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    enrix 02:45 on 31 October 2009 Permalink | Rispondi
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    COSE SU FALCONE – 2 

    COSE SU FALCONE CADUTE NELLOBLIO – 2


     

     

     

    Prima di riprendere la nostra piccola carrellata di stralci d’epoca utili per mettere a fuoco gli avvenimenti relativi alla fase finale della vita di Giovanni Falcone, vorrei ritornare per un momento sulle dichiarazioni di qualche giorno fa del procuratore generale antimafia Piero Grasso.

     

    E vorrei ritornare a quelle parole perché c’è un passaggio estremamente rilevante che non vorrei sfuggisse a nessuno.

     

    Scrive Repubblica il 27 ottobre

    Il cambio di strategia

    Secondo la ricostruzione di Grasso, a un certo momento, nel marzo 1992, il mafioso che era stato incaricato di eseguire i sopralluoghi (a Roma nei luoghi frequentati da Falcone – ndr) venne informato da Totò Riina che non c’era più bisogno di colpire Falcone a Roma, perché si era "trovato qualcosa di meglio".

     

    Cosa c’è di così importante in questa informazione di Grasso?

    C’è questo: semplicemente, a detta di Grasso, il metodo della strage al tritolo, tipicamente terroristico, fu usato non perché c’era la finalità di realizzare un attentato di tipo terroristico, ma perché ad un certo punto si decise di attuare l’omicidio di Falcone, già pianificato per motivi ben definiti, utilizzando quel metodo.

     

    Capite la differenza?

    C’è ed è fondamentale, perché detto così, è ben poco plausibile che si configuri come un attentato progettato per ricattare lo stato o per creare una tensione destabilizzante. E’ invece, sino a prova contraria, semplicemente un’eliminazione pianificata di un magistrato, per la quale ad un certo punto, repentinamente, e per una precisa ragione, si è deciso di utilizzare quel metodo ANZICHE’ quello selezionato in precedenza (e non perché con quello precedente si rischiava l’insuccesso, neanche per sogno).

    In poche parole, la successione non è stata: facciamo una serie di attentati con metodologie terroristiche, ed iniziamo con un politico, anzi, no, meglio un magistrato.

    Invece è stata: bisogna uccidere Giovanni Falcone. E lo uccidiamo a Roma per strada o al ristorante, quando scopre la guardia. Anzi, contrordine. Lo uccidiamo con 500 kg di tritolo sotto l’autostrada.

     

    Questo per chi scrive è un fatto fondamentale, da appuntare nel nostro blocco notes.

     

    E passiamo quindi alla seconda puntata delle nostre “cose su Falcone”.

     


    Il “diario” di Salvatore Parlagreco.

     

    Salvatore Parlagreco, giornalista e scrittore siciliano, è autore di inchieste, romanzi, antologie e saggi. Il suo sito personale è denso di contributi.

    Pochi giorni dopo la strage di Capaci, Parlagreco raccontò le giornate convulse e inquietanti che seguirono alla morte di Giovanni Falcone e, successivamente, alla tragedia di Via D’Amelio, in un diario, pubblicato parzialmente sulla rivista Cronache parlamentari siciliane.

     

    Oggi noi rileggiamo il capitolo 7, integrale, di quel diario.

     

     

     

    Diario/7

    L’Addaura, avvertimento o fallito attentato, e’ l’anteprima di Capaci. O lo scenario di riferimento.

     

    di Salvatore Parlagreco

     

     

    Falcone indagò sulla Contrade in marzo del 1991. Dieci milioni di dollari, scomparsi nel passaggio fra un conto cifrato e l’altro. È la stessa somma depositata in una banca di Mendrisio dal boss di Bagheria Leonardo Vitale? Se le cose stanno così bisogna tornare indietro al fallito attentato dell’Addaura del 21 giugno 1989, che seguì l’interrogatorio di Leonardo Greco e a quella sua strana frase «Lei è troppo abbronzato, giudice».

     

    Si sa come è andata. La magistratura italiana e lo stesso Falcone non hanno mai creduto né alla simulazione né all’avvertimento. Ed è stata l’ipotesi della simulazione a rendere poco credibile anche l’ipotesi dell’avvertimento. Molto curioso: fra le carte, le testimonianze, le soffiate non c’è nulla che autorizzi a ipotizzare la simulazione.

     

    Le parole di Leonardo Greco non bastano per avvalorare l’ipotesi di un avvertimento. Ma come escludere che il boss bagherese usasse una efficace metafora per fare capire senza dire nulla di compromettente? Uccidere Falcone era un cattivo affare anche allora, nel 1989, non soltanto in maggio del 1992. Ma fu Falcone il primo a non credere all’avvertimento.

     

     «Tra i rari attentati falliti, voglio ricordare quello organizzato contro di me nel giugno 1989” , egli scrive nel suo libro “Cose di Cosa Nostra”, “Gli uomini di Cosa Nostra hanno commesso un grosso errore, rinunciando all’abituale precisione e accuratezza pur di rendere più spettacolare l’attacco contro lo Stato. Al punto che qualcuno ha concluso che quell’attentato non fosse di origine mafiosa. Capita anche ai mafiosi di sottovalutare l’avversario, volere strafare…».

     

    Tuttavia è lo stesso Falcone ad osservare nella pagina successiva: «I   messaggi   di   Cosa   Nostra   diretti   al   di   fuori dell’organizzazione informazioni, intimidazioni, avvertimenti mutano stile in funzione del risultato che si vuole ottenere. Si va dalla bomba al sorrisetto ironico, accompagnato dalla frase: “Lei lavora troppo, fa male alla salute, dovrebbe riposare”».

     

    «Greco entrò nell’ufficio di Falcone con atteggiamento arrogante, ricorda in tribunale, a Lugano, il sostituto procuratore Carla Del Ponte. Era abbigliato in modo impeccabile. Pareva uscito da un Grand Hotel più che dal carcere. Si sedette con uno sguardo da far rabbrividire e con un forte accento siciliano si rivolse a Falcone: Signor giudice, vedo che lei troppo abbronzato è. Poi passò in rassegna tutti i presenti fino a chiedere: Chi di voi altri è il procuratore Del Ponte?».

     

    Sono le 11,30 del 20 giugno 1989, L’Eco di Locarno ne diede notizia in luglio del 1989.

     

    Il procuratore di Lugano, Venerio Quadri, in una intervista al giornale svizzero riferì che già in passato i magistrati svizzeri avevano ricevuto «segnali di stampo mafioso».

    Se si trattò di avvertimento, esso non raggiunse l’obiettivo, fare desistere Giovanni Falcone dall’interessarsi delle banche svizzere; tuttavia la mafia dimostrò di potere arrivare ovunque quando voleva e di potersi servire di terribili, spettacolari strumenti di distruzione. Un risultato, perciò, l’ottenne.

     

    Ci furono, è vero, altri tentativi di uccidere Falcone (uno, addirittura, in carcere), ma l’Addaura, avvertimento o fallito attentato, resta lo scenario di riferimento per capire Capaci: ci sono i santuari svizzeri, le magistrature dei due paesi impegnati, i colossali affari coperti da conti cifrati e la temerarietà dei killer, la spettacolarità del gesto.

    Riciclaggio dunque. E mafia, narcotraffico, sportelli svizzeri.

     

    Ma il denaro segue anche le rotte dell’est. Venerdì, 5 giugno, le notizie provenienti da Mosca riconducono al riciclaggio di denaro in Svizzera. Il procuratore generale di Mosca, Valentin Stepankof, racconta ad alcuni magistrati italiani che la mafia siciliana ha stretto solide alleanze con le famiglie cecene in Russia. I ceceni sarebbero incontrastati padroni del crimine organizzato a Mosca.

     

     Il primo ad avvertire la pericolosità di ciò che stava avvenendo, dice Stepankof, fu Giovanni Falcone. Che cosa lo insospettì? Negli ultimi due anni, dal 1989 al 1991, si svolsero colossali operazioni finanziarie fra l’Italia e la Russia. Ingenti capitali affluirono verso Mosca: una Moskow-Connection, sulla quale Falcone voleva vedere chiaro. Parlò, infatti, con Stepankof e preannunziò un suo viaggio a Mosca. Questa determinazione deve avere impressionato Stepankof: all’indomani della strage di Capaci egli non fece mistero dei suoi sospetti, rivelando le intenzioni di Falcone. Secondo Stepankof, le parole gli sono state attribuite dai giornalisti e vanno considerate con prudenza, a Falcone si voleva impedire di andare a Mosca. La ferocia della lotta politica in corso nella Russia consiglia altrettanta prudenza.

     

    Lo scetticismo, tuttavia, mi pare eccessivo.

     

    Attraverso investimenti pilotati dai ceceni e i meccanismi usati dal Pcus per finanziare i partiti fratelli, milioni di dollari viaggiavano verso Lussemburgo e Svizzera grazie ad alcune società italiane. Con quali canali? Sicuramente assai riservati, necessariamente complessi, difficili da controllare anche per le autorità sovietiche.

     

    Le indagini sui finanziamenti sovietici ai partiti italiani percorrono una pista che,  stando ai fatti, non s’incrocia in nessun punto con l’attività di Giovanni Falcone. Non la lambisce, non la suggerisce. Ma i soldi arrivavano in Italia ed erano tanti. C’era un conto in Svizzera, intestato ad un uomo insospettabile.

    Chi era il titolare del conto?

     

    Erasmo Ionta, il sostituto procuratore che si è occupato del caso Moro, racconta l’incontro di Stepankof con Falcone a Roma. Avevano deciso di archiviare le indagini in corso sui finanziamenti della Cia e del Pcus a movimenti e partiti italiani, ricorda, «poi è arrivato in Italia improvvisamente Stepankof che va da Falcone e dice: l’istruttoria che stiamo conducendo noi a Mosca è entrata in una fase diversa. Però entro una data quasi invalicabile: non oltre l’8 giugno».

     

    Perché l’8 giugno?

     

    «Non l’abbiamo mai capito… Così siamo partiti per Mosca».

     

    Un altro magistrato titolare dell’inchiesta sulla Gladio Rossa, sta per salire sull’aereo per Roma e viene avvicinato dal ministro dell’informazione Poltaranim. «Nel ’74, rivela Poltaranim, 19 militanti comunisti sono stati addestrati in Russia su richiesta del Pci».

     

    È il nuovo modo di congedarsi dagli ospiti stranieri? lonta non crede a Poltaranim «a meno che non esistano carte autentiche. Ci siamo chiesti perché quelle rivelazioni sono state fatte mentre eravamo a Mosca… O si tratta di polverone o un segnale…».

    «E i documenti consegnati dai russi, che cosa contengono?» gli chiedono.

    «Ci aspettiamo di trovare l’elenco delle imprese commerciali collegate con il Pci».

    L’atto di cortesia internazionale che ha consentito ai magistrati italiani di portare a casa i documenti fu propiziato da Giovanni Falcone.

    Sabato 13 giugno, il quotidiano Moskovski Komsomoliets afferma che «alcune ore prima della sua tragica morte, il giudice Giovanni Falcone trasmise al Procuratore capo di Roma, Ugo Giudiceandrea, informazioni sui contatti speciali che il Pcus aveva con il Pci».

     

    La fonte di questa informazione? Ignota. L’unica cosa certa è la volontà di far sapere.

     

    L’intrigo politico moscovita rimbalza in Italia. Giovanni Falcone non può evitare di occuparsi della questione. È il direttore degli affari penali del ministero di Grazia e giustizia. I bisogni di Mosca si sommano a quelli di Roma. La conseguenza è che Giovanni Falcone deve, ancora una volta, prendere le castagne dal fuoco con le sue mani. Giusto come è accaduto per i santuari svizzeri e la ricerca dei codici cifrati. Sulla mafia sovietica ha accumulato una utile esperienza, che fatalmente gli affida un ruolo di primo piano, quindi «a rischio».

     

    «Argumenti i Fakti», altro giornale russo, racconta l’incontro del giudice Telman Gdlian con Giovanni Falcone. Gdlian ha condotto una inchiesta sulla mafia del cotone uzbeka, meritandosi la fama di giudice antimafia. «Argumenti i Fakti» scrive che Gdlian sospetta una connessione Pois-mafia siciliana.

     

    Il percorso del denaro è tortuoso e si insinua ovunque; in più sembra seguire due livelli paralleli, uno ufficiale e un altro, del quale si sa poco e si può solo sospettare un tracciato che si muove lungo le vicende della guerra non dichiarata fra americani e sovietici, europei dell’ovest e dell’est, asiatici e mediorientali.

     

    Una guerra combattuta con strumenti e risorse non confessabili – armi, droga, corruzione, delitti -e uomini che agiscono nell’ombra, fuori dalle responsabilità dei governi e devono affidare i loro disegni ad organizzazioni criminali, bande di mercenari, killer e politici corrotti. In questo mondo fetido, una specie di replicante della terra, il diritto e la legge non esistono, la vita umana non ha alcun valore, il successo non ha prezzo: Falcone con la sua auto blindata e i suoi angeli custodi appare un vaso di coccio, un fuscello che può essere spazzato via quando e dove si vuole.

     

    È stata la mafia ad ammazzarlo?

     

    Sono disposto a crederci, a patto che questa mafia non divenga un comodo luogo della coscienza dove depositare tutte le scorie dell’umanità.

     

     
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    enrix 00:45 on 29 October 2009 Permalink | Rispondi
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    COSE SU FALCONE DIMENTICATE 

    E mentre ci propinano papelli-patacca, improbabili teorie su magistrati uccisi con un quintale di T4 perché contrari ai contatti fra i carabinieri e Vito Ciancimino, e miracolosi riflussi  di memoria di mafiosi che stanno per diventare eroi, noi ci permettiamo di ritirare fuori alcune

     

    COSE SU FALCONE CADUTE NELL’OBLIO

     

     

    Roma, 8 novembre 1999
    Documento audiovisivo della presentazione del volume di Valerio Riva "Oro da Mosca" (Edizioni Mondadori) con la partecipazione del sen. Giulio Andreotti, dell’on. Antonio Martino e di Valentin Stepankov (nella foto), deputato alla Duma ed ex procuratore generale della Russia (QUI
    il documento integrale).

     

     

    Trascrizione:

    VALERIO RIVA:  Potrei allora fare un’altra domanda, al Procuratore …. (…) …vorrei sapere una cosa.

    Lei ha raccontato che cosa è successo quando è andato in Svizzera o quando è andato in altri paesi a chiedere qual era la fine di questi soldi, se erano stati ricevuti e che cosa era successo.

    Abbiamo avuto (rivolto ai giornalisti – ndr)  un pranzo ieri sera, in pochi, con Stephankov, e Stephankov ci ha detto anche quali erano i paesi… per esempio il paese dove si diceva che il segretario del partito comunista locale era una persona al di sopra di ogni sospetto era il Portogallo,  e il segretario era  Cunhal chi si poteva immaginare che non si era veramente messo in tasca i soldi…

     

    Però, (rivolto di nuovo a Stephankov – ndr) quando voi siete venuti in Italia, voi avete avuto a che  fare,…. anzi credo proprio lei, che è venuto in un viaggio lampo, mi pare, in italia, proprio nel 93 se non mi sbaglio, avete parlato con dei magistrati italiani, credo che lei li ricordi per bene.

    E prima di tutto avete avuto una serie di abboccamenti con Giovanni Falcone.

     

    Ecco se lei ci raccontasse quali sono stati i vostri rapporti con Falcone, prima, e poi con gli altri magistrati italiani e che cosa vi hanno risposto alla domanda: “dove sono andati a finire questi soldi?”,   forse sarebbe molto interessante per i nostri amici giornalisti.

     

    STEPHANKOV: Come avevo già detto, prima noi avevamo inviato nelle Procure di alcuni stati una rogatoria con i materiali, appunto, sui soldi inviati ai comunisti dei loro paesi.

     

    Lo stesso tipo di rogatoria abbiamo inviato anche in italia, e la Procura italiana guidata da Giudiceandrea, ha fatto le verifiche del caso, e poi abbiamo ricevuto un documento, una lettera da parte loro.

    In questa lettera si diceva che sono stati preparati alcuni documenti, alcuni materiali che ci avrebbero aiutato ad andare avanti nella nostra inchiesta.

     

    Dopo aver ricevuto i materiali inviati da noi,  loro hanno espresso il desiderio di  analizzare, di studiare questi documenti, gli originali di questi documenti, sul posto, e cioè a Mosca.

     

    Una delegazione della Procura italiana era venuta in Russia, gli abbiamo dato la possibilità di analizzare i documenti che sono stati già acquisiti dai…dagli inquirenti russi. Hanno visto non solo le ricevute, ma anche i verbali degli interrogatori dei funzionari che raccontavano dei metodi di quest’invio dei soldi, come venivano spediti, consegnati questi soldi all’estero.

     

    Dopodichè noi siamo stati invitati, la parte russa è stata invitata dai colleghi italiani, e noi siamo venuti in italia.

    E i nostri colleghi italiani ci hanno consegnato dei materiali, praticamente i documenti con la risposta alla nostra  rogatoria. Però sottolineo: in quella parte dell’inchiesta ci interessava un aspetto solo: se i soldi erano giunti all’estero, e se erano ricevuti qui in Italia, e non nascosti su un conto segreto per, diciamo, seguire gli interessi russi.

    Questi documenti sono stati consegnati, diciamo, ufficialmente. C’è stata una sorta di seduta per la consegna dei materiali, ci hanno spiegato che sono stati eseguiti degli interrogatori, e sono state confermate le consegne, la ricevuta di questi soldi.

     

    Certo, non posso adesso raccontarvi i dettagli di questi documenti, perché sono passati ormai sette anni, mi ero un po’ scordato.  Ma che cosa è successo poi con i soldi, che fine hanno fatto i soldi in Italia, non faceva parte della nostra inchiesta.

    Questa tavola rotonda forse è troppo breve e potremmo fare tante domande ai giudici, ai procuratori, ma non a quelli russi….per quanto riguarda…ecco……invece volevo dire qualcosa per quanto riguarda l’incontro con Falcone.

     

    Ho avuto due incontri col giudice Falcone. E’ difficile dire se si sia trattato di incontri ufficiali o meno.

     

    Ci siamo conosciuti nel suo ufficio… l’impressione che ho avuto da questo incontro, è di avere davanti a me un uomo preso completamente dal proprio lavoro, dai problemi che gli stanno davanti…completamente preso da tutto quanto, da questo lavoro. Abbiamo parlato più di un ora, e durante questo colloquio, io gli ho raccontato…senza consegnargli nessun documento, (gli ho detto che li avevo già consegnati ai giudici di Roma), l’ho semplicemente informato sui metodi che venivano utilizzati per la consegna dei soldi in Italia, e lui mi ha risposto che il presidente Cossiga gli ha chiesto di chiarire le circostanze che riguardavano le questioni che avete adesso posto voi, cioè dove andavano, che fine facevano questi soldi, per che cosa venivano spesi.

     

    Io anche avevo invitato il giudice Falcone a visitare il nostro paese per vedere altri documenti,  per approfondire queste questioni, e noi eravamo molto felici di ospitarlo.

     

    Quando sono tornato in Russia gli ho mandato un invito ufficiale… abbiamo anche ricevuto una sua conferma della visita, ma dopo un telegramma per la conferma, appunto, della visita, abbiamo saputo della tragica morte del Giudice Falcone.

     

    Secondo appunto l’intesa che avevamo…secondo l’intesa per la visita, praticamente la morte di Falcone è avvenuta tre settimane prima della visita ormai programmata. (continua – prossimamente il seguito della trascrizione su “COSE SU FALCONE CADUTE NELL’OBLIO – 2)

     

    Repubblica — 19 giugno 1992   pagina 20   sezione: CRONACA

    PER L’ ASSASSINIO DI FALCONE ANCHE UNA PISTA ESTERA

    ROMA – La decisione di uccidere Giovanni Falcone e l’ organizzazione dell’ attentato "non sono stati soltanto opera della mafia siciliana". Lo ha affermato il ministro dell’ Interno Vincenzo Scotti in una colazione offertagli dall’ associazione della stampa estera in Italia. Secondo quanto riferito da uno dei partecipanti – il direttore della Efe di Roma, Nemesio Rodriguez, in una lunga nota dell’ agenzia spagnola – Scotti si è detto convinto che "l’ assassinio di Falcone è un delitto chiaramente commesso dalla mafia, che va molto al di là dei confini nazionali. (…) la mafia non può essere considerata, come ha fatto la stampa straniera nei giorni della strage, soltanto un problema italiano E’ invece un problema internazionale perché internazionali sono i rapporti di Cosa Nostra, internazionali i suoi interessi e complicità, su scala internazionale le sue operazioni di riciclaggio. E’ questo il ragionamento che ho proposto ai corrispondenti stranieri. Proprio per questo le indagini non possono chiudersi soltanto a Palermo. Abbiamo il dovere di prendere in considerazione qualsiasi pista e orizzonte investigativo". "La decisione e l’ organizzazione dell’ attentato – aveva scritto la Efe riferendo le parole di Scotti – non furono effettuate unicamente a Palermo, ma è stata una operazione messa in atto dalla mafia siciliana e dalle organizzazioni criminali di altri Paesi: non esistono al mondo molti in grado di organizzare questo tipo di attentato. Il tipo di delitto, le modalità di realizzazione, la scelta dei tempi – aveva aggiunto Scotti, sempre secondo il giornalista della Efe – non consentono di limitare tutto ciò ad un caso esclusivamente palermitano. Gli interessi della mafia sono troppo grandi".

     

     

    Repubblica — 27 ottobre 2009

     

    Il procuratore parla davanti alla Commissione antimafia e rilancia
    "Resta il sospetto che l’attentato non sia stato opera solo di Cosa nostra"

    Grasso: anche un’entità esterna dietro la strage di Capaci

     ROMA – La strage di Capaci fu opera di Cosa nostra, ma resta il sospetto che ad essa abbia partecipato "un’entita esterna". Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia rilancia i dubbi sul fatto che l’uccisione di Giovanni Falcone sia completamente riconducibile alla mafia. Grasso lo ha fatto parlando davanti alla Comissione nazionale antimafia: "Non c’è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta siano state commesse da Cosa Nostra – ha detto Grasso – . Rimane però l’intuizione, il sospetto, chiamiamolo come vogliamo, che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia".

     

    I dubbi del procuratore Davanti alla commissione, dopo aver citato numerosi passaggi delle sentenze sulla vicenda, il procuratore si pone un quesito che gira ai commissari: perché si passò dall’ipotesi di colpire Falcone mentre passeggiava per le strade di Roma all’attentato con 500 chilogrammi di esplosivo, collocato a Capaci? La scelta dell’attentato, ha detto Grasso, ha una modalità "chiaramente stragista ed eversiva". "Chi ha indicato a Riina queste modalità con cui si uccide Falcone? Finchè non si risponderà a questa domanda sarà difficile cominciare ad entrare nell’ordine di effettivo accertamento della verità che è dietro a questi fatti", ha aggiunto il procuratore.

     

    L’elenco dei bersagli In precedenza, Grasso aveva ricordato che inizialmente Falcone era in un elenco di obiettivi da colpire a Roma, elenco che comprendeva anche il ministro Martelli, il giornalista Andrea Barbato e Maurizio Costanzo. Oltre a fare i sopralluoghi per colpire Costanzo, i mafiosi a Roma frequentavano noti ristoranti per verificare se il giudice vi andasse a cena.

     

    Il cambio di strategia Secondo la ricostruzione di Grasso, a un certo momento, nel marzo 1992, il mafioso che era stato incaricato di eseguire i sopralluoghi venne informato da Totò Riina che non c’era più bisogno di colpire Falcone a Roma, perché si era "trovato qualcosa di meglio".

     
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    enrix 02:35 on 28 October 2009 Permalink | Rispondi
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    Sull'intervista del TG3 a Piero Grasso 

    FORSE UN’ALTRA PICCOLA MISTIFICAZIONE.

    MA VEDIAMO DI RIMETTERE LE COSE A POSTO.

     

    Sollecitato da un’utente in facebook, sono andato a ricercarmi sul web l’intervista trasmessa dal TG3 serale del 18 ottobre scorso al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, intervista che ha suscitato non poche polemiche.

    L’ho trovata sia su Youtube QUI che nel sito del TG3, QUI.

    Pertanto consiglio di visionarla, dura solo 2 minuti e mezzo:

     

    Nel rivederla, mi sono reso conto che la versione trasmessa al pubblico doveva essere stata soggetta a tagli e/o  montaggi, poiché mancava la ben nota parte di cui hanno parlato i giornali, relativa al progetto da parte della mafia di uccidere alcuni politici, fra cui Martelli ed Andreotti.

    Evidentemente i giornalisti avevano potuto fruire in qualche modo di una versione più completa.

     Sono andato allora a rileggermi i giornali, ed ho scoperto stralci di virgolettato effettivamente non visibili nel filmato trasmesso da TG3, per cui ci ho dato sotto a ricomporre come potevo l’intervista prendendo sia da ciò che era visibile nei filmati, sia dai virgolettati omessi ma comparsi sui giornali, cercando di dare al tutto un senso compiuto.

    Ho riscritto in colore blu la rendicontazione riassuntiva del Corriere della sera del 19 ottobre (pag. 23), in rosso i virgolettati nello stesso articolo (che si presume siano parole originali di Grasso) ed in nero le parti trasmesse nel TG3, che sono sicuramente autentiche perché udibili con le nostre orecchie.

    Ecco il risultato:

    Grasso afferma che nelle carte processuali esisteva già un «papellino», un appunto con le richieste dei boss, precedente al «papello» trovato fra i documenti di Vito Ciancimino. E questo «papellino» rivelava un tentativo di Cosa nostra di entrare in contatto col potere politico. Potrebbe «essere stato consegnato ai carabinieri del Ros, al colonnello Mori, il quale nega l’ episodio, da uno strano collaboratore dei servizi». L’ appunto di questo equivoco personaggio chiedeva nientemeno che «l’ abolizione dell’ ergastolo per i boss Luciano Liggio, Giovambattista Pullarà, Pippo Calò, Giuseppe Giacomo Gambino e Bernardo Brusca». Tutte richieste assurde di cui nessuno tenne conto. Ciò che venne offerto ai boss in cambio della loro resa fu «un ottimo trattamento per i familiari, un ottimo trattamento carcerario e una sorta di giusta valutazione delle responsabilità». Vito Ciancimino valutò queste offerte troppo esigue, invece di riferirle ai boss cercò di prendere tempo. Riina invece voleva accelerare la trattativa e per dimostrare che faceva sul serio aveva progettato un attentato allo stesso Pietro Grasso che a quel tempo era procuratore di Palermo. L’ attentato non venne realizzato per «un disguido tecnico» e poi perché Riina fu arrestato. "Anche via D’Amelio - sospetta Grasso - potrebbe essere stata fatta per ‘riscaldare’ la trattativa. In principio pensavano di attaccare il potere politico e avevano in cantiere gli assassinii di Calogero Mannino, di Claudio Martelli, Giulio Andreotti, Carlo Vizzini e forse mi sfugge qualche altro nome. Cambiano obiettivo probabilmente perché capiscono che non possono colpire chi dovrebbe esaudire le loro richieste. In questo senso si può dire che la trattativa abbia salvato la vita a molti politici".  …(?)  Il momento era terribile. Bisognava cercare di bloccare questa deriva stragista che era iniziata con la strage di Falcone e quindi questi contatti dovevano servire innanzitutto a questo, e poi ad avere degli interlocutori credibili.

    TG3: Quindi lei dice: è normale che lo stato tratti con esponenti di “cosa nostra” in certe situazioni particolari.

    GRASSO: Beh, il problema è di non riconoscere a cosa nostra un ruolo tale da essere al livello di trattare con lo stato. Ma non c’è dubbio che questo primo contatto ha creato delle aspettative in “cosa nostra” che poi hanno provocato ulteriori conseguenze.

    TG3 SU MONTAGGIO (domanda formulata su immagini della strage, quindi potrebbe anche non essere la domanda a cui risponde Grasso nel seguito del filmato):  Lei ha detto: La strage di Via D’Amelio potrebbe essere servita  per ‘riscaldare’ la trattativa.

    GRASSO: "Quando Riina dice a Brusca, ce lo riferisce Brusca, che ‘si sono fatti sotto’ vuol dire che è scattato il meccanismo di ricatto nei confronti dello Stato: la strage di Falcone ha funzionato in questo modo. Allora l’accelerazione probabile della strage di Borsellino può essere servita a riattivare, ad accelerare APPUNTO questa trattativa con i rappresentanti delle istituzioni"

     

    A questo punto, per capire più compiutamente il pensiero di Grasso, riporto anche una sua affermazione estratta da un’altra intervista, rilasciata a Fabio fazio (Che tempo fa) il 26 aprile (si può vedere QUI  min 0:33)

     

    DOMANDA DI FAZIO:Abbiamo appena letto sui giornali le dichiarazioni del pentito Spatuzza che rimettono in discussione la ricostruzione sino a qui fatta della strage di Via D’Amelio, cosa che tra l’altro era già stata ipotizzata, credo dal Procuratore Boccassini tanto tempo fa. Ecco, lei che idea si è fatto a proposito? Ma soprattutto che prospettive apre, che cosa cambiano queste dichiarazioni di Spatuzza rispetto alla vicenda?

    GRASSO: Bhè….intanto cambia una ricostruzione della scena del delitto e una ricostruzione anche di coloro che sono gli effettivi mandanti dentro alla mafia. Anche perché apre delle prospettive secondo le quali la strage di via D’Amelio, l’eccidio in cui persero la vita Paolo Borsellino e la sua scorta, potrebbe essere visto come l’inizio di una stagione stragista che poi proseguirà con le stragi nel continente, con l’attentato a Costanzo, con Firenze Roma, Milano e con quel fallito attentato all’olimpico a Roma che rimane appunto nel mistero.

     

    Bene. Ed ora, se si assemblano i punti salienti dell’intervista da me sottolineati, con quanto espresso dal procuratore nell’intervista di Fazio, emergerebbe che Grasso abbia ipotizzato una tale ricostruzione dei tempi e dei fatti:

    1)     La mafia decide di dare corso ad una “deriva stragista”, che per Grasso inizia con la strage di Falcone. In principio pensavano di attaccare il potere politico e avevano in cantiere gli assassinii di Calogero Mannino, di Claudio Martelli, Giulio Andreotti, Carlo Vizzini e forse altri. Ma poi la mafia cambia obiettivo probabilmente perché capisce di non poter colpire gli interlocutori che avrebbero dovuto affrontare le intimidazioni, nel senso, secondo le aspettative della mafia, di venire a trattativa a seguito  di tali intimidazioni. E quindi decidono di colpire altre figure dello stato: magistrati, che tra l’altro sono già da tempo nella lista nera dell’organizzazione. Grasso aggiunge: In questo senso si può dire che la trattativa abbia salvato la vita a molti politici”. E’ evidente che egli non intende la trattativa “in fieri”, poiché quando la mafia decise di colpire i magistrati anziché i politici, la “deriva stragista” iniziata con la strage di Falcone non era ancora iniziata, poiché è lapalissiano che tale decisione fu presa prima, in assenza di qualsiasi trattativa, che non poteva esistere non essendo ancora cominciate le stragi e quindi le intimidazioni.

    E’ quindi fuor di dubbio che egli ha inteso dire che le aspettative di una trattativa da parte della mafia,  hanno salvato la vita a molti politici (poiché eliminando il potere legislativo che avrebbe dovuto venire incontro alla mafia, veniva a mancare il soggetto principe della trattativa con cui la mafia sperava di raggiungere i propri scopi), e non la trattativa di per se stessa, perché letta in questo modo la frase non aveva alcun senso. Quando i mafiosi hanno deciso di non toccare i politici, e uccidere invece Falcone, non era ancora iniziata alcuna trattativa. Questa esisteva solo negli scopi dell’organizzazione criminale, fatto a cui si riferisce Grasso.

    2)     Dopo la strage di Falcone oppure dopo quella di Borsellino (non ci sono conferme di Grasso disponibili a questo proposito) uno strano personaggio dei servizi avrebbe consegnato, forse al colonnello Mori, un papellino dove si pretendeva l’abolizione dell’ergastolo per alcuni importanti mafiosi carcerati, si presume in cambio della cessazione degli attentati. Questo avrebbe rappresentato un tentativo di Cosa nostra di entrare in contatto col potere politico, e non, al contrario, un tentativo dello stato di entrare in contatto con cosa nostra., stando a come le parole di Grasso vengono riferite dal Corsera.

    3)     A questo punto Grasso ipotizza che la strage di Via D’amelio abbia avuto lo scopo di “riscaldare” la trattativa. Attenzione: potrebbe aver parlato di “riscaldare la trattativa” intendendo implicitamente dire di seguito, “dopo aver fatto pervenire papelli e papellini vari, nell’aspettativa di un’apertura dello stato” ma potrebbe voler dire anche “prima di far pervenire alle istituzioni papelli e papellini vari, per creare prima un clima caldo a tale scopo” . Quale delle due, dall’intervista non è dato capire esattamente perché Grasso non fornisce una dettagliata inquadratura della successione dei fatti. Ad un certo punto egli ipotizza anche che sia servita a "riattivare", però poi si corregge con "accellerare" la trattativa, intendendo secondo me "accellerare l’avvio" della trattativa. Inogni caso, se così non fosse, Grasso ha commesso un errore sui tempi. Noi però pensiamo alla seconda ipotesi, vuoi perché Grasso con Fazio ha definito l’eccidio di via d’Amelio come l’inizio di una stagione stragista, (quella quindi dove la mafia ricattò lo stato avanzando le sue richieste) ma vuoi soprattutto perché  se leggiamo con attenzione la deposizione di Brusca del 13 gennaio 98 vediamo che egli ha affermato:  "Dopo gli attentati a Falcone e Borsellino, Riina mi disse: "Si sono fatti sotto, pensa si sono mossi anche i servizi segreti per arrestarmi. Io gli ho presentato un papello di richieste lungo così e ora sto aspettando". Era l’ estate del ‘ 92 e per questo mettemmo un fermo agli attentati in attesa della risposta dello Stato".

          Quindi, a quanto dice Brusca si "erano fatti sotto" DOPO la strage di Via D’Amelio, e inoltre secondo la logica di Riina  sarebbe stata assurda la decisione di compiere in quel momento la strage di Via D’Amelio, (anzi, misero "un fermo"!) che evidentemente era avvenuta prima del “contatto”, rappresentando l’inizio di una “stagione stragista” che lo stato, nelle aspettative della mafia, avrebbe dovuto  vedere e trattare come tale.

    4)     In ogni caso Tutte le richieste furono ritenute assurde e  nessuno ne tenne conto. Quindi, di fatto, non ci fu nessuna trattativa, nel senso che lo stato non diede alcun margine di trattativa. Ciò che venne offerto ai boss in cambio della loro resa fu «un ottimo trattamento per i famigliari, un ottimo trattamento carcerario e una sorta di giusta valutazione delle responsabilità” che non significa trattare. Significa solo e semplicemente intimare la resa.

    5)     Queste condizioni vennero dettate a Vito Ciancimino dal colonnello Mori (Mori stesso l’ha affermato più volte, così come Vito Ciancimino davanti a Ingroia e Caselli: non c’era nulla di male), che ovviamente  valutò queste offerte troppo esigue, e invece di riferirle ai boss cercò di prendere tempo. Riina invece voleva accelerare la trattativa e per dimostrare che faceva sul serio aveva progettato un attentato allo stesso Pietro Grasso che a quel tempo era procuratore di Palermo. (Attenzione; non l’attentato in Via D’Amelio, che evidentemente c’era già stato, ma un nuovo attentato allo stesso Grasso). L’ attentato non venne realizzato per «un disguido tecnico» e poi perché Riina fu arrestato.

     

    E questo è tutto.

    Vi pare che la mia ricostruzione abbia un senso logico?

    Io direi di più. E’ la sola, ad avere senso logico.

    Altre composizioni del pensiero di Grasso, non sono possibili, perché contrastano sempre con qualche suo stralcio di dichiarazione.

    Prendiamo ad esempio l’interpretazione data da Massimo Fini, che ha scritto su “Il Gazzettino” del 23/10/09:  il  Procuratore Grasso  non ha escluso che nei primi anni ’90 ci siano stati contatti fra Stato e «Cosa Nostra» per salvare alcuni ministri nel mirino della mafia

    Lo vedete dunque, che svarione incredibile ha preso Fini nell’interpretare le parole di Grasso? Ma quando mai Grasso avrebbe detto che furono presi contatti tra lo stato e cosa nostra per salvare ministri? Niente di più falso, Grasso non ha mai detto nulla di simile. La mafia, secondo Grasso, decise, per conto suo e solo suo,  di non toccare i politici PRIMA di dar corso alle stragi, che iniziarono con Falcone.

    E i “contatti” iniziarono dopo.

    Questo capita, a tagliare e rimontare le interviste.

    Che poi gli opinionisti prendono lucciole per lanterne, e fanno figure del piffero.

     

    Ma soprattutto, ahimè, finisce che i cittadini vengono disinformati, e indotti a credere in cose false.

    Così poi si stupiscono se sentono Grasso che, in risposta alle polemiche, tuona: “non si può rimanere sconvolti da rivelazioni che non sono tali"

    Ma da rivelazioni capite male a causa di tagli video e rendiconti addomesticati o falsificati, come quello di Fini, si.

    Si può rimanere sconvolti.

    Per fortuna c’è qui il segugio che non molla la sua preda.

     

    Enrix.

     
    • aspis 22:47 on 28 October 2009 Permalink | Rispondi

      Gent.mo Sig. Enrix,

      continuo a seguirla con grande piacere e attenzione nei suoi articoli sempre precisi, arguti, ed è una mia impressione, anche intellettualmente onesti.

      Grazie.

      renzo
       
       
       

    • enrix007 09:34 on 29 October 2009 Permalink | Rispondi

      Grazie a lei, Renzo.

      Senza onestà intellettuale nelle indagini documentali non si va da nessuna parte.

      Ci si arena, come stanno facendo i magistrati con i papelli scritti da un falsario.

  • Avatar di enrix

    enrix 10:43 on 25 October 2009 Permalink | Rispondi
    Tags: , , , , , giuseppe barcellona, , , , , , , strage di capaci, , ,   

    DE PAPELLIBUS

    due papelli

    PREMESSA

    Questa volta, parliamo di papelli.

     


    E cerchiamo di parlarne in modo un po’ approfondito.

    1)    IL PRIMO A PARLARNE: GIOVANNI BRUSCA, IL “MEZZOPENTITO”.

    Il primo a parlare del papello dandone dettagli, fu il mafioso Giovanni Brusca.

    Il 10 settembre del 1996 davanti a 4 magistrati di Palermo, 3 di Caltanissetta e 2 di Firenze, in una saletta del carcere di Rebibbia, il boia di Capaci comincia a parlare.

    In quell’occasione Brusca rivela “che nell’ agosto del ‘ 92, quando l’ allora governo presieduto da Giuliano Amato prese delle dure contromisure nei confronti dei mafiosi "contemporaneamente sarebbe partito un tentativo di trattativa tra spezzoni dello Stato e lo stesso Riina". "Brusca sostiene che attraverso alcuni mediatori siciliani, schegge degli apparati istituzionali, forse in contatto con Andreotti  allora semplice senatore, avrebbero sondato il capo di Cosa nostra per sapere a quale prezzo sarebbe stato disposto a cessare le stragi. Riina avrebbe elaborato un "papello" e cioè un elenco di richieste: la sospensione del carcere duro, un ridimensionamento dell’ uso dei pentiti, la garanzia di aggiustare i processi" (DELITTI ECCELLENTI E TRAME DI STATO – Repubblica — 20 settembre 1996   pagina 18   Di FRANCESCO VIVIANO )

    Il 27 marzo 1997 Viviano ci fornisce altri dettagli di quell’interrogatorio:

    Dopo le stragi di Capaci e di via D’ Amelio Totò Riina "presentò il papello", una sorta di conto e condizioni e "qualcuno si fece vivo". Riina insomma, dopo i due attentati, avrebbe intrapreso una trattativa con settori delle istituzioni. (…) Secondo Brusca gli attentati di Falcone e Borsellino "si dovevano fare, però l’ occasione fu sfruttata a livello politico per dire: se non la smettete ora noi continuiamo a fare altre stragi e secondo me è nato questo contatto, cioè il famoso contatto del papello". Le stragi, secondo Brusca, furono un mezzo per "allacciare i rapporti", anche se l’ uccisione di Falcone e Borsellino era stata già decisa da tempo.(…) Brusca aggiunge che l’ uccisione di Falcone e Borsellino era stata deliberata da Riina durante una riunione con i cugini Nino ed Ignazio Salvo.(…) (‘RIINA TRATTO’ CON LO STATO’ Repubblica — 27 marzo 1997   pagina 22   di  Francesco Viviano )

    Una versione analoga delle rivelazioni di Brusca la fornisce lo stesso giorno Mignosi sul Corriere:

    “Il carnefice di Falcone dice che quell’attentato "si doveva fare", con un tono che lascia pensare a input venuti dall’esterno delle organizzazioni mafiose. E pure riferendosi a Borsellino fa capire che il "botto" fu inevitabile. Nelle 400 pagine (zeppe di omissis), depositate ieri dal pubblico ministero Luca Tescaroli al processo per la strage di Capaci, c’e’ tutta la verita’ di Giovanni Brusca sulle relazioni tra i capoccia corleonesi e ambienti istituzionali. Riferendosi ai massacri del maggio e del luglio 1992, Brusca dice che l’occasione fu sfruttata dai corleonesi a livello politico: "Se non la smettete, noi continuiamo a fare altre stragi", avrebbe detto Riina ai suoi misteriosi interlocutori in una riunione ad alta tensione, quella in cui a dei boss presento’ il "papello", parola siciliana che indica un conto da pagare. Trattando e discutendo, sostiene Brusca, si sarebbe raggiunta l’intesa. Cosi’ le morti di Falcone e Borsellino "diventarono il mezzo per allacciare nuovi rapporti". Ma siccome entrambe le condanne a morte erano gia’ state comunque emesse dalla cupola di Cosa nostra, il dichiarante chiude il capitolo con una battuta significativa: "Si e’ fatto, come si suol dire, un viaggio e due servizi". (…)” (Brusca: cosi’ ho ammazzato Falcone " E dopo le stragi, volute anche dai Salvo, Riina pote’ trattare con alcuni politici " (27 marzo 1997) – Corriere della Sera di Mignosi Enzo)

    Il giorno dopo sempre sul Corriere, Felice Cavallari fornisce nuovi dettagli sulle rivelazioni di Brusca:

    "La strage di Capaci? Fu per fermare Andreotti" Brusca: Riina disse che Falcone se lo portava sulla coscienza il senatore, aveva fatto troppi giochini. (…) Al procuratore aggiunto Paolo Giordano e al pubblico ministero Luca Tescaroli spiega: "Era un messaggio per Andreotti. Era come dire "Ti mannu stu messaggio, ora va scancialu". Visto che tu non ti sei voluto interessare, visto che ci hai voltato le spalle…". Il mancato interesse e’ legato alla conferma in Cassazione delle pene del maxi processo. Di qui il messaggio da scambiare ("scancialu"). Per onorare l’impegno. Ovvero perche’ l’impegno, o un nuovo patto, fosse onorato da altri. Ed e’ ad altri che Riina, secondo la ricostruzione di Brusca, presenta prima e dopo le stragi di Falcone e Borsellino il "papello", una sorta di minaccia e ricatto insieme. Per discuterne con "qualcuno" che nelle parole di Brusca diventa maccheronicamente "il spezzino". Non dice se sia un uomo di La Spezia. (…) Brusca: "Volevamo togliere ad Andreotti quella forza che aveva in Parlamento per non fare piu’ il galletto…". Pm: "Con chi ne parlava?". Brusca: "Con Riina, per dire che non gli avremmo fatto fare proprio il presidente della Repubblica". (…) E se continuava eravamo disposti ad uccidere pure il senatore Purpura (che e’ deputato regionale, ndr)… Poi scatta la sospensione, perche’ dopo la strage di Borsellino, e non so sotto quale profilo, Riina ha il contatto con il cosiddetto "il spezzino". Pm: "…un contatto dopo la strage Borsellino?". Brusca: "Dopo questo fatto Riina ha il contatto del famoso "papello", delle richieste, perche’ qualcuno ci dice "per finire queste cose, per finire queste cose, cioe’ per finire queste bombe cosa volete?", e viene il contatto e viene sospeso tutto. E non facciamo piu’ niente momentaneamente". Pm: "Lei vuol dire che c’era un collegamento politico con qualcuno che avrebbe suggerito anche gli attentati alle sezioni DC prima delle grandi stragi?". Brusca: "Qualcuno si e’ fatto vivo e si e’ creato il contatto, si e’ creato il collegamento". Pm: "Il discorso del papello e’ un’altra cosa?". Brusca: "No, per me e’ tutta unica… Cioe’ sono un’unica cosa le stragi Borsellino – Falcone con i 4 o 5 attentati…". Pm: "Qualcuno" c’e’ quindi anche prima delle stragi?". Brusca: "Mio fratello Emanuele si interessava di politica… si poteva rivolgere a Rino Lo Nigro". Pm: "Quale partito, quale corrente?" Brusca: "Forlaniana, cioe’ l’onorevole Russo… E Russo penso sia forlaniano… Dicevano che bisognava dare un’altra spinta per potere completare questa operazione…". Pm: "Chi lo diceva?". Brusca: "Biondino e Riina. Cioe’ bisognava un’altra spinta per completare. O era il politico che suggeriva…". Pm: "In che periodo lo dicevano?". Brusca: "Subito dopo le stragi…". Pm: "Perche’ legge questi attentati come prosecuzione di un disegno unico?". Brusca: "Lima, Ignazio Salvo… erano destinati a morire, cioe’ quella fascia doveva essere eliminata, vuol dire che c’era qualche altro… qualche altro filone nuovo che si stava meglio e che si doveva avere…". (" La strage di Capaci? Fu per fermare Andreotti " di Cavallaro Felice – 28 marzo 1997  - Corriere della Sera)

    Intanto lo stesso 28 marzo 97 Brusca continua a parlare nell’ aula bunker di Caltanissetta. Ce ne rendono conto ancora Repubblica e il Corsera;

     “Il boss di San Giuseppe Jato ha anche chiarito che cos’ è il "papello", il conto e le richieste che Totò Riina avrebbe avanzato, attraverso un intermediario, a settori delle istituzioni. Un conto che il capo di Cosa nostra avrebbe presentato dopo le stragi di Capaci e di via D’ Amelio. E dopo le uccisioni di Falcone e Borsellino, Riina, ha affermato Brusca, gli disse che "finalmente qualcuno s’ era fatto vivo". "E’ il famoso discorso del papello – ha specificato il boss – si erano fatti vivi gli uomini dello Stato, non so se politici, imprenditori e Riina gli presentò due fogli protocollo un ‘papello’ di richieste inerenti al 41 bis, la chiusura dei processi e altri vantaggi per Cosa nostra" (‘SEPARATISMO? PER RIINA, BOSSI E’ IRRESPONSABILE’ – Repubblica — 29 marzo 1997   pagina 25)  

    Lo stesso giorno invece il Corriere fornisce ulteriori importanti dettagli:

    Dopo quelle di Capaci e via D’Amelio, Riina penso’ ad una terza apocalittica strage. "E sarebbe bastata quella per vincere la guerra con lo Stato", rivela Giovanni Brusca al processo contro gli assassini di Falcone. Ma un "patto" fermo’ la terza strage. Un patto stipulato con "uomini delle istituzioni" tramite "qualcuno". Il mezzo pentito, un tempo pupillo di Riina, non sa con chi parlo’ il "dittatore" dei Corleonesi. Ma sa che presento’ il conto, che lui chiama "il papello". E spiega: "Consegno’ a "qualcuno" due fogli con le richieste per abolire il carcere duro ed altro". Un patto infranto dall’arresto dello stesso Riina, nel gennaio ’93. (…)  Dopo qualche tempo, invece, dice: "Finalmente si sono fatti sotto". E’ il discorso del papello. Si erano fatti vivi uomini dello Stato. Non so se politici, imprenditori, avvocati o massoni. Riina gli presento’ due fogli scritti, il "papello" su 41 bis, chiusura processi, e richieste inerenti Cosa Nostra. Lui pensava per tutti". (…)  (Brusca: quel patto con lo Stato – di Cavallaro Felice Pagina 10 - 29 marzo 1997 – Corriere della Sera)

    Il 30 luglio 97 Attilio Bolzoni su  Repubblica ci riporta alcuni nuovi stralci del famoso verbale di interrogatorio di Brusca del 10 settembre 1996, raccolto a Rebibbia:

    "Totò Riina mi disse che aveva fatto un papello di richieste dirette a una persona che non so indicare e che si attendevano risposte. Si tratta della vicenda dei ‘contatti con lo Stato’ …Ricordo che verso la fine del 1992, Salvatore Biondino ci disse che ci sarebbe voluto qualche altro ‘colpo’ per indurre lo Stato a scendere a patti. Il Riina, invece, aveva detto che bisognava fermarsi in quanto le trattative erano in corso…". Giovanni Brusca (…) spiega quali erano quelle richieste. "Consistevano nella modifica della legge Rognoni-La Torre, della legge Gozzini, nella riapertura del maxi e di qualche altro processo… credo anche che ci fosse qualche richiesta inerente la legge sui pentiti, e anche altre richieste per far uscire dal carcere alcuni vecchi mafiosi in cagionevoli condizioni di salute(…)  "Voglio ribadire che io ero a conoscenza del fatto che Totò Riina aveva dei contatti per far cessare le stragi, ma non so dire con chi…i contatti del Riina erano quelli del papello di cui ho parlato prima, ma non posso escludere che ne avesse altri, probabilmente su Palermo…Non so dire a chi sia stato consegnato il papello ma sono sicuro, per avermelo detto lo stesso Riina, che il papello fu effettivamente consegnato a qualcuno, anche se la risposta alle richieste che noi avevamo avanzato era stata negativa… (IL ‘PAPELLO’ DI RIINA PER TRATTARE CON LO STATO  di A. B. Repubblica — 30 luglio 1997   pagina 4 )

    Ma lo stesso 30 luglio, sempre su Repubblica in un trafiletto di Marina Garbesi fa capolino per la prima volta, non si sa come e perché, una descrizione diversa delle tempistiche che avrebbe fornito Brusca relativamente alla presentazione del papello:

    “ Brusca cita un ‘famoso papello’ , una carta di richieste vergata da Totò Riina da presentare alle "autorità" dopo la strage di Falcone nel maggio del ’92. Non entra nel dettaglio Brusca, le indagini sono ancora in corso, ma si apprende che il papello riguardava una revisione del carcere duro per i boss e della legge sui pentiti.  (…) (‘UCCIDEVAMO I SUOI RIVALI MA POI ANDREOTTI CI TRADI’ – Repubblica — 30 luglio 1997   pagina 4  di Marina Garbesi)

    E pensare che lo stesso giorno sempre su Repubblica e nella stessa pag. 4, nell’articolo citato in precedenza, Bolzoni aveva pure scritto:Il papello è un documento che Cosa Nostra avrebbe "presentato" a pezzi dello Stato italiano dopo l’ uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.”

    Quindi su Repubblica, lo stesso giorno e sulla stessa pagina, a proposito della “presentazione del papello” la Garbesi parla del maggio 92, e Bolzoni di un periodo successivo al luglio 92.

    Il 13 gennaio 1998, Brusca riprende a parlare, correggendo leggermente il tiro.

    Ce ne rende conto il Corsera del 14 gennaio:

    “Obiettivo era quello di costringere lo Stato ad accettare le richieste di Cosa nostra: una trattativa sotterranea sarebbe stata avviata dopo l’uccisione di Giovanni Falcone. "Si sono fatti sotto – avrebbe detto Toto’ Riina a Brusca nell’estate 1992 -, gli ho presentato un "papello" (un conto da pagare, n.d.r.) di richieste lungo cosi’ e ora aspetto una risposta". "Non so chi c’era dall’altro lato del tavolo, Riina non me l’ha detto – ha affermato Brusca -, non so se si tratti di magistrati, poliziotti, carabinieri o massoni. Conoscendo chi gravitava intorno a Riina, posso dire pero’ che la persona che puo’ aver stilato il "papello" potrebbe essere il dottor Antonino Cina’ (medico di Riina ndr), forse con Ciancimino o altri".” (" La mafia progetto’ di avvelenare le merendine da bar " – 14 gennaio 1998  - Corriere della Sera)

    Quindi per la prima volta nelle deposizioni di Brusca, spuntano i carabinieri, che prendono il posto dei politici, imprenditori e avvocati .

    Non si comprende bene però se il Corsera intende dire “dopo l’uccisione di Giovanni Falcone” nel senso di “subito dopo e quindi prima di quella di Borsellino”, o “genericamente dopo”.

    Brusca parla di “estate 1992”. Comunque lo stesso giorno su Repubblica, secondo Gianluca Monastra, Brusca avrebbe invece confermato le  precedenti versioni sulle tempistiche:

    “Brusca chiama in causa il boss dei boss, e apre il sipario su una oscura trattativa fra Totò Riina e lo Stato. I termini erano: la riapertura dei processi, le leggi straordinarie, l’ offensiva antimafia non piacevano a Cosa Nostra che quindi tentò di entrare in contatto con misteriosi agganci nelle istituzioni per alleggerire la pressione. "Dopo gli attentati a Falcone e Borsellino, Riina mi disse: "Si sono fatti sotto, pensa si sono mossi anche i servizi segreti per arrestarmi. Io gli ho presentato un papello (in dialetto un conto da saldare ndr), di richieste lungo così e ora sto aspettando". Era l’ estate del ‘ 92 e per questo mettemmo un fermo agli attentati in attesa della risposta dello Stato". Brusca aveva già parlato del papello di Riina, ma questa volta lo descrive meglio, anche se continua a non intaccare la zona d’ ombra che nasconde il volto degli interlocutori del boss: "Non so chi c’ era dall’ altro lato del tavolo. Non so forse magistrati, poliziotti, carabinieri, massoni. Conoscendo chi gravitava intorno a Riina, posso dire però che la persona che può aver stilato il papello potrebbe essere il dottor Antonino Cinà".” (Le merendine avvelenate dalla mafia – Repubblica — 14 gennaio 1998   pagina 12 – di Gianluca Monastra)

    Ed arriviamo finalmente alla metà di settembre del 1998. Brusca depone a Como all’udienza per Via D’Amelio, e stravolge tutte le versioni date in precedenza, spostando l’attenzione sul periodo compreso fra l’attentato a Falcone e quello a Borsellino, e ponendo così le basi per la nuova versione dei fatti, quella sostenuta oggi dai PM: Borsellino sarebbe stato ucciso perché contrario alla trattativa. Con la versione dei fatti data in precedenza e sino ad ora, sostenere ciò sarebbe stato impossibile. Inoltre, dopo aver negato sino ad oggi di conoscere gli interlocutori di Riina, questa volta fa persino i nomi, che vengono segretati. Ce ne fornì il resoconto il Corriere:

     “Cosa Nostra tento’ nel 1992 di scendere a patti con lo Stato avviando due trattative: in cambio della restituzione di opere d’arte rubate, Brusca tento’ di ottenere benefici per suo padre e per altri detenuti; Riina cerco’ invece la revisione del maxiprocesso e, tra l’altro, di far abolire l’ergastolo. Tutte e due le trattative non ebbero risultati e si chiusero prima della strage di via D’Amelio. Questo il contenuto delle dichiarazioni di Giovanni Brusca all’udienza di ieri del processo bis per l’assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta, che si e’ tenuta a Como per motivi di sicurezza. Secondo i pm nisseni la strage doveva servire a spingere le istituzioni a scendere definitivamente a patti con la mafia. Brusca ha parlato del "papello", un elenco di richieste che Riina consegno’ a "persone delle istituzioni". Gliene parlo’ lo stesso Riina, "subito dopo la strage di Capaci, nel mese di giugno". Brusca avrebbe anche indicato, nei verbali ancora coperti da omissis, i nomi degli interlocutori del capo di Cosa Nostra. Il discorso nacque, ha detto, perche’ "io stavo trattando con un certo Bellini. Dovevamo fare uno scambio di quadri perche’ Bellini diceva che quando lo Stato recupera opere d’arte rubate non e’ che cadano dal cielo, dietro c’e’ sempre una trattativa. Io chiesi se era possibile avere qualche cosa per i detenuti, mi riferivo a mio padre, Luciano Liggio e gli altri. Chiesi a Riina del materiale e lui aggiunse alla lista Pippo Calo’ e mi fece avere delle foto Polaroid". Poi pero’ accadde qualcosa. "A un certo punto Riina mi stoppo’ e disse che lui aveva in corso una trattativa e che aveva consegnato un papello". Ma il "papello" torno’ indietro: "Gli dissero che eravamo pazzi, che avremmo avuto solo qualche cosa". Brusca dice di non aver letto la lista delle richieste ma ritiene che tra esse vi fossero la revisione del maxiprocesso, l’attenuamento del 41 bis, e altri benefici. La risposta negativa provoco’ la strage. (…) (" Riina voleva trattare con lo Stato offrendo di restituire opere d’ arte " – 15 settembre 1998 – Corriere della Sera)

    Quindi qui Brusca propone una versione nuovissima e diversissima dei fatti relativi alla “trattativa”. Il rifiuto delle condizioni postulate da Riina nel papello da parte delle “persone delle istituzioni”, avrebbe fatto incazzare Riina, che chiuse immediatamente la trattativa e per rappresaglia ordinò la strage di Via D’Amelio. E non era vero che Brusca non conosceva gli ambasciatori. Li conosceva e ha fatto pure i nomi.

    Pare uno di quei libri-gioco dove puoi scegliere i percorsi delle varie trame, a seconda dei tuoi gusti.

    Comunque è da questo momento che stranamente Giovanni Brusca, comincia ad essere considerato attendibile dagli organi di Giustizia, poichè finalmente nel marzo 2000 riesce ad ottenere la patente di “pentito”.

    Le ragioni di questa novità, ce le spiega in modo netto ed esplicito Cavallaro sul Corriere:


    “Lo scetticismo su Brusca è giustificato dal fatto che il boss ora pentito ha provato tante volte a confondere le acque. A cominciare dalla goffa trappola ideata per coinvolgere il presidente della Camera Luciano Violante in un inesistente complotto contro Andreotti.
    Poi, la svolta. Con i riferimenti al «papello» e alle presunte richieste di Riina transitate, a suo avviso, verso Stato e carabinieri nella discussa trattativa con Vito Ciancimino.” (Brusca svela il tesoro di Cosa nostra – L’ ex boss ottiene lo status di pentito. – Cavallaro Felice – Pagina 5 – 11 marzo 2000  - Corriere della Sera)

    Tutto chiaro. Aveva cercato di confondere le acque con uno sgambetto a Violante, e quindi era un goffo mascalzone, altro che pentito. Ma le deposizioni sul papello e soprattutto sul coinvolgimento dei carabinieri, rappresentano una vera e propria redenzione, una svolta morale nella coscienza del personaggio, che quindi andava premiato. Ma torniamo ai suoi racconti, che non sono mica finiti né definitivi. Nuove ghiottissime versioni alternative ci attendono.

    Infatti  nella metà del settembre 2001, Brusca torna a parlare e a far parlare di sè, e questa volta sforna finalmente la versione “buona”, quella preferita dai PM poiché è quella su cui ancora oggi stanno lavorando.

    PALERMO – Il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino fu ucciso perché voleva fermare la trattativa tra pezzi dello Stato e i Corleonesi avviata dopo la strage di Capaci. Cosa nostra fu informata da una «talpa» e «accelerò» la morte del magistrato. Per questo, a soli 57 giorni dalla strage di Capaci, la mafia fu «costretta» ad un altro attentato libanese. Quella che potrebbe segnare la clamorosa svolte nelle indagini sui mandanti occulti delle stragi arriva, nove anni dopo, dalle ultime rivelazioni del «pentito» Giovanni Brusca, in un recentissimo interrogatorio supersecretato dai magistrati delle Procure di Palermo e Firenze. «Il giudice Paolo Borsellino era contrario alla trattativa che Riina aveva intrapreso con lo Stato e rappresentava quindi un ostacolo, per questo è stato assassinato». Il «pentito» però non ha fatto nomi, evitando di specificare chi fosse l’ interlocutore di Totò Riina nella trattativa. «Non lo so con certezza», ha ammesso. Resta il fatto che il boss di San Giuseppe Jato, l’ uomo che premette il telecomando nella strage di Capaci e che ordinò di sciogliere nell’ acido il figlio dodicenne del pentito Santo di Matteo, avrebbe rotto ogni indugio decidendo di vuotare completamente il sacco. (…) Brusca non ha dubbi: la trattativa ci fu, Borsellino tentò di ostacolarla e una «talpa» lo fece sapere a Cosa nostra che accelerò la sua morte. (Borsellino morì per un complotto – Repubblica — 29 settembre 2001 -  pagina 21   di FRANCESCO VIVIANO)

    E il successivo mese di novembre, escono le indiscrezioni sulle parti segretate dei verbali di deposizione di Brusca a Como nel settembre del ’98.

    “Riina «venduto» al Ros dagli uomini di Bernardo Provenzano, mentre i militari dell’ Arma non entrarono nel suo covo di via Bernini, a Palermo, per paura di trovare tracce del «papello», l’ elenco di richieste oggetto di trattativa. È tutto in un verbale del 1998, ancora secretato, in cui il pentito Giovanni Brusca racconta la sua verità riaprendo il capitolo dei misteri del ‘ 92 legati ai contatti tra mafia e Stato e accusa i carabinieri di avere avviato trattative segrete con i capimafia condensate nel «papello». Il verbale è agli atti dell’ inchiesta condotta dalla Procura di Palermo sui misteri del covo di Riina, verso l’ archiviazione. Secondo Brusca «i carabinieri, nel periodo delle stragi, avevano gli strumenti per capire le nostre mosse. Stavamo portando avanti due trattative con lo Stato: quella del papello e quella riconducibile ai miei rapporti con Bellini». («Un documento imbarazzante dentro il covo di Riina» – Pagina 15 - 4 novembre 2001 – Corriere della Sera)

    Curioso. Secondo i resoconti dei giornali quindi, in un interrogatorio “recentissimo” (settembre 2001) e supersecretato, Brusca “non aveva fatto nomi” ai PM di Palermo e Firenze, relativamente a “chi fosse l’ interlocutore di Totò Riina nella trattativa”. «Non lo so con certezza», ha ammesso. Ma in un altro interrogatorio, supersecretato anche quello, di tre anni prima (1998, probabilmente si tratta degli “omissis” dei verbali di Como) Brusca aveva invece accusato “i carabinieri di avere avviato trattative segrete con i capimafia condensate nel «papello». Per contro, in quell’occasione aveva invece mentito sul movente dell’omicidio Borsellino, di fronte ai PM nisseni, (il "papello" torno’ indietro: "Gli dissero (a Riina – ndr) che eravamo pazzi, che avremmo avuto solo qualche cosa".La risposta negativa provoco’ la strage.)

    Quindi nel settembre 2001, quando ruppe ogni indugio vuotando finalmente il sacco, Brusca ci spiegò che Borsellino fu ucciso perché contrario, e quindi di ostacolo, ad una trattativa che evidentemente stava andando a gonfie vele, mentre nel 1998, non avendo ancora rotti gli indugi, aveva raccontato una storia completamente diversa, con Borsellino ucciso prima del tempo per rappresaglia al rigetto secco da parte dei carabinieri delle istanze contenute nel papello,  testimoniando così il falso, in merito al movente, al processo sull’attentato di Via D’Amelio.

    Molto serio e scrupoloso, il nostro pentito. Soprattutto se si tiene conto del fatto che tra il ’96 ed il 98’, a soli 4 anni dai fatti e quindi con la memoria più fresca, aveva sostenuto da ogni parte ancora una terza cosa, e cioè che la trattativa del papello fra lo stato e Riina iniziò solo DOPO le due stragi di Capaci e Via D’amelio, allorquando qualcuno delle istituzioni “si fece sotto”, fermando fortunosamente il boss che stava dando corso ad “un terzo apocalittico attentato”.

    Viene da domandarsi per quali ragioni i PM ritengano buona la prima che ho detto, come se le altre non fossero verosimili (anzi, a mio giudizio son persino più verosimili).

    Probabilmente, in mancanza di altri riscontri, prevale il fattore estetico. E quella di un Borsellino fatto fuori perché intendeva ostacolare una trattativa dove, stando anche a quanto ha dichiarato, oltre a Brusca, Massimo Ciancimino, i carabinieri avevano appena mandato a stendere Riina e il suo papello dicendo che i suoi punti non erano ricevibili, è molto più bella, seppur meno verosimile.

    Ma non è mica finita.

    Il 17 maggio 2005, Brusca parla ancora, e rivela un progetto di attentato ai danni di Massimo Ciancimino che  lo stesso Francesco Viviano che su Repubblica il 29 settembre 2001 scriveva “Brusca non ha dubbi: la trattativa ci fu, Borsellino tentò di ostacolarla e una «talpa» lo fece sapere a Cosa nostra che accelerò la sua morte.”, sempre sullo stesso giornale 4 anni dopo, il 25 settembre 2005, illustra così: “«Totò Riina ha il dente avvelenato contro il figlio di Vito Ciancimino e secondo me avrà qualche sorpresa», ha detto ai magistrati Brusca, che motiva la decisione dei corleonesi con la trattativa che subito dopo le stragi Falcone e Borsellino, venne avviata tra l’ allora colonnello dei carabinieri del Ros Mario Mori (attuale capo del Sisde) e proprio Vito Ciancimino. Quel tradimento di Ciancimino i "corleonesi" non l’ avrebbero mai dimenticato e Brusca, interpretando alcune dichiarazioni rese recentemente in un processo da Totò Riina («mi hanno venduto»), ricorda che il capo dei "corleonesi" fece esplicito riferimento a Massimo Ciancimino.”

    Prendendo per buona questa dichiarazione quindi, allo stato attuale noi abbiamo, riassumendo tutte le testimonianze “buone” a tutto il 2005, un Massimo Ciancimino che mette in contatto Mori con suo padre Vito, un Vito Ciancimino che ne parla con Riina il quale propone il papello, il papello che viene rigettato da Mori, Borsellino che viene a sapere della trattativa fra Mori e Ciancimino, si dimostra contrario e per questo viene ucciso da Riina in quanto grave ostacolo alla trattativa fra Mori e Ciancimino auspicata da lui stesso, e poi ancora, subito dopo l’omicidio di Borsellino, un Vito Ciancimino che avvia una trattativa con Mori considerata un affronto da Riina che per questo non gliela perdona, ordinando la morte del figlio. Così naturalmente la storia in cui Riina invece, soddisfatto per l’avvio della trattativa, dopo l’omicidio Borsellino rinunciò ad “un terzo apocalittico attentato” cui stava per dare corso, è andata completamente a farsi benedire.

    Un delirio.

    Arriviamo comunque ai giorni nostri, maggio 2009. Brusca torna alla carica al processo palermitano contro l’ ex generale dei carabinieri Mario Mori e il colonnello Mario Obinu, accusati di favoreggiamento alla mafia per una presunta, mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995.

    Naturalmente, ne tira fuori una nuova.

    Ricordate quando ripeteva in ogni occasione di non conoscere assolutamente gli interlocutori di Riina? E ricordate quando si ricordò che questi erano invece i carabinieri? Bene, come non detto.

     “Nell’ estate del 1992, tra la strage di Capaci che uccise Giovanni Falcone e quella di via D’ Amelio dove morì Paolo Borsellino, la mafia trattò con lo Stato. Da una parte Totò Riina, dall’ altra «un uomo delle istituzioni». Giovanni Brusca  (…) ripete in aula questo particolare e aggiunge: «Riina mi disse il nome dell’ uomo delle istituzioni con il quale venne avviata la trattativa con Cosa Nostra, attraverso uomini delle forze dell’ ordine». Il pubblico ministero gli chiede di rivelarlo ai giudici, ma il pentito ribatte: «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere; vi sono indagini in corso e non posso rivelare nulla». (…) Brusca ripete che dopo Capaci qualcuno, «persone dello Stato o dello istituzioni», si era «fatto sotto» con Riina, per evitare che proseguisse con la sua offensiva stragista. Il capomafia rispose consegnando un papello, foglio di carta con la lista delle richieste di Cosa Nostra. Ora il pentito aggiunge di aver detto agli inquirenti di Caltanissetta, che ancora indagano sulle bombe del ‘ 92, il nome di chi trattava per conto dello Stato. (…)  Riina aveva trovato il canale giusto ed era soddisfatissimo». Meno lo fu, evidentemente, di come andarono le cose dopo l’ eliminazione di Falcone, visto che il 19 luglio fece uccidere anche Borsellino. «Non so se per quell’ attentato vi sia stata un’ accelerazione, però mi ha sorpreso come fatto esecutivo». (Brusca: Riina mi disse chi trattò per lo Stato – di Bianconi Giovanni – Corriere della Sera  - 22 maggio 2009 – Pagina 27)


    Peccato che ora Brusca “non sa” o non ricorda bene, o che ne sia rimasto “sorpreso come fatto esecutivo” (il che significa disconoscenza delle ragioni, dal che la sopresa),  perché quattro anni prima invece non aveva dubbi: “
    Brusca non ha dubbi: la trattativa ci fu, Borsellino tentò di ostacolarla e una «talpa» lo fece sapere a Cosa nostra che accelerò la sua morte.” (Borsellino morì per un complotto – Repubblica — 29 settembre 2001 -  pagina 21   di FRANCESCO VIVIANO)

    Poi, sempre all’udienza del 22 maggio, all’avvocato difensore di Mori, Pietro Milio, che gli ha chiesto quale fosse la sua fonte di informazione relativa al “papello”Brusca candidamente ha risposto: “L’ho letto su Repubblica.  (  ). Suscitando qualche ilarità in aula.

    Povero Brusca, dev’essere difficile la vita per lui, con questo balletto di cose dette, di contrari delle cose dette e di ricontrari delle cose ridette.

    Alla fine meglio dire che le ha lette su Repubblica, così salva la faccia.

    Per quanto riguarda noi, cari lettori di questo blog, mi piacerebbe varare un piccolo sondaggio.

    QUESITO: A quale Giovanni Brusca si deve credere?

    A —>  A quello che afferma che i contatti fra istituzioni e Riina risalgono a dopo la morte di Borsellino, quando lo stato si “fece sotto” intimorito dalle due stragi in successione, stragi effettuate in ossequio ad un’avviata strategia terroristica dove le prime vittime designate erano magistrati invisi e scomodi alla mafia da molto tempo, le cui morti erano già nel carnet da anni.

    B —-> A quello che afferma che i contatti fra istituzioni e Riina  risalgono al periodo fra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio, e che questa seconda sarebbe stata la rappresaglia-segnale dopo il rigetto delle richieste postulate sul papello.

    C —-> A quello che afferma che i contatti fra istituzioni e Riina risalgono al periodo fra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio, e che questa seconda sarebbe stata fatta con modalità urgentissime (ordinata preparata e fatta nell’arco di due giorni, due giorni nei quali ci fu il tempo di concordare il piano con i servizi deviati che pilotavano il telecomando dal castello) perché si era venuti a sapere che Borsellino era venuto a sapere della trattativa e che era contrario.

    Votate, votate, votate.

    2) COME E’ FATTO IL PAPELLO.

    Prima che il mitico papello fosse ritrovato, la sua conformazione ed i suoi contenuti ci erano descritti solo dai pentiti e dai giornalisti che di questi ci riportavano le parole.

    Secondo Brusca il papello era composto da “due fogli protocollo” (Repubblica – 29/3/97), “due fogli con le richieste per abolire il carcere duro ed altro" (Corriere – 29/3/97). Per Marina Garbesi di Repubblica, il papello era una carta di richieste vergata da Totò Riina”.

    Per Francesco Viviano e Alessandra Ziniti , sempre di Repubblica, il "papello", “era un documento di due fogli protocollo con il quale Riina avanzò le sue "condizioni" per una tregua.”  Per Attilio Bolzoni, un vero esperto in materia, il papello di Riina consisteva in “un paio di pagine scritte da chissà chi (lui è praticamente un analfabeta che nelle aule bunker spesso va ripetendo: «Signor presidente, io sono solo un prima elementare»), dieci punti molto precisi, condizioni poste dalla mafia siciliana allo Stato per fermare le bombe.” (Repubblica — 29 settembre 2001).

    Secondo il pentito Pino Lipari, invece, il papello era scritto a macchina (Repubblica — 21 gennaio 2003   pagina 18 ).

    C’è poi stata una dichiarazione un po’ sibillina della Signora Giovanna Chelli, vicepresidente dell’ Associazione familiari delle vittime di via dei Georgofili, secondo la quale il papello sarebbe stato distribuito in ben 39 copie arrivate «nelle mani di 39 politici dei quali ancora non conosciamo i nomi» (Repubblica — 24 marzo 2006   pagina 29).

    Massimo Ciancimino ci racconta che il papello arrivò a suo padre “in una busta” consegnata da “un distinto signore”, che entrò in casa Ciancimino tenendo in mano il plico, «una ventina di giorni prima della strage Borsellino», Successivamente, racconta Ciancimino jr., suo padre partì per Roma alla ricerca del capitano Giuseppe De Donno dei Carabinieri, portando con sé la busta. (Repubblica — 14 giugno 2008   pagina 11). Purtroppo Ciancimino jr, in quell’occasione, vide il distinto signore, vide la busta, ma non vide il papello, e quindi non ce lo seppe descrivere.

    Il 14 luglio scorso Attilio Bolzoni torna alla carica, si sbilancia, e rinnega del tutto quanto aveva scritto il 29 settembre 2001 (vedi sopra):

    Il papello adesso è diventato “Un foglio di carta, uno solo. Con la scrittura incerta di Totò Riina e, in fondo, la sua firma.”

    Insomma, c’avessero azzeccato almeno una volta.

    Ora finalmente il papello è arrivato via fax non si sa bene da dove, ed è un foglietto con le 12 richieste di Riina scritte a mano in lettere maiuscole da uno scrivano, tipo “Totò” di “Miseria e nobiltà”,  che però non è Totò Riina, e non reca  alcuna firma di Riina.

    Porta però una postilla manoscritta, a quanto si dice, da Vito Ciancimino, che recita: «Consegnato, spontaneamente, al colonnello dei Carabinieri Mario Mori dei Ros».

    Essendo arrivato via fax, è ovviamente una copia, e non l’originale. Ma niente paura, perchè “ all’inizio della prossima settimana da una cassetta di sicurezza custodita in una banca del Liechtenstein arriverà in Sicilia probabilmente anche il "papello" originale.”. Parola di Attilio Bolzoni, su Repubblica, lo scorso  17 ottobre.

    Chissà perché mi sovviene un deja vù… il conte Igor?… Speriamo non finisca così.

    3) CHI HA SCRITTO I PAPELLI.

    Secondo Giovanni Brusca il papello n°1, quello con le 12 richieste originali, l’avrebbe stilato Cinà, il medico di Riina. :Conoscendo chi gravitava intorno a Riina, posso dire però che la persona che può aver stilato il papello potrebbe essere il dottor Antonino Cinà". Notoriamente, i medici non hanno una bellissima calligrafia. Quindi, a ben vedere il papello che è scritto da schifo, lo scrivano potrebbe anche essere lui. Ce lo conferma anche Francesco Viviano, su repubblica: “Sarebbe stato lui, come anticipò "Repubblica" tre anni fa, l’estensore del famoso «papello» che conteneva le richieste dei mafiosi allo Stato offrendo in cambio la «pace», la fine degli attentati e delle stragi. Cinà, secondo l’accusa, avrebbe fatto da tramite tra Riina e l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino che era in contatto con l’allora capo del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, Mario Mori e con il capitano Giuseppe De Donno.”


    Infatti Cinà è indicato da Brusca anche come l’uomo che ha fatto da tramite fra Riina e Ciancimino. Non solo lo scrivano, ma anche il postino del papello, quindi.

    In ogni caso meglio attendere le perizie della Procura, prima di considerare Cinà come l’estensore del papello n°1, perché di svarioni sui giornali su ‘sto papello se ne son letti parecchi.


    E veniamo all’altro papello, il n°2.

    Secondo quello che oggi racconta il figlio Massimo, quando Vito Ciancimino ricevette il papello da inoltrare ai rappresentanti delle istituzioni, capì che bisognava abbassare il tiro. Le richieste dei boss, nella sua ottica, erano esagerate. Allora elaborò un programma alternativo, riassunto in un altro documento consegnato ai magistrati da Ciancimino jr, scritto da suo padre.

    E’ il papello n°2, quello pubblicato per primo dall’Espresso dove è stato preso da tutti quanti, per un giorno intero, come il papello originale, e riprodotto come tale in migliaia di copie in tutto il web, facebook compreso, naturalmente.

    Un bello svarione.

    Invece si trattava di una riscrittura “soft” del papello originale, autore Vito Ciancimino in persona.

    Probabilmente però il Sig. Ciancimino, quando scrisse quel papello n°2, doveva sentirsi poco bene.

    La scrittura è tremula, quasi inferma, e non c’è una lettera uguale all’altra.

    Molto strano, perché quel documento lui dovrebbe averlo scritto pressoché contemporaneamente alla postilla sempre apposta da lui medesimo sul papello originale, il n°1, dove invece la scrittura è più rotonda, più fluida, meno tremula e più omogenea.

    Per capire meglio quanto sto dicendo, oltre che fare il confronto fra le due scritture sulle riproduzioni dei due documenti, si potrà anche osservare questo pannello da me predisposto:

    esame di scrittura2

    Si osservino, ad esempio, le due “d”, ma anche le “l” e le “a” vergate da Ciancimino sul papello n°1. Sono più rotonde, e scritte evidentemente con maggior concentrazione ed attenzione. Certamente non altrettanto si può dire esaminando tutte le “d” e le “a” (ce ne fosse una uguale all’altra) del papello n°2.

    E’ evidente che il Ciancimino di quel papello, proveniva quanto meno da una notte agitata dal peso di una digestione particolarmente difficoltosa.

    Ma anche il Ciancimino del papello n°1, si potrà davvero dire che è  più “autentico”?

    Questo lo vedremo all’ultimo paragrafo.

    4) COSA C’E’ SCRITTO SUI PAPELLI.

    Il papello n°1 riporta le 12 richieste di Riina per alleviare lo stato dalla morsa delle stragi.

    Qui non le ripeto integralmente, perché le conoscono tutti e non è il caso di ripeterle.

    Rilevo però che Brusca ai tempi delle sue prime ammissioni sul papello, c’azzeccò in pieno: "Consistevano nella modifica della legge Rognoni-La Torre, della legge Gozzini, nella riapertura del maxi e di qualche altro processo… credo anche che ci fosse qualche richiesta inerente la legge sui pentiti, e anche altre richieste per far uscire dal carcere alcuni vecchi mafiosi in cagionevoli condizioni di salute...”

    Ed in effetti oggi abbiamo letto nel papello la richiesta di convertire il carcere in una custodia domiciliare per gli ultrasettantenni, qui Brusca ha fatto proprio una bellissima figura, oggi che il foglietto è stato reso pubblico.

    Ma Francesco Viviano il 18 agosto 1997, su Repubblica, introduce un nuovo importante punto, in merito alle istanze del papello. “Quali erano le richieste di Riina? Una legge contro i pentiti, l’ abolizione del 41 bis (il regime carceriario cui sono sottoposti i detenuti mafiosi), abolizione dell’ ergastolo e della legge Rognoni-La Torre che ha permesso di sequestrare i patrimoni dei boss.”

    E così anche Felice Cavallaro sul corriere:”… filtra l’indiscrezione sul "papello", l’elenco di richieste che Toto’ Riina avrebbe presentato dopo le stragi del ’92 a personaggi eccellenti per trattare con lo Stato l’abolizione di ergastolo, carcere duro e premi ai pentiti.

    Dunque secondo i giornali, sul papello vi sarebbe stata anche la pretesa abolizione dell’ergastolo.

    La presunta presenza di questa richiesta sul papello, scatenò negli anni successivi non poche polemiche, perché alcune proposte di legge  promosse nel tempo da vari governi, contemplavano per l’appunto la sostituzione dell’ergastolo con altre forme di pena più ridotte, e questo veniva interpretato come un probabile segno dell’esistenza e del mantenersi di un patto fra parti istituzionali e mafia così come prevsito dal famigerato papello.

    Ecco soltanto alcuni passaggi dei giornali:

     “…l’ ergastolo sarà abolito. E’ ovvio che tutto questo non significa che siano state accolte le richieste della mafia spa, significa che probabilmente c’ è un grado di crescente disattenzione nella lotta alla mafia" (parole del Procuratore Lo Forte – ndr). Si stanno dunque concretizzando le richieste del famoso "papello" (le condizioni che Totò Riina aveva posto allo Stato dopo le stragi del ’92) del capo di Cosa Nostra? "Per una serie di disattenzioni e di coincidenze sta avvenendo quel voleva Riina. (…)”

    (‘SI AVVERA LA STRATEGIA DI RIINA’ – Repubblica — 17 agosto 1997   pagina 3  di Francesco Viviano)

     «ALCUNI collaboratori di giustizia, Brusca e Cancemi, hanno dichiarato che Riina aveva instaurato una vera e propria trattativa con alcuni settori delle istituzioni per ottenere dei vantaggi per lo cosche colpite dall’offensiva giudiziaria: abolizione dell’ergastolo, affievolimento dell’articolo 41 bis, cioè il carcere duro, e screditare i pentiti. Ebbene, al di là dell’intenzione di chi ha adottato queste nuove iniziative legislative, ci troviamo in una situazione che sembra andare incontro proprio a quelle aspettative». Così, chiaro e tondo, il pubblico ministero della strage di Capaci, Luca Tescaroli, lancia l’allarme sui guasti che potrebbero derivare dal "Giusto Processo". Si sta, dunque, concretizzando quel che Riina aveva chiesto nell’ ormai famoso "Papello", cioè le condizioni imposte dal capo di Cosa nostra per interrompere la strategia stragista? «Non proprio, però, l’ultimo intervento legislativo che ha messo in forma generalizzata il rito abbreviato ha di fatto abolito la pena dell’ergastolo. Quindi di fatto si è arrivati a questa situazione che era una delle condizioni per fermare le stragi. … – (Il pm della strage di Capaci sul giusto processo – Repubblica — 06 gennaio 2000   pagina 1   di FRANCESCO VIVIANO)

     “(…)Già nei giorni scorsi il Pm di Caltanissetta Luca Tescaroli aveva sostenuto che con la legge sul giudice unico "è stato di fatto abolito l’ ergastolo" e che "d’ ora in poi in Italia chi vorrà fare una strage sa che rischia al massimo venti anni di carcere". E’ profondamente indignata la signora Giovanna Maggiani Chelli, madre di un studentessa che rimase gravemente ferita nell’ attentato di via de’ Georgofili. L’ abolizione dell’ ergastolo – ricorda la signora Chelli – faceva parte delle richieste contenute nel famoso "papello" di Riina, compilato dopo le stragi di Capaci e di via D’ Amelio. Richieste che il boss dei boss avanzava per consentire alla mafia "di vivere e prosperare ancora per molti anni" (Repubblica — 12 gennaio 2000   pagina 5)

     "Questa legge, al di là delle intenzione del legislatore, è il migliore regalo che si sia potuto fare a Cosa nostra. L’ abolizione dell’ ergastolo era al primo punto del "papello", le richieste che furono avanzate da Totò Riina in quella sorta di trattativa con appartenenti alle istituzioni in cambio della fine delle stragi". Luca Tescaroli, pm della strage di Capaci, è stato il primo magistrato a lanciare l’ allarme, ma è sempre rimasto solo e inascoltato.(…) (da: Luca Tescaroli E’ un regalo a Cosa Nostra – Repubblica — 06 giugno 2000   pagina 11)

      (…) La preoccupazione di magistrati come gli aggiunti di Palermo Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato è legata al ricordo del «papello» presentato da Totò Riina ai carabinieri del generale Mori: la richiesta dell’ abolizione dell’ ergastolo e del «carcere duro». Si torna a «trattare» su questi temi?

    (da: Trattativa con i boss, insorgono i pm -  di Cavallaro Felice – Corriere della Sera  - 8 giugno 2000  - Pagina 4)

    “… poiché questa scelta è stata ribadita da una legge dello scorso giugno, anche con riguardo ai processi già pendenti in grado di Appello, purché in essi «sia stata disposta la rinnovazione della istruzione» dibattimentale, appare verosimile che, in tal caso, anche Riina e i suoi soci, sulla scorta di una semplice iniziativa di natura rituale, possano vedersi diminuita la condanna dall’ ergastolo a trent’ anni. Conseguendo così, almeno in parte, uno degli obiettivi prefigurati nel famoso «papello». (da: Legge sbagliata, la mafia teme solo il carcere a vita -  di Grevi Vittorio – Corriere della Sera  - 22 ottobre 2000  - Pagina 14)


    Quello degli sconti di pena, del carcere meno duro, l’ abolizione dell’ ergastolo, è un vecchio pallino di Cosa nostra, sin dalla vigilia delle stragi del ’92 quando "Repubblica" rese noto il contenuto del "papello", le richieste cioè che Totò Riina aveva avanzato attraverso l’ ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino.”
      (da: Un passo nella trattativa con lo Stato, di Francesco Viviani – Repubblica — 25 settembre 2001   pagina 5)


    Revoca del 41 bis, abolizione dell’ ergastolo ed altri benefici carcerari erano già richieste nel famoso "papello". «Durante la stagione stragista si erano portati avanti questi obiettivi che erano in qualche modo accostati alle stragi e Cosa nostra voleva raggiungere questi obiettivi. L’ abolizione dell’ ergastolo oppure la revisione dei processi o il sequestro dei beni, la sterilizzazione dei collaboratori di giustizia rappresentano le preoccupazioni maggiori dell’ organizzazione e alcuni di questi obiettivi sono stati raggiunti
    » (Luca Tescaroli in ‘Una strategia a lungo termine per ottenere la revoca del 41 bis’ – Repubblica — 26 settembre 2001   pagina 7)

     “Ma nell’ ergastolo inflitto ieri a Giovanni Riina, 24 anni, quattro dei quali già passati in carcere, c’ è molto di più di una vita sprecata: c’ è il sostanziale fallimento della strategia stragista di Cosa nostra, quella voluta dal capo dei capi proprio per indurre lo Stato ad aprire la trattativa che avrebbe dovuto portare alla concessione di alcuni sostanziali benefici per i mafiosi in cambio di un ritorno sottotraccia dell’ organizzazione criminale. (…)  Insomma, finiti i tempi della Cupola, chi entra in gabbia non comanda più. Ed è anche per questo che l’ abolizione dell’ ergastolo era tra i primi punti dell’ ormai famoso «papello» che gli uomini di Riina fecero avere a emissari dello Stato all’ indomani delle stragi del ’92. Un obiettivo raggiunto e sancito da una legge del Parlamento italiano. Ed è proprio per questo che oggi la condanna a vita inflitta dai giudici della corte d’ assise di Palermo al giovanissimo figlio del capo di Cosa nostra segna il fallimento di questa strategia” (da: UNA VITA FINITA A VENT’ ANNI CONDANNATO DA SUO PADRE di  ALESSANDRA ZINITI – Repubblica — 24 novembre 2001   pagina 1 ) 

    “…Roberto Centaro, stuzzicato dai giornalisti durante la sua visita di ieri a Brancaccio. «Anch’ io, usando lo stesso tipo di ragionamento dietrologico, ho rilevato coincidenze tra il tentativo l’ anno scorso da parte del centrosinistra di abolire l’ ergastolo e una delle richieste contenute nel famoso "papello" di Totò Riina», ha detto Centaro, e ha aggiunto: «Ovviamente non ho mai pensato che il governo del centrosinistra potesse aderire realmente a questa ipotesi, però effettivamente c’ era stata questa possibilità rispetto alla quale la parte più avveduta dello schieramento, ma anche del Polo, alla fine si è opposta». (da: Grasso irrita il centrodestra di  ALESSANDRA ZINITI – Repubblica — 03 maggio 2002   pagina 7)


    “Se non che è facile rendersi conto che proprio questa fondamentale funzione di deterrenza, tipica dell’ ergastolo (per ciò spesso invocata, prima e dopo Cesare Beccaria, come argomento contro i fautori della pena di morte) sarebbe destinata a vanificarsi, qualora alla pena «perpetua» venisse sostituita una pena temporanea, ancorché superiore ai 30 anni. Non solo perché verrebbe così meno l’ effetto simbolico ed esemplare derivante dalla previsione di una pena detentiva estrema per delitti di estrema gravità (non a caso, nel famoso «papello» di fonte mafiosa spiccava per prima la richiesta di abolizione dell’ ergastolo)….”
    (da: Le ragioni dell’ ergastolo, di Grevi Vittorio – Pagina 36 – 9 giugno 2007 – Corriere della Sera)


    L’ abolizione del 41 bis e dell’ ergastolo, oltre che la revisione dei processi per cancellare appunto le pene più pesanti, stavano in cima al famoso papello che Cosa nostra avrebbe agitato sotto il naso delle istituzioni repubblicane dopo le stragi di Capaci e di via D’ Amelio. Papello firmato platealmente con gli attentati dinamitardi dell’ estate del 1993 sull’ asse Roma-Firenze-Milano.”
    (da: Abolire l’ ergastolo la scelta sbagliata, di Francesco Palazzo – Repubblica — 26 giugno 2007   pagina 9)

    “Il famoso papello, ossia la lista di richieste che Cosa nostra avrebbe presentato allo Stato per finirla con la strategia stragista dei primi anni Novanta, prevedeva ai primi posti sia la cancellazione dell’ ergastolo sia l’ abolizione del regime carcerario speciale per i mafiosi. Partendo da questo dato storico, dobbiamo prendere atto – lo dicono gli esperti nonché diverse indagini – che i mafiosi continuano a comandare dal 41 bis”.” (da: regime carcerario e mafia lo stato non deve arretrare. di Francesco Palazzo – Repubblica — 16 gennaio 2009   pagina 23)

    E naturalmente, non poteva mancare Marco Travaglio:


    “(Nel covo di Riina – ndr) c’era il famoso ‘papello’ che il figlio di Ciancimino assicura essere stato passato da suo padre al generale Mori, con le l’elenco delle richieste che la mafia faceva allo Stato per interrompere le stragi? Fine dei pentiti, fine del 41bis, fine dell’ergastolo, revisione del maxiprocesso e fine del sequestro dei beni. Non lo sappiamo”
    .” (da: Il patto tra mafia e Stato, di Marco Travaglio)

    Bene. Oggi finalmente abbiamo davanti agli occhi questo mitico papello.

    Ma l’abolizione dell’ergastolo, non è al primo posto, né “ai primi posti”, né in metà né in fondo alle richieste. Non c’è. Riina non l’ha richiesta.

    Quindi i casi possono essere soltanto due: o il papello è falso, oppure da diversi anni vari governi stanno cercando di accontentare ad ogni costo la mafia su un tema che per la stessa mafia non è prioritario, e che è presente soltanto fra le richieste di un papello immaginato, una chimera di giornalisti e pentiti, poiché invece il papello vero non ne fa alcun cenno. Davvero troppo solerti, i ns. politici, quando si tratta di aiutare la mafia.

    Ogni altro commento è superfluo.

    Per quanto concerne invece le richieste presenti sul papello, si rilevano un paio di incongruenze, così come ha subito scritto il Corriere della Sera, che ha parlato di perplessità dei magistrati, nel leggere “che nel ‘ 92 i capimafia avessero in mente una legge sulla dissociazione da Cosa Nostra, sul modello di quella varata per gli ex terroristi. Un’ idea comparsa in alcuni colloqui intercettati solo molto tempo dopo, e che sarà tentata da qualche capomafia che al tempo del papello era libero, seppure latitante. Pure Riina e Provenzano erano fuori, sembravano imprendibili e stavano mettendo in ginocchio lo Stato a suon di bombe; curioso che già immaginassero una via d’ uscita da detenzioni ancora lontane. Anche la richiesta di chiudere le carceri speciali risulta un po’ strana, se scritta prima della strage di via D’ Amelio, quando i boss detenuti erano ancora nelle prigioni «ordinarie».

    E veniamo ora al papello n°2. Non mi soffermerò più di tanto. Si tratta di una rivisitazione del papello originale realizzata (ma senza avvisare Riina?) da Vito Ciancimino, il quale dopo aver letto il papello n°1, si rese conto che le richieste, stando alle parole di Ciancimino Jr., “non erano fattibili a nessun livello, nemmeno sul piano legislativo lo erano. Erano punti troppo… come commentò mio padre ‘da testa di m…’ » .

    Quindi secondo Ciancimino Senior, le richieste di Riina erano richieste “da testa di minchia”, a quanto ci racconta il figlio.

    Prendiamo ad esempio la pretesa di detassare la benzina, sul modello della Valle D’Aosta. Assolutamente improponibile. Così Ciancimino la sostituisce con una invece del tutto proponibile: liberalizzare il mercato dei tabacchi, togliendolo al Monopolio di Stato. Proposta, al contrario dell’altra,  coi piedi per terra, un giochino, praticamente. Roba proponibile ed applicabile al bilancio statale senza troppo impegno, al contrario di un abbattimento delle accise sul carburante. Si vede bene che Ciancimino era molto più realista di Riina. Soprattutto, anche le famiglie mafiose dedite al contrabbando di sigarette, sarebbero le prime a dichiararsi felici di un simile accordo.

    5) MASSIMO CIANCIMINO (Aka: Ciancimino Jr.)

    Massimo Ciancimino, è il figlio di Don Vito Ciancimino. Leo Sisti nella premessa del suo libro – L’ isola del tesoro – sulla politica e gli affari dei Ciancimino ci dice di lui che “Nano, ad esempio, è uno che con candore dice anche questo: «L’ unica cosa che mi ha trasmesso mio padre è la correttezza»”

    Massimo Ciancimino, è colui che ha procurato i papelli, o meglio: la fotocopia dei papelli, ai Procuratori titolari dell’inchiesta. Bisogna dargliene atto.

    E prima di farlo, ci ha fatto stare sulle spine non poco.

    Il 13 giugno 2009, per ALESSANDRA ZINITI di Repubblica, il papello èUn documento del quale Massimo Ciancimino dice di essere in possesso ma che non ha ancora consegnato a nessuno”.

    E il 14 luglio 2009, sempre su Repubblica, Attilio Bolzoni ritorna a fare il punto: “«Ve lo consegno io nelle prossime ore», ha giurato qualche giorno fa Massimo Ciancimino, testimone eccellente ormai sotto scorta come un pentito. È forse l’ epilogo della più intricata vicenda siciliana di questi ultimi anni: la trattativa fra Stato e Mafia. Se il più piccolo dei cinque figli di quello che fu il sindaco mafioso di Palermo manterrà la sua promessa, fra qualche giorno – proprio alla vigilia dell’ anniversario della morte di Borsellino, il 19 luglio – il famigerato documento del patto fra boss e misteriosi apparati di sicurezza finirà nelle mani dei magistrati di Palermo e poi quelli di Caltanissetta e Firenze, tutte le procure che indagano direttamente o indirettamente sugli attentati mafiosi fra il 1992 e il 1993. «Questa volta ve lo porterò davvero, questa volta non faccio bluff», ha assicurato Ciancimino junior nel suo ultimo interrogatorio dopo un tira e molla durato un anno. (…) All’ improvviso, la settimana scorsa e dopo un ultimatum della procura di Palermo, Massimo Ciancimino però ha ceduto: «Garantito: adesso il papello ve lo do». Nessuno sa dove sia stato custodito in tutti questi anni, molti pensavano e ancora pensano in una cassetta di sicurezza di una banca da qualche parte in Europa. Un sospetto, un mese fa, aveva portato gli investigatori in Francia. Una mossa di Massimo Ciancimino e una contromossa degli inquirenti. Ma non quelli di Palermo, gli altri di Caltanissetta. Tutti erano e sono ancora a caccia del "papello". Massimo Ciancimino, a giugno – appena gli hanno revocato il divieto di espatrio – ha lasciato Bologna dove vive da qualche mese e con la sua auto ha raggiunto Parigi insieme alla moglie Carlotta. È stato pedinato. Al ritorno da Parigi, fermato al posto di frontiera e invitato a entrare in un ufficio di polizia, ha trovato un paio di magistrati della procura della repubblica di Caltanissetta e alcuni ufficiali di polizia giudiziaria. Erano sicuri di trovarlo con il "papello" addosso. Perquisito lui e perquisita anche la moglie, ma il "papello" non l’ hanno trovato. Interrogato al posto di frontiera, Ciancimino junior ha spiegato: «Mi ero accorto che mi seguivate, voi non vi fidate di me e io non mi fido di voi e non ho portato con me quel documento che non è a Parigi...».

    Nascondin nasconderello.

    "Il papello? Ciancimino non ce l’ha dato, se ce lo vuole consegnare siamo qui. Certo non possiamo torturarlo per averlo". precisa a quel punto il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari.

    Il 22 luglio, sul Corriere, Bianconi fornisce alcuni nuovi dettagli sulla caccia al tesoro:  “Il secondo «tesoro» di Vito Ciancimino – quello di maggior interesse investigativo, fatto di documenti, registrazioni, agende e altro materiale – è custodito all’ estero, bloccato da problemi burocratici che il figlio dell’ ex sindaco mafioso di Palermo, Massimo, non è riuscito a risolvere. Per questo non ha ancora consegnato ai magistrati l’ ormai famoso papello con le richieste dei boss, che costituirebbe la prova della trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato nella stagione delle stragi, e le altre carte segrete del padre. (…)  Ai procuratori di Palermo Massimo Ciancimino (condannato in primo grado a cinque anni e mezzo di galera per il riciclaggio del primo «tesoro» avuto in eredità, quello milionario che secondo l’ accusa proviene da affari e interessi mafiosi) ha però fornito indicazioni precise sul luogo in cui è conservato l’ archivio di «don Vito». Lì dentro ci sarebbero, secondo Ciancimino jr, non solo il papello ma anche alcuni nastri registrati. Stando a quanto gli riferì suo padre, conterrebbero le conversazioni tra l’ ex sindaco e gli ufficiali dei carabinieri che lo incontrarono nell’ estate del ‘ 92. E ancora, la copia integrale della lettera – trovata «mutilata» in una perquisizione del 2005 – dove si parla di richieste all’ «onorevole Berlusconi»(…) Nell’ interrogatorio della scorsa settimana Massimo ha assicurato che avrebbe fatto un ultimo tentativo per risolvere gli intoppi burocratici che, a suo dire, gli hanno finora impedito di rispettare la promessa di consegnare il «tesoro» investigativo. Altrimenti toccherà ai magistrati avviare le procedure per una rogatoria internazionale. In un modo o nell’ altro, la fine di questo «tira e molla» che dura da mesi intorno al misterioso papello, se e quando arriverà dovrebbe almeno chiarire se Ciancimino jr sta bluffando oppure no..».


    A proposito della lettera citata da Ciancimino, quella scritta da Riina a Berlusconi, mi piace approfittare per riportarla qui sotto:

    lettera di riina a berlusconi

    Sarà che forse capisco poco di calligrafia, ma a me pare migliore la scrittura di Riina di quelle dei nostri due papelli.

    Totò avrebbe potuto fare lo scrivano e scriverseli da solo, i papelli, invece che dettarli al suo medico.

    Ma torniamo alla nostra caccia al papello.

    Il 30 luglio scorso, un altro momento di suspence descritto su Repubblica da Bolzoni: “Sarà classificato top secret il famigerato «papello» che dovrebbe consegnare Massimo Ciancimino. Oggi i magistrati lo aspettano a Palermo. Chissà se il figlio prediletto di don Vito questa volta porterà il suo «tesoro» di carte.”

    Ma naturalmente non arrivò un bel niente neppure quella volta..

    Non trascuriamo però di rilevare quanto poi effettivamente il papello sia stato classificato “Top secret”, come annunciato da Bolzoni.

    Forse l’ho visto prima io sull’Espresso che non Ingroia in fotocopia. E dopo averlo visto debbo dire, sinceramente, che era proprio una roba da mettere sotto chiave, “top secret”, come vuole il buon Bolzoni.

    E arriviamo così ai primi di agosto, e qualche magistrato comincia ad innervosirsi:

    Il "papello" non l’ ha ancora consegnato ma ha deciso di continuare a rispondere alle domande sulla trattativa nonostante i pesanti giudizi nei suoi confronti espressi dal procuratore generale di Caltanissetta Ettore Barcellona.” ci riferisce la buona Alessandra Ziniti, sempre su Repubblica.
    In realtà qui la giornalista è incorsa in un lapsus, probabilmente, perchè Ettore Barcellona è un noto avvocato di confindustria, mentre il PG di Caltanissetta si chiama Giuseppe Barcellona.

    E cosa aveva detto costui di così pesante da farci correre il rischio di ammutolire il prezioso supertestimone ormai offeso? Difficile riscostruire, perchè gli archivi storici dei quotidiani principali, come Repubblica e Corsera, non fanno cenno all’episodio.

    Bisogna ricorrere alla cronache locali (es: il giornale nisseno) per sapere che Giuseppe Barcellona, Procuratore generale di Caltanissetta, in un’intervista, riferendosi alle testimonianze di Ciancimino Jr, aveva detto: «Queste rivelazioni provengono da una persona assai equivoca, di modesto spessore culturale, che probabilmente sarà strumentalizzata da qualcuno».

    Affermazione che fa andare su tutte le furie il rampollo Ciancimino, che replica: "Con l’intervista di oggi siamo passati da dubbi legittimi e critiche ad insulti personali. Per essere chiari: non posso venire qualificato come persona assai equivoca, di modesto spessore culturale, che probabilmente sara’ strumentalizzata da qualcunò". 

    Impeccabile, come replica.

    Poi, in quell’occasione, Ciancimino Jr. viene incalzato dai giornalisti, che gli domandano perchè ha deciso di parlare della strage dopo 17 anni. Il teste risponde: "fin’ora nessuno mi ha interrogato". (il giornale nisseno – 3 agosto 2009).

    Un classico.

    Ma perchè non l’hai detto prima?
    Nessuno me lo aveva chiesto.

    In realtà questo bravo ragazzo mente, perchè nel 2005 aveva già rilasciato dichiarazioni che contrastavano forte con la versione odierna dei fatti, come vedremo fra poco.

    Il 27 settembre 2009, ancora nulla, e Bianconi sul Corriere, nel fare la cronaca del nuovo processo contro Mori, non nasconde un certo nervosismo sulla vicenda della consegna del papello:” Nel disegno dell’ accusa, l’ arresto di Riina a gennaio del ‘ 93 e la mancata cattura del suo successore, due anni e mezzo più tardi, sono conseguenza dei patti siglati per fermare le stragi, mentre la vecchia politica travolta da Mani Pulite tentava di riciclarsi e nasceva il nuovo partito di Berlusconi (e Dell’ Utri). Patti scaturiti dai discorsi che lo stesso Mori aveva avviato con l’ ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino nell’ estate del ‘ 92, sfociati nell’ ormai famoso papello con le richieste dei boss di cui continua a parlare – promettendo una consegna sempre rinviata – Massimo Ciancimino

    Ma tutto è bene quel che finisce bene, e finalmente il 14 ottobre l’avvocato di Ciancimino Jr. consegna ai procuratori una fotocopia ricevuta a sua volta via fax non si sa da dove, fotocopia che nell’arco di pochi minuti viene pubblicata dall’Espresso che la stava aspettando così come i procuratori. Pubblica però il papello sbagliato (il numero 2), è vero, ma è comunque un bello scoop.

    Sulla natura di questo papello, tornerò nel capitolo finale dell’articolo, che è naturalmente quella che conta.


    Per quanto riguarda invece il contributo di Massimo Ciancimino, bisogna dire che anche lui, come Brusca, ha dimostrato di possedere una memoria ben bizzarra.

    “…dagli atti dell’ inchiesta sul processo attualmente in corso a Palermo nei confronti del capo del Sisde Mario Mori e del capitano "Ultimo", l’ ufficiale che catturò Totò Riina, è emerso che a mettere in contatto i carabinieri con Vito Ciancimino fu proprio il figlio Massimo. Una circostanza che Massimo Ciancimino – anche se non avrebbe mai partecipato agli incontri tra il padre e i carabinieri – ha confermato. «Era l’ unica forma di riscatto che potevamo ottenere noi figli – afferma Massimo Ciancimino – E, nonostante la paura dei miei familiari, provocai quell’ incontro perché se mio padre poteva dare un contributo alla giustizia lo avrebbe dovuto fare per noi figli». Ma la trattativa a un certo punto sarebbe stata interrotta perché le richieste dei carabinieri all’ ex sindaco – «Ci consegni Riina e Provenzano» – sarebbero state rifiutate da Vito Ciancimino.” (Ciancimino jr deve morire – Repubblica — 25 settembre 2005 -  pagina 5) 

    Quindi, almeno sino al 2005, per Ciancimino Jr non c’era nessun tentativo di “venire a patti” con la mafia attraverso suo padre, da parte dei carabinieri, ma un’ordinaria e legittima richiesta di collaborazione con la giustizia, al fine di catturare i boss. Teniamola bene a mente, questa cosa, perché contribuirà a rendere il finale di questo articolo ancor più clamoroso.

    Comunque e naturalmente, anche Ciancimino Jr nel giro di pochi mesi, rivedrà magicamente i suoi ricordi, “estetizzando”, così come fece Brusca, la sua versione dei fatti. Ed il 14 giugno del 2008  inizia a parlarci del papello:

    Io non l’ ho visto, ma mio padre me ne parlò: c’ era un elenco di 10, 12 richieste. C’ era ad esempio qualche immunità: volevano che le famiglie dei mafiosi venissero lasciate in pace. Mio padre si dannava – prosegue Massimo Ciancimino – perché su tre, quattro cose si poteva anche intavolare una discussione, ma su sette, otto, mi disse: saranno irricevibili». Erano i giorni in cui Vito Ciancimino incontrava anche un ufficiale del Reparto operativo speciale dei carabinieri, il capitano Giuseppe De Donno: «Voleva un aiuto per la cattura dei superlatitanti», dice Massimo Ciancimino. Ma dopo quella misteriosa consegna del papello, il pensiero del vecchio Ciancimino fu uno solo: «Mi disse di contattare De Donno, siamo partiti per Roma. La busta è partita con mio padre». (da “Repubblica”)


    Quindi, attenzione: nella precedente testimonianza, del giugno 2008, Ciancimino Jr. dice due cose:

    1)   Conferma che in quei giorni De Donno incontrava Vito Ciancimino per avere il suo aiuto nella caccia dei superlatitanti.

    2)   Una volta ricevuto il papello, fu Ciancimino a cercare de Donno, ma de Donno non si aspettava nulla del genere: lui voleva solo i superlatitanti.

    Dopodichè, dopo la notizia comparsa sui giornali secondo la quale, nell’ottobre del 2008, Ciancimino Jr sarebbe stato in debito, tra l’altro, di 42 milioni di euro con il fisco (e qualcosa ci dice che li deve ancora oggi), accade che nel dicembre Ciancimino ricomincia a raccontare le stesse storie, ma con alcune ulteriori precisazioni ed alcune rettifiche. All’apparenza, solo piccoli aggiustamenti, ma scompare la “ratio” vera degli incontri di suo padre coi carabinieri (e cioè la caccia ai latitanti), ed al suo posto si innestano alcune fumose inquietanti insinuazioni, che Repubblica si affretta ad illustrarci:

     Tutta l’ inchiesta per il momento si sta concentrando «su un distinto signore con una busta in mano» che, una ventina di giorni prima della strage Borsellino, è entrato nella villa dei Ciancimino sotto Montepellegrino. «Mio padre me ne ha parlato tanto», dice Massimo. Era quello che ha portato il famigerato "papello" da far arrivare allo Stato. Fra le dieci e le dodici richieste che i boss elencavano offrendo in cambio una sola cosa: fermare le bombe in Sicilia e in Italia. «Mio padre ha incontrato tante volte anche Bernardo Provenzano a Roma», dice ancora Massimo ricordando che il padrino corleonese andava in giro presentandosi come "l’ ingegnere Lo Verde". Sullo sfondo di queste manovre fra Stato e mafia, la morte di Paolo Borsellino. L’ ipotesi investigativa: il procuratore avrebbe scoperto la trattativa e sarebbe stato ucciso perché, qualcuno, lo considerava un ostacolo al patto.”

    Et voilà. Ecco la fine della normalità, della banale quotidianità della logica, per l’ingresso trionfale del romanzo, del feuilleton, quello che non ci abbandonerà più sino ad oggi.

    Lo scorso mese di marzo, Bolzoni di repubblica torna alla carica con le news su Ciancimino Jr.:

     “Quello che era per tutti soltanto il rampollo viziato con la passione per le Ferrari e le feste a Cortina e i "piccioli", ai due magistrati sta svelando dettagli non proprio irrilevanti sulla stagione delle stragi. Ha cominciato con la famosa trattativa fra suo padre il generale Mario Mori, ex comandante dei Ros dei carabinieri e poi del servizio segreto interno. Ha continuato con la storia del "papello", le richieste scritte che Totò Riina avrebbe avanzato allo Stato italiano per fermare le bombe. Ha fatto nomi di personaggi che gli investigatori ignoravano. Ha riferito di incontri fra il padre e Bernardo Provenzano. Molti dei suoi interrogatori sono stati secretati e trasmessi alla procura della repubblica di Caltanissetta, quella che indaga ancora sulle stragi palermitaneei "mandanti altri" di Capaci e di via D’ Amelio.” (Da viveur a testimone di giustizia il figlio di don Vito fa tremare Palermo – Repubblica — 14 marzo 2009   pagina 11  )

    A metà dello scorso mese di luglio, in unì’intervista, il nostro collaboratore di giustizia preferito fornisce un nuovo dettaglio inquietante:

     

     D. Con chi trattò suo padre per la cattura di Riina?

    R. "Con il colonnello Mori e con il capitano De Donno, ma mio padre non si fidava di loro, erano sì influenti ma lui – che non era certo un deficiente – cercò di capire chi ci fosse sopra. Fu un certo ‘signor Franco’, un agente dei servizi segreti, a dire a mio padre che dietro c’era un personaggio politico".

    Ora, supponendo che i carabinieri avessero dialogato con Ciancimino esclusivamente allo scopo di avere la sua collaborazione per catturare i superlatitanti, ed avessero discusso solo di questo, allora a che gli serviva avere “dietro un personaggio politico”?  Non erano forse capaci a fare il loro mestiere senza quell’appendice che gli stava dietro? E’ qui evidente ,quindi, che Ciancimino Jiunior, o mentiva nel 2005, o mente adesso.

    Ma  lasciamo le vicende dei nostri testimoni un po’ volubili, mentre questi si districano fra misteriosi avvocati americani, oscure figure con la faccia da mostro che appaiono e scompaiono ogni volta che scoppia una bomba, ed inquietanti appostamenti, inseguimenti e avvertimenti, e torniamo al nostro papello.

    6) CHI HA PASSATO IL PAPELLO A CIANCIMINO JR.

    Elementare Watson. Lo ha passato il generale Mario Mori.

    Da cosa lo deduco? Ma è banale: da quel che ha scritto Ciancimino Sr. sul papello.

     «Consegnato, spontaneamente, al colonnello dei Carabinieri Mario Mori dei Ros»

    E quindi se il papello era stato consegnato a Mori, lo aveva Mori. E siccome Ciancimino sostiene di avere l’originale, allora gliel’ha dato Mori.

    Ma i miei piccoli lettori ora diranno: forse a Mori è stata data una copia.

    Ah, si? E secondo voi Ciancimino avrebbe apposto sull’originale che si è conservato, quella formula così solenne, con tanto di “spontaneamente”? Che bisogno aveva?  Lo avrà scritto forse così, tanto per certificare che quel papello invece che un foglio scarabocchiato era una merda tale da mandare in merda un mucchio di gente, lui soprattutto compreso (è la prova di un’estorsione, la più grave della storia d’Italia, caso mai qualcuno non ci avesse pensato), putacaso qualcuno capace di leggere ne fosse venuto in possesso?

    E mentre c’era perché non farsela vergare da Mori per ricevuta?

    No, credete a me, gliel’ha dato Mori, a Ciancimino Jr.

    A meno che, sia una patacca.

    Voi che dite?

    7) LA BUFALA.

    Questa sera, sul sito http://www.censurati.it, la straordinaria e meravigliosa Antonella Serafini, tanto per tirarsi un po’ la finanza e la polizia giudiziaria in casa, ha reso disponibile per il libero download, un documento clamoroso. Si tratta della trascrizione fatta a mano, nientepopodimeno che da Vito Ciancimino quand’era ancora vivo e vegeto, di un verbale di interrogatorio reso in presenza di Ingroia, Caselli e de Donno nel 1993.

    Scaricatevelo anche voi, please:

     

    SCARICA IL VERBALE MANOSCRITTO DI CIANCIMINO
    DEL GENNAIO ’93

    Tanto per mettervi nel gusto, vi pubblico la pagina dove Ciancimino spiega:

    Appunti Ciancimino 10rid

    Spero che abbiate cominciato ad intuire l’importanza di questo documento.

    Io dal canto mio, per farvi capire quanto è importante, vi riassumo due fra le cose più eclatanti che dice Ciancimino in questo memoriale:

    1)   Ciancimino racconta di avere incontrato per la prima volta il colonnello Mori il primo di settembre del 1992. Quindi, stop con la sciocchezza di Borsellino ucciso perché era venuto a sapere della trattativa. Fine.

    2)   Ciancimino racconta che i carabinieri nell’incontro chiedevano solo e soltanto grossi superlatitanti, proponendo in cambio “un buon trattamento per le famiglie”, e che pertanto, vista la proposta troppo “angusta e ultimativa”, lui decise, sapendo che sarebbe stata presa malissimo, in accordo coi carabinieri, di non aprire neppure la trattativa, restando un semplice informatore degli inquirenti. (Che è la versione che forniva anche Ciancimino Jr nel 2005).

    Quindi non c’era nessuna trattativa di natura politica, né questa trattativa ha nulla a che vedere con la morte di Borsellino, così come ha sempre affermato il servitore dello Stato e dei cittadini, generale Mori.

    Ma questo memoriale non è solo prezioso per il contenuto, ma anche perché ci fornisce un bel campione della grafia autentica di Vito Ciancimino.

    Ecco allora quel che ho fatto.

    Ho preso le poche parole identiche che appaiono contemporaneamente sul memoriale e sui due papelli, nelle parti che ci è stato detto essere state scritte da Vito Ciancimino, e le ho messe a confronto.

    Vi lascio pertanto alla carrellata senza ulteriori commenti.

    CLICCA QUI PER VEDERE IL CONFRONTO
    CALLIGRAFICO FRA I DOCUMENTI


     

    Attenzione!!!: aprendo lo "slide-show"cliccando qui, e partendo con il click dalla prima immagine, bisognerà, mediante il menù in alto, andare nella modalità "show details", che mostra i miei commenti "grafologici" ad ogni immagine.

    Attenzione!!!
    :
    La “A” indica le colonne delle parole prese dal memoriale, la “B” indica le parole prese dai mitici papelli consegnati in fotocopia da Ciancimino Jr. e pubblicati in fretta e furia dall’Espresso.

     

     

       

     

    Visto tutto? 

    Bene. Se siano scritte dalla stessa persona, a voi il giudizio.

    Mi congedo, ma tenete d’occhio il blog, perché presto ci saranno delle novità


    Enrix

    APPENDICE: Il  23 ottobre, siamo stati in prima pagina di "Libero":

    La mitica «rete» – che secondo i Di Pietro e i Travaglio rappresenta la riscossa della libera informazione – sta fottendo giusto i Di Pietro & i Travaglio e la loro falsa informazione. Due dei migliori blog antimafia, enrix.it (sic) e censurati.it, hanno fornito prove attendibili che i «papelli» pubblicati da L’Espresso sono probabilmente dei falsi, e che ogni ipotesi di «trattativa» resta ridicola. Hanno pubblicato la trascrizione, fatta a mano da Vito Ciancimino quand’era vivo, di un verbale di interrogatorio da lui reso a Caselli,  Ingroia e de Donno  nel 1993.  E morale:  1) Ciancimino, nel verbale, dice d’aver incontrato per la prima volta il colonnello Mori il 1° settembre 1992: addio quindi a ogni ipotesi di un Borsellino ucciso perché era venuto a sapere di trattative.; 2) Ciancimino racconta poi che i carabinieri gli avevano chiesto di poter arrestare non meno di “grossi superlatitanti”, offrendo in cambio “un buon trattamento per le famiglie” e nulla più:  sicchè lui decise di non aprire nessuna trattativa: stessa versione che Ciancimino Jr  dava sino al 2005 e che fornisce oggi il generale Mori; 3) La grafia del memoriale di Ciancimino – dulcis  in fundo – è palesemente diversa da quella dei papelli dell’Espresso, che appaiono come dei falsi ricalcati. Il tutto si configura come una spaventosa patacca, con Ciancimino Jr  a delirare dalla tv di Stato e i Di Pietro e i Travaglio e i Riina che intanto applaudono.

    Filippo Facci

     
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