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  • Avatar di enrix

    enrix 22:27 on 30 November 2010 Permalink | Rispondi
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    Sbatti il mostro ad Annozero

     

     

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    Sbatti il mostro ad annozero

     
    • anonimo 10:17 on 1 December 2010 Permalink | Rispondi

      grande Enrico!
      Maury

    • anonimo 20:25 on 2 December 2010 Permalink | Rispondi

      Ottima precisazione.

      Caro Enrico c'è però una cosa che non comprendo. 

      Mi chiedo sempre sull'argomento braccio destro del Signor Franco, ma se ancora non è stato individuato con certezza il Signor Franco come si fa a parlare del presunto braccio dx?

      Se ricordo bene prima fu individuata una persona in una foto che poi risultò un equivoco, secondariamente era stata sospettata una persona che ora non risiederebbe in Italia, un israeliano,  per quel poco che si è scoperto, sembra assai complicato sia realmente quello il Signor Franco.

      Mi sono perso qualcosa?

      Mi sembra incredibile che una persona che vede  decine di volte questo fantomatico Signor Franco, come lo Junior sostiene, ancora non si sappia chi è sempre che sista.

      Gianluca

      Gianluca

    • anonimo 22:53 on 5 December 2010 Permalink | Rispondi

      Caro Enrix, mi aspetto a breve un tuo intervento, visto che adesso ciancijunior ha riconosciuto non il braccio destro del signor franco ma adirittura il capo del signor franco, nientepopodimenno che Gianni De Gennaro.

      Anton Egger

    • enrix007 23:10 on 5 December 2010 Permalink | Rispondi

      Caro Anton,
      Cianci Junior s'è fatto beccare dalla procura di Reggio Calabria, due settimane fa, che mollava la scorta per visitare un tizio in odore di 'ndrangheta e farci un affare da cento testoni.
      Le microspe ambientali lo hanno registrato.

      «Quando mi senti in televisione tu fottitene», ha detto il giovane Ciancimino al suo compare.

      Ruotolo si domanda se non sia un "doppiogiochista" o un "manovrato", a questo punto; altri invece gridano al complotto massonico o roba del genere.

      Questa vicenda diviene di giorno in giorno più tragicomica.

    • enrix007 23:12 on 5 December 2010 Permalink | Rispondi

      Caro Gianluca,

      il sig. Franco non esiste.

      Il problema non è il nostro eroe, ma chi gli da corda.

    • anonimo 22:20 on 6 December 2010 Permalink | Rispondi

      Se volete incontrare di persona il cianciarone, quello che sa tutto di tutti dappertutto, quello che ha tanta paura per la sua vita e della sua famiglia, quello che sa di rivelare fatti sconvolgenti… ecc.. ecc.. lo potete trovare tutti i giorni al bar …. a poche decine di metri da casa sua a Bologna, ben protetto da un muro di maritozzi, babà e cornetti che gli fanno da scudo (il nome del bar non lo rivelo per privacy, ma lo conosco perfettamente)

      Il pavido cianciarone ha così tanta paura che l'altra settimana s'è scordato la scorta e, ma guarda un po' che strano caso (come direbbe Travaglio), proprio la volta che è andato a casa di un pregiudicato in odore di 'ndrangheta.
      Che temesse che la scorta si annotasse data e luogo?

      Chissà se ha incontrato anche il signor franco? E magari anche il signor carlo? E il signor pino? Nessuno che ne parli mai del misterioso pino.

      Ho un forte prurito al piede destro, penso però di aver trovato le natiche su cui farmelo passare.

      Renzo C

  • Avatar di enrix

    enrix 11:19 on 28 December 2009 Permalink | Rispondi
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    I comodi dei pentiti 


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    Mafia, sparate e bugie sotto protezione

    L’inattendibile Spatuzza è solo l’ultimo di una lunga serie di pentiti che hanno fatto i propri comodi a spese dello Stato. Ecco il bestiario


    di Chiara Rizzo

     

    «Spatuzza sostanzialmente ha riferito di aver tratto dei convincimenti sulla base di informazioni giornalistiche». È il 4 dicembre e così il presidente della corte d’Appello di Palermo, Claudio Dall’Acqua, che sta processando Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, chiosa sulle dichiarazioni del teste star, il pentito Gaspare Spatuzza, per settimane indicato da giornali e tv come latore delle verità nascoste della Seconda Repubblica. Stragi, trattative, mandanti occulti. Spatuzza avrebbe rivelato tutto. Poi, quel 4 dicembre, arriva in aula. E il caso si sgonfia. Perché Gaspare “u tignusu”, ex killer di Cosa Nostra, racconta con dovizia di particolari l’organizzazione delle stragi del ’93 nel continente. E anche il fallito attentato all’Olimpico del gennaio ’94. Poi, però, gli chiedono il motivo per cui è lì in aula. Cosa sa dei collegamenti tra la mafia e Dell’Utri (e il premier Silvio Berlusconi). E qui Spatuzza tentenna. Del resto un semplice killer non dovrebbe essere informato sui rapporti tra i boss e la politica. «Io e quei quattro pazzi che mi portavo dietro eravamo utili solo per fare omicidi», ammette il pentito parlando del breve periodo in cui è stato reggente del mandamento Brancaccio. In aula, infatti, Gasparino spiega di aver collegato i nomi di Dell’Utri e dei fratelli Graviano (i suoi boss) per la prima volta nel ’90, dopo l’apertura di una filiale Standa nel quartiere palermitano. Perché? «La Standa era di proprietà di Berlusconi». Poi, ancora, racconta di aver fatto collegamenti tra Vittorio Mangano (lo stalliere di Arcore), Dell’Utri e Berlusconi «acquisendo queste cose delle cronache giornalistiche». La voce del pentito si fa molliccia, da curato di campagna. Spatuzza si sofferma sui tormenti della conversione, meno sui dati di fatto. Racconta che Filippo Graviano (che lo ha smentito) nel 2004 gli confidò: «Se non arriva niente da dove deve arrivare, parleremo ai magistrati». Racconta che anche Giuseppe Graviano gli fece una confidenza nel ’94: «Grazie a Berlusconi e Dell’Utri ci siamo messi il paese nelle mani». Perciò, sostiene Spatuzza, «ho fatto il collegamento». E il presidente Dall’Acqua, in aula, commenta: «Non è un fatto accaduto nel tempo e nello spazio, questo collegamento è un fatto accaduto nella mente di Spatuzza».

     Ma Spatuzza non è il primo pentito balzato alle prime pagine a rivelare di aver fatto deduzioni sulla base di quanto letto negli stessi giornali. Un corto circuito dagli effetti devastanti, genere in cui maestro riconosciuto resta Giovanni Brusca, l’uomo che azionò la bomba di Capaci. Brusca ci prova due volte. La prima il 21 gennaio1998, al processo a Firenze per la strage di via dei Georgofili, lanciando accuse pesantissime: «Siamo stati strumentalizzati, pilotati, dall’Arma». Salvo poi ammettere candidamente: «L’ho dedotto dai giornali». La seconda volta il 22 maggio 2009, a Palermo: Brusca, durante il processo contro il generale Mario Mori, ritorna ad accusare i carabinieri di aver trattato con Cosa Nostra, e parla di un papello che proverebbe la trattativa. «Come conosce il contenuto del papello?», gli chiede uno dei difensori di Mori. E Brusca, pacifico come un angioletto: «L’ho letto su Repubblica».

    Le cronache raccontano anche di pentiti pronti a dichiarare la qualsiasi pur di farsi ammettere al programma di protezione, salvo poi rivelarsi per quel che sono. Mendaci. È il caso di Carlo Vavalà, ex pastore di Vibo Valentia, affiliato alla ’ndrangheta, condannato per il sequestro e l’omicidio del dentista Gian Carlo Connocchiella. Dopo l’arresto, nel ’97, Vavalà fa il nome del presunto killer di Connocchiella ed entra nel programma di protezione. Nel 2000 la corte d’Assise di Catanzaro assolve la persona accusata da Vavalà. Evidenziando la «pervicace e recidiva menzogna» del pentito Vavalà, «per di più mentitore confesso». Il programma di protezione viene revocato.

     Poi ci sono i pentiti che accusano altri per sgravarsi dalle proprie responsabilità. Michele Iannello, affiliato alla ’ndrina dei Mancuso di Limbadi (Vv), è arrestato per l’omicidio di Nicholas Green, il bimbo americano ucciso nel ’94 durante una vacanza con la famiglia in Calabria. Iannello entra nel programma di protezione nel ’95, perché fa arrestare numerosi membri della cosca. O almeno così fa credere lui: nel 2001 i giudici di Catanzaro, che raccolgono le sue deposizioni, denunciano alla direzione nazionale antimafia che la collaborazione di Iannello in realtà non è mai stata «originale e determinante» per gli arresti. Anche le altre accuse mosse dal pentito, quelle per l’omicidio Green, si rivelano false: Iannello, prosciolto in primo grado, è condannato all’ergastolo in Appello e in Cassazione proprio perché riconosciuto killer del piccolo Green. Nella sentenza la corte d’Assise d’Appello denuncia «il comportamento processuale connotato dal mendacio e da qualche apparente ammissione, distorta e chiaramente volta a deresponsabilizzare la propria posizione». Il programma di protezione sarà definitivamente revocato a Iannello quando quest’ultimo tenterà, nel 2002, di accusare dell’omicidio suo fratello.

     

    Criminali impenitenti

    Diversi pentiti hanno approfittato della protezione dello Stato per continuare a delinquere. Il maître à penser di questa corrente è certamente Balduccio Di Maggio, il boss che mentre racconta ai pubblici ministeri del bacio tra Totò Riina e Giulio Andreotti, ordina omicidi. Arrestato nel ’97, Di Maggio ottiene i domiciliari nel 2000, fingendosi gravemente malato. E torna ai suoi “affari”. Sarà riarrestato a Pisa, nel 2001, mentre organizza un traffico di droga con l’Albania. Alfio Garrozzo collabora con la giustizia facendo arrestare membri del clan Santapaola di Catania. Intanto costruisce una fortuna grazie alla cessione di stupefacenti: programma revocato nel 2003. Maurizio Avola, “il killer dagli occhi ghiaccio” del clan Santapaola, è uno dei pentiti storici della mafia catanese, nonché uno degli accusatori di Dell’Utri. Protezione revocata nel ’97: il pentito è arrestato perché rapina banche insieme ad altri due collaboratori di giustizia. Nel 2008 Avola ci riprova. Racconta ai giudici di aver riconosciuto, sempre su un giornale, il governatore della Sicilia Raffaele Lombardo come l’uomo che – quindici anni prima – era in contatto con il boss Nitto Santapaola: «All’epoca, però, non sapevo chi fosse Lombardo», spiega. Ma la ciambella non riesce col buco: «Nonostante gli accurati accertamenti svolti nessun riscontro è stato mai trovato alle dichiarazioni del collaboratore Avola» valuta la procura di Catania lo scorso ottobre.

     I pentiti possono essere decisivi nella lotta alle mafie, ma vanno “maneggiati” con cura. Soprattutto quelli con i ricordi a orologeria, l’ultimo grido in fatto di cronaca giudiziaria. Basta ricordare come, il 30 gennaio 2003, durante il processo d’appello a Bruno Contrada, il pentito Antonino Giuffré apre le sue dichiarazioni in aula: «Ho avuto sei mesi per dire quello che sapevo. I sei mesi sono stati pochi e magari non ho avuto il tempo materiale di dire tutto e, se ricordo bene, sul dottor Contrada non ho detto niente. Ragion per cui, non ho detto niente perché non mi sono ricordato. Se il signor procuratore farà delle domande, e io ricorderò, io sono a disposizione».

     
    «Mai sentiti nomi di politici»

    Esemplare il caso di Massimo Ciancimino, anche se tecnicamente non si tratta di un collaboratore di giustizia. Il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo custodirebbe a suo dire le prove della trattativa mafia-Stato, ma se ne ricorda dopo sedici anni, davanti ai pm del capoluogo siciliano. Ai giornali Ciancimino spiega di non aver parlato prima «perché nessuno ha avuto la bontà di interrogarmi». L’ultima autorettifica la fa in studio ad Annozero, il 10 dicembre: «Nel 2006 mi chiesero di non parlare della trattativa» rivela, ma senza specificare chi glielo abbia chiesto. Si attendono nuove versioni da qui al prossimo febbraio, quando Ciancimino jr. deporrà al processo Mori.

    Infine, a proposito di memoria a orologeria, va citato di nuovo Spatuzza, un caso che sembra sintetizzare in sé tante “anomalie”, per usare una parola molto amata dal pentito. Il 9 luglio 2008, davanti ai magistrati di Firenze che lo interrogano sulle stragi del ’93, rivela particolari importanti sugli attentati di Roma e Milano. Ricorda perfino un sopralluogo nella capitale che si trasforma in una sorta di gita mafiosa, tra il Colosseo, l’Eur e le chiese poi scelte come obiettivo. Poi i pm Alessandro Crini e Giuseppe Nicolosi gli chiedono se il suo boss Giuseppe Graviano abbia mai fatto nomi di politici. Lui risponde: «Né nel corso del colloquio a Campo Felice di Roccella (dove la cosca stava organizzando un attentato, ndr), né in altre circostanze Graviano Giuseppe mi ha mai precisato chi o quali fossero i suoi eventuali contatti. A Campo Felice di Roccella ci parlò genericamente di politica». Il 17 luglio 2008 i pm tornano sull’argomento. Spatuzza dichiara: «Escludo che Graviano possa essersi messo in questa impresa, per fare quella che ho definito una guerra allo Stato, sulla base di un discorso generico. Trassi la convinzione che c’era un vero e proprio accordo. Come ho già detto, Graviano non esternò su chi fosse il politico con il quale aveva questo accordo». E lo ribadisce: «Non ebbi particolare indicazioni da Graviano su chi potesse essere l’interlocutore politico, anche perché i Graviano furono arrestati e quindi tutto finì». E, ai pm che glielo richiedono, lo ripete pure una terza volta. Infine, il 16 giugno 2009, Spatuzza è di nuovo interrogato. Durante il colloquio il suo avvocato gli comunica che le procure di Caltanissetta e Palermo hanno espresso pareri favorevoli alla sua ammissione al programma di protezione. A questo punto Spatuzza inizia a parlare: «Circa i nomi delle persone con le quali l’accordo si era chiuso egli (Graviano) fece esplicitamente il nome di Berlusconi». L’iter per garantire a Spatuzza lo status di pentito è stato formalizzato solo dopo queste parole.

    24 Dicembre 2009

    Estratto dalla rivista "Tempi"  -  LINK

     
    • anonimo 13:32 on 22 April 2010 Permalink | Rispondi

      Ciao Enrix,volevo sapere cosa ne pensavi del processo Andreotti. Tu credi alla prescrizione, cioè che abbia commesso il reato fino al 1980?Una delle incolpazioni più gravi è stata quella di aver parlato con Bontate dell'omicidio Mattarella, prima che avesse luogo. Bontate gli disse che Mattarella rompeva i coglioni, e che se lui non faceva qualcosa lo ammazzava. E così avrebbe fatto.Se ti può interessare: lo sapevi che, secondo Falcone e Borsellino, Bontate non c'entrava con l'omicidio Mattarella? Lo dicono nella ordinanza di rinvio a giudizio credo del maxiprocesso (del 1986). Ecco il testo:"Nel 1978, veniva ucciso il segretario provinciale di Palermo della D.C., Michele Reina; nel 1979, venivano assassinati il dirigente della Squadra Mobile di Palermo, Boris Giuliano, e l'on.[sic] Cesare Terranova. Di questi fatti di sangue, nè Bontate nè il gruppo a lui vicino (Inzerillo, Riccobono, Pizzuto) venivano informati. Era chiaro che i Corleonesi avevano ormai saldamente in pugno la situazione.L'anno successivo venivano uccisi il presidente della Regione, Piersanti Mattarella, ed il Cap. CC. Emanuele Basile. Anche a tali omicidi Bontate e i suoi amici erano estranei."(citato in "Rapporto sulla mafia degli anni ' 80", di Saverio Lodato, Francesco La Licata, Lucio Galluzzo, pag. 203.)Moritz

  • Avatar di enrix

    enrix 16:39 on 2 December 2009 Permalink | Rispondi
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    SPATUZZA, CIANCIMINO JR. : ECCO LE NUOVE PATACCHE 

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    SPATUZZA, CIANCIMINO JR.: ECCO LE BUFALE  CHE METTONO IN RIDICOLO DI FRONTE AL MONDO IL NOSTRO SISTEMA GIUDIZIARIO ED IL NOSTRO STATO DI DIRITTO.

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    Gli appassionati di libri gialli conoscono bene quei metodi finissimi, quei capolavori delle scienze investigative che hanno reso detectives come Hercule Poirot o avvocati come Perry Mason, celebri al mondo intero.

    Sapete, quelle cose sottili, roba tipo: quella lettera è falsa, non poteva essere stata scritta nel 1921 perché un’analisi dell’inchiostro ha rivelato la presenza di un composto del magnesio utilizzato nel mercato delle stilografiche solo dal 1924.

    Oppure:  secondo quanto accertato, l’imputato è allergico al latte, per cui non poteva essere stato lui a consumare quel mezzo budino alla vaniglia i cui avanzi sono stati ritrovati al tavolo della vittima che aveva ospitato il suo assassino.

    Bene, credo che tutti abbiamo presente.

    Invece, nel caso di Spatuzza e Ciancimino Jr, non c’è nulla di tanto sottile. Assolutamente.

    No.  Qui ci sono proprio solo degli svarioni da Totò e Peppino,  degli sfondoni da Banda Bassotti e Spennacchiotto, delle vere e proprie gaffes alla Pietro Gambadilegno.

    Al che, ci potremmo fare semplicemente due belle e salutari risate.

    Ma non possiamo farlo, perché dietro a queste bufale ci sono, incredibilmente, i solidi puntelli di un apparato istituzionale, quello della giustizia di stato, e dei principali organi di informazione nazionale, che pretendono ad ogni costo di prospettarci come credibili quelle sole da salumaio.

    Quindi c’è poco da ridere.

    Prendiamo ad esempio l’articolo del 28 novembre scorso, su Repubblica, dal titolo L’INCHIESTA – Il peso del ricatto al premier della famiglia di Brancaccio sembra legato all’inizio della sua storia di imprenditore. SONO I SOLDI DEGLI INIZI DEL CAVALIERE L’ASSO NELLA MANICA DEI FRATELLI GRAVIANO”, articolo che porta le firme illustri di Giuseppe D’Avanzo e Attilio Bolzoni.

     D’Avanzo e Bolzoni ci riferiscono di alcune dichiarazioni del piùchepentitocontrito Gaspare Spatuzza, provenienti da un verbalone di oltre mille pagine che chi più ne ha più ne metta.

    E c’è da credere, com’è ovvio, che se quelle son le cose che Repubblica preferisce estrapolare  da un verbalone di 1000 pagine per porle in evidenza al proprio pubblico, allora devono essere le cose più importanti dette da Spatuzza.

    Vediamo che cosa ci raccontano di bello.

    “È il 16 marzo 2009, il mafioso di Brancaccio racconta ai pubblici ministeri del "tesoro" dei Graviano. "Cento lire non gliele hanno levate a tutt’oggi. Non gli hanno sequestrato niente e sono ricchissimi".

    Dopodichè Repubblica ci porta subito al sodo dell’insinuazione.  Già, perché il giornale ci tiene a chiarire subito che di insinuazioni si tratta, di mere deduzioni dei pentiti prive dei necessari "riscontri intrinseci ed estrinseci". Ma che comunque per la loro gravità e per le persone che coinvolgono, vanno comunque approfondite.

    Che cosa intenda insinuare Spatuzza, è chiarito nell’articolo con una serie di premesse ben confezionate:

    “Con quali capitali, Berlusconi abbia preso il volo, a metà degli settanta, ancora oggi è mistero glorioso e ben protetto. Molto si è ragionato sulle fidejussioni concessegli da una boutique del credito come la Banca Rasini; sul flusso di denaro che gli consente di tenere a battesimo Edilnord e i primi ambiziosi progetti immobiliari. Probabilmente capitali sottratti al fisco, espatriati, rientrati in condizioni più favorevoli, questo era il mestiere del conte Carlo Rasini. Ma è ancora nell’aria la convinzione che non tutta la Fininvest sia sotto il controllo del capo del governo.”

    E ancora:

    “Il Cavaliere dice che si è fatto da sé correndo in salita senza capitali alle spalle. Sostiene di essere il proprietario unico delle holding che controllano Mediaset (ma quante sono, una buona volta, ventidue o trentotto?). E allora l’altro venti per cento di Mediaset di chi è? Davvero, come raccontano ora gli uomini di Brancaccio, è della mafia? È stata la Cosa Nostra siciliana allora a finanziarlo nei suoi primi, incerti passi di imprenditore?”

    Domande che ci assillano da anni, effettivamente.

    Ora c’è Spatuzza, mafioso pentito del Brancaccio, che sembra finalmente essere in grado di portare un po’ di luce sul mistero delle richezze primordiali del cavaliere, preparando, con le sue lucide testimonianze, il terreno alla tanto attesa confessione finale dei Graviano, così come ribadiscono i giornalisti di Repubblica:Nella scena che prepara la confessione di Gaspare Spatuzza, quel che è originale è l’esistenza di "un asso" che, giocato da Giuseppe Graviano, potrebbe compromettere il racconto mitologico dell’avventura imprenditoriale del presidente del consiglio.”

    E Graviano  non potrà più giocare a lungo a nascondino, perché ormai Spatuzza ha vuotato il sacco:

    "Filippo Graviano mi parlava come se fosse un suo investimento, come se la Fininvest fossero soldi messi da tasca sua",.

    Benissimo.  E a questo punto, preso atto di tutto questo, chi volesse andare da D’Avanzo e Bolzoni, nonché dai magistrati che hanno tirato giù i verbaloni di Spatuzza, per spiegargli con i dovuti rispetto e cortesia che i fratelli Graviano all’anagrafe risultano nati uno nel 1961 e l’altro nel 1963, e che pertanto con i capitali con cui Berlusconi ha preso il volo nella metà degli anni 70 potrebbero c’entrare soltanto ammettendo che il racket degli scambiatori delle figurine Panini e del contrabbando scolastico dei fumetti “spinti” procurasse profitti imprevedibili, ora è libero di farlo.

    Io già me la vedo l’espressione arcigna dei banchieri della Rasini che, accogliendo nei propri lussuosi uffici milanesi questi prodigiosi miliardari quattordicenni di Palermo, li assicurano della serietà del loro investimento.

    Ma non è tutto. Sono gli approcci verso l’alta finanza portati avanti dai Graviano negli anni ’90, la vera perla della memoria del nostro Gaspare detto ”u tignusù” .

     

    Parla Spatuzza (16 giugno 2009): "Nel 1991, vendono, svendono il patrimonio. Cercano i soldi, [vogliono] liquidità e io non so come sono stati impiegati [poi] questi capitali, e per quali acquisizioni. Certo, non sono restati in Sicilia". I Graviano, a Gaspare, non appaiono più interessati "alle attività illecite" . "Quando Filippo esce [dal carcere] nell’88 o nel 1989, esce con questa mania, questa grandezza imprenditoriale. I Graviano hanno già, per esempio, le tre Standa di Palermo affidate a un prestanome, in corso Calatafimi a Porta Nuova, in via Duca Della Verdura, in via Hazon a Brancaccio". Filippo – sempre lui – si sforza di far capire anche a uno come Spatuzza, imbianchino, le opportunità e anche i rischi di un impegno nella finanza. Le sue parole svelano che ha già a disposizione uomini, canali, punti di riferimento, competenze. "[Filippo] mi parla di Borsa, di Tizio, di Caio, di investimenti, di titoli. (…). Mi dice: [vedi Gaspare], io so quanto posso guadagnare nel settore dell’edilizia, ma se investo [i miei soldi] in Borsa, nel mercato finanziario, posso perdere e guadagnare, non c’è certezza. Addirittura si dice che a volte, se si benda una scimmia e le si fa toccare un tasto, può riuscire meglio di un esperto. Filippo è attentissimo nel seguire gli scambi, legge ogni giorno il Sole 24ore. Tiene in considerazione la questione Fininvest, d’occhio [il volume degli] investimenti pubblicitari. Mi dice [meraviglie] di una trasmissione come Striscia la notizia. Minimo investimento, massima raccolta [di spot], introiti da paura. "Il programma più redditizio della Fininvest", dice. Abbiamo parlato anche di Telecom, Fiat, Piaggio, Colaninno, Tronchetti Provera, ma la Fininvest era, posso dire, un terreno di sua pertinenza, come [se fosse] un [suo] investimento, come se fossero soldi messi da tasca sua, la Fininvest".

    E certo, nella metà degli anni 70 l’aveva finanziata lui, la Fininvest, con il racket delle figurine.

    Ma anche su quanto rivelato da Spatuzza sulle discussioni in tema di investimenti che lui avrebbe tenuto con Graviano in quell’epoca, ci sarebbe qualcosa da spiegare ai magistrati nonché ai giornalisti che come D’Avanzo e Bolzoni ce ne danno conto. Ad esempio, che Colaninno non era un esponente dell’alta finanza, ma soltanto un produttore di pezzi per automobili generici e di basso costo, come i filtri per il gasolio.  E soprattutto, che la Telecom non esisteva ancora. Si chiamava SIP, ed era difficile fare affari con i suoi titoli, perché appartenevano allo Stato.

    Proprio così. Ma non sarà mica che ‘sto Spatuzza è un contafrottole?  Mah.

    Comunque, quand’anche lo fosse, allora possiamo dire che si contende il primato con Ciancimino Jr, del quale oggi, sempre Repubblica, ci narra questa nuova prodezza:

     

    Deposizione del figlio del defunto sindaco di Palermo davanti ai pmche indagano sulle stragi di mafia. Il capo dei capi parlava di "il nostro amico senatore

    Ciancimino jr e il biglietto del boss

    "Dell’Utri parlò con Provenzano"

    dal nostro inviato FRANCESCO VIVIANO

     

    “CALTANISSETTA - Bernardo Provenzano, il capo dei capi di Cosa nostra, era in contatto diretto con il senatore Marcello Dell’Utri. Lo ha raccontato Massimo Ciancimino, figlio del defunto ex sindaco di Palermo Vito, ai giudici di Palermo e di Caltanissetta che indagano sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio, e sulla presunta "trattativa" tra Stato e Mafia di quegli anni.

    Massimo Ciancimino lo ha detto ieri ai magistrati spiegando nei dettagli il "senso" di un biglietto dattoloscritto da Bernardo Provenzano ed inviato a Don Vito Ciancimino che si trovava agli arresti domiciliari a Roma, dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio. "Caro ingegnere – scriveva Provenzano – ho ricevuto la "ricetta", ci dobbiamo incontrare nel solito posto, al cimitero, per chiarire alcune cose… Abbiamo parlato con il nostro amico senatore per quella questione, hanno fatto una riunione e sono tutti d’accordo".

    E quell’amico senatore, secondo Massimo Ciancimino, sarebbe proprio Marcello Dell’Utri. La "ricetta" che Provenzano aveva ricevuto da Vito Ciancimino, sarebbe stata la richiesta di Cosa nostra ad alcuni esponenti politici di favorire i mafiosi in carcere ed i loro patrimoni in cambio della fine delle stragi del ’92-’93 che avevano raggiunto l’apice con gli attentati di Firenze, Roma e Milano.

    Ma l’ultimo "pizzino" di Provenzano inviato a Vito Ciancimino, quello relativo all’incontro con "il nostro amico senatore", sarebbe stato spedito nel 2000, ha spiegato Massimo Ciancimino, a conferma che la "trattativa" tra Stato e Mafia avviata con Riina e Provenzano e proseguita poi con i fratelli Filippo e Giuseppre Graviano, è continuata e non si sarebbe mai interrotta. (…)

    Adesso, rompendo ogni indugio e abbandonando le paure di "parlare di persone importanti", Massimo Ciancimino ha svelato che Bernardo Provenzano si riferiva proprio a Marcello Dell’Utri.”

    Perfetto, caro Ciancimino. Quindi Provenzano avrebbe spedito un pizzino  nel  2000, in cui parlava, secondo te, di dell’Utri, chiamandolo “il nostro amico senatore”.

    Peccato che Dell’Utri sia diventato senatore soltanto nel 2001.

    E con questo, noi per oggi con i bufalari abbiamo chiuso.

    Ma Repubblica certamente no.

    Enrix

    Un ringraziamento doveroso va a colui che, come da sempre, è preziosissima fonte di informazioni per i miei articoli: il mio caro amico François de Quengo de Tonquédec.

     
    • ilPensatore 17:00 on 2 December 2009 Permalink | Rispondi

      stamattina ho scritto anch’io un pezzo su Ciancimino jr…

      http://ilpensatore.wordpress.com/2009/12/02/ciancimino-jr-e-lamico-senatore-dellutri-qualcosa-non-torna-la-data/

      ora aspetto che D’Avanzo commenti con la dovuta puntigliezza le dichiarazioni del figlio del sindaco mafioso di Palermo…

    • ilPensatore 17:01 on 2 December 2009 Permalink | Rispondi

      dimenticavo: salutoni Enrico…

    • anonimo 17:07 on 2 December 2009 Permalink | Rispondi

      Complimenti Enrix, come al solito bastano due tre cosette semplici semplici per SPUTTANARE CERTA STAMPA.

    • enrix007 17:07 on 2 December 2009 Permalink | Rispondi

      Saluti a te Marco. Eh si, questa è proprio bella grossa. Bisognava giusto rompere gli indugi a parlare dei potenti, per dire ‘sta cazzata,.

    • giu7 18:28 on 2 December 2009 Permalink | Rispondi

      Interessante.
      Mi viene in mente quello scambio lunghetto ma divertente che avemmo l’anno scorso sul blog di Guzzanti, e che ebbe inizio da qui:
      http://www.paologuzzanti.it/?p=734#comment-66748

      Peccato non poter leggere il corrispettivo che si potrebbe avere con simili interlocutori.

    • ilPensatore 20:53 on 2 December 2009 Permalink | Rispondi

      senza contare che, per un novello finanziere attento al mercato, Piaggio non poteva certo rappresentare un buon investimento, visto che negli anni 80 e fino al 93 è un’azienda in completo declino…

      mah…

    • anonimo 12:56 on 3 December 2009 Permalink | Rispondi

      A me, che sono cresciuto nella scuola post-stragi, è sempre più chiaro che l’instillazione nei giovani di tutta quella stomachevole liturgia dell’antimafia era fatta allo scopo di realizzare uno strumento di potere, e di rincoglionimento.
      Grazie ad essa ora quando c’è di mezzo la mafia si parla per dogmi, chi dubita è un bestemmiatore, abbiamo la santificazione per via consanguinea, la mafiosità transitiva e molte altre cose.  

      A proposito, sicuramente i miei genitori in quelle Standa ci saranno andati. Non potevano non sapere – Travaglio l’ha spiegato che chi è siciliano le sa queste cose. Lui invece è autorizzato a non saperle –  che faccio…  chiamo il magistrato pure io?

      Sempre complimenti per i tuoi articoli.

      Fabio "Buson"

      ah…  una cosa. Dove dici

      "pertanto con i capitali con cui Berlusconi ha preso il volo nella metà degli anni 70 potrebbero c’entrare soltanto ammettendo"

      per favore: entrarci. C’entrare è l’aggiustamento di un orrendo benché diffuso errore (centrare): il ci proclitico con l’infinito non si può mettere. E’ come se uno dicesse: ti va di ci andare domani?

      Scusa la lagna che sono.  

    • anonimo 10:00 on 4 December 2009 Permalink | Rispondi

      Spennacchiotto! Quanti ricordi!
      Luigi

    • anonimo 16:02 on 4 December 2009 Permalink | Rispondi

      Sia ben chiaro che non considero attendibili le dichiarazioni di Spatuzza, non completamente almeno.
      Però mi chiedo: perché gli è saltato in mente di farle? Perché i Graviano non si dissociano, come generalmente avviene con i pentiti, ma dimostrano stima verso Spatuzza?
      La mafia vuole minacciare il governo, questo è certo, perché?
      Non crederete davvero che la mafia voglia fare cadere il governo perché danno la caccia ai latitanti… da quando in qua il governo ha il potere di arrestare latitanti? Mi pare che ancora questo potere spetti alla tanto vituperata magistratura…

      A metà degli anni settanta i Graviano erano giovani ma il loro clan esisteva già, probabilmente con "noi" si riferivano al clan.

      D’altronde perché Berlusconi, se veramente è infastidito da tutte queste voci, non fa chiarezza una volta per tutte sulla provenienza di quei soldi? Insomma le voci le crea lui quando si avvale della facoltà di non rispondere davanti a un magistrato… senza contare il dovere di chiarezza di fronte all’opinione pubblica…

      Enrix, se non fornisci versioni alternative, ma ti limiti a fare notare i punti deboli di quello che secondo te è un Truman Show, convinci solo chi è già d’accordo con te.
      Poi su alcuni punti deboli, errori anche in malafede, posso essere d’accordo, ma da qui a credere al Truman Show ce ne passa.

      Luigi C.

    • enrix007 02:47 on 7 December 2009 Permalink | Rispondi

      Hai ragione Luigi, presto riassumerò le "versioni alternative", stai tranquillo.

    • anonimo 17:49 on 7 December 2009 Permalink | Rispondi

      Scusate l’intromissione ma secondo me NON HA RAGIONE LUIGI.

      Sono con VOI che dobbiamo capire  i perchè e su questo non ci piove, ma se nel frattempo il quadro con c’è chiaro DOBBIAMO ATTENERCI HAI FATTI APPURATI ed INCONTROVERTIBILI  CHE SONO DUE:

      - Nel 93 Berlusconi non era al governo e neanche in politica e se avevano delle anticipazioni NESSUN COMMENTATORE POLITICA POTEVA IMMAGINARE CHE AVREBBE BATTUTO LA MACCHINA DA GUERRA OCHETTIANA

      - All’inizio dell’attività Berlusconiana i GRAVIANO giocavano con Figurine e Subbuteo.

      Gianluca

    • enrix007 03:23 on 9 December 2009 Permalink | Rispondi

      Infatti non ha ragione, Gianluca, la mia era ironìa.
      Le versioni "alternativ", che poi son le vere principali,  sono già tutte scritte nei miei articoli precedenti, nonchè nell’ultima sentenza "Borsellino-bis".

      Questa nuova ondata spatuzziana-cianciminiana di rivelazioni che non sono tali, è solo un depistaggio, alla fine.

      falcone e Borsellino sono stati uccisi per le inchieste sulle attività criminali che conducevano e che avevano dimostrato di voler condurre. E per null’altro.

      E Berlusconi e la trattativa non c’entrano una sega.

    • anonimo 06:59 on 9 December 2009 Permalink | Rispondi

      Premesso che Travaglio sta sul cazzo anche a me, permettimi di dissentire cordialmente con le tue conclusioni.

      Il particolare di Telecom e’ interessante. Ma potrebbe trattarsi di una svista, una sovrapposizione di ricordi, visto che Spatuzza parla ora dei primi anni novanta, e gli sara’ capitato in seguito di parlare di economia con altri. Gia’ mi stupisco che uno cosi’ sappia parlare, non e’ che si puo pretendere la precisione assoluta.

      Quanto alla storia delle figurine Panini, stai smontando quella che e’ solo una tua deduzione. Sentendo spatuzza parlare dei soldi dei Graviano, e’ evidente che si riferisce agli anni novanta, e non ai 70. Il fatto che l’articolo di repubblica inizi coi riferimenti agli anni 70 vuol solo sottolineare il fatto che la carogna perde il pelo ma non il vizio. Stando agli atti del primo processo a dell’utri, i soldi negli anni 70 venivano da Stefano Bontade, e questo i giornalisti lo sanno benissimo.
      A prescindere se sia vero o no, io penso di si’, tu immagino di no, ma non e’ che puoi pretendere di provarlo smontando tesi che nessuno sostiene.

      Grazie per l’attenzione..

      satanetto

    • enrix007 15:57 on 9 December 2009 Permalink | Rispondi

      Si satanetto, spiegamela di nuovo bene, che non l’ho capita, sono un po’ lento e sciocco.

      Tieni solo presente, per cortesia, che l’articolo su Repubblica non l’ho scritto io, ma de giornalisti per l’appunto di repubblica.

      Dopodichè, vediamo anche di distinguere fra una contabilità incerta e mal ricostruita, quella di Finivest degli anni 70, su cui si può insinuare ciò che si vuole, e quella depositata degli anni 90, dove chiunque può mettere le mani ed andarsi a cercare i soldi dei Graviano, se li trova. Soldi però che in quell’epoca non potevano entrare per contanti, ma solo con versamenti tracciabili, e non nel capitale, ma nel fondo d’investimento, insieme a quelli di qualunque altro italiano ci abbia versato un suo assegno personale, nella speranza di vederlo fruttare. E soldi che se i Graviano volessero indietro, non hanno che da richiedere agli sportelli, come ho fatto io quest’anno quando mi son trovato a corto, anzi a zero.

      Tu afferri la differenza, satanetto? Non mi pare che Spatuzza  ed i suoi megafoni stiano parlando di quello, non mi pare proprio.

      Parlano di denaro riciclato, loro. Dunque qualcuno mi spieghi come si può riciclare denaro della mafia in fininvest negli anni 90, senza lasciarne traccia in contabilità.

      Girala come vuoi, satanuccio, sempre bufala iè.

    • anonimo 17:25 on 9 December 2009 Permalink | Rispondi

      Buongiorno, spero tu sia altrettanto lento quanto me.. Non sto dicendo che hai scritto tu l’articolo, ma che lo presenti come se sostenesse una tesi assurda (i Graviano riciclavano negli anni 70), ad esempio dove dici: “E certo, nella metà degli anni 70 l’aveva finanziata lui, la Fininvest, con il racket delle figurine.” Dopodiche’ ti dedichi a smontare questa tesi. Vedo che nella risposta hai cambiato tesi, sostenendo invece che negli anni 90 la fininvest era un’esempio di rettitudine finanziaria, e rendeva conto di ogni lira. Devo dire che trovo difficile replicare a questo. Diciamo che non posso dimostrarlo, ma non mi stupirebbe se mister B. avesse trovato il modo di riciclare qualsivoglia somma di qualsivoglia provenienza, anche in pieni anni 90, anche adesso, vista la sua indubbia esperienza finanziaria.

      Con questo non voglio difendere repubblica, che e’ un giornale che ha espressamente vietato ai suoi giornalisti di menzionare la manifestazione sull’agenda rossa, secondo lo stesso Salvatore Borsellino. Io penso che la trattativa ci sia stata, che abbia convolto pezzi di centrosinistra e di centrodestra, tra cui B., e che alcuni mafiosi, non tutti, si sentano ancora una volta traditi. Non avendo piu’ la forza di attaccare sul piano militare, attaccano sul piano politico, sapendo che finche’ escono nomi solo da una parte, dall’altra parte qualcuno gli fara’ da megafono.

      satanetto

    • anonimo 02:32 on 12 December 2009 Permalink | Rispondi

      Salve Enrix,
      ho visto stasera "Niente di personale", ospite Facci.
      Lui ormai deve essere diventato un assiduo tuo lettore, perchè, nel commentare le dichiarazioni di Spatuzza, ha tirato fuori tutti i rilievi del tuo ultimo articolo (i Graviano 14enni, la Telcom che non esisteva, Colaninno…).

      Eh eh… ma è lui che copia da te, o sei tu a copiare da lui per caso?

      Salutoni
      Moritz

    • enrix007 12:19 on 13 December 2009 Permalink | Rispondi

      Non l’ha ripresa solo Facci, questa nostra cosa (qui la fonte è François, e quando entra in gioco lui due segugi valgono per otto), ma anche Belpietro ieri nella prima pagina di Libero.
      Comunque si, Filippo Facci ci legge, e mi pare con attenzione.
      Io lo considero un ottimo giornalista, ed anche un’ottima persona, e a quanto ne so la stima è reciproca.

    • anonimo 18:32 on 14 December 2009 Permalink | Rispondi

      Gentile Enrix
      non le sara’ sfuggito che nella homepage del Fatto quotidiano capeggia la pubblicità del dvd in omaggio con il fatto "Paolo Borsellino – L’intervista nascosta".
      Si attendono ghiotte manipolazioni.
      A presto e buone feste se non le scrivo prima.
      Luigi

    • anonimo 01:22 on 26 December 2009 Permalink | Rispondi

      e allora, i commenti al vero e definitivo video integrale dell’intervista a Paolo Brosellino? qui si latita….. niente da dichiarare?
      baciamo le mani, don Enrico

    • enrix007 01:47 on 26 December 2009 Permalink | Rispondi

      Non si latita, stai tranquillo. Semplicemente sono così tanti gli elementi che saltano fuori esaminando l’intervista, che metterli insieme richiede tempo. Poi ho già preparato 4 clip video di supporto, ed uno l’ho anticipato oggi come aperitivo.

      Ciao.

      P.S.: Il commento di un anonimo che si rivolge a me come a un mafioso, a Natale e Santo Stefano può anche passare.
      Ma alla prossima che fai, con te userò, diciamo così, meno tatto.
      Intanto mentre aspetti i miei articoli, prova ad andare a studiare.

  • Avatar di enrix

    enrix 00:04 on 3 November 2009 Permalink | Rispondi
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    LA SCOMPARSA DEI FATTI 

    Antimafia Fiction

    Rivelazioni schock, accordi tra boss e politici, “sbirri” collusi, omicidi eccellenti. Nel perfetto film di Palermo sulla trattativa tra Cosa nostra e lo Stato c’è proprio tutto. Tranne i fatti

    Leggi l’intervista a Giuseppe del Vecchio

    Leggi: L’inchiesta bomba archiviata

    di Chiara Rizzo

    Palermo, aula della IV sezione penale del tribunale, 20 ottobre 2009. Sguardi compunti e grandi inchini davanti ai pm antimafia e ai lacunosi ricordi di Luciano Violante. Risolini scettici e qualche plateale sbuffo di noia nei riguardi delle dichiarazioni spontanee del generale Mario Mori. Nell’aula al secondo piano del tribunale di Palermo c’è un clima di tifo effervescente per i teoremi dei pm Antonino Ingroia e Nino Di Matteo. Tanto che ad un certo punto il generale richiama stizzito all’ordine l’appuntato di AnnoZero, Sandro Ruotolo. Cosa succede a Palermo? La copertina dell’ultimo numero dell’Espresso, viene in soccorso: “Esclusivo: Tra mafia e Stato. I verbali inediti dei pentiti Brusca e Spatuzza. Così andò la trattativa tra Cosa nostra e i politici. Da Mancino a Berlusconi”. Tempi vorrebbe rovesciare la prospettiva, sulla base delle carte e di un quesito apparentemente stravagante: dove nascondereste voi una foglia? Forse in un bosco, no? E dove nascondereste il mistero di un’inchiesta scottante archiviata frettolosamente? Forse in mezzo a tante altre inchieste?
    Sostiene Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, che «siamo all’anticamera della verità». Una verità che ne ospiterebbe al suo interno molte altre, come un gioco di scatole cinesi. Una verità che sarebbe contenuta nelle pieghe del famoso “papello” con le richieste di Totò Riina allo Stato, vergate nell’anno 1992. La prova di una trattativa tra mafia e istituzioni, secondo la procura siciliana. Custode del papello e intermediario tra boss e Stato, attraverso i massimi vertici dei carabinieri, sarebbe stato Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo vicino ai corleonesi e condannato per mafia. Dietro la supposta trattativa via papello, ci sarebbe la soluzione di molti misteri italiani. Da quello di via d’Amelio, l’attentato in cui fu ucciso il giudice Paolo Borsellino (e ucciso, secondo la tesi dei pm palermitani, proprio perché non avrebbe condiviso la trattativa). Giù giù fino alla spiegazione delle stragi del ’93 a Roma, Firenze, Milano, organizzate, sempre secondo la tesi dell’antimafia, per vendetta contro lo Stato traditore dei patti. E ancora giù, fino all’ultima scatola infernale: quella di una presunta seconda trattativa, avviata alla fine del ’93 con il nuovo referente politico, Forza Italia, tramite Marcello Dell’Utri. Quest’ultima è senz’altro la parte più golosa del teorema palermitano, adombrata dal pentito Giovanni Brusca (quello che azionò il telecomando nella strage di Capaci) nelle sue rivelazioni riportate dall’Espresso. Brusca non aveva ancora finito di parlare dalla copertina del settimanale, che già sulle pagine di Repubblica si affacciava il “nuovo” pentito Gaspare Spatuzza, pronto a confermare la trattativa con Forza Italia.
    Chissà quanti altri recupereranno la memoria prossimamente. D’altra parte, l’urgenza di “nuove rivelazioni” pare aver rinfrescato i ricordi anche a Claudio Martelli (nel ’92 ministro della Giustizia) e a Liliana Ferraro (allora direttrice degli Affari penali del ministero). A entrambi è ritornato in mente che in effetti, prima di morire, Borsellino sapeva di una trattativa tra mafia e Stato. E guardacaso il soprassalto di memoria dei due è avvenuto proprio nel corso di un’intervista di Sandro Ruotolo per la puntata di AnnoZero in onda l’8 ottobre 2009.

    Tutti ricordano diciassette anni dopo
    Ma come si è arrivati, diciassette anni dopo i fatti, «all’anticamera della verità», per dirla con Ingroia? Riavvolgiamo il film e torniamo al punto di partenza. Il processo palermitano contro Mori (il generale dei carabinieri che nel 1993 guidò l’operazione che condusse all’arresto di Totò Riina), si dipana lungo due filoni di indagine. Il primo riguarda la mancata cattura, nel ’95, di Bernardo Provenzano, successore di Riina ai vertici di Cosa nostra: Mori è accusato di aver favorito la fuga del boss. Il secondo riguarda invece il presunto papello di Riina: la tesi dell’accusa è che Mori avrebbe fatto da tramite, durante i suoi abboccamenti del ’92 con Ciancimino, tra mafia e alti livelli dello Stato. C’è un problema, però, per i fan del teorema a cascata trattativa-mafia-carabinieri-Stato-Dell’Utri- Berlusconi”: i fatti.
    Primo fatto. La principale fonte delle informazioni sulla presunta trattativa mafia-Stato è oggi Massimo Ciancimino, il figlio di “don” Vito. Il quale inizia a rilasciare dichiarazioni alla direzione distrettuale antimafia palermitana , cioè a Ingroia e Di Matteo, nell’aprile del 2008. Ovvero sedici anni dopo i fatti in questione. E soprattutto un anno dopo la sua condanna, l’11 marzo 2007, per riciclaggio e tentata estorsione. A luglio 2008 si apre il processo contro Mori, dove l’accusa è sostenuta dai pm Ingroia e Di Matteo. E Ciancimino jr. a furia di rivelazioni, da figlio di mafioso, arrestato, condannato e alleggerito nelle proprietà e nei beni per la cifra astronomica di 60 milioni di euro, viene trasformato, grazie alla ribalta mediatica, in superteste (con tanto di scorta) di un processo, quello contro il generale Mori, che sui media è ormai diventato un “processo allo Stato”.

    L’interrogatorio dimenticato
    Secondo fatto. Fino al giugno 2009, Massimo Ciancimino rimane evasivo sul famoso papello custodito da papà Vito. Messo però alle strette dai pm, nel luglio 2009 (proprio nei giorni a ridosso della sentenza di Genova che ha ridotto la condanna al colonnello Michele Riccio, l’uomo che accusa il generale Mori di aver favorito la fuga di Provenzano), promette ai magistrati di consegnare il foglio con le richieste di Riina, e rivela loro che i primi incontri tra suo padre e gli alti ufficiali dei Ros (Mori e Giuseppe De Donno) risalivano al giugno del ’92, prima della strage di via D’Amelio. Ad oggi, però, a Palermo risultano depositate solo due fotocopie di appunti manoscritti: una del presunto papello di Riina, l’altra è la fotocopia della versione riveduta e corretta da Vito Ciancimino. Dove sono gli originali di questi documenti?
    Terzo fatto. Esistono manoscritti originali e verbali di interrogatorio, dei quali il pm Ingroia e l’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli sono a conoscenza dal gennaio del 1993, in cui Vito Ciancimino stesso parla degli incontri con gli ufficiali del Ros, l’allora colonnello Mori e l’allora capitano De Donno. Tali documenti sono stati depositati il 20 ottobre scorso al processo Mori. Che spiegazione ha dato di questi abboccamenti con Cinancimino l’ex numero 1 del Ros? Mori innanzitutto li ha collocati a partire dal 5 agosto 1992, dopo la morte di Borsellino (il che escluderebbe che la presunta trattativa mafia-Stato sia stata la causa della morte del magistrato). In secondo luogo il generale ha chiarito a quali ragioni investigative rispondessero tali incontri: attraverso il sindaco mafioso i carabinieri intendevano ottenere indicazioni per arrivare alla cattura dei boss. L’incontro significativo sarebbe stato il quarto, quello avvenuto il 18 ottobre 1992, dopo che Ciancimino aveva avviato i contatti con i corleonesi. Ha ricordato il generale Mori: «Mi disse: “Guardi, quelli accettano la trattativa. Voi che offrite in cambio?”. Io non avevo nulla da offrire, per cui dissi: “I vari Riina, Provenzano si costituiscano e lo Stato tratterà bene loro e le loro famiglie”. A questo punto Vito Ciancimino si imbestialì». Ecco perché la “trattativa” è saltata: perché non c’è stata nessuna trattativa.

    E don Vito disse: il patto? Una palla sonora
    In seguito, nel dicembre del ’92, Vito Ciancimino viene arrestato. Il 15 gennaio 1993 il capitano Ultimo, dei Ros guidati da Mori, arresta anche Riina. Lo stesso giorno si insedia a Palermo il nuovo procuratore Giancarlo Caselli. Che da Mori viene immediatamente informato di una richiesta di Ciancimino: il sindaco vuole incontrare il nuovo procuratore palermitano nel carcere di Rebibbia, dov’è detenuto, perché intende rilasciare alcune dichiarazioni. Il 27 gennaio avviene il primo interrogatorio di Ciancimino. Sono presenti il procuratore Caselli, il pm Ingroia, il colonnello Mori e il capitano De Donno. Seguono numerosi interrogatori a cui sono sempre presenti Ingroia e Caselli. Quello che ci interessa è l’interrogatorio del 17 marzo 1993 (clicca sopra per scaricarlo – ndr) , ore 9.30. In quell’occasione Ciancimino parla estesamente con Caselli e Ingroia degli incontri avuti nel 1992 con i carabinieri. Nota bene: a quell’epoca l’ex sindaco di Palermo avrebbe tutto l’interesse a retrodatare il più possibile questi incontri, per candidarsi così ad accedere ai benefici per i “collaboratori di giustizia”. Cosa dice invece quel 17 marzo 1993 Vito Ciancimino? Spiega a Caselli e a Ingroia che «avevo avuto dal capitano De Donno varie sollecitazioni per iniziative comuni. Le avevo respinte. Ma dopo i tre delitti (quello di Lima, che mi aveva sconvolto; quello di Falcone che mi aveva inorridito; quello di Borsellino che mi aveva lasciato sgomento) cambiai idea. Manifestai la mia intenzione di collaborare, ma chiesi un contatto con un livello superiore. Conseguentemente il capitano De Donno tornò a casa mia (mi pare il 1° settembre 1992) accompagnato dal colonnello Mori. Esposi il mio piano: cercare un contatto per collaborare con i carabinieri. Questo piano fu accettato, e una ventina di giorni dopo incontrai una persona, organo interlocutorio di altre persone». Il “contatto” è Antonino Cinà, il medico della mafia. Ricorda Ciancimino: «Chiamai i carabinieri, i quali mi dissero di formulare questa proposta: “Consegnino alla giustizia alcuni latitanti grossi e noi garantiamo un buon trattamento alle famiglie”. Ritenni questa proposta angusta per poter aprire una valida trattativa».
    Cosa fanno davanti a queste dichiarazioni Caselli e Ingroia, l’uomo che conduce l’accusa contro Mori e sostiene la tesi di una trattativa tra mafia e Stato? Nulla. Non battono ciglio. Leggono, firmano e sottoscrivono il verbale dell’interrogatorio. Vito Ciancimino racconta anche altro in quell’interrogatorio del 17 marzo 1993. Racconta di un secondo tentativo di collaborare con i carabinieri. Ecco le sue parole a verbale: «Il 17 dicembre partii per Palermo, dove mi incontrai con l’intermediario-ambasciatore. Io gli avevo raccontato (d’intesa con i carabinieri) una “palla” sonora, grossa come una casa, vale a dire che un’altissima personalità della politica (che non esisteva), che era un’invenzione mia e dei carabinieri, voleva ricreare un rapporto tra le imprese. Comunicai l’impegno dell’interlocutore-ambasciatore a rispondermi al capitano De Donno. Questa comunicazione avvenne il sabato. Mezz’ora dopo questo colloquio venivo arrestato». Dunque: Ciancimino dichiara anche di aver proseguito i contatti con i mafiosi e riferito ai carabinieri. Malgrado questo, viene arrestato. Naturale che sia imbufalito. Eppure, nonostante abbia più di una ragione per volersi vendicare dei carabinieri che lo usavano ma non lo hanno sottratto all’arresto, non si presenta come il tramite tra Riina e Mori e come il custode di un documento (il famoso papello) che prova l’esistenza di una trattativa con lo Stato. Anzi. Don Vito bolla il coinvolgimento di «un’altissima personalità della politica» come «una palla sonora, grossa come una casa». Quel 17 marzo Ingroia legge e sottoscrive tutte queste affermazioni di Ciancimino. I dubbi gli sono venuti diciassette anni dopo.

    02 Novembre 2009

    Estratto dalla rivista "Tempi"  -  LINK

     
  • Avatar di enrix

    enrix 02:35 on 28 October 2009 Permalink | Rispondi
    Tags: calogero mannino, carlo vizzini, , , , , , massimo fini, , , spatuzza, , , ,   

    Sull'intervista del TG3 a Piero Grasso 

    FORSE UN’ALTRA PICCOLA MISTIFICAZIONE.

    MA VEDIAMO DI RIMETTERE LE COSE A POSTO.

     

    Sollecitato da un’utente in facebook, sono andato a ricercarmi sul web l’intervista trasmessa dal TG3 serale del 18 ottobre scorso al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, intervista che ha suscitato non poche polemiche.

    L’ho trovata sia su Youtube QUI che nel sito del TG3, QUI.

    Pertanto consiglio di visionarla, dura solo 2 minuti e mezzo:

     

    Nel rivederla, mi sono reso conto che la versione trasmessa al pubblico doveva essere stata soggetta a tagli e/o  montaggi, poiché mancava la ben nota parte di cui hanno parlato i giornali, relativa al progetto da parte della mafia di uccidere alcuni politici, fra cui Martelli ed Andreotti.

    Evidentemente i giornalisti avevano potuto fruire in qualche modo di una versione più completa.

     Sono andato allora a rileggermi i giornali, ed ho scoperto stralci di virgolettato effettivamente non visibili nel filmato trasmesso da TG3, per cui ci ho dato sotto a ricomporre come potevo l’intervista prendendo sia da ciò che era visibile nei filmati, sia dai virgolettati omessi ma comparsi sui giornali, cercando di dare al tutto un senso compiuto.

    Ho riscritto in colore blu la rendicontazione riassuntiva del Corriere della sera del 19 ottobre (pag. 23), in rosso i virgolettati nello stesso articolo (che si presume siano parole originali di Grasso) ed in nero le parti trasmesse nel TG3, che sono sicuramente autentiche perché udibili con le nostre orecchie.

    Ecco il risultato:

    Grasso afferma che nelle carte processuali esisteva già un «papellino», un appunto con le richieste dei boss, precedente al «papello» trovato fra i documenti di Vito Ciancimino. E questo «papellino» rivelava un tentativo di Cosa nostra di entrare in contatto col potere politico. Potrebbe «essere stato consegnato ai carabinieri del Ros, al colonnello Mori, il quale nega l’ episodio, da uno strano collaboratore dei servizi». L’ appunto di questo equivoco personaggio chiedeva nientemeno che «l’ abolizione dell’ ergastolo per i boss Luciano Liggio, Giovambattista Pullarà, Pippo Calò, Giuseppe Giacomo Gambino e Bernardo Brusca». Tutte richieste assurde di cui nessuno tenne conto. Ciò che venne offerto ai boss in cambio della loro resa fu «un ottimo trattamento per i familiari, un ottimo trattamento carcerario e una sorta di giusta valutazione delle responsabilità». Vito Ciancimino valutò queste offerte troppo esigue, invece di riferirle ai boss cercò di prendere tempo. Riina invece voleva accelerare la trattativa e per dimostrare che faceva sul serio aveva progettato un attentato allo stesso Pietro Grasso che a quel tempo era procuratore di Palermo. L’ attentato non venne realizzato per «un disguido tecnico» e poi perché Riina fu arrestato. "Anche via D’Amelio - sospetta Grasso - potrebbe essere stata fatta per ‘riscaldare’ la trattativa. In principio pensavano di attaccare il potere politico e avevano in cantiere gli assassinii di Calogero Mannino, di Claudio Martelli, Giulio Andreotti, Carlo Vizzini e forse mi sfugge qualche altro nome. Cambiano obiettivo probabilmente perché capiscono che non possono colpire chi dovrebbe esaudire le loro richieste. In questo senso si può dire che la trattativa abbia salvato la vita a molti politici".  …(?)  Il momento era terribile. Bisognava cercare di bloccare questa deriva stragista che era iniziata con la strage di Falcone e quindi questi contatti dovevano servire innanzitutto a questo, e poi ad avere degli interlocutori credibili.

    TG3: Quindi lei dice: è normale che lo stato tratti con esponenti di “cosa nostra” in certe situazioni particolari.

    GRASSO: Beh, il problema è di non riconoscere a cosa nostra un ruolo tale da essere al livello di trattare con lo stato. Ma non c’è dubbio che questo primo contatto ha creato delle aspettative in “cosa nostra” che poi hanno provocato ulteriori conseguenze.

    TG3 SU MONTAGGIO (domanda formulata su immagini della strage, quindi potrebbe anche non essere la domanda a cui risponde Grasso nel seguito del filmato):  Lei ha detto: La strage di Via D’Amelio potrebbe essere servita  per ‘riscaldare’ la trattativa.

    GRASSO: "Quando Riina dice a Brusca, ce lo riferisce Brusca, che ‘si sono fatti sotto’ vuol dire che è scattato il meccanismo di ricatto nei confronti dello Stato: la strage di Falcone ha funzionato in questo modo. Allora l’accelerazione probabile della strage di Borsellino può essere servita a riattivare, ad accelerare APPUNTO questa trattativa con i rappresentanti delle istituzioni"

     

    A questo punto, per capire più compiutamente il pensiero di Grasso, riporto anche una sua affermazione estratta da un’altra intervista, rilasciata a Fabio fazio (Che tempo fa) il 26 aprile (si può vedere QUI  min 0:33)

     

    DOMANDA DI FAZIO:Abbiamo appena letto sui giornali le dichiarazioni del pentito Spatuzza che rimettono in discussione la ricostruzione sino a qui fatta della strage di Via D’Amelio, cosa che tra l’altro era già stata ipotizzata, credo dal Procuratore Boccassini tanto tempo fa. Ecco, lei che idea si è fatto a proposito? Ma soprattutto che prospettive apre, che cosa cambiano queste dichiarazioni di Spatuzza rispetto alla vicenda?

    GRASSO: Bhè….intanto cambia una ricostruzione della scena del delitto e una ricostruzione anche di coloro che sono gli effettivi mandanti dentro alla mafia. Anche perché apre delle prospettive secondo le quali la strage di via D’Amelio, l’eccidio in cui persero la vita Paolo Borsellino e la sua scorta, potrebbe essere visto come l’inizio di una stagione stragista che poi proseguirà con le stragi nel continente, con l’attentato a Costanzo, con Firenze Roma, Milano e con quel fallito attentato all’olimpico a Roma che rimane appunto nel mistero.

     

    Bene. Ed ora, se si assemblano i punti salienti dell’intervista da me sottolineati, con quanto espresso dal procuratore nell’intervista di Fazio, emergerebbe che Grasso abbia ipotizzato una tale ricostruzione dei tempi e dei fatti:

    1)     La mafia decide di dare corso ad una “deriva stragista”, che per Grasso inizia con la strage di Falcone. In principio pensavano di attaccare il potere politico e avevano in cantiere gli assassinii di Calogero Mannino, di Claudio Martelli, Giulio Andreotti, Carlo Vizzini e forse altri. Ma poi la mafia cambia obiettivo probabilmente perché capisce di non poter colpire gli interlocutori che avrebbero dovuto affrontare le intimidazioni, nel senso, secondo le aspettative della mafia, di venire a trattativa a seguito  di tali intimidazioni. E quindi decidono di colpire altre figure dello stato: magistrati, che tra l’altro sono già da tempo nella lista nera dell’organizzazione. Grasso aggiunge: In questo senso si può dire che la trattativa abbia salvato la vita a molti politici”. E’ evidente che egli non intende la trattativa “in fieri”, poiché quando la mafia decise di colpire i magistrati anziché i politici, la “deriva stragista” iniziata con la strage di Falcone non era ancora iniziata, poiché è lapalissiano che tale decisione fu presa prima, in assenza di qualsiasi trattativa, che non poteva esistere non essendo ancora cominciate le stragi e quindi le intimidazioni.

    E’ quindi fuor di dubbio che egli ha inteso dire che le aspettative di una trattativa da parte della mafia,  hanno salvato la vita a molti politici (poiché eliminando il potere legislativo che avrebbe dovuto venire incontro alla mafia, veniva a mancare il soggetto principe della trattativa con cui la mafia sperava di raggiungere i propri scopi), e non la trattativa di per se stessa, perché letta in questo modo la frase non aveva alcun senso. Quando i mafiosi hanno deciso di non toccare i politici, e uccidere invece Falcone, non era ancora iniziata alcuna trattativa. Questa esisteva solo negli scopi dell’organizzazione criminale, fatto a cui si riferisce Grasso.

    2)     Dopo la strage di Falcone oppure dopo quella di Borsellino (non ci sono conferme di Grasso disponibili a questo proposito) uno strano personaggio dei servizi avrebbe consegnato, forse al colonnello Mori, un papellino dove si pretendeva l’abolizione dell’ergastolo per alcuni importanti mafiosi carcerati, si presume in cambio della cessazione degli attentati. Questo avrebbe rappresentato un tentativo di Cosa nostra di entrare in contatto col potere politico, e non, al contrario, un tentativo dello stato di entrare in contatto con cosa nostra., stando a come le parole di Grasso vengono riferite dal Corsera.

    3)     A questo punto Grasso ipotizza che la strage di Via D’amelio abbia avuto lo scopo di “riscaldare” la trattativa. Attenzione: potrebbe aver parlato di “riscaldare la trattativa” intendendo implicitamente dire di seguito, “dopo aver fatto pervenire papelli e papellini vari, nell’aspettativa di un’apertura dello stato” ma potrebbe voler dire anche “prima di far pervenire alle istituzioni papelli e papellini vari, per creare prima un clima caldo a tale scopo” . Quale delle due, dall’intervista non è dato capire esattamente perché Grasso non fornisce una dettagliata inquadratura della successione dei fatti. Ad un certo punto egli ipotizza anche che sia servita a "riattivare", però poi si corregge con "accellerare" la trattativa, intendendo secondo me "accellerare l’avvio" della trattativa. Inogni caso, se così non fosse, Grasso ha commesso un errore sui tempi. Noi però pensiamo alla seconda ipotesi, vuoi perché Grasso con Fazio ha definito l’eccidio di via d’Amelio come l’inizio di una stagione stragista, (quella quindi dove la mafia ricattò lo stato avanzando le sue richieste) ma vuoi soprattutto perché  se leggiamo con attenzione la deposizione di Brusca del 13 gennaio 98 vediamo che egli ha affermato:  "Dopo gli attentati a Falcone e Borsellino, Riina mi disse: "Si sono fatti sotto, pensa si sono mossi anche i servizi segreti per arrestarmi. Io gli ho presentato un papello di richieste lungo così e ora sto aspettando". Era l’ estate del ‘ 92 e per questo mettemmo un fermo agli attentati in attesa della risposta dello Stato".

          Quindi, a quanto dice Brusca si "erano fatti sotto" DOPO la strage di Via D’Amelio, e inoltre secondo la logica di Riina  sarebbe stata assurda la decisione di compiere in quel momento la strage di Via D’Amelio, (anzi, misero "un fermo"!) che evidentemente era avvenuta prima del “contatto”, rappresentando l’inizio di una “stagione stragista” che lo stato, nelle aspettative della mafia, avrebbe dovuto  vedere e trattare come tale.

    4)     In ogni caso Tutte le richieste furono ritenute assurde e  nessuno ne tenne conto. Quindi, di fatto, non ci fu nessuna trattativa, nel senso che lo stato non diede alcun margine di trattativa. Ciò che venne offerto ai boss in cambio della loro resa fu «un ottimo trattamento per i famigliari, un ottimo trattamento carcerario e una sorta di giusta valutazione delle responsabilità” che non significa trattare. Significa solo e semplicemente intimare la resa.

    5)     Queste condizioni vennero dettate a Vito Ciancimino dal colonnello Mori (Mori stesso l’ha affermato più volte, così come Vito Ciancimino davanti a Ingroia e Caselli: non c’era nulla di male), che ovviamente  valutò queste offerte troppo esigue, e invece di riferirle ai boss cercò di prendere tempo. Riina invece voleva accelerare la trattativa e per dimostrare che faceva sul serio aveva progettato un attentato allo stesso Pietro Grasso che a quel tempo era procuratore di Palermo. (Attenzione; non l’attentato in Via D’Amelio, che evidentemente c’era già stato, ma un nuovo attentato allo stesso Grasso). L’ attentato non venne realizzato per «un disguido tecnico» e poi perché Riina fu arrestato.

     

    E questo è tutto.

    Vi pare che la mia ricostruzione abbia un senso logico?

    Io direi di più. E’ la sola, ad avere senso logico.

    Altre composizioni del pensiero di Grasso, non sono possibili, perché contrastano sempre con qualche suo stralcio di dichiarazione.

    Prendiamo ad esempio l’interpretazione data da Massimo Fini, che ha scritto su “Il Gazzettino” del 23/10/09:  il  Procuratore Grasso  non ha escluso che nei primi anni ’90 ci siano stati contatti fra Stato e «Cosa Nostra» per salvare alcuni ministri nel mirino della mafia

    Lo vedete dunque, che svarione incredibile ha preso Fini nell’interpretare le parole di Grasso? Ma quando mai Grasso avrebbe detto che furono presi contatti tra lo stato e cosa nostra per salvare ministri? Niente di più falso, Grasso non ha mai detto nulla di simile. La mafia, secondo Grasso, decise, per conto suo e solo suo,  di non toccare i politici PRIMA di dar corso alle stragi, che iniziarono con Falcone.

    E i “contatti” iniziarono dopo.

    Questo capita, a tagliare e rimontare le interviste.

    Che poi gli opinionisti prendono lucciole per lanterne, e fanno figure del piffero.

     

    Ma soprattutto, ahimè, finisce che i cittadini vengono disinformati, e indotti a credere in cose false.

    Così poi si stupiscono se sentono Grasso che, in risposta alle polemiche, tuona: “non si può rimanere sconvolti da rivelazioni che non sono tali"

    Ma da rivelazioni capite male a causa di tagli video e rendiconti addomesticati o falsificati, come quello di Fini, si.

    Si può rimanere sconvolti.

    Per fortuna c’è qui il segugio che non molla la sua preda.

     

    Enrix.

     
    • aspis 22:47 on 28 October 2009 Permalink | Rispondi

      Gent.mo Sig. Enrix,

      continuo a seguirla con grande piacere e attenzione nei suoi articoli sempre precisi, arguti, ed è una mia impressione, anche intellettualmente onesti.

      Grazie.

      renzo
       
       
       

    • enrix007 09:34 on 29 October 2009 Permalink | Rispondi

      Grazie a lei, Renzo.

      Senza onestà intellettuale nelle indagini documentali non si va da nessuna parte.

      Ci si arena, come stanno facendo i magistrati con i papelli scritti da un falsario.

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