volta, fornendo sin da subito una netta risposta: egli invita Ingroia a non domandargli come suo padre potesse essere a conoscenza dell’ubicazione del covo, poiché afferma di non saperlo.

    CIANCIMINO: Non mi chieda se come lo sapeva mio padre non lo so.

    Quindi Massimo Ciancimino, non lo sa, come suo padre aveva potuto indicare la localizzazione del covo sulle piantine. Pertanto chiede di non domandarglielo.

    Ma il magistrato incalza, e qualche secondo dopo domanda:

    INGROIA: io le domando se quello che suo padre indicò era frutto di conoscenza di suo padre o era frutto di  unacquisizione di informazione che suo padre fece

    CIANCIMINO: Di acquisizione di informazioni.

    Quindi lo junior invece lo sapeva, come suo padre aveva potuto indicare la localizzazione del covo sulle piantine: da informazioni acquisite. E non solo, spiega anche come fa a saperlo.

    INGROIA: con altri?

    CIANCIMINO: Di acquisizione di informazioni perché mio padre si è preso 24 ore di tempo.

     

    A questo punto, una volta spiegato e motivato di come suo padre aveva acquisito l’informazione da altri, cosa che dapprima Junior pensava di non sapere,  non resta che da chiarire da chi l’aveva acquisita, e perciò si da il via al ragionamento.

    INGROIA: Se lei sforzandosi riesce a individuare chi può avere incontrato suo padre

    CIANCIMINO: No.

    INGROIA: e potere avergli chiesto informazioni.

    E a questo punto, spunta il nome di Provenzano. Non ancora una certezza, ma solo un nome che lui “pensa dentro di sé”:

    CIANCIMINO: No, io dico che la seconda, la seconda fase proprio è stata fatta cioè non ha voluto escludere, è stata fatta per questo io dentro di me penso che sia stata fatta col, col diciamo col PROVENZANO, perché è stata fatta molto diretta, siccome so, mi ha sempre raccontato e come ho visto, neanche questo soggetto era uno che cera cioè era molto diretto lincontro, telefono, arrivo, non arrivo come ho detto a PANORAMA, questo telefonava: sto venendo cioè se telefonava questo mio padre doveva essere svegliato

    Allora i magistrati insistono perché ricordi meglio:

    DI MATTEO: lei a PANORAMA, credo di non sbagliare nel ricordo

    CIANCIMINO: Prego.

    DI MATTEO: anche se non ce lho qua larticolo, mi pare che affermò pure, comunque le faccio la domanda, che comunque in quel periodo del 92 suo padre ebbe modo di incontrare il PROVENZANO, o no? Cioè le ora sta dicendo: i contatti sono stati molto diretti

    CIANCIMINO: Sì, guardi

    DI MATTEO: Io, io chiedo, ma nel 92

    CIANCIMINO: Sì, sì

    DI MATTEO: o nel periodo

    CIANCIMINO: non so

    DI MATTEO: precedentemente alle stragi, successivamente, a cavallo

    CIANCIMINO: Sa cosè dottore, che non mi veniva più facile ricordare una faccia nuova come quel soggetto, una faccia nuova come il CINA che non uno che mi vedevo dai tempi di quando avevo 7 anni a casa, (Provenzano ndr) cioè

    DI MATTEO: Sì, però signor CIANCIMINO

    CIANCIMINO: Sì, capisco benissimo

    DI MATTEO: poi ovviamente quello è un periodo che anche nella sua memoria sarà rimasto più focalizzato rispetto a quando

     Ed ecco quindi che lo junior, stimolato,  comincia a focalizzare.

    CIANCIMINO: Mi sembra che lha incontrato      

    DI MATTEO: E questo come

    CIANCIMINO: o che abbia detto che aveva intenzione di vederlo, cioè mi sembra di aver capito questo però sa, non riesco a (inc.) glielo potrei man mano

    Quindi ci siamo quasi.  Partiti da una cosa da non chiedergli perché a lui ignota, si è dunque arrivati ad un probabile (…mi sembra…) incontro con Provenzano, od alla probabile intenzione di incontrarlo.

    Ma per il magistrato tanto basta per dar le cose come cotte e mangiate, perché alla domanda successiva procede dando per scontati gli incontri fra Vito Ciancimino e Provenzano:

    DI MATTEO: E anche fino a quando, fino a quando sono hanno avuto luogo questi incontri di suo padre con PROVENZANO?

    E a questo punto, quale interrogato si sentirebbe di contraddire quel PM?

    Abbiamo quindi assistito, in diretta, a come Provenzano sta diventando  un possibile suggeritore dell’ubicazione del covo di Riina  nella lucida deposizione di Massimo Ciancimino, uno dai ricordi e dalle idee chiare. Alla prossima puntata.    (1 – continua)

     
    • anonimo 12:51 on 26 January 2010 Permalink | Rispondi

      Siamo in buone mani……
      Maury

    • anonimo 14:27 on 26 January 2010 Permalink | Rispondi

      Se non ci fossero i verbali scritti pubblici, non crederei ad una riga … PURA FOLLIA.

    • anonimo 21:04 on 28 January 2010 Permalink | Rispondi

      In seguito alle rivelazioni di Massimo Ciancimino sulla presunta consegna di Riina alle forze dell’ordine da parte di Provenzano, ho trovato questo virgolettato, tratto da Repubblica del  5 novembre 2009, attribuito a De Caprio.


      In serata arriva la dura risposta del colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio, il famoso "Capitano Ultimo" che, nel 1993 condusse le indagini che portarono alla cattura di Riina:
      "Ciancimino è uno dei tanti servi di Riina. Infatti è chiaramente falso che il boss sia stato arrestato in seguito alle dichiarazioni di Bernardo Provenzano. Ma la cosa più grave – aggiunge ‘Ultimo’ – è che ci sia qualcuno all’interno delle istituzioni che legittima questo servo di Riina. Questo significa evidentemente che i servi di Riina sono anche all’interno delle Istituzioni e certamente non sono il generale Mori e il capitano De Donno: forse sono gli stessi che hanno isolato e delegittimato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino".

      Anton Egger

    • anonimo 20:50 on 6 February 2010 Permalink | Rispondi

      Posso sapere dove hai preso i verbali? Grazie…

    • anonimo 21:28 on 6 February 2010 Permalink | Rispondi

      trovati grazie, comunque nell’archivio che hai sul tuo sito questo file non c’e', l’ho recuperato da censurati.it

    • anonimo 03:39 on 7 February 2010 Permalink | Rispondi

      Sempre su Censurati.it c’è riportata la replica di Ultimo alle dichiarzioni di novembre 2009 di Ciancimino Junior ad Annozero, Ultimo oltre a ripetere per l’ennesima volta le tante cose specificate nella SENTENZA, CHE ASSOLVE DEFINITIVAMENTE (la procura non ha fatto nessun ricorso in appello) LUI E MORI  PERCHE’ IL FATTO NON COSTITUISCE REATO, racconta alcune info che reputo interessantissime e che fanno capire meglio a tutti i fatti riguardo la mancata perquisizione del covo (ancora da trovare, visto che sapevano che stava in quella zona tra le villette di quel complesso).

      http://www.censurati.it/?q=node/3910

      Gianluca

    • MicheleElle 20:35 on 21 February 2010 Permalink | Rispondi

      Forse per i PM queste deposizioni sono ormai un inutile perdita di tempo. Ci sono le interviste ai giornali (Panorama, in questo caso)..quindi, perchè chiedergli le stesse cose?! Ormai i processi li fa la stampa.
      Lo sa bene Marco Travaglino, il più famoso GhostWriter delle Procure.

  • Avatar di enrix

    enrix 08:01 on 15 January 2010 Permalink | Rispondi
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    Travaglio-Segugio: Miniround 

    Travaglio – Segugio: miniround.

    Nella ormai nota DISCUSSIONE SUL BLOG DI VOGLIOSCENDERE, ieri ho commentato il sesto (un vero record) intervento di Marco Travaglio.
    Per la verità, più una precisazione che un intervento vero e proprio.


    # 169    commento di   Marco Travaglioutente certificato  lasciato il 10/1/2010 alle 17:15

    Ah, dimenticavo: prima che altri soggetti impermeabili all’ironia, oltrechè all’evidenza, pensino che ritengo "eroi" i carabinieri che catturarono Riina e subito dopo evitarono accuratamente di perquisirne il covo, lasciandolo incustodito a disposizione della mafia, preciso che il mio "eroica cattura di Riina" era ironica. Con quello che sta emergendo al processo di Palermo a carico di Mori & C., è sempre più probabile che Riina sia stato consegnato al Ros dall’ala provenzaniana di Cosa Nostra tramite Vito Ciancimino.
    mt

    # 583 commento di segugio – lasciato il 15/1/2010 alle 4:20

    Ma dai. Ma sa che non l’avevo capito che era ironico? Infatti mi stavo domandando come si conciliava quel complimento con certi fatti inquietanti che ho letto in giro, come quello che Ultimo avrebbe rimosso da un lampione una telecamera che invece non è mai esistita, o che i mafiosi avrebbero portato via, salvo fare un bel falò di ciò che era rimasto, mobilio e cassaforte che invece non si sono mai mossi da quell’appartamento.

    Se poi "quello che sta emergendo al processo di Palermo a carico di Mori & C." sono le prodigiose dichiarazioni di Ciancimino Jr, allora Mori è senz’altro colpevole e fottuto.
    Spero soltanto che questo vaso di Pandora, dopo averci raccontato delle bischerate dei carabinieri con Provenzano, di ciò che faceva per la mafia Il "Senatore Dell’Utri" quando non era ancora senatore,e soprattutto dei segreti sugli accordi sottobanco fra DC e Mafia alle spalle del povero Moro e dei segreti di Ustica, ci dica anche qualcosa di Pinelli, dell’Italicus e della strage di Bologna. Che aspetterà mai ad illuminarci anche su quello?
    E mi auguro pure che per il solo fatto di aver consegnato due "papelli" dove la scrittura apposta, a dir suo, da suo padre, risulta anche ad occhi non esperti un neppure ben fatto tentativo di imitazione della scrittura di Ciancimino, costui non rischi di passare per un cialtrone, altrimenti Mori potrebbe farla franca un’altra volta.

     
    • anonimo 05:20 on 23 January 2010 Permalink | Rispondi

      Stavo leggendo la vostra discussione e trovandola interessante, ma poi ho visto che un commento di un utente è stato cancellato. Ce ne sono già tanti di forum penosi in cui gli amministratori durante le discussioni cancellano post di chi sostiene (spesso a ragione!) che hanno torto; tra l’altro sono forum che cercano di dare un’immagine di se completamente diversa e si fingono posti aperti ai commenti, come ad esempio l’Olimpo Informatico, il forum di Zeus News. Questo non è un forum, e non credo che si possa ritenere altrettanto sbagliata la cancellazione di commenti, ma posso, umilmente dirvi che secondo me è una cosa comunque scorretta? Non è cancellando le opinioni degli altri che si dimostra di aver ragione, si può semplicemente dire perché sarebbero sbagliate o perché non inerenti…
      Scusate l’intromissione e cordiali saluti.

      Spirolone

    • anonimo 12:48 on 24 January 2010 Permalink | Rispondi

      Secondo me cancellare commenti volutamente fuorvianti e ripetitivi dopo che e’ stata spiegata la loro inconsistenza aiuta a far emergere la verita’ e le domande chiave:
      Travaglio si e’ approfittato per la sua carriera della PALESE manomissione all’intervista o era solo accecato dall’antiberlusconismo e quindi superficiale? Teniamo conto del fatto che continua a dire che la sostanza, nel dvd originale, non cambia….
      cesare

    • enrix007 16:22 on 24 January 2010 Permalink | Rispondi

      Spirolone, grazie dei consigli e del parere, ne farò tesoro.

      Fermo comunque quanto ho già detto: chi scrive volutamente per buttarla in coglionella e depistare dal fuoco, qui non ha spazio.
      Questa è casa mia, e qui comando io.

      Sono invece ben accetti tutti gli argomenti che mi fulminano smentendomi con prove schiaccianti ed illuminanti. Quelli non li cancellerò di sicuro, tranquilli.

    • anonimo 02:04 on 30 January 2010 Permalink | Rispondi

      Caro Enrix,
      vado OT ma spero che perdonerai l’ardire :)
      Siccome sei informato molto più di me e di tanti altri, avrei una domanda che mi frulla da tempo nella testa e spero tu sappia rispondermi.

      Se ben ricordo (caso Cuffaro/Aiello) il ‘vasa vasa’ seppe da Roma che Aiello e Ciuro erano intercettati.
      Presumo che i magistrati, sia in primo grado che in appello, abbiano chiesto a Cuffaro chi fossero i (o il) contatti romani che lo informarono.

      Glelo hanno chiesto? (presumo di sì)
      Ha risposto? (temo di no)
      Ma come non ha risposto?

      Saluti

      Renzo C

    • enrix007 09:35 on 30 January 2010 Permalink | Rispondi

      Caro Renzo C.

      A quanto mi risulta Cuffaro ha sempre negato di avere informato i mafiosi di alcunchè, come se gli incontri segreti nei retrobottega con Aiello, organizzati per telefono ed intercettati, fossero stati mirati a parlare del clima e dei cannoli. Poi però sono stae sequestrate carte che dimostravano i suoi rapporti di natura affaristica con Aiello, e questo naturalmente è stato determinante per la sua condanna.

      Tu hai letto l’articolo "Doppio gioco" sull’altro mio blog?
      E’ determinante per capire.

      La presenza di un misterioso informatore sconosciuto di Cuffaro, sulle indagini del ROS nei confronti di Guttadauro e Aiello, emerge nel processo ed è anche stata ricordata di recente da Travaglio ed altri, sui giornali.

      Per quella che però è la conoscenza ufficiale dei fatti, quest’inchiesta era supersegreta, e conosciuta solo dal ROS e dai PM che l’avevano autorizzata (un paio di magistrati, non Ingroia comunque).

      Quindi la notizia, sino almeno ad un certo punto dell’indagine, può essere uscita solo da uno dei carabinieri del reparto, o da un magistrato.

      Poi, quando la posizione di Ciuro fu chiara ed inequivocabile, pare che i PM decisero di avvisare anche Ingroia, affinchè egli fosse a conoscenza della funzione criminale del suo stretto collaboratore e diffidasse dal fornirgli notizie delicate. Da quel momento in poi, c’era solo un PM in più, a conoscenza dell’inchiesta di cui Cuffaro venne informato "a Roma".

    • anonimo 15:41 on 30 January 2010 Permalink | Rispondi

      Caro Enrix,
      è troppo chiedere anche un link al vecchio blog? spero di no, così leggo e approfondisco.

      Solo uno con la tua pazienza può mettersi a confrontare date di fatti e di intercettazioni, cosa che sarebbe necessaria (a meno che sia già stata fatta nel vecchio blog), perchè il mio personale parere è che nè Travaglio nè Ingroia siano collusi, ci mancherebbe, ma scrivere di Ciuro "talpina" è come ammettere "abbiamo fatto una figura dimmerda, e mo come ne usciamo?"
      Non era semplice da evitare, Ciuro al tempo era immacolato e stimato per quanto ne so io, ma la figura dimmerda resta, e ammetterla sarebbe la miglior cosa.
      Ma si sa, Travaglio è allergico ad ammettere i propri errori, non ce la fa proprio.
      Nel blog Voglioscendere gli ho posto un ultimatum, perchè io invece mi sono rotto un po’ i coglioni di prendermi insulti da lui in primis e dai travaglini ottenebrati poi.
      Ci sono gli estremi per andare oltre (non chiedermi quali, pls) e se a ciò aggiungo che il progetto di web tv l’ho proposto prima di tutti a loro, ma che fino ad oggi non si è concretizzato nulla (strano no? e dire che è gratis!) mi sento anche un po’ preso per il K.

      Saluti

      Renzo C

    • anonimo 01:48 on 31 January 2010 Permalink | Rispondi

      Vedi Renzo anche io voglio sperare non siano collusi, e mi piacerebbe sapere come sia possibile che si facciano determinati errori.

      La cosa che mi irrita maggiormente e che se  Travaglio dovesse scrivere di se stesso,  utilizzando il metro che lui usa per attaccare alcuni personaggi politici, NE VEDREMO DELLE BELLE.

      Spesso ha attaccato dei politici  per incontri con  personaggi inquisiti SUCCESSIVAMENTE agli incontri avuti. La stessa identica cosa che si potrebbe dire di lui e Ingroia nel caso Ciuro.

      Una persona sana di mente, mai gli verrebbe in mente di accusare Travaglio o Ingroia per aver frequentato persona di cui non si era a conoscenza fosse un malfattore, poi tutto può essere ma la logica dice questo.

      Perchè invece lo stesso deve scrivere libri, pagine di giornale ecc. ecc. quando parla di molti personaggi del PDL che è assolutamente accertato che quando gli stessi frequentavano dei presunti malfattori al tempo della frequntazioni gli stessi ERANO ANCORA ILLIBATI?

      Gianluca

    • anonimo 22:12 on 1 February 2010 Permalink | Rispondi

      Caro Gianluca, di persone come Ciuro Travaglio ci vive, nel senso che è certo (IMHO) che abbia contatti in parecchie procure d’ Italia.
      Non è pensabile che corra fra tutte a recuperare materiale, è molto più ragionevole, direi ovvio, che abbia conoscenze che gli forniscono indicazioni e anticipazioni su cosa bolle nella procura.
      Ciuro infatti era una sorta di addetto stampa, da quanto ho letto, e quindi è ovvio che Travaglio ci tenesse ad avere buoni rapporti.
      Per Ingroia era un collaboratore, ma chiunque, per soldi, ricatto o altro, può tradire la fiducia, non puoi essere mai certo di nessuno.
      Travaglio conosceva Ciuro almeno dal 2002, visto che gli consigliò un residence per le ferie, e nonostante gli sia costato il doppio del preventivato, Travaglio non ha mandato aff…. Ciuro, perchè uno informato sulle indagini e i procedimenti in corso a Palermo fa assai comodo ad un cronista giudiziario.
      Su tuto ciò credo ci sia poco da eccepire, passo quindi a personali ipotesi, forse fantasiose, forse no.

      Ciuro è stato stralciato dal processo perchè ha scelto il rito abbreviato, e mi senbra che sia stata una mossa astuta.
      A parte gli sconti previsti, è totalmente improbabile che ciò gli abbia consentito di chiudere rapidamente il suo caso?
      Tornando a ciò che faceva Ciuro e all’ indagine in cui è rimasto invischiato perchè colpevole, è fuori da ogni logica pensare che ciò che faceva per Aiello lo facesse anche per altri?
      Ovvero, visto che aveva oltrepassato la barricata, perchè limitarsi ad informare chi non doveva su un solo procedimento, visto che aveva accesso a tutti i magistrati (era una sorta di addetto stampa, quindi era giustificato a chiedere) e quindi fare la talpa a tempo pieno?
      In fondo, visto il sistema usato, bastavano una o due schedine intestate ad ignari per evitare l’ intercettazione.

      Come ho scritto sono solo ipotesi personali, però il ricorso al rito abbreviato mi ha insospettito molto.

      Per quanto riguarda Travaglio invece sono d’accordo con te, ed infatti mi fa incazzare molto il suo comportamento, la disonestà intellettuale e l’ idiosincrasia a scrivere "scusate, ho sbagliato".
      Deve rimanere il paladino senza macchia e senza peccato, il personaggio Travaglio si basa su questo assunto popolare, ed è costruito appositamente su ciò, quindi deve difenderlo a costo di andare contro  ogni logica, mentre invece è un cazzone come tanti altri suoi colleghi, forse migliore della media ma non certo un eroe.

      Saluti

      Renzo C

    • enrix007 01:40 on 2 February 2010 Permalink | Rispondi

      Un addetto stampa? Guarda che Ciuro era un finanziere della DIA, cui tra l’altro fu assegnata la scorta da quando avviò le sue attività peritali per conto della procura sui documenti ed i movimenti finanziari delle società di Berluconi, proprio nel periodo in cui frequentava Travaglio vacanze comprese.
      Non è proprio la tipica figura dell’addetto stampa, e neppure atipica.
      Era figura istituzionalmente vincolata al riserbo.

    • anonimo 02:28 on 2 February 2010 Permalink | Rispondi

      Enrix, non ricordo dove l’ ho letto, ma mi sembra di ricordare che anche nella docufiction ne accennassero.
      Che fosse un graduato della finanza e nella DIA si sa, ma era il "lavoro" di portavoce che mi ha incuriosito molto, perchè lo metteva a contatto con tutti o quasi i magistrati.
      Si vede anche quando chiede informazioni ad un altro magistrato su una altra inchiesta, portata avanti da un gruppo di polizia segreto, che lo impensieriva.
      Quindi erano in parecchi a fidarsi di lui e a riferirgli delle loro indagini.
      Insomma, ci sta che al tempo non si potesse dubitare di Ciuro, così come ci starebbero anche oggi un paio di righe di scuse.

      Vedrai che Travaglio ti risponde di sicuro su Ciancimino :D
      Se ti risponde mi mangio un uovo crudo intero col guscio!

      Saluti

      Renzo C

    • enrix007 02:41 on 2 February 2010 Permalink | Rispondi

      Occhio che se legge i commenti qui, solo per il piacere di farti ingollare un uovo col guscio, magari mi risponde, anche solo per mandarmi a quel paese. :-)

    • anonimo 03:58 on 16 January 2010 Permalink | Rispondi

      Palle o inesattezze?

      Dal "Fatto Quotidiano" in Il Fatto Quotidiano, 16 dicembre 2009, Firmato Marco Travaglio

      I due reporter (…) si concentrano sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra. Intervistando, fra gli altri, Borsellino.
      Il tema interessa molto la pay-tv francese, anche perché il Cavaliere imperversa in Francia con La Cinq e si affaccia sul mercato della tv criptata, in concorrenza con Canal Plus. Poi però il suo sponsor Mitterrand perde le elezioni e il nuovo presidente Chirac mette i bastoni fra le ruote a La Cinq, che di lì a poco fallisce. Canal Plus perde ogni interesse sulla figura di Berlusconi: il reportage non andrà in onda. Ma i tre quarti d’ora di chiacchierata con Borsellino tornano d’attualità quando, nel gennaio ’94, Berlusconi entra in politica."

      Lista che dimostra le inesattezze o palle scritte da Travaglio.

      Quando Moscardo e Calvi intervistano Borsellino, maggio 1992, La Cinq è già fallita, l’ultima trasmissione è del 12 aprile 1992.
      "La Cinq" perde la concessione per trasmettere nel febbraio del 1987. Quando Chirac è eletto, sì, ma Primo Ministro, il Presidente continua ad essere Mitterand,
      Nel 1987 riprendono la concessione Berlusconi e Hersant (Berlusconi pesa il 25%). Battono Lagardère, Mitterand è ancora Presidente (non è vero che Chirac l’ha battuto, lo batterà solo nel 1995)
      Nel 1990 il Gruppo Hachette di Lagardère riprende "La Cinq" che è piena di debiti, 1miliardo nel 1991
      Nel 1991 Berlusconi propone un piano per salvare "La Cinq", ma si ritira. Il Presidente è sempre Mitterand, primo ministro Chirac
      12 aprile 1992, "La Cinq" smette di trasmettere, il presidente francese è ancora Mitterand che lo resterà fino al 1995. Non è vero dunque che "Poi però il suo sponsor Mitterrand perde le elezioni e il nuovo presidente Chirac mette i bastoni fra le ruote a La Cinq, che di lì a poco fallisce. ". "La Cinq" fallisce nel 1992 e Mitterand perde le elezioni nel 1995.

      Arturo Zulawski   

    • anonimo 14:05 on 2 February 2010 Permalink | Rispondi

      Ehh no Enrix!
      Io intendo risposta nel merito.
      Se ti desse del decerebrato o imbecille (e ne sarei geloso :D ) quella non la considererò risposta, è ovvio.
      A offendere se la cava bene, a rispondere su argomenti dove non ha scampo, meno bene, anzi, non risponde.
      Ahh ci aggiungo anche l’ "armonico magmatico" e stronzate similari alle NON risposte.

      Escluso ciò, l’uovo intero guscio incluso lo mangio con mucho gusto, ma resto digiuno di sicuro, scommettiamo? ;)

      Tu forse ti sei perso il caso con la Borromeo, ma ha scritto una tale BESTIALITA’ matematico statistica da fare rizzare i capelli, e l’ ha spacciata pure per "caparbietà" della Borromeo, un colosso di insipienza.
      Lì mi son preso dell’ imbecille :)
      Per il caso Vulpio non ricordo cosa mi scrisse, ma forse non esagerò troppo quella volta, anche perchè gli rivoltai il suo blog contro :D
      A insulti da Travaglio sono nettamente in testa :p

      Saluti

      Renzo C

    • anonimo 14:14 on 16 January 2010 Permalink | Rispondi

      Questa è semplicemente una inesattezza, non sembra una "palla" raccontata coscientemente.

      Potrebbe essere un indizio della superficialità di MT e sarebbe interessante spulciare i suoi interventi al fine di verificare la presenza di eventuali inesattezze in affermazioni minori (che in quelle maggiori ci pensa il nostro "segugio").

      E’ necessario però osservare che mediamente i giornalisti
      1) scrivono un sacco di bufale,
      2) che raramente verificano le fonti,
      3) che quando lo fanno, tendono a dar credito alle fonti che confermano la loro ipotesi e, contemporaneamente, ad ignorare o minimizzare le fonti contrarie

      In sintesi, i giornalisti non sono scienziati e nemmeno usano il metodo scientifico. Travaglio ha la fama, tra i suoi fan e non solo, di essere sempre molto ben informato. L’impressione che dà quando parla o racconta è  proprio questa, credo dovuta  alla sua dialettica ed al suo stile.
      Ma l’abito non fa il monaco.
      Anton

    • anonimo 16:16 on 16 January 2010 Permalink | Rispondi

      Per la precisione

      # 145    commento di   Renzo C
      p.s. manuelino vigliacchetto con eroe, Antonio, Angelina travaglina dove siete? avete letto che adesso Mori e Ultimo sono EROI? cosa ci raccontate oggi?

      # 199    commento di   Renzo C
      Ma guarda un po’ che combinazione, furono i sodali a Provenzano a ‘consegnarlo’ ai ROS, una novità sconvolgente.
      Vuole che riprenda cosa ha scritto lei? Ma no, direbbero che son qui per farle le pulci, invece ho tante di quelle volte scritto che la stimo che ho perso il conto.
      Certo è che mentre lei e Bolzoni scrivevate fantasie, Ultimo non perquisiva il covo: però Ultimo rischia pallottole dalla mafia, lei querele da Previti.
      Ultimo esce pulito dal processo, lei meno.
      E Ultimo/Mori avevano l’avvallo di Caselli per non perquisire, sarà colluso anche Caselli? :D
      Come mi piace ricordarle questi FATTI.

      E visto che ci siamo, potremmo ricordare agli astanti che io invece mi sono dato da fare non poco perchè possiate avere un canale televisivo vostro e GRATIS!
      Magari capirebbero che non sono contro di lei, uhmmm… pericolosa la faccenda? Che gli diciamo ai fans? Beh qualcosa ci inventeremo, tanto quelli si bevono tutto :D

      In questi giorni sapevo benissimo che evitava di rispondermi, perchè come negli altri casi citati so di aver ragione, ed è tutto nero su bianco, o video su nastro, o flash su youtube… insomma c’è TUTTO per TUTTI per SEMPRE (lampione e cassaforte inclusi, ovviamente).
      Infatti, come in questo thread, più d’uno scrive che lei risponde a segugio/enrix/Enrico: non ci cascai nemmeno ‘stavolta :D
      _____________________________

      Della serie: trappolone riuscito, Travaglio il tonnetto nella rete ;)
      Chiaro adesso lo scopo del mio p.s.?
      Per il resto, tutto tuo Travaglio, fagli pure le pulci as usual, ricordati almeno di essere sintetico, l’ abbiocco incombe :D

      Saluti

      Renzo C

    • enrix007 19:58 on 16 January 2010 Permalink | Rispondi

      Se vuoi dorinnanzi ti passo la bozza dei mei pezzi e tu che sei sintetico me li sintetizzi. Ti potrei pagare in barbera (vero, non sintetico).

    • anonimo 20:35 on 16 January 2010 Permalink | Rispondi

      Il mio è solo un suggerimento, prendilo come vuoi, di certo non è piaggeria la mia se dico che leggo ciò che scrivi ed è interessante.
      Fai come credi sia meglio, non ho titoli per essere portatore di verità assolute.
      Non sono un bevitore, preferisco altro, grazie :)

      Saluti

      Renzo C

    • anonimo 13:33 on 17 January 2010 Permalink | Rispondi

      X Sergio C. ed Enrix

      A proposito sempre dell’intervista integrale pubblicata da Travaglio, vediamo che naturalmente è entrata nel dibattimento  del processo d’appello di Dell’Utri, ma vediamo con meraviglia che nemmeno la difesa Dell’Utri si sofferma molto sulle difformità e i buchi, cerca invece di stringere sui documenti passati da Borsellino ai due giornalisti, rintracciando in essi un appiglio per dichiarare improcedibile l’attuale procedimento, ma la corte ha smontato il tutto dicendo che quei documenti la difesa Dell’Utri li aveva già potuti visionare nel primo appello.

      Domanda: se nemmeno la difesa Dell’Utri ha dato questo grande rilievo ai buchi, ai tagli su cui noi abbiamo tanto parlato, pensate ancora che avessero tutta questa importanza?

      Sympatros

    • anonimo 14:36 on 17 January 2010 Permalink | Rispondi

      E ancora, Enrix, gli avvocati di Dell’Utri senz’altro avranno seguito il dibattito sulla integrezza e sui tagli del DVD nel sito di Travaglio ed io do per scontato che qualche capatina se la siano fatte anche qui nel tuo blog. Il fatto che non abbiano approfittato dei suggerimenti ricavabili dal dibattito e dal tuo blog, non ti lascia pensare?

      Sympatros

    • anonimo 15:21 on 17 January 2010 Permalink | Rispondi

      Come al solito Sympatros non hai colto la ragione per la quale è stata respinta la richiesta della difesa che riguardava GUARNOTTA. E’ stato risposto che se anche  vera questa affermazione di borsellino riguardo Guarnotta che aveva indagini in corso su Dell’Utri, la difesa doveva chiedere l’incompatibilità prima.

      Gianluca

      P.S. Sul resto (quello che scrivi te riguardo l’intervista) neanche si sono soffermati visto che questa ipotesi poteva automaticante far ANNULLARE IL PROCESSO, per un grave vizio e naturalmente hanno giocato questa carta.

    • anonimo 20:57 on 17 January 2010 Permalink | Rispondi

       Inesattezze o palle?

      La spiegazione di Travaglio sulle ragioni del rifiuto attraverso il contesto che riporta non sta in piedi. Perché gli argomenti che porta sono falsi. La Cinq non perse lo sponsor Mitterand perché quando la Cinq fallì Mitterand ancora era presidente. Il nuovo presidente Chirac non mise il bastone alle ruote di La Cinq che di lì a poco fallì perché Chirac fu eletto nuovo presidente quando La Cinq già era fallita. 
      La frase di Travaglio, piena di inesattezze, si trasforma in un’affermazione errata, argomentata con un contesto errato. Ed è dunque una balla. 

    • anonimo 12:50 on 18 January 2010 Permalink | Rispondi

      Inesattezze o palle…. può darsi tutte e due

      Vedo che si fa accademia. Il contesto è importante e va preso in considerazione solo nel caso sia determinante alla sostanza del testo. Il testo è il DVD dell’intervista; il contesto, gli interessi francesi, le problematiche politiche, Mitterand Chirac eccetera, non sono determinanti per stabilire la veridicità, l’integrezza, la bontà dell’intervista. Nell’intervista c’è la voce di Borsellino, c’è l’immagine seria, cauta e nello stesso tempo coraggiosa del povero giudice vigliaccamente ucciso dalla mafia.
      Travaglio non era tenuto a sapere tutti i particolari che alla larga giravano intorno all’intervista. Sapeva e l’ha detto che c’erano degli interessi francesi che non volevano Berlusconi nel mondo televisivo francese. Sui particolari ha potuto pure dire delle inesattezze o delle balle, chiamatele come volete. Quando si compra un prodotto, si guarda alla sostanza del prodotto, non agli ammendicoli ininfluenti.

      E ripeto, se gli avvocati di Dell’utri avessero riscontrato buchi tagli dissolvenze misteriose, le avrebbero utilizzate, tentando di azzerare il tutto. Invece del DVD hanno focalizzato, diciamo pure in maniera ridicola, il fatto delle carte, dei documenti, cercando in essi un appiglio….. naufragato.
      L’intervista è lì integra!

      Sympatros

    • anonimo 13:37 on 18 January 2010 Permalink | Rispondi

      Dio ma che pazienza che hai!
      complimenti, io proprio non reggerei così a lungo

      gabibbo

    • enrix007 21:08 on 18 January 2010 Permalink | Rispondi

      Sympatros:

      1) Il "girato" venduto dal Fatto, non è integro, poichè: 

      a) mancano delle domande e delle risposte che sono state pubblicate dall’Espresso.
      b) non c’è neppure un secondo della parte di intervista ripresa dal corridoio, ed utilizzata per due volte con due domande nella versione trasmessa dalla RAI. Una di queste due domande, nel DVD del fatto, non c’è.
      E’ quindi un fatto acclarato che non sia integra, e senza magari scomodare l’empirismo di Galilei.

      2) Travaglio ha indicato in un passaggio di poteri in francia, il carburante che ha mosso l’intervista. Quel passaggio non c’era ancora stato, e quindi Travaglio ha sbarellato del tutto, tanto per cambiare. ma noi gli diamo la possibilità di fornire un’altra indicazione, diciamo una di risrva, se lo vuole. Siamo buoni.

      3) " la voce…l’immagine seria, cauta e nello stesso tempo coraggiosa del povero giudice vigliaccamente ucciso dalla mafia"  sono state bellamente e strumentalmente usate, in una versione di post-montaggio di questo video,  per fargli formulare risposte tronche e quindi di diverso significato a fronte di domande mai poste, e per fargli dire cose che lui ha detto in contesti diversi e quindi con significati diversi. Per questo io scrivo su questo argomento. Un piccolo modesto modo di porre riparo alla mancanza di rispetto verso quell’uomo, che questo ha comportato.

    • anonimo 21:27 on 18 January 2010 Permalink | Rispondi

      Enrix, però non mi hai detto niente sul fatto che gli avvocati di Dell’Utri  non abbiano saputo approfittare di queste tue notazioni e dei suggerimenti ricavabili dal dibattito sul sito di Travaglio e, pur volendo fare rientrare il DVD di Travaglio nel processo Dell’Utri, si sono soltanto malamente aggrappati ai documenti passati di mano da Borsellino ai due francesi. Che dici in proposito?

      Sympatros

    • enrix007 21:38 on 18 January 2010 Permalink | Rispondi

      Ops, è vero. Non ti ho detto niente. Scusami.

    • anonimo 22:26 on 18 January 2010 Permalink | Rispondi

      Riporto qui, qualcosa che ho detto di là a Zulawski

      Zulawski, che tu possa coltivare delle curiosità ed esprimere interrogativi e dubbi, è qualcosa, come ho già detto, del tutto lecita. Secondo me, questi interrogativi fanno parte dell’intorno del contorno, la sostanza che esce fuori dall’intervista è che Mangano è un mafioso, punto di riferimento importante della mafia nel nord Italia e quindi anche a Milano. A Milano sappiamo con certezza che viveva nella stessa casa di Berlusconi…. ergo… ergo niente non dico niente e non si può dire niente, anche Borsellino è molto cauto, ma, nonostante la sua cautela, dal tono complessivo dell’intervista, sembra autorizzare qualche dubbio sulle figure di Dell’Utri senz’altro… e in qualche modo anche su Berlusconi. Questo è l’arrosto dell’intervista.. il resto è fumo che ci può incuriosire, ma sempre fumo rimane.
      Comunque sarà la magistratura a decidere e stabilire come stanno le cose. Le nostre sono chiacchiere.
      E ricordati che se i francesismi, i tagli, le dissolvenze, il nero fossero state cose importanti a cui appigliarsi, gli avvocati di Dell’Utri l’avrebbero fatto. Hanno cercato malamente di acchiapparsi ai documenti passati da Borsellino ai due francesi, ma niente di più…. e sembra proprio che il secondo processo Dell’Utri vada a sentenza, salvo sorprese. Vediamo cosa decideranno…. qui la curiosità è altrettanto lecita, però non riguarda l’intorno del contorno.

      Sympatros

    • grilloz 23:59 on 18 January 2010 Permalink | Rispondi

      Se ho ben capito la difesa di dell’Utri sostiene che dall’intervista si evince che a carico del senatore, era stata svolta un’indagine condotta dall’allora giudice istruttore Leonardo Guarnotta, poi presidente del tribunale che ha condannato Dell’Utri in primo grado.
      Cosa che se ho ben capito poteva portare ad un’istanza di improcedibilit, respinta però dalla corte perchè nell’intervista a Borsellino ci sono solo cenni generici di una conoscenza peraltro indiretta di un’inchiesta a carico del politico, mai realmente dimostrata.

      quindi la domanda che sorge spontanea è, ma il procedimento a carico di dell’Utri sostenuto da Gurnotta esiste o no? e perchè nessuno ha mai intervistato Guarnotta in proposito?

    • grilloz 00:01 on 19 January 2010 Permalink | Rispondi

    • anonimo 01:31 on 19 January 2010 Permalink | Rispondi

      Per Grilloz

      Il punto è quello che lei ha sollevato. La corte ha riggettato senza entrare nel merito (quindi controllando se Guarnotta aveva indagato o no) spiegando che visto che era possibile da parte della difesa PROCEDERE ad un controllo precedentemente, ATTULAMENTE NON E’ PIU’ GIUSTIFICABILE TALE RICHIESTA visto il tanto tempo fatto passare.

      In pratica se l’imbeccata data da Borsellino su Guarnotta (una volta scoperta l’intervista originale) fosse vera e quindi IL PROCESSO SAREBBE NULLO, la difesa di dell’Utri non potrebbe più fare tale richieste PER IL TROPPO TEMPO LASCIATO PASSARE. Diciamo che:;

      1- Di fatto il processo non si sarebbe potuto fare con Guarnotta ma il troppo tempo fatto passare non PUò ora far chiedere alla difesa QUANTO SPETTA. E’ come se vieno chiesto all’arbitro un calcio di rigore negli spogliatoi alla fine del primo tempo, ed una delle parti in causa ammettesse di aver fatto il fallo di rigore. ORAMAI NON E’ PIU’ POSSIBILE DECRETARE IL CALCIO DI RIGORE.

      Questo è quello che ho capito io e spero di non aver scritto cazzate.

      Gianluca

    • anonimo 07:55 on 19 January 2010 Permalink | Rispondi

      Guarda, Enrix, sul discorso tecnico io non me ne intendo, ho letto quello che tu, renzo c. e zulawski avete scritto… ora io non me ne intendo, ma tu pensi che una difesa di un personaggio importante come Dell’Utri, coi mezzi che ha, non avrebbe prima di tutto curiosato e dato ascolto a ciò che dicevate e poi ci avrebbero lavorato in proprio e l’avrebbero utilizzato nel processo.. senza far la figura barbina dei documenti. Non ti sembra logico? Avevano la possibilità, come minimo di mettere il bastone fra e ruote al processo, e la perdevano così stupidamente? Non mi sembra credibile.

      Sympatros

    • anonimo 07:56 on 19 January 2010 Permalink | Rispondi

      Enrix, quello che tu pensi di aver scoperto, se fosse vero, è cosa sostanziale e contribuirebbe a modificare molto e tanto e non poteva non interessare alla difesa Dell’Utri. Tu dici delle cose mica da poco, dici che qualcuno ha manipolato, forse pure post mortem di Borsellino, correggimi se ricordo male, ha manipolato e col taglio e cuci abbia fatto in modo di caricare di luce sinistra l’immagine di Dell’Utri e e questo non sarebbe materiale altamente appetibile per un difesa di Dell’Utri che cerca appigli di tutti i tipi? Ma questo per loro sarebbe stato un terno al lotto. E non ne avrebbero approfittato? Ma scherziamo. Forse non hanno visto il sito di Travaglio e il tuo….. ma allora sono dei fessi… ed io non ci credo!

      Sympatros

    • enrix007 09:23 on 19 January 2010 Permalink | Rispondi

      Sympatros, come al solito le tue arringhe sono completamente vuote di senso logico, e sono solo fuorvianti.

      Se io dico che al posto di una domanda ne è stata appiccicata un’altra che nel girato originale non c’è, che la risposta è stata tagliata di una parte fondamentale, che il risultato di tutto questo è che secondo Borsellino Berlusconi frequentava Mangano per riciclare il denaro della mafia, e che invece Borsellino ha detto un’altra cosa, ti sto parlando di fatti veri che puoi constatare con i tuoi occhi, senza bisogno di chiamare in causa quelli degli avvocati di dell’Utri. Tu ce li hai gli occhi, Sympatros, davanti al cervello?
      Bene, allora usali. Questi fatti veri li puoi constatare con i tuoi occhi, e riconstatare ogni volta che lo vorrai rivedendo le immagini. E senza bisogno di chiedere il parere degli avvocati di dell’Utri. La scena "A" è la scena "A", e non diventa "B" perchè gli avvocati di Dell’Utri non l’hanno contestata.
      Io sono io, tu sei tu, e gli avvocati di Dell’Utri sono gli avvocati di dell’Utri.

    • anonimo 11:07 on 19 January 2010 Permalink | Rispondi

      @Sympatros
      Nell’intervista di Luttazzi a Travaglio del marzo 2001, quest’ultimo fa intendere a TUTTI I TELESPETTATORI che Borsellino parli di due cavalli da portare in albergo nella telefonata tra Mangano e Dell’utri, quando invece nella telefonata vera si parla di un cavallo (vero) e la sentenza su Dell’Utri fa riferimento a quella telefonata, che e’ stata intercettata il 14 febbraio dell’80 dalla Criminalpol.
      Il problema VERO e’ l’utilizzo dell’intervista contraffatta per INGANNARE dal 2001 i telespettatori, non gli inquirenti!
      cesare

    • anonimo 14:09 on 19 January 2010 Permalink | Rispondi

      Niente di fuorviante. Enrix, io non dico che non si vedano le diversità fra le varie pubblicazioni, dico soltanto che non hanno l’importanza e la valenza che tu gli dai; e, come me, sembra che l’abbia pensato pure la difesa di Dell’Utri, che, detto tra parentesi, presumo disponga  di bravi tecnici, che hanno senz’altro setacciato e vivsezionato sia Rai News, sia l’Espresso che il DVD di Travaglio.

      Concludendo, io resto della mia idea, certo è un’opinione non una verità, non posso quindi escludere il resto con certezza matematica….. viviamo nel regno del possibile.

      Sympatros

    • anonimo 20:25 on 19 January 2010 Permalink | Rispondi

      La tua idea e’ che la cosa ha poca rilevanza? Ok Symp rispettabilissima.

      Ora parliamo di fatti:

      1- Travaglio ha mentito (consapevolmente o incosapevolmente) da Luttazzi e nelle due edizione dell’odore dei soldi sul fatto telefonata Mangano/Dell’Utri che mai è esistita.

      2- I fatti HANNO ASSOLUTAMENTE PROVATO che Travaglio fa una cattiva ricostruzione del contesto Francese relativamente alla famosa cassetta dell’intervista di Borsellino

      Per te sono quisquiglie per me no. Reputo grave che il giornalista d’inchiesta più accreditato dall’opinione pubblica Italiana,  faccia certi svarioni, trovo gravissimo che su un tema scottante come la MAFIA, l’opinione pubblica per decenni abbia fatto passare UN FATTO FALSO, la telefonata tra Mangano e Dell’Utri. Per te quisquiglie per me ed altri no.

      Spero come io rispetto i tuoi giudizi finali tu possa rispettare i ns, ma ricordati che i giudizi possono cambiare MA I FATTI RESTANO IMMUTATI E SONO QUELLIO SCRITTI DA ENRIX.

      Gianluca

    • anonimo 10:20 on 20 January 2010 Permalink | Rispondi

       Già, gli inquirenti erano già stati ingannati e chi riportava notizie dal processo, a riguardo di quella telefonata a proposito di cavalli da recapitare in un albergo, riportava una manomissione, un’alterazione, che però si era trovata lì. Nel processo e scritta nella sentenza del 2004. Possiamo ancora leggere. Nero su bianco. Un giornalista che  pratica la deontologia giornalistica e non altro, dovrebbe oggi, affermare che quanto sta scritto in quella sentenza del 2004 a riguardo di cavalli da recapitare in albergo è un falso. Non era una telefonata tra Dell’Utri e Mangano, ma tra Mangano e Inzerillo. E si vergogni per sempre chi in quel processo a giurato che l’intervista montata era vera sapendo che in realtà era falsa. 

      "

    • anonimo 12:06 on 20 January 2010 Permalink | Rispondi

      #24

      1- Travaglio ha mentito (consapevolmente o incosapevolmente) da Luttazzi e nelle due edizione dell’odore dei soldi sul fatto telefonata Mangano/Dell’Utri che mai è esistita.

      Falso!

      http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/1865218.html

    • anonimo 12:55 on 20 January 2010 Permalink | Rispondi

      @25
      Già, gli inquirenti erano già stati ingannati e chi riportava notizie dal processo, a riguardo di quella telefonata a proposito di cavalli da recapitare in un albergo, riportava una manomissione, un’alterazione, che però si era trovata lì. Nel processo e scritta nella sentenza del 2004

      ma dove?

      leggi la sentenza e vedi che c’è scritto che la telefonata è con uno degli Inzerillo

      e c’è anche la spiegazione della telefonata tra dell’Utri e Mangano sul cavallo "Epoca" del 1980

      e vediamo di non sparare c….e please

    • anonimo 13:38 on 20 January 2010 Permalink | Rispondi

      Per commento 24

      Non facciamo il gioco delle tre carte, si parla dell’affermazione di Borsellino che NON E’ MAI ESISTITA NELL’INTERVISTA  CHE DA GIORNI VEDE CONFRONTARCI, e da cui Travaglio trae le sue conclusioni. Borsellino mai ha citata nella sua intervista e Calvi della telefonata Mangano/Dell’Utri ed anzi parla di telefonata Mangano/Inzerillo e nel processo testimonia questo, avvalorando quanto dalla sua intervista (montata e manipolata e trasmessa da RAINEWS24) si sente, PECCATO CHE E’ UN FALSO, e da questo falso TRAVAGLIO COSTRUISCE IL SUO PRIMO SUCCESSO.

      L’intervista linkata è una conversazione realmente avvenuta dove si aprlava realmente di un cavallo. Non capisco perchè tirare fuori altri argomenti e buttarla in caciara. In quest post Guzzanti spiega bene qull’altra chiacchierata telefonica CHE NULLA C’ENTRA CON QUELLO DI CUI CI DILETTAVAMO A PARLARE:

      http://www.paologuzzanti.it/?p=674

    • anonimo 15:42 on 20 January 2010 Permalink | Rispondi

      PER COMMENTO 25

      Questa è la sentenza:

      http://www.narcomafie.it/sentenza_dellutri.pdf

      Pagina 431  FALSO
      Non è vero che è l’ultima intervista a Borsellino prima della morte. http://summonte.splinder.com/tag/riina

      Anche nel post precedente da me scritto ho linkato quanto sostiene Guzzanti riguardo l’intervista a Borsellino e spiega bene anche questo fatto del link sopra dove si precisa CHE QUELLA NON E’ L’ULTIMA INTERVISTA (parlo di quella di Calvi).

      SEMPRE A PAGINA 431 SI LEGGE
      "In questa intervista (v. doc. 63 del faldone 6), la cui trascrizione è stata
      affidata ad un perito, il magistrato si soffermava sulla “personalità” di
      Vittorio Mangano, uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, e faceva
      espresso riferimento alle conversazioni telefoniche, intercettate dagli
      inquirenti, nelle quali il Mangano parlava di “cavalli"

      Caro Utente Anonimo visto che si sta parlando di "SENTENZA DELL’UTRI" i giudici è chiaro che con questo inciso pur non facendo il nome di Dell’Utri intendono quello, visto che questa non e’ la sentenza MANGANO. Andiamo avanti:

      Sempre quanto riportato dalla cassetta originale depositata presso il tribunale E’ VERO QUELLO CHE SOSTIENE LEI UTENTE ANONIMO, la trascrizione è precisa e si riporta la risposta ORIGINALE DI BORSELLINO, che la telefonata incorreva tra Inzerillo e Mangano E NON DELL’UTRI. E’ vera anche l’affermazione fatta da lei riguardo il cavallo Epoca di cui nella sentenza si fa menzione. A partire da pagina 496 si può leggere cosa specifica Mangano e come in precedenza un giudice archiviò le accuse ritenendo le accuse prive di fondamento e le spiegazioni di Dell’Utri soddisfacenti.

      Ritornando all’intervista citata nel processo la cosa grave è il senso che si vuol dare all’intervista riportando nell’udienza solo le domande che potevano far sembrare Dell’Utri colluso a Mangano (da pag. 431 a 436) non riportando tutte le affermazioni CHIARE dove Borsellino spiegava di non poter dire nulla contro Dell’Utri.

      Agganciandomi a questi due fatti che ricostruisce IN MODO CORRETTO signor UTENTE ANONIMO, non capisco come possa affermare NEL COMMENTO 24 che è falso quanto da me sostenuto da Travaglio RIGUARDO AVER FATTO PASSARE DELLE CAZZATE riguardo la telefonata.

      Se ha rivisto lo spezzone della puntata di Satyricon che ho postato per risponderle, molto ben fatto da Enrix, Travaglio fa una cosa sofisticatissima E VERAMENTE GRAVE. Riprende una telefonata tra gli Inzerillo e Mangano dove nel processo si è STABILITO CHE PER CAVALLI SI INTENDE DROGA, e poi modella questa COSA CERTA per appiopparla alla telefonata tra Mangano e Dell’Utri dove si parlava del cavallo Epoca, si dimentica di specificare che i giudici avevano stablito la connessione cavalli/droga  riguardo la telefonata INZERILLO/MANGANO, a lei sta ben così visto che lo difende, mentendo anche lei, personalmente lo ritengo un bruttissimo modo di fare giornalismo.

      FINISSIMA CONTROINFORMAZIONE. Voglio sperare solamente che lo fa in buona fede (anche se i dubbi sono titanici).

      Gianluca

    • anonimo 17:34 on 20 January 2010 Permalink | Rispondi

      @gianluca
      SEMPRE A PAGINA 431 SI LEGGE
      "In questa intervista (v. doc. 63 del faldone 6), la cui trascrizione è stata
      affidata ad un perito, il magistrato si soffermava sulla “personalità” di
      Vittorio Mangano, uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, e faceva
      espresso riferimento alle conversazioni telefoniche, intercettate dagli
      inquirenti, nelle quali il Mangano parlava di “cavalli"

      Caro Utente Anonimo visto che si sta parlando di "SENTENZA DELL’UTRI" i giudici è chiaro che con questo inciso pur non facendo il nome di Dell’Utri intendono quello, visto che questa non e’ la sentenza MANGANO.

      Mi pare di capire che lei e la lingua italiana litigate spesso
      per quello che vuol dire lei con le affermazioni sopra non si capisce per nulla

      telefonata Mangano/Dell’Utri che mai è esistita.
      Falso!

      ho evidenziato in grassetto ciò che volevo dire,
      per cui l’unica certezza indissolubile che io ho,
      mi ripeto, è che lei e la lingua italiana litighiate spesso
      sia in fase di lettura che scrittura

      senza rancore

      stia bene!

    • anonimo 19:24 on 20 January 2010 Permalink | Rispondi

      PER COMMENTO 30

      Chiedo perdono se scrivo dei concetti poco chiari. Proverò a fare di meglio perdendo un po più di tempo.

      Le ho semplicemente detto che su due fatti aveva ragione, ma intromettendomi nel confronto tra lei e l’autore del commento 25, spiegavo che nonostante lei avesse ragione (ho postato la sentenza che lei conosce benissimo) se l’accusa portava a sua prova contro Dell’Utri quell’intervista delle ragioni le avrà avute o no? qualcosa voleva dimostrare o no?

      Se lei ha avuto la pazienza di vedersi l’intervista integrale ottimamente distribuita dal Fatto Quotidiano avrà tratto la conclusione che RIGUARDO DELL’UTRI Borsellino NON HA DETTO NULLA DI RILEVANTE. Cosa che invece ha fatto su Mangano. Allora perchè riportare agli atti l’intervista a Borsellino?

      L’obiettivo, secondo me,  era rendere peggiore l’immaggine di Dell’Utri portando agli atti solo spezzoni d’intervista E NON TUTTA L’INTERVISTA. Dagli estratti (anche se originali)  ci si poteva fare una certa idea ed anche confondersi con la storia dei Cavalli/Droga.

      Riguardo il falso le ho spiegato benissimo cosa intendevo.

      Se si è rivisto la trasmissione Satyricon dove Travaglio commenta la presunta telefonata Mangano/Dell’Utri (inesistente le ripeto ancora una volta visto che Travaglio non parla di quella che cita lei ed è molto chiaro)  si sarà accorto CHE  AFFERMA IL FALSO RIGUARDO L’INTERVISTA MANGANO /DELL’UTRI/ CAVALLI/DROGA cosa mai accaduta come raccontata da Travaglio, ora le è più chiaro il concetto?

      Di due telefonate:

      1- una presa in esame dai giudici ed archiviata (Mangano/Dell’Utri) in quanto si parlava di un cavallo sul serio "Epoca" in un altro procedimento e le spiegazioni di dell’Utri sono state considerate credibili.

      2- una tra Mangano/Inzerillo nella quale il tribunale aveva detto che per cavalli si parlava di droga

      UTILIZZANDO COME TRADE D’UNION BORSELLINO

      si è portata avanti un FALSO STORICO. Spero che tra le sue certezze indissolubili ci sia anche qusto fatto CHE NON PUO’ ESSERE ASSOLUTAMENTE SMENTITO.

      C’è di più,  per avvalorare questo falso storico, per dargli ancora più valore,  è stata creata una cassetta sull’intervista a Borsellino CHIARAMENTE MANIPOLATA, frutto di un montaggio con intervista mandata in onda da RAINEWS24 e che ADDIRITTURA SPIEGAVA QUELLO CHE TRAVAGLIO CI VOLEVA FAR CREDERE PARLANDO DA LUTTAZZI. Tutte casualità, utente anonimo? Non lo so ma di verità indissolubili ci sono queste E NON SMETTER MAI DI RINGRAZIARE ENRIX E COLORO CHE SI SONO DATI DA FARE PER RISTABILIRE LA VERITA’.

      Unica cosa a cui vado dietro.

      Gianluca

      Gianluca

    • enrix007 20:46 on 20 January 2010 Permalink | Rispondi

      Il dibattito mi piace. Occhio però che ci sono messaggi che non posso accettare sul mio blog, in quanto, per l’appunto,  inaccettabili.

      Il 26, ad esempio, che in primis arriva da un anomino, cosa che mi irrita, e quindi fa da eco alla manipolazione. E su questo blog poi, il che è il colmo.

      Quando si parla di una telefonata fra Mangano e Dell’Utri che non è mai esistita, si parla di quella in cui Mangano proponeva cavalli in albergo.

      Quella telefonata non è mai esistita, perchè è esistita ma fra altri interlocutori.

      La manipolazione aveva l’obbiettivo di indurre a credere gli ascoltatori sprovveduti (cioè tutti) che la telefonata dei cavalli in albergo fosse tra mangano e dell’utri.

      Replicare che comunque una telefonata fra mangano e dell’utri in cui si parlava di cavalli c’era, e cioè quella della san valentino, e ancora peggio fornirne il link, è un modo ripugnante di giustificare la manipolazione, e quindi di offendere la memoria del magistrato.  Pertanto qui dorinnanzi non sarà accettato.

      Ancora una porcheria del genere, e comincerò a cancellare di brutto.

    • anonimo 23:02 on 20 January 2010 Permalink | Rispondi

      Forse c’è stato un disguido fra l’anonimo e Gianluca

      1 Gianluca afferma che non ci sono state telefonate tra Mangano e Dell’Utri, intendeva nell’intevista.. quindi ha ragione

       2 L’anonimo diceva che di una telefonata si parla, intendeva nella sentenza, quindi ha ragione.

      INSOMMA

      Nell’intervista Borsellino non si parla della telefonata tra Mangano e Dell’Utri, ma nella sentenza sì. Prima c’è la spiegazione che dà Dell’Utri, che io trovo tra l’altro plausibile, la storia della cavalla Epoca… e tra l’altro il magistrato milanese archivia…. ma a Palermo la sentenza dice che la versione Dell’Utri non combacia con quella di Mangano

       "Una diversa versione della conversazione telefonica del 14 febbraio
      1980 veniva fornita in dibattimento.
      E’ quella ammannita da Mangano Vittorio nel corso del
      interrogatorio dibattimentale."

      Noticina, non so se abbia valore, nella telefonata Mangano parla di "cavallo" al maschile…. nel processo diventa cavalla… Epoca.

      Sympatros

    • anonimo 23:27 on 20 January 2010 Permalink | Rispondi

      Sembrerebbe chiaro, quindi, che. almeno per i giudici di Palermo, vista la discordanza tra la testimonianza Dell’Utri e quella di Mangano, la storia del cavallo non è ancora chiusa o scontata. Almeno questa è la mia impressione. Vediamo se la prossima sentenza di appello ne parlerà.

      Sympatros

    • anonimo 00:00 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Quale discordanza Sympa?

      Gianluca

    • anonimo 00:03 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Come mai Travaglio non corregge la storia dei cavalli in albergo? Secondo me non avrebbe perso nulla nel correggerla. Ma perché non lo fa?…. Secondo me… perché, dal suo punto di vista, la storia di cavallo e droga regge ancora… il disguido e l’inesattezza non eliminano secondo lui la sostanza della cosa….. il cavallo o la cavalla della telefonata Mangano Dell’Utri sostanzialmente ancora regge e ci sono margini per intenderla come si intendeva nella telefonata dei due cavalli dell’albergo… non si tratta di quella…. ma la sostanza potrebbe restare la stessa ….. e la discordanza delle testimonianze Dell’Utri e di Mangano, messa in rilievo della sentenza di primo grado, secondo lui, lasciano margini e spazio a questa ipotesi. Secondo me questa è la posizione di Travaglio… non sono, comunque, nella sua testa.

      Sympatros

    • anonimo 00:10 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Sympa tu hai una grande capacità, a Roma se dice la butti in caciara!!

      Come dice spesso personaggio politco che se ho ben capito ti sta simpatico … CHE C’AZZECCA?

      Il tema è l’intervista di Borsellino. PUNTO. Enrix in questo sito dove scriviamo gli fai i raggi X, aiutando molti a capire COME SONO ANDATI I FATTI.

      Cosa dice l’intervista, come è stata presentata all’opinione pubblica, quale ruolo ha avuto i alcuni processi. Ci fa vedere le differenze tra il dvd integrale, le trascrizioni dell’espresso, il servizio di RAINEWS24.

      Da questa intervista si snodano diversi fatti, tutti purtroppo negativi per la VERITA’, spesso distorta, manipolata, MASSACRATA. E Travaglio consapevolmente o  incosapevolmente aiuta questa verita’ AD ESSERE MASSACRATA. Questi sono i  fatti.

      Gianluca

    • anonimo 00:12 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Gianluca, ma te l’ho detto, anzi ho portato il virgolettato della sentenza che dice che Mangano dà una diversa versione della telefonata rispetto a Dell’Utri. Non mi fare andare a rileggere la sentenza.

      Sympatros

    • anonimo 00:46 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Sympa mi spieghi cosa c’entrano ora questi fatti (che io non conosco e non voglio nenache conoscere perchè slegati dal ns discorso) che tu riporti?

      Gianluca

    • anonimo 01:16 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Gianluca, mi disarmi con la tua ingenuità….. la sentenza del processo dell’Utri….. io non leggo molto i documenti ma l’ho leggiucchiata… ma se tu almeno non legiucchi… finisci per presentarti fragile nella discussione non solo con me naturalmente. Insomma, secondo la sentenza, naturalmente secondo i giudici, non è del tutto escluso che la cavalla della telefonata di Mangano-Dell’Utri non sia un vero cavallo.

    • enrix007 01:25 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      "Come mai Travaglio non corregge la storia dei cavalli in albergo?"

      Perchè ha la faccia come il….   pardon, come la tua.

    • anonimo 01:37 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Battuta passabile, Enrix, ma sulla sentenza e le testimonianze Dell’Utri-Mangano non dici niente, visto che i post li hai fatti passare?

    • enrix007 01:47 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      « Tra le telefonate intercettate (il cui tenore aveva consentito di disvelare i loschi traffici ai quali il Mangano si era dedicato in quegli anni) si inserisce quella del 14 febbraio 1980 intercorsa tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri.
      È opportuno chiarire subito che questa conversazione, pur avendo ad oggetto il riferimento a “cavalli”, termine criptico usato dal Mangano nelle conversazioni telefoniche per riferirsi agli stupefacenti che trafficava, non presenta un significato chiaramente afferente ai traffici illeciti nei quali il Mangano era in quel periodo coinvolto e costituisce il solo contatto evidenziato, nel corso di quelle indagini, tra Marcello Dell’Utri e i diversi personaggi attenzionati dagli investigatori. »

      Quando viene chiesto a Borsellino se nella telefonata della san valentino cavalli poteva voler dire droga, lui risponde "Beh", in quella del maxiprocesso si parlava di cavalli in albergo, il che è assolutamente illogico. Intendendo implicitamente: bisogna vedere se in quella della San valentino che dite voi, e che io non conosco, c’è un utilizzo della parola altrettanto illogico, sì da far pensare alla droga. 
      Alla questione posta da Borsellino, risponde la sentenza che ho citato qui sopra.

      Questo era il senso dell’intervista vera: su quel fatto, una bolla di sapone. E se fosse passato l’originale, sarebbe passato il senso vero.

      Invece è passata una versione tagliuzzata da mani furbe che ha fatto credere a tutti gli italiani, me compreso almeno sino ad una certa data, che Dell’Utri trafficava droga in albergo.

      Questi sono i fatti e gli atti.

      Se qualcuno ricomincerà a manipolarli nei commenti, inizierò a tagliare di brutto. E non per censura, ma a salvaguardia del mio stomaco.

    • enrix007 02:25 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Come avevo preannunciato, ho cancellato un messaggio di Sympatros, avente la sola funzione di sparpagliare melma su un concetto chiaro.

      Niente melma su questo blog.

      Augh.

    • enrix007 02:35 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Sympatros, per chiarirti ancora meglio il concetto.
      Siccome il tema qui è l’intervista a borsellino e la sua manipolazione, e siccome borsellino ha dichiarato di non conoscere gli atti del processo contenenti la famosa telefonata, qualsiasi discussione sui contenuti reali o ipotetici di quella telefonata è fuorviante non pertinente. Nel tuo caso poi, VOLUTAMENTE fuorviante ed IMpertinente.
      Questa corte pertanto, come quelle americane, stralcerà dai verbali qualsiasi affermazione non pertinente o irrilevante, respingendo qualsiasi opposizione.

      TUM.  (martellata sul bancone del presidente).

    • anonimo 10:18 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Ad Enrix e alla sua suprema Corte, il meschino imputato sottoscritto riteneva i suoi post né fuorvianti né impertinenti.. cancello poi del tutto il volutamente. Potrei concedere qualcosina sull’impertinente.

      Ma santo Iddio, perché tagliare i post e non lasciare decidere a chi legge se i post sono vomitevoli o meno?… Tra l’altro non saremo mica noi a stabilire se Dell’Utri sia colpevole o meno. Martellata sul bancone del presidente… e sapessi io dove la vorrei dare quella martellata. Scherzi a parte…. l tema è l’intervista e l’intervista sarà!

      Sympatros

    • enrix007 13:08 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Bravo, anche perchè Dell’Utri, fino a prova contraria, è colpevole per conto suo di vari reati, ma non vi è alcuna attinenza fra questo fatto e questa intervista con le sue manipolazioni. Ripeto: qualsiasi tentativo di mescolar le cose per ottenere un intruglio, sarà cancellato, proprio a beneficio di chi rischia di leggere ed uscirne confuso.

      Ti lascio questo 46 qui sopra per grazia ricevuta.

      Amen

    • anonimo 15:12 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Bravo Enrix, sei riuscito nell’impresa disperata di far ritornare il "cavallo" Sympa quieto.

      Gianluca

    • anonimo 16:42 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Bravo Gianluca, adesso puoi prenderti le tue rivincite…. ne approfitto per dire ad Enrix che ha un mio messaggio nella mail privata!

    • anonimo 16:56 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Non so chi tu sia visto che ti firmi anonimo, io non devo prendermi nessuna rivincita, e quando vedo che Sympra ragiona, invece di fare il cavallo imbazzarrito che non vuole seguire il percorso intrapreso, elogio chi riesce a rimetterlo nella retta via.

      Se sull’argomento hai news che sostengono cose diverse sull’argomento in questione, che molto bene da anni Enrix affronta, non devi far altro che darci i tuoi contributi e ci si ragionerà sopra. Personalmente quando mi confronto ho  solo uno scopo da raggiungere , scoprire LA VERITA’. Delle rivincite di cui tu parli non so che farmene, ragioni così forse  perchè il confronto lo intendi in maniera diversa, tipo incontro di boxe, naturalmente è un ipotesi.

      Per me il confontro è solo un passo, un contributo verso l’accertamento della VERITA’, quando possibile.

      Gianluca Micarelli

    • anonimo 17:05 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Gianluca, ero proprio Sympatros.. mi son dimenticato di firmare

    • anonimo 19:30 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Va bene tutto ma qui ci si accartoccia ed io vorrei qualche giudizio preliminare.

      E’ del tutto evidente che Travaglio
      1) nell’intervista a Satyricon induce erroneamente a credere che Borsellino abbia parlato di legami tra Berlusconi  Dell’Utri e la mafia,
      2) persevera nel suo errore ancora oggi

      Quello che vorrei sapere è il perchè, naturalente secondo voi.

      A) E’ in buona fede, ma troppo superficiale e magari obnubilato dall’odio?

      B) E’ in malafede?  Diciamo che siccome deve sbarcare il lunario,  sta sfruttando la gallina delle uova d’oro (il popolo della sinistra che vuol sentire proprio quello che lui racconta).

      Qualsiasi altra ipotesi è benvenuta.

      Anton Egger

    • anonimo 01:35 on 22 January 2010 Permalink | Rispondi

      La stessa domanda che mi pongo io. Alcune persone mi hanno fatto notare che dalla famosa puntata di Satyricon Travaglio ha spiccato il volo.

      Diciamo che il fattore commerciale probabilmente ha supporti logici. Vi immagginate Travaglio che sostiene scusate tutti  non c’avevo capito nulla pure io ed indotto da una serie di episodi sovrapposti e una chiara manipolazione (quella del filamto di RaiNews24) ho ingenuamente sbagliato.

      Stessa cosa nell’odore dei soldi ed in molti altri libri. Chiedo scusa a tutti ma sfido chiunque a sostenere che l’argomento non era una matassa molto complicata, spero che con il dvd distribuito da  "Fatto" apprezziate la mia onestà intellettuale nell’aver riportato LA VERITA’.

      Penso che si sarebbero alzate pernacchie da tutte le parti. Vogliamo poi parlare dell’accanimento di Travaglio nel filone Mori/Ultimo? Io nel mio piccolo e da cittadino normale ho notato una cosa semplice semplice,  tutti coloro che hanno inflitto le più grosse sconfitte alla mafia negli ultimi 20 anni SONO STATI MASSACRATI o uccisi. A quelli uccisi ci si è sforzati di fargli dire cose che mai hanno detto, e si sta cercando di cambiare la storia, su Falcone è evidente quello che successe quando non sostitui Caponnetto ma x chi è poco informato gli si riportano fatti contrari.

      Collaboratori di borsellino che diventano amici dei mafiosi ed i protagonisti degli arresti eccellenti di Riina e Provenzano SOTTO PROCESSO da 10 anni, da diventare matti, con Travaglio che fa parte di coloro che soffiano su questa revisione storica. Questo è quello che ho notato io. PERCHE’ SUCCEDE? Bohhhh

      Magari ci stiamo sbagliando noi, anche se per ora con le poche cose certe che conosciamo non ce ne è una che mi sembra sbagliata e per questo devo ringraziare Enrix ed il suo gruppo di lavoro. Certo le domande sono migliaia. Possibile che giudici che fanno questo di mestiere non si accorgono di cose che dei semplici cittadini come noi NOTIAMO?

      Hai fatto una domandona Anton!!

      Gianluca

  • Avatar di enrix

    enrix 23:00 on 13 January 2010 Permalink | Rispondi
    Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , totò riina,   

    LA VERA STORIA DEL GENERALE MORI 

    © 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

    La vera storia di un grande carabiniere sotto processo, Mario Mori

    di Claudio Cerasa

     

    Se Leonardo Sciascia avesse conosciuto il generale Mario Mori prima di scrivere “Il giorno della civetta” il suo capitan Bellodi non sarebbe stato un giovane poliziotto con gli occhi chiari, i capelli scuri, il viso tirato e l’accento emiliano, ma sarebbe stato piuttosto un piccolo brigadiere triestino con i capelli bianchi, i baffi corti, la voce bassa, gli occhi azzurri, un curriculum da sballo, il vaffanculo facile facile e sei numeri che hanno cambiato la sua vita: 2789/90. Quelle del generale Mori e del capitan Bellodi sono due storie che viaggiano su binari paralleli: un uomo sceso dal nord per andare in Sicilia disposto a rompersi la testa per combattere la mafia, e che dopo essere riuscito ad arrestare il più temuto dei capi-cosca improvvisamente si ritrova contro ora i politici, ora gli avvocati, ora i magistrati, ora i giudici, ora le procure e ora naturalmente i giornali. E i giornali ne riparleranno presto del generale, e c’è da scommettere che non ne parleranno bene. Il 16 giugno del 2008 la procura di Palermo ha aperto un’indagine contro Mori per “favoreggiamento aggravato” a Cosa Nostra, e gran parte delle prossime settimane il generale le dedicherà a quel processo. Sarà in aula alla fine di gennaio, quando i giudici dovranno valutare se rinviarlo a giudizio oppure no.

    Di che cosa è accusato il capitan Bellodi? La procura di Palermo ha indagato Mori come responsabile della mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995, ma il processo per favoreggiamento nasconde una storia molto particolare. A Mori è successa la stessa cosa capitata all’eroe di Sciascia: si è ritrovato di fronte a qualcuno che vuole riscrivere la storia di un periodo cruciale per l’Italia e che vuole offrire a uno dei protagonisti di quei giorni la parte dell’antagonista brutto, sporco, cattivo e, perché no?, pure compromesso. Il processo a Mori è un modo come un altro per tentare di dimostrare che una parte della stagione delle stragi, nel 1992, in particolare quella che coinvolse il giudice Paolo Borsellino, fu causata dallo stesso generale che “voleva a tutti i costi trattare con la mafia”. Ma molti non conoscono un particolare. In quegli anni Mori iniziò a raccogliere i suoi giorni in 29 agende a righe con la copertina rigida: dagli anni 80 a oggi non c’è appuntamento che Mori non abbia segnato su questi fogli, e dalla lettura di quelle pagine, tenute segrete per molto tempo, emergono delle verità molto interessanti.

    Roma, due dicembre 2009. Mario Mori siede dietro la scrivania al terzo piano di un ufficio che si affaccia a strapiombo su Piazza Venezia: ha lo sguardo vispo, gli occhi un po’ scavati, i capelli tagliati corti, le mani distese poggiate sulle cosce e un libricino aperto a pagina 37 con una “x” segnata a matita accanto a un aforisma di uno degli scrittori più amati dal generale, Giacomo Leopardi. Il dettato piace molto a Mori: “La schiettezza allora può giovare, quando è usata ad arte, o quando, per la sua rarità, non l’è data fede”.
    Il generale accetta di riceverci nel suo piccolo studio privato e inizia a raccontare come è cambiata la sua vita. Sono tante le ragioni per cui la carriera di Mori risulta affascinante ma vi è un aspetto che rende la sua storia molto significativa. Ed è la prima cosa che ti colpisce quando ti ritrovi di fronte a lui: ma come è possibile che un super sbirro, un grande carabiniere che ha acciuffato i capi di Cosa Nostra, che ha messo in galera tipacci come Toto Riina e che ha contribuito a smantellare numerose cupole mafiose sia, e sia stato, processato con le stesse accuse degli stessi criminali che per anni ha perseguito e arrestato? Vuoi vedere che forse c’è qualcosa, qualcosa della sua vita, qualcosa dei suoi anni a Palermo, qualcosa della sua esperienza al Sisde, che sfugge ai grandi accusatori di Mario Mori? Mori si è chiesto più volte le ragioni per cui la magistratura siciliana gli si è accanita contro, il perché di quelle pesantissime inchieste costruite con le parole di pentiti non proprio affidabili, i motivi per cui, dovendo scegliere se credere alle sue parole o a quelle di un pentito, i pm tendano a dare retta al secondo anziché al primo. E quando glielo chiedi il generale Mori che fa? Alza un po’ lo sguardo, gioca con i polsini della camicia, si dà un colpetto all’indietro sulla poltrona, allarga le braccia e poi sussurra: “Non so. Davvero. Proprio non so”.

    A Roma il generale c’è tornato da qualche mese: alla fine del 2008 il sindaco Gianni Alemanno gli ha offerto la direzione delle Politiche della sicurezza della Capitale e Mori ha accettato di tornare in quella città dove ha studiato per cinque anni al liceo classico (era al Virgilio nella sezione C negli stessi anni in cui Adriano Sofri era nella sezione D), dove ha seguito le lezioni dell’accademia delle Armi, dove ha lavorato con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e da dove ha iniziato a costruire la sua carriera, diventando nel corso degli anni prima comandante del gruppo carabinieri di Palermo (dal 1986 al 1990), poi comandante dei Ros (dal ’96 al 2000) e infine numero uno del Sisde (fino al 2006). Sono proprio questi – gli anni del Sisde, gli anni dei servizi segreti, gli anni in cui condusse le indagini sulla morte di Massimo D’Antona, sull’omicidio di Marco Biagi, sulle conseguenze italiane dell’undici settembre – i tempi in cui Mori rimase affascinato da alcune sottili ma importanti differenze tra il combattere la mafia e combattere il terrorismo. Mori era sorpreso dalla capacità di fare gruppo dei brigatisti, e da quel loro cerchio chiuso, quasi impenetrabile. Nei brigatisti – racconta Mori – vi era un livello culturale superiore alla media della criminalità e il loro era un legame ideologico non un legame familistico, di cosca o di sangue.

    Era proprio per questo che Mori riteneva fosse più semplice combattere il terrorismo piuttosto che Cosa nostra. “La mafia è come un tumore che si autoriproduce: è un mondo che resiste da molto tempo non tanto per la sua forza ma perché è una forma di costume che è legata a certe forme di cultura. I poliziotti e i magistrati potevano e possono arrestare tutti i mafiosi del mondo ma l’unico modo per distruggere alle radici la mafia – come già scritto anche da Marcelle Padovani in Cose di Cosa Nostra – è il tempo, la trasformazione dei costumi, la rivoluzione della cultura”.
    “Le Brigate rosse e tutte le forme di terrorismo italiane sono state invece una cosa diversa: una malattia circoscritta difficile sì da individuare ma per cui una cura esisteva: bastava solo trovarla”. Quando nella primavera del 2001 Claudio Scajola, ministro dell’Interno per un anno, chiamò Mario Mori per comunicargli che Silvio Berlusconi lo aveva appena nominato a capo dei servizi segreti, il generale pensava fosse uno scherzo. E lo credeva per due ragioni.

    La prima è che il presidente del Consiglio che l’aveva appena scelto Mori non lo aveva mai visto prima, se non una sera alla fine di una cena a Monza. La seconda era invece una ragione caratteriale. Il generale sostiene che le tecniche strategiche di chi lavora nell’arma e di chi lavora nell’intelligence presentano pochi punti di contatto, e offrire dunque a uno sbirro la gestione dell’intelligence nazionale, in teoria, potrebbe nascondere alcune difficoltà non solo metodologiche. “Siete pazzi! – disse senza neanche scherzare troppo Mori a Scajola – io di intelligence non ne so nulla, al massimo, se volete, potrei guidare il Sismi”.
    Racconta chi con Mori al Sisde ha lavorato a lungo che “il modo più semplice per spiegare i due diversi approcci alla criminalità che hanno forze dell’ordine e intelligence è che il poliziotto spera di catturare Osama bin Laden mentre l’uomo di intelligence, semplicemente, spera di acquisirlo come fonte. Sono due piani paralleli che non si vanno mai a incontrare. Perché l’immagine del James Bond che si arrampica sulle gru per sconfiggere le forze del male non esiste. Semmai, il rischio maggiore per un uomo di intelligence che passa le giornate a colazione, a pranzo e a cena per coltivare le fonti è quello di prendersi una cirrosi epatica”.
    Mori ha sempre sostenuto che individuare un grosso criminale, pedinarlo, poterne seguire le tracce e circoscriverne il raggio d’azione nasconde un problema non da poco. Che si fa? Si arresta subito il bandito o lo si segue per un po’ usandolo come esca per intrappolare nella rete della giustizia tutto ciò che lo circonda? Mori non lo confesserà mai, ma tra la prima e la seconda opzione lui sotto sotto ha sempre preferito la seconda.

    Chi ha vissuto a lungo a fianco di Mario Mori racconta che quando il generale arrivò al Sisde fu rivoluzionata l’intera impostazione del lavoro. Prima di Mori, i servizi segreti tendevano a lavorare con quella che in gergo è definita “pesca a strascico”: una gigantesca rete che intrappola tutti i pesci, grandi e piccoli, che nuotano nel raggio d’azione dell’intelligence. Quando Mori arrivò al Sisde spiegò che la pesca doveva diventare subacquea. Perché la tecnica a strascico – era questa l’idea del generale – funziona quando un servizio segreto dispone di centinaia di migliaia di uomini, ma quando il numero delle truppe è parecchio inferiore la raccolta di informazioni deve essere più precisa, più mirata. E così, non appena arrivato, Mori scrisse un libriccino di cento pagine di procedura investigativa, lo fece pubblicare e lo inviò ai dirigenti dei servizi. A poco a poco, i risultati iniziarono ad arrivare.

    Negli anni passati al Sisde c’è un arresto particolare che il generale ricorda più degli altri. Il 13 luglio 1979 una scarica di pallettoni sparati da un’auto in corsa ferì a morte il comandante del Nucleo carabinieri del tribunale di Roma Antonio Varisco; e quel comandante Mori lo conosceva molto bene. Per anni e anni, i servizi segreti italiani hanno tentato di arrestare il killer, e il 15 gennaio del 2004 il Sisde diede istruzione a venti poliziotti egiziani di fermare due persone all’aeroporto del Cairo: i nomi erano quelli di Rita Algranati e Maurizio Falessi, ricercati, tra le altre cose, per l’omicidio di Varisco. Fu uno dei giorni più gratificanti della carriera del generale. Il perché lo spiega lui stesso: “Non dobbiamo essere sciocchi. Chi dice che la pretesa punitiva dello stato non esiste non capisce nulla. Quel giorno passò un messaggio molto importante. Fu un arresto chiave per disgregare la rete terroristica ma fu un anche un segnale chiaro: ci sono alcuni reati che più degli altri non possono essere impuniti. E uccidere un carabiniere è esattamente uno di quelli”.

    Gli anni che però formarono davvero il generale Mori furono altri. Furono quelli che trascorse in Sicilia: prima nel nucleo provinciale dei carabinieri e poi nei Ros. Non appena arrivato a Palermo, il generale comprese subito quanto fosse importante riuscire a creare una sorta di sintonia linguistica tra sbirri e mafiosi. Mori ci riuscì, ma solo dopo aver preso una piccola batosta. La prima lezione per Mori arrivò da un piccolo appartamento sulla costa occidente della Sicilia: ad Altavilla. Dopo aver ricevuto la notizia della morte di un carabiniere, i suoi uomini andarono sul posto, entrarono con i guanti di paraffina dentro una vecchia casa colonica, perquisirono le stanze, fecero perizie, raccolsero più notizie possibili e interrogarono molti testimoni: la maggior parte dei quali diceva di non aver visto nulla. Alla fine della giornata, Mori si ritrovò a parlare con un vecchio abitante del paese che al termine del colloquio – a lui che era un triestino con mamma casalinga emiliana, padre ufficiale dei carabinieri a La Spezia, bisnonni inglesi e, come ama ripetere il generale, una formazione culturale sfacciatamente mitteleuropea – gli disse: “Piemontese, chi minchia voi da noi?”. Quelle parole Mori se le ricorderà a lungo e il significato profondo dell’essersi sentito dare del piemontese lo comprese poco più avanti quando fu nominato comandante del primo comando territoriale di Palermo.

    Mori ricorda infatti che in quegli anni capitava spesso che la notte le pareti della caserma non trattenessero le parole degli sbirri che interrogavano i mafiosi, e ascoltando quei dialoghi, dagli accenti così marcatamente differenti, si rese improvvisamente conto che in quel nucleo operativo che lavorava nella Sicilia occidentale, beh, il più meridionale tra i suoi colleghi era un campano. Non parlare il linguaggio della Sicilia, e più in particolare non entrare a fondo nel lessico dei mafiosi, secondo il generale era il modo migliore per non capire come portare avanti un’indagine, e questo Mori se lo mise bene in testa: lavorò molto sulla sua pronuncia, iniziò a studiare il siciliano e alla fine ottenne buoni risultati, riuscendo a poco a poco a entrare sempre di più a contatto anche con la grammatica della mafia.
    “In quegli anni – racconta un uomo che ha lavorato a lungo a fianco di Mori nei Ros – il generale diceva che far proprio il linguaggio dei mafiosi significava non solo avere le carte in regola per lavorare con maggiore efficienza ma anche avere la possibilità concreta di salvare con un certo successo il culo.

    Le lezioni di Mori erano due. Lui, che aveva imparato a non fidarsi eccessivamente dei collaboratori di giustizia, diceva che per definizione il pentito mafioso va preso con le pinze perché un pentito resta sempre un mafioso, e alla fine – qualsiasi cosa ti dirà e qualsiasi verità racconterà – in un modo o in un altro tenterà sempre di compiere un atto utilitaristico per la sua famiglia. La seconda cosa che ripeteva era che il mafioso ti faceva ammazzare solo quando il, chiamiamolo così, rapporto tra sbirri e criminale diventava un rapporto personale: tra me e te. Per questo, Mori ci diceva che tu puoi umiliare un mafioso magari ammanettandolo davanti a una moglie ma non era il caso di farlo quando veniva acciuffato nel cuore della sua vera intimità: per esempio davanti alla sua amante”.
    Il più grande successo ottenuto da Mori arrivò il 15 gennaio 1993 di fronte al numero 54 di via Bernini, a Palermo, quando il generale fece arrestare lui, il capo dei capi: Totò Riina. Paradossalmente, però, accadde che l’arresto del mafioso più ricercato al mondo coincise con la proiezione delle prime ombre attorno alla carriera del generale. Tutto cominciò poco dopo l’arresto. Per quindici giorni, l’abitazione del boss corleonese non fu perquisita e in molti sostennero che la mancata perlustrazione di quelle stanze fosse un modo come un altro per dare la possibilità ai mafiosi di ripulire l’abitazione e cancellare le proprie tracce. Mori – ricordando che le indagini vengono sempre coordinate dalla procura e che qualsiasi imput, prima ancora che dai capi dell’arma, deve arrivare da lì – sostiene che fu la procura a non dare l’ordine di perquisire, ma nonostante ciò nel 1997 la procura di Palermo aprì un’inchiesta sulla vicenda a carico di ignoti, “per sottrazione di documenti e favoreggiamento”.

    L’indagine andò fino in fondo: nel 2002 i magistrati chiesero l’archiviazione ma il gip dispose nuove indagini. Due anni dopo stessa storia: i pm chiesero ancora una volta l’archiviazione ma questa volta lo fecero in un modo originale: poche paginette per chiedere di archiviare e cento pagine per picchiare duro sull’indagato. A firmare quella richiesta furono i pubblici ministeri Antonio Ingroia e Michele Prestipino, che chiesero di chiudere il caso con queste concilianti parole: gli indagati, non perquisendo per diversi giorni il covo, “fornirono ai magistrati indicazioni non veritiere o comunque fuorvianti”. Inoltre, la sospensione dell’attività di osservazione del covo “determinerà un’obiettiva agevolazione di Cosa nostra”. Il nome di Mario Mori entra così nel registro degli indagati il 18 marzo 2004: pochi mesi più tardi – era il 18 febbraio 2005 – Mori e il suo braccio destro Sergio De Caprio (l’ufficiale dei carabinieri che ha lavorato a lungo a fianco del generale e che il 15 gennaio 1993 ammanettò Totò Riina) vengono rinviati a giudizio e un anno dopo il processo si conclude con un’assoluzione.
    Tutto finito? Macché.

    Dopo essere stato assolto dall’accusa di favoreggiamento aggravato per non aver perquisito l’abitazione – e non il covo, che è cosa diversa – in cui è stato arrestato Salvatore Riina, Mori si trova costretto a difendersi da altre accuse. E da una in particolare. Perché il generale non ci gira attorno, e quando ha saputo di essere indagato ancora una volta per favoreggiamento dice che è stato certamente quello il giorno più brutto della sua vita: perché è come se la procura lo avesse sostanzialmente accusato di essere stato la causa scatenante della strage di via D’Amelio.
    Nel processo in cui Mori dovrà difendersi in aula il 29 e il 30 gennaio, il principale testimone dell’accusa è il colonnello dei carabinieri Michele Riccio. L’eroe della procura di Palermo, nonché principale testimone del processo contro il generale Mori, è però un personaggio dal passato molto controverso. Controverso perché il grande accusatore di Mori è uno degli uomini che fu denunciato dallo stesso generale. La storia è nota ma può essere utile ricordarla. Il generale Mori contribuì all’arresto di Riccio e fu uno dei primi a denunciare i reati commessi dal colonnello a metà degli anni 90. All’origine dei guai di Riccio vi fu la famosa Operazione Pantera. In quell’occasione – erano gli anni 90 – fu sequestrata una partita di pesce congelato da 33 tonnellate. Nascosto tra il pesce vi erano 288 chili di cocaina proveniente dalla Colombia.

    Tre mesi dopo il pesce fu venduto sottobanco dai carabinieri per 54 milioni. L’operazione Pantera costò a Riccio due reati. Non soltanto contrabbando aggravato ma anche detenzione e cessione di stupefacenti: perché nel corso dell’operazione, secondo l’accusa, il colonnello occultò cinque chili di cocaina sottratti alla distruzione del reperto da uno dei suoi uomini (si chiamava Giuseppe Del Vecchio).
    Così, dopo essere stato condannato in primo grado a 9 anni e mezzo e poi, in secondo grado, a 4 anni e 10 mesi, nel 2001 Riccio chiese di essere sentito dal pm Nino Di Matteo su “gravi fatti riguardanti la mancata cattura di Provenzano e la morte di Luigi Ilardo”. E’ una storia complicata quella di Riccio: l’ex colonnello sostiene che nel 1995 il suo confidente Ilardo (trovato morto pochi mesi dopo) offrì la possibilità di catturare Bernardo Provenzano; racconta che i suoi uomini avrebbero seguito Ilardo fino al bivio di Mezzojuso – un piccolo comune di 3.711 abitanti a 34 chilometri da Palermo – che si sarebbero appostati in attesa del via libera e che Mori disse di non voler agire. Mentre – dice Riccio – noi “eravamo pronti e non ci voleva una grande scienza per intervenire”. Le deposizioni di Riccio sono però contestate. Uno dei testimoni dell’accusa, l’ufficiale dei carabinieri Antonio Damiano che nel ’95 prestava servizio al Ros di Caltanissetta, lo scorso 10 novembre ha raccontato una versione diversa.

    Damiano sostiene infatti di essere stato incaricato da Riccio di effettuare “un’osservazione con rilievi fotografici” al bivio di Mezzojuso ma il punto è che in quello che Riccio considera il mancato arresto di Provenzano non solo era già stato concordato preventivamente che l’operazione avrebbe avuto la finalità di studiare il territorio ma il grande accusatore di Mori, nonostante la relazione di servizio di quel giorno riportasse la sua presenza, in realtà – lo ammette Damiano – non era affatto presente: era rimasto in ufficio.
    A ogni modo, le parole di Riccio hanno offerto alla procura la possibilità di fare due calcoli rapidi rapidi: la mancata perquisizione del covo di Riina nel 1993 più la mancata cattura di Provenzano nel 1995 sarebbero “strettamente connesse” alla presunta trattativa tra apparati dello stato e Cosa nostra. E’ proprio questa la tesi di uno degli uomini che alla fine di gennaio verrà ascoltato come teste dell’accusa nell’aula bunker del carcere Ucciardone: Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito. Tesi che in sostanza si potrebbe riassumere così: Borsellino sarebbe stato ucciso dopo che il giudice venne a conoscenza della trattativa portata avanti tra la mafia e lo stato condotta in prima persona da suo padre e dal generale Mori. Borsellino era contrario alla trattativa e per questo, per evitare problemi, la mafia lo fece saltare in aria.

    La cronaca di quei mesi offre però una storia un po’ diversa e gran parte della verità di tutta la vicenda sembrerebbe proprio girare attorno a quel codice lì: 2789/90. Il codice fa riferimento a una delle inchieste più delicate che le forze dell’ordine portarono avanti durante gli anni 90 in Sicilia. Tutto nacque nel corso del 1989: in quegli anni Mori era già a capo del gruppo dei carabinieri di Palermo e sotto la direzione di Giovanni Falcone avviò l’inchiesta sul sistema di condizionamento degli appalti pubblici da parte di Cosa nostra. Il primo plico contenente le informative sull’indagine fu consegnato il 20 febbraio del 1991 da Mori al procuratore aggiunto di Palermo Giovanni Falcone. Ancora oggi Mori ricorda che “Giovanni sollecitò insistentemente il deposito dell’informativa rispetto ai tempi che ci eravamo prefissati per una ragione semplice: perché – diceva Falcone – non tutti vedevano di buon occhio l’indagine, e alcuni sicuramente la temevano”. In quei giorni, il giudice stava però per essere trasferito alla direzione degli affari penali del ministero della giustizia, e da Palermo dunque si stava spostando a Roma. Ma quell’inchiesta – ricorda il generale – lui voleva seguirla lo stesso e per questo Mori continuò a mantenere i contatti con Falcone. E fu proprio il giudice a riferire al generale che l’inchiesta “Mafia e appalti” non interessava più di tanto al nuovo procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Giammanco. Era davvero così?

    Fatto sta che al termine dell’inchiesta “Mafia e appalti” i Ros di Mori avevano evidenziato 44 posizioni da prendere in esame per un provvedimento restrittivo ma il 7 luglio del 1991 la procura ottenne soltanto cinque provvedimenti di custodia cautelare. Mori si arrabbiò e chiamò subito Falcone. La reazione del giudice è riportata dai diari consegnati alla giornalista di Repubblica Liana Milella, e fu questa: “Sono state scelte riduttive per evitare il coinvolgimento di personaggi politici”.
    Non solo. Pochi giorni dopo che Mori e il suo braccio destro Giuseppe De Donno consegnarono il rapporto alla procura di Palermo vi fu una fuga di notizie. De Donno ne venne a conoscenza attraverso il suo informatore Angelo Siino (il così detto ex ministro dei Trasporti pubblici di Cosa nostra) che raccontò ai Ros di aver saputo dell’inchiesta da fonti vicine alla procura. “Mai come in quei mesi – racconta Mori – ebbi la sensazione di agire da solo e senza referenti certi a livello giudiziario”. Successivamente, ci furono altre due valutazioni che fecero infuriare il capitano dei Ros. La prima fu quando il Tribunale del riesame consegnò agli avvocati difensori degli indagati e degli arrestati non uno stralcio dell’informativa relativa ai singoli indagati, come da prassi, ma qualcosa di più: ovvero tutte le 890 pagine di testo. “In quel modo – ricorda Mori – furono svelati i dati investigativi fino a quel momento posseduti dall’inquirente e furono chiare le direzioni che le indagini stavano prendendo”.

    La seconda fu quando la procura di Palermo – ravvisando la competenza sul caso di più procure – inviò i fascicoli in mezza Sicilia ottenendo il risultato di moltiplicare il numero di occhi che osservavano da vicino quell’inchiesta. Ecco: secondo Mori il filo che lega le stragi di quell’anno – l’anno in cui furono uccisi nel giro di poche settimane prima Falcone e poi Borsellino e poi ancora un comandante della sezione di Perugia che insieme con i Ros aveva iniziato a lavorare su “Mafia e appalti”: Giuliano Guazzelli – sarebbe legato all’attenzione che Mori e Borsellino credevano fosse opportuno dare a quell’inchiesta, a quel codice maledetto. Poco prima di essere ucciso, infine, Borsellino partecipò a un incontro molto importante. Era il 25 giugno 1992 e il magistrato convocò in gran segreto nella caserma di Palermo – dunque negli uffici dei Ros – Mario Mori e il capitano De Donno. Borsellino confessò ai due che riteneva fondamentale riprendere l’inchiesta “Mafia e appalti”. Perché – sosteneva Borsellino – quello “era uno strumento per individuare gli interessi profondi di Cosa nostra e gli ambienti esterni con cui essa si relazionava”. Qualche anno più tardi, nel novembre 1997, nel corso di un’audizione alla Corte d’assise di Caltanissetta, a confermare che Paolo Borsellino credeva che studiando il filone “Mafia e appalti” si poteva giungere “all’individuazione dei moventi della strage di Capaci” fu uno dei pm che oggi indaga su Mori: il dottor Antonio Ingroia.

    Le ragioni per cui l’incontro nella caserma dei carabinieri di Palermo fu mantenuto segreto vennero ammesse in quelle ore dallo stesso Borsellino. Ricorda Mori che Borsellino “non voleva che qualche suo collega potesse sapere dell’incontro”. “E nel salutarci – prosegue Mori – il dottor Borsellino ci raccomandò la massima riservatezza sull’incontro e sui suoi contenuti, in particolare nei confronti dei colleghi della procura della Repubblica di Palermo”. Secondo il generale, in quei giorni Borsellino era molto preoccupato per una serie di fatti accaduti. Uno in particolare era legato a una data precisa. Il 13 giugno 1992 uno dei mafiosi arrestati dalla procura di Palermo nell’ambito dell’inchiesta “Mafia e appalti” – il geometra Giuseppe Li Pera – si mise a disposizione degli inquirenti dicendo di essere disposto a svelare “gli illeciti meccanismi di manipolazione dei pubblici appalti”, ma i magistrati di Palermo risposero dicendo di non essere interessati. “Sì, è vero: i fatti di quei tempi – ricorda Mori – mi portarono a ritenere che anche una parte di quella magistratura temesse la prosecuzione dell’indagine che stavamo conducendo”.

    Pochi giorni dopo l’attentato in cui rimase ucciso Paolo Borsellino, Mori iniziò a stabilire contatti con l’uomo che all’epoca impersonificava meglio di tutti la sintesi perfetta dei legami collusivi tra mafia, politica e imprenditoria: l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino. Tra il 5 agosto e il 18 ottobre 1992, Ciancimino e Mori si incontrarono quattro volte (prima di quella data con Ciancimino vi furono dei contatti preliminari del braccio destro di Mori, De Donno) e iniziarono così a costruire un rapporto confidenziale senza renderlo però noto alla procura di Palermo. Mori non comunicò subito i contatti che aveva stabilito con Ciancimino per tre ragioni. Primo perché – e lo dice la legge – i confidenti delle forze dell’ordine non devono essere necessariamente rivelati alla procura. In secondo luogo – e queste sono parole di Mori – fu fatto “per evitare premature e indesiderate attenzioni sulla persona e per tentare di acquisire elementi informativi sicuramente nella disponibilità del Ciancinimo e cercare di giungere a una piena e formale collaborazione”. Infine, è ovvio: se ci fosse stato Borsellino, dice Mori, “glielo avrei detto subito”. Ma quando Mori parlò con Ciancimino, Borsellino era già stato ammazzato.

    Nonostante in molti sostengano che Mori avesse mantenuto a lungo segreti quei colloqui, in realtà gli incontri tra Mori e Ciancimino non sono una novità di oggi. Nell’autunno 1993 fu lo stesso Mori a raccontare all’allora presidente della Commissione antimafia Luciano Violante non soltanto dei suoi incontri con Ciancimino ma anche della volontà di quest’ultimo di essere ascoltato dalla commissione. Mori lo disse più volte a Violante e ogni volta che Violante se lo sentiva ripetere gli rispondeva più o meno allo stesso modo. Ponendo una condizione: “L’interessato – disse Violante il 20 ottobre 1992 nel corso di un incontro riservato con Mori – deve presentare un’istanza formale a riguardo”. Il 29 ottobre 1992, quindi, Violante convocò la commissione per spiegare qual era il suo programma di lavoro sulla materia che riguardava le inchieste sulla mafia e la politica. Nel verbale di quella seduta, tra le altre cose, si legge quanto segue: “E’ necessario sentire quei collaboratori che possono essere particolarmente utili”.

    Violante fece un lungo elenco di “collaboratori”, e tra questi c’era anche Vito Ciancimino. Ecco però il giallo: giusto tre giorni prima che Violante riunisse la commissione, Ciancimino si decise a scrivere una lettera. Una lettera datata 26 ottobre 1992 indirizzata a Roma, alla sede della commissione antimafia di Palazzo San Macuto. In calce alla lettera – che negli archivi della commissione sarà registrata solo diversi anni dopo con il numero di protocollo 0356 – c’è la firma di Vito Ciancimino. Il quale sostiene di essersi messo a disposizione della commissione già dal 27 luglio 1990, e di aver ormai accettato le condizioni che aveva posto per l’audizione il predecessore di Violante (Gerardo Chiaromonte): audizione sì ma senza quella diretta televisiva che secondo Ciancimino era necessaria per essere “giudicato direttamente e non per interposta persona”. Scrive l’ex sindaco di Palermo: “Sono convinto che questo delitto (quello di Lima, ex sindaco di Palermo ed ex eurodeputato della Democrazia cristiana che il 12 marzo 1992 fu ucciso a colpi di pistola di fronte la sua villa di Mondello) faccia parte di un disegno più vasto. Un disegno che potrebbe spiegare altre cose, molte altre cose. Ancora oggi sono, pertanto, a disposizione di codesta commissione antimafia, se vorrà ascoltarmi”. Nonostante Violante avesse detto che avrebbe ascoltato Ciancimino solo se questi avesse fatto una richiesta formale alla Commissione, la commissione antimafia ricevette la lettera ma decise di non ascoltarlo.

    C’è poi un altro aspetto che della storia di Mori non può essere trascurato. Perché la storia di Mori è l’esempio di come una visione burocratica della lotta alla mafia non contempli la possibilità che un super sbirro possa imparare a combattere il nemico studiandolo, osservandolo da vicino, tentando persino di parlare con il suo stesso linguaggio. E con ogni probabilità il grande peccato originale di Mori è stato quello di essere diventato un simbolo della lotta alla mafia senza aver avuto bisogno di indossare l’abito del professionista dell’antimafia. Anzi, quell’antimafia con cui Mori ha lavorato fianco a fianco per anni è stata spesso ferocemente criticata dallo stesso generale. E sulla testa di Mori la scomunica dell’antimafia palermitana arrivò quando il generale testimoniò nel processo Contrada: l’ex agente del Sisde è stato arrestato il 24 dicembre 1992 con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Quando Mori fu sentito come teste non si scompose affatto e, dopo aver detto che Contrada era il “miglior poliziotto antimafia che abbia mai avuto a Palermo”, il generale disse quello che la procura di Palermo non voleva sentire. Gli chiesero se Giovanni Falcone avesse mai sospettato di Contrada e lui rispose secco così: no. La procura aveva un’altra idea e indagò persino Mori per falsa testimonianza.

    Ma dietro alle accuse di connivenza fatte nei confronti del lavoro siciliano di Mori esiste anche un filone di critica culturale di cui ultimamente si è fatto portavoce lo scrittore Andrea Camilleri. La visione burocratica della lotta alla mafia ti trascina spesso anche verso conclusioni molto avventate e ti porta a credere che stabilire contatti con il nemico, studiare da dentro il suo mondo, arrivando persino a parlare il suo lessico, significhi sostanzialmente diventare suo complice. In una recente intervista, Camilleri sostiene che Leonardo Sciascia era molto affascinato da quella mafia che sembrava invece combattere. La dimostrazione pratica è nascosta dietro alcune parole del protagonista del Giorno della civetta. Sempre lui: il capitano Bellodi. “Sciascia – dice Camilleri – non avrebbe mai dovuto scrivere ‘Il giorno della civetta’: non si può fare di un mafioso un protagonista perché diventa eroe e viene nobilitato dalla scrittura. Don Mariano Arena, il capomafia del romanzo, invece giganteggia. Quella sua classificazione degli uomini – ‘omini, sott’omini, ominicchi, piglia ‘n culo e quaquaraquà – la condividiamo tutti. Quindi finisce coll’essere indirettamente una sorta di illustrazione positiva del mafioso e ci fa dimenticare che è il mandante di omicidi e fatti di sangue.

    E il fatto che Sciascia faccia dire dal capitano Bellodi a don Mariano mentre lo va ad arrestare ‘Anche lei è un uomo’ è la dimostrazione che in fondo Sciascia la mafia l’ammira e la stima”.
    La mafia sembra invece che non apprezzò le inchieste portate avanti da Borsellino e da Mori. Pochi giorni dopo aver tentato di accelerare le indagini sull’inchiesta “Mafia e appalti”, in una 126 rossa parcheggiata in via d’Amelio, nel cuore ovest di Palermo, esplosero cento chili di tritolo e uccisero il giudice Borsellino e i suoi cinque agenti della scorta. Era il 19 luglio 1992. Solo un giorno dopo, quando ancora la camera ardente di Paolo Borsellino non era stata neppure aperta, la procura di Palermo depositò un fascicolo con una richiesta di archiviazione. Sopra quel fascicolo c’era un codice fatto di sei numeri: 2789/90.
    Era l’inchiesta “Mafia e appalti”.

    © 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

     
    • anonimo 13:29 on 15 January 2010 Permalink | Rispondi

      Grazie paolo della precisazione che non conoscevo, sul resto delle mie domande sai qualcosa?

      Gianluca

    • anonimo 15:34 on 15 January 2010 Permalink | Rispondi

      PER COMMENTO 3

      Grazie dell’interessantissimo articolo che mi hai postato, nello stesso Mori intervistato dice:

      "Non perquisimmo subito l’ appartamento di Riina perche’ , e me ne assumo tutta la responsabilita’ , il capitano Ultimo pensava che potesse essere ancora "caldo". Quel che resta sono stupidi sospetti all’ italiana"

      Che significa ancora caldo? E poi nell’immediato subito dopo l’arresto si conosceva o no con precisione qual’era l’appartamento?

      Riguardo Canale è stato assolto in appello con motivazioni mandate dopo 13 mesi … ed è news di novembre ricorso in cassazione, che schifo!

      ASSOLUZIONE IN APPELLO

      http://www.siciliainformazioni.com/giornale/cronaca/italia/23841/assolto-tenente-canale-braccio-destro-borsellino-appello-stato-accusato-concorso-esterno-associazione-mafiosa.htm

      RICORSO IN CASSAZIONE
      http://www.antimafiaduemila.com/content/view/21520/48/

      Gianluca

      P.S. La news del ricorso in cassazione è così allucinante che è anche complicata da trovare in rete ed a riguardo ci sono pochi link .

    • anonimo 17:59 on 15 January 2010 Permalink | Rispondi

      Ciao Gianluca,
      Vado di fretta e mi sembra mancanza di rispetto per il titolare del blog postare " amemoria", come fatto per la risposta precedente,

      ad ogni modo.
      1, corretto, quando fu arrestato riina si conosceva il- grande-  complesso immobiliare ma non l’esatta ubicazione dell’appartamento.
      2. scrivi bene, caselli si era insediato il giorno stesso: ha avallato il parere anzitutto di Ultimo. Al processo ha confermato il tutto.
      La perquisizione era tecnicamente impossibile anche per il fatto che quasi subito l’ingresso del complesso immobiliare era pieno di giornalisti, informati da Ripollino, malgrado la cattura fosse avvenuta in altro luogo.
      3. non ricordo bene il particolare. Posso solo dire che è coerente con una assoluzione con formula piena sulla quanle uno a caso, travaglio, spende parole durissime dopo averci dilettato di lampioni e cassaforti.

      Mi scuso nuovamente se per fretta vado un po’ a memoria e non indico fonti specifiche.
      Posso dire con certezza che buona parte se non gran parte delle informazioni derivano dalla lettura delle analisi di enrix :)
      Ciao. Paolo

    • anonimo 19:20 on 17 January 2010 Permalink | Rispondi

      Ciao Enrix, sono Moritz, una segnalazione.
      Un tale avvocato Fabio Repici dice, ripreso anche dal sito di Borsellino (ammazza che dichiarazioni!):
       
      “Del ROS dopo la guida del generale Subranni è arrivato il momento del Generale Mario Mori. Il Generale Mario Mori è il responsabile della mancata perquisizione al covo di Riina. Tanti blaterano di una sentenza di assoluzione che gli ha restituito l’onore. Allora, per chiarire, il Generale Mori e il colonnello Sergio De Caprio dalla sentenza di assoluzione sono rimasti definitivamente svergognati perché, con quella sentenza di assoluzione, si è sancito che essi hanno omesso di perquisire il covo di Riina, sono assolti non per non aver commesso il fatto, ma solo perché il tribunale ha ritenuto che non era stato provato il dolo. L’hanno fatto, ma solo per colpa, inavvertitamente.”
      "Altro personaggio – qui rasentiamo il cabaret – che ha contraddistinto il ROS nella seconda Repubblica, è un personaggio che avrebbe un nome e un cognome, che però, come nei fumetti, si fa chiamare per pseudonimo. Ora, ci sono stati esimi esempi di ufficiali nobili ed integerrimi nella storia dell’arma dei carabinieri: Carlo Alberto Dalla Chiesa, il Capitano D’Aleo, il Capitano Basile. Ma voi ve lo immaginereste uno di questi personaggi che si fosse fatto chiamare con uno pseudonimo? Gli avrebbero riso in faccia. Non lo fecero. C’è invece un personaggio, che in teoria all’anagrafe si chiama Sergio De Caprio, che però è conosciuto con lo pseudonimo di Capitano Ultimo perché si sente evidentemente un personaggio dei fumetti. E’ un altro dei responsabili della mancata perquisizione al covo di Riina ed è uno dei personaggi – è un poveretto da come si propone – sui quali è però più difficile parlare, perché appena si cerca di mettere il dito sulle gravissime pecche di quell’ufficiale, ci sono personaggi, anche dell’antimafia ufficiale, che subito saltano in piedi e gridano allo scandalo. Perdonatemi, ma, con i personaggi da fumetti, investigazioni serie non se ne fanno e la storia del ROS è la prova di questo. Non è un caso, per altro, che i supporter di quegli ufficiali del ROS, di questi tempi, sono gli stessi supporter di Bruno Contrada, o gli stessi supporter dei servizi deviati."
       
      http://www.antimafiaduemila.com/content/view/23762/48/

    • anonimo 00:16 on 18 January 2010 Permalink | Rispondi

      Per Moritz

      Penso che basta leggere quello che scrive per capire il livello di questo avvocato. Tra l’altro sulla sentenza conclude con il comunicare che i giudici hanno confermato che il covo non è stato perquisito (cosa vera) ma non c’era dolo COME DIRE CHE E’ UNA STUPIDAGGINE IL MANCATO DOLO, peccato non ci racconti pure che Caselli diede l’ok e sapeva tutto, peccato non ci racconti che la presunta cassaforte rimase intatta, peccato non ci racconti che al momento dell’arresto non si sapeva con precisione quale era l’appartamento dove stava Riina, peccato non ci dice che causa soffiate alcuni giornalisti erano nella zona con il rischio di bruciare futuri indagini … ma per l’avvocato queste sono piccolezze da cartone animato …

      Gianluca

    • enrix007 12:41 on 18 January 2010 Permalink | Rispondi

      E’ incredibile la mobilitazione generale contro questi carabinieri che hanno catturato Riina.  Molto utile soprattutto per dare una buona immagine della lotta contro il crimine della loro città ai giovani palermitani.

      Questa serà probabilmente posterò un articolo, per rispondere a tutte queste bassezze, questo pattume.

    • anonimo 21:49 on 24 January 2010 Permalink | Rispondi

      Post di Angelo Jannone che parla dell’avvocato Repici.

      http://ilblogdiangelojannone.blogspot.com/2010/01/nel-nome-dellantimafia.html

    • anonimo 21:51 on 24 January 2010 Permalink | Rispondi

      Scusate, dimentico sempre la firma, chiamiamola così.
      Allora aggiungo un documento un po’ datato, la lettera di Olindo Canali, magistrato, in cui si parla anche dell’avvocato Repici.

      http://blog.libero.it/lavocedimegaride/6781985.html

      bart_simpson

    • anonimo 00:16 on 25 January 2010 Permalink | Rispondi

      Ho letto sul libro di Montolli "il caso Genchi" alcune dichiarazioni fatte da Jannone ai magistrati che sono delle auto accuse, sempre però nascoste ai media.

      Viene anche descritto come persona molto abile a gestire le news on line (riportando notizie non vere a suo riguardo su Wikipedia) e sullo stesso ancora non mi sono dilettato a cercare in rete. Tu lo hai fatto? Sai qualcosa relativi i processi che aveva in corso?

      Gianluca

    • enrix007 09:26 on 25 January 2010 Permalink | Rispondi

      Guardate, a me non frega niente chi sia ‘sto Repici. E semplicenente uno che ha scritto che i cc che arrestarono il capo dei capi della mafia latitante da decenni, sarebbero stati "svergognati" dal fatto che nella sentenza c’è scritto che non hanno comunque rispettato il regolamento di polizia, anche se tale infrazione è stata commessa senza dolo e non ha avuto, nè poteva avere, alcuna conseguenza sulle indagini.

      Quindi è semplicemente n’ommem-bip-.

    • anonimo 14:07 on 25 January 2010 Permalink | Rispondi

      Su Repici sono assolutamente d’accordo con te Enrix. Sarebbe interessante capire qualcosa anche su Jannone visto che da ex ROS viene utilizzato per attaccare gli stessi accostandolo  a Mori ad Ultimo ed ai tanti che NON DEVONO VERGOGNARSI DI NULLA (almeno fino a prova contraria e nonostante gli stiano facendo le pulci, queste prove contrarie ancora non sono uscite fuori).

      Gianluca

    • anonimo 18:15 on 14 January 2010 Permalink | Rispondi

      Articolo molto interessante.  Vorrei chiederti caro Enrix alcune precisazioni.

      1- L’articolo quando introduce per la prima volta l ‘argomento mancata perquisizione del covo o appartamento, fa passare un piccolo particolare che E’ ERRATO SE MI RICORDO BENE. All’inizio nell’immediato post arresto di Riina, arresto avvenuto per strada (nella zona presidiata) e dentro NESSUN APPARTAMENTO, non si sapeva neanche con precisione quale fosse l’appartamento in questione. Si sapeva che era in quella zona, basta. Mi ricordo bene Enrix ho in testa i miei ricordi sono sbagliati?

      2- Ho letto sempre nello stesso paragrafo che Mori afferma che avrebbe avuto l’input dalla procura di non fare la perquisizione, mentre i ricordo tutt’altra cosa e precisamente che ritenevano (Mori ed Ultimo) più corretto agire così ed informarono del loro piano Caselli (appena insediatosi) che diede l’ok, visto che la parola finale spettava a Caselli.  E’ un imprecisazione del giornalista che ha scritto il pezzo o ricordo male io?

      3- A seguire trovo scritto che Ingroia e Prestipino  in una prima inchiesta scagionarono Mori chiedendo l’archivazione ma cmq scrissero 100 pagine di motivazioni per picchiare duro, sostenendo che le news date alla procura erano non veritieri e fuorvianti. Immaggino avranno scritto a quale dichiarazioni si riferivano, quali sono?

      4- Infine si parla che vengono di nuovo messi sotto inchiesta e che questa volta il processo viene fatto E VENGONO DEFINITIVAMENTE ASSOLTI, ti chiedo Enrix, su cosa si basò la richiesta di una nuova indagine dopo che nel primo caso sullo stesso argomento Ingroia e Prestipino chiesero l’archivazione? Anche perchè, se non sbaglio, saranno proprio Prestipino ed Ingroia i PM dell’accusa.

      Gianluca

    • anonimo 03:09 on 15 January 2010 Permalink | Rispondi

      @Gianluca.
      Richiesta di archiviazione dei Pm ma la Gip (non ricordo il nome) ha rinvato a giudizio ugualmente.
      Paolo

    • anonimo 10:43 on 15 January 2010 Permalink | Rispondi

      http://archiviostorico.corriere.it/1999/gennaio/03/miei_uomini_prenderanno_Provenzano__co_0_9901031113.shtml

      Tutto e’ cominciato il 13 ottobre 1997 quando Caselli e il suo aggiunto Guido Lo Forte vanno a Torino a interrogare Mori: la Procura vuole capire quale crepa si fosse aperta nel sistema di vigilanza sull’ ex pentito Balduccio Di Maggio, tornato in Sicilia per ricostituire la cosca e compiere omicidi. L’ indagine si addentrava su presunte "distrazioni" del Ros.

      IL CASO SIINO – DE DONNO Alcuni giorni dopo il maggiore Giuseppe De Donno si presenta ai magistrati di Caltanissetta per accusare Lo Forte: il magistrato sarebbe stato una talpa delle cosche e avrebbe passato nel 1991 un rapporto Ros su mafia e appalti. La fonte era il "ministro dei Lavori pubblici" di Cosa nostra, Angelo Siino, che avrebbe fatto quelle rivelazioni a De Donno e al colonnello Giancarlo Meli. Sia lo Lo Forte che Siino smentiscono i due ufficiali.

      IL CASO CANALE Lo Forte denuncia De Donno per calunnia, sostenendo, tra l’ altro, che nei colloqui registrati a sua insaputa Siino non ha mai sollevato ombre sul procuratore aggiunto. Il pentito ha anzi accusato di collusioni mafiose il tenente Carmelo Canale e il maresciallo suo cognato, Antonino Lombardo, suicida nel 1995.

      Poi però Canale per quelle accuse è stato assolto, sbaglio?

      http://cronachedallimbecillario.splinder.com/archive/2009-08

    • anonimo 10:54 on 15 January 2010 Permalink | Rispondi

      L’articolo finiva così

      LA RAPPACIFICAZIONE Nell’ aprile 1998 il nome di Mori finisce nel registro degli indagati a Palermo: con altri ufficiali e funzionari di polizia avrebbe reso una falsa testimonianza nel processo all’ ex funzionario del Sisde Bruno Contrada. Ma proprio in quel momento la guerra tra Ros e Procura e’ entrata in una fase di rapido raffreddamento fino a una cena "pacificatrice" svolta a Palermo tra Caselli, Mori e altri ufficiali 

      L’ INCHIESTA Intanto la Procura di Caltanissetta chiede l’ archiviazione sia per Lo Forte che per De Donno. Solo per Canale richiesta di rinvio a giudizio.
      R. R., D’ Avanzo Giuseppe
      Pagina 13
      (3 gennaio 1999) – Corriere della Sera

      bart_simpson

  • Avatar di enrix

    enrix 11:19 on 28 December 2009 Permalink | Rispondi
    Tags: , , , , , , , , , , , totò riina   

    I comodi dei pentiti 


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    Mafia, sparate e bugie sotto protezione

    L’inattendibile Spatuzza è solo l’ultimo di una lunga serie di pentiti che hanno fatto i propri comodi a spese dello Stato. Ecco il bestiario


    di Chiara Rizzo

     

    «Spatuzza sostanzialmente ha riferito di aver tratto dei convincimenti sulla base di informazioni giornalistiche». È il 4 dicembre e così il presidente della corte d’Appello di Palermo, Claudio Dall’Acqua, che sta processando Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, chiosa sulle dichiarazioni del teste star, il pentito Gaspare Spatuzza, per settimane indicato da giornali e tv come latore delle verità nascoste della Seconda Repubblica. Stragi, trattative, mandanti occulti. Spatuzza avrebbe rivelato tutto. Poi, quel 4 dicembre, arriva in aula. E il caso si sgonfia. Perché Gaspare “u tignusu”, ex killer di Cosa Nostra, racconta con dovizia di particolari l’organizzazione delle stragi del ’93 nel continente. E anche il fallito attentato all’Olimpico del gennaio ’94. Poi, però, gli chiedono il motivo per cui è lì in aula. Cosa sa dei collegamenti tra la mafia e Dell’Utri (e il premier Silvio Berlusconi). E qui Spatuzza tentenna. Del resto un semplice killer non dovrebbe essere informato sui rapporti tra i boss e la politica. «Io e quei quattro pazzi che mi portavo dietro eravamo utili solo per fare omicidi», ammette il pentito parlando del breve periodo in cui è stato reggente del mandamento Brancaccio. In aula, infatti, Gasparino spiega di aver collegato i nomi di Dell’Utri e dei fratelli Graviano (i suoi boss) per la prima volta nel ’90, dopo l’apertura di una filiale Standa nel quartiere palermitano. Perché? «La Standa era di proprietà di Berlusconi». Poi, ancora, racconta di aver fatto collegamenti tra Vittorio Mangano (lo stalliere di Arcore), Dell’Utri e Berlusconi «acquisendo queste cose delle cronache giornalistiche». La voce del pentito si fa molliccia, da curato di campagna. Spatuzza si sofferma sui tormenti della conversione, meno sui dati di fatto. Racconta che Filippo Graviano (che lo ha smentito) nel 2004 gli confidò: «Se non arriva niente da dove deve arrivare, parleremo ai magistrati». Racconta che anche Giuseppe Graviano gli fece una confidenza nel ’94: «Grazie a Berlusconi e Dell’Utri ci siamo messi il paese nelle mani». Perciò, sostiene Spatuzza, «ho fatto il collegamento». E il presidente Dall’Acqua, in aula, commenta: «Non è un fatto accaduto nel tempo e nello spazio, questo collegamento è un fatto accaduto nella mente di Spatuzza».

     Ma Spatuzza non è il primo pentito balzato alle prime pagine a rivelare di aver fatto deduzioni sulla base di quanto letto negli stessi giornali. Un corto circuito dagli effetti devastanti, genere in cui maestro riconosciuto resta Giovanni Brusca, l’uomo che azionò la bomba di Capaci. Brusca ci prova due volte. La prima il 21 gennaio1998, al processo a Firenze per la strage di via dei Georgofili, lanciando accuse pesantissime: «Siamo stati strumentalizzati, pilotati, dall’Arma». Salvo poi ammettere candidamente: «L’ho dedotto dai giornali». La seconda volta il 22 maggio 2009, a Palermo: Brusca, durante il processo contro il generale Mario Mori, ritorna ad accusare i carabinieri di aver trattato con Cosa Nostra, e parla di un papello che proverebbe la trattativa. «Come conosce il contenuto del papello?», gli chiede uno dei difensori di Mori. E Brusca, pacifico come un angioletto: «L’ho letto su Repubblica».

    Le cronache raccontano anche di pentiti pronti a dichiarare la qualsiasi pur di farsi ammettere al programma di protezione, salvo poi rivelarsi per quel che sono. Mendaci. È il caso di Carlo Vavalà, ex pastore di Vibo Valentia, affiliato alla ’ndrangheta, condannato per il sequestro e l’omicidio del dentista Gian Carlo Connocchiella. Dopo l’arresto, nel ’97, Vavalà fa il nome del presunto killer di Connocchiella ed entra nel programma di protezione. Nel 2000 la corte d’Assise di Catanzaro assolve la persona accusata da Vavalà. Evidenziando la «pervicace e recidiva menzogna» del pentito Vavalà, «per di più mentitore confesso». Il programma di protezione viene revocato.

     Poi ci sono i pentiti che accusano altri per sgravarsi dalle proprie responsabilità. Michele Iannello, affiliato alla ’ndrina dei Mancuso di Limbadi (Vv), è arrestato per l’omicidio di Nicholas Green, il bimbo americano ucciso nel ’94 durante una vacanza con la famiglia in Calabria. Iannello entra nel programma di protezione nel ’95, perché fa arrestare numerosi membri della cosca. O almeno così fa credere lui: nel 2001 i giudici di Catanzaro, che raccolgono le sue deposizioni, denunciano alla direzione nazionale antimafia che la collaborazione di Iannello in realtà non è mai stata «originale e determinante» per gli arresti. Anche le altre accuse mosse dal pentito, quelle per l’omicidio Green, si rivelano false: Iannello, prosciolto in primo grado, è condannato all’ergastolo in Appello e in Cassazione proprio perché riconosciuto killer del piccolo Green. Nella sentenza la corte d’Assise d’Appello denuncia «il comportamento processuale connotato dal mendacio e da qualche apparente ammissione, distorta e chiaramente volta a deresponsabilizzare la propria posizione». Il programma di protezione sarà definitivamente revocato a Iannello quando quest’ultimo tenterà, nel 2002, di accusare dell’omicidio suo fratello.

     

    Criminali impenitenti

    Diversi pentiti hanno approfittato della protezione dello Stato per continuare a delinquere. Il maître à penser di questa corrente è certamente Balduccio Di Maggio, il boss che mentre racconta ai pubblici ministeri del bacio tra Totò Riina e Giulio Andreotti, ordina omicidi. Arrestato nel ’97, Di Maggio ottiene i domiciliari nel 2000, fingendosi gravemente malato. E torna ai suoi “affari”. Sarà riarrestato a Pisa, nel 2001, mentre organizza un traffico di droga con l’Albania. Alfio Garrozzo collabora con la giustizia facendo arrestare membri del clan Santapaola di Catania. Intanto costruisce una fortuna grazie alla cessione di stupefacenti: programma revocato nel 2003. Maurizio Avola, “il killer dagli occhi ghiaccio” del clan Santapaola, è uno dei pentiti storici della mafia catanese, nonché uno degli accusatori di Dell’Utri. Protezione revocata nel ’97: il pentito è arrestato perché rapina banche insieme ad altri due collaboratori di giustizia. Nel 2008 Avola ci riprova. Racconta ai giudici di aver riconosciuto, sempre su un giornale, il governatore della Sicilia Raffaele Lombardo come l’uomo che – quindici anni prima – era in contatto con il boss Nitto Santapaola: «All’epoca, però, non sapevo chi fosse Lombardo», spiega. Ma la ciambella non riesce col buco: «Nonostante gli accurati accertamenti svolti nessun riscontro è stato mai trovato alle dichiarazioni del collaboratore Avola» valuta la procura di Catania lo scorso ottobre.

     I pentiti possono essere decisivi nella lotta alle mafie, ma vanno “maneggiati” con cura. Soprattutto quelli con i ricordi a orologeria, l’ultimo grido in fatto di cronaca giudiziaria. Basta ricordare come, il 30 gennaio 2003, durante il processo d’appello a Bruno Contrada, il pentito Antonino Giuffré apre le sue dichiarazioni in aula: «Ho avuto sei mesi per dire quello che sapevo. I sei mesi sono stati pochi e magari non ho avuto il tempo materiale di dire tutto e, se ricordo bene, sul dottor Contrada non ho detto niente. Ragion per cui, non ho detto niente perché non mi sono ricordato. Se il signor procuratore farà delle domande, e io ricorderò, io sono a disposizione».

     
    «Mai sentiti nomi di politici»

    Esemplare il caso di Massimo Ciancimino, anche se tecnicamente non si tratta di un collaboratore di giustizia. Il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo custodirebbe a suo dire le prove della trattativa mafia-Stato, ma se ne ricorda dopo sedici anni, davanti ai pm del capoluogo siciliano. Ai giornali Ciancimino spiega di non aver parlato prima «perché nessuno ha avuto la bontà di interrogarmi». L’ultima autorettifica la fa in studio ad Annozero, il 10 dicembre: «Nel 2006 mi chiesero di non parlare della trattativa» rivela, ma senza specificare chi glielo abbia chiesto. Si attendono nuove versioni da qui al prossimo febbraio, quando Ciancimino jr. deporrà al processo Mori.

    Infine, a proposito di memoria a orologeria, va citato di nuovo Spatuzza, un caso che sembra sintetizzare in sé tante “anomalie”, per usare una parola molto amata dal pentito. Il 9 luglio 2008, davanti ai magistrati di Firenze che lo interrogano sulle stragi del ’93, rivela particolari importanti sugli attentati di Roma e Milano. Ricorda perfino un sopralluogo nella capitale che si trasforma in una sorta di gita mafiosa, tra il Colosseo, l’Eur e le chiese poi scelte come obiettivo. Poi i pm Alessandro Crini e Giuseppe Nicolosi gli chiedono se il suo boss Giuseppe Graviano abbia mai fatto nomi di politici. Lui risponde: «Né nel corso del colloquio a Campo Felice di Roccella (dove la cosca stava organizzando un attentato, ndr), né in altre circostanze Graviano Giuseppe mi ha mai precisato chi o quali fossero i suoi eventuali contatti. A Campo Felice di Roccella ci parlò genericamente di politica». Il 17 luglio 2008 i pm tornano sull’argomento. Spatuzza dichiara: «Escludo che Graviano possa essersi messo in questa impresa, per fare quella che ho definito una guerra allo Stato, sulla base di un discorso generico. Trassi la convinzione che c’era un vero e proprio accordo. Come ho già detto, Graviano non esternò su chi fosse il politico con il quale aveva questo accordo». E lo ribadisce: «Non ebbi particolare indicazioni da Graviano su chi potesse essere l’interlocutore politico, anche perché i Graviano furono arrestati e quindi tutto finì». E, ai pm che glielo richiedono, lo ripete pure una terza volta. Infine, il 16 giugno 2009, Spatuzza è di nuovo interrogato. Durante il colloquio il suo avvocato gli comunica che le procure di Caltanissetta e Palermo hanno espresso pareri favorevoli alla sua ammissione al programma di protezione. A questo punto Spatuzza inizia a parlare: «Circa i nomi delle persone con le quali l’accordo si era chiuso egli (Graviano) fece esplicitamente il nome di Berlusconi». L’iter per garantire a Spatuzza lo status di pentito è stato formalizzato solo dopo queste parole.

    24 Dicembre 2009

    Estratto dalla rivista "Tempi"  -  LINK

     
    • anonimo 13:32 on 22 April 2010 Permalink | Rispondi

      Ciao Enrix,volevo sapere cosa ne pensavi del processo Andreotti. Tu credi alla prescrizione, cioè che abbia commesso il reato fino al 1980?Una delle incolpazioni più gravi è stata quella di aver parlato con Bontate dell'omicidio Mattarella, prima che avesse luogo. Bontate gli disse che Mattarella rompeva i coglioni, e che se lui non faceva qualcosa lo ammazzava. E così avrebbe fatto.Se ti può interessare: lo sapevi che, secondo Falcone e Borsellino, Bontate non c'entrava con l'omicidio Mattarella? Lo dicono nella ordinanza di rinvio a giudizio credo del maxiprocesso (del 1986). Ecco il testo:"Nel 1978, veniva ucciso il segretario provinciale di Palermo della D.C., Michele Reina; nel 1979, venivano assassinati il dirigente della Squadra Mobile di Palermo, Boris Giuliano, e l'on.[sic] Cesare Terranova. Di questi fatti di sangue, nè Bontate nè il gruppo a lui vicino (Inzerillo, Riccobono, Pizzuto) venivano informati. Era chiaro che i Corleonesi avevano ormai saldamente in pugno la situazione.L'anno successivo venivano uccisi il presidente della Regione, Piersanti Mattarella, ed il Cap. CC. Emanuele Basile. Anche a tali omicidi Bontate e i suoi amici erano estranei."(citato in "Rapporto sulla mafia degli anni ' 80", di Saverio Lodato, Francesco La Licata, Lucio Galluzzo, pag. 203.)Moritz

  • Avatar di enrix

    enrix 02:44 on 23 November 2009 Permalink | Rispondi
    Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , totò riina,   

    I manoscritti sulla "trattativa" tra stato e mafia 

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    1) Premessa

    Prima di partire con la prima puntata del nostro telefilm, debbo fare una precisazione   doverosa.

    Quando per carburare il Truman Show si da il via ad una campagna mediatica, non è detto che tutti coloro che vi partecipano facciano parte della regia.

    Molti giornalisti, magistrati, politici, ecc…ecc… partecipano alla messa in onda del “rumor” , vale a dire quel suono, quel vociare che parte nel giornale del mattino e si conclude con le serate televisive, a volte persino inconsapevolmente, e vale a dire semplicemente ripetendo o facendo da eco alla colonna sonora dello show, e cioè ai virus informativi lanciati dai registi, convinti di fare cosa giusta e, certe volte, persino di avere a che fare con cose veritiere.

    Ergo, quando in questo sito, analizzando un testo od una trasmissione televisiva, scopriremo qualche cumulo di sciocchezze, occorre ribadire che tali sciocchezze non sempre, per chi le enuncia,  rappresentano qualcosa di scritto o pronunciato in stato di coscienza e consapevolezza, e quindi di dolo, ma che si può trattare semplicemente e giustappunto di sciocchezze, corbellerie, bufale, proposte al pubblico per mera superficialità ed approssimazione, da qualcuno che non ha verificato né approfondito la notizia innestata nello show da chi sta in cabina di regia, o da chi si è lasciato semplicemente trasportare dall’enfasi e dal noto metodo del “più o meno”.

    In sintesi: proponendo una teoria di imprecisioni, falsità e corbellerie, non è vero che intendiamo significare allo stesso tempo che gli autori delle stesse siano dei falsari di mestiere o dei criminali.

    Molte  volte, anziché di paraculi,  si tratta di gente pasticciona e poco professionale,  od anche ingenua , così come ingenua ed innocente è la schiera dei lettori o telespettatori che recepisce le notizie così come sono, senza alcuno spirito critico.

    Altre volte invece, pizzicheremo i veri e propri mascalzoni, i cervelli criminali. (Non distante da qui, negli articoli di Segugio dei giorni scorsi, abbiamo parlato di uno di questi, e bello grosso).

    Buona lettura.
     

    2) I manoscritti sulla "trattativa" tra stato e mafia


    C’eran tre papelli,
    vergati da Don Vito.
    Ma, di tre, due son patacche, ahimè.
    Lui non ci ha mai messo dito.

    truman show avatar.bmp Da  molti anni ormai si parla del famigerato papello, il foglio contenete l’elenco delle pretese avanzate allo Stato dalla mafia per allentare la morsa degli attentati e delle stragi.  Su questo blog abbiamo già trattato diffusamente dell’argomento, nell’articolo  “De papellibus”.

    A metà dello scorso mese di ottobre, il presunto papello è saltato fuori, consegnato prima in fotocopia, e quindi in originale, da massimo Ciancimino ai PM di Palermo.

    Insieme al papello, son saltati fuori altri due documenti.

    Il primo, è un papello-bis, un altro foglio contenente richieste che lo stato avrebbe dovuto esaminare per trattare con la mafia, sulla base delle stesse, onde fermare gli attentati.

    Il secondo, è un memoriale di 13 pagine, sulla trattativa, manoscritte da Vito Ciancimino nel 1993 e pubblicate integralmente e per la prima volta il 21 ottobre scorso, contemporaneamente su questo blog e sul blog “censurati.it” di Antonella Serafini, cui va il merito di avere reperito il documento. Memoriale che, come vedremo, era già in mano ai Procuratori di Palermo ancor prima che fosse manoscritto. (?….tranquilli, ora ve la spiego).

    Quindi, TRE documenti, che ho descritto in forma sintetica.

    A questo punto, per calarsi nello show provando in modo pieno ed appagante  la sensazione di essere un Mr. Truman come si deve, bisogna prima capire bene CHE COSA SIA EFFETTIVAMENTE ognuno di questi documenti.

    Così funziona. Per capire che ti è caduto un faretto cinematografico tra i piedi, bisogna prima sapere bene che cosa è e com’è realmente fatto, un faretto cinematografico.

    E quindi, ecco qua.


    —-> documento numero uno: il papello originale

    Lo vediamo in questa immagine:

     

    Come ho
    detto, è un elenco di 12 pretese numerate, scritte dalla mafia per mano di un
    non precisato scrivano (secondo Brusca si tratta del Dott. Cinà), su di un
    foglietto in possesso di Don Vito Ciancimino, da lui consegnato al generale
    Mori e custodito, in copia, in cassetta di sicurezza sino ad un mesetto fa,
    allorchè Massimo Ciancimino riuscì finalmente a recuperarlo e quindi a
    consegnarlo ai magistrati inquirenti.

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    Come ho detto, è un elenco di 12 pretese numerate, scritte dalla mafia per mano di un non precisato scrivano (secondo Brusca si tratta del Dott. Cinà, secondo Sandro Ruotolo potrebbe trattarsi di Totò Riina, secondo me di uno qualsiasi), su di un foglietto in possesso di Don Vito Ciancimino, da lui consegnato, in ori ginale o in copia, al generale Mori e custodito, in originale o in copia, in cassetta di sicurezza sino ad un mesetto fa, allorchè Massimo Ciancimino riuscì finalmente a recuperarlo e quindi a consegnarlo ai magistrati inquirenti.

    Su questa copia, come si vede dall’immagine, qualcuno ha scritto «Consegnato, spontaneamente, al colonnello dei Carabinieri Mario Mori dei Ros», e secondo Massimo Ciancimino lo scrittore sarebbe suo padre.  E quindi anche secondo la totalità dei media nazionale, Don Vito risulta essere l’autore di quella scritta. Fatto importante, quella postilla, perché essendo provato e confermato dallo stesso Mori che siano avvenuti incontri fra di lui e Vito Ciancimino, quella scritta del defunto Don Vito, sarebbe un pesante indizio contro il generale, una prima rilevante prova che egli abbia ritirato “il papello” della trattativa fra mafia e stato, fatto che egli ha sempre negato.

    In realtà noi abbiamo fatto un confronto calligrafico fra parole equivalenti, estratte le une da questo e dal secondo papello (doc. numero 2)  e  e le altre dal documento numero 3, scritto certamente da Vito Ciancimino.

    Dal confronto fra le grafie, sorgono alcuni dubbi. Anche il papello bis, come il precedente, in alcune parti suscita perplessità..

    VEDI QUI IL CONFRONTO CALLIGRAFICO

     

    —–> documento numero due: il papello originale “rivisto” da Vito Ciancimino   


    Lo vediamo in questa immagine.

     


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    Secondo quanto afferma Massimo Ciancimino, suo padre quando lesse per la prima volta il PAPELLO N°1, considerò le 12 richieste delle “richieste da testa di m….”.

    Per lui quelle richieste poste allo stato erano irricevibili, assolutamente improponibili.

    Pensò quindi di redigere un elenco di richieste alternativo, con pretese più “soft” rispetto a quelle originali, diciamo “smussate” così da renderle proponibili. Ad esempio la richiesta di eliminazione delle accise sul carburante, veniva sostituita da Don Vito con una più realistica e ragionevole: la soppressione del Monopolio di Stato sui tabacchi.

    Su questo papello-bis si possono leggere, in testa, i nomi di Virginio Rognoni e Nicola Mancino.  «Quei due nomi non sono sul papello. Mio padre li scrisse a mano su un foglio a parte (il papello-bis)  facendo i suoi ragionamenti, le sue modifiche sui 12 punti della carta principale, cioè il papello»

    Quindi questo papello sarebbe stato scritto di proprio pugno da Don Vito, così come confermato anche da suo figlio Massimo, il superteste.

    In realtà, sempre dal confronto calligrafico da noi effettuato e già citato sopra, ANCHE QUESTO SECONDO PAPELLO suscità perplesità in più punti. 

     

    —–> documento numero tre: il memoriale di vito ciancimino del 1993

    Questo documento viene definito “memoriale”, ma in realtà non è esattamente questo.

    Sarebbe invece la trascrizione testuale, fatta di proprio pugno da Don Vito Ciancimino, di un verbale di una sua stessa deposizione redatto il giorno 17 marzo 1993 nel carcere romano di Rebibbia, innanzi al Procuratore Distrettuale della Repubblica di Palermo, dott. Giancarlo CASELLI e al sostituto Procuratore dott. Antonio INGROIA.

    Vito Ciancimino, che in carcere aveva tutto il tempo per farlo, trascrisse a mano quel verbale e lo corredò di un paio di paginette di note aggiuntive.

    Il motivo dell’operazione, si spiegherebbe col fatto che il Ciancimino aveva l’intenzione di affidare ad un editore straniero un suo libro di memorie, che nella sua stesura originale doveva essere interamente manoscritto, a provarne l’autenticità anche in caso di eventuale incapacità di conferma da parte dell’autore, caso mai gli fosse capitato qualche incidente.

    E quindi Ciancimino trascrisse a mano quella parte del suo verbale di deposizione innanzi ai PM, perché aveva l’intenzione di utilizzarla per il suo libro.
    In realtà poi, rinunciò, e la ripose in un cassetto.

    Questo manoscritto NON RISULTA ESSERE MAI STATO CONSEGNATO da Ciancimino a Mori, o comunque non c’è alcuna prova che ciò sia avvenuto.  Anzi, c'è la prova contraria. Infatti il documento originale, è stato sequestrato dagli inquirenti nel 2005 a Massimo Ciancimino, nel contesto delle iniziative cautelari disposte dalla Procura di Palermo per le indagini relative alle presunte attività di riciclaggio del patrimonio illegale paterno illecitamente condotte da  Ciancimino Jr.

    Consiglio a tutti, giunti a questo punto, di leggere attentamente il testo della deposizione di Ciancimino resa dinnanzi a INGROIA e trascritta nel memoriale, testo che PER LA PRIMA VOLTA, su di un mezzo di comunicazione, qui di seguito è riportato fedelmente (compresi gli errori, l’uso delle maiuscole, e le sottolineature).

    Chi lo desiderasse, può scaricare QUI il file con l'ipertesto del memoriale, e QUI il file con le immagini ad alta risoluzione delle pagine del memoriale.

    memoriale Amemoriale Bmemoriale C

     
     
    memoriale D

    Penso che dalla lettura del testo tutti quanti si possa notare quali siano i punti salienti

    e soprattutto quanto questi siano importanti.
    Innanzitutto Ciancimino comunica la data degli incontri avuti con i carabinieri: dal 25 di agosto 92 (De Donno) al 1° settembre 92 (Mori) e oltre. Tutte date che smentiscono l’attuale teoria accusatoria dei PM contro Mori, ed escludono il coinvolgimento dei ROS e della loro trattativa, nella strage di Via D’Amelio (luglio 92).
    Ciancimino poi, spiega qual’era l’oggetto della richiesta dei ROS: collaborazione per assicurare alla giustizia i latitanti. Altra testimonianza che assolve i ROS dalle accuse di torbide trattative.

    Ciancimino dice di aver deciso di collaborare con i ROS, e di avere anche iniziato, esaminando insieme a loro carte geografiche di Palermo ed altri documenti utili per la cattura di un grosso latitante.

    Ciancimino afferma di essere stato arrestato immediatamente dopo aver dato inizio alla sua collaborazione con i carabinieri, essendo secondo lui tale circostanza una ben strana coincidenza e priva di fondate motivazioni.

    Ciancimino afferma di aver avuto una richiesta dimostrazione di “referenza” e “credibilità” da parte del suo interlocutore emissario della mafia, consistente in un aggiustamento “delle sue cose”, e cioè del suo processo (non sarà per questo che Ciancimino per mezzo di Mori, chiedeva insistentemente un incontro con Violante, a partire dell’ottobre 92?)

    Di quella deposizione di Ciancimino dinnanzi a Caselli, trascritta dallo stesso Vito Ciancimino, ci ha parlato Marco Travaglio, il 22 ottobre scorso (che è il giorno successivo alla pubblicazione sui nostri blog, di questo “memoriale”.) sul “Fatto quotidiano”:

    “(Vito Ciancimino) lo sentirà Gian Carlo Caselli, poco dopo essersi insediato alla Procura di Palermo il 15 gennaio ’93 (lo stesso giorno dell’arresto di Totò Riina e della mancata perquisizione del covo da parte del Ros, forse nel timore di trovare carte inerenti la trattativa del papello). Ma Ciancimino, a quel punto, si ritrarrà a guscio e dirà ben poco sul delitto Lima e sul caso Andreotti. Anche perché sia Violante sia Mori si sono ben guardati dal rivelare a Caselli quel che sanno sui colloqui top secret fra il Ros e Ciancimino.”  (Travaglio: Violante, don Vito e l'antimafia          di Marco Travaglio – 22 ottobre 2009)

    Così, piuttosto rozzamente,  liquida Travaglio quella deposizione, che invece, non si ha che da leggerla,  è la sola testimonianza diretta della parte interessata, di come,  quando e perché sia avvenuta la famosa trattativa. Niente niente.

    All’inizio di marzo del 2005, come ho già detto, il manoscritto viene sequestrato a Massimo Ciancimino, nella sua abitazione, nell’ambito delle indagini a suo carico per riciclaggio.

    E’ importante leggere il resoconto dato da Repubblica in quella circostanza:

    Dieci pagine firmate Vito Ciancimino

    Repubblica — 06 marzo 2005   pagina 2   sezione: PALERMO

    Inchiesta riciclaggio, all' esame dei pm c' è anche un manoscritto dell' ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino sequestrato la scorsa settimana durante la perquisizione a casa del figlio Massimo. Dieci paginette manoscritte dal titolo: "I carabinieri". Vito Ciancimino avrebbe voluto inserirle nel suo memoriale scritto negli anni passati a Rebibbia, ma alla fine decise di tenerle a parte. Anche se il tema era sempre quello: la sua «collaborazione» con lo Stato e la famosa trattativa avviata da Cosa nostra con pezzi delle istituzioni dopo la terribile stagione delle stragi del 1992. Le dieci paginette iniziano così: «Il capitano Giuseppe De Donno è coetaneo e amico di mio figlio. Da tempo cercava di convincermi a parlare, ma io ho sempre detto di no. Ora a farmi cambiare idea sono stati l' omicidio di Salvo Lima, che mi ha turbato, quello di Giovanni Falcone, che mi ha sconvolto, e quello di Paolo Borsellino che mi ha atterrito». Un rapporto rimasto misterioso quello avviato proprio dopo le stragi tra l' ex sindaco di Palermo e i carabinieri. E rievocato anche dal generale Mario Mori, capo del Sisde, nell' ambito dell' inchiesta sulla mancata perquisizione del covo di Totò Riina in via Bernini. Ai magistrati di Caltanissetta che lo interrogarono sul caso, Mori ricostruì così la collaborazione con Ciancimino, definito da lui "fonte confidenziale". «Il capitano De Donno aveva instaurato un buon rapporto con il figlio Massimo, durante la detenzione del padre. Fu così che invitai De Donno ad approfondire i rapporti». Il primo ottobre del '92 Ciancimino avvia la sua collaborazione, 18 giorni dopo l' incontro decisivo. «Ciancimino mi informò che i suoi interlocutori avevano accettato di portare avanti un certo tipo di trattativa… gli chiesi di avere la consegna di Riina e degli altri assicurando che le famiglie di costoro sarebbero state trattate bene. Al che Ciancimino ebbe uno scatto improvviso… "Mi vuole morto, così morite anche voi". Aggiunse che avrebbe comunicato ai suoi interlocutori che vi era stato un momento di ripensamento e ci accompagnò alla porta». Un mese dopo, il figlio di Ciancimino contatta De Donno e lo invita a tornare dal padre. «Ciancimino aveva accettato – spiega Mori – e chiese una dettagliata mappa di Palermo nella zona compresa tra viale Regione Siciliana e Monreale. La sera stessa fu arrestato». In carcere l' ex sindaco accettò di parlare con i magistrati. «La collaborazione – conclude Mori – non approdò a buoni risultati. Si è perduta un' occasione importante». (…)ALESSANDRA ZINITI


    Si noti dunque bene che:
    Il manoscritto di cui parla Repubblica il 6 marzo 2005 è proprio il nostro terzo documento, quello di cui stiamo parlando

    Ergo quel documento era senz’altro a conoscenza dei PM sin dal marzo del 2005, ove fu da essi sequestrato

    I PM lo posero immediatamente “all’esame”. Situazione un po’ paradossale, trattandosi della stessa procura ove quel manoscritto, nella sua forma originale e non trascritta, era depositato agli atti sin dal marzo del 1993.

    Pur contenendo il manoscritto tutti i particolari della “trattativa” ed altri dettagli fondamentali in merito all’oggetto della collaborazione cui Ciancimino si era determinato, Repubblica omette di illustrarci tali contenuti, che sono invece la parte fondamentale di quell’atto giacente in tribunale sin dal 1993; riporta invece parti, in virgolettato, non significative.

    Il resoconto reso da Mori su quelle vicende, in parte riportato nel virgolettato sull’articolo di Repubblica, coincide perfettamente con quello reso da Ciancimino sul suo manoscritto.

    In ogni dettaglio. Ergo, ai cittadini italiani è stato sempre taciuto (in primis, già nell’articolo di Repubblica che ho citato, indi viene ancora taciuto oggi, salvo la possibilità di leggere il testo su questo modesto blog) CHE ESISTEVA UNA DEPOSIZIONE OLOGRAFA DI VITO CIANCIMINO, e cioè l’interlocutore dei ROS, RESA IN CARCERE, che confermava alla lettera, passo per passo, tutte le circostanze riferite da Mori in merito alla trattativa. Tutte, in ogni dettaglio. Come se fosse un particolare da nulla. Piccoli fondali dipinti del Truman Show che cominciano a scollarsi dal telaio di sostegno.

    Ed ora facciamo un salto di oltre 4 anni. Del misterioso manoscritto non si sente più parlare, sino al 16 ottobre 2009. (sto parlando dei mass-media, in vero, poichè nella sentenza di assoluzione dalle accuse a carico di Mori e De Caprio per il presunto reato di favoreggiamento, il memoriale era stato citato)

    Il giorno precedente, 15 ottobre, l’Avvocato di Massimo Ciancimino ha consegnato la copia dei Papelli (numero uno e numero due), ai PM Palermitani.

    Il settimanale L’Espresso, mette in rete la fotocopia dei Papelli alle ore 18.33, dello stesso 15 ottobre come dimostra questa diagnosi del file.

      data creazione espresso

    Nelle ore immediatamente successive, le immagini dei papelli sono sul web e sui giornali.

    Il giorno dopo, 16 ottobre, il TG3 serale decide di occuparsi della papellofanìa, e lo fa con un servizio di Fabrizio Feo.

    Ora che conosciamo bene i DOCUMENTI NUMERO UNO, DUE E TRE, possiamo rivederlo, e divertirci:


    E quindi lo trascriviamo, questo servizio del TG, col corredo delle immagini, poste a lato del testo,   che nel video erano temporalmente coincidenti con la narrazione trascritta.


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    tg3 16 nov 09

    Vediamo dunque brevemente cos’ha combinato il TG3 in questo servizio:

    Il video comincia con una descrizione del papello n°1. Nel frattempo viene mostrata l’immagine del papello n°2. Poi lo speaker prosegue con la descrizione del papello n°1, e conclude: “Se sia la copia del papello originale, o un pro-memoria di Vito Ciancimino (il documento n° 3 – ndr) , lo chiarirà Massimo Ciancimino.”

    A fronte di questo dubbio, io, senza scomodare Ciancimino jr.,  avrei la risposta pronta per i nostri simpatici redattori della RAI: “Entrambi tre”.

    Poi, ancora un’affermazione sibillina:

    Difficile invece spiegare incongruenze temporali e anomalie nell’elenco di richieste.”

    Su questo argomento lo speaker non aggiunge altro; noi sappiamo a cosa si riferisce, perché abbiamo studiato, ma il telespettatore medio comincia ad accusare capogiri non capendo di cosa stanno parlando al TG; anche perché, nel frattempo, prorompe per la prima volta sullo schermo televisivo l’immagine di un misterioso documento, che nulla ha a che vedere con quelli sino ad ora oggetto del servizio: il memoriale di Ciancimino del 93 (documento numero tre), in un dettaglio della quarta pagina dove campeggiano in primo piano tre inquietanti parole sottolineate “piena delega a trattare.” Trattare. Trattativa. Abbiamo capito, abbiamo capito.

    Ma proprio a questo punto viene il bello, perché il commentatore ci spiega: “ Secondo l’Espresso sul documento c’era un post-it, con l’annotazione: “Consegnato al colonnello dei carabinieri Mori dei ROS”. Giustamente nel riferirci tale notizia, il TG  riproduce, finalmente, un particolare del Papello n°1, quello giusto di cui sta parlando il servizio, e precisamente la frase citata vergata dal presunto Vito Ciancimino (e che, tra l’altro,  noi riteniamo essere un falso, una brutta imitazione).

    Dopodichè, un capolavoro della logica.

    TG3 si domanda: “Cos’era stato consegnato a Mori?”  E a quel punto appare la simpatica faccia barbuta del cronista, Fabrizio Feo, che ci spiega cos’era stato consegnato a Mori.

    Ma alla spiegazione di Feo anteponiamo un breve riassunto delle parti precedenti, perché è una perla che va vista nell’insieme.

    In  pratica, ci è stato detto:

    C’è un papello, fatto così e così, contenente le richieste della mafia. E’ stato consegnato in copia da Massimo Ciancimino ai PM. Se poi sia una copia di se stesso o un’altra cosa, ce lo deve dire Ciancimino. Poi su questo papello c’è una nota: “consegnato a Mori”. E cos’era stato consegnato a Mori? Ve lo dico subito: non il papello con su scritto “consegnato a Mori”, ma degli appunti, redatti tra il 92 e il 93, pieni di sorprese. (che tra l’altro, mai sono stati consegnati a Mori). E fra queste sorprese, ad es., c’è Vito Ciancimino che scrive di ritenere che i boss mafiosi siano pazzi, oppure abbiano le spalle coperte politicamente. Per ora, fine delle sorprese.

    Sticazzi, chiarissimo, ed inquietante.

    A quel punto bisogna assolutamente sentire che ne pensa Violante:

    VIOLANTE: “Ma, bisogna vedere bene prima  che cosa sono, questi appunti. Si parla di fotocopie… bisogna vedere se corrispondono a quello dato ai magistrati. Quindi sarei molto molto prudente Sia ben chiaro: la mafia ha sempre cercato il contatto con i poteri pubblici: non è una novità.

    TRADUZIONE: Ma santa pazienza, dite di volermi intervistare sul papello consegnato ieri da Ciancimino, e mi mostrate questa roba, una deposizione di Ciancimino davanti a Caselli nel 93 che non c’entra una sega col papello e quindi non è quello che ieri han dato ai magistrati. Che caspita volete che vi dica? Mah…, dirò di stare molto prudenti a far ‘sti casini coi documenti, e poi qualcosa di un po’ generico sui contatti fra mafia e politica. Ma guarda che mi tocca… 

    E in conclusione, torna il nostro


    SPEAKER: col famoso papello finalmente sul tavolo dei magistrati, e le rivelazioni sui contatti fra stato e cosa nostra giunte a Paolo Borsellino poco prima della sua morte, i magistrati hanno elementi per nuove indagini, che potrebbero far luce sul periodo delle stragi, e sulle responsabilità.

    Tutto chiaro, il telespettatore è servito. Ora, grazie a queste informazioni opportunamente approfondite e spiegate dal nostro Truman Show, sa che i magistrati hanno sul tavolo una patacca, che si va ad aggiungere agli altri schiaccianti elementi a loro disposizione per nuove indagini, come “le rivelazioni sui contatti fra stato e cosa nostra giunte a Paolo Borsellino poco prima della sua morte”.

    E quali sarebbero queste rivelazioni?

    Le sole ed uniche rivelazioni nuove, sulle informazioni giunte a Borsellino sulla trattativa, sono quelle di Martelli ad Annozero, e cioè:

    «Mi fu comunicato dal direttore degli Affari penali del ministero, Liliana Ferraro, che era venuta a trovarla l’allora capitano Giuseppe De Donno, che l’aveva informata che Vito Ciancimino aveva volontà di collaborare». Cui seguì una precisazione di Sandro Ruotolo, che riferisce  che, secondo Martelli, Borsellino fu avvertito direttamente dalla Ferraro della volontà di Ciancimino di trattare.


    Quindi queste nuove rivelazioni, sarebbero che Borsellino era stato informato che Don Vito Ciancimino voleva collaborare con gli inquirenti (nespole, che rivelazioni inquietanti). Che è esattamente ciò che Mori va ripetendo da anni, nonché ciò che era agli atti della Procura di Palermo, con la deposizione dello stesso Ciancimino che abbiamo pubblicato, da oltre 16 anni.

    Caspita, proprio  nuove, nuovissime, rivelazioni.

     

    Questo è l’Italian Truman Show, giunto al termine della sua prima puntata.

    enrix                   
     

     
    • anonimo 23:36 on 24 November 2009 Permalink | Rispondi

      Enrix, tu affermi:

      Innanzitutto Ciancimino comunica la data degli incontri avuti con i carabinieri: dal 25 di agosto 92 (De Donno) al 1 settembre 92 (Mori) e oltre. Tutte date che smentiscono l’attuale teoria accusatoria dei PM contro Mori, ed escludono il coinvolgimento dei ROS e della loro trattativa, nella strage di Via D’Amelio (luglio 92)

      In realtà sono tutte date che smentiscono gli stessi  De Donno e Mori.

      Udienza del 24 gennaio 1998, al processo per le stragi nel continente celebrato di fronte alla Corte di Assise di Firenze:

      Teste Mori:…Incontro per la prima volta Vito Ciancimino a casa sua, a via di Villa Massimo, che è dietro Piazza di Spagna a Roma, il 5 agosto…nel pomeriggio del 5 agosto del 92

      A supporto di questo e di altri incontri Mori consegna ai giudici pagine delal sua agenda

      Teste Mori: Sì, ho portato la fotocopia delle pagine, solo delle pagine relative, ovviamente. E qui leggo: "5 agosto tra le 14 e le 15" – dell’agenda – "incontro con V.C.", cioè Vito Ciancimino.
      "Sabato 29 agosto, ore 16.00 V.C.", cioè Vito Ciancimino.
      "1 ottobre" – sempre di quell’anno – "pomeriggio, colloquio con V.C.".
      "Domenica 18 ottobre ore 11.30 V.C.".
      "22 gennaio" – dell’anno successivo, quindi siamo nel 93 – "ore 9.00, incontro con V.C.", qui a Rebibbia, anche se non l’ho scritto – "ore 14.00, 13.30 – 14.00 incontro col dottor Caselli"

      Quesito: chi dice la verità?

      Veniamo ora a De Donno, sempre il 24 gennaio 1998.

      Teste De Donno: …E abbiamo provato il contatto che, tra la strage di via Capaci e la strage di via D’Amelio, avviene. Perché Ciancimino accetta di incontrarmi nella sua abitazione di Roma. In quel periodo che Ciancimino era libero…

      Enrix, tu affermi: …il resoconto reso da Mori su quelle vicende, in parte riportato nel virgolettato sull’articolo di Repubblica, coincide perfettamente con quello reso da Ciancimino sul suo manoscritto.

      In realtà, più correttamente, è vero l’inverso: ciò che affermano Mori e De Donno coincide nella sostanza con gli interrogatori resi da Vito Ciancimino nel 1993 indipendentemente dalla veridicità o meno della sua trascrizione. La sequenza temporale degli eventi può non essere neutra rispetto all’analisi di queste testimonianze. Vediamo perché.

      Teste Mori:...L’inizio delle escussioni del Ciancimino verso la metà di febbraio. Ad alcune ho assistito anch’io. Nel contesto di queste dichiarazioni che rese ai magistrati della Procura di Palermo, Ciancimino fece cenno a tutta la vicenda del rapporto tra di noi e lui.
      Il capitano De Donno, che compilò gli atti relativi e tutti gli accertamenti connessi connessi alle dichiarazioni di Ciancimino, riferì anche sui nostri rapporti. La Procura di Palermo non ci ha mai chiesto alcunché su questo fatto.

      Nei fatti, potremmo dire che Mori e De Donno nel 1998 confermano ciò che già è stato detto nel 1993.

      Per ora è tutto.

      Andrea G.

    • enrix007 02:01 on 25 November 2009 Permalink | Rispondi

      Ottimo intervento Andrea, ed ottime argomentazioni.

      le commenterò domani, che ora sono stanco.

      Però le incongruenze sulla data del primo appuntamento, credo meritino approfondimento, ed anche un articolo. Vanno senz’altro chiarite.

      Dimmi, se mi puoi asser d’aiuto: a quale fonte hai attinto per i verbali del 24 gennaio 98?

    • anonimo 10:11 on 25 November 2009 Permalink | Rispondi

      Buongiorno Enrix,

      L’Associazione delle vittime della strage di via dei Georgofili recentemente ha messo in rete i verbali dei dibattimenti.

      Vai a:

      http://www.strageviadeigeorgofili.org

      A sinistra dello schermo vai a "documenti", poi "verbali del primo dibattimento", poi "udienze", clicca su "980124", lì ci sono le deposizioni di Mori e De Donno.

      A presto

      Andrea

    • anonimo 17:17 on 25 November 2009 Permalink | Rispondi

      Scusa Andrea perchè scrivi chi dice la verità? Premesso che comunque gli incontri sono successivi la morte di Borsellino (come giustamente scrivi anche te) immagino che sia stato Ciancimino a ricordare male. Ho esistono atti ufficiali in cui Mori sostiene altre date?

      Solo per capire, Andrea.

      Gianluca

    • anonimo 17:24 on 25 November 2009 Permalink | Rispondi

      Tra l’altro leggo dagli atti ufficiali che gentilmente Andrea hai linkato relativi alla sentenza sulle stragi trovo scritto che Mori non ha agito assolutamente fuori le righe ha solo cercato con la collaborazione con Ultimo di arrivare ai capimafia:

      SENTENZA  (n. 2/2000 – depositata il 20.4.2000)

      In effetti Mori, che aveva informato Subranni il quale – pur lasciandogli ampi
      margini di autonomia e concordando con l’iniziativa – lo avvertì che il
      personaggio era abile e da trattare con estrema cautela e circospezione (la sostanza dei consigli fu questa anche se Subranni non ha confermato i termini letterali delle raccomandazioni come riferite da Mori: “…ti può mettere sotto scopa …”), e De Donno si accreditarono presso Ciancimino come rappresentanti dello Stato. Al di là di ogni loro aspettativa, Ciancimino si mostrò disponibile, e il 1 ottobre confermò che era in grado di fare da intermediario con i “corleonesi”. Quando, il successivo 18 ottobre, chiese esplicitamente cosa avevano da offrire, il “bluff” dei due ufficiali venne scoperto. Essi, in realtà, non potevano dare nessuna garanzia, e Mori fece l’unica proposta cui, quale ufficiale di p.g., era legittimato: Riina e Provenzano avrebbero dovuto costituirsi, i loro
      familiari sarebbero stati protetti. Dunque, una richiesta di resa incondizionata. Ciancimino ebbe una reazione impressionante, scattò in piedi adirato e congedò l’interlocutore dicendo: “Lei mi vuole morto, anzi vuole morire anche lei, io questo discorso non lo posso fare a nessuno.”
      Il 19 dicembre Ciancimino fu arrestato, in seguito risulta aver collaborato, ma, citato dalla difesa perché deponesse ai sensi dell’art. 210 c.p.p. all’udienza del 13.10.1999, si è avvalso della facoltà di non rispondere.

    • anonimo 18:16 on 25 November 2009 Permalink | Rispondi

      Ciao Gianluca,

      sinteticamente poi probabilmente ci ritorneremo.

      - De Donno incontra, a suo dire, Vito Ciancimino tra le due stragi, poi, dopo la strage di via D’Amelio interviene Mario Mori

      - chiedo "chi dice la verità" perché le date di Mori differiscono da quelle della trascrizione di Ciancimino.

      Non ho espresso la mia opinione su chi dica la verità, può essere benissimo che Ciancimino abbia ricordato male. Più difficile che sia Mori a dire il falso perché ha con sé le pagine delle sua agende.

      Il problema è un altro (tra i tanti): siamo sicuri che la trascrizione di Ciancimino sia autentica? aggiungo che più della trascrizione a me interessano i verbali degli interrogatori al Ciancimino. Io non li ho ma per una serie di ragioni io credo che collimino nella sostanza con quelli successivi a Mori e De Donno.

      In questo stadio dell’analisi non esprimo ancora giudizi sui comportamenti dei soggetti.

      Andrea

    • anonimo 00:13 on 26 November 2009 Permalink | Rispondi

      Capisco che giustamente vuoi approfondire, stessa cosa mia, ma attualmente quanto sostiene Enrix è immodificabile, sto parlando delle considerazioni fatte con il materiale che abbiamoa disposizione.

      Di certo traspare una considerazione certa, è in atto un depistaggio MEDIATICO DI DIMENSIONE GIGANTI.

      Gianluca

    • enrix007 03:31 on 26 November 2009 Permalink | Rispondi

      E non è neppure un’operazione troppo facile, caro Gianluca, bisogna darne atto.

      Se si spinge troppo sul filone trattativa, si possono sottrarre elementi indiziari a carico di Berlusconi come mandante.

      Se si spinge troppo sul movente-mandante "Berlusconi", si depaupera il filone trattativa col rischio di scagionare Mori, che è già sotto processo.

      Non a caso il filone trattativa è spinto nel processo Mori, e l’altro nel processo Dell’Utri.

      Di fatto sono due processi che si contendono mandanti e moventi delle stragi, con una sapiente regia mediatica che cerca di renderli compatibili e conniventi tutti e due.

      Compatibili con la possibilità di esistere, ma per ora ben poco con la realtà, perchè ci sono testimnianze in contrasto fra di loro e documenti falsi che girano nelle aule di giustizia.

      Eh, si. Per fare luce occorrerebbe un po’ di pulizia.

    • anonimo 09:17 on 26 November 2009 Permalink | Rispondi

      A me sembra che si stia cercando di separare le varie stragi, quelle del 92 da quelle del 93.
      Berlusconi secondo le indiscrezioni viene abbinato ormai solamente alle bombe del 93.
      Anche le stragi del 92 vengono separate; quella di Capaci è opera della mafia, credo che nessuno lo metta in dubbio, quella di via D’Amelio sarebbe opera dello stato.
      Insomma quello che sembrava semplice, bombe di mafia, lo stanno facendo diventare una cosa complicatissima.

      La strage di Capaci mi permette di fare una divagazione.
      Ieri ho sentito alla radio da Cruciani le disavventure di Schifani. Credo che ad esporle fosse Flores D’Arcais, mi è sembrato che Cruciani lo chiamasse Flores o Floris, ma non mi sembrava la voce di Giovanni Floris.
      Cosa sosteneva Flores? Sosteneva che in un paese civile Schifani non sarebbe neanche in parlamento perchè quando era avvocato difese il costruttore di un edificio abusivo a Palermo, questa mi è sembrata l’accusa.
      E come la mettiamo con quel senatore dell’IDV che prima di essere eletto è stato il difensore di Giovanni Brusca, quello che ha messo la bomba a Capaci?
      Sottosegretario alla giustizia del governo Prodi.
      Se i dubbi valgono per Schifani, a maggior ragione, secondo me, valgono per Li Gotti.
      Se non dubitiamo di Li Gotti, non possiamo dubitare nemmeno di Schifani.

      L’avvocato che umanizza la ferocia.

      http://archiviostorico.corriere.it/1996/settembre/01/Gotti_avvocato_che_umanizza_ferocia_co_8_9609013761.shtml

      Ciao, Gabriele

    • anonimo 11:48 on 26 November 2009 Permalink | Rispondi

      Non voglio entrare nel merito di date, luoghi e stragi.
      Da politico in erba, vorrei fare delle considerazioni che, stante le lapallisiane manipolazioni in corso nelle procure di Palermo e Caltanisetta, mi portano a leggere i FATTI sotto altra luce, ponendomi altresì una domanda: perchè?
      Perchè dei PM che già avevano indagato, interrogato, raccolto testimonianze, confessioni, già all’epoca delle due stragi (CHE NON SONO DI STAMPO MAFIOSO, PERCHE’ LA MAFIA UCCIDE NEL SILENZIO DELLA LUPARA), con processi già celebrati, sentenze già emesse, oggi a distanza di 16-17 anni dai fatti, riaprono il tutto?
      Perchè dei PM danno credito a dei pentiti, già sentiti, vagliati, smentiti da processi, che fanno rivelazioni  solamente di derelato, oggi hanno credito?
      Perchè dei PM, perseguendo nella loro volontà di piegare anche la dimensione temporale, voglio mettere sotto lo stesso cappello, due processi, Dell’Utri e Mori, così da far contraddire le due corti chiamate a giudicare, creando una dicotomia lampante nella giustizia italiana?
      Se tutti diamo la stessa risposta, allora credo che si arriverà a quello che non si riuscì di fare nel 1992 e che SB con la sua discesa in campo nel ’94 non permise e cioè all’allegra armata di instaurare un regime di allegro comunismo, in mano ai poteri forti del Britannia.
      Quindi se tutto il lavoro meritorio di Enrix diviene per l’ennesima volta carta straccia, ci troveremo ancora a dover difendere, ob torto collo, uno come SB che è la negazione della politica e l’anfitrione della menzogna, ma che cmq rimane il mane minore per la democrazia italiana.

      Star Joe, coffa di maestra Catania

    • anonimo 03:02 on 30 November 2009 Permalink | Rispondi

      Ciao Enrix, hai scritto che dal doc.3, la mafia voleva da Ciancimino una prova di credibilità, che aggiustasse alcune cose, probabilmente un processo… e forse proprio per questo C. voleva incontrare Violante. Non hai approfondito… Non si può ipotizzare che questo fosse un anticipo di contropartita richiesta dalla mafia? C. voleva incontrare Violante (mi pare non ci riuscì) ma chi ci dice che non abbia trovato qualcun’altro disposto ad ascoltarlo? Insomma questa frase ha attirato la mia attenzione, se la mafia ha richiesto questo tipo di garanzia vuole dire che si aspettavano fosse possibile ottenerla… tu invece l’hai buttata li senza approfondire…

      Ma poi in molti punti del memoriale C. lascia intendere che secondo lui i suoi interlocutori mafiosi avevano le spalle coperte politicamente, cioè la trattativa vera non era la sua con i Ros ma un’altra che stava comunque avvenendo… tu non lo hai per niente approfondito… questo è il punto importante. Non il fatto che i Ros non c’entrano, ma il fatto che la trattativa pare esserci stata.

      Ultima cosa, secondo te da chi è mosso Ciancimino junior? Perché i papelli falsi?

      Luigi C.

    • anonimo 09:13 on 30 November 2009 Permalink | Rispondi

      Buongiorno sig. Enrix
      stamattina ho ascoltato come il solito la rassegna stampa di radio24 ed e’ stato letto un articolo della giornalista Marcelle Padovani (spero di non sbagliarmi), autrice di un libro su Falcone, che in non so quale quotidiano in edicola oggi ha detto che Berlusconi vive nel Truman Show (testuali parole).
      Ho subito pensato che magari e’  capitato su queste pagine!
      Buona giornata.
      Luigi (C. anch’io ma non sono quello di sopra. Sono quello del Pensatore, per capirci)

    • anonimo 09:35 on 1 December 2009 Permalink | Rispondi

    • anonimo 13:29 on 2 December 2009 Permalink | Rispondi

      Ciao Enrix, volevo segnalarti un interessante articolo su democrazia e legalità
      http://www.democrazialegalita.it/redazione/redazione_vere_parole_borsellino=24novembre2009.htm
      Vai alla fine della pagina che ti ho linkato e clicca su link… chissà che tu non riconosca la fonte

    • anonimo 13:29 on 2 December 2009 Permalink | Rispondi

      il mio nome è Alex

  • Avatar di enrix

    enrix 11:27 on 18 November 2009 Permalink | Rispondi
    Tags: , , , , , , , , , , , , , , , totò riina   

    IL VIZIETTO 

    Il vizietto. 


    Ed ora, tanto per cambiare, parliamo di Marco Travaglio.

    Lo abbiamo già fatto ieri sull’altro blog, quello più ridanciano, ma oggi tocca rivedersela col giornalista torinese, e questa volta in argomento di mafia.

    Nonostante questo sia il tema centrale di questo blog, devo confessare che sono rimasto a lungo nel dubbio se dedicargli uno spazio in questa sede, o ancora una volta nelle cronache del variopinto mondo dell’imbecillario.

    Il fatto è che ormai Travaglio, nel raccontare a modo suo le cose, ha talmente abbandonato ogni ritegno, che letteralmente non sappiamo se, leggendolo quando si applica in argomenti seri come le stragi di mafia, ridere o piangere.

    L’allegria vorrebbe portarci a scrivere dall’altra parte, ma la mestizia alla fine prevale.

    E dunque veniamo al dunque.

    Ieri ho buttato l’occhio su un lungo articolo di qualche giorno fa, dal titolo “Alfonso Sabella, un giudice stritolato dalla Trattativa”, pubblicato sul “Fatto quotidiano”, ed immediatamente ripreso a rimbalzo su tutto il web.

    E dico “buttato l’occhio”, perché più che leggerlo integralmente, l’ho scansionato dall’alto in basso con le pupille, per alcuni secondi, soffermandomi su alcuni passaggi in grassetto. Tre o quattro passaggi, non di più.

    Di più non ce la faccio proprio a sorbirmi certi concentrati. Non ho più l’età.

    Ma comunque,  tanto è bastato per rilevare subito un paio delle solite porcherie.

    Una bella grossa balza subito all’occhio fra le prime righe.

    Travaglio introduce l’argomento dell’articolo, che è un piccolo trattatello celebrativo della figura del magistrato Alfonso Sabella, uno che, tanto per chiarirla subito, “dei ROS non si fida”, e che quindi “li ha tenuti sempre lontani dalle indagini sulla cattura dei latitanti”.

    Dal che, noi che siamo segugi, deduciamo tranquillamente, senza riserva di verifica, che le indagini del 2001-2002 volte a scovare Provenzano sulla base delle indicazioni del pentito Giuffrè, e che hanno invece prodotto, proprio a causa delle loro soffiate, soltanto l’arresto delle “talpe in procura” fra cui l’amico di Travaglio, Pippo Ciuro (braccio destro di Ingroia), il quale teneva informato l’Ing. Aiello (braccio finanziario di Provenzano, arrestato anche lui dai ROS e poi condannato ad un bel po’ di anni di carcere per associazione mafiosa) delle indagini avviate dai ROS e dei dispositivi di controllo telefonico ed ambientale impiegati da questi per sorvegliare Aiello, il boss Guttadauro, e la famiglia mafiosa Eucaliptus, custode a Bagheria del segreto del covo di Provenzano, quelle indagini lì insomma, ai ROS non può avergliele affidate Sabella, perché lui dei ROS non si fidava, mentre  invece magari della DIA di Pippo Ciuro si fidava.

    A dire la verità a dare una mano ad Aiello, insieme a Ciuro, provvedeva anche Totò Cuffaro, che per quella vicenda è stato condannato, sempre su denuncia dei ROS di cui invece Sabella non si fida, perché li ritiene intrallazzati con i politici nel promuovere la famosa “trattativa” fra Stato e mafia. Evidentemente però fra i politici che intrallazzavano con i ROS, Cuffaro non c’era, perché i ROS non  ci hanno pensato due volte a intercettarlo, coglierlo in castagna e denunciarlo.

    Ma torniamo al nostro Marco T. Dunque egli è un grande ammiratore di Alfonso Sabella, magistrato che peraltro, stanti i suoi numerosi successi nella cattura di pericolosi latitanti, non possiamo che stimare pure noi.

    E parlandoci di Sabella, Marco ci spiega subito che “è proprio davanti a lui che Giovanni Brusca mette a verbale le prime dichiarazioni sulla trattativa del Ros con la mafia che, disse l’esecutore materiale della strage di Capaci, produsse quella di via d’Amelio perché “siamo stati pilotati dai Carabinieri

    Allora, vediamo se disse proprio così, Giovanni Brusca.

    Ce lo chiarisce lo stesso Sabella, in un’intervista del 22 luglio scorso:

    “le dichiarazioni di Riina non sono per niente, a mio giudizio, diverse da quelle che fece Giovanni Brusca deponendo al processo per le stragi nel ’93 nell’aula bunker di Firenze quando disse, gli scappò una frase che poi spiegò: "Noi nel commettere le stragi del ’93 siamo stati pilotati dai carabinieri". Brusca non voleva dire che sono stati i carabinieri a far fare le stragi ma è un messaggio assolutamente analogo a quello che Riina manda adesso. Secondo me con la mafia non c’è spazio per andare a nessun tipo di trattative e a nessun tipo di rapporto.”

    E quindi, a parte il fatto già di per sè volpino e grottesco di sostenere che Brusca abbia messo a verbale le sue "prime dichiarazioni sulla trattativa del Ros" "proprio davanti a lui", ed indi citare una di queste dichiarazioni che invece appartiene ad una deposizione di Brusca  resa nell’aula-bunker di Firenze, antecedente al primo incontro fra Brusca e Sabella (rob de mat), bisogna altresì prender atto che lo stesso Sabella nella stessa intervista precisa che anche il solo trattare con alcuni mafiosi, può comportare una responsabilità, pur non penale, perlomeno morale, anche perché in quel modo si darebbe stimolo, anziché il contrario, ai mafiosi di compiere le stragi per esercitare il ricatto.

    In quel senso secondo lui, intendeva parlare Brusca quando ha parlato di “pilotaggio dei carabinieri” Per “pilotati” si intende “condizionati” ad agire in un certo modo dal contesto della trattativa, o magari dal suo esito negativo, senza che si configuri necessariamente una coscienza precisa da parte dei carabinieri della gravità del condizionamento in atto.

    Scritta come l’ha scritta Travaglio, si capisce tutt’altra cosa (pare quasi che la strage di Via D’Amelio sia stato un tour organizzato dall’arma benemerita), ma non è soltanto questo il punto grave.

    Ciò che è invece  grave, gravissimo,  è  il “lavoretto” che fa Travaglio con le parole di Brusca,.

    “Giovanni Brusca mette a verbale le prime dichiarazioni sulla trattativa del Ros con la mafia che, disse l’esecutore materiale della strage di Capaci, produsse quella di via d’Amelio perché “siamo stati pilotati dai Carabinieri

    Eh già, siamo alle solite. Travaglio è già stato condannato una volta, in un tribunale, per aver manomesso una frase di Riccio in maniera da imputare a Previti un reato non commesso.

    E qui è lo stesso.

    La frase intera, “scappata” a Brusca, era: "Noi nel commettere le stragi del ’93 siamo stati pilotati dai carabinieri"

    Vi pare una differenza di poco conto?

    Se Marco l’avesse riportata giusta, anziché con il cammuffo, avrebbe dovuto scrivere che Giovanni Brusca dichiarò a Sabella che “la trattativa tra mafia e stato produsse la strage di Via D’Amelio, perché nel commettere le stragi del ’93 siamo stati pilotati dai carabinieri”,  e ci saremmo fatti tutti una bella risata, perché,   per chi non lo sapesse, la strage di Via D’amelio  è del luglio 92 .

    Giovanni Brusca precisa evidentemente “del 93” per escludere che quelle del 92 siano state effettuate sotto condizionamento della trattativa. Solo quelle del 93.

    Travaglio, con il solito taglietto, e la solita frasetta aggiunta, ci fa credere il contrario, anzi arriva a precisare ipocritamente che Brusca abbia indicato proprio la strage di Via D’Amelio come effettuata sotto il condizionamento dei ROS.

    Una vera e propria mascalzonata.

    Insomma, proprio non se lo toglie, Travaglio, ‘sto vizietto del cammuffo.

    Passiamo oltre.

    Oggi la trattativa Stato-mafia e il “papello” sono sulla bocca di tutti. Ma quando Brusca ne parlò  diffusamente davanti a Sabella, era la prima volta in assoluto. Il boss pentito vi aveva già accennato  il 10 settembre 1996 dinanzi ai pm di Palermo, Caltanissetta e Firenze. Vi aveva fatto di nuovo  cenno il 21 gennaio 1998 davanti alla Corte d’Assise di Firenze che stava processando mandanti  diretti ed esecutori materiali delle stragi del 1993.  Subito dopo fu preso a verbale da Sabella, il 23  febbraio 1998, poi il 22 aprile dello stesso anno e  infine il 19 marzo 1999. Gli parlò diffusamente  del papello consegnato da Riina al Ros fra Capaci  e via d’Amelio.

    Eh…. però, è davvero importante convincerci che il papello e la trattativa, ecc…ecc…tutto avvenne fra Capaci e Via D’Amelio. E già. Così diventa il movente della strage di Via D’Amelio, e le inchieste scottanti su cui aveva ormai le mani Borsellino, passano in cavalleria. Guarda un po’.

    Veramente però, caro Marco,  non  sono stati solo due, i cenni di Brusca alla trattativa, ed invero non erano proprio solo dei cenni.

    Brusca aveva parlato altre volte, e  schiettamente del papello e della trattativa.

    E soprattutto, dotando le sue deposizioni di precise, dettagliate e rilevanti circostanze.

    Lo aveva fatto anche a Caltanissetta, nell’aula bunker, il 28 marzo 97 (di quel cenno lì, te n’eri dimenticato, eh?), dove aveva dichiarato che dopo quelle di Capaci e via D’Amelio, Riina penso’ ad una terza apocalittica strage. "E sarebbe bastata quella per vincere la guerra con lo Stato", Ma un "patto" fermo’ la terza strage. (nota bene: la terza, non la seconda. Via D’Amelio era la seconda – ndr)  Un patto stipulato con "uomini delle istituzioni" tramite "qualcuno". "finalmente qualcuno s’ era fatto vivo" Riina  "Consegno’ a "qualcuno" due fogli con le richieste per abolire il carcere duro ed altro". (corriere della sera – 29 marzo 97)

    Anche nel gennaio 98, al processo per strage al tribunale di Firenze, (uno dei “cenni” citati da Travaglio), Brusca dice la stessa cosa:

    “"Dopo gli attentati a Falcone e Borsellino, Riina mi disse: "Si sono fatti sotto, pensa si sono mossi anche i servizi segreti per arrestarmi. Io gli ho presentato un papello di richieste lungo così e ora sto aspettando". Era l’ estate del ‘ 92 e per questo mettemmo un fermo agli attentati in attesa della risposta dello Stato". (Repubblica — 14 gennaio 1998   pagina 12)

    Dunque qui Brusca non parla di papello consegnato da Riina al Ros fra Capaci  e via d’Amelio” ma di un papello consegnato dopo Via D’amelio da Riina con le sue richieste, e per le quali aspettava una risposta mettendo un fermo agli attentati .

    La cronologia suggerita da Travaglio, soddisfa invece la tesi di oggi dei PM di Palermo, che vorrebbe realizzata la strage di Via D’Amelio  per sollecitare una risposta positiva al papello, accelerare la trattativa, ed eliminare comunque un magistrato che avrebbe potuto contrastarla.

    Peccato però che sin qui Brusca aveva detto tutt’altro, e con dettagli a corredo (lo stop al terzo attentato dopo la presentazione del papello).

    E sin qui siamo a metà gennaio del 98. Ora, io non so esattamente cosa disse Brusca a Sabella il 23  febbraio 1998, poi il 22 aprile dello stesso anno e  infine il 19 marzo 1999. Non dispongo dei verbali, purtroppo. E Travaglio, sempre così documentato e documentante, non ci riferisce neppure una parola di quei verbali.

    So però che se ha veramente parlato di un “papello consegnato da Riina al Ros fra Capaci  e via d’Amelio”, allora vuol dire che, per fare inversione ad “U” nella sua versione dei fatti, ha impiegato circa un mesetto. Chissà che sarà successo a Brusca, in quel mesetto, così da convincerlo a smentire sé stesso così visibilmente.

    Certamente Sabella, così preciso, nei verbali di deposizione si sarà fatto dettagliatamente illustrare, da Giovanni Brusca, le ragioni che lo hanno portato, nel giro di un mesetto ed in due diversi tribunali, a fornire delle versioni non coincidenti fra di loro, ed anzi diametralmente opposte, confessando praticamente di aver detto il falso nelle aule giudiziarie dove si celebravano i processi per le stragi, ancora sino a poche settimane prima.

    Peccato non averli, quei verbali.

    Passiamo oltre.

    C’è un “Atto II”, nell’articolo di Travaglio, dal titolo “ROS CONTRO LO FORTE”.

    Si tratta di un argomento che tratterò in un articolo che ho in preparazione già da alcuni giorni, e pertanto rettificherò Travaglio sulle cose da lui scritte a tal proposito, in quella sede, poiché si tratta di una vicenda complicata, e non certo semplificabile come ha semplificato qui Travaglio, e qui non voglio fare anticipazioni.

    Mi richiamo però, per il momento, alle prime parole di Marco, dove avrei qualcosa da dire subito:

    Le coincidenze non sono finite: sempre nell’ottobre del 1997, mentre sono in corso gli arresti  dei tre pentiti provenzaniani e del loro gruppo di  fuoco, il capitano del Ros Giuseppe De Donno si  reca a Caltanissetta a denunciare il vice di Caselli,  Guido Lo Forte, accusandolo di aver passato nel  1991 il rapporto del Ros su “Mafia e appalti” ad  alcuni politici e mafiosi, fra cui Salvo Lima, e di averlo poi insabbiato. La fonte di De Donno è  Angelo Siino, già ministro dei lavori pubblici di  Riina, a lungo confidente del Ros e poi ufficialmente “pentito” dal 1997. Accuse e veleni da  prendere con le molle, ovviamente. La Procura  di Caltanissetta, diretta da Giovanni Tinebra,  iscrive Lo Forte sul registro degli indagati. Un atto segretissimo, che però una fuga di notizie ben  pilotata divulga al quotidiano La Repubblica proprio il giorno prima della prima udienza del processo Dell’Utri, il 5 novembre 1997. Notizia vera, ma concentrata tutta sul nome di Lo Forte,  mentre insieme con lui sono indagati anche altri  colleghi, dall’ex procuratore Pietro Giammanco  al suo fedelissimo Giuseppe Pignatone. Così  quel mattino, mentre si apre il processo al braccio destro di Berlusconi, tutti parlano dell’inchiesta sul braccio destro di Caselli. I fatti si commentano da sé.”

    E dunque vediamo, controlliamo, che cosa scrisse Repubblica il 5 novembre a seguito delle notizie fuggite in modo così ben pilotato verso la sua redazione:

    Oggi la storia di quei colloqui è agli atti della Procura di Caltanissetta. Con un passaggio destinato a provocare più di una polemica. Racconta pressappoco De Donno: "Siino mi spiegò che nei primi mesi del 1991 entrò in possesso della nostra informativa sugli appalti. Mi disse di averla ricevuta da alcuni magistrati della Procura di Palermo. E mi fece i nomi: l’ allora Procuratore Pietro Giammanco e due sostituti, Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone". (ed ecco lì, come l’articolo di Repubblica è tutto incentrato su Lo Forte anziché anche sui suoi colleghi Giammanco e Pignatone. Ormai si va un tanto al chilo. – ndr) Giammanco, dall’ estate 1992, lavora in Cassazione. Lo Forte, sei anni fa semplice sostituto, oggi è il Procuratore aggiunto di Palermo, il titolare delle inchieste di mafia più delicate, il Pm in aula dei processi Andreotti e Dell’ Utri. Pignatone, invece, ha smesso di fare il pubblico ministero ed è attualmente alla Procura presso la Pretura. Siino confidò al capitano De Donno anche i dettagli di quel passaggio di documenti. De Donno li ha puntualmente riferiti. Fin qui i dettagli sui verbali di Caltanissetta. Ma perché il capitano ha deciso di parlare proprio oggi e in quella città anziché a Palermo? E soprattutto: che cosa ha riferito il pentito Siino sullo stesso episodio? Eccoci al retroscena. Ai Pm del capoluogo siciliano Siino ha raccontato un’ altra verità. Ha ammesso di essere riuscito a mettere le mani sul dossier del Ros. Ma ha fornito una versione diversa rispetto a quanto raccontò a De Donno nel 1993. Siino non ha parlato di fonti della Procura, bensì di "altri referenti" che gli passarono quelle mille pagine. Aggiungendo un dettaglio destinato a rendere ancora più incandescente il rapporto tra Pm e carabinieri. Ha detto Siino: "Anche il maresciallo Antonino Lombardo era disposto a offrirmi il rapporto. Mi fece vedere un malloppo di pagine. Ma io gli risposi che quei documenti già ce li avevo. Gli diedi comunque cinque milioni per il figlio malato".

    Quindi la fuga di notizie ben pilotata che secondo Travaglio ha sollevato uno scandalo “ad orologeria” relativo ad un’iniziativa dei carabinieri volta a colpire Lo Forte, PM del processo Dell’Utri che proprio in quei giorni stava iniziando, Repubblica ce la riporta scrivendo che c’era un pentito che aveva appena riferito ai PM che il dossier “mafia e appalti” non era stato consegnato ai mafiosi da Lo forte, ma da altri referenti, e proposto tra l’altro anche da un maresciallo dei carabinieri.

    Strano modo di colpire Lo Forte “ad orologeria”, hanno questi carabinieri. Anche perché, se a passare a Repubblica lo “scoop” segretissimo fossero stati i carabinieri o informatori ad essi vicini, anziché personale della procura, certamente Repubblica non ce lo avrebbe mai rivelato. E come no.

    Specialmente il dettaglio sulle deposizioni segretissime rilasciate da Siino ai PM, arriva dai carabinieri di sicuro, anziché dalla procura. E ricome no.

    E veniamo al gran finale.

    Travaglio ad un certo punto apre un virgolettato, ed attribuisce a Sabella, a proposito della “dissociazione” da “Cosa nostra” richiesta da alcuni mafiosi nel 2000, queste parole: “.Decidemmo così di opporci alla dissociazione. Fassino sposò la nostra linea e la comunicò a Vigna”. Appena la notizia trapelò sui giornali, la Procura di Palermo entrò in subbuglio: il procuratore Grasso sapeva, ma non aveva detto niente ai suoi sostituti. Così fu costretto a dichiararsi pubblicamente contrario alla dissociazione dei boss.

    Da questo virgolettato, inserito da Travaglio nel suo articolo ed attribuito al suo paladino Sabella, nasce una querelle, che viene riassunta in una lettera-esposto del procuratore Grasso all’ordine dei giornalisti, che qui riportiamo per intero:

     

    Lettera inviata dal procuratore nazionale antimafia all’Ordine nazionale dei giornalisti e le risposte di Marco Travaglio e del direttore del Fatto Quotidiano Antonio Padellaro


    Al presidente dell’Ordine dei giornalisti

    Gentile presidente,

    come forse Lei saprà, non è mia abitudine mantenere un regime di conflittualità coi giornalisti, anche perché sono consapevole delle difficoltà insite nel mestiere di cronista.

    Per questo motivo mi sono sempre astenuto dalle querele o da altre iniziative giudiziarie, nella presunzione che gli errori commessi dai cronisti fossero, come dire “assolvibili” per assenza di malafede.
    Rimango sconcertato, però, nel verificare come talvolta questa “assenza di malafede” possa essere messa in dubbio dallo stesso evolversi dei fatti.

    L’edizione del Fatto Quotidiano di martedì 10 novembre ha pubblicato, a firma di Marco Travaglio, un articolo, dal titolo “Un giudice stritolato dalla trattativa”, che riguardava, fra l’altro, i tentativi di far passare provvedimenti legislativi in favore di una presunta “dissociazione” dalla mafia di alcuni detenuti al 41 bis. La fonte di tale articolo, – una fonte dichiarata –, era l’ex pm Alfonso Sabella. Tra le tante notizie e interpretazioni di fatti accaduti in tempi non recentissimi, l’articolo riportava una frase secondo cui, pur conoscendo tali tentativi, non avrei mai informato né consultato i miei sostituti (allora ero procuratore a Palermo), e avrei – invece – pubblicamente manifestato la mia contrarietà solo perché costretto dai colleghi, che intanto avevano scoperto il tutto ed erano entrati in “subbuglio”. Il tenore della frase lasciava, quindi, chiaramente intendere al lettore che io sarei stato nascostamente favorevole a tale “dissociazione”.

    Della mia pronta reazione, manifestatasi con due note Ansa delle 14:30 e delle 14:33 dello stesso giorno (Grasso, sempre contrario a qualsiasi ipotesi di dissociazione), il giornale, mercoledì 11 novembre, dava contezza ai suoi lettori, attribuendo, però, la responsabilità della frase al magistrato Alfonso Sa-bella (anche se contenuta in parti non in corsivo né virgolettate) e sminuendone il senso e la portata solo al fatto che io, al corrente della trattativa sulla dissociazione, non ne avessi informato i sostituti del mio ufficio.

    Tale ricostruzione veniva smentita, non da me, ma dallo stesso Alfonso Sabella, che aveva invece chiaramente testimoniato la mia avversione alla “dissociazione sin dal primo momento”. Mi sarei aspettato dal Fatto Quotidiano una leale smentita con una evidenza proporzionata alle due pagine del giorno 10. Oggi, invece, leggo la seconda puntata dell’inchiesta senza nessun riferimento alle modifiche – sostanziali – dichiarate dallo stesso Alfonso Sabella. In fondo al giornale, tra le lettere, ho poi scorto una confusa smentita sotto il titolo “I nostri errori” che precisa: “Sono state attribuite al dott. Sabella parole ascrivibili invece all’autore dell’articolo”. Parole ascrivibili? Ma le parole dell’autore non erano forse notizie date per certe? E se è così, qual era stata la fonte dell’autore, visto che non si trattava di Sabella? Le poche righe pubblicate, inoltre, ancora una volta, limitano la smentita all’aspetto che riguarda la presunta mia conoscenza dei fatti e non già la assodata contrarietà alla “dissociazione”.
    Insomma un pasticcio che non rende giustizia alla verità dei fatti.

    Perché sottopongo tutto ciò al presidente dell’Ordine dei giornalisti? Perché non è la prima volta che vengo sottoposto ad attacchi personali – sempre dallo stesso giornalista – senza nessun intervento ragionevole, per esempio dei direttori che hanno pubblicato e pubblicano senza esercitare alcun controllo. Mi rivolgo a Lei che, nell’esercizio delle sue funzioni di garante e tutore della deontologia professionale dei suoi iscritti, certamente saprà trovare il modo di trasferire ai suoi colleghi i motivi del mio disagio.


    La ringrazio per l’attenzione


    Pietro Grasso

     

    Per dirla quindi alla maniera di Travaglio, il fatto si commenta da sé.

    La rettifica di redazione del “fatto quotidiano”, è spettacolare:

    Sono state attribuite al dott. Sabella parole ascrivibili invece all’autore dell’articolo”.

    Traduzione: Non era una palla di Sabella, ma una palla di Travaglio inserita a valle di un virgolettato che starebbe ad indicare un fedele riporto del pensiero e delle parole del Dott. Sabella, e che invece non lo era affatto.

    Pura sfrontatezza?

    Mera mancanza di pudore?

    Piena convinzione di avere per lettori degli imbecilli?

    Mah, mistero. Uno dei tanti misteri d’Italia.

    enrix

     
    • anonimo 12:47 on 4 December 2009 Permalink | Rispondi

      COMUNICATO DI ELIO VELTRI AD ANTONIO PADELLARO

      Roma 01/12/09
      Caro Padellaro,
      apprendo con vivo stupore di essere uno degli autori del pezzo: “Imputato Berlusconi chi le ha dato quei soldi?…” pubblicato in data odierna a pg. 4 del giornale da te diretto: “Il Fatto Quotidiano”.
      Con altrettanto vivo stupore apprendo, sempre dal tuo giornale (pg. 4 ultime cinque righe dell’articolo “Nascita di Fininvest”), che venerdì prossimo, 4 dicembre, nella sala della Stampa Estera, presenterò la nuova edizione de “L’Odore dei soldi” insieme all’altro autore, a Furio Colombo ed a Carlo Freccero.
      Tanto premesso ti comunico:
      1 non sono l’autore delle righe che hai pubblicato;
      2 non ho alcuna notizia di una mia presentazione de “L’Odore dei soldi”;
      3 la nuova edizione de ”L’Odore dei soldi” è avvenuta a mia insaputa con modifiche e capitoli aggiunti non concordati con me.
      In proposito, ho già dato mandato ai miei legali di perseguire nelle opportune sedi giudiziarie questa pubblicazione non autorizzata.
      Ti invito a pubblicare, con ogni urgenza, questa mia precisazione, fatta salva ogni azione di legge.
      Cordialità
      Elio Veltri
      =========

      Moritz

    • ilPensatore 12:18 on 18 November 2009 Permalink | Rispondi

      siamo alla frutta insomma: si virgolettano dichiarazioni liberamente interpretate o addirittura inventate pur di accreditare un proprio convincimento.

      se questo è un giornalista…!?

      comunque, Enrico, ancora una volta complimenti.

      resto in attesa del prossimo pezzo del Segugio…

    • anonimo 16:09 on 18 November 2009 Permalink | Rispondi

       più che alla truffa, siamo alla frutta.
      Travaglio, sei un odioso manipolatore, finiscila!

    • anonimo 16:32 on 18 November 2009 Permalink | Rispondi

      Ho letto con attenzione l’interessante articolo, ma schifavo talmente tanto Travaglio, che è difficile schifarlo di più!!! Grande come sempre Vittorio!

    • anonimo 15:37 on 19 November 2009 Permalink | Rispondi

      Ma il fatto che, secondo Brusca, le stragi del 93 siano state pilotate dai Carabinieri non è meno grave che se fosse vero come scritto da Travaglio… mi pare un semplice refuso che nulla aggiunge e nulla toglie…

    • anonimo 17:13 on 19 November 2009 Permalink | Rispondi

      Ciao Enrix,

      ti segnalo che uscirà tra poco tempo la nuova edizione de "L’odore dei soldi".

      Ti ho lasciato un commento su cronache dall’imbecillario, nell’ultimo tuo articolo sul rinvio a giudizio di Travaglio per la questione della bimba bielorussa.

      ciao
      Moritz

    • enrix007 21:06 on 19 November 2009 Permalink | Rispondi

      Anonimo del "refuso" (minchia, che faccia tosta, ma lo sai cos’è un refuso? Significa battere un tasto al posto di un altro in tipografia, per una svista. Quando si viaggiava col piombo, i refusi li facevano i tipografi, sui testi dei giornalisti. Con l’introduzione dei PC e dgli ipertesti, i refusi sono poi passati tutti alla mano dei giornalisti. Con l’arrivo di Travaglio, i refusi si sono allargati a frasi intere sostituiti da altre frasi che cambiano la realtà dei fatti. Diciamo che è l’entropia, è nella natura) e del "nulla aggiunge e nulla toglie", hai ragione.

      Anche se un giornalista scrivesse che gli americani l’atomica di Hiroshima l’han buttata prima di Pearl Harbor, nulla aggiungerebbe e nulla toglierebbe, non trovi?
      Si tratta comunque della stessa bomba che ha fatto un disastro dell’umanità.  Quindi perchè non scriverlo? Son refusi.

      Eh, si, hai proprio ragione.

      La storia non cambia, anticipando un fatto di un anno.

      A parte il cambiare il volto dei mandanti di una strage e cambiarne il movente.

      Inoltre non hai capito un acca su cosa intendeva dire Brusca con "pilotati".

      Rileggi e studia.

    • anonimo 17:48 on 21 November 2009 Permalink | Rispondi

      Il fatto è che Brusca ha detto che la mafia è stata pilotata dai carabinieri, poi può benissimo esserselo inventato, ma lo ha detto. Che sia stata pilotata nel 92 o nel 93 cambia poco, sempre stragi sono. Potrebbe benissimo essere un errore (se non ti piace refuso) che può commettere chiunque, o potrebbe essere fatto di proposito per dare maggiore risalto alla cosa, sempre un dettaglio rimane, non mi interessa avere un giudizio morale di Travaglio mi interessa capire volta per volta se quello che dice è vero e quasi sempre lo è, a parte i dettagli.

      Luigi Cigarini

    • anonimo 17:53 on 21 November 2009 Permalink | Rispondi

      Per la parola "pilotati", io semplicemente non ci credo che i Carabinieri abbiano pilotato nulla qualunque cosa voglia dire. Io credo che chi "pilotava" o trattava stava più in alto, in politica.

    • enrix007 23:06 on 21 November 2009 Permalink | Rispondi

      Allora guarda Cigarini, se ti interessa davvero capire se ciò che dice Travaglio è vero, sappi che questa volta è tutt’altro che vero.

      Travaglio si è trovato davanti ad una citazione ghiotta, ghiottissima da riportare in un articolo.  Un virgolettato di Brusca, letto da lui come da me alcuni mesi fa nell’intervista a Spatola su Antimafia2000, troppo bello, irresistibile, perchè Brusca da buon semianalfabeta aveva detto "siamo stati pilotati dai carabinieri" non trovando termini più proprii per significare che l’occasione dei colloqui fra Ciancimino e i ROS aveva acceso nella mafia l’idea e la speranza che lo Stato, sottoposto ad attentati, potesse scendere a patti.
      Così interpreta Spatola, e può avere anche ragione.

      Naturalmente per Travaglio l’occasione è ghiotta a condizione di non spiegare questo, lasciando invece quella frase tale quale cosicchè chi legge prendendola alla lettera possa avere quella bella sporca sensazione di pilotaggio, di direzione attiva degli attentati per mano dei carabinieri. Tanto la sua è una classe di lettori che con lui si ferma in superficie e che a porsi qualche dubbio, anche solo per il fatto che pare davvero troppo grossa,  non ci pensa nemmeno per la fava.

      Ma c’è un problema.

      Quella frase, così com’è, mentre nella sua seconda parte lorda per bene la nomea dei ROS e quindi è perfetta per gli scopi, nella sua prima parte è una tragedia. Già, perchè se Brusca ha detto che il condizionamento è avvenuto per "le stragi del 93", dalla logica (conosci?) discende che per quelle del 92 questo condizionamento, secondo Brusca,  non c’è stato.
      E quindi il movente o comunque l’acceleratore della strage di Palermo non è la trattativa, ma è per forza qualcos’altro, visto che nel 92 la trattativa, a detta dei mafiosi pentiti,  non li ha condizionati.

      Ora, caro Cigarini, non è che per caso ti sei reso conto che negli ultimi tre mesi saranno usciti un cinquecento articoli di stampa che poggiando sull’esistenza dei papelli e delle più recenti affermazioni di Ciancimino Jr, nonchè di presunte (presunte perchè ce ne viene riferito, ma in foma testuale io non le ho mai lette) dichiarazioni  di GiovanniBrusca, ci vogliono far credere che la trattativa dei ROS ha determinato la mafia a far fuori Borsellino?

      No, forse non te ne sei reso conto. Invece Travaglio se n’è reso conto, ma per lui non è un problema. E quindi per non scrivere qualcosa che possa sollevare qualche dubbio sulla bufala dell’anno, a lui non costa niente pensare bene di sostituire ex abrupto e senza farsi tanti scrupoli le parole "le stragi del 93" con "la strage di Via D’Amelio", così, grazie al cammuffo di un piccolo baffo d’inchiostro, tutto torna a posto, ed i ROS tornano ad essere il motorino d’avviamento della strage di Via D’Amelio, quando invece secondo Giovanni Brusca, non lo erano.

      Ma lui può farlo, lui è Travaglio, l’unico che quando commette una simile porcheria anzichè offendere e fare dubitare i suoi lettori, se li ritrova tranquillo a difendere la bufala insieme a lui con ancor meno dignità dell’autore malandrino.

      Quindi Cigarini, chiariamo subito una cosa. Siccome tu non sei cretino, ed io lo so benissimo, comunicami magari se hai capito sino a questo punto ciò che ho scritto e confermami i tuoi naturali dubbi conseguenti, perchè qualsiasi persona onesta e in buona fede in un caso come questo se li pone eccome.
      Si tratta di un’oggettiva  manipolazione cosciente, non è dimostrabile in alcuna forma il contrario, e se tu vuoi continuare a sostenere che è un refuso involontario, fammi la cortesia di andarlo a scrivere da un’altra parte perchè qui gli ipocriti non son graditi.

      Ma sono certo che non sarà così

      Ed ora veniamo alla "moralità" del comportamento del ROS, in relazione alle stragi del 93, che è il problema che hai posto tu, anche se non c’entra nulla con le manipolazioni giornalistiche.

      Purtroppo anche qui, scrivere "Che sia stata pilotata nel 92 o nel 93 cambia poco, sempre stragi sono.", significa scrivere comunque una sciocchezza, e ti spiego perchè.

      NE’ IO NE’ TRAVAGLIO STIAMO SCRIVENDO E DISCUTENDO DI GIUDIZI MORALI SU CIO’ CHE E’ PRESUNTO O PUO’ PRESUMERSI DALLE DICHIARAZIONI DI UN PENTITO, IN MERITO ALLE CONSEGUENZE ESECRANDE, PUR INVOLONTARIE, CHE SECONDO BRUSCA HANNO CAUSATO I CONTATTI CON I ROS SULLE STRAGI DEL 93.

      NO CIGARINI. A TRAVAGLIO, COME AL SOTTOSCRITTO, INTERESSANO SOLO LE VICENDE E GLI ATTI GIUDIZIARI, CHE IN QUESTO MOMENTO REGISTRANO UN ALACRE LAVORIO PER DIMOSTRARE CHE I ROS HANNO LA RESPONSABILITA’ MORALE DELLA MORTE DI BORSELLINO E QUELLA PENALE DELLA LATITANZA ASSISITITA DI PROVENZANO, E SON QUELLE LE COSE CHE PER IL MOMENTO INTERESSANO A TRAVAGLIO E AI MAGISTRATI, PER CUI DELLE STRAGI DEL 93 SE NE PARLA ANCORA POCO O NULLA. E LO SAI PERCHE’?
      PERCHE’ UNA MAFIA CON A CAPO UN PROVENZANO DIVENUTO CAPO PER SUDICI SEGRETI ACCORDI CON I ROS SULLA TESTA DI RIINA E QUINDI LIBERO PERCHE’ ASSISTITO NELLA LATITANZA DAGLI STESSI ROS, (CHE E’ IL QUADRO CHE STANNO CERCANDO DI DIMOSTRARE I PM, E QUINDI ANCHE TRAVAGLIO) NON PUO’ ESSERE UNA MAFIA CHE FA ATTENTATI PER CONDIZIONARE ROS E STATO A PATTI, NEL 93, PERCHE’ L’ACCORDO C’E’ GIA’ STATO, SULLA TESTA DI RIINA, E QUESTO ACCORDO PREVEDE UNA LATITANZA ASSISTITA DALLO STATO CHE E’ INCOMPATIBILE CON GLI ATTENTATI MOSSI CONTRO LO STESSO STATO.
      SOSTENERE QUINDI ORA, IN GIUDIZIO, CHE IL CONDIZIONAMENTO E’ AVVENUTO ED E’ AVVENUTO NEL 93, POGGIANDO SULLA FRASE DI BRUSCA, SIGNIFICA AIUTARE MORI ED IL SUO COLLEGA AD ESSERE ASSOLTI NEL PROCESSO CHE OGGI LI VEDE IMPUTATI.
      PERCHE’ SE I CONTATTI AVUTI CON LA MAFIA A NELL’AUTUNNO 92 SONO CONTATTI CHE HANNO CONDIZIONATO LA STESSA A FARE ATTENTATI E STRAGI DA META’ DEL 93 IN POI ALLA RICERCA DI UN ACCORDO SINO A QUEL MOMENTO MANCATO, ALLORA NON POSSONO ESSERE ALLO STESSO TEMPO CONTATTI CHE HANNO PORTATO AD UN ACCORDO CON LA MAFIA, STIPULATO NEL DICEMBRE DEL 92, PER STRAVOLGERNE LA DIRIGENZA FACENDO LARGO A PROVENZANO IN CAMBIO DELLA TESTA DI RIINA. O UNA COSA O L’ALTRA. ED IN QUESTO MOMENTO AI PM INTERESSA LA SECONDA.  
      CONTINUI A SEGUIRE LA LOGICA, CIGARINI? COMINCI A CAPIRE PERCHE’ TRAVAGLIO HA MANIPOLATO?
      PERCHE’ NON SI PUO’ AVERE LA BOTTE PIENA E LA MOGLIE UBRIACA, MA LUI HA VOLUTO PROVARCI LO STESSO PRESENTANDOCI LA SUA SIGNORA UBRIACA, E LA BOTTE IN CANTINA COMUNQUE PIENA.
      IO HO SOLO DIMOSTRATO CHE PERO’ ERA UN TRUCCO, PERCHE’ LUI L’AVEVA RIEMPITA D’ACQUA.

    • anonimo 12:32 on 23 November 2009 Permalink | Rispondi

      Innanzitutto ti ringrazio per la generosità delle tue risposte, e ti voglio dire che considero molto interessante la conversazione con te nonostante, anzi proprio in virtù, della differenza di vedute, che, ti assicuro, non ha nulla a che vedere con l’ipocrisia. Mi limito semplicemente ad esprimere sinceramente la mia opinione senza alcun intento provocatorio.
      La differenza tra noi, a mio avviso, sta nell’impostazione mentale: tendente sempre e comunque al dubbio la mia, più predisposta alla sicurezza la tua. Il ché sicuramente deriva anche dal fatto che tu sei senza ombra di dubbio più informato di me, ma penso non sia soltanto questo.

      Tu mi attribuisci sicurezze che non ho mai avuto e non posso avere: non sono affatto sicuro che T. fosse in buona fede, anzi, quando scrivi:

      "Travaglio si è trovato davanti ad una citazione ghiotta, ghiottissima da riportare in un articolo.  Un virgolettato di Brusca, letto da lui come da me alcuni mesi fa nell’intervista a Spatola su Antimafia2000, troppo bello, irresistibile, perchè Brusca da buon semianalfabeta aveva detto "siamo stati pilotati dai carabinieri" non trovando termini più proprii per significare che l’occasione dei colloqui fra Ciancimino e i ROS aveva acceso nella mafia l’idea e la speranza che lo Stato, sottoposto ad attentati, potesse scendere a patti.
      Così interpreta Spatola, e può avere anche ragione.
      Naturalmente per Travaglio l’occasione è ghiotta a condizione di non spiegare questo, lasciando invece quella frase tale quale cosicchè chi legge prendendola alla lettera possa avere quella bella sporca sensazione di pilotaggio, di direzione attiva degli attentati per mano dei carabinieri."

      sono propenso a darti ragione. T. come quasi tutti i giornalisti (tutti quelli di una certa fama), compie un’opera di selezione delle informazioni da dare, che non risponde soltanto a criteri di massima informatività verso il lettore, ma, nel caso di T., a un artificioso ingigantimento della notizia volto a presentare se stesso come quello-che-dice-cose-che-altri-non-dicono. Ma un’operazione di questo tipo come ti ho detto mi pare la facciano pressoché tutti i giornalisti, da Feltri a D’Avanzo, chi per proteggere il proprio editore, chi per avvalorare le proprie opinioni, chi come T. e Santoro per vendere più libri e fare audience. Il tutto ovviamente non deve superare un certo limite in modo che il lettore avveduto non screditi il giornalista, soprattutto se condivide le sue idee di fondo, politiche o giudiziarie.
      Nonostante questo preferisco giornalisti come T. che seminano dubbi e critiche anche in eccesso, non avendo interesse a proteggere nessuno, a giornalisti che per interesse o propensione personale tendono ad eccedere nel verso opposto. I primi sono utili, i secondi no.
      Come ti ho già detto il fatto che poi qualcuno debba vedere pesare su se stesso sospetti non veritieri lo considero un prezzo alto, ma dovuto alla libertà.

      Sulle parole di Brusca, ti segnalo un virgolettato di Brusca dal Corriere della Sera:

      "Tra le stragi di Capaci, di via D’Amelio e quelle del ’93 c’e’ una strada unica". Ed arriva a questa conclusione affermando che Bellini, a suo avviso ispiratore degli attentati ai monumenti, "era in contatto con un maresciallo; questi era a sua volta in contatto col colonnello Mori. Percio’ dico che siamo stati pilotati dall’Arma".

      http://archiviostorico.corriere.it/1998/gennaio/20/Brusca_carabinieri_hanno_pilotato__co_0_980120163.shtml

      Questo articolo è del ’98 ed è la cronaca, il giorno dopo che le parole sono state pronunciate.
      Da queste parole la mia impressione è che Brusca si riferisse sia al 92 che al 93, che non faccia alcuna distinzione.
      Tu nel tuo articolo dici che la tua fonte per le parole di Brusca è una intervista di Sabella di 10 anni dopo che le riporta così:

      "Noi nel commettere le stragi del ’93 siamo stati pilotati dai carabinieri"

      E’ pensabile che Sabella 10 anni dopo citando a memoria abbia semplificato quello che era il concetto espresso da Brusca, e che invece T. si riferisse alle testuali parole di Brusca, come riportate dal Corriere o da altra fonte, e non alla intervista che hai letto tu? Mi pare probabile.

      E d’altronde lo stesso Sabella faceva la supposizione che B. si riferisse alle stragi di entrambi gli anni senza fare alcuna distinzione. Proprio nella stessa intervista che citavi tu, proprio poche righe sopra (ma io non ti accuso di nulla…):

      "Ma laddove ci sono, come dite voi giornalisti, reati penali cioè fattispecie – i reati sono tutti penali – dove ci sono fattispecie di illecito penale. In questa vicenda è verosimile che ci possano essere responsabilità morali, non penalmente rilevanti nella strage di via D’Amelio, ma non responsabilità penali. Questa è la cosa, almeno credo che sia l’idea di fondo perchè probabilmente è difficile andare a ipotizzare che certe persone, il cui nome è apparso sui giornali in questi giorni, siano stati i mandanti della strage di via D’amelio. Probabilmente con il loro comportamento potrebbero aver determinato la mafia a commettere quella strage. E quindi capirà che la cosa è molto diversa. Sul piano della responsabilità penale significa zero, sul piano della responsabilità morale, politica e amministrativa a seconda dei casi, invece ha dei rilievi enormi e anche sul piano di ristabilire la verità storica. E le ripeto, quello che c’è sui giornali in questi giorni, e le posso dire una cosa, anche le stesse dichiarazioni di Riina non sono assolutamente nuove a quello che, almeno parlo per me, io già sapevo 12 anni fa. Anche le dichiarazioni di Riina, perchè le dichiarazioni di Riina non sono per niente, a mio giudizio, diverse da quelle che fece Giovanni Brusca deponendo al processo per le stragi nel ’93 nell’aula bunker di Firenze quando disse, gli scappò una frase che poi spiegò: "Noi nel commettere le stragi del ’93 siamo stati pilotati dai carabinieri". Brusca non voleva dire che sono stati i carabinieri a far fare le stragi ma è un messaggio assolutamente analogo a quello che Riina manda adesso."

      Mi pare che metta sullo stesso piano le stragi del 92 e quelle del 93, Riina si riferiva alle stragi del 92; Brusca al 93, secondo le sue parole; ma il concetto è lo stesso – dice – per lui non ci sono novità, quindi per lui c’è continuità tra 92 e 93, quindi lui ha interpretato le parole di B. come riferite a entrambi gli anni, quindi è giustificata la sua semplificazione di citare un solo anno nel riportare le parole di B., B. non ha fatto distinzioni, evidentemente, perché dovrebbe farne Sabella? (ammesso non si ricordasse che B. faceva esplicitamente riferimento a entrambi gli anni, stando al Corriere, a meno che non sia indegno di credito anche l’articolo del Corriere)…
      Poi può essere che T. comunque, avesse letto soltanto la parte di intervista che citavi tu e riportasse in malafede, ma non ne posso essere certo. Tu ne sei ancora certo? E poi comunque a questo punto mi sembra veramente un dettaglio infinitesimale…

      Hai scritto:
      "Ed ora veniamo alla "moralità" del comportamento del ROS, in relazione alle stragi del 93, che è il problema che hai posto tu, anche se non c’entra nulla con le manipolazioni giornalistiche."

      Quando parlavo di giudizio morale, non mi riferivo al giudizio morale che T. da dei Ros, mi riferivo ad un mio giudizio morale sull’uomo Travaglio: non ce l’ho e non mi interessa costruirmelo. Valuto volta per volta la veridicità delle sue affermazioni, quando ne ho il tempo e l’interesse, altrimenti lo prendo per buono (forse sbagliando me ne rendo conto, a volte sono sua "vittima", ma non posso approfondire tutto), perché come ti ho già spiegato penso che le sue manipolazioni non vadano oltre un limite e non siano tali da screditarlo e comunque nel panorama dell’informazione penso sia comunque tra i più degni di credito.

      Non ho mai sollevato neppure il problema di un giudizio morale sui Ros, anche nel caso fosse vera la trattativa, considero troppo complessa la questione morale, comprenderei anche moralmente la trattativa, pensa un po’…

      Hai scritto:
      "PER CUI DELLE STRAGI DEL 93 SE NE PARLA ANCORA POCO O NULLA. E LO SAI PERCHE’?
      PERCHE’ UNA MAFIA CON A CAPO UN PROVENZANO DIVENUTO CAPO PER SUDICI SEGRETI ACCORDI CON I ROS SULLA TESTA DI RIINA E QUINDI LIBERO PERCHE’ ASSISTITO NELLA LATITANZA DAGLI STESSI ROS, (CHE E’ IL QUADRO CHE STANNO CERCANDO DI DIMOSTRARE I PM, E QUINDI ANCHE TRAVAGLIO) NON PUO’ ESSERE UNA MAFIA CHE FA ATTENTATI PER CONDIZIONARE ROS E STATO A PATTI, NEL 93, PERCHE’ L’ACCORDO C’E’ GIA’ STATO, SULLA TESTA DI RIINA, E QUESTO ACCORDO PREVEDE UNA LATITANZA ASSISTITA DALLO STATO CHE E’ INCOMPATIBILE CON GLI ATTENTATI MOSSI CONTRO LO STESSO STATO."

      Qui non sono d’accordo. Io la vedo un po’ diversamente: non c’è bisogno che per arrestare Riina ci sia stato un accordo completo. Basta che Provenzano, che voleva liberarsi di Riina, lo tradisca in un qualsiasi modo e faccia sapere dove si nasconde. Per proteggere la latitanza di una persona ricercata, che nel …

    • anonimo 12:40 on 23 November 2009 Permalink | Rispondi

      Mi ha tagliato il commento, continuo qui.
       
      Per proteggere la latitanza di una persona ricercata, che nel contempo deve comandare una organizzazione, serve un lavoro complesso intorno a lui e se qualcuno tradisce salta tutto.
      Insomma, per me abbiamo pochissimi dati quando parliamo di mafia e avere la pretesa di tracciare un quadro preciso dei fatti e ricavare deduzioni con la tua sicurezza è azzardato.

      Anche tenendo conto che a pensarla come me non sono solo io, ma magistrati di tutto rispetto, come tu stesso hai definito Ingroia e Sabella…

      Secondo me, ti ripeto, la trattativa non l’hanno fatta direttamente i Ros, la trattativa è politica, la politica è impregnata di mafia in modo inimmaginabile, i governi sono in simbiosi da sempre con la mafia, ma in quel momento mancava l’equilibrio, si era rotto qualcosa, inoltre la politica si sentiva minacciata (probabilmente nel mirino della mafia c’erano dei ministri) e ha trattato. Come trattava da 50 anni a quella parte…

      Riina voleva trattare in modo diverso da Provenzano, forse voleva imporre condizioni diverse, forse il motivo dei dissapori con Provenzano non c’entrava nulla con la trattativa, come possiamo pretendere di fare ipotesi? Fatto stà che P. tradisce R. e continua la trattativa al posto suo e per accelerarla piazza bombe in giro per l’Italia.
      Al termine della trattativa, forse, incomincia l’esilio protetto che è sotto studio nel processo attuale a Mori. Ma soprattutto terminano gli attentati, e questo è certo.
      Fino a ché qualcuno non tradisce Provenzano, oppure l’esilio protetto non è mai esistito e P. viene catturato senza tradimenti.
      Non lo so, però a me sembra che possa quadrare così.
      Ma io non ho certezze, solo dubbi, questa mi sembra la teoria più plausibile.
      Posso, umilmente, farti alcune domande? Per la curiosità di conoscere la tua opinione, perché veramente non riesco a capire. Le prime che mi vengono in mente:

      L’agenda rossa di Borsellino: perché è sparita e cosa conteneva? Se è sparita o è mai esistita.
      Perché Ingroia, e tante persone competenti, sono così convinti che ci siano dei mandanti occulti per via D’Amelio?
      Perché, secondo te, la mafia, che se ne era sempre stata buona in Sicilia, a un certo punto inizia improvvisamente a fare attentati terroristici in giro per l’Italia, in un momento di ricambio della classe politica, e poi altrettanto improvvisamente smette? Che spiegazione logica ti sei dato?
      Cosa ne pensi di Andreotti? Sicuramente saprai della sentenza che lo vede colpevole di rapporti con la mafia fino al 1980, di Salvo Lima, ucciso poco prima che incominciassero gli attentati (ma guarda caso, cosa vorrà dire?). Sei proprio sicuro che nel Truman Show ci viviamo noi e non tu?

      Luigi Cigarini

    • anonimo 14:46 on 23 November 2009 Permalink | Rispondi

      Caro Luigi Cigarini volevo solo farti notare una cosa FONDAMENTALE CHE LE  E’ SFUGGITA.

      Nell’articolo che ha postato sulle dichiarazioni di Brusca LA COSA RILEVANTE NON E’ IL TITOLO MA LE AFFERMAZIONI DEL SUO AVVOCATO e precisamente:

      Per poi precisare – di fronte alle domande del suo avvocato Luigi Li Gotti – di essere arrivato a questa conclusione sulla base della sua esperienza in Cosa nostra e della lettura dei giornali.

      La traduzione è semplice. Brusca sostiene che la tesi del dialogo con i carabinieri è per lui chiara visto cosa i giornali scrivevano e le sue conoscenze dell’ambiente mafioso.

      A quali news potrà riferirsi secondo lei Brusca? Sicuramente quelle attinenti all’argomento di cui si parla, quindi Brusca LEGGE NEWS FALSE, NEWS CHE CIRCOLANO DA ANNI news che incredibilmente girano ancora ed in questi ultimi mesi ce le stanno propinando quasi settimanalmente, TUTTE NEWS SMENTITE DAI FATTI, SMENTITE DA SENTENZE DEL TRIBUNALE. E su queste si fa un idea. Che idea si può fare colui che legge info errate? Idee errate.

      Riesce a capire? Si sta discutendo del nulla.

      Riguardo Travaglio anche io come lei sono contento delle molte inchieste dello stesso, ma nel tempo ho notato spesso gravi strafalcioni e vorrei solo capire se è in buona fede o in cattiva fede. Compro quotidianamente il FATTO e quando lo leggo per forza di cosa sto sempre con le antenne diritte.

      Ora le chiedo, secondo lei non è pericoloso un giornalista del genere che nell’immaginario collettivo E’ IL BENE CONTRO IL MALE? Nell’immaginario colettivo è il giornalismo senza poteri che lo condizionano? E’ PERICOLOSO caro Cigarini, molto pericoloso ed aiuta sicuramente ad allontanare la gente alla vita politica Italiana.

      Giustamente dico io. Come si potrebbe sentire persona che segue sempre i ragionamenti di Travaglio dando per scontate tutte le sue inchieste FACENDOSI IDEE ED OPINIONI  e poi un giorno improvvisamente si accorgerebbe che le sue idee sono errate? Si accorgerebbe che le inchieste sono piene di crepe?

      Glielo dico io come si sentirebbe, gli cadrebbero le braccia come è successo a me quando mi sono accorto che tutto qeul che mi bevevo spesso era stato manipolato, spero in buona fede o per un ritorno commerciale, SE CI FOSSE ALTRO DIETRO SAREBBE GRAVISSIMO.

      Gianluca

    • anonimo 18:28 on 23 November 2009 Permalink | Rispondi

      Caro Gianluca, non mi è assolutamente sfuggito quello che mi ha fatto notare lei. Non ho postato quel link per avvalorare le parole di Brusca, che per quanto mi riguarda possono essere benissimo destituite di ogni fondamento; lo ho postato semplicemente per citare un virgolettato con le esatte parole (fino a prova contraria) di Brusca. Se rilegge meglio se ne può rendere conto.

      Lei dice che Travaglio è pericoloso, di che pericolo parla? Io penso che i lettori che si fidano ciecamente di Travaglio, che leggono solo lui senza approfondire e ascoltare opinioni contrarie, siano una piccola percentuale, e comunque non pericolosi, pensa che un magistrato si faccia condizionare da Travaglio?
      I giornalisti pericolosi sono altri, sono quelli mossi da interessi personali, quelli che cercano di insabbiare, di proteggere i potenti.

      Che altro ci potrebbe essere dietro Travaglio se non il suo ritorno commerciale?

    • enrix007 23:19 on 23 November 2009 Permalink | Rispondi

      Caro Luigi, ti risponderò più con calma nei prossimi giorni, perchè in questo momento sto lavorando molto sia all’attività che mi da un pezzo di pane sia ai nuovi articoli.

      Approfondirò volentieri gli argomenti con te. Questa sera dirò solo poche semplici cose.

      Sappi in ogni caso che come hai potuto notare, io amo far riferimento ai documenti e non ai riporti.

      Di per sè anche il virgolettato attribuito a Sabella (la frase di Brusca) va preso con le pinze, perchè bisognerebbe avere davanti agli occhi i verbali integrali, cosa che sto ottenendo e quindi nell’arco di poco sapremo.
      Per il momento però, il virgolettato di sabella rappresenta una frase completa riportata da un signor addetto ai lavori, ed è quanto di meglio abbiamo.

      L’articolo del Corriere che hai citato lo conosco (se mi dai un indirizzo email ti mando un file word con un casino di articoli messi insieme, fra cui questo, così è più facile fare ricerche con l’ipertesto), ma purtroppo riporta fra virgolette solo frasi tronche di Brusca, attribuendo i giornalisti un senso alle stesse, così come ha fatto anche Travaglio che ha presentato un virgolettato tronco ed un suo inciso a completarlo (quello su Via D’Amelio) Di fatto nell’articolo del Corriere si configura la stessa cosa (Bonini non è da meno di travaglio, ti assicuro). Io preferisco darmelo da me il senso, e non farmelo dire dai giornalisti. Quindi aspetto di avere i verbali completi.  Ma sono più che certo, per mia esperienza, che Brusca ha detto ciò che ha riportato sabella, e non ciò che ha riportatoi il Corriere, che è roba tronca.

      Quindi, partendo dall’esame dei documenti disponibili, io ho questo: non c’è stata nessuna trattativa così come ce la vogliono dipingere.

      la "trattativa" per il momento è e resta un abboccamento fra i carabinieri e Ciancimino per farlo collaborare come si sono fatti e si fanno collaborare moltissimi mafiosi.

      E, come leggerai nel nuovo articolo che sto pubblicando, Ciancimino su quella trattativa nel 93 ha dichiarato a Caselli una cosa molto semplice, che riassunta è così: i ROS mi hanno incontrato alla fine di agosto 92 (a stragi già eseguite),  volevano latitanti, io ho deciso di collaborare con loro a questo scopo. Ho deciso quindi di fare il doppio gioco a favore dello stato e per fare questo ho espresso ai ROS l’inenzione di avvicinare un certo ambiente "di imprese" che conoscevo, da dove avrei attinto informazioni.

      Per operare in quell’ambiente con libero spazio di manovra, avevo bisogno del passaporto, e pertanto ne ho fatto richiesta dicendo ai ROS di aiutarmi ad avere un celere rilascio dello stesso.

      Per tutta risposta fui arrestato dal magistrati della Corte di Appello  con la motivazione che avevo richiesto il passaporto, e quindi c’era il pericolo di fuga.

      Ciancimino quindi insinua nel suo verbale che il suo arresto sia servito a qualcuno per tarpare la sua collaborazione con i ROS, in quanto è stato arrestato precipitosamente, e senza ragione, proprio quando aveva deciso di collaborare. (se una persona chiede il passaporto pur avendo processi in corso, di solito, se si teme il pericolo di fuga, non si arresta, semplicemente gli si nega il passaporto. Ciancimino ha ragione. Pensa che gli han dato il passaporto lasciandolo liberamente espatriare, con 13 procedimenti in corso per calunnia aggravata, persino a Igor Marini).

      Tutto questo racconto di Ciancimino, trova riscontro negli atti, nei fatti, nelle testimonianze dei pentiti sino a quando Brusca viene interrogato da Sabella. Lì avvengono due cose: Brusca inizia a ritrattare le precedenti dichiarazioni, che erano supportate da riscontri logici e temporali, ed inizia a parlare della trattativa facendo un gran casino, cercando di tirare dentro in qualche modo confuso i carabinieri, di anticipare le date fornite negli anni precedenti, di demolire gli assunti logici precedentemente esposti sostituendoli con frammenti di fatti che correlati da loro risultano del tutto illogici. per finire a quest’autunno dove al processo Mori, alla domanda dell’Avv. Milio "quali sono le sue fonti di informazioni sul papello", Brusca risponde: "l’ho letto su Repubblica." La second acosa che accade, è questa: non appena Brusca inizia a fornire, pur confusamente, quella versione sulla trattativa, subito i magistrati chiedono il programma di protezione, e quindi la sua liberazione. prima lo dicevano infido, e gliela negavano. Il che, nel mondo della logica, ha un significato ben preciso: si chiama compravendita.

      Ma torniamo seri:
      la trattativa così come ci vuole venire dipinta, non è supportata da uno straccio di riscontro testimoniale logico nè da prove documentali nè da papelli. Da nulla.
      I papelli sono falsi. I nastri con le registrazioni di V.C. con i ros in realtà contengono tutt’altro, come mi aspettavo (come vedi prevedo giusto).

      "L’agenda rossa".  Io non so se fosse così importante quest’agenda e che fine abbia fatto, dal momento che pare comunque certo che esistesse.
      Però una cosa la so: e cioè che in uno stato serio a quell’Arcangioli gli avrebbero fatto un culo così. Se le foto e i video non sono falsi, quello se ne scorazzava avanti-indietro con la borsa del magistrato (non poteva essere di nessun altro). Negli USA l’avrebbero arrestato immediatamente foss’anche stata vuota.

      Quindi io contesto la sentenza di Caltanissetta che assolve Arcangioli, per quelli che sono i documenti.

      E penso, mia opinione, che da quella borsa sia stato rimosso qualcosa che si voleva occultare, l’agenda rossa, forse, o altro.
      Documenti, comunque. Perchè non si porta a passeggio materiale così delicato e probabilmente probatorio dopo un attentato. Quindi la logica ci dice che qualcosa di losco c’è di sicuro.

      Ma vedi Luigi, una volta ipotizzato che un uomo corrotto abbia asportato con dolo dei documenti, di lì ad ipotizzare con altrettanta certezza perchè l’abbia fatto, per conto di chi, e soprattutto che cosa si volesse occultare, ce ne corre. Direi che in questo contesto l’ipotesi che si sia trattato di un occultamento di prove relative alla trattativa, è francamente risibile. La trattativa per come poteva esistere nel luglio 92, non poteva rappresentare neppure un reato penale, e comunque in quella borsa non avrebbe potuto esserci nulla di così scottante su quell’argomento, alla sola idea mi vien da ridere. No, in quella borsa c’erano i documenti relativi alle questioni veramente sporche su cui Borsellino aveva puntato il naso, decretando la sua condanna a morte. Reati grossi, importanti, crimini, che coinvolgono persone molto importanti e operazioni finanziarie di elevato interesse. Ecco le cose per cui si uccide con 100 kg di polvere cecoslovacca e per cui si fanno sparire i documenti.
      Non per improbabili trattative. Non siamo ridicoli.

      Un’ultimo post-scriptum sulla logica, un sasso nello stagno (ma sono tutti sassi nello stagno, sarà interessante discuterne con più tempo).

      Tra il castello di Utveggio e via cilea, in linea d’aria, ci son 3 km. Ho verificato su google map e ne farò pure un articolo.
      A 3 km, per riconoscere il volto di una persona, ccome minimo, ci vuole un telescopio da 60-80 infrandimenti.
      Ora, pare che agnese Borsellino abbia recentemente dichiarato che il marito in vita temeva che dall’utveggio gli controllassero la camera da letto.

      Anche qui, francamente, pensare che Borsellino abbia potuto fare una simile affermazione, è dura. Perchè è dura, ma proprio dura, che il magistrato potesse ipotizzare che qualcuno stesse perdendo il suo tempo, dall’utveggio,  a tenere l’occhio incollato all’oculare di un telescopio, per sorvegliare il suo talamo nuziale.

      Ti ho fatto questo esempio, eprchè è uno dei tanti che dimostrano una recrudescenza giudiziaria fondata su tanti piccoli fatti che però se approfonditi si rivelano bufale o quanto meno improbabili.

      No stai tranquillo, non sono io, Mr Truman. Io son quello che esamina i papelli e li svopre apocrifi. Io, non tu.

      Sticazzi, che ci provino.

    • enrix007 23:50 on 23 November 2009 Permalink | Rispondi

      Ancora una cosa, perchè mi pare che tu mi abbia chiesto una mia opinione sul movente delle stragi del 93.

      La mia opinione è tanto logica quanto banale, e parte da alcuni presupposti.

      Secondo me la mafia non è diretta dai Bassotti e da Spennacchiotto, e la sceneggiatura di queste vicende non la scrive Walt Disney. Ergo, c’è una porbabilità su un milione che chi ha ordinato e realizzato quelle stragi, lo abbia fatto nell’ipotesi di piegare lo stato a qualche cosa.  Tu pensi che sia una cosa che sta in piedi, che un mafioso per quanto stupido possa pensare di obbligare uno stato ad elimjnare le tasse dalla benzina con il ricatto degli attentati?

      In breve, io mi son fatto quest’idea, e sono pronto a rimangiarmela al primo documento che la metta in dubbio. Ma per ora ci sono solo dei falsi.
      Io penso che Falcone e Borsellino siano stati uccisi  perchè stavano ficcando il naso in questioni delicatissime, già da due anni prima. Di conseguenza, per questioni delicatissime, si sono mosse "menti raffinatissime", parole di Falcone.

      Queste menti raffinatissime hanno fatto fuori i magistrati con un metodo (già usato per Chinnici, ne riparleremo), che sa più di guerra alle istituzioni che combattono contro la mafia come simbolo, più che di chirurgica eliminazione di due persone scomode a causa del loro futuro carnet di appuntamenti, elaborato sulla base di certe convinzioni che si stavano facendo. Una forma di depistaggio blando, diciamo così. I magistrati andavano ammazzati, per fermare le loro inchieste e la loro curiosità, e quindi per ammazzare, in qualche modo bisogna pur farlo.  Non si è scelta però la pistolettata di un cecchino, che pure era possibile, ma un metodo che potesse fare pensare a qualcosa di diverso. Poi è comiciata, difatti,  la bagarre dei giornali: l’attacco allo stato della mafia, la guerra ai magistrati, e vai col generico. La trattativa stessa come ipotesi di movente entra bene in questo quadro di genericità, che serve ad occultare la specificità, e cioè il culo ed il denaro di persone ben precise.
      Visto che funzionava, si son fatti altri attentati nel 93, per continuare ad infondere quell’idea e a depistare dal vero movente delle stragi precedenti. Così, come è evidente, per marcare quel colore, si è passato guarda caso dai magistrati ai monumenti di stato, e persino a Maurizio Costanzo.
      Mancava solo Raffaella Carrà.

      Pensaci bene, è un depistaggio.

      E’ semplice, banale, e logico.

      Questo è quello che penso io.

    • anonimo 03:22 on 30 November 2009 Permalink | Rispondi

      La mia mail è NOSPAMluigi2509@interfree.it (togli NOSPAM all’inizio), se vuoi mandarmi quel file di cui parlavi ti ringrazio, potrebbe servirmi.

      Dici che Borsellino non poteva sospettare che lo spiassero dall’utveggio, io non ne sono sicuro, sapeva di essere nel mirino della mafia (o di qualcun’altro), perché non poteva sospettare che lo spiassero per conoscere le sue abitudini?

      La teoria del depistaggio per il 93 potrebbe anche essere vera, la mafia ha voluto creare clamore anche per distogliere l’attenzione dalle indagini dei magistrati, allora però chi ci garantisce che dietro non ci fosse qualcun’altro, coinvolto nelle indagini di Falcone e Borsellino, mandanti esterni che dovevano rimanere nell’ombra e allora serviva un depistaggio. C’è comunque qualcosa di poco chiaro.

      Luigi C.

    • enrix007 14:22 on 30 November 2009 Permalink | Rispondi

      Luigi, Borsellino poteva benissimo sospettare di essere sorvegliato e controllato da tutte le parti, soprattutto da chi volesse tenere d’occhio i suoi movimenti e le sue inchieste.

      Ma una persona con un cannochiale piantato sulla finestra della sua camera da letto, a tre km di distanza… a che scopo? Servizi guardoni?

    • anonimo 15:25 on 30 November 2009 Permalink | Rispondi

      Caro Luigi l’oggetto del confronto possiamo dividerlo in due.

      1- LA CATTIVA INFORMAZIONE DEI GIORNALI
      2- I FATTI ACCADUTI

      Sul primo punto Enrix mette in evidenza tutte le innumerevoli incongruenze e tutti i depistagi in atto da quasi 20 anni. Questi sono fatti acclarati. Se un papello è falso e FALSO, stiamo verificando un fatto.

      Il fatto è che il papello è falso e l’informazione sembra non accorgersene, il fatto è che Ultimo e Mori in questa storia (arresto di Riina e mancata osservanza del covo dopo l’arresto) SONO USCITI ILLIBATI, INNOCENTI. Ifatti vengono dimenticati e giornalmente dobbiamo leggere il contario, è normale questo Luigi?

      Passiamo al secondo punto. Tu Luigi (spero non ti offendi se ti do del tu) scrivi che comunque dobbiamo appurare se la trattativa c’è stata ed anche non fosse stata quela di dei ROS capire chi l’ha fatta, e fai delle interpretazioni sul memoriale di Cianciminio.

      Tutto leggittimo ma interpretare con i dati in ns posso è complicatissimo, quindi evitiamo di dare per certe delle cose che sono solo interpretazioni. Sui perchè e sui per come sempre a livello di esclusive interpretazioni le due indagine archiviate su mafia ed appalti e del riciclaggio dei soldi russi sarebbero sicuramente interessanti MA QUESTE NON VANNO DI MODA.

      Penso che  la trattativa ha tutto questo clamore ed interesse  perchè s’intravede la possibilità di un coinvolgimento Berlusconiano ma mi chiedo visto che si parla d’ipotesi COME MAI LE DUE ARCHIVIAZIONI DI PROCESSI SCOTTANTISSIMI SONO CADUTE NEL DIMETICATOIO?

      Pensi davvero che si stiano scoprendo davvero tutte le schifezze della collusione politica mafia scavando su questo tema, cosa che si sta fecendo da 20 anni e LASCIANDO DA APRTE L’ALTRO FILONE?

      Ti dico quel che penso io Luigi. Sono convinto che i depistamenti sono all’ordine del giorno e si ha tutto l’interesse di concentrarci sulla trattativa sperando che semmai la giustizia niente appurerà RIMANGA NELLA MEMORIA TUTTO QUESTO FANGO con la gente sempre più sicura che ingiustizia sia stata fatta.

      Come è accaduto per Ustica, per la Mitrokin e per le tante stragi di stato, depistamenti, depistamenti e depistamenti e le verità ben custodite con noi persone normali assoluytamente lontani dal capire cosa è successo. Un plauso ad Enrix che aiuta le crepe a diventare voraggini.

      Gianluca

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