Tagged: salvatore parlagreco RSS

  • Avatar di enrix

    enrix 09:41 on 10 January 2011 Permalink | Rispondi
    Tags: antonio esposito, arnaldo la barbera, francesco tumino, , , , , , , salvatore parlagreco,   

    Artificieri ed artifici

    cassazione
     

    Nei giorni scorsi hanno avuto una certa risonanza  alcune presunte (e dico presunte perché pare che, ad esempio, il PM Tescaroli abbia espresso alcune perplessità sulla fedeltà dei rendiconti giornalistici) dichiarazioni del procuratore nazionale Antimafia, Piero Grasso, il quale, secondo gli organi di stampa, di fronte alla lapide di Piersanti Mattarella, avrebbe dichiarato che sul fallito attentato dell’Addaura nei confronti di Giovanni Falcone, “uomini dello Stato  frenarono la verità”.
     

    Continua poi il capo della Dna: “ci sono stati processi nei confronti di artificieri ed altre persone che certamente non hanno contribuito all’accertamento della verità”.

    E qui, cominciano le perplessità.

    Quale sarà il soggetto di questa frase sibillina?
    Chi non avrebbe contribuito all’accertamento della verità?  
    Gli artificieri e le altre persone processate, o i processi a loro carico?

    Alcune testate giornalistiche, paiono non avere dubbi: i soggetti sono l’artificiere e le altre persone.
    Altre invece, sono certe del contrario: Grasso si riferisce ai processi (e quindi, agli organi giudiziari inquirenti).

    Ma.

    Ciò che pare senz'altro evidente, è il riferimento di Grasso al processo di cui è stato protagonista Francesco Tumino, l’artificiere che ha fatto brillare l’ordigno nella villa a mare del giudice Falcone.

    Ma a seguito delle dichiarazioni di Grasso,  proprio sul maresciallo Tumino, che poi verrà utilizzato come "uncino" per tirare in ballo un altro ufficiale dei carabinieri, e cioè il Gen. Mario Mori, interviene su “Il Mattino” Antonio Esposito, giudice della Corte di Cassazione che nel 2004 ha rinviato alla corte d’assise d’appello di Catania la sentenza che assolveva Nino Madonia, Enzo e Angelo Galatolo per il fallito attentato all’Addaura.

    In un’intervista dal titolo Il Giudice: “Due i misteri insoluti sul ruolo degli uomini dello Stato, pubblicata sul quotidiano a pag. 11 il 7 gennaio, il Dott. Esposito ci espone, per l’appunto, quelli che secondo lui sono due misteri.

    Mistero n°1:L’artificiere Tumino – racconta il giudice Esposito a ‘Il Mattino’ – che avrebbe dovuto disinnescare la bomba all’Addaura giunse con quasi quattro ore dalla richiesta di intervento. Operò sul posto – continua Esposito – e danneggiò fortemente il comando di attivazione della carica esplosiva. Fu sottoposto a procedimento penale per falso ideologico e false dichiarazioni al pm, patteggiò la pena e rimase in servizio nei carabinieri per ricomparire in via D’Amelio dopo l’attentato a Borsellino”.

    Mistero n°2:E’ rimasto incomprensibile il motivo per cui il colonnello Mori dichiarò all’autorità giudiziaria: ‘…un consistente numero di chili di esplosivo messo lì senza alcuna possibilità di deflagrare era una minaccia molto relativa… io ho pensato a un tentativo intimidatorio più che ad un attentato mirato ad annientare Giovanni Falcone”. Viceversa le perizie diedero la certezza – conclude Esposito – che il congegno era pronto ad esplodere non appena avesse ricevuto l’impulso e che l’esplosione avrebbe avuto un esito mortale nel raggio di 60 metri”.
     
    Ed ecco qui il Segugio pronto a risolvere i due misteri al nostro Giudice.

    Il primo non è un mistero: purtroppo è invece, uno strafalcione.

    Intanto l’artificiere Tumino (il quale, tra l’altro, è deceduto nel 2006 ed è quindi impossibilitato a difendersi da eventuali falsità dette sul suo conto) arrivò in ritardo perché non era il ROS dei carabinieri preposto alle indagini, ma la Polizia Di Stato. 
    Tumino fu chiesto “in prestito” al ROS come ultimo ripiego, dopo una frenetica ricerca degli altri artificieri di turno (quindi preposti) che per varie ragioni, quella mattina, dette esito negativo.

    Sull’aspetto tecnico poi riguardante l’attività di Tumino, sarebbe molto interessante approfondire, ma lo faremo magari in seguito, perché si tratta di considerazioni molto lunghe e che meritano un capitolo dedicato.

    E veniamo ora allo strafalcione.

    Dunque Esposito si domanda come mai Tumino “Fu sottoposto a procedimento penale per falso ideologico e false dichiarazioni al pm, patteggiò la pena e rimase in servizio nei carabinieri per ricomparire in via D’Amelio dopo l’attentato a Borsellino

    E’ oltremodo strano, che Esposito non sappia che invece i fatti non stanno assolutamente come dice lui.

    Invece stanno così:
    Il processo a Tumino per falso ideologico e false dichiarazioni al pm vide la sua prima udienza il 19 settembre 1993.
    L’attentato di Via D’Amelio fu esattamente 1 anno e 2 mesi prima.
    La presenza di Tumino in Via D’Amelio, era rituale e doverosa, poichè era l’esperto di esplosivi in quota al ROS a Palermo.
    Subito dopo il patteggiamento, fu sospeso dall’arma dei carabinieri.

    Questi dati sono confermati anche dall’ottimo Salvatore Parlagreco, uno dei rarissimi giornalisti che prima di scrivere si documenta e non ha per nulla l’abitudine di “passare parole” scientemente infarcite di invenzioni e di omissioni.

    Fra l’altro, proprio leggendo Parlagreco, si scopre una cosa molto interessante: a comunicare per iscritto all’autorità giudiziaria che la versione dei fatti fornita da Tumino sarebbe stata non veritiera (ragione per cui oggi si insinua che l’artificiere avrebbe operato per la parte oscura di quello che Travaglio ed altri chiamano “il doppio Stato”),  sarebbe stato proprio quell’Arnaldo La Barbera che oggi, anche a seguito delle dichiarazioni del più televisivo fra tutti i supertestimoni (indovinate chi), si insinua essere stato uno dei rappresentanti di punta, in Palermo, di quella  parte oscura di quello che Travaglio ed altri chiamano “il doppio Stato”.

    Si tratta quindi di uno di quei tipici cortocircuiti che avvengono nel paese dove il passatempo preferito pare essere quello di fare insinuazioni alla cazzo.

    Ma torniamo al nostro mistero:  stavamo parlando di Antonio Esposito, Il quale ha dichiarato  a “Il mattino” che Tumino “patteggiò la pena e rimase in servizio nei carabinieri per ricomparire in via D’Amelio dopo l’attentato a Borsellino”, quando inveceTumino nel 92 fece il suo dovere in Via D’Amelio, nel 93 fu indagato, incriminato e patteggiò la pena, e quindi fu subito sospeso dall’Arma.

    E questo è uno dei magistrati che si occuparono degli attentati ai nostri eroi di Stato.  In cassazione.
    Ed anche in relazione ai comportamenti di Tumino, quest’uomo, con queste idee chiarissime, giudicò.

    Siccome  accertare la verità sulle stragi spetta ai magistrati, a volte abbiamo, chissà perché, come la sensazione di intuire perchè campa cavallo che l’erba cresce.

    Ma veniamo al mistero n°2.
    Dice Esposito: “E’ rimasto incomprensibile il motivo per cui il colonnello Mori dichiarò all’autorità giudiziaria: ‘…un consistente numero di chili di esplosivo messo lì senza alcuna possibilità di deflagrare era una minaccia molto relativa… io ho pensato a un tentativo intimidatorio più che ad un attentato mirato ad annientare Giovanni Falcone”. Viceversa le perizie diedero la   che il congegno era pronto ad esplodere non appena avesse ricevuto l’impulso e che l’esplosione avrebbe avuto un esito mortale nel raggio di 60 metri

    La spiegazione a questo mistero è estremamente semplice:  le perizie sono state approntate e pubblicate in data successiva a quella in cui Mori (che tra l’altro, come ho già detto, non era preposto all’inchiesta perché questa era di competenza della Polizia di Stato, quindi ciò che pensava lo pensava a titolo personale, e non come investigatore incaricato)  aveva “pensato a un tentativo intimidatorio”.

    Elementare, Watson.

    Come si può ben vedere, i due misteri di Esposito erano di facile risoluzione.

    Ma ce ne sarebbe un terzo, di mistero, forse un po’ più complesso, che mi permetto di postulare io.

    Per calarci in questo mistero, occorre andare proprio alla sentenza della Cassazione n. 40799 del 19 ottobre 2004, quella di Esposito.

    La Cassazione cita tre testimonianze DIBATTIMENTALI, di Sica, Mori e Misiani.

    Ecco, in ordine, cosa riferisce la sentenza:

    Il TESTE Sica Domenico, (Alto Commissario Antimafia), aveva dichiarato IN DIBATTIMENTO: “le pile,utilizzate per confezionare l’ordigno, erano scariche” e “mancava un oggettino per produrre l’esplosione”;
    Il TESTE Misiani Francesco, (magistrato addetto all’Ufficio dell’”Alto Commissario”), aveva osservato: “il dubbio era che il meccanismo per farla esplodere quella sera non ci fosse o che era fatto in modo tale di non farlo innescare”…. “Le modalità erano tali come se si volesse far scoprire preventivamente il fatto, della borsa posta lì, di fronte o verso la casa dell’abitazione di Falcone”;
    Il TESTE Mori Mario, (Comandante il Raggrupp. operativo speciale: Ros), aveva espresso perplessità in ordine alla effettiva funzionalità del telecomando affermando “un consistente numero di Kg. di esplosivo messi lì senza alcuna possibilità di deflagrare era una minaccia molto relativa “….. “io ho pensato ad un tentativo intimidatorio più che ad un tentativo assolutamente mirato ad annientare Giovanni Falcone”.

    E quindi conclude la sentenza:

    “Resta il dato sconcertante costituito dalla circostanza che autorevoli personaggi pubblici investiti di alte cariche e di elevate responsabilità,si siano lasciati andare a così imprudenti dichiarazioni le quali hanno finito per contribuire a fornire lo spunto ai molteplici nemici e detrattori del giudice di inventare la tesi delegittimante del falso o simulato attentato, avendo i vertici di Cosa nostra addirittura impartito l’ordine agli uomini dell’organizzazione di divulgare la falsa e calunniosa notizia che l’attentato «se l’era fatto da solo”.

    Allora, cerchiamo di capire bene.

    Il processo in Corte d’Assise, è stato celebrato alla fine degli anni 90. Tra il dicembre del 98 ed il 2000.
    La sentenza è del 2000.
    Quindi, quelle testimonianze risalgono a quell’epoca.
    Sica e Misiani, deposero il 25 ottobre 1999.  Mori il 7 febbraio 2000.

    Che significa ciò?

    Significa che Sica, Misiani e Mori, oltre 10 anni dopo l’attentato, in Tribunale, possono avere espresso opinioni, pur errate, che si erano formate sull’accaduto, alcune delle quali di natura strettamente personale. O possono avere riferito informazioni tecniche errate che avevano assunto all’epoca. In dibattimento.
     
    Nello specifico proprio Mori dice che aveva “pensato” ad un tentativo ecc…ecc…

    Giuseppe D’Avanzo, su Repubblica, il 24 maggio 1992,   riassumeva  i fatti dei mesi precedenti riguardanti la vita di Giovanni Falcone, scrivendo, fra l’altro: “La mafia sistema 50 chili di tritolo sotto la sua casa all’ Addaura e nessuno crede all’ attentato. C’ è chi dice (a Palermo, a Roma): se l’ è preparato da solo.

    In buona sostanza, quando la Cassazione parla della “tesi delegittimante del falso o simulato attentato, avendo i vertici di Cosa nostra addirittura impartito l’ordine agli uomini dell’organizzazione di divulgare la falsa e calunniosa notizia che l’attentato «se l’era fatto da solo “, parla di una cosa del 90-91.

    Come possono quelle tre testimonianze avvenute 10 ANNI dopo, avere “finito per contribuire a fornire lo spunto ai molteplici nemici e detrattori del giudice di inventare quella tesi” DIFFUSA 10 ANNI PRIMA?

    Ecco un vero mistero che il Giudice della Cassazione dovrebbe aiutarci a chiarire.

    Anche perchè, se vogliamo fare proprio i nomi ed i cognomi di coloro che insinuavano di un falso attentato o di un auto-attentato, non spunta certo fuori Mori, ma semmai spuntano fuori, guarda caso, alcuni suoi tipici detrattori.

    Per quanto riguarda poi la testimonianza di Mori nello specifico, nella stessa si legge di una “perplessità in ordine alla effettiva funzionalità del telecomando”.
    Io non sono per il momento riuscito a risalire a come e quando Mori parlasse di perplessità sul funzionamento del telecomando, ed in quale contesto egli abbia detto questa cosa.

    So però che Mori in udienza, il 7 febbraio 2000, affermò, a proposito del primo vertice delle Autorità dell’Antimafia, tenuto la notte stessa del fallito attentato: “In quella sede non fu messa in dubbio la funzionalità del sistema.” (Presente anche e soprattutto l’artificiere Tumino, a relazionare).

    Inoltre so che cosa ha detto il pentito Fontana: “Nino Madonia fece segnale a tutti di rientrare perché, come apprendemmo poi, era stata notata la presenza della polizia proprio sugli scogli, nei pressi del borsone. Alla vista degli agenti Angelo Galatolo si sarebbe tuffato in mare con il telecomando che fu quindi INUTILIZZABILE per l’innesco dell’esplosivo.

    Direi di andarci piano quindi, prima di dire che Mori abbia detto in qualche sede anche solo delle sciocchezze, sull’attentato dell’Addaura, e che invece è il giudizio dato su di lui dalla Cassazione, che, come ho detto, sarebbe interessante chiarire.

    Enrix

     
    • anonimo 20:11 on 10 January 2011 Permalink | Rispondi

      Ma ho detto qualcosa di sbagliato nel mio commento al post precedente? :(

    • anonimo 22:31 on 10 January 2011 Permalink | Rispondi

      "Come possono quelle tre testimonianze avvenute 10 ANNI dopo, avere “finito per contribuire a fornire lo spunto ai molteplici nemici e detrattori del giudice di inventare quella tesi” DIFFUSA 10 ANNI PRIMA?"
      E' sempre la stessa storia, caro Enrix, questi "signori" sono convinti di poter violare il principio di causalita'…se vieni sul blog del pensatore c'e' il nostro amico Nick che adesso sostiene che l'informazione puo' superare la velocita' della luce nel vuoto: probabilmente le parole di Mori sono tornate indietro nel tempo a "fornire lo spunto". (Tutto e' possibile, ma la vedo alquanto improbabile!) :D

    • enrix007 23:37 on 10 January 2011 Permalink | Rispondi

      Anonimo, io non so che cosa hai detto prima, perchè sei anonimo.

      Di sbagliato non avrai detto nulla, perchè qui è tutto a posto.

      Se sei l'anonimo che mi ha posto la domanda su micromega, ti chiedo scusa ma ho visto solo oggi il commento perchè sono stato via dal blog, comunque non ho seguito quella vicenda e non leggo micromega abitualmente.

      Se vuoi posso dare un'occhiata, però.

    • enrix007 23:51 on 10 January 2011 Permalink | Rispondi

      Non riesco ad entrare nel blog di Caruso, perchè è troppo grossa la pagina e mi blocca tutto.

      Ma posso immaginare cosa farnetica l'imbecille.

      Comunque c'è ben poco  da farneticare.

      La sentenza prende spunto da dichiarazioni recenti per sostenere che possono avere influenzato un pettegolezzo di 10-11 anni più vecchio.

      Se queste affermazioni, oltre che "in dibattimento", e cioè durante il processo (e che sono dibattimentali lo dice chiaramente la sentenza) avessero potuto per avventura essere state enunciate da qualcuno dei tre testi anche all'epoca, così da fare da innesco, il giudice dovrebbe chiarire e fondare il suo parere su prove acquisite che le cose stanno così, perchè un giudice non può trarre conclusioni sulla base di ipotesi fantasiose o di illazioni, tipo quelle di  Nick.
      Questo lo può fare giustappunto solo un medaiolo professionista.

      Il quale se volesse, per l'ennesima volta, dimostrare di non essere un merdaiolo, dovrebbe tirare fuori un documento, anche uno soltanto, che provi che almeno uno di quei tre avesse affermato qualcosa di depistantte PRIMA che il depistaggio divenisse, nel 90, pettegolezzo mafioso, politico e giornalistico, cotto e mangiato.

      Ma quel documento non esiste, perchè se esisteva qualcuno di riservato e che non parlava assolutamente a vanvera e fuori luogo di quei fatti, senza prima avere delle certezze, erano proprio quei tre signori lì.

      Per questo ciò che è scritto in sentenza non può essere oggettivamente condivisibile, perchè cronologicamente incongruente.

    • enrix007 00:02 on 11 January 2011 Permalink | Rispondi

      Cioè, le chiacchiere stanno a zero.

      La corte parla di "imprudenti dichiarazioni" con riferimento alle sue citazioni, quelle che ho trascritto, che sono citazioni di "TESTI" rese nel "dibattimento", e cioè dal 98 in poi.

      Che vengano fuori dunque, se esistono, le anticipazioni di queste "imprudenti dichiarazioni" di Mori, Sica e Misiani, fatte dagli stessi tre testi nell'89-90-91.

      Allora ne riparliamo.

    • anonimo 09:54 on 11 January 2011 Permalink | Rispondi

      Visita mattutina al Segugio e la penna si mette a scrivere da sola!!!

      C'era una volta un blogger di nome Cesare e un suo amico di nome Nick. Cesare aveva una malattia, non poteva sentire mentovare il nome Fisica. Questa parola aveva su di lui lo stesso effetto che ha sul toro il drappo rosso. Per anni ruppero le palle a tutti parlando di relatività e del sacro principio che niente  supera c. Poi Cesare sembrò guarire, andò in parabola calante, come nelle psicosi maniaco-depressive. Ma, improvvisamente e inaspettatamente per Cesare, quell'angioletto di Nick si trasforma in burlone e gli tira un tiro mancino. Nomina la parola proibita e Cesaruccio ci casca con tutte e quattro le zampe, nonostante che Sympatros, uomo buono e benefico, l'abbia messo in guardia. Ha visto il drappo rosso, non c'è niente da fare! La burla riesce in pieno e i suoi effetti rimarranno per sempre nella memoria di massa del povero cesaruccio, il quale è così ingenuo che invita al banchetto quel luminare risolutore di misteri, il famoso Segugio.

      …………………………………………………………………………………………..
      "Come possono quelle tre testimonianze avvenute 10 ANNI dopo, avere “finito per contribuire a fornire lo spunto ai molteplici nemici e detrattori del giudice di inventare quella tesi” DIFFUSA 10 ANNI PRIMA?"
      E' sempre la stessa storia, caro Enrix, questi "signori" sono convinti di poter violare il principio di causalita'…se vieni sul blog del pensatore c'e' il nostro amico Nick che adesso sostiene che l'informazione puo' superare la velocita' della luce nel vuoto: probabilmente le parole di Mori sono tornate indietro nel tempo a "fornire lo spunto". (Tutto e' possibile, ma la vedo alquanto improbabile!) :D

      E meno male che poi dirà che aveva capito lo scherzo!!!

      PER IL SEGUGIO————-

      1 Mori non l'ha detto mai prima…. l'ha detto solo nel processo
      2 Mori l'ha detto pure prima, ma non si trova scritto da nessuna parte
      3 Mori l'ha detto pure prima e si trova da qualche parte che il Segugio non sa

      Siccome le ipotesi in campo sono almeno tre, il Segugio dovrebbe deporre la sicumera di risolutore di misteri e più umilmente dovrebbe parlare di una possibile ipotesi…. ma allora non sarebbe più il Segugio

    • anonimo 10:02 on 11 January 2011 Permalink | Rispondi

      Segugio, siccome tu e quell'altro avete allegramente ironizzato su Nick, poverino in sua assenza, penso che il mio post qui sopra dovresti proprio pubblicarlo!!

    • anonimo 22:37 on 11 January 2011 Permalink | Rispondi

      Sì sono l'anonimo di Micromega, anche se io la vicenda l'ho seguita sul blog di Di Pietro e quello del Fatto Quotidiano. Beh la mia era solo una curiosità, se non hai seguito non è importante. :)

      Ciao e grazie per quello che fai.

      Anonimo #1

      PS: già Luttazzi a suo tempo aveva sfidato le leggi della causalità… retrodatando le date di pubblicazione dei post sul suo blog! :D

    • enrix007 15:47 on 18 January 2011 Permalink | Rispondi

      Anonimo 7, cioè Sympatros.

      Io invece penso di no. E qui comando io.

    • anonimo 13:30 on 28 March 2011 Permalink | Rispondi

      Enrico, se leggi "Per fatti di mafia" di Misiani, libro scritto nel 1991 (purtroppo non ce l'ho sottomano, ma conto di ritrovarlo) vedrai che c'è una suggestiva ricostruzione dell'Addaura che lascia intendere che Falcone l'attentato potrebbe esserselo fatto da solo.
      Detto questo, vorrei farti riflettere sul fatto che, per i ruoli che ricoprivano, Sica, Misiani e Mori erano certamente fra le fonti di diversi (importanti) giornalisti di giudiziaria e che potevano tranquillamente diffondere notizie erronee (non false, sebbene il confine sia labile, ma erronee).
      Come sai, non sono completamente sprovveduto, ma per anni, leggendo i giornali, sono rimasto convinto che quei candelotti non potessero esplodere e che si fosse trattato solo di un "avvertimento".
      Sebastiano Gulisano

    • enrix007 02:06 on 29 March 2011 Permalink | Rispondi

      Caro Sebastiano, condivido certamente in toto, e anch'io ho avuto per anni lo stesso pensiero.
      Tuttavia:
      1) Non sono queste le considerazioni del nostro magistrato. Le considerazioni del magistrato si basano su fatti cronologiamente incongruenti.
      2) Il giudice in ogni caso non poteva e non può fondare il proprio giudizio su supposizioni di ciò che può essere avvenuto, ma solo su fatti.
      E fatti veri e verosimili, non cronologicamente incongruenti.

  • Avatar di enrix

    enrix 02:45 on 31 October 2009 Permalink | Rispondi
    Tags: , leonardo greco, , , salvatore parlagreco, , telman gdlian, ,   

    COSE SU FALCONE – 2 

    COSE SU FALCONE CADUTE NELLOBLIO – 2


     

     

     

    Prima di riprendere la nostra piccola carrellata di stralci d’epoca utili per mettere a fuoco gli avvenimenti relativi alla fase finale della vita di Giovanni Falcone, vorrei ritornare per un momento sulle dichiarazioni di qualche giorno fa del procuratore generale antimafia Piero Grasso.

     

    E vorrei ritornare a quelle parole perché c’è un passaggio estremamente rilevante che non vorrei sfuggisse a nessuno.

     

    Scrive Repubblica il 27 ottobre

    Il cambio di strategia

    Secondo la ricostruzione di Grasso, a un certo momento, nel marzo 1992, il mafioso che era stato incaricato di eseguire i sopralluoghi (a Roma nei luoghi frequentati da Falcone – ndr) venne informato da Totò Riina che non c’era più bisogno di colpire Falcone a Roma, perché si era "trovato qualcosa di meglio".

     

    Cosa c’è di così importante in questa informazione di Grasso?

    C’è questo: semplicemente, a detta di Grasso, il metodo della strage al tritolo, tipicamente terroristico, fu usato non perché c’era la finalità di realizzare un attentato di tipo terroristico, ma perché ad un certo punto si decise di attuare l’omicidio di Falcone, già pianificato per motivi ben definiti, utilizzando quel metodo.

     

    Capite la differenza?

    C’è ed è fondamentale, perché detto così, è ben poco plausibile che si configuri come un attentato progettato per ricattare lo stato o per creare una tensione destabilizzante. E’ invece, sino a prova contraria, semplicemente un’eliminazione pianificata di un magistrato, per la quale ad un certo punto, repentinamente, e per una precisa ragione, si è deciso di utilizzare quel metodo ANZICHE’ quello selezionato in precedenza (e non perché con quello precedente si rischiava l’insuccesso, neanche per sogno).

    In poche parole, la successione non è stata: facciamo una serie di attentati con metodologie terroristiche, ed iniziamo con un politico, anzi, no, meglio un magistrato.

    Invece è stata: bisogna uccidere Giovanni Falcone. E lo uccidiamo a Roma per strada o al ristorante, quando scopre la guardia. Anzi, contrordine. Lo uccidiamo con 500 kg di tritolo sotto l’autostrada.

     

    Questo per chi scrive è un fatto fondamentale, da appuntare nel nostro blocco notes.

     

    E passiamo quindi alla seconda puntata delle nostre “cose su Falcone”.

     


    Il “diario” di Salvatore Parlagreco.

     

    Salvatore Parlagreco, giornalista e scrittore siciliano, è autore di inchieste, romanzi, antologie e saggi. Il suo sito personale è denso di contributi.

    Pochi giorni dopo la strage di Capaci, Parlagreco raccontò le giornate convulse e inquietanti che seguirono alla morte di Giovanni Falcone e, successivamente, alla tragedia di Via D’Amelio, in un diario, pubblicato parzialmente sulla rivista Cronache parlamentari siciliane.

     

    Oggi noi rileggiamo il capitolo 7, integrale, di quel diario.

     

     

     

    Diario/7

    L’Addaura, avvertimento o fallito attentato, e’ l’anteprima di Capaci. O lo scenario di riferimento.

     

    di Salvatore Parlagreco

     

     

    Falcone indagò sulla Contrade in marzo del 1991. Dieci milioni di dollari, scomparsi nel passaggio fra un conto cifrato e l’altro. È la stessa somma depositata in una banca di Mendrisio dal boss di Bagheria Leonardo Vitale? Se le cose stanno così bisogna tornare indietro al fallito attentato dell’Addaura del 21 giugno 1989, che seguì l’interrogatorio di Leonardo Greco e a quella sua strana frase «Lei è troppo abbronzato, giudice».

     

    Si sa come è andata. La magistratura italiana e lo stesso Falcone non hanno mai creduto né alla simulazione né all’avvertimento. Ed è stata l’ipotesi della simulazione a rendere poco credibile anche l’ipotesi dell’avvertimento. Molto curioso: fra le carte, le testimonianze, le soffiate non c’è nulla che autorizzi a ipotizzare la simulazione.

     

    Le parole di Leonardo Greco non bastano per avvalorare l’ipotesi di un avvertimento. Ma come escludere che il boss bagherese usasse una efficace metafora per fare capire senza dire nulla di compromettente? Uccidere Falcone era un cattivo affare anche allora, nel 1989, non soltanto in maggio del 1992. Ma fu Falcone il primo a non credere all’avvertimento.

     

     «Tra i rari attentati falliti, voglio ricordare quello organizzato contro di me nel giugno 1989” , egli scrive nel suo libro “Cose di Cosa Nostra”, “Gli uomini di Cosa Nostra hanno commesso un grosso errore, rinunciando all’abituale precisione e accuratezza pur di rendere più spettacolare l’attacco contro lo Stato. Al punto che qualcuno ha concluso che quell’attentato non fosse di origine mafiosa. Capita anche ai mafiosi di sottovalutare l’avversario, volere strafare…».

     

    Tuttavia è lo stesso Falcone ad osservare nella pagina successiva: «I   messaggi   di   Cosa   Nostra   diretti   al   di   fuori dell’organizzazione informazioni, intimidazioni, avvertimenti mutano stile in funzione del risultato che si vuole ottenere. Si va dalla bomba al sorrisetto ironico, accompagnato dalla frase: “Lei lavora troppo, fa male alla salute, dovrebbe riposare”».

     

    «Greco entrò nell’ufficio di Falcone con atteggiamento arrogante, ricorda in tribunale, a Lugano, il sostituto procuratore Carla Del Ponte. Era abbigliato in modo impeccabile. Pareva uscito da un Grand Hotel più che dal carcere. Si sedette con uno sguardo da far rabbrividire e con un forte accento siciliano si rivolse a Falcone: Signor giudice, vedo che lei troppo abbronzato è. Poi passò in rassegna tutti i presenti fino a chiedere: Chi di voi altri è il procuratore Del Ponte?».

     

    Sono le 11,30 del 20 giugno 1989, L’Eco di Locarno ne diede notizia in luglio del 1989.

     

    Il procuratore di Lugano, Venerio Quadri, in una intervista al giornale svizzero riferì che già in passato i magistrati svizzeri avevano ricevuto «segnali di stampo mafioso».

    Se si trattò di avvertimento, esso non raggiunse l’obiettivo, fare desistere Giovanni Falcone dall’interessarsi delle banche svizzere; tuttavia la mafia dimostrò di potere arrivare ovunque quando voleva e di potersi servire di terribili, spettacolari strumenti di distruzione. Un risultato, perciò, l’ottenne.

     

    Ci furono, è vero, altri tentativi di uccidere Falcone (uno, addirittura, in carcere), ma l’Addaura, avvertimento o fallito attentato, resta lo scenario di riferimento per capire Capaci: ci sono i santuari svizzeri, le magistrature dei due paesi impegnati, i colossali affari coperti da conti cifrati e la temerarietà dei killer, la spettacolarità del gesto.

    Riciclaggio dunque. E mafia, narcotraffico, sportelli svizzeri.

     

    Ma il denaro segue anche le rotte dell’est. Venerdì, 5 giugno, le notizie provenienti da Mosca riconducono al riciclaggio di denaro in Svizzera. Il procuratore generale di Mosca, Valentin Stepankof, racconta ad alcuni magistrati italiani che la mafia siciliana ha stretto solide alleanze con le famiglie cecene in Russia. I ceceni sarebbero incontrastati padroni del crimine organizzato a Mosca.

     

     Il primo ad avvertire la pericolosità di ciò che stava avvenendo, dice Stepankof, fu Giovanni Falcone. Che cosa lo insospettì? Negli ultimi due anni, dal 1989 al 1991, si svolsero colossali operazioni finanziarie fra l’Italia e la Russia. Ingenti capitali affluirono verso Mosca: una Moskow-Connection, sulla quale Falcone voleva vedere chiaro. Parlò, infatti, con Stepankof e preannunziò un suo viaggio a Mosca. Questa determinazione deve avere impressionato Stepankof: all’indomani della strage di Capaci egli non fece mistero dei suoi sospetti, rivelando le intenzioni di Falcone. Secondo Stepankof, le parole gli sono state attribuite dai giornalisti e vanno considerate con prudenza, a Falcone si voleva impedire di andare a Mosca. La ferocia della lotta politica in corso nella Russia consiglia altrettanta prudenza.

     

    Lo scetticismo, tuttavia, mi pare eccessivo.

     

    Attraverso investimenti pilotati dai ceceni e i meccanismi usati dal Pcus per finanziare i partiti fratelli, milioni di dollari viaggiavano verso Lussemburgo e Svizzera grazie ad alcune società italiane. Con quali canali? Sicuramente assai riservati, necessariamente complessi, difficili da controllare anche per le autorità sovietiche.

     

    Le indagini sui finanziamenti sovietici ai partiti italiani percorrono una pista che,  stando ai fatti, non s’incrocia in nessun punto con l’attività di Giovanni Falcone. Non la lambisce, non la suggerisce. Ma i soldi arrivavano in Italia ed erano tanti. C’era un conto in Svizzera, intestato ad un uomo insospettabile.

    Chi era il titolare del conto?

     

    Erasmo Ionta, il sostituto procuratore che si è occupato del caso Moro, racconta l’incontro di Stepankof con Falcone a Roma. Avevano deciso di archiviare le indagini in corso sui finanziamenti della Cia e del Pcus a movimenti e partiti italiani, ricorda, «poi è arrivato in Italia improvvisamente Stepankof che va da Falcone e dice: l’istruttoria che stiamo conducendo noi a Mosca è entrata in una fase diversa. Però entro una data quasi invalicabile: non oltre l’8 giugno».

     

    Perché l’8 giugno?

     

    «Non l’abbiamo mai capito… Così siamo partiti per Mosca».

     

    Un altro magistrato titolare dell’inchiesta sulla Gladio Rossa, sta per salire sull’aereo per Roma e viene avvicinato dal ministro dell’informazione Poltaranim. «Nel ’74, rivela Poltaranim, 19 militanti comunisti sono stati addestrati in Russia su richiesta del Pci».

     

    È il nuovo modo di congedarsi dagli ospiti stranieri? lonta non crede a Poltaranim «a meno che non esistano carte autentiche. Ci siamo chiesti perché quelle rivelazioni sono state fatte mentre eravamo a Mosca… O si tratta di polverone o un segnale…».

    «E i documenti consegnati dai russi, che cosa contengono?» gli chiedono.

    «Ci aspettiamo di trovare l’elenco delle imprese commerciali collegate con il Pci».

    L’atto di cortesia internazionale che ha consentito ai magistrati italiani di portare a casa i documenti fu propiziato da Giovanni Falcone.

    Sabato 13 giugno, il quotidiano Moskovski Komsomoliets afferma che «alcune ore prima della sua tragica morte, il giudice Giovanni Falcone trasmise al Procuratore capo di Roma, Ugo Giudiceandrea, informazioni sui contatti speciali che il Pcus aveva con il Pci».

     

    La fonte di questa informazione? Ignota. L’unica cosa certa è la volontà di far sapere.

     

    L’intrigo politico moscovita rimbalza in Italia. Giovanni Falcone non può evitare di occuparsi della questione. È il direttore degli affari penali del ministero di Grazia e giustizia. I bisogni di Mosca si sommano a quelli di Roma. La conseguenza è che Giovanni Falcone deve, ancora una volta, prendere le castagne dal fuoco con le sue mani. Giusto come è accaduto per i santuari svizzeri e la ricerca dei codici cifrati. Sulla mafia sovietica ha accumulato una utile esperienza, che fatalmente gli affida un ruolo di primo piano, quindi «a rischio».

     

    «Argumenti i Fakti», altro giornale russo, racconta l’incontro del giudice Telman Gdlian con Giovanni Falcone. Gdlian ha condotto una inchiesta sulla mafia del cotone uzbeka, meritandosi la fama di giudice antimafia. «Argumenti i Fakti» scrive che Gdlian sospetta una connessione Pois-mafia siciliana.

     

    Il percorso del denaro è tortuoso e si insinua ovunque; in più sembra seguire due livelli paralleli, uno ufficiale e un altro, del quale si sa poco e si può solo sospettare un tracciato che si muove lungo le vicende della guerra non dichiarata fra americani e sovietici, europei dell’ovest e dell’est, asiatici e mediorientali.

     

    Una guerra combattuta con strumenti e risorse non confessabili – armi, droga, corruzione, delitti -e uomini che agiscono nell’ombra, fuori dalle responsabilità dei governi e devono affidare i loro disegni ad organizzazioni criminali, bande di mercenari, killer e politici corrotti. In questo mondo fetido, una specie di replicante della terra, il diritto e la legge non esistono, la vita umana non ha alcun valore, il successo non ha prezzo: Falcone con la sua auto blindata e i suoi angeli custodi appare un vaso di coccio, un fuscello che può essere spazzato via quando e dove si vuole.

     

    È stata la mafia ad ammazzarlo?

     

    Sono disposto a crederci, a patto che questa mafia non divenga un comodo luogo della coscienza dove depositare tutte le scorie dell’umanità.

     

     
c
compose new post
j
next post/next comment
k
previous post/previous comment
r
reply
e
edit
o
show/hide comments
t
go to top
l
go to login
h
show/hide help
esc
cancel