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    enrix 00:04 on 3 November 2009 Permalink | Rispondi
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    LA SCOMPARSA DEI FATTI 

    Antimafia Fiction

    Rivelazioni schock, accordi tra boss e politici, “sbirri” collusi, omicidi eccellenti. Nel perfetto film di Palermo sulla trattativa tra Cosa nostra e lo Stato c’è proprio tutto. Tranne i fatti

    Leggi l’intervista a Giuseppe del Vecchio

    Leggi: L’inchiesta bomba archiviata

    di Chiara Rizzo

    Palermo, aula della IV sezione penale del tribunale, 20 ottobre 2009. Sguardi compunti e grandi inchini davanti ai pm antimafia e ai lacunosi ricordi di Luciano Violante. Risolini scettici e qualche plateale sbuffo di noia nei riguardi delle dichiarazioni spontanee del generale Mario Mori. Nell’aula al secondo piano del tribunale di Palermo c’è un clima di tifo effervescente per i teoremi dei pm Antonino Ingroia e Nino Di Matteo. Tanto che ad un certo punto il generale richiama stizzito all’ordine l’appuntato di AnnoZero, Sandro Ruotolo. Cosa succede a Palermo? La copertina dell’ultimo numero dell’Espresso, viene in soccorso: “Esclusivo: Tra mafia e Stato. I verbali inediti dei pentiti Brusca e Spatuzza. Così andò la trattativa tra Cosa nostra e i politici. Da Mancino a Berlusconi”. Tempi vorrebbe rovesciare la prospettiva, sulla base delle carte e di un quesito apparentemente stravagante: dove nascondereste voi una foglia? Forse in un bosco, no? E dove nascondereste il mistero di un’inchiesta scottante archiviata frettolosamente? Forse in mezzo a tante altre inchieste?
    Sostiene Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, che «siamo all’anticamera della verità». Una verità che ne ospiterebbe al suo interno molte altre, come un gioco di scatole cinesi. Una verità che sarebbe contenuta nelle pieghe del famoso “papello” con le richieste di Totò Riina allo Stato, vergate nell’anno 1992. La prova di una trattativa tra mafia e istituzioni, secondo la procura siciliana. Custode del papello e intermediario tra boss e Stato, attraverso i massimi vertici dei carabinieri, sarebbe stato Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo vicino ai corleonesi e condannato per mafia. Dietro la supposta trattativa via papello, ci sarebbe la soluzione di molti misteri italiani. Da quello di via d’Amelio, l’attentato in cui fu ucciso il giudice Paolo Borsellino (e ucciso, secondo la tesi dei pm palermitani, proprio perché non avrebbe condiviso la trattativa). Giù giù fino alla spiegazione delle stragi del ’93 a Roma, Firenze, Milano, organizzate, sempre secondo la tesi dell’antimafia, per vendetta contro lo Stato traditore dei patti. E ancora giù, fino all’ultima scatola infernale: quella di una presunta seconda trattativa, avviata alla fine del ’93 con il nuovo referente politico, Forza Italia, tramite Marcello Dell’Utri. Quest’ultima è senz’altro la parte più golosa del teorema palermitano, adombrata dal pentito Giovanni Brusca (quello che azionò il telecomando nella strage di Capaci) nelle sue rivelazioni riportate dall’Espresso. Brusca non aveva ancora finito di parlare dalla copertina del settimanale, che già sulle pagine di Repubblica si affacciava il “nuovo” pentito Gaspare Spatuzza, pronto a confermare la trattativa con Forza Italia.
    Chissà quanti altri recupereranno la memoria prossimamente. D’altra parte, l’urgenza di “nuove rivelazioni” pare aver rinfrescato i ricordi anche a Claudio Martelli (nel ’92 ministro della Giustizia) e a Liliana Ferraro (allora direttrice degli Affari penali del ministero). A entrambi è ritornato in mente che in effetti, prima di morire, Borsellino sapeva di una trattativa tra mafia e Stato. E guardacaso il soprassalto di memoria dei due è avvenuto proprio nel corso di un’intervista di Sandro Ruotolo per la puntata di AnnoZero in onda l’8 ottobre 2009.

    Tutti ricordano diciassette anni dopo
    Ma come si è arrivati, diciassette anni dopo i fatti, «all’anticamera della verità», per dirla con Ingroia? Riavvolgiamo il film e torniamo al punto di partenza. Il processo palermitano contro Mori (il generale dei carabinieri che nel 1993 guidò l’operazione che condusse all’arresto di Totò Riina), si dipana lungo due filoni di indagine. Il primo riguarda la mancata cattura, nel ’95, di Bernardo Provenzano, successore di Riina ai vertici di Cosa nostra: Mori è accusato di aver favorito la fuga del boss. Il secondo riguarda invece il presunto papello di Riina: la tesi dell’accusa è che Mori avrebbe fatto da tramite, durante i suoi abboccamenti del ’92 con Ciancimino, tra mafia e alti livelli dello Stato. C’è un problema, però, per i fan del teorema a cascata trattativa-mafia-carabinieri-Stato-Dell’Utri- Berlusconi”: i fatti.
    Primo fatto. La principale fonte delle informazioni sulla presunta trattativa mafia-Stato è oggi Massimo Ciancimino, il figlio di “don” Vito. Il quale inizia a rilasciare dichiarazioni alla direzione distrettuale antimafia palermitana , cioè a Ingroia e Di Matteo, nell’aprile del 2008. Ovvero sedici anni dopo i fatti in questione. E soprattutto un anno dopo la sua condanna, l’11 marzo 2007, per riciclaggio e tentata estorsione. A luglio 2008 si apre il processo contro Mori, dove l’accusa è sostenuta dai pm Ingroia e Di Matteo. E Ciancimino jr. a furia di rivelazioni, da figlio di mafioso, arrestato, condannato e alleggerito nelle proprietà e nei beni per la cifra astronomica di 60 milioni di euro, viene trasformato, grazie alla ribalta mediatica, in superteste (con tanto di scorta) di un processo, quello contro il generale Mori, che sui media è ormai diventato un “processo allo Stato”.

    L’interrogatorio dimenticato
    Secondo fatto. Fino al giugno 2009, Massimo Ciancimino rimane evasivo sul famoso papello custodito da papà Vito. Messo però alle strette dai pm, nel luglio 2009 (proprio nei giorni a ridosso della sentenza di Genova che ha ridotto la condanna al colonnello Michele Riccio, l’uomo che accusa il generale Mori di aver favorito la fuga di Provenzano), promette ai magistrati di consegnare il foglio con le richieste di Riina, e rivela loro che i primi incontri tra suo padre e gli alti ufficiali dei Ros (Mori e Giuseppe De Donno) risalivano al giugno del ’92, prima della strage di via D’Amelio. Ad oggi, però, a Palermo risultano depositate solo due fotocopie di appunti manoscritti: una del presunto papello di Riina, l’altra è la fotocopia della versione riveduta e corretta da Vito Ciancimino. Dove sono gli originali di questi documenti?
    Terzo fatto. Esistono manoscritti originali e verbali di interrogatorio, dei quali il pm Ingroia e l’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli sono a conoscenza dal gennaio del 1993, in cui Vito Ciancimino stesso parla degli incontri con gli ufficiali del Ros, l’allora colonnello Mori e l’allora capitano De Donno. Tali documenti sono stati depositati il 20 ottobre scorso al processo Mori. Che spiegazione ha dato di questi abboccamenti con Cinancimino l’ex numero 1 del Ros? Mori innanzitutto li ha collocati a partire dal 5 agosto 1992, dopo la morte di Borsellino (il che escluderebbe che la presunta trattativa mafia-Stato sia stata la causa della morte del magistrato). In secondo luogo il generale ha chiarito a quali ragioni investigative rispondessero tali incontri: attraverso il sindaco mafioso i carabinieri intendevano ottenere indicazioni per arrivare alla cattura dei boss. L’incontro significativo sarebbe stato il quarto, quello avvenuto il 18 ottobre 1992, dopo che Ciancimino aveva avviato i contatti con i corleonesi. Ha ricordato il generale Mori: «Mi disse: “Guardi, quelli accettano la trattativa. Voi che offrite in cambio?”. Io non avevo nulla da offrire, per cui dissi: “I vari Riina, Provenzano si costituiscano e lo Stato tratterà bene loro e le loro famiglie”. A questo punto Vito Ciancimino si imbestialì». Ecco perché la “trattativa” è saltata: perché non c’è stata nessuna trattativa.

    E don Vito disse: il patto? Una palla sonora
    In seguito, nel dicembre del ’92, Vito Ciancimino viene arrestato. Il 15 gennaio 1993 il capitano Ultimo, dei Ros guidati da Mori, arresta anche Riina. Lo stesso giorno si insedia a Palermo il nuovo procuratore Giancarlo Caselli. Che da Mori viene immediatamente informato di una richiesta di Ciancimino: il sindaco vuole incontrare il nuovo procuratore palermitano nel carcere di Rebibbia, dov’è detenuto, perché intende rilasciare alcune dichiarazioni. Il 27 gennaio avviene il primo interrogatorio di Ciancimino. Sono presenti il procuratore Caselli, il pm Ingroia, il colonnello Mori e il capitano De Donno. Seguono numerosi interrogatori a cui sono sempre presenti Ingroia e Caselli. Quello che ci interessa è l’interrogatorio del 17 marzo 1993 (clicca sopra per scaricarlo – ndr) , ore 9.30. In quell’occasione Ciancimino parla estesamente con Caselli e Ingroia degli incontri avuti nel 1992 con i carabinieri. Nota bene: a quell’epoca l’ex sindaco di Palermo avrebbe tutto l’interesse a retrodatare il più possibile questi incontri, per candidarsi così ad accedere ai benefici per i “collaboratori di giustizia”. Cosa dice invece quel 17 marzo 1993 Vito Ciancimino? Spiega a Caselli e a Ingroia che «avevo avuto dal capitano De Donno varie sollecitazioni per iniziative comuni. Le avevo respinte. Ma dopo i tre delitti (quello di Lima, che mi aveva sconvolto; quello di Falcone che mi aveva inorridito; quello di Borsellino che mi aveva lasciato sgomento) cambiai idea. Manifestai la mia intenzione di collaborare, ma chiesi un contatto con un livello superiore. Conseguentemente il capitano De Donno tornò a casa mia (mi pare il 1° settembre 1992) accompagnato dal colonnello Mori. Esposi il mio piano: cercare un contatto per collaborare con i carabinieri. Questo piano fu accettato, e una ventina di giorni dopo incontrai una persona, organo interlocutorio di altre persone». Il “contatto” è Antonino Cinà, il medico della mafia. Ricorda Ciancimino: «Chiamai i carabinieri, i quali mi dissero di formulare questa proposta: “Consegnino alla giustizia alcuni latitanti grossi e noi garantiamo un buon trattamento alle famiglie”. Ritenni questa proposta angusta per poter aprire una valida trattativa».
    Cosa fanno davanti a queste dichiarazioni Caselli e Ingroia, l’uomo che conduce l’accusa contro Mori e sostiene la tesi di una trattativa tra mafia e Stato? Nulla. Non battono ciglio. Leggono, firmano e sottoscrivono il verbale dell’interrogatorio. Vito Ciancimino racconta anche altro in quell’interrogatorio del 17 marzo 1993. Racconta di un secondo tentativo di collaborare con i carabinieri. Ecco le sue parole a verbale: «Il 17 dicembre partii per Palermo, dove mi incontrai con l’intermediario-ambasciatore. Io gli avevo raccontato (d’intesa con i carabinieri) una “palla” sonora, grossa come una casa, vale a dire che un’altissima personalità della politica (che non esisteva), che era un’invenzione mia e dei carabinieri, voleva ricreare un rapporto tra le imprese. Comunicai l’impegno dell’interlocutore-ambasciatore a rispondermi al capitano De Donno. Questa comunicazione avvenne il sabato. Mezz’ora dopo questo colloquio venivo arrestato». Dunque: Ciancimino dichiara anche di aver proseguito i contatti con i mafiosi e riferito ai carabinieri. Malgrado questo, viene arrestato. Naturale che sia imbufalito. Eppure, nonostante abbia più di una ragione per volersi vendicare dei carabinieri che lo usavano ma non lo hanno sottratto all’arresto, non si presenta come il tramite tra Riina e Mori e come il custode di un documento (il famoso papello) che prova l’esistenza di una trattativa con lo Stato. Anzi. Don Vito bolla il coinvolgimento di «un’altissima personalità della politica» come «una palla sonora, grossa come una casa». Quel 17 marzo Ingroia legge e sottoscrive tutte queste affermazioni di Ciancimino. I dubbi gli sono venuti diciassette anni dopo.

    02 Novembre 2009

    Estratto dalla rivista "Tempi"  -  LINK

     
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    enrix 00:47 on 1 November 2009 Permalink | Rispondi
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    I MISTERI DELL'INTERVISTA A PAOLO BORSELLINO. 

    L’INTERVISTA A PAOLO BORSELLINO E IL MISTERO DEL NASTRO ORIGINALE. – (1)

    borsellino director defin2 

    E torniamo ancora una volta a parlare della famigerata intervista, quella che Paolo Borsellino il 21 maggio ’92 rilasciò ai giornalisti francesi  Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo.

    Chi ci conosce, sa bene che noi abbiamo già analizzato in ogni virgola e apostrofo, sul blog “Cronache dall’imbecillario”, le manipolazioni e i “taglia & cuci” che ha subito la versione originale di quest’intervista prima di essere mandata in onda in TV o essere pubblicata da Marco Travaglio sul suo libro “L’odore dei soldi”, il quale Travaglio ne  ha pure riletto alcuni stralci (proprio quelli più manipolati) al “Satyricon” di Luttazzi nel 2001.

    Chi pertanto volesse riaggiornarsi su quell’argomento e sulle sentenze giudiziarie che hanno stigmatizzato le effettive alterazioni e manipolazioni di quell’intervista, può farlo rivedendo quei due vecchi articoli cliccando sui titoli:

    Un uomo chiamato cazzillo

    e

    Il sinottico “Borsellino”

    dove si trova il sinottico completo con il confronto testuale fra le varie versioni dell’intervista, compresa quella con i pochi stralci VERAMENTE originali oggi disponibili, così come riportati nel dispositivo della sentenza di condanna del Tribunale di Palermo nei confronti di Marcello Dell’Utri.

    Le vicissitudini di quel nastro, sono più o meno note, e vediamo di riassumerle:

    Rainews24 trasmette una versione tagliata e rimontata di quell’intervista, giudicata successivamente da due diverse corti giudiziarie come  il frutto “di un’alterazione” e di “evidenti manipolazioni”.

    Contestata dai vari soggetti che considerano quel lavoro di montaggio lesivo e mendace, Dell’Utri in primis, la Rai, nella persona del direttore di rainews24 Roberto Morrione,, replica di averla trasmessa così come l’ha ricevuta, senza alterarla e modificarla. Fatto che viene provato dalle testimonianze dei famigliari di Borsellino, i quali avrebbero consegnato il nastro alla RAI, avendolo ricevuto nel 1994 dalla giornalista Chiara Beria d’Argentine, (ovvero direttamente dai francesi, secondo un’altra versione), la quale a sua volta lo aveva ricevuto dagli stessi intervistatori francesi.

    Per cui le sentenze stabiliscono che “nessuna manipolazione è attribuibile a Morrione Roberto, Ferri Arcangelo e Ranucci Sigfrido”, nel senso che il nastro manipolato è stato sì trasmesso da loro, ma senza alterazioni rispetto alla versione dagli stessi reperita.

    I dettagli dei vari passaggi di mano subìti da quel nastro, ce li fornisce Silvio Buzzanca di Repubblica, il 17 marzo 2001:

    “Ma da chi lo ha avuto (quel video – ndr)? Morrione parla prima della procura di Caltanissetta (cioè dice di averlo avuto da quella Procura – ndr), poi dice che da quella procura ha solo ricevuto l’ assenso a mandarla in onda. Da dove arriva allora a Saxa Rubra la cassetta? Il direttore non può dirlo, "copre" giustamente i suoi giornalisti che hanno fatto uno scoop. Ma è quasi certo che a farla avere alla Rai sia stata Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato. Dunque: sembrerebbe che la cassetta con l’ intervista voli in Francia e torni a Palermo tagliata.  Ma c’ è un altro passaggio. Perché Calvi torna in Francia, lavora sull’ intervista, la taglia, la usa in vista di un film sulla mafia finanziaria europea. Ma di questo film, spiega il giornalista francese, non si fece nulla, la società di produzione fallì. Allora Calvi chiama L’ Espresso e offre la trascrizione integrale dell’ intervista. (nota bene: la trascrizione originale, non il nastro originale – ndr)  E per dimostrare che è veritiera l’ accompagna con la cassetta (quella tagliata, ovviamente – ndr) . Da Milano parte la giornalista Chiara Beria di Argentine, vede la cassetta tagliata e la trascrizione integrale (ok – ndr) in italiano e francese, giudica il materiale interessante e lo riporta in Italia. Viene pubblicato la settimana successiva al 27 marzo 1994, data della vittoria elettorale di Berlusconi. Le foto dell’ articolo vengono dalla cassetta tagliata con i sottotitoli in francese. La giornalista, successivamente, chiama la famiglia Borsellino perché vuole donare la cassetta (quella cioè avuta da Calvi, quella tagliata – ndr) : i Borsellino accettano e la ricevono durante un viaggio a Milano. Il prezioso oggetto torna quindi a Palermo (a casa Borsellino – ndr) , una copia finisce alla procura di Caltanissetta, un’ altra approda a Roma, alla Rai. (e quindi tutto ok, alla RAI approda una copia di quella tagliata – ndr) Restano però delle zone oscure. Per esempio: perché non si trova l’ originale della cassetta? (appunto – ndr) Beria D’ Argentine spiega che la copia tagliata fu offerta a diversi tg, ma fu ritenuta priva di interesse o di difficile gestione visto che non era integrale. Giornalisti interessati alla vicenda, come Enrico Deaglio, hanno tentato nel corso degli anni di acquisire l’ originale, ma di fronte agli ostacoli hanno rinunciato. Spiegazione da una fonte che preferisce l’ anonimato: sembra che i diritti sulla cassetta appartengano a Canal +, che l’ acquisì al tempo in cui Fininvest aveva una partecipazione nella società. E da allora se ne sono perse le tracce.”

    Questa versione nei fatti negli anni successivi, ha sempre avuto sostanziale conferma sia da quanto emerso nei vari procedimenti giudiziari, sia da quanto scritto su altre fonti d’informazione, frale quali, naturalmente, Marco Travaglio, che nel suo articolo del 18 marzo 2008 “Un uomo chiamato cavallo” (L’Unità), attribuisce espressamente l’attività di “montaggio” del nastro dell’intervista, a “Canal Plus”. Per Marco, Rainews a quel montaggio non ha neppure spennellato la polvere. L’ha trasmesso così come l’ha ricevuto.

    Ecco dunque alcuni stralci dai giornali:

     Fiammetta Borsellino, figlia minore di Paolo, interrogata oggi dal pubblico ministero di Palermo Antonio Ingroia proprio nell’ambito di quell’indagine ha confermato al magistrato la sostanziale autenticità della video cassetta che riproduce l’intervista del padre al giornalista francese Fabrizio Calvi. La ragazza, che ha detto di avere ricevuto copia della videocassetta con l’intervista del padre dallo stesso Calvi, ha detto di non avere riscontrato difformità tra la versione in suo possesso e quella trasmessa dalla tv. “ (da: “La Procura sequestra l’intervista a Borsellino” – Repubblica – 19 marzo 2001)

    Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato assassinato dalla mafia nel 1992, si è presentata dal magistrato palermitano Antonio Ingroia e ha consegnato l’ originale della videocassetta, spiegando di averla consegnata l’ anno scorso ai giornalisti Rai, identica a quella andata in onda. (La procura sequestra il video con l’intervista a Borsellino – Repubblica — 20 marzo 2001   pagina 2)

    “La Procura di Roma ha fatto sequestrare la cassetta trasmessa da Rai News 24, che conteneva l’ intervista in cui Borsellino parlava delle indagini su Marcello Dell’ Utri e Silvio Berlusconi. Il punto è stabilire se sia sta manipolata (ieri Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato, ha confermato in Procura a Palermo la sostanziale autenticità).” (Corriere della Sera  - 20 marzo 2001 – Pagina 2)

    “La versione dell’ intervista da noi trasmessa integralmente, così come l’ abbiamo avuta, non risulta affatto «manipolata», come si è strumentalmente sostenuto. Era invece la riduzione, montata dai due autori per una trasmissione Tv che all’ epoca inspiegabilmente non avvenne, di un materiale più vasto e coincideva nello spirito e nella sostanza con il testo integrale pubblicato nel ‘ 94 da L’ Espresso. Non è vero che sia segreta la fonte della cassetta trasmessa, che venne data a Rai news 24 da Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato assassinato, come ha dichiarato lei stessa alla stampa e alla procura di Palermo.(lettera di  Roberto Morrione al Corriere della Sera, 5 giugno 2002 – Pagina 37)

    “Quanto alla fonte del video, Vespa avrebbe potuto forse documentarsi meglio, perché da più di un anno il libro di Marco Travaglio cita Fiammetta Borsellino come nostra fonte, mentre numerose agenzie di stampa (e Repubblica del 17 marzo 2001) riportarono la sua dichiarazione sull’ autenticità e la fedeltà dell’ intervista televisiva del padre.” (altra lettera di  Roberto Morrione al Corriere della Sera, 9 giugno 2002 – Pagina 35)

    Preciso che l’ intervista fu consegnata a Rai News 24 da Fiammetta Borsellino, figlia del giudice assassinato e trasmessa integralmente come ci era stata data.” (LETTERA di Roberto Morrione a Repubblica — 22 dicembre 2002   pagina 16)

     

    Quindi per riassumere, dalle testimonianze di fiammetta Borsellino, di Roberto Morrione, di Chiara Beria d’Argentine, e quindi da tutti i circuiti d’informazione in generale, oggi emerge un’unica versione dei fatti, seppur divaricata in due minuscole varianti:

    Il”montaggio” ed il “taglia & cuci” sarebbe avvenuto in Francia, ad opera degli autori. In Francia non viene mai utilizzato in alcuna forma, ma nel 94 gli autori consegnano a Chiara Beria d’Argentine, una cassetta con la versione “tagliata” ed una trascrizione “integrale”, dell’intervista. La giornalista a sua volta, dopo avere pubblicato quella trascrizione il 27 marzo ’94, invita i familiari di Borsellino a visionare la videocassetta in suo possesso, (cioè la versione “tagliata” e “montata” da Calvi) e ne fa omaggio agli stessi famigliari. (Era sicuramente presente Agnese Borsellino, la moglie del giudice, ne riparleremo dopo). Dopo sei anni, Fiammetta Borsellino consegna la copia di quella cassetta frutto di un lavoro di montaggio, avuta da Beria d’Argentine, a Rainews24, che la manda in onda così come l’ha ricevuta.

    In qualche caso si è letto che Fiammetta Borsellino avrebbe avuto quella cassetta “dallo stesso Calvi”. (Repubblica – 19 marzo 2001)

    Ne dubito fortemente. Sicuramente si intende significare che proveniva da Calvi, attraverso il passaggio intermedio di Chiara Beria d’Argentine. Ma potrebbe essere che in qualche occasione il Calvi abbia fatto un gentile omaggio di quella cassetta direttamente alla giovane Fiammetta poco più che ventenne.  Ciò significherebbe che in mano ai famigliari di Borsellino, ci sarebbero state due copie della stessa cassetta, quella con i tagli, avuta una da Chiara Beria che l’aveva avuta da Calvi, ed una direttamente da Calvi.

    Il succo non cambia: in Italia sarebbe pervenuta sempre solo e soltanto la stessa cassetta, quella con i tagli, pur in doppia coppia.

    Ed in effetti tutti si sono sempre domandati se sia mai esistito, in mano a qualcuno in Italia,  un video originale integrale.

    Ma ecco la sorpresa.

    Dell’Utri viene condannato, e nel dispositivo della sentenza del Tribunale di Palermo, a pag. 431, si legge che: “In dibattimento il Pubblico Ministero ha prodotto la cassetta contenente la registrazione originale di quella intervista che, nelle precedenti versioni, aveva subito, invece, evidenti manipolazioni ed era stata trasmessa a diversi anni di distanza dal momento in cui era stata resa, malgrado l’indubbio rilievo di un simile documento.”

    Dunque un originale c’è. E chissà da dove è uscito, ci domandiamo tutti.

    Saperlo.

    Così come sarebbe bello sapere, a questo punto, come il 3 novembre 2004, a pag 26 de “La Stampa”, Chiara Beria d’Argentine abbia potuto scrivere questo:

    “Ci sono incontri che non si possono dimenticare. Agnese BORSELLINO aveva perso da due anni il marito Paolo – massacrato con la sua scorta, il 19 luglio 1992, in via D’Amelio, a Palermo – quando venne a trovarmi a Milano. Alla donna minuta, moglie e figlia di magistrati (il padre, Angelo Piraino Leto, fu presidente di Corte d’Appello) dovevo mostrare alcuni passi della lunga intervista che il marito aveva fatto a dei giornalisti francesi una settimana prima dell’assassinio di Giovanni Falcone a Capaci; 60 giorni prima del suo stesso martirio. Su quell’intervista, negli anni a venire, in special modo in periodi pre-elettorali, si e’ sollevato un gran polverone. Frasi del giudice citate a caso; polemiche e, visto che era stata pubblicata ma non fu mai piu’ trasmessa in tv, persino dubbi sulla sua esistenza (al procuratore capo di Palermo, Pietro Grasso, consegnai, a quel punto, le cassette audio integrali con la voce di BORSELLINO). Ma tutto questo e’ ormai materia di verbali, di infiniti processi. Alla vigilia della programmazione in tv della fiction sulla vita di Paolo BORSELLINO (8, 9 novembre, Canale 5, regista Gianluca Tavarelli, produttore Pietro Valsecchi) quel che ricordo e’ l’interrogativo che tormentava Agnese BORSELLINO. Un interrogativo rimasto ancora oggi, se non ci si ferma agli esecutori delle stragi, senza risposta. «Voglio capire chi e perche’ ha ucciso mio marito», ripeteva la signora vedendo le immagini, fino a quel momento a lei inedite, del marito ripreso nello studio della loro casa di via D’Amelio. Ancor piu’ che le parole – una lucida analisi sul salto di qualita’ di Cosa Nostra nei primi anni Sessanta – era commovente anche per chi stava accanto a lei in risentire nel filmato i rumori ordinari di quella casa; rivedere i piccoli gesti quotidiani del giudice. Il suono di un orologio a pendolo, il fumo della sua sigaretta in bocca, il telefono che suona. E ancora di piu’. Sentire una nota di preoccupazione nella voce del giudice ma solo perche’ l’operatore aveva inquadrato alle sue spalle la bandiera tricolore appartenuta al padre con lo stemma sabaudo e, chissa’ mai quali polemiche gli avvoltoi si sarebbero inventate contro di lui. La signora BORSELLINO raccontava di quegli ultimi, tormentati 57 giorni di vita del marito; quel tempo troppo breve e fatale tra la morte dell’amico Falcone e il suo martirio. A un tratto, nel filmato, il giudice s’interrompe: lo avvisano che i suoi ospiti devono spostare la loro automobile che avevano, in tutta tranquillita’, parcheggiato dopo aver scaricato il materiale per le riprese, sotto casa, in via D’Amelio. Particolare da brivido: la prova dell’inefficienza, nel maggio ’92, della protezione attorno a un giudice da anni nel mirino della mafia, sicuramente dal maxiprocesso a Cosa Nostra.”

    Amici segugi, qualcuno di voi, osservando bene, magari su Youtube, la famosa intervista di Borsellino trasmessa da Rainews24 riportata paro paro, senza modificazioni di sorta, com’era su  “la cassetta tagliata” da Calvi che la stessa Beria d’Argentine ha rivisto con i famigliari di Borsellino, descrivendo dettagli così toccanti, e poi consegnata in copia anche alle Procure dalla stessa Fiammetta Borsellino, mi potrebbe indicare in quale punto di quel video si può sentire una nota di preoccupazione nella voce del giudice solo perche’ l’operatore aveva inquadrato alle sue spalle la bandiera tricolore appartenuta al padre con lo stemma sabaudo”, oppure in quale altro punto “il giudice s’interrompeperché “lo avvisano che i suoi ospiti devono spostare la loro automobile che avevano, in tutta tranquillita’, parcheggiato dopo aver scaricato il materiale per le riprese, sotto casa, in via D’Amelio.” ?

     
    • anonimo 12:57 on 1 November 2009 Permalink | Rispondi

      un altro ottimo pezzo, Enrix…

      tutte le volte che leggo i tuoi articoli mi chiedo perchè si preferisca con tanta ottusità far finta che tutto sia chiaro, che tutto porti alla Verità di cui si son convinti essere depositari certi magistrati, certi giornalisti, certi "professionisti dell’antimafia"…

      continua così!

      salutoni

      Marco!

    • enrix007 13:23 on 1 November 2009 Permalink | Rispondi

      Continuo, continuo, stai tranquillo.
      Il bello deve ancora venire.

      Però se la mafia russa poi mi viene a prendere, spero che qualcuno di voi vada a "chi l’ha visto" a spiegare le cose.
      Almeno quello.

    • anonimo 15:48 on 3 November 2009 Permalink | Rispondi

      Forte come al solito Enrico!
      Maury

    • anonimo 01:15 on 26 December 2009 Permalink | Rispondi

      penso che adesso, frazie a Il Fatto Quotidiano, i vostri dubbi siano stati chiariti….

    • enrix007 01:42 on 26 December 2009 Permalink | Rispondi

      Non preoccuparti, anonimo, i miei dubbi io li avevo chiariti anche prima.

      Sulla decisione del Fatto di allegare il DVD, e sui modi in cui l’ha fatto….ne riparleremo.

    • trotzkij 19:40 on 14 January 2010 Permalink | Rispondi

      La verità su quell’intervista deve venire a galla[..] Di (…) Ho inviato l’articolo relativo a questi video alla redazione di , la quale ha deciso, come prevedevo, di non pubblicarlo. Ed è chiaro perchè: loro rispondono alla cieca massima santoriana del "". Questi video trattano [..]

  • Avatar di enrix

    enrix 10:13 on 30 October 2009 Permalink | Rispondi
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    VLADIMIRO SATTA SULLA TRATTATIVA 

    AVEVAMO DAVVERO RIMESSO LE COSE A POSTO

    VLADIMIRO SATTAVladimiro Satta
     

    Cari amici, l’altro ieri, 28 ottobre, abbiamo parlato di alcune manipolazioni in corso delle parole pronunciate da Piero Grasso per la redazione del TG3.

    Il pensiero di grasso nei giorni scorsi è stato travisato e distorto, sia sui giornali che in televisione, a più non posso. Il risultato del solito teatrino mediatico che certi poteri sanno organizzare molto bene, è che la gente oggi è convinta che Grasso abbia detto che lo Stato ha trattato con la mafia per salvare il culo ai ministri.

     

     

    Leggiamo, solo per fare un esempio, che cosa ha scritto Nicola Tranfaglia nel suo articolo “Il paese del papello”:

     

     

    (…)
    Dopo la testimonianza di Massimo Ciancimino, figlio minore di un “padrino” importante quale è stato il padre, che ha governato Palermo prima con Salvo Lima e poi, in posizione di vertice, ci sono elementi importanti che fanno pensare a una trattativa tra lo Stato e la mafia nel periodo critico della repubblica, tra la strage di Capaci (23 maggio 1992) che uccise Falcone e la sua scorta e quella successiva di via d’Amelio, in cui morì Borsellino e la sua scotrta, il 19 luglio dello stesso anno

    .
    Esiste un documento di questa trattativa,
    ( che puzza di falso – ndr)  sono indicati i personaggi centrali del negoziato e sono chiamati in causa, da una parte, il ministro dell’Interno Mancino e, dall’altra, il colonnello Mori dei Ros a cui i capimafia del momento (Riina e Provenzano) avrebbero consegnato le richieste dei mafiosi.


    Sappiamo (dal papello che puzza di falso – ndr) che Ciancimino giudicava eccessive quelle richieste, cioè impraticabili, e basta leggere quel documento (di cui aspettiamo ancora l’originale (e che ora è arrivato, l’originale della fotocopia che puzzava di falso – ndr) per rendersene conto: la revisione del maxiprocesso, l’abolizione del carcere duro per i mafiosi (articolo 41 bis), la revisione della legge Rognoni-La Torre sulla confisca dei beni e ancora l’estensione ai mafiosi della legislazione sui dissociati già applicata ai terroristi delle Brigate Rosse e di Prima Linea.


    Si sarebbe trattato in pratica di riconoscere alla mafia uno status di soggetto politico della repubblica, quello che non si era riconosciuto formalmente alle Brigate Rosse negli anni settanta, e una sorta di pace negoziata di fronte al ricatto della strategia terroristica e stragista adottata con l’eccidio di Capaci dai corleonesi di Cosa Nostra.


    Il ricatto, se rifiutato, avrebbe potuto significare la morte di molti politici, sia quelli che avevano tradito perché, dopo aver coabitato per anni con Cosa Nostra, non volevano o potevano più farlo (il caso Lima è il più significativo ma è chiaro che uccidere Lima significava minacciare Andreotti che di Lima era il capo e il protettore) sia quelli che con la mafia non volevano più scendere a patti.
    Una simile ricostruzione dei fatti è alla base dell’intervista che il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha fornito subito dopo la consegna del papello ai giudici di Palermo. Grasso ha detto che la trattativa c’è stata e che il ricatto di Cosa Nostra ha funzionato.


    Questo significa, se la ricostruzione è attendibile, (no, non è attendibile perché non è la ricostruzione di Grasso, ma una travisazione della stessa – ndr) che il giudice Borsellino è stato ucciso anche perché sapeva della trattativa e vi si opponeva risolutamente.  (ed infatti si tratta di una teoria ben poco plausibile, che va giusto bene al seguito di una manipolazione del pensiero di Grasso – ndr) Insomma, una strage in un momento in cui i capi di Cosa Nostra spingevano perché la trattativa andasse avanti e non si fermasse.
    (peccato che documenti AUTENTICI di Ciancimino datano i primi contatti coi carabinieri alla fine di agosto, così come alcune testimonianze di Brusca – ndr)


    Dopo l’intervista di Grasso, che oggi molti tendono ad accantonare,…”

     

     

     

     

    Fermiamoci qui.
    Noi comunque non l’abbiamo accantonata. L’abbiamo approfondita ben di più di quanto ha fatto Tranfaglia insieme a tanti altri, e siamo giunti al risultato che in generale è stata usata strumentalmente e manipolata.

    E per fortuna stamani abbiamo scoperto che non siamo stati gli unici a renderci conto di questo, vedendo pubblicato oggi sul quotidiano “Gli altri”, reperibile QUI, un articolo nientepopodimeno che di Vladimiro Satta, dal titolo “Mafia, Stato, Br: ogni storia a sé”, che ad un certo punto recita come segue:

    “…. per ora le conoscenze sui contatti tra Stato e Cosa Nostra nello scorso decennio sono tutt’altro che consolidate e  anzi circa la sussistenza delle asserite trattative sono arrivate autorevoli smentite -ad esempio da parte del vicepresidente del CSM, Mancino- ed abbondano i motivi di perplessità sulla sortita di Ciancimino jr. e su molti dei relativi annessi e connessi. Ciò premesso, rilevo che Grasso non ha detto che lo Stato trattò al fine di tutelare i ministri; egli ha detto testualmente, invece, che i mafiosi, i quali "in principio pensavano di attaccare il potere politico ed avevano in cantiere gli assassini di Calogero Mannino, di Martelli, Andreotti, Vizzini" e forse altri ancora, poi "cambiano obiettivo probabilmente perché capiscono che non possono colpire chi dovrebbe esaudire le loro richieste. In questo senso [corsivo mio] si può dire che la trattativa abbia salvato la vita a molti politici". Se così fosse, l’incolumità dei ministri sarebbe stata effetto di una sopravvenuta e strumentale preoccupazione di Cosa Nostra e non sarebbe stata il criterio ispiratore della condotta delle istituzioni. Sempre se così fosse, piuttosto resterebbe da appurare perché i governanti avrebbero accettato di intavolare un negoziato: guadagnare tempo? Acquisire informazioni utili per indagini? Staremo a vedere. Intanto, appare logico argomentare che la mafia, qualora fosse stata tradita da false promesse di politici, avrebbe consumato qualche sanguinosa vendetta.”


    Amici lettori di questo blog, poiché la mafia si combatte soltanto con la verità, e non con la manipolazione ed il falso, ora abbiamo in mano uno strumento interessante. Quando qualche mistificatore vi richiamerà dorinnanzi alle parole di Grasso sulla trattativa, se proprio non volete replicare con gli argomenti del Segugio, che vede giusto ma non è nessuno, spiattellategli in faccia le considerazioni di Satta, che di autorevolezza ne ha un po’ di più del sottoscritto.

    Salutissimi.

    Enrix

     

     
    • anonimo 11:34 on 30 October 2009 Permalink | Rispondi

      L’autorità di Satta non è proprio cristallina, visto ad esempio quello che ha scritto sulla scoperta del covo BR di Via Gradoli.
      Probabilmente è più importante il Suo lavoro, Enrix, perché la voglia di approfondire, scoprire e diffondere è quanto di più necessario nella nostra epoca.

      Non ho fiducia in Satta così come nei giornalisti del TG3, è più prezioso il lavoro di un non professionista che non si lascia ingannare e si muove in prima persona. Cerco di farlo anche io.

      Saluti.
      Domenico

    • anonimo 23:30 on 30 October 2009 Permalink | Rispondi

      Buonasera

      Mi ricordo di te nel blog di Paradisi che di tanto in tanto frequentavo. Sono capitato qui cercando informazioni di dettaglio su Mario Mori e Giuseppe De Donno. Mi pare di capire che anche su Falcone finirai in Russia. Sulle stragi del 1992/93 ho una mia opinione che può trovare appiglio e sintesi nel libro di Scarpinato "Il ritorno del principe".

      Per ora (forse solo per ora) rilevo quanto segue:

      nel 1992 Giovanni Falcone non era magistrato e non conduceva indagini
      Falcone riteneva il delitto Lima un evento enorme dopo il quale tutto sarebbe potuto succedere
      già nel febbraio 1992 una informativa dei servizi si riferiva a una possibile recrudescenza del terrorismo (più o meno il concetto era questo)

      Un saluto

      Andrea Giova

    • anonimo 23:37 on 30 October 2009 Permalink | Rispondi

      ps: l’uomo nella foto non è Vladimiro Satta ma lo storico Peppino De Lutiis

      Andrea G.

    • enrix007 01:24 on 31 October 2009 Permalink | Rispondi

      Hai ragione, è De Lutiis. Che vuoi mai, sono ammalato di cose russe, come dici tu. Appena trovo una foto di Satta lo rimpiazzo.

      Toh, che coincidenza. Pochi giorni prima della strage della stazione di Bologna c’era un’informativa dei servizi che avvertiva del pericolo di un grave attentato terroristivo di matrice palestinese per mano di Carlos, ma di quell’informativa non si ricorda nessuno.

      Comunque non è che finisco in Russia perchè ho una passione per la vodka o per il KGB, ma perchè è in Russia che tral’89 ed il 91 sono defluiti un bel pacco di miliardi dalla Sicilia, così tanti da interessare le autorità giudiziarie, ed in particolare Falcone.

      Falcone voleva vederci chiaro su quei miliardi, tieni d’occhio il blog e pubblicherò altro materiale su quella vicenda.

      Ora, vedi, caro Andrea, un’indagine in coordinamento fra due stati su qualcosa di contante e frusciante come il denaro, io lo considero un movente per l’eliminazione dell’inquirente enormemente più plausibile che non un tentativo di ricattare lo stato per ridurre il carcere ai mafiosi, che per ottenere questo si trasformano in terroristi.
      Non dico che è impossibile, ma è molto meno probabile.

      La vedo molto più probabile come mascheratura di un vero movente, laddove per stoppare un’indagine, non basta ammazzare il magistrato che indaga se si capisce che l’hai ammazzato per quello. Perchè in quel caso, al contrario, l’indagine si intensifica.
      Ricorda ciò che ha detto Grasso: studiavano come ucciderlo a Roma poi improvvisamente accadde qualcosa, e Riina comunicò che c’era il nuovo piano. Una strage di tipo cinematografico.
      Dopodichè Grasso parla di partner "esterni".

      E ricorda soprattutto ciò che disse Falcone a proposito della sacca al tritolo lasciata nei dintorni della sua villa, un avvertimento più che un vero e proprio tentativo d’omicidio. Falcone disse: è opera di menti raffinatissime.
      Secondo te le "menti raffinatissime" sarebbero dei mafiosi che ti minacciano, come fanno quando mandano le pallottole o le teste di capretto?
      Sarebbero degli agenti dei servizi deviati che volevano divertirsi come Arsenio Lupin a preannunciare le bombe vere?

      No, Andrea, le menti raffinatissime, sono menti raffinatissime.

    • enrix007 01:54 on 31 October 2009 Permalink | Rispondi

      Trovato Satta, grazie Andrea.

      Per tornare all’argomento di prima, tu come la chiameresti, se non indagine, l’attività di Falcone che andava a Mosca a ficcare il naso nelle contabili dei trasferimenti di valuta?

    • anonimo 20:24 on 16 March 2011 Permalink | Rispondi

      ha notato che su internet ci sono pochissime tracce di questa intervista?

  • Avatar di enrix

    enrix 02:35 on 28 October 2009 Permalink | Rispondi
    Tags: calogero mannino, carlo vizzini, , , , , , massimo fini, , , , , strage di via damelio, ,   

    Sull'intervista del TG3 a Piero Grasso 

    FORSE UN’ALTRA PICCOLA MISTIFICAZIONE.

    MA VEDIAMO DI RIMETTERE LE COSE A POSTO.

     

    Sollecitato da un’utente in facebook, sono andato a ricercarmi sul web l’intervista trasmessa dal TG3 serale del 18 ottobre scorso al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, intervista che ha suscitato non poche polemiche.

    L’ho trovata sia su Youtube QUI che nel sito del TG3, QUI.

    Pertanto consiglio di visionarla, dura solo 2 minuti e mezzo:

     

    Nel rivederla, mi sono reso conto che la versione trasmessa al pubblico doveva essere stata soggetta a tagli e/o  montaggi, poiché mancava la ben nota parte di cui hanno parlato i giornali, relativa al progetto da parte della mafia di uccidere alcuni politici, fra cui Martelli ed Andreotti.

    Evidentemente i giornalisti avevano potuto fruire in qualche modo di una versione più completa.

     Sono andato allora a rileggermi i giornali, ed ho scoperto stralci di virgolettato effettivamente non visibili nel filmato trasmesso da TG3, per cui ci ho dato sotto a ricomporre come potevo l’intervista prendendo sia da ciò che era visibile nei filmati, sia dai virgolettati omessi ma comparsi sui giornali, cercando di dare al tutto un senso compiuto.

    Ho riscritto in colore blu la rendicontazione riassuntiva del Corriere della sera del 19 ottobre (pag. 23), in rosso i virgolettati nello stesso articolo (che si presume siano parole originali di Grasso) ed in nero le parti trasmesse nel TG3, che sono sicuramente autentiche perché udibili con le nostre orecchie.

    Ecco il risultato:

    Grasso afferma che nelle carte processuali esisteva già un «papellino», un appunto con le richieste dei boss, precedente al «papello» trovato fra i documenti di Vito Ciancimino. E questo «papellino» rivelava un tentativo di Cosa nostra di entrare in contatto col potere politico. Potrebbe «essere stato consegnato ai carabinieri del Ros, al colonnello Mori, il quale nega l’ episodio, da uno strano collaboratore dei servizi». L’ appunto di questo equivoco personaggio chiedeva nientemeno che «l’ abolizione dell’ ergastolo per i boss Luciano Liggio, Giovambattista Pullarà, Pippo Calò, Giuseppe Giacomo Gambino e Bernardo Brusca». Tutte richieste assurde di cui nessuno tenne conto. Ciò che venne offerto ai boss in cambio della loro resa fu «un ottimo trattamento per i familiari, un ottimo trattamento carcerario e una sorta di giusta valutazione delle responsabilità». Vito Ciancimino valutò queste offerte troppo esigue, invece di riferirle ai boss cercò di prendere tempo. Riina invece voleva accelerare la trattativa e per dimostrare che faceva sul serio aveva progettato un attentato allo stesso Pietro Grasso che a quel tempo era procuratore di Palermo. L’ attentato non venne realizzato per «un disguido tecnico» e poi perché Riina fu arrestato. "Anche via D’Amelio - sospetta Grasso - potrebbe essere stata fatta per ‘riscaldare’ la trattativa. In principio pensavano di attaccare il potere politico e avevano in cantiere gli assassinii di Calogero Mannino, di Claudio Martelli, Giulio Andreotti, Carlo Vizzini e forse mi sfugge qualche altro nome. Cambiano obiettivo probabilmente perché capiscono che non possono colpire chi dovrebbe esaudire le loro richieste. In questo senso si può dire che la trattativa abbia salvato la vita a molti politici".  …(?)  Il momento era terribile. Bisognava cercare di bloccare questa deriva stragista che era iniziata con la strage di Falcone e quindi questi contatti dovevano servire innanzitutto a questo, e poi ad avere degli interlocutori credibili.

    TG3: Quindi lei dice: è normale che lo stato tratti con esponenti di “cosa nostra” in certe situazioni particolari.

    GRASSO: Beh, il problema è di non riconoscere a cosa nostra un ruolo tale da essere al livello di trattare con lo stato. Ma non c’è dubbio che questo primo contatto ha creato delle aspettative in “cosa nostra” che poi hanno provocato ulteriori conseguenze.

    TG3 SU MONTAGGIO (domanda formulata su immagini della strage, quindi potrebbe anche non essere la domanda a cui risponde Grasso nel seguito del filmato):  Lei ha detto: La strage di Via D’Amelio potrebbe essere servita  per ‘riscaldare’ la trattativa.

    GRASSO: "Quando Riina dice a Brusca, ce lo riferisce Brusca, che ‘si sono fatti sotto’ vuol dire che è scattato il meccanismo di ricatto nei confronti dello Stato: la strage di Falcone ha funzionato in questo modo. Allora l’accelerazione probabile della strage di Borsellino può essere servita a riattivare, ad accelerare APPUNTO questa trattativa con i rappresentanti delle istituzioni"

     

    A questo punto, per capire più compiutamente il pensiero di Grasso, riporto anche una sua affermazione estratta da un’altra intervista, rilasciata a Fabio fazio (Che tempo fa) il 26 aprile (si può vedere QUI  min 0:33)

     

    DOMANDA DI FAZIO:Abbiamo appena letto sui giornali le dichiarazioni del pentito Spatuzza che rimettono in discussione la ricostruzione sino a qui fatta della strage di Via D’Amelio, cosa che tra l’altro era già stata ipotizzata, credo dal Procuratore Boccassini tanto tempo fa. Ecco, lei che idea si è fatto a proposito? Ma soprattutto che prospettive apre, che cosa cambiano queste dichiarazioni di Spatuzza rispetto alla vicenda?

    GRASSO: Bhè….intanto cambia una ricostruzione della scena del delitto e una ricostruzione anche di coloro che sono gli effettivi mandanti dentro alla mafia. Anche perché apre delle prospettive secondo le quali la strage di via D’Amelio, l’eccidio in cui persero la vita Paolo Borsellino e la sua scorta, potrebbe essere visto come l’inizio di una stagione stragista che poi proseguirà con le stragi nel continente, con l’attentato a Costanzo, con Firenze Roma, Milano e con quel fallito attentato all’olimpico a Roma che rimane appunto nel mistero.

     

    Bene. Ed ora, se si assemblano i punti salienti dell’intervista da me sottolineati, con quanto espresso dal procuratore nell’intervista di Fazio, emergerebbe che Grasso abbia ipotizzato una tale ricostruzione dei tempi e dei fatti:

    1)     La mafia decide di dare corso ad una “deriva stragista”, che per Grasso inizia con la strage di Falcone. In principio pensavano di attaccare il potere politico e avevano in cantiere gli assassinii di Calogero Mannino, di Claudio Martelli, Giulio Andreotti, Carlo Vizzini e forse altri. Ma poi la mafia cambia obiettivo probabilmente perché capisce di non poter colpire gli interlocutori che avrebbero dovuto affrontare le intimidazioni, nel senso, secondo le aspettative della mafia, di venire a trattativa a seguito  di tali intimidazioni. E quindi decidono di colpire altre figure dello stato: magistrati, che tra l’altro sono già da tempo nella lista nera dell’organizzazione. Grasso aggiunge: In questo senso si può dire che la trattativa abbia salvato la vita a molti politici”. E’ evidente che egli non intende la trattativa “in fieri”, poiché quando la mafia decise di colpire i magistrati anziché i politici, la “deriva stragista” iniziata con la strage di Falcone non era ancora iniziata, poiché è lapalissiano che tale decisione fu presa prima, in assenza di qualsiasi trattativa, che non poteva esistere non essendo ancora cominciate le stragi e quindi le intimidazioni.

    E’ quindi fuor di dubbio che egli ha inteso dire che le aspettative di una trattativa da parte della mafia,  hanno salvato la vita a molti politici (poiché eliminando il potere legislativo che avrebbe dovuto venire incontro alla mafia, veniva a mancare il soggetto principe della trattativa con cui la mafia sperava di raggiungere i propri scopi), e non la trattativa di per se stessa, perché letta in questo modo la frase non aveva alcun senso. Quando i mafiosi hanno deciso di non toccare i politici, e uccidere invece Falcone, non era ancora iniziata alcuna trattativa. Questa esisteva solo negli scopi dell’organizzazione criminale, fatto a cui si riferisce Grasso.

    2)     Dopo la strage di Falcone oppure dopo quella di Borsellino (non ci sono conferme di Grasso disponibili a questo proposito) uno strano personaggio dei servizi avrebbe consegnato, forse al colonnello Mori, un papellino dove si pretendeva l’abolizione dell’ergastolo per alcuni importanti mafiosi carcerati, si presume in cambio della cessazione degli attentati. Questo avrebbe rappresentato un tentativo di Cosa nostra di entrare in contatto col potere politico, e non, al contrario, un tentativo dello stato di entrare in contatto con cosa nostra., stando a come le parole di Grasso vengono riferite dal Corsera.

    3)     A questo punto Grasso ipotizza che la strage di Via D’amelio abbia avuto lo scopo di “riscaldare” la trattativa. Attenzione: potrebbe aver parlato di “riscaldare la trattativa” intendendo implicitamente dire di seguito, “dopo aver fatto pervenire papelli e papellini vari, nell’aspettativa di un’apertura dello stato” ma potrebbe voler dire anche “prima di far pervenire alle istituzioni papelli e papellini vari, per creare prima un clima caldo a tale scopo” . Quale delle due, dall’intervista non è dato capire esattamente perché Grasso non fornisce una dettagliata inquadratura della successione dei fatti. Ad un certo punto egli ipotizza anche che sia servita a "riattivare", però poi si corregge con "accellerare" la trattativa, intendendo secondo me "accellerare l’avvio" della trattativa. Inogni caso, se così non fosse, Grasso ha commesso un errore sui tempi. Noi però pensiamo alla seconda ipotesi, vuoi perché Grasso con Fazio ha definito l’eccidio di via d’Amelio come l’inizio di una stagione stragista, (quella quindi dove la mafia ricattò lo stato avanzando le sue richieste) ma vuoi soprattutto perché  se leggiamo con attenzione la deposizione di Brusca del 13 gennaio 98 vediamo che egli ha affermato:  "Dopo gli attentati a Falcone e Borsellino, Riina mi disse: "Si sono fatti sotto, pensa si sono mossi anche i servizi segreti per arrestarmi. Io gli ho presentato un papello di richieste lungo così e ora sto aspettando". Era l’ estate del ‘ 92 e per questo mettemmo un fermo agli attentati in attesa della risposta dello Stato".

          Quindi, a quanto dice Brusca si "erano fatti sotto" DOPO la strage di Via D’Amelio, e inoltre secondo la logica di Riina  sarebbe stata assurda la decisione di compiere in quel momento la strage di Via D’Amelio, (anzi, misero "un fermo"!) che evidentemente era avvenuta prima del “contatto”, rappresentando l’inizio di una “stagione stragista” che lo stato, nelle aspettative della mafia, avrebbe dovuto  vedere e trattare come tale.

    4)     In ogni caso Tutte le richieste furono ritenute assurde e  nessuno ne tenne conto. Quindi, di fatto, non ci fu nessuna trattativa, nel senso che lo stato non diede alcun margine di trattativa. Ciò che venne offerto ai boss in cambio della loro resa fu «un ottimo trattamento per i famigliari, un ottimo trattamento carcerario e una sorta di giusta valutazione delle responsabilità” che non significa trattare. Significa solo e semplicemente intimare la resa.

    5)     Queste condizioni vennero dettate a Vito Ciancimino dal colonnello Mori (Mori stesso l’ha affermato più volte, così come Vito Ciancimino davanti a Ingroia e Caselli: non c’era nulla di male), che ovviamente  valutò queste offerte troppo esigue, e invece di riferirle ai boss cercò di prendere tempo. Riina invece voleva accelerare la trattativa e per dimostrare che faceva sul serio aveva progettato un attentato allo stesso Pietro Grasso che a quel tempo era procuratore di Palermo. (Attenzione; non l’attentato in Via D’Amelio, che evidentemente c’era già stato, ma un nuovo attentato allo stesso Grasso). L’ attentato non venne realizzato per «un disguido tecnico» e poi perché Riina fu arrestato.

     

    E questo è tutto.

    Vi pare che la mia ricostruzione abbia un senso logico?

    Io direi di più. E’ la sola, ad avere senso logico.

    Altre composizioni del pensiero di Grasso, non sono possibili, perché contrastano sempre con qualche suo stralcio di dichiarazione.

    Prendiamo ad esempio l’interpretazione data da Massimo Fini, che ha scritto su “Il Gazzettino” del 23/10/09:  il  Procuratore Grasso  non ha escluso che nei primi anni ’90 ci siano stati contatti fra Stato e «Cosa Nostra» per salvare alcuni ministri nel mirino della mafia

    Lo vedete dunque, che svarione incredibile ha preso Fini nell’interpretare le parole di Grasso? Ma quando mai Grasso avrebbe detto che furono presi contatti tra lo stato e cosa nostra per salvare ministri? Niente di più falso, Grasso non ha mai detto nulla di simile. La mafia, secondo Grasso, decise, per conto suo e solo suo,  di non toccare i politici PRIMA di dar corso alle stragi, che iniziarono con Falcone.

    E i “contatti” iniziarono dopo.

    Questo capita, a tagliare e rimontare le interviste.

    Che poi gli opinionisti prendono lucciole per lanterne, e fanno figure del piffero.

     

    Ma soprattutto, ahimè, finisce che i cittadini vengono disinformati, e indotti a credere in cose false.

    Così poi si stupiscono se sentono Grasso che, in risposta alle polemiche, tuona: “non si può rimanere sconvolti da rivelazioni che non sono tali"

    Ma da rivelazioni capite male a causa di tagli video e rendiconti addomesticati o falsificati, come quello di Fini, si.

    Si può rimanere sconvolti.

    Per fortuna c’è qui il segugio che non molla la sua preda.

     

    Enrix.

     
    • aspis 22:47 on 28 October 2009 Permalink | Rispondi

      Gent.mo Sig. Enrix,

      continuo a seguirla con grande piacere e attenzione nei suoi articoli sempre precisi, arguti, ed è una mia impressione, anche intellettualmente onesti.

      Grazie.

      renzo
       
       
       

    • enrix007 09:34 on 29 October 2009 Permalink | Rispondi

      Grazie a lei, Renzo.

      Senza onestà intellettuale nelle indagini documentali non si va da nessuna parte.

      Ci si arena, come stanno facendo i magistrati con i papelli scritti da un falsario.

  • Avatar di enrix

    enrix 10:43 on 25 October 2009 Permalink | Rispondi
    Tags: , , , , , giuseppe barcellona, , , , , , , , strage di via damelio, ,   

    DE PAPELLIBUS

    due papelli

    PREMESSA

    Questa volta, parliamo di papelli.

     


    E cerchiamo di parlarne in modo un po’ approfondito.

    1)    IL PRIMO A PARLARNE: GIOVANNI BRUSCA, IL “MEZZOPENTITO”.

    Il primo a parlare del papello dandone dettagli, fu il mafioso Giovanni Brusca.

    Il 10 settembre del 1996 davanti a 4 magistrati di Palermo, 3 di Caltanissetta e 2 di Firenze, in una saletta del carcere di Rebibbia, il boia di Capaci comincia a parlare.

    In quell’occasione Brusca rivela “che nell’ agosto del ‘ 92, quando l’ allora governo presieduto da Giuliano Amato prese delle dure contromisure nei confronti dei mafiosi "contemporaneamente sarebbe partito un tentativo di trattativa tra spezzoni dello Stato e lo stesso Riina". "Brusca sostiene che attraverso alcuni mediatori siciliani, schegge degli apparati istituzionali, forse in contatto con Andreotti  allora semplice senatore, avrebbero sondato il capo di Cosa nostra per sapere a quale prezzo sarebbe stato disposto a cessare le stragi. Riina avrebbe elaborato un "papello" e cioè un elenco di richieste: la sospensione del carcere duro, un ridimensionamento dell’ uso dei pentiti, la garanzia di aggiustare i processi" (DELITTI ECCELLENTI E TRAME DI STATO – Repubblica — 20 settembre 1996   pagina 18   Di FRANCESCO VIVIANO )

    Il 27 marzo 1997 Viviano ci fornisce altri dettagli di quell’interrogatorio:

    Dopo le stragi di Capaci e di via D’ Amelio Totò Riina "presentò il papello", una sorta di conto e condizioni e "qualcuno si fece vivo". Riina insomma, dopo i due attentati, avrebbe intrapreso una trattativa con settori delle istituzioni. (…) Secondo Brusca gli attentati di Falcone e Borsellino "si dovevano fare, però l’ occasione fu sfruttata a livello politico per dire: se non la smettete ora noi continuiamo a fare altre stragi e secondo me è nato questo contatto, cioè il famoso contatto del papello". Le stragi, secondo Brusca, furono un mezzo per "allacciare i rapporti", anche se l’ uccisione di Falcone e Borsellino era stata già decisa da tempo.(…) Brusca aggiunge che l’ uccisione di Falcone e Borsellino era stata deliberata da Riina durante una riunione con i cugini Nino ed Ignazio Salvo.(…) (‘RIINA TRATTO’ CON LO STATO’ Repubblica — 27 marzo 1997   pagina 22   di  Francesco Viviano )

    Una versione analoga delle rivelazioni di Brusca la fornisce lo stesso giorno Mignosi sul Corriere:

    “Il carnefice di Falcone dice che quell’attentato "si doveva fare", con un tono che lascia pensare a input venuti dall’esterno delle organizzazioni mafiose. E pure riferendosi a Borsellino fa capire che il "botto" fu inevitabile. Nelle 400 pagine (zeppe di omissis), depositate ieri dal pubblico ministero Luca Tescaroli al processo per la strage di Capaci, c’e’ tutta la verita’ di Giovanni Brusca sulle relazioni tra i capoccia corleonesi e ambienti istituzionali. Riferendosi ai massacri del maggio e del luglio 1992, Brusca dice che l’occasione fu sfruttata dai corleonesi a livello politico: "Se non la smettete, noi continuiamo a fare altre stragi", avrebbe detto Riina ai suoi misteriosi interlocutori in una riunione ad alta tensione, quella in cui a dei boss presento’ il "papello", parola siciliana che indica un conto da pagare. Trattando e discutendo, sostiene Brusca, si sarebbe raggiunta l’intesa. Cosi’ le morti di Falcone e Borsellino "diventarono il mezzo per allacciare nuovi rapporti". Ma siccome entrambe le condanne a morte erano gia’ state comunque emesse dalla cupola di Cosa nostra, il dichiarante chiude il capitolo con una battuta significativa: "Si e’ fatto, come si suol dire, un viaggio e due servizi". (…)” (Brusca: cosi’ ho ammazzato Falcone " E dopo le stragi, volute anche dai Salvo, Riina pote’ trattare con alcuni politici " (27 marzo 1997) – Corriere della Sera di Mignosi Enzo)

    Il giorno dopo sempre sul Corriere, Felice Cavallari fornisce nuovi dettagli sulle rivelazioni di Brusca:

    "La strage di Capaci? Fu per fermare Andreotti" Brusca: Riina disse che Falcone se lo portava sulla coscienza il senatore, aveva fatto troppi giochini. (…) Al procuratore aggiunto Paolo Giordano e al pubblico ministero Luca Tescaroli spiega: "Era un messaggio per Andreotti. Era come dire "Ti mannu stu messaggio, ora va scancialu". Visto che tu non ti sei voluto interessare, visto che ci hai voltato le spalle…". Il mancato interesse e’ legato alla conferma in Cassazione delle pene del maxi processo. Di qui il messaggio da scambiare ("scancialu"). Per onorare l’impegno. Ovvero perche’ l’impegno, o un nuovo patto, fosse onorato da altri. Ed e’ ad altri che Riina, secondo la ricostruzione di Brusca, presenta prima e dopo le stragi di Falcone e Borsellino il "papello", una sorta di minaccia e ricatto insieme. Per discuterne con "qualcuno" che nelle parole di Brusca diventa maccheronicamente "il spezzino". Non dice se sia un uomo di La Spezia. (…) Brusca: "Volevamo togliere ad Andreotti quella forza che aveva in Parlamento per non fare piu’ il galletto…". Pm: "Con chi ne parlava?". Brusca: "Con Riina, per dire che non gli avremmo fatto fare proprio il presidente della Repubblica". (…) E se continuava eravamo disposti ad uccidere pure il senatore Purpura (che e’ deputato regionale, ndr)… Poi scatta la sospensione, perche’ dopo la strage di Borsellino, e non so sotto quale profilo, Riina ha il contatto con il cosiddetto "il spezzino". Pm: "…un contatto dopo la strage Borsellino?". Brusca: "Dopo questo fatto Riina ha il contatto del famoso "papello", delle richieste, perche’ qualcuno ci dice "per finire queste cose, per finire queste cose, cioe’ per finire queste bombe cosa volete?", e viene il contatto e viene sospeso tutto. E non facciamo piu’ niente momentaneamente". Pm: "Lei vuol dire che c’era un collegamento politico con qualcuno che avrebbe suggerito anche gli attentati alle sezioni DC prima delle grandi stragi?". Brusca: "Qualcuno si e’ fatto vivo e si e’ creato il contatto, si e’ creato il collegamento". Pm: "Il discorso del papello e’ un’altra cosa?". Brusca: "No, per me e’ tutta unica… Cioe’ sono un’unica cosa le stragi Borsellino – Falcone con i 4 o 5 attentati…". Pm: "Qualcuno" c’e’ quindi anche prima delle stragi?". Brusca: "Mio fratello Emanuele si interessava di politica… si poteva rivolgere a Rino Lo Nigro". Pm: "Quale partito, quale corrente?" Brusca: "Forlaniana, cioe’ l’onorevole Russo… E Russo penso sia forlaniano… Dicevano che bisognava dare un’altra spinta per potere completare questa operazione…". Pm: "Chi lo diceva?". Brusca: "Biondino e Riina. Cioe’ bisognava un’altra spinta per completare. O era il politico che suggeriva…". Pm: "In che periodo lo dicevano?". Brusca: "Subito dopo le stragi…". Pm: "Perche’ legge questi attentati come prosecuzione di un disegno unico?". Brusca: "Lima, Ignazio Salvo… erano destinati a morire, cioe’ quella fascia doveva essere eliminata, vuol dire che c’era qualche altro… qualche altro filone nuovo che si stava meglio e che si doveva avere…". (" La strage di Capaci? Fu per fermare Andreotti " di Cavallaro Felice – 28 marzo 1997  - Corriere della Sera)

    Intanto lo stesso 28 marzo 97 Brusca continua a parlare nell’ aula bunker di Caltanissetta. Ce ne rendono conto ancora Repubblica e il Corsera;

     “Il boss di San Giuseppe Jato ha anche chiarito che cos’ è il "papello", il conto e le richieste che Totò Riina avrebbe avanzato, attraverso un intermediario, a settori delle istituzioni. Un conto che il capo di Cosa nostra avrebbe presentato dopo le stragi di Capaci e di via D’ Amelio. E dopo le uccisioni di Falcone e Borsellino, Riina, ha affermato Brusca, gli disse che "finalmente qualcuno s’ era fatto vivo". "E’ il famoso discorso del papello – ha specificato il boss – si erano fatti vivi gli uomini dello Stato, non so se politici, imprenditori e Riina gli presentò due fogli protocollo un ‘papello’ di richieste inerenti al 41 bis, la chiusura dei processi e altri vantaggi per Cosa nostra" (‘SEPARATISMO? PER RIINA, BOSSI E’ IRRESPONSABILE’ – Repubblica — 29 marzo 1997   pagina 25)  

    Lo stesso giorno invece il Corriere fornisce ulteriori importanti dettagli:

    Dopo quelle di Capaci e via D’Amelio, Riina penso’ ad una terza apocalittica strage. "E sarebbe bastata quella per vincere la guerra con lo Stato", rivela Giovanni Brusca al processo contro gli assassini di Falcone. Ma un "patto" fermo’ la terza strage. Un patto stipulato con "uomini delle istituzioni" tramite "qualcuno". Il mezzo pentito, un tempo pupillo di Riina, non sa con chi parlo’ il "dittatore" dei Corleonesi. Ma sa che presento’ il conto, che lui chiama "il papello". E spiega: "Consegno’ a "qualcuno" due fogli con le richieste per abolire il carcere duro ed altro". Un patto infranto dall’arresto dello stesso Riina, nel gennaio ’93. (…)  Dopo qualche tempo, invece, dice: "Finalmente si sono fatti sotto". E’ il discorso del papello. Si erano fatti vivi uomini dello Stato. Non so se politici, imprenditori, avvocati o massoni. Riina gli presento’ due fogli scritti, il "papello" su 41 bis, chiusura processi, e richieste inerenti Cosa Nostra. Lui pensava per tutti". (…)  (Brusca: quel patto con lo Stato – di Cavallaro Felice Pagina 10 - 29 marzo 1997 – Corriere della Sera)

    Il 30 luglio 97 Attilio Bolzoni su  Repubblica ci riporta alcuni nuovi stralci del famoso verbale di interrogatorio di Brusca del 10 settembre 1996, raccolto a Rebibbia:

    "Totò Riina mi disse che aveva fatto un papello di richieste dirette a una persona che non so indicare e che si attendevano risposte. Si tratta della vicenda dei ‘contatti con lo Stato’ …Ricordo che verso la fine del 1992, Salvatore Biondino ci disse che ci sarebbe voluto qualche altro ‘colpo’ per indurre lo Stato a scendere a patti. Il Riina, invece, aveva detto che bisognava fermarsi in quanto le trattative erano in corso…". Giovanni Brusca (…) spiega quali erano quelle richieste. "Consistevano nella modifica della legge Rognoni-La Torre, della legge Gozzini, nella riapertura del maxi e di qualche altro processo… credo anche che ci fosse qualche richiesta inerente la legge sui pentiti, e anche altre richieste per far uscire dal carcere alcuni vecchi mafiosi in cagionevoli condizioni di salute(…)  "Voglio ribadire che io ero a conoscenza del fatto che Totò Riina aveva dei contatti per far cessare le stragi, ma non so dire con chi…i contatti del Riina erano quelli del papello di cui ho parlato prima, ma non posso escludere che ne avesse altri, probabilmente su Palermo…Non so dire a chi sia stato consegnato il papello ma sono sicuro, per avermelo detto lo stesso Riina, che il papello fu effettivamente consegnato a qualcuno, anche se la risposta alle richieste che noi avevamo avanzato era stata negativa… (IL ‘PAPELLO’ DI RIINA PER TRATTARE CON LO STATO  di A. B. Repubblica — 30 luglio 1997   pagina 4 )

    Ma lo stesso 30 luglio, sempre su Repubblica in un trafiletto di Marina Garbesi fa capolino per la prima volta, non si sa come e perché, una descrizione diversa delle tempistiche che avrebbe fornito Brusca relativamente alla presentazione del papello:

    “ Brusca cita un ‘famoso papello’ , una carta di richieste vergata da Totò Riina da presentare alle "autorità" dopo la strage di Falcone nel maggio del ’92. Non entra nel dettaglio Brusca, le indagini sono ancora in corso, ma si apprende che il papello riguardava una revisione del carcere duro per i boss e della legge sui pentiti.  (…) (‘UCCIDEVAMO I SUOI RIVALI MA POI ANDREOTTI CI TRADI’ – Repubblica — 30 luglio 1997   pagina 4  di Marina Garbesi)

    E pensare che lo stesso giorno sempre su Repubblica e nella stessa pag. 4, nell’articolo citato in precedenza, Bolzoni aveva pure scritto:Il papello è un documento che Cosa Nostra avrebbe "presentato" a pezzi dello Stato italiano dopo l’ uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.”

    Quindi su Repubblica, lo stesso giorno e sulla stessa pagina, a proposito della “presentazione del papello” la Garbesi parla del maggio 92, e Bolzoni di un periodo successivo al luglio 92.

    Il 13 gennaio 1998, Brusca riprende a parlare, correggendo leggermente il tiro.

    Ce ne rende conto il Corsera del 14 gennaio:

    “Obiettivo era quello di costringere lo Stato ad accettare le richieste di Cosa nostra: una trattativa sotterranea sarebbe stata avviata dopo l’uccisione di Giovanni Falcone. "Si sono fatti sotto – avrebbe detto Toto’ Riina a Brusca nell’estate 1992 -, gli ho presentato un "papello" (un conto da pagare, n.d.r.) di richieste lungo cosi’ e ora aspetto una risposta". "Non so chi c’era dall’altro lato del tavolo, Riina non me l’ha detto – ha affermato Brusca -, non so se si tratti di magistrati, poliziotti, carabinieri o massoni. Conoscendo chi gravitava intorno a Riina, posso dire pero’ che la persona che puo’ aver stilato il "papello" potrebbe essere il dottor Antonino Cina’ (medico di Riina ndr), forse con Ciancimino o altri".” (" La mafia progetto’ di avvelenare le merendine da bar " – 14 gennaio 1998  - Corriere della Sera)

    Quindi per la prima volta nelle deposizioni di Brusca, spuntano i carabinieri, che prendono il posto dei politici, imprenditori e avvocati .

    Non si comprende bene però se il Corsera intende dire “dopo l’uccisione di Giovanni Falcone” nel senso di “subito dopo e quindi prima di quella di Borsellino”, o “genericamente dopo”.

    Brusca parla di “estate 1992”. Comunque lo stesso giorno su Repubblica, secondo Gianluca Monastra, Brusca avrebbe invece confermato le  precedenti versioni sulle tempistiche:

    “Brusca chiama in causa il boss dei boss, e apre il sipario su una oscura trattativa fra Totò Riina e lo Stato. I termini erano: la riapertura dei processi, le leggi straordinarie, l’ offensiva antimafia non piacevano a Cosa Nostra che quindi tentò di entrare in contatto con misteriosi agganci nelle istituzioni per alleggerire la pressione. "Dopo gli attentati a Falcone e Borsellino, Riina mi disse: "Si sono fatti sotto, pensa si sono mossi anche i servizi segreti per arrestarmi. Io gli ho presentato un papello (in dialetto un conto da saldare ndr), di richieste lungo così e ora sto aspettando". Era l’ estate del ‘ 92 e per questo mettemmo un fermo agli attentati in attesa della risposta dello Stato". Brusca aveva già parlato del papello di Riina, ma questa volta lo descrive meglio, anche se continua a non intaccare la zona d’ ombra che nasconde il volto degli interlocutori del boss: "Non so chi c’ era dall’ altro lato del tavolo. Non so forse magistrati, poliziotti, carabinieri, massoni. Conoscendo chi gravitava intorno a Riina, posso dire però che la persona che può aver stilato il papello potrebbe essere il dottor Antonino Cinà".” (Le merendine avvelenate dalla mafia – Repubblica — 14 gennaio 1998   pagina 12 – di Gianluca Monastra)

    Ed arriviamo finalmente alla metà di settembre del 1998. Brusca depone a Como all’udienza per Via D’Amelio, e stravolge tutte le versioni date in precedenza, spostando l’attenzione sul periodo compreso fra l’attentato a Falcone e quello a Borsellino, e ponendo così le basi per la nuova versione dei fatti, quella sostenuta oggi dai PM: Borsellino sarebbe stato ucciso perché contrario alla trattativa. Con la versione dei fatti data in precedenza e sino ad ora, sostenere ciò sarebbe stato impossibile. Inoltre, dopo aver negato sino ad oggi di conoscere gli interlocutori di Riina, questa volta fa persino i nomi, che vengono segretati. Ce ne fornì il resoconto il Corriere:

     “Cosa Nostra tento’ nel 1992 di scendere a patti con lo Stato avviando due trattative: in cambio della restituzione di opere d’arte rubate, Brusca tento’ di ottenere benefici per suo padre e per altri detenuti; Riina cerco’ invece la revisione del maxiprocesso e, tra l’altro, di far abolire l’ergastolo. Tutte e due le trattative non ebbero risultati e si chiusero prima della strage di via D’Amelio. Questo il contenuto delle dichiarazioni di Giovanni Brusca all’udienza di ieri del processo bis per l’assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta, che si e’ tenuta a Como per motivi di sicurezza. Secondo i pm nisseni la strage doveva servire a spingere le istituzioni a scendere definitivamente a patti con la mafia. Brusca ha parlato del "papello", un elenco di richieste che Riina consegno’ a "persone delle istituzioni". Gliene parlo’ lo stesso Riina, "subito dopo la strage di Capaci, nel mese di giugno". Brusca avrebbe anche indicato, nei verbali ancora coperti da omissis, i nomi degli interlocutori del capo di Cosa Nostra. Il discorso nacque, ha detto, perche’ "io stavo trattando con un certo Bellini. Dovevamo fare uno scambio di quadri perche’ Bellini diceva che quando lo Stato recupera opere d’arte rubate non e’ che cadano dal cielo, dietro c’e’ sempre una trattativa. Io chiesi se era possibile avere qualche cosa per i detenuti, mi riferivo a mio padre, Luciano Liggio e gli altri. Chiesi a Riina del materiale e lui aggiunse alla lista Pippo Calo’ e mi fece avere delle foto Polaroid". Poi pero’ accadde qualcosa. "A un certo punto Riina mi stoppo’ e disse che lui aveva in corso una trattativa e che aveva consegnato un papello". Ma il "papello" torno’ indietro: "Gli dissero che eravamo pazzi, che avremmo avuto solo qualche cosa". Brusca dice di non aver letto la lista delle richieste ma ritiene che tra esse vi fossero la revisione del maxiprocesso, l’attenuamento del 41 bis, e altri benefici. La risposta negativa provoco’ la strage. (…) (" Riina voleva trattare con lo Stato offrendo di restituire opere d’ arte " – 15 settembre 1998 – Corriere della Sera)

    Quindi qui Brusca propone una versione nuovissima e diversissima dei fatti relativi alla “trattativa”. Il rifiuto delle condizioni postulate da Riina nel papello da parte delle “persone delle istituzioni”, avrebbe fatto incazzare Riina, che chiuse immediatamente la trattativa e per rappresaglia ordinò la strage di Via D’Amelio. E non era vero che Brusca non conosceva gli ambasciatori. Li conosceva e ha fatto pure i nomi.

    Pare uno di quei libri-gioco dove puoi scegliere i percorsi delle varie trame, a seconda dei tuoi gusti.

    Comunque è da questo momento che stranamente Giovanni Brusca, comincia ad essere considerato attendibile dagli organi di Giustizia, poichè finalmente nel marzo 2000 riesce ad ottenere la patente di “pentito”.

    Le ragioni di questa novità, ce le spiega in modo netto ed esplicito Cavallaro sul Corriere:


    “Lo scetticismo su Brusca è giustificato dal fatto che il boss ora pentito ha provato tante volte a confondere le acque. A cominciare dalla goffa trappola ideata per coinvolgere il presidente della Camera Luciano Violante in un inesistente complotto contro Andreotti.
    Poi, la svolta. Con i riferimenti al «papello» e alle presunte richieste di Riina transitate, a suo avviso, verso Stato e carabinieri nella discussa trattativa con Vito Ciancimino.” (Brusca svela il tesoro di Cosa nostra – L’ ex boss ottiene lo status di pentito. – Cavallaro Felice – Pagina 5 – 11 marzo 2000  - Corriere della Sera)

    Tutto chiaro. Aveva cercato di confondere le acque con uno sgambetto a Violante, e quindi era un goffo mascalzone, altro che pentito. Ma le deposizioni sul papello e soprattutto sul coinvolgimento dei carabinieri, rappresentano una vera e propria redenzione, una svolta morale nella coscienza del personaggio, che quindi andava premiato. Ma torniamo ai suoi racconti, che non sono mica finiti né definitivi. Nuove ghiottissime versioni alternative ci attendono.

    Infatti  nella metà del settembre 2001, Brusca torna a parlare e a far parlare di sè, e questa volta sforna finalmente la versione “buona”, quella preferita dai PM poiché è quella su cui ancora oggi stanno lavorando.

    PALERMO – Il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino fu ucciso perché voleva fermare la trattativa tra pezzi dello Stato e i Corleonesi avviata dopo la strage di Capaci. Cosa nostra fu informata da una «talpa» e «accelerò» la morte del magistrato. Per questo, a soli 57 giorni dalla strage di Capaci, la mafia fu «costretta» ad un altro attentato libanese. Quella che potrebbe segnare la clamorosa svolte nelle indagini sui mandanti occulti delle stragi arriva, nove anni dopo, dalle ultime rivelazioni del «pentito» Giovanni Brusca, in un recentissimo interrogatorio supersecretato dai magistrati delle Procure di Palermo e Firenze. «Il giudice Paolo Borsellino era contrario alla trattativa che Riina aveva intrapreso con lo Stato e rappresentava quindi un ostacolo, per questo è stato assassinato». Il «pentito» però non ha fatto nomi, evitando di specificare chi fosse l’ interlocutore di Totò Riina nella trattativa. «Non lo so con certezza», ha ammesso. Resta il fatto che il boss di San Giuseppe Jato, l’ uomo che premette il telecomando nella strage di Capaci e che ordinò di sciogliere nell’ acido il figlio dodicenne del pentito Santo di Matteo, avrebbe rotto ogni indugio decidendo di vuotare completamente il sacco. (…) Brusca non ha dubbi: la trattativa ci fu, Borsellino tentò di ostacolarla e una «talpa» lo fece sapere a Cosa nostra che accelerò la sua morte. (Borsellino morì per un complotto – Repubblica — 29 settembre 2001 -  pagina 21   di FRANCESCO VIVIANO)

    E il successivo mese di novembre, escono le indiscrezioni sulle parti segretate dei verbali di deposizione di Brusca a Como nel settembre del ’98.

    “Riina «venduto» al Ros dagli uomini di Bernardo Provenzano, mentre i militari dell’ Arma non entrarono nel suo covo di via Bernini, a Palermo, per paura di trovare tracce del «papello», l’ elenco di richieste oggetto di trattativa. È tutto in un verbale del 1998, ancora secretato, in cui il pentito Giovanni Brusca racconta la sua verità riaprendo il capitolo dei misteri del ‘ 92 legati ai contatti tra mafia e Stato e accusa i carabinieri di avere avviato trattative segrete con i capimafia condensate nel «papello». Il verbale è agli atti dell’ inchiesta condotta dalla Procura di Palermo sui misteri del covo di Riina, verso l’ archiviazione. Secondo Brusca «i carabinieri, nel periodo delle stragi, avevano gli strumenti per capire le nostre mosse. Stavamo portando avanti due trattative con lo Stato: quella del papello e quella riconducibile ai miei rapporti con Bellini». («Un documento imbarazzante dentro il covo di Riina» – Pagina 15 - 4 novembre 2001 – Corriere della Sera)

    Curioso. Secondo i resoconti dei giornali quindi, in un interrogatorio “recentissimo” (settembre 2001) e supersecretato, Brusca “non aveva fatto nomi” ai PM di Palermo e Firenze, relativamente a “chi fosse l’ interlocutore di Totò Riina nella trattativa”. «Non lo so con certezza», ha ammesso. Ma in un altro interrogatorio, supersecretato anche quello, di tre anni prima (1998, probabilmente si tratta degli “omissis” dei verbali di Como) Brusca aveva invece accusato “i carabinieri di avere avviato trattative segrete con i capimafia condensate nel «papello». Per contro, in quell’occasione aveva invece mentito sul movente dell’omicidio Borsellino, di fronte ai PM nisseni, (il "papello" torno’ indietro: "Gli dissero (a Riina – ndr) che eravamo pazzi, che avremmo avuto solo qualche cosa".La risposta negativa provoco’ la strage.)

    Quindi nel settembre 2001, quando ruppe ogni indugio vuotando finalmente il sacco, Brusca ci spiegò che Borsellino fu ucciso perché contrario, e quindi di ostacolo, ad una trattativa che evidentemente stava andando a gonfie vele, mentre nel 1998, non avendo ancora rotti gli indugi, aveva raccontato una storia completamente diversa, con Borsellino ucciso prima del tempo per rappresaglia al rigetto secco da parte dei carabinieri delle istanze contenute nel papello,  testimoniando così il falso, in merito al movente, al processo sull’attentato di Via D’Amelio.

    Molto serio e scrupoloso, il nostro pentito. Soprattutto se si tiene conto del fatto che tra il ’96 ed il 98’, a soli 4 anni dai fatti e quindi con la memoria più fresca, aveva sostenuto da ogni parte ancora una terza cosa, e cioè che la trattativa del papello fra lo stato e Riina iniziò solo DOPO le due stragi di Capaci e Via D’amelio, allorquando qualcuno delle istituzioni “si fece sotto”, fermando fortunosamente il boss che stava dando corso ad “un terzo apocalittico attentato”.

    Viene da domandarsi per quali ragioni i PM ritengano buona la prima che ho detto, come se le altre non fossero verosimili (anzi, a mio giudizio son persino più verosimili).

    Probabilmente, in mancanza di altri riscontri, prevale il fattore estetico. E quella di un Borsellino fatto fuori perché intendeva ostacolare una trattativa dove, stando anche a quanto ha dichiarato, oltre a Brusca, Massimo Ciancimino, i carabinieri avevano appena mandato a stendere Riina e il suo papello dicendo che i suoi punti non erano ricevibili, è molto più bella, seppur meno verosimile.

    Ma non è mica finita.

    Il 17 maggio 2005, Brusca parla ancora, e rivela un progetto di attentato ai danni di Massimo Ciancimino che  lo stesso Francesco Viviano che su Repubblica il 29 settembre 2001 scriveva “Brusca non ha dubbi: la trattativa ci fu, Borsellino tentò di ostacolarla e una «talpa» lo fece sapere a Cosa nostra che accelerò la sua morte.”, sempre sullo stesso giornale 4 anni dopo, il 25 settembre 2005, illustra così: “«Totò Riina ha il dente avvelenato contro il figlio di Vito Ciancimino e secondo me avrà qualche sorpresa», ha detto ai magistrati Brusca, che motiva la decisione dei corleonesi con la trattativa che subito dopo le stragi Falcone e Borsellino, venne avviata tra l’ allora colonnello dei carabinieri del Ros Mario Mori (attuale capo del Sisde) e proprio Vito Ciancimino. Quel tradimento di Ciancimino i "corleonesi" non l’ avrebbero mai dimenticato e Brusca, interpretando alcune dichiarazioni rese recentemente in un processo da Totò Riina («mi hanno venduto»), ricorda che il capo dei "corleonesi" fece esplicito riferimento a Massimo Ciancimino.”

    Prendendo per buona questa dichiarazione quindi, allo stato attuale noi abbiamo, riassumendo tutte le testimonianze “buone” a tutto il 2005, un Massimo Ciancimino che mette in contatto Mori con suo padre Vito, un Vito Ciancimino che ne parla con Riina il quale propone il papello, il papello che viene rigettato da Mori, Borsellino che viene a sapere della trattativa fra Mori e Ciancimino, si dimostra contrario e per questo viene ucciso da Riina in quanto grave ostacolo alla trattativa fra Mori e Ciancimino auspicata da lui stesso, e poi ancora, subito dopo l’omicidio di Borsellino, un Vito Ciancimino che avvia una trattativa con Mori considerata un affronto da Riina che per questo non gliela perdona, ordinando la morte del figlio. Così naturalmente la storia in cui Riina invece, soddisfatto per l’avvio della trattativa, dopo l’omicidio Borsellino rinunciò ad “un terzo apocalittico attentato” cui stava per dare corso, è andata completamente a farsi benedire.

    Un delirio.

    Arriviamo comunque ai giorni nostri, maggio 2009. Brusca torna alla carica al processo palermitano contro l’ ex generale dei carabinieri Mario Mori e il colonnello Mario Obinu, accusati di favoreggiamento alla mafia per una presunta, mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995.

    Naturalmente, ne tira fuori una nuova.

    Ricordate quando ripeteva in ogni occasione di non conoscere assolutamente gli interlocutori di Riina? E ricordate quando si ricordò che questi erano invece i carabinieri? Bene, come non detto.

     “Nell’ estate del 1992, tra la strage di Capaci che uccise Giovanni Falcone e quella di via D’ Amelio dove morì Paolo Borsellino, la mafia trattò con lo Stato. Da una parte Totò Riina, dall’ altra «un uomo delle istituzioni». Giovanni Brusca  (…) ripete in aula questo particolare e aggiunge: «Riina mi disse il nome dell’ uomo delle istituzioni con il quale venne avviata la trattativa con Cosa Nostra, attraverso uomini delle forze dell’ ordine». Il pubblico ministero gli chiede di rivelarlo ai giudici, ma il pentito ribatte: «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere; vi sono indagini in corso e non posso rivelare nulla». (…) Brusca ripete che dopo Capaci qualcuno, «persone dello Stato o dello istituzioni», si era «fatto sotto» con Riina, per evitare che proseguisse con la sua offensiva stragista. Il capomafia rispose consegnando un papello, foglio di carta con la lista delle richieste di Cosa Nostra. Ora il pentito aggiunge di aver detto agli inquirenti di Caltanissetta, che ancora indagano sulle bombe del ‘ 92, il nome di chi trattava per conto dello Stato. (…)  Riina aveva trovato il canale giusto ed era soddisfatissimo». Meno lo fu, evidentemente, di come andarono le cose dopo l’ eliminazione di Falcone, visto che il 19 luglio fece uccidere anche Borsellino. «Non so se per quell’ attentato vi sia stata un’ accelerazione, però mi ha sorpreso come fatto esecutivo». (Brusca: Riina mi disse chi trattò per lo Stato – di Bianconi Giovanni – Corriere della Sera  - 22 maggio 2009 – Pagina 27)


    Peccato che ora Brusca “non sa” o non ricorda bene, o che ne sia rimasto “sorpreso come fatto esecutivo” (il che significa disconoscenza delle ragioni, dal che la sopresa),  perché quattro anni prima invece non aveva dubbi: “
    Brusca non ha dubbi: la trattativa ci fu, Borsellino tentò di ostacolarla e una «talpa» lo fece sapere a Cosa nostra che accelerò la sua morte.” (Borsellino morì per un complotto – Repubblica — 29 settembre 2001 -  pagina 21   di FRANCESCO VIVIANO)

    Poi, sempre all’udienza del 22 maggio, all’avvocato difensore di Mori, Pietro Milio, che gli ha chiesto quale fosse la sua fonte di informazione relativa al “papello”Brusca candidamente ha risposto: “L’ho letto su Repubblica.  (  ). Suscitando qualche ilarità in aula.

    Povero Brusca, dev’essere difficile la vita per lui, con questo balletto di cose dette, di contrari delle cose dette e di ricontrari delle cose ridette.

    Alla fine meglio dire che le ha lette su Repubblica, così salva la faccia.

    Per quanto riguarda noi, cari lettori di questo blog, mi piacerebbe varare un piccolo sondaggio.

    QUESITO: A quale Giovanni Brusca si deve credere?

    A —>  A quello che afferma che i contatti fra istituzioni e Riina risalgono a dopo la morte di Borsellino, quando lo stato si “fece sotto” intimorito dalle due stragi in successione, stragi effettuate in ossequio ad un’avviata strategia terroristica dove le prime vittime designate erano magistrati invisi e scomodi alla mafia da molto tempo, le cui morti erano già nel carnet da anni.

    B —-> A quello che afferma che i contatti fra istituzioni e Riina  risalgono al periodo fra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio, e che questa seconda sarebbe stata la rappresaglia-segnale dopo il rigetto delle richieste postulate sul papello.

    C —-> A quello che afferma che i contatti fra istituzioni e Riina risalgono al periodo fra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio, e che questa seconda sarebbe stata fatta con modalità urgentissime (ordinata preparata e fatta nell’arco di due giorni, due giorni nei quali ci fu il tempo di concordare il piano con i servizi deviati che pilotavano il telecomando dal castello) perché si era venuti a sapere che Borsellino era venuto a sapere della trattativa e che era contrario.

    Votate, votate, votate.

    2) COME E’ FATTO IL PAPELLO.

    Prima che il mitico papello fosse ritrovato, la sua conformazione ed i suoi contenuti ci erano descritti solo dai pentiti e dai giornalisti che di questi ci riportavano le parole.

    Secondo Brusca il papello era composto da “due fogli protocollo” (Repubblica – 29/3/97), “due fogli con le richieste per abolire il carcere duro ed altro" (Corriere – 29/3/97). Per Marina Garbesi di Repubblica, il papello era una carta di richieste vergata da Totò Riina”.

    Per Francesco Viviano e Alessandra Ziniti , sempre di Repubblica, il "papello", “era un documento di due fogli protocollo con il quale Riina avanzò le sue "condizioni" per una tregua.”  Per Attilio Bolzoni, un vero esperto in materia, il papello di Riina consisteva in “un paio di pagine scritte da chissà chi (lui è praticamente un analfabeta che nelle aule bunker spesso va ripetendo: «Signor presidente, io sono solo un prima elementare»), dieci punti molto precisi, condizioni poste dalla mafia siciliana allo Stato per fermare le bombe.” (Repubblica — 29 settembre 2001).

    Secondo il pentito Pino Lipari, invece, il papello era scritto a macchina (Repubblica — 21 gennaio 2003   pagina 18 ).

    C’è poi stata una dichiarazione un po’ sibillina della Signora Giovanna Chelli, vicepresidente dell’ Associazione familiari delle vittime di via dei Georgofili, secondo la quale il papello sarebbe stato distribuito in ben 39 copie arrivate «nelle mani di 39 politici dei quali ancora non conosciamo i nomi» (Repubblica — 24 marzo 2006   pagina 29).

    Massimo Ciancimino ci racconta che il papello arrivò a suo padre “in una busta” consegnata da “un distinto signore”, che entrò in casa Ciancimino tenendo in mano il plico, «una ventina di giorni prima della strage Borsellino», Successivamente, racconta Ciancimino jr., suo padre partì per Roma alla ricerca del capitano Giuseppe De Donno dei Carabinieri, portando con sé la busta. (Repubblica — 14 giugno 2008   pagina 11). Purtroppo Ciancimino jr, in quell’occasione, vide il distinto signore, vide la busta, ma non vide il papello, e quindi non ce lo seppe descrivere.

    Il 14 luglio scorso Attilio Bolzoni torna alla carica, si sbilancia, e rinnega del tutto quanto aveva scritto il 29 settembre 2001 (vedi sopra):

    Il papello adesso è diventato “Un foglio di carta, uno solo. Con la scrittura incerta di Totò Riina e, in fondo, la sua firma.”

    Insomma, c’avessero azzeccato almeno una volta.

    Ora finalmente il papello è arrivato via fax non si sa bene da dove, ed è un foglietto con le 12 richieste di Riina scritte a mano in lettere maiuscole da uno scrivano, tipo “Totò” di “Miseria e nobiltà”,  che però non è Totò Riina, e non reca  alcuna firma di Riina.

    Porta però una postilla manoscritta, a quanto si dice, da Vito Ciancimino, che recita: «Consegnato, spontaneamente, al colonnello dei Carabinieri Mario Mori dei Ros».

    Essendo arrivato via fax, è ovviamente una copia, e non l’originale. Ma niente paura, perchè “ all’inizio della prossima settimana da una cassetta di sicurezza custodita in una banca del Liechtenstein arriverà in Sicilia probabilmente anche il "papello" originale.”. Parola di Attilio Bolzoni, su Repubblica, lo scorso  17 ottobre.

    Chissà perché mi sovviene un deja vù… il conte Igor?… Speriamo non finisca così.

    3) CHI HA SCRITTO I PAPELLI.

    Secondo Giovanni Brusca il papello n°1, quello con le 12 richieste originali, l’avrebbe stilato Cinà, il medico di Riina. :Conoscendo chi gravitava intorno a Riina, posso dire però che la persona che può aver stilato il papello potrebbe essere il dottor Antonino Cinà". Notoriamente, i medici non hanno una bellissima calligrafia. Quindi, a ben vedere il papello che è scritto da schifo, lo scrivano potrebbe anche essere lui. Ce lo conferma anche Francesco Viviano, su repubblica: “Sarebbe stato lui, come anticipò "Repubblica" tre anni fa, l’estensore del famoso «papello» che conteneva le richieste dei mafiosi allo Stato offrendo in cambio la «pace», la fine degli attentati e delle stragi. Cinà, secondo l’accusa, avrebbe fatto da tramite tra Riina e l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino che era in contatto con l’allora capo del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, Mario Mori e con il capitano Giuseppe De Donno.”


    Infatti Cinà è indicato da Brusca anche come l’uomo che ha fatto da tramite fra Riina e Ciancimino. Non solo lo scrivano, ma anche il postino del papello, quindi.

    In ogni caso meglio attendere le perizie della Procura, prima di considerare Cinà come l’estensore del papello n°1, perché di svarioni sui giornali su ‘sto papello se ne son letti parecchi.


    E veniamo all’altro papello, il n°2.

    Secondo quello che oggi racconta il figlio Massimo, quando Vito Ciancimino ricevette il papello da inoltrare ai rappresentanti delle istituzioni, capì che bisognava abbassare il tiro. Le richieste dei boss, nella sua ottica, erano esagerate. Allora elaborò un programma alternativo, riassunto in un altro documento consegnato ai magistrati da Ciancimino jr, scritto da suo padre.

    E’ il papello n°2, quello pubblicato per primo dall’Espresso dove è stato preso da tutti quanti, per un giorno intero, come il papello originale, e riprodotto come tale in migliaia di copie in tutto il web, facebook compreso, naturalmente.

    Un bello svarione.

    Invece si trattava di una riscrittura “soft” del papello originale, autore Vito Ciancimino in persona.

    Probabilmente però il Sig. Ciancimino, quando scrisse quel papello n°2, doveva sentirsi poco bene.

    La scrittura è tremula, quasi inferma, e non c’è una lettera uguale all’altra.

    Molto strano, perché quel documento lui dovrebbe averlo scritto pressoché contemporaneamente alla postilla sempre apposta da lui medesimo sul papello originale, il n°1, dove invece la scrittura è più rotonda, più fluida, meno tremula e più omogenea.

    Per capire meglio quanto sto dicendo, oltre che fare il confronto fra le due scritture sulle riproduzioni dei due documenti, si potrà anche osservare questo pannello da me predisposto:

    esame di scrittura2

    Si osservino, ad esempio, le due “d”, ma anche le “l” e le “a” vergate da Ciancimino sul papello n°1. Sono più rotonde, e scritte evidentemente con maggior concentrazione ed attenzione. Certamente non altrettanto si può dire esaminando tutte le “d” e le “a” (ce ne fosse una uguale all’altra) del papello n°2.

    E’ evidente che il Ciancimino di quel papello, proveniva quanto meno da una notte agitata dal peso di una digestione particolarmente difficoltosa.

    Ma anche il Ciancimino del papello n°1, si potrà davvero dire che è  più “autentico”?

    Questo lo vedremo all’ultimo paragrafo.

    4) COSA C’E’ SCRITTO SUI PAPELLI.

    Il papello n°1 riporta le 12 richieste di Riina per alleviare lo stato dalla morsa delle stragi.

    Qui non le ripeto integralmente, perché le conoscono tutti e non è il caso di ripeterle.

    Rilevo però che Brusca ai tempi delle sue prime ammissioni sul papello, c’azzeccò in pieno: "Consistevano nella modifica della legge Rognoni-La Torre, della legge Gozzini, nella riapertura del maxi e di qualche altro processo… credo anche che ci fosse qualche richiesta inerente la legge sui pentiti, e anche altre richieste per far uscire dal carcere alcuni vecchi mafiosi in cagionevoli condizioni di salute...”

    Ed in effetti oggi abbiamo letto nel papello la richiesta di convertire il carcere in una custodia domiciliare per gli ultrasettantenni, qui Brusca ha fatto proprio una bellissima figura, oggi che il foglietto è stato reso pubblico.

    Ma Francesco Viviano il 18 agosto 1997, su Repubblica, introduce un nuovo importante punto, in merito alle istanze del papello. “Quali erano le richieste di Riina? Una legge contro i pentiti, l’ abolizione del 41 bis (il regime carceriario cui sono sottoposti i detenuti mafiosi), abolizione dell’ ergastolo e della legge Rognoni-La Torre che ha permesso di sequestrare i patrimoni dei boss.”

    E così anche Felice Cavallaro sul corriere:”… filtra l’indiscrezione sul "papello", l’elenco di richieste che Toto’ Riina avrebbe presentato dopo le stragi del ’92 a personaggi eccellenti per trattare con lo Stato l’abolizione di ergastolo, carcere duro e premi ai pentiti.

    Dunque secondo i giornali, sul papello vi sarebbe stata anche la pretesa abolizione dell’ergastolo.

    La presunta presenza di questa richiesta sul papello, scatenò negli anni successivi non poche polemiche, perché alcune proposte di legge  promosse nel tempo da vari governi, contemplavano per l’appunto la sostituzione dell’ergastolo con altre forme di pena più ridotte, e questo veniva interpretato come un probabile segno dell’esistenza e del mantenersi di un patto fra parti istituzionali e mafia così come prevsito dal famigerato papello.

    Ecco soltanto alcuni passaggi dei giornali:

     “…l’ ergastolo sarà abolito. E’ ovvio che tutto questo non significa che siano state accolte le richieste della mafia spa, significa che probabilmente c’ è un grado di crescente disattenzione nella lotta alla mafia" (parole del Procuratore Lo Forte – ndr). Si stanno dunque concretizzando le richieste del famoso "papello" (le condizioni che Totò Riina aveva posto allo Stato dopo le stragi del ’92) del capo di Cosa Nostra? "Per una serie di disattenzioni e di coincidenze sta avvenendo quel voleva Riina. (…)”

    (‘SI AVVERA LA STRATEGIA DI RIINA’ – Repubblica — 17 agosto 1997   pagina 3  di Francesco Viviano)

     «ALCUNI collaboratori di giustizia, Brusca e Cancemi, hanno dichiarato che Riina aveva instaurato una vera e propria trattativa con alcuni settori delle istituzioni per ottenere dei vantaggi per lo cosche colpite dall’offensiva giudiziaria: abolizione dell’ergastolo, affievolimento dell’articolo 41 bis, cioè il carcere duro, e screditare i pentiti. Ebbene, al di là dell’intenzione di chi ha adottato queste nuove iniziative legislative, ci troviamo in una situazione che sembra andare incontro proprio a quelle aspettative». Così, chiaro e tondo, il pubblico ministero della strage di Capaci, Luca Tescaroli, lancia l’allarme sui guasti che potrebbero derivare dal "Giusto Processo". Si sta, dunque, concretizzando quel che Riina aveva chiesto nell’ ormai famoso "Papello", cioè le condizioni imposte dal capo di Cosa nostra per interrompere la strategia stragista? «Non proprio, però, l’ultimo intervento legislativo che ha messo in forma generalizzata il rito abbreviato ha di fatto abolito la pena dell’ergastolo. Quindi di fatto si è arrivati a questa situazione che era una delle condizioni per fermare le stragi. … – (Il pm della strage di Capaci sul giusto processo – Repubblica — 06 gennaio 2000   pagina 1   di FRANCESCO VIVIANO)

     “(…)Già nei giorni scorsi il Pm di Caltanissetta Luca Tescaroli aveva sostenuto che con la legge sul giudice unico "è stato di fatto abolito l’ ergastolo" e che "d’ ora in poi in Italia chi vorrà fare una strage sa che rischia al massimo venti anni di carcere". E’ profondamente indignata la signora Giovanna Maggiani Chelli, madre di un studentessa che rimase gravemente ferita nell’ attentato di via de’ Georgofili. L’ abolizione dell’ ergastolo – ricorda la signora Chelli – faceva parte delle richieste contenute nel famoso "papello" di Riina, compilato dopo le stragi di Capaci e di via D’ Amelio. Richieste che il boss dei boss avanzava per consentire alla mafia "di vivere e prosperare ancora per molti anni" (Repubblica — 12 gennaio 2000   pagina 5)

     "Questa legge, al di là delle intenzione del legislatore, è il migliore regalo che si sia potuto fare a Cosa nostra. L’ abolizione dell’ ergastolo era al primo punto del "papello", le richieste che furono avanzate da Totò Riina in quella sorta di trattativa con appartenenti alle istituzioni in cambio della fine delle stragi". Luca Tescaroli, pm della strage di Capaci, è stato il primo magistrato a lanciare l’ allarme, ma è sempre rimasto solo e inascoltato.(…) (da: Luca Tescaroli E’ un regalo a Cosa Nostra – Repubblica — 06 giugno 2000   pagina 11)

      (…) La preoccupazione di magistrati come gli aggiunti di Palermo Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato è legata al ricordo del «papello» presentato da Totò Riina ai carabinieri del generale Mori: la richiesta dell’ abolizione dell’ ergastolo e del «carcere duro». Si torna a «trattare» su questi temi?

    (da: Trattativa con i boss, insorgono i pm -  di Cavallaro Felice – Corriere della Sera  - 8 giugno 2000  - Pagina 4)

    “… poiché questa scelta è stata ribadita da una legge dello scorso giugno, anche con riguardo ai processi già pendenti in grado di Appello, purché in essi «sia stata disposta la rinnovazione della istruzione» dibattimentale, appare verosimile che, in tal caso, anche Riina e i suoi soci, sulla scorta di una semplice iniziativa di natura rituale, possano vedersi diminuita la condanna dall’ ergastolo a trent’ anni. Conseguendo così, almeno in parte, uno degli obiettivi prefigurati nel famoso «papello». (da: Legge sbagliata, la mafia teme solo il carcere a vita -  di Grevi Vittorio – Corriere della Sera  - 22 ottobre 2000  - Pagina 14)


    Quello degli sconti di pena, del carcere meno duro, l’ abolizione dell’ ergastolo, è un vecchio pallino di Cosa nostra, sin dalla vigilia delle stragi del ’92 quando "Repubblica" rese noto il contenuto del "papello", le richieste cioè che Totò Riina aveva avanzato attraverso l’ ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino.”
      (da: Un passo nella trattativa con lo Stato, di Francesco Viviani – Repubblica — 25 settembre 2001   pagina 5)


    Revoca del 41 bis, abolizione dell’ ergastolo ed altri benefici carcerari erano già richieste nel famoso "papello". «Durante la stagione stragista si erano portati avanti questi obiettivi che erano in qualche modo accostati alle stragi e Cosa nostra voleva raggiungere questi obiettivi. L’ abolizione dell’ ergastolo oppure la revisione dei processi o il sequestro dei beni, la sterilizzazione dei collaboratori di giustizia rappresentano le preoccupazioni maggiori dell’ organizzazione e alcuni di questi obiettivi sono stati raggiunti
    » (Luca Tescaroli in ‘Una strategia a lungo termine per ottenere la revoca del 41 bis’ – Repubblica — 26 settembre 2001   pagina 7)

     “Ma nell’ ergastolo inflitto ieri a Giovanni Riina, 24 anni, quattro dei quali già passati in carcere, c’ è molto di più di una vita sprecata: c’ è il sostanziale fallimento della strategia stragista di Cosa nostra, quella voluta dal capo dei capi proprio per indurre lo Stato ad aprire la trattativa che avrebbe dovuto portare alla concessione di alcuni sostanziali benefici per i mafiosi in cambio di un ritorno sottotraccia dell’ organizzazione criminale. (…)  Insomma, finiti i tempi della Cupola, chi entra in gabbia non comanda più. Ed è anche per questo che l’ abolizione dell’ ergastolo era tra i primi punti dell’ ormai famoso «papello» che gli uomini di Riina fecero avere a emissari dello Stato all’ indomani delle stragi del ’92. Un obiettivo raggiunto e sancito da una legge del Parlamento italiano. Ed è proprio per questo che oggi la condanna a vita inflitta dai giudici della corte d’ assise di Palermo al giovanissimo figlio del capo di Cosa nostra segna il fallimento di questa strategia” (da: UNA VITA FINITA A VENT’ ANNI CONDANNATO DA SUO PADRE di  ALESSANDRA ZINITI – Repubblica — 24 novembre 2001   pagina 1 ) 

    “…Roberto Centaro, stuzzicato dai giornalisti durante la sua visita di ieri a Brancaccio. «Anch’ io, usando lo stesso tipo di ragionamento dietrologico, ho rilevato coincidenze tra il tentativo l’ anno scorso da parte del centrosinistra di abolire l’ ergastolo e una delle richieste contenute nel famoso "papello" di Totò Riina», ha detto Centaro, e ha aggiunto: «Ovviamente non ho mai pensato che il governo del centrosinistra potesse aderire realmente a questa ipotesi, però effettivamente c’ era stata questa possibilità rispetto alla quale la parte più avveduta dello schieramento, ma anche del Polo, alla fine si è opposta». (da: Grasso irrita il centrodestra di  ALESSANDRA ZINITI – Repubblica — 03 maggio 2002   pagina 7)


    “Se non che è facile rendersi conto che proprio questa fondamentale funzione di deterrenza, tipica dell’ ergastolo (per ciò spesso invocata, prima e dopo Cesare Beccaria, come argomento contro i fautori della pena di morte) sarebbe destinata a vanificarsi, qualora alla pena «perpetua» venisse sostituita una pena temporanea, ancorché superiore ai 30 anni. Non solo perché verrebbe così meno l’ effetto simbolico ed esemplare derivante dalla previsione di una pena detentiva estrema per delitti di estrema gravità (non a caso, nel famoso «papello» di fonte mafiosa spiccava per prima la richiesta di abolizione dell’ ergastolo)….”
    (da: Le ragioni dell’ ergastolo, di Grevi Vittorio – Pagina 36 – 9 giugno 2007 – Corriere della Sera)


    L’ abolizione del 41 bis e dell’ ergastolo, oltre che la revisione dei processi per cancellare appunto le pene più pesanti, stavano in cima al famoso papello che Cosa nostra avrebbe agitato sotto il naso delle istituzioni repubblicane dopo le stragi di Capaci e di via D’ Amelio. Papello firmato platealmente con gli attentati dinamitardi dell’ estate del 1993 sull’ asse Roma-Firenze-Milano.”
    (da: Abolire l’ ergastolo la scelta sbagliata, di Francesco Palazzo – Repubblica — 26 giugno 2007   pagina 9)

    “Il famoso papello, ossia la lista di richieste che Cosa nostra avrebbe presentato allo Stato per finirla con la strategia stragista dei primi anni Novanta, prevedeva ai primi posti sia la cancellazione dell’ ergastolo sia l’ abolizione del regime carcerario speciale per i mafiosi. Partendo da questo dato storico, dobbiamo prendere atto – lo dicono gli esperti nonché diverse indagini – che i mafiosi continuano a comandare dal 41 bis”.” (da: regime carcerario e mafia lo stato non deve arretrare. di Francesco Palazzo – Repubblica — 16 gennaio 2009   pagina 23)

    E naturalmente, non poteva mancare Marco Travaglio:


    “(Nel covo di Riina – ndr) c’era il famoso ‘papello’ che il figlio di Ciancimino assicura essere stato passato da suo padre al generale Mori, con le l’elenco delle richieste che la mafia faceva allo Stato per interrompere le stragi? Fine dei pentiti, fine del 41bis, fine dell’ergastolo, revisione del maxiprocesso e fine del sequestro dei beni. Non lo sappiamo”
    .” (da: Il patto tra mafia e Stato, di Marco Travaglio)

    Bene. Oggi finalmente abbiamo davanti agli occhi questo mitico papello.

    Ma l’abolizione dell’ergastolo, non è al primo posto, né “ai primi posti”, né in metà né in fondo alle richieste. Non c’è. Riina non l’ha richiesta.

    Quindi i casi possono essere soltanto due: o il papello è falso, oppure da diversi anni vari governi stanno cercando di accontentare ad ogni costo la mafia su un tema che per la stessa mafia non è prioritario, e che è presente soltanto fra le richieste di un papello immaginato, una chimera di giornalisti e pentiti, poiché invece il papello vero non ne fa alcun cenno. Davvero troppo solerti, i ns. politici, quando si tratta di aiutare la mafia.

    Ogni altro commento è superfluo.

    Per quanto concerne invece le richieste presenti sul papello, si rilevano un paio di incongruenze, così come ha subito scritto il Corriere della Sera, che ha parlato di perplessità dei magistrati, nel leggere “che nel ‘ 92 i capimafia avessero in mente una legge sulla dissociazione da Cosa Nostra, sul modello di quella varata per gli ex terroristi. Un’ idea comparsa in alcuni colloqui intercettati solo molto tempo dopo, e che sarà tentata da qualche capomafia che al tempo del papello era libero, seppure latitante. Pure Riina e Provenzano erano fuori, sembravano imprendibili e stavano mettendo in ginocchio lo Stato a suon di bombe; curioso che già immaginassero una via d’ uscita da detenzioni ancora lontane. Anche la richiesta di chiudere le carceri speciali risulta un po’ strana, se scritta prima della strage di via D’ Amelio, quando i boss detenuti erano ancora nelle prigioni «ordinarie».

    E veniamo ora al papello n°2. Non mi soffermerò più di tanto. Si tratta di una rivisitazione del papello originale realizzata (ma senza avvisare Riina?) da Vito Ciancimino, il quale dopo aver letto il papello n°1, si rese conto che le richieste, stando alle parole di Ciancimino Jr., “non erano fattibili a nessun livello, nemmeno sul piano legislativo lo erano. Erano punti troppo… come commentò mio padre ‘da testa di m…’ » .

    Quindi secondo Ciancimino Senior, le richieste di Riina erano richieste “da testa di minchia”, a quanto ci racconta il figlio.

    Prendiamo ad esempio la pretesa di detassare la benzina, sul modello della Valle D’Aosta. Assolutamente improponibile. Così Ciancimino la sostituisce con una invece del tutto proponibile: liberalizzare il mercato dei tabacchi, togliendolo al Monopolio di Stato. Proposta, al contrario dell’altra,  coi piedi per terra, un giochino, praticamente. Roba proponibile ed applicabile al bilancio statale senza troppo impegno, al contrario di un abbattimento delle accise sul carburante. Si vede bene che Ciancimino era molto più realista di Riina. Soprattutto, anche le famiglie mafiose dedite al contrabbando di sigarette, sarebbero le prime a dichiararsi felici di un simile accordo.

    5) MASSIMO CIANCIMINO (Aka: Ciancimino Jr.)

    Massimo Ciancimino, è il figlio di Don Vito Ciancimino. Leo Sisti nella premessa del suo libro – L’ isola del tesoro – sulla politica e gli affari dei Ciancimino ci dice di lui che “Nano, ad esempio, è uno che con candore dice anche questo: «L’ unica cosa che mi ha trasmesso mio padre è la correttezza»”

    Massimo Ciancimino, è colui che ha procurato i papelli, o meglio: la fotocopia dei papelli, ai Procuratori titolari dell’inchiesta. Bisogna dargliene atto.

    E prima di farlo, ci ha fatto stare sulle spine non poco.

    Il 13 giugno 2009, per ALESSANDRA ZINITI di Repubblica, il papello èUn documento del quale Massimo Ciancimino dice di essere in possesso ma che non ha ancora consegnato a nessuno”.

    E il 14 luglio 2009, sempre su Repubblica, Attilio Bolzoni ritorna a fare il punto: “«Ve lo consegno io nelle prossime ore», ha giurato qualche giorno fa Massimo Ciancimino, testimone eccellente ormai sotto scorta come un pentito. È forse l’ epilogo della più intricata vicenda siciliana di questi ultimi anni: la trattativa fra Stato e Mafia. Se il più piccolo dei cinque figli di quello che fu il sindaco mafioso di Palermo manterrà la sua promessa, fra qualche giorno – proprio alla vigilia dell’ anniversario della morte di Borsellino, il 19 luglio – il famigerato documento del patto fra boss e misteriosi apparati di sicurezza finirà nelle mani dei magistrati di Palermo e poi quelli di Caltanissetta e Firenze, tutte le procure che indagano direttamente o indirettamente sugli attentati mafiosi fra il 1992 e il 1993. «Questa volta ve lo porterò davvero, questa volta non faccio bluff», ha assicurato Ciancimino junior nel suo ultimo interrogatorio dopo un tira e molla durato un anno. (…) All’ improvviso, la settimana scorsa e dopo un ultimatum della procura di Palermo, Massimo Ciancimino però ha ceduto: «Garantito: adesso il papello ve lo do». Nessuno sa dove sia stato custodito in tutti questi anni, molti pensavano e ancora pensano in una cassetta di sicurezza di una banca da qualche parte in Europa. Un sospetto, un mese fa, aveva portato gli investigatori in Francia. Una mossa di Massimo Ciancimino e una contromossa degli inquirenti. Ma non quelli di Palermo, gli altri di Caltanissetta. Tutti erano e sono ancora a caccia del "papello". Massimo Ciancimino, a giugno – appena gli hanno revocato il divieto di espatrio – ha lasciato Bologna dove vive da qualche mese e con la sua auto ha raggiunto Parigi insieme alla moglie Carlotta. È stato pedinato. Al ritorno da Parigi, fermato al posto di frontiera e invitato a entrare in un ufficio di polizia, ha trovato un paio di magistrati della procura della repubblica di Caltanissetta e alcuni ufficiali di polizia giudiziaria. Erano sicuri di trovarlo con il "papello" addosso. Perquisito lui e perquisita anche la moglie, ma il "papello" non l’ hanno trovato. Interrogato al posto di frontiera, Ciancimino junior ha spiegato: «Mi ero accorto che mi seguivate, voi non vi fidate di me e io non mi fido di voi e non ho portato con me quel documento che non è a Parigi...».

    Nascondin nasconderello.

    "Il papello? Ciancimino non ce l’ha dato, se ce lo vuole consegnare siamo qui. Certo non possiamo torturarlo per averlo". precisa a quel punto il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari.

    Il 22 luglio, sul Corriere, Bianconi fornisce alcuni nuovi dettagli sulla caccia al tesoro:  “Il secondo «tesoro» di Vito Ciancimino – quello di maggior interesse investigativo, fatto di documenti, registrazioni, agende e altro materiale – è custodito all’ estero, bloccato da problemi burocratici che il figlio dell’ ex sindaco mafioso di Palermo, Massimo, non è riuscito a risolvere. Per questo non ha ancora consegnato ai magistrati l’ ormai famoso papello con le richieste dei boss, che costituirebbe la prova della trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato nella stagione delle stragi, e le altre carte segrete del padre. (…)  Ai procuratori di Palermo Massimo Ciancimino (condannato in primo grado a cinque anni e mezzo di galera per il riciclaggio del primo «tesoro» avuto in eredità, quello milionario che secondo l’ accusa proviene da affari e interessi mafiosi) ha però fornito indicazioni precise sul luogo in cui è conservato l’ archivio di «don Vito». Lì dentro ci sarebbero, secondo Ciancimino jr, non solo il papello ma anche alcuni nastri registrati. Stando a quanto gli riferì suo padre, conterrebbero le conversazioni tra l’ ex sindaco e gli ufficiali dei carabinieri che lo incontrarono nell’ estate del ‘ 92. E ancora, la copia integrale della lettera – trovata «mutilata» in una perquisizione del 2005 – dove si parla di richieste all’ «onorevole Berlusconi»(…) Nell’ interrogatorio della scorsa settimana Massimo ha assicurato che avrebbe fatto un ultimo tentativo per risolvere gli intoppi burocratici che, a suo dire, gli hanno finora impedito di rispettare la promessa di consegnare il «tesoro» investigativo. Altrimenti toccherà ai magistrati avviare le procedure per una rogatoria internazionale. In un modo o nell’ altro, la fine di questo «tira e molla» che dura da mesi intorno al misterioso papello, se e quando arriverà dovrebbe almeno chiarire se Ciancimino jr sta bluffando oppure no..».


    A proposito della lettera citata da Ciancimino, quella scritta da Riina a Berlusconi, mi piace approfittare per riportarla qui sotto:

    lettera di riina a berlusconi

    Sarà che forse capisco poco di calligrafia, ma a me pare migliore la scrittura di Riina di quelle dei nostri due papelli.

    Totò avrebbe potuto fare lo scrivano e scriverseli da solo, i papelli, invece che dettarli al suo medico.

    Ma torniamo alla nostra caccia al papello.

    Il 30 luglio scorso, un altro momento di suspence descritto su Repubblica da Bolzoni: “Sarà classificato top secret il famigerato «papello» che dovrebbe consegnare Massimo Ciancimino. Oggi i magistrati lo aspettano a Palermo. Chissà se il figlio prediletto di don Vito questa volta porterà il suo «tesoro» di carte.”

    Ma naturalmente non arrivò un bel niente neppure quella volta..

    Non trascuriamo però di rilevare quanto poi effettivamente il papello sia stato classificato “Top secret”, come annunciato da Bolzoni.

    Forse l’ho visto prima io sull’Espresso che non Ingroia in fotocopia. E dopo averlo visto debbo dire, sinceramente, che era proprio una roba da mettere sotto chiave, “top secret”, come vuole il buon Bolzoni.

    E arriviamo così ai primi di agosto, e qualche magistrato comincia ad innervosirsi:

    Il "papello" non l’ ha ancora consegnato ma ha deciso di continuare a rispondere alle domande sulla trattativa nonostante i pesanti giudizi nei suoi confronti espressi dal procuratore generale di Caltanissetta Ettore Barcellona.” ci riferisce la buona Alessandra Ziniti, sempre su Repubblica.
    In realtà qui la giornalista è incorsa in un lapsus, probabilmente, perchè Ettore Barcellona è un noto avvocato di confindustria, mentre il PG di Caltanissetta si chiama Giuseppe Barcellona.

    E cosa aveva detto costui di così pesante da farci correre il rischio di ammutolire il prezioso supertestimone ormai offeso? Difficile riscostruire, perchè gli archivi storici dei quotidiani principali, come Repubblica e Corsera, non fanno cenno all’episodio.

    Bisogna ricorrere alla cronache locali (es: il giornale nisseno) per sapere che Giuseppe Barcellona, Procuratore generale di Caltanissetta, in un’intervista, riferendosi alle testimonianze di Ciancimino Jr, aveva detto: «Queste rivelazioni provengono da una persona assai equivoca, di modesto spessore culturale, che probabilmente sarà strumentalizzata da qualcuno».

    Affermazione che fa andare su tutte le furie il rampollo Ciancimino, che replica: "Con l’intervista di oggi siamo passati da dubbi legittimi e critiche ad insulti personali. Per essere chiari: non posso venire qualificato come persona assai equivoca, di modesto spessore culturale, che probabilmente sara’ strumentalizzata da qualcunò". 

    Impeccabile, come replica.

    Poi, in quell’occasione, Ciancimino Jr. viene incalzato dai giornalisti, che gli domandano perchè ha deciso di parlare della strage dopo 17 anni. Il teste risponde: "fin’ora nessuno mi ha interrogato". (il giornale nisseno – 3 agosto 2009).

    Un classico.

    Ma perchè non l’hai detto prima?
    Nessuno me lo aveva chiesto.

    In realtà questo bravo ragazzo mente, perchè nel 2005 aveva già rilasciato dichiarazioni che contrastavano forte con la versione odierna dei fatti, come vedremo fra poco.

    Il 27 settembre 2009, ancora nulla, e Bianconi sul Corriere, nel fare la cronaca del nuovo processo contro Mori, non nasconde un certo nervosismo sulla vicenda della consegna del papello:” Nel disegno dell’ accusa, l’ arresto di Riina a gennaio del ‘ 93 e la mancata cattura del suo successore, due anni e mezzo più tardi, sono conseguenza dei patti siglati per fermare le stragi, mentre la vecchia politica travolta da Mani Pulite tentava di riciclarsi e nasceva il nuovo partito di Berlusconi (e Dell’ Utri). Patti scaturiti dai discorsi che lo stesso Mori aveva avviato con l’ ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino nell’ estate del ‘ 92, sfociati nell’ ormai famoso papello con le richieste dei boss di cui continua a parlare – promettendo una consegna sempre rinviata – Massimo Ciancimino

    Ma tutto è bene quel che finisce bene, e finalmente il 14 ottobre l’avvocato di Ciancimino Jr. consegna ai procuratori una fotocopia ricevuta a sua volta via fax non si sa da dove, fotocopia che nell’arco di pochi minuti viene pubblicata dall’Espresso che la stava aspettando così come i procuratori. Pubblica però il papello sbagliato (il numero 2), è vero, ma è comunque un bello scoop.

    Sulla natura di questo papello, tornerò nel capitolo finale dell’articolo, che è naturalmente quella che conta.


    Per quanto riguarda invece il contributo di Massimo Ciancimino, bisogna dire che anche lui, come Brusca, ha dimostrato di possedere una memoria ben bizzarra.

    “…dagli atti dell’ inchiesta sul processo attualmente in corso a Palermo nei confronti del capo del Sisde Mario Mori e del capitano "Ultimo", l’ ufficiale che catturò Totò Riina, è emerso che a mettere in contatto i carabinieri con Vito Ciancimino fu proprio il figlio Massimo. Una circostanza che Massimo Ciancimino – anche se non avrebbe mai partecipato agli incontri tra il padre e i carabinieri – ha confermato. «Era l’ unica forma di riscatto che potevamo ottenere noi figli – afferma Massimo Ciancimino – E, nonostante la paura dei miei familiari, provocai quell’ incontro perché se mio padre poteva dare un contributo alla giustizia lo avrebbe dovuto fare per noi figli». Ma la trattativa a un certo punto sarebbe stata interrotta perché le richieste dei carabinieri all’ ex sindaco – «Ci consegni Riina e Provenzano» – sarebbero state rifiutate da Vito Ciancimino.” (Ciancimino jr deve morire – Repubblica — 25 settembre 2005 -  pagina 5) 

    Quindi, almeno sino al 2005, per Ciancimino Jr non c’era nessun tentativo di “venire a patti” con la mafia attraverso suo padre, da parte dei carabinieri, ma un’ordinaria e legittima richiesta di collaborazione con la giustizia, al fine di catturare i boss. Teniamola bene a mente, questa cosa, perché contribuirà a rendere il finale di questo articolo ancor più clamoroso.

    Comunque e naturalmente, anche Ciancimino Jr nel giro di pochi mesi, rivedrà magicamente i suoi ricordi, “estetizzando”, così come fece Brusca, la sua versione dei fatti. Ed il 14 giugno del 2008  inizia a parlarci del papello:

    Io non l’ ho visto, ma mio padre me ne parlò: c’ era un elenco di 10, 12 richieste. C’ era ad esempio qualche immunità: volevano che le famiglie dei mafiosi venissero lasciate in pace. Mio padre si dannava – prosegue Massimo Ciancimino – perché su tre, quattro cose si poteva anche intavolare una discussione, ma su sette, otto, mi disse: saranno irricevibili». Erano i giorni in cui Vito Ciancimino incontrava anche un ufficiale del Reparto operativo speciale dei carabinieri, il capitano Giuseppe De Donno: «Voleva un aiuto per la cattura dei superlatitanti», dice Massimo Ciancimino. Ma dopo quella misteriosa consegna del papello, il pensiero del vecchio Ciancimino fu uno solo: «Mi disse di contattare De Donno, siamo partiti per Roma. La busta è partita con mio padre». (da “Repubblica”)


    Quindi, attenzione: nella precedente testimonianza, del giugno 2008, Ciancimino Jr. dice due cose:

    1)   Conferma che in quei giorni De Donno incontrava Vito Ciancimino per avere il suo aiuto nella caccia dei superlatitanti.

    2)   Una volta ricevuto il papello, fu Ciancimino a cercare de Donno, ma de Donno non si aspettava nulla del genere: lui voleva solo i superlatitanti.

    Dopodichè, dopo la notizia comparsa sui giornali secondo la quale, nell’ottobre del 2008, Ciancimino Jr sarebbe stato in debito, tra l’altro, di 42 milioni di euro con il fisco (e qualcosa ci dice che li deve ancora oggi), accade che nel dicembre Ciancimino ricomincia a raccontare le stesse storie, ma con alcune ulteriori precisazioni ed alcune rettifiche. All’apparenza, solo piccoli aggiustamenti, ma scompare la “ratio” vera degli incontri di suo padre coi carabinieri (e cioè la caccia ai latitanti), ed al suo posto si innestano alcune fumose inquietanti insinuazioni, che Repubblica si affretta ad illustrarci:

     Tutta l’ inchiesta per il momento si sta concentrando «su un distinto signore con una busta in mano» che, una ventina di giorni prima della strage Borsellino, è entrato nella villa dei Ciancimino sotto Montepellegrino. «Mio padre me ne ha parlato tanto», dice Massimo. Era quello che ha portato il famigerato "papello" da far arrivare allo Stato. Fra le dieci e le dodici richieste che i boss elencavano offrendo in cambio una sola cosa: fermare le bombe in Sicilia e in Italia. «Mio padre ha incontrato tante volte anche Bernardo Provenzano a Roma», dice ancora Massimo ricordando che il padrino corleonese andava in giro presentandosi come "l’ ingegnere Lo Verde". Sullo sfondo di queste manovre fra Stato e mafia, la morte di Paolo Borsellino. L’ ipotesi investigativa: il procuratore avrebbe scoperto la trattativa e sarebbe stato ucciso perché, qualcuno, lo considerava un ostacolo al patto.”

    Et voilà. Ecco la fine della normalità, della banale quotidianità della logica, per l’ingresso trionfale del romanzo, del feuilleton, quello che non ci abbandonerà più sino ad oggi.

    Lo scorso mese di marzo, Bolzoni di repubblica torna alla carica con le news su Ciancimino Jr.:

     “Quello che era per tutti soltanto il rampollo viziato con la passione per le Ferrari e le feste a Cortina e i "piccioli", ai due magistrati sta svelando dettagli non proprio irrilevanti sulla stagione delle stragi. Ha cominciato con la famosa trattativa fra suo padre il generale Mario Mori, ex comandante dei Ros dei carabinieri e poi del servizio segreto interno. Ha continuato con la storia del "papello", le richieste scritte che Totò Riina avrebbe avanzato allo Stato italiano per fermare le bombe. Ha fatto nomi di personaggi che gli investigatori ignoravano. Ha riferito di incontri fra il padre e Bernardo Provenzano. Molti dei suoi interrogatori sono stati secretati e trasmessi alla procura della repubblica di Caltanissetta, quella che indaga ancora sulle stragi palermitaneei "mandanti altri" di Capaci e di via D’ Amelio.” (Da viveur a testimone di giustizia il figlio di don Vito fa tremare Palermo – Repubblica — 14 marzo 2009   pagina 11  )

    A metà dello scorso mese di luglio, in unì’intervista, il nostro collaboratore di giustizia preferito fornisce un nuovo dettaglio inquietante:

     

     D. Con chi trattò suo padre per la cattura di Riina?

    R. "Con il colonnello Mori e con il capitano De Donno, ma mio padre non si fidava di loro, erano sì influenti ma lui – che non era certo un deficiente – cercò di capire chi ci fosse sopra. Fu un certo ‘signor Franco’, un agente dei servizi segreti, a dire a mio padre che dietro c’era un personaggio politico".

    Ora, supponendo che i carabinieri avessero dialogato con Ciancimino esclusivamente allo scopo di avere la sua collaborazione per catturare i superlatitanti, ed avessero discusso solo di questo, allora a che gli serviva avere “dietro un personaggio politico”?  Non erano forse capaci a fare il loro mestiere senza quell’appendice che gli stava dietro? E’ qui evidente ,quindi, che Ciancimino Jiunior, o mentiva nel 2005, o mente adesso.

    Ma  lasciamo le vicende dei nostri testimoni un po’ volubili, mentre questi si districano fra misteriosi avvocati americani, oscure figure con la faccia da mostro che appaiono e scompaiono ogni volta che scoppia una bomba, ed inquietanti appostamenti, inseguimenti e avvertimenti, e torniamo al nostro papello.

    6) CHI HA PASSATO IL PAPELLO A CIANCIMINO JR.

    Elementare Watson. Lo ha passato il generale Mario Mori.

    Da cosa lo deduco? Ma è banale: da quel che ha scritto Ciancimino Sr. sul papello.

     «Consegnato, spontaneamente, al colonnello dei Carabinieri Mario Mori dei Ros»

    E quindi se il papello era stato consegnato a Mori, lo aveva Mori. E siccome Ciancimino sostiene di avere l’originale, allora gliel’ha dato Mori.

    Ma i miei piccoli lettori ora diranno: forse a Mori è stata data una copia.

    Ah, si? E secondo voi Ciancimino avrebbe apposto sull’originale che si è conservato, quella formula così solenne, con tanto di “spontaneamente”? Che bisogno aveva?  Lo avrà scritto forse così, tanto per certificare che quel papello invece che un foglio scarabocchiato era una merda tale da mandare in merda un mucchio di gente, lui soprattutto compreso (è la prova di un’estorsione, la più grave della storia d’Italia, caso mai qualcuno non ci avesse pensato), putacaso qualcuno capace di leggere ne fosse venuto in possesso?

    E mentre c’era perché non farsela vergare da Mori per ricevuta?

    No, credete a me, gliel’ha dato Mori, a Ciancimino Jr.

    A meno che, sia una patacca.

    Voi che dite?

    7) LA BUFALA.

    Questa sera, sul sito http://www.censurati.it, la straordinaria e meravigliosa Antonella Serafini, tanto per tirarsi un po’ la finanza e la polizia giudiziaria in casa, ha reso disponibile per il libero download, un documento clamoroso. Si tratta della trascrizione fatta a mano, nientepopodimeno che da Vito Ciancimino quand’era ancora vivo e vegeto, di un verbale di interrogatorio reso in presenza di Ingroia, Caselli e de Donno nel 1993.

    Scaricatevelo anche voi, please:

     

    SCARICA IL VERBALE MANOSCRITTO DI CIANCIMINO
    DEL GENNAIO ’93

    Tanto per mettervi nel gusto, vi pubblico la pagina dove Ciancimino spiega:

    Appunti Ciancimino 10rid

    Spero che abbiate cominciato ad intuire l’importanza di questo documento.

    Io dal canto mio, per farvi capire quanto è importante, vi riassumo due fra le cose più eclatanti che dice Ciancimino in questo memoriale:

    1)   Ciancimino racconta di avere incontrato per la prima volta il colonnello Mori il primo di settembre del 1992. Quindi, stop con la sciocchezza di Borsellino ucciso perché era venuto a sapere della trattativa. Fine.

    2)   Ciancimino racconta che i carabinieri nell’incontro chiedevano solo e soltanto grossi superlatitanti, proponendo in cambio “un buon trattamento per le famiglie”, e che pertanto, vista la proposta troppo “angusta e ultimativa”, lui decise, sapendo che sarebbe stata presa malissimo, in accordo coi carabinieri, di non aprire neppure la trattativa, restando un semplice informatore degli inquirenti. (Che è la versione che forniva anche Ciancimino Jr nel 2005).

    Quindi non c’era nessuna trattativa di natura politica, né questa trattativa ha nulla a che vedere con la morte di Borsellino, così come ha sempre affermato il servitore dello Stato e dei cittadini, generale Mori.

    Ma questo memoriale non è solo prezioso per il contenuto, ma anche perché ci fornisce un bel campione della grafia autentica di Vito Ciancimino.

    Ecco allora quel che ho fatto.

    Ho preso le poche parole identiche che appaiono contemporaneamente sul memoriale e sui due papelli, nelle parti che ci è stato detto essere state scritte da Vito Ciancimino, e le ho messe a confronto.

    Vi lascio pertanto alla carrellata senza ulteriori commenti.

    CLICCA QUI PER VEDERE IL CONFRONTO
    CALLIGRAFICO FRA I DOCUMENTI


     

    Attenzione!!!: aprendo lo "slide-show"cliccando qui, e partendo con il click dalla prima immagine, bisognerà, mediante il menù in alto, andare nella modalità "show details", che mostra i miei commenti "grafologici" ad ogni immagine.

    Attenzione!!!
    :
    La “A” indica le colonne delle parole prese dal memoriale, la “B” indica le parole prese dai mitici papelli consegnati in fotocopia da Ciancimino Jr. e pubblicati in fretta e furia dall’Espresso.

     

     

       

     

    Visto tutto? 

    Bene. Se siano scritte dalla stessa persona, a voi il giudizio.

    Mi congedo, ma tenete d’occhio il blog, perché presto ci saranno delle novità


    Enrix

    APPENDICE: Il  23 ottobre, siamo stati in prima pagina di "Libero":

    La mitica «rete» – che secondo i Di Pietro e i Travaglio rappresenta la riscossa della libera informazione – sta fottendo giusto i Di Pietro & i Travaglio e la loro falsa informazione. Due dei migliori blog antimafia, enrix.it (sic) e censurati.it, hanno fornito prove attendibili che i «papelli» pubblicati da L’Espresso sono probabilmente dei falsi, e che ogni ipotesi di «trattativa» resta ridicola. Hanno pubblicato la trascrizione, fatta a mano da Vito Ciancimino quand’era vivo, di un verbale di interrogatorio da lui reso a Caselli,  Ingroia e de Donno  nel 1993.  E morale:  1) Ciancimino, nel verbale, dice d’aver incontrato per la prima volta il colonnello Mori il 1° settembre 1992: addio quindi a ogni ipotesi di un Borsellino ucciso perché era venuto a sapere di trattative.; 2) Ciancimino racconta poi che i carabinieri gli avevano chiesto di poter arrestare non meno di “grossi superlatitanti”, offrendo in cambio “un buon trattamento per le famiglie” e nulla più:  sicchè lui decise di non aprire nessuna trattativa: stessa versione che Ciancimino Jr  dava sino al 2005 e che fornisce oggi il generale Mori; 3) La grafia del memoriale di Ciancimino – dulcis  in fundo – è palesemente diversa da quella dei papelli dell’Espresso, che appaiono come dei falsi ricalcati. Il tutto si configura come una spaventosa patacca, con Ciancimino Jr  a delirare dalla tv di Stato e i Di Pietro e i Travaglio e i Riina che intanto applaudono.

    Filippo Facci

     
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