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    enrix 23:00 on 13 January 2010 Permalink | Rispondi
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    LA VERA STORIA DEL GENERALE MORI 

    © 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

    La vera storia di un grande carabiniere sotto processo, Mario Mori

    di Claudio Cerasa

     

    Se Leonardo Sciascia avesse conosciuto il generale Mario Mori prima di scrivere “Il giorno della civetta” il suo capitan Bellodi non sarebbe stato un giovane poliziotto con gli occhi chiari, i capelli scuri, il viso tirato e l’accento emiliano, ma sarebbe stato piuttosto un piccolo brigadiere triestino con i capelli bianchi, i baffi corti, la voce bassa, gli occhi azzurri, un curriculum da sballo, il vaffanculo facile facile e sei numeri che hanno cambiato la sua vita: 2789/90. Quelle del generale Mori e del capitan Bellodi sono due storie che viaggiano su binari paralleli: un uomo sceso dal nord per andare in Sicilia disposto a rompersi la testa per combattere la mafia, e che dopo essere riuscito ad arrestare il più temuto dei capi-cosca improvvisamente si ritrova contro ora i politici, ora gli avvocati, ora i magistrati, ora i giudici, ora le procure e ora naturalmente i giornali. E i giornali ne riparleranno presto del generale, e c’è da scommettere che non ne parleranno bene. Il 16 giugno del 2008 la procura di Palermo ha aperto un’indagine contro Mori per “favoreggiamento aggravato” a Cosa Nostra, e gran parte delle prossime settimane il generale le dedicherà a quel processo. Sarà in aula alla fine di gennaio, quando i giudici dovranno valutare se rinviarlo a giudizio oppure no.

    Di che cosa è accusato il capitan Bellodi? La procura di Palermo ha indagato Mori come responsabile della mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995, ma il processo per favoreggiamento nasconde una storia molto particolare. A Mori è successa la stessa cosa capitata all’eroe di Sciascia: si è ritrovato di fronte a qualcuno che vuole riscrivere la storia di un periodo cruciale per l’Italia e che vuole offrire a uno dei protagonisti di quei giorni la parte dell’antagonista brutto, sporco, cattivo e, perché no?, pure compromesso. Il processo a Mori è un modo come un altro per tentare di dimostrare che una parte della stagione delle stragi, nel 1992, in particolare quella che coinvolse il giudice Paolo Borsellino, fu causata dallo stesso generale che “voleva a tutti i costi trattare con la mafia”. Ma molti non conoscono un particolare. In quegli anni Mori iniziò a raccogliere i suoi giorni in 29 agende a righe con la copertina rigida: dagli anni 80 a oggi non c’è appuntamento che Mori non abbia segnato su questi fogli, e dalla lettura di quelle pagine, tenute segrete per molto tempo, emergono delle verità molto interessanti.

    Roma, due dicembre 2009. Mario Mori siede dietro la scrivania al terzo piano di un ufficio che si affaccia a strapiombo su Piazza Venezia: ha lo sguardo vispo, gli occhi un po’ scavati, i capelli tagliati corti, le mani distese poggiate sulle cosce e un libricino aperto a pagina 37 con una “x” segnata a matita accanto a un aforisma di uno degli scrittori più amati dal generale, Giacomo Leopardi. Il dettato piace molto a Mori: “La schiettezza allora può giovare, quando è usata ad arte, o quando, per la sua rarità, non l’è data fede”.
    Il generale accetta di riceverci nel suo piccolo studio privato e inizia a raccontare come è cambiata la sua vita. Sono tante le ragioni per cui la carriera di Mori risulta affascinante ma vi è un aspetto che rende la sua storia molto significativa. Ed è la prima cosa che ti colpisce quando ti ritrovi di fronte a lui: ma come è possibile che un super sbirro, un grande carabiniere che ha acciuffato i capi di Cosa Nostra, che ha messo in galera tipacci come Toto Riina e che ha contribuito a smantellare numerose cupole mafiose sia, e sia stato, processato con le stesse accuse degli stessi criminali che per anni ha perseguito e arrestato? Vuoi vedere che forse c’è qualcosa, qualcosa della sua vita, qualcosa dei suoi anni a Palermo, qualcosa della sua esperienza al Sisde, che sfugge ai grandi accusatori di Mario Mori? Mori si è chiesto più volte le ragioni per cui la magistratura siciliana gli si è accanita contro, il perché di quelle pesantissime inchieste costruite con le parole di pentiti non proprio affidabili, i motivi per cui, dovendo scegliere se credere alle sue parole o a quelle di un pentito, i pm tendano a dare retta al secondo anziché al primo. E quando glielo chiedi il generale Mori che fa? Alza un po’ lo sguardo, gioca con i polsini della camicia, si dà un colpetto all’indietro sulla poltrona, allarga le braccia e poi sussurra: “Non so. Davvero. Proprio non so”.

    A Roma il generale c’è tornato da qualche mese: alla fine del 2008 il sindaco Gianni Alemanno gli ha offerto la direzione delle Politiche della sicurezza della Capitale e Mori ha accettato di tornare in quella città dove ha studiato per cinque anni al liceo classico (era al Virgilio nella sezione C negli stessi anni in cui Adriano Sofri era nella sezione D), dove ha seguito le lezioni dell’accademia delle Armi, dove ha lavorato con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e da dove ha iniziato a costruire la sua carriera, diventando nel corso degli anni prima comandante del gruppo carabinieri di Palermo (dal 1986 al 1990), poi comandante dei Ros (dal ’96 al 2000) e infine numero uno del Sisde (fino al 2006). Sono proprio questi – gli anni del Sisde, gli anni dei servizi segreti, gli anni in cui condusse le indagini sulla morte di Massimo D’Antona, sull’omicidio di Marco Biagi, sulle conseguenze italiane dell’undici settembre – i tempi in cui Mori rimase affascinato da alcune sottili ma importanti differenze tra il combattere la mafia e combattere il terrorismo. Mori era sorpreso dalla capacità di fare gruppo dei brigatisti, e da quel loro cerchio chiuso, quasi impenetrabile. Nei brigatisti – racconta Mori – vi era un livello culturale superiore alla media della criminalità e il loro era un legame ideologico non un legame familistico, di cosca o di sangue.

    Era proprio per questo che Mori riteneva fosse più semplice combattere il terrorismo piuttosto che Cosa nostra. “La mafia è come un tumore che si autoriproduce: è un mondo che resiste da molto tempo non tanto per la sua forza ma perché è una forma di costume che è legata a certe forme di cultura. I poliziotti e i magistrati potevano e possono arrestare tutti i mafiosi del mondo ma l’unico modo per distruggere alle radici la mafia – come già scritto anche da Marcelle Padovani in Cose di Cosa Nostra – è il tempo, la trasformazione dei costumi, la rivoluzione della cultura”.
    “Le Brigate rosse e tutte le forme di terrorismo italiane sono state invece una cosa diversa: una malattia circoscritta difficile sì da individuare ma per cui una cura esisteva: bastava solo trovarla”. Quando nella primavera del 2001 Claudio Scajola, ministro dell’Interno per un anno, chiamò Mario Mori per comunicargli che Silvio Berlusconi lo aveva appena nominato a capo dei servizi segreti, il generale pensava fosse uno scherzo. E lo credeva per due ragioni.

    La prima è che il presidente del Consiglio che l’aveva appena scelto Mori non lo aveva mai visto prima, se non una sera alla fine di una cena a Monza. La seconda era invece una ragione caratteriale. Il generale sostiene che le tecniche strategiche di chi lavora nell’arma e di chi lavora nell’intelligence presentano pochi punti di contatto, e offrire dunque a uno sbirro la gestione dell’intelligence nazionale, in teoria, potrebbe nascondere alcune difficoltà non solo metodologiche. “Siete pazzi! – disse senza neanche scherzare troppo Mori a Scajola – io di intelligence non ne so nulla, al massimo, se volete, potrei guidare il Sismi”.
    Racconta chi con Mori al Sisde ha lavorato a lungo che “il modo più semplice per spiegare i due diversi approcci alla criminalità che hanno forze dell’ordine e intelligence è che il poliziotto spera di catturare Osama bin Laden mentre l’uomo di intelligence, semplicemente, spera di acquisirlo come fonte. Sono due piani paralleli che non si vanno mai a incontrare. Perché l’immagine del James Bond che si arrampica sulle gru per sconfiggere le forze del male non esiste. Semmai, il rischio maggiore per un uomo di intelligence che passa le giornate a colazione, a pranzo e a cena per coltivare le fonti è quello di prendersi una cirrosi epatica”.
    Mori ha sempre sostenuto che individuare un grosso criminale, pedinarlo, poterne seguire le tracce e circoscriverne il raggio d’azione nasconde un problema non da poco. Che si fa? Si arresta subito il bandito o lo si segue per un po’ usandolo come esca per intrappolare nella rete della giustizia tutto ciò che lo circonda? Mori non lo confesserà mai, ma tra la prima e la seconda opzione lui sotto sotto ha sempre preferito la seconda.

    Chi ha vissuto a lungo a fianco di Mario Mori racconta che quando il generale arrivò al Sisde fu rivoluzionata l’intera impostazione del lavoro. Prima di Mori, i servizi segreti tendevano a lavorare con quella che in gergo è definita “pesca a strascico”: una gigantesca rete che intrappola tutti i pesci, grandi e piccoli, che nuotano nel raggio d’azione dell’intelligence. Quando Mori arrivò al Sisde spiegò che la pesca doveva diventare subacquea. Perché la tecnica a strascico – era questa l’idea del generale – funziona quando un servizio segreto dispone di centinaia di migliaia di uomini, ma quando il numero delle truppe è parecchio inferiore la raccolta di informazioni deve essere più precisa, più mirata. E così, non appena arrivato, Mori scrisse un libriccino di cento pagine di procedura investigativa, lo fece pubblicare e lo inviò ai dirigenti dei servizi. A poco a poco, i risultati iniziarono ad arrivare.

    Negli anni passati al Sisde c’è un arresto particolare che il generale ricorda più degli altri. Il 13 luglio 1979 una scarica di pallettoni sparati da un’auto in corsa ferì a morte il comandante del Nucleo carabinieri del tribunale di Roma Antonio Varisco; e quel comandante Mori lo conosceva molto bene. Per anni e anni, i servizi segreti italiani hanno tentato di arrestare il killer, e il 15 gennaio del 2004 il Sisde diede istruzione a venti poliziotti egiziani di fermare due persone all’aeroporto del Cairo: i nomi erano quelli di Rita Algranati e Maurizio Falessi, ricercati, tra le altre cose, per l’omicidio di Varisco. Fu uno dei giorni più gratificanti della carriera del generale. Il perché lo spiega lui stesso: “Non dobbiamo essere sciocchi. Chi dice che la pretesa punitiva dello stato non esiste non capisce nulla. Quel giorno passò un messaggio molto importante. Fu un arresto chiave per disgregare la rete terroristica ma fu un anche un segnale chiaro: ci sono alcuni reati che più degli altri non possono essere impuniti. E uccidere un carabiniere è esattamente uno di quelli”.

    Gli anni che però formarono davvero il generale Mori furono altri. Furono quelli che trascorse in Sicilia: prima nel nucleo provinciale dei carabinieri e poi nei Ros. Non appena arrivato a Palermo, il generale comprese subito quanto fosse importante riuscire a creare una sorta di sintonia linguistica tra sbirri e mafiosi. Mori ci riuscì, ma solo dopo aver preso una piccola batosta. La prima lezione per Mori arrivò da un piccolo appartamento sulla costa occidente della Sicilia: ad Altavilla. Dopo aver ricevuto la notizia della morte di un carabiniere, i suoi uomini andarono sul posto, entrarono con i guanti di paraffina dentro una vecchia casa colonica, perquisirono le stanze, fecero perizie, raccolsero più notizie possibili e interrogarono molti testimoni: la maggior parte dei quali diceva di non aver visto nulla. Alla fine della giornata, Mori si ritrovò a parlare con un vecchio abitante del paese che al termine del colloquio – a lui che era un triestino con mamma casalinga emiliana, padre ufficiale dei carabinieri a La Spezia, bisnonni inglesi e, come ama ripetere il generale, una formazione culturale sfacciatamente mitteleuropea – gli disse: “Piemontese, chi minchia voi da noi?”. Quelle parole Mori se le ricorderà a lungo e il significato profondo dell’essersi sentito dare del piemontese lo comprese poco più avanti quando fu nominato comandante del primo comando territoriale di Palermo.

    Mori ricorda infatti che in quegli anni capitava spesso che la notte le pareti della caserma non trattenessero le parole degli sbirri che interrogavano i mafiosi, e ascoltando quei dialoghi, dagli accenti così marcatamente differenti, si rese improvvisamente conto che in quel nucleo operativo che lavorava nella Sicilia occidentale, beh, il più meridionale tra i suoi colleghi era un campano. Non parlare il linguaggio della Sicilia, e più in particolare non entrare a fondo nel lessico dei mafiosi, secondo il generale era il modo migliore per non capire come portare avanti un’indagine, e questo Mori se lo mise bene in testa: lavorò molto sulla sua pronuncia, iniziò a studiare il siciliano e alla fine ottenne buoni risultati, riuscendo a poco a poco a entrare sempre di più a contatto anche con la grammatica della mafia.
    “In quegli anni – racconta un uomo che ha lavorato a lungo a fianco di Mori nei Ros – il generale diceva che far proprio il linguaggio dei mafiosi significava non solo avere le carte in regola per lavorare con maggiore efficienza ma anche avere la possibilità concreta di salvare con un certo successo il culo.

    Le lezioni di Mori erano due. Lui, che aveva imparato a non fidarsi eccessivamente dei collaboratori di giustizia, diceva che per definizione il pentito mafioso va preso con le pinze perché un pentito resta sempre un mafioso, e alla fine – qualsiasi cosa ti dirà e qualsiasi verità racconterà – in un modo o in un altro tenterà sempre di compiere un atto utilitaristico per la sua famiglia. La seconda cosa che ripeteva era che il mafioso ti faceva ammazzare solo quando il, chiamiamolo così, rapporto tra sbirri e criminale diventava un rapporto personale: tra me e te. Per questo, Mori ci diceva che tu puoi umiliare un mafioso magari ammanettandolo davanti a una moglie ma non era il caso di farlo quando veniva acciuffato nel cuore della sua vera intimità: per esempio davanti alla sua amante”.
    Il più grande successo ottenuto da Mori arrivò il 15 gennaio 1993 di fronte al numero 54 di via Bernini, a Palermo, quando il generale fece arrestare lui, il capo dei capi: Totò Riina. Paradossalmente, però, accadde che l’arresto del mafioso più ricercato al mondo coincise con la proiezione delle prime ombre attorno alla carriera del generale. Tutto cominciò poco dopo l’arresto. Per quindici giorni, l’abitazione del boss corleonese non fu perquisita e in molti sostennero che la mancata perlustrazione di quelle stanze fosse un modo come un altro per dare la possibilità ai mafiosi di ripulire l’abitazione e cancellare le proprie tracce. Mori – ricordando che le indagini vengono sempre coordinate dalla procura e che qualsiasi imput, prima ancora che dai capi dell’arma, deve arrivare da lì – sostiene che fu la procura a non dare l’ordine di perquisire, ma nonostante ciò nel 1997 la procura di Palermo aprì un’inchiesta sulla vicenda a carico di ignoti, “per sottrazione di documenti e favoreggiamento”.

    L’indagine andò fino in fondo: nel 2002 i magistrati chiesero l’archiviazione ma il gip dispose nuove indagini. Due anni dopo stessa storia: i pm chiesero ancora una volta l’archiviazione ma questa volta lo fecero in un modo originale: poche paginette per chiedere di archiviare e cento pagine per picchiare duro sull’indagato. A firmare quella richiesta furono i pubblici ministeri Antonio Ingroia e Michele Prestipino, che chiesero di chiudere il caso con queste concilianti parole: gli indagati, non perquisendo per diversi giorni il covo, “fornirono ai magistrati indicazioni non veritiere o comunque fuorvianti”. Inoltre, la sospensione dell’attività di osservazione del covo “determinerà un’obiettiva agevolazione di Cosa nostra”. Il nome di Mario Mori entra così nel registro degli indagati il 18 marzo 2004: pochi mesi più tardi – era il 18 febbraio 2005 – Mori e il suo braccio destro Sergio De Caprio (l’ufficiale dei carabinieri che ha lavorato a lungo a fianco del generale e che il 15 gennaio 1993 ammanettò Totò Riina) vengono rinviati a giudizio e un anno dopo il processo si conclude con un’assoluzione.
    Tutto finito? Macché.

    Dopo essere stato assolto dall’accusa di favoreggiamento aggravato per non aver perquisito l’abitazione – e non il covo, che è cosa diversa – in cui è stato arrestato Salvatore Riina, Mori si trova costretto a difendersi da altre accuse. E da una in particolare. Perché il generale non ci gira attorno, e quando ha saputo di essere indagato ancora una volta per favoreggiamento dice che è stato certamente quello il giorno più brutto della sua vita: perché è come se la procura lo avesse sostanzialmente accusato di essere stato la causa scatenante della strage di via D’Amelio.
    Nel processo in cui Mori dovrà difendersi in aula il 29 e il 30 gennaio, il principale testimone dell’accusa è il colonnello dei carabinieri Michele Riccio. L’eroe della procura di Palermo, nonché principale testimone del processo contro il generale Mori, è però un personaggio dal passato molto controverso. Controverso perché il grande accusatore di Mori è uno degli uomini che fu denunciato dallo stesso generale. La storia è nota ma può essere utile ricordarla. Il generale Mori contribuì all’arresto di Riccio e fu uno dei primi a denunciare i reati commessi dal colonnello a metà degli anni 90. All’origine dei guai di Riccio vi fu la famosa Operazione Pantera. In quell’occasione – erano gli anni 90 – fu sequestrata una partita di pesce congelato da 33 tonnellate. Nascosto tra il pesce vi erano 288 chili di cocaina proveniente dalla Colombia.

    Tre mesi dopo il pesce fu venduto sottobanco dai carabinieri per 54 milioni. L’operazione Pantera costò a Riccio due reati. Non soltanto contrabbando aggravato ma anche detenzione e cessione di stupefacenti: perché nel corso dell’operazione, secondo l’accusa, il colonnello occultò cinque chili di cocaina sottratti alla distruzione del reperto da uno dei suoi uomini (si chiamava Giuseppe Del Vecchio).
    Così, dopo essere stato condannato in primo grado a 9 anni e mezzo e poi, in secondo grado, a 4 anni e 10 mesi, nel 2001 Riccio chiese di essere sentito dal pm Nino Di Matteo su “gravi fatti riguardanti la mancata cattura di Provenzano e la morte di Luigi Ilardo”. E’ una storia complicata quella di Riccio: l’ex colonnello sostiene che nel 1995 il suo confidente Ilardo (trovato morto pochi mesi dopo) offrì la possibilità di catturare Bernardo Provenzano; racconta che i suoi uomini avrebbero seguito Ilardo fino al bivio di Mezzojuso – un piccolo comune di 3.711 abitanti a 34 chilometri da Palermo – che si sarebbero appostati in attesa del via libera e che Mori disse di non voler agire. Mentre – dice Riccio – noi “eravamo pronti e non ci voleva una grande scienza per intervenire”. Le deposizioni di Riccio sono però contestate. Uno dei testimoni dell’accusa, l’ufficiale dei carabinieri Antonio Damiano che nel ’95 prestava servizio al Ros di Caltanissetta, lo scorso 10 novembre ha raccontato una versione diversa.

    Damiano sostiene infatti di essere stato incaricato da Riccio di effettuare “un’osservazione con rilievi fotografici” al bivio di Mezzojuso ma il punto è che in quello che Riccio considera il mancato arresto di Provenzano non solo era già stato concordato preventivamente che l’operazione avrebbe avuto la finalità di studiare il territorio ma il grande accusatore di Mori, nonostante la relazione di servizio di quel giorno riportasse la sua presenza, in realtà – lo ammette Damiano – non era affatto presente: era rimasto in ufficio.
    A ogni modo, le parole di Riccio hanno offerto alla procura la possibilità di fare due calcoli rapidi rapidi: la mancata perquisizione del covo di Riina nel 1993 più la mancata cattura di Provenzano nel 1995 sarebbero “strettamente connesse” alla presunta trattativa tra apparati dello stato e Cosa nostra. E’ proprio questa la tesi di uno degli uomini che alla fine di gennaio verrà ascoltato come teste dell’accusa nell’aula bunker del carcere Ucciardone: Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito. Tesi che in sostanza si potrebbe riassumere così: Borsellino sarebbe stato ucciso dopo che il giudice venne a conoscenza della trattativa portata avanti tra la mafia e lo stato condotta in prima persona da suo padre e dal generale Mori. Borsellino era contrario alla trattativa e per questo, per evitare problemi, la mafia lo fece saltare in aria.

    La cronaca di quei mesi offre però una storia un po’ diversa e gran parte della verità di tutta la vicenda sembrerebbe proprio girare attorno a quel codice lì: 2789/90. Il codice fa riferimento a una delle inchieste più delicate che le forze dell’ordine portarono avanti durante gli anni 90 in Sicilia. Tutto nacque nel corso del 1989: in quegli anni Mori era già a capo del gruppo dei carabinieri di Palermo e sotto la direzione di Giovanni Falcone avviò l’inchiesta sul sistema di condizionamento degli appalti pubblici da parte di Cosa nostra. Il primo plico contenente le informative sull’indagine fu consegnato il 20 febbraio del 1991 da Mori al procuratore aggiunto di Palermo Giovanni Falcone. Ancora oggi Mori ricorda che “Giovanni sollecitò insistentemente il deposito dell’informativa rispetto ai tempi che ci eravamo prefissati per una ragione semplice: perché – diceva Falcone – non tutti vedevano di buon occhio l’indagine, e alcuni sicuramente la temevano”. In quei giorni, il giudice stava però per essere trasferito alla direzione degli affari penali del ministero della giustizia, e da Palermo dunque si stava spostando a Roma. Ma quell’inchiesta – ricorda il generale – lui voleva seguirla lo stesso e per questo Mori continuò a mantenere i contatti con Falcone. E fu proprio il giudice a riferire al generale che l’inchiesta “Mafia e appalti” non interessava più di tanto al nuovo procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Giammanco. Era davvero così?

    Fatto sta che al termine dell’inchiesta “Mafia e appalti” i Ros di Mori avevano evidenziato 44 posizioni da prendere in esame per un provvedimento restrittivo ma il 7 luglio del 1991 la procura ottenne soltanto cinque provvedimenti di custodia cautelare. Mori si arrabbiò e chiamò subito Falcone. La reazione del giudice è riportata dai diari consegnati alla giornalista di Repubblica Liana Milella, e fu questa: “Sono state scelte riduttive per evitare il coinvolgimento di personaggi politici”.
    Non solo. Pochi giorni dopo che Mori e il suo braccio destro Giuseppe De Donno consegnarono il rapporto alla procura di Palermo vi fu una fuga di notizie. De Donno ne venne a conoscenza attraverso il suo informatore Angelo Siino (il così detto ex ministro dei Trasporti pubblici di Cosa nostra) che raccontò ai Ros di aver saputo dell’inchiesta da fonti vicine alla procura. “Mai come in quei mesi – racconta Mori – ebbi la sensazione di agire da solo e senza referenti certi a livello giudiziario”. Successivamente, ci furono altre due valutazioni che fecero infuriare il capitano dei Ros. La prima fu quando il Tribunale del riesame consegnò agli avvocati difensori degli indagati e degli arrestati non uno stralcio dell’informativa relativa ai singoli indagati, come da prassi, ma qualcosa di più: ovvero tutte le 890 pagine di testo. “In quel modo – ricorda Mori – furono svelati i dati investigativi fino a quel momento posseduti dall’inquirente e furono chiare le direzioni che le indagini stavano prendendo”.

    La seconda fu quando la procura di Palermo – ravvisando la competenza sul caso di più procure – inviò i fascicoli in mezza Sicilia ottenendo il risultato di moltiplicare il numero di occhi che osservavano da vicino quell’inchiesta. Ecco: secondo Mori il filo che lega le stragi di quell’anno – l’anno in cui furono uccisi nel giro di poche settimane prima Falcone e poi Borsellino e poi ancora un comandante della sezione di Perugia che insieme con i Ros aveva iniziato a lavorare su “Mafia e appalti”: Giuliano Guazzelli – sarebbe legato all’attenzione che Mori e Borsellino credevano fosse opportuno dare a quell’inchiesta, a quel codice maledetto. Poco prima di essere ucciso, infine, Borsellino partecipò a un incontro molto importante. Era il 25 giugno 1992 e il magistrato convocò in gran segreto nella caserma di Palermo – dunque negli uffici dei Ros – Mario Mori e il capitano De Donno. Borsellino confessò ai due che riteneva fondamentale riprendere l’inchiesta “Mafia e appalti”. Perché – sosteneva Borsellino – quello “era uno strumento per individuare gli interessi profondi di Cosa nostra e gli ambienti esterni con cui essa si relazionava”. Qualche anno più tardi, nel novembre 1997, nel corso di un’audizione alla Corte d’assise di Caltanissetta, a confermare che Paolo Borsellino credeva che studiando il filone “Mafia e appalti” si poteva giungere “all’individuazione dei moventi della strage di Capaci” fu uno dei pm che oggi indaga su Mori: il dottor Antonio Ingroia.

    Le ragioni per cui l’incontro nella caserma dei carabinieri di Palermo fu mantenuto segreto vennero ammesse in quelle ore dallo stesso Borsellino. Ricorda Mori che Borsellino “non voleva che qualche suo collega potesse sapere dell’incontro”. “E nel salutarci – prosegue Mori – il dottor Borsellino ci raccomandò la massima riservatezza sull’incontro e sui suoi contenuti, in particolare nei confronti dei colleghi della procura della Repubblica di Palermo”. Secondo il generale, in quei giorni Borsellino era molto preoccupato per una serie di fatti accaduti. Uno in particolare era legato a una data precisa. Il 13 giugno 1992 uno dei mafiosi arrestati dalla procura di Palermo nell’ambito dell’inchiesta “Mafia e appalti” – il geometra Giuseppe Li Pera – si mise a disposizione degli inquirenti dicendo di essere disposto a svelare “gli illeciti meccanismi di manipolazione dei pubblici appalti”, ma i magistrati di Palermo risposero dicendo di non essere interessati. “Sì, è vero: i fatti di quei tempi – ricorda Mori – mi portarono a ritenere che anche una parte di quella magistratura temesse la prosecuzione dell’indagine che stavamo conducendo”.

    Pochi giorni dopo l’attentato in cui rimase ucciso Paolo Borsellino, Mori iniziò a stabilire contatti con l’uomo che all’epoca impersonificava meglio di tutti la sintesi perfetta dei legami collusivi tra mafia, politica e imprenditoria: l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino. Tra il 5 agosto e il 18 ottobre 1992, Ciancimino e Mori si incontrarono quattro volte (prima di quella data con Ciancimino vi furono dei contatti preliminari del braccio destro di Mori, De Donno) e iniziarono così a costruire un rapporto confidenziale senza renderlo però noto alla procura di Palermo. Mori non comunicò subito i contatti che aveva stabilito con Ciancimino per tre ragioni. Primo perché – e lo dice la legge – i confidenti delle forze dell’ordine non devono essere necessariamente rivelati alla procura. In secondo luogo – e queste sono parole di Mori – fu fatto “per evitare premature e indesiderate attenzioni sulla persona e per tentare di acquisire elementi informativi sicuramente nella disponibilità del Ciancinimo e cercare di giungere a una piena e formale collaborazione”. Infine, è ovvio: se ci fosse stato Borsellino, dice Mori, “glielo avrei detto subito”. Ma quando Mori parlò con Ciancimino, Borsellino era già stato ammazzato.

    Nonostante in molti sostengano che Mori avesse mantenuto a lungo segreti quei colloqui, in realtà gli incontri tra Mori e Ciancimino non sono una novità di oggi. Nell’autunno 1993 fu lo stesso Mori a raccontare all’allora presidente della Commissione antimafia Luciano Violante non soltanto dei suoi incontri con Ciancimino ma anche della volontà di quest’ultimo di essere ascoltato dalla commissione. Mori lo disse più volte a Violante e ogni volta che Violante se lo sentiva ripetere gli rispondeva più o meno allo stesso modo. Ponendo una condizione: “L’interessato – disse Violante il 20 ottobre 1992 nel corso di un incontro riservato con Mori – deve presentare un’istanza formale a riguardo”. Il 29 ottobre 1992, quindi, Violante convocò la commissione per spiegare qual era il suo programma di lavoro sulla materia che riguardava le inchieste sulla mafia e la politica. Nel verbale di quella seduta, tra le altre cose, si legge quanto segue: “E’ necessario sentire quei collaboratori che possono essere particolarmente utili”.

    Violante fece un lungo elenco di “collaboratori”, e tra questi c’era anche Vito Ciancimino. Ecco però il giallo: giusto tre giorni prima che Violante riunisse la commissione, Ciancimino si decise a scrivere una lettera. Una lettera datata 26 ottobre 1992 indirizzata a Roma, alla sede della commissione antimafia di Palazzo San Macuto. In calce alla lettera – che negli archivi della commissione sarà registrata solo diversi anni dopo con il numero di protocollo 0356 – c’è la firma di Vito Ciancimino. Il quale sostiene di essersi messo a disposizione della commissione già dal 27 luglio 1990, e di aver ormai accettato le condizioni che aveva posto per l’audizione il predecessore di Violante (Gerardo Chiaromonte): audizione sì ma senza quella diretta televisiva che secondo Ciancimino era necessaria per essere “giudicato direttamente e non per interposta persona”. Scrive l’ex sindaco di Palermo: “Sono convinto che questo delitto (quello di Lima, ex sindaco di Palermo ed ex eurodeputato della Democrazia cristiana che il 12 marzo 1992 fu ucciso a colpi di pistola di fronte la sua villa di Mondello) faccia parte di un disegno più vasto. Un disegno che potrebbe spiegare altre cose, molte altre cose. Ancora oggi sono, pertanto, a disposizione di codesta commissione antimafia, se vorrà ascoltarmi”. Nonostante Violante avesse detto che avrebbe ascoltato Ciancimino solo se questi avesse fatto una richiesta formale alla Commissione, la commissione antimafia ricevette la lettera ma decise di non ascoltarlo.

    C’è poi un altro aspetto che della storia di Mori non può essere trascurato. Perché la storia di Mori è l’esempio di come una visione burocratica della lotta alla mafia non contempli la possibilità che un super sbirro possa imparare a combattere il nemico studiandolo, osservandolo da vicino, tentando persino di parlare con il suo stesso linguaggio. E con ogni probabilità il grande peccato originale di Mori è stato quello di essere diventato un simbolo della lotta alla mafia senza aver avuto bisogno di indossare l’abito del professionista dell’antimafia. Anzi, quell’antimafia con cui Mori ha lavorato fianco a fianco per anni è stata spesso ferocemente criticata dallo stesso generale. E sulla testa di Mori la scomunica dell’antimafia palermitana arrivò quando il generale testimoniò nel processo Contrada: l’ex agente del Sisde è stato arrestato il 24 dicembre 1992 con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Quando Mori fu sentito come teste non si scompose affatto e, dopo aver detto che Contrada era il “miglior poliziotto antimafia che abbia mai avuto a Palermo”, il generale disse quello che la procura di Palermo non voleva sentire. Gli chiesero se Giovanni Falcone avesse mai sospettato di Contrada e lui rispose secco così: no. La procura aveva un’altra idea e indagò persino Mori per falsa testimonianza.

    Ma dietro alle accuse di connivenza fatte nei confronti del lavoro siciliano di Mori esiste anche un filone di critica culturale di cui ultimamente si è fatto portavoce lo scrittore Andrea Camilleri. La visione burocratica della lotta alla mafia ti trascina spesso anche verso conclusioni molto avventate e ti porta a credere che stabilire contatti con il nemico, studiare da dentro il suo mondo, arrivando persino a parlare il suo lessico, significhi sostanzialmente diventare suo complice. In una recente intervista, Camilleri sostiene che Leonardo Sciascia era molto affascinato da quella mafia che sembrava invece combattere. La dimostrazione pratica è nascosta dietro alcune parole del protagonista del Giorno della civetta. Sempre lui: il capitano Bellodi. “Sciascia – dice Camilleri – non avrebbe mai dovuto scrivere ‘Il giorno della civetta’: non si può fare di un mafioso un protagonista perché diventa eroe e viene nobilitato dalla scrittura. Don Mariano Arena, il capomafia del romanzo, invece giganteggia. Quella sua classificazione degli uomini – ‘omini, sott’omini, ominicchi, piglia ‘n culo e quaquaraquà – la condividiamo tutti. Quindi finisce coll’essere indirettamente una sorta di illustrazione positiva del mafioso e ci fa dimenticare che è il mandante di omicidi e fatti di sangue.

    E il fatto che Sciascia faccia dire dal capitano Bellodi a don Mariano mentre lo va ad arrestare ‘Anche lei è un uomo’ è la dimostrazione che in fondo Sciascia la mafia l’ammira e la stima”.
    La mafia sembra invece che non apprezzò le inchieste portate avanti da Borsellino e da Mori. Pochi giorni dopo aver tentato di accelerare le indagini sull’inchiesta “Mafia e appalti”, in una 126 rossa parcheggiata in via d’Amelio, nel cuore ovest di Palermo, esplosero cento chili di tritolo e uccisero il giudice Borsellino e i suoi cinque agenti della scorta. Era il 19 luglio 1992. Solo un giorno dopo, quando ancora la camera ardente di Paolo Borsellino non era stata neppure aperta, la procura di Palermo depositò un fascicolo con una richiesta di archiviazione. Sopra quel fascicolo c’era un codice fatto di sei numeri: 2789/90.
    Era l’inchiesta “Mafia e appalti”.

    © 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

     
    • anonimo 13:29 on 15 January 2010 Permalink | Rispondi

      Grazie paolo della precisazione che non conoscevo, sul resto delle mie domande sai qualcosa?

      Gianluca

    • anonimo 15:34 on 15 January 2010 Permalink | Rispondi

      PER COMMENTO 3

      Grazie dell’interessantissimo articolo che mi hai postato, nello stesso Mori intervistato dice:

      "Non perquisimmo subito l’ appartamento di Riina perche’ , e me ne assumo tutta la responsabilita’ , il capitano Ultimo pensava che potesse essere ancora "caldo". Quel che resta sono stupidi sospetti all’ italiana"

      Che significa ancora caldo? E poi nell’immediato subito dopo l’arresto si conosceva o no con precisione qual’era l’appartamento?

      Riguardo Canale è stato assolto in appello con motivazioni mandate dopo 13 mesi … ed è news di novembre ricorso in cassazione, che schifo!

      ASSOLUZIONE IN APPELLO

      http://www.siciliainformazioni.com/giornale/cronaca/italia/23841/assolto-tenente-canale-braccio-destro-borsellino-appello-stato-accusato-concorso-esterno-associazione-mafiosa.htm

      RICORSO IN CASSAZIONE
      http://www.antimafiaduemila.com/content/view/21520/48/

      Gianluca

      P.S. La news del ricorso in cassazione è così allucinante che è anche complicata da trovare in rete ed a riguardo ci sono pochi link .

    • anonimo 17:59 on 15 January 2010 Permalink | Rispondi

      Ciao Gianluca,
      Vado di fretta e mi sembra mancanza di rispetto per il titolare del blog postare " amemoria", come fatto per la risposta precedente,

      ad ogni modo.
      1, corretto, quando fu arrestato riina si conosceva il- grande-  complesso immobiliare ma non l’esatta ubicazione dell’appartamento.
      2. scrivi bene, caselli si era insediato il giorno stesso: ha avallato il parere anzitutto di Ultimo. Al processo ha confermato il tutto.
      La perquisizione era tecnicamente impossibile anche per il fatto che quasi subito l’ingresso del complesso immobiliare era pieno di giornalisti, informati da Ripollino, malgrado la cattura fosse avvenuta in altro luogo.
      3. non ricordo bene il particolare. Posso solo dire che è coerente con una assoluzione con formula piena sulla quanle uno a caso, travaglio, spende parole durissime dopo averci dilettato di lampioni e cassaforti.

      Mi scuso nuovamente se per fretta vado un po’ a memoria e non indico fonti specifiche.
      Posso dire con certezza che buona parte se non gran parte delle informazioni derivano dalla lettura delle analisi di enrix :)
      Ciao. Paolo

    • anonimo 19:20 on 17 January 2010 Permalink | Rispondi

      Ciao Enrix, sono Moritz, una segnalazione.
      Un tale avvocato Fabio Repici dice, ripreso anche dal sito di Borsellino (ammazza che dichiarazioni!):
       
      “Del ROS dopo la guida del generale Subranni è arrivato il momento del Generale Mario Mori. Il Generale Mario Mori è il responsabile della mancata perquisizione al covo di Riina. Tanti blaterano di una sentenza di assoluzione che gli ha restituito l’onore. Allora, per chiarire, il Generale Mori e il colonnello Sergio De Caprio dalla sentenza di assoluzione sono rimasti definitivamente svergognati perché, con quella sentenza di assoluzione, si è sancito che essi hanno omesso di perquisire il covo di Riina, sono assolti non per non aver commesso il fatto, ma solo perché il tribunale ha ritenuto che non era stato provato il dolo. L’hanno fatto, ma solo per colpa, inavvertitamente.”
      "Altro personaggio – qui rasentiamo il cabaret – che ha contraddistinto il ROS nella seconda Repubblica, è un personaggio che avrebbe un nome e un cognome, che però, come nei fumetti, si fa chiamare per pseudonimo. Ora, ci sono stati esimi esempi di ufficiali nobili ed integerrimi nella storia dell’arma dei carabinieri: Carlo Alberto Dalla Chiesa, il Capitano D’Aleo, il Capitano Basile. Ma voi ve lo immaginereste uno di questi personaggi che si fosse fatto chiamare con uno pseudonimo? Gli avrebbero riso in faccia. Non lo fecero. C’è invece un personaggio, che in teoria all’anagrafe si chiama Sergio De Caprio, che però è conosciuto con lo pseudonimo di Capitano Ultimo perché si sente evidentemente un personaggio dei fumetti. E’ un altro dei responsabili della mancata perquisizione al covo di Riina ed è uno dei personaggi – è un poveretto da come si propone – sui quali è però più difficile parlare, perché appena si cerca di mettere il dito sulle gravissime pecche di quell’ufficiale, ci sono personaggi, anche dell’antimafia ufficiale, che subito saltano in piedi e gridano allo scandalo. Perdonatemi, ma, con i personaggi da fumetti, investigazioni serie non se ne fanno e la storia del ROS è la prova di questo. Non è un caso, per altro, che i supporter di quegli ufficiali del ROS, di questi tempi, sono gli stessi supporter di Bruno Contrada, o gli stessi supporter dei servizi deviati."
       
      http://www.antimafiaduemila.com/content/view/23762/48/

    • anonimo 00:16 on 18 January 2010 Permalink | Rispondi

      Per Moritz

      Penso che basta leggere quello che scrive per capire il livello di questo avvocato. Tra l’altro sulla sentenza conclude con il comunicare che i giudici hanno confermato che il covo non è stato perquisito (cosa vera) ma non c’era dolo COME DIRE CHE E’ UNA STUPIDAGGINE IL MANCATO DOLO, peccato non ci racconti pure che Caselli diede l’ok e sapeva tutto, peccato non ci racconti che la presunta cassaforte rimase intatta, peccato non ci racconti che al momento dell’arresto non si sapeva con precisione quale era l’appartamento dove stava Riina, peccato non ci dice che causa soffiate alcuni giornalisti erano nella zona con il rischio di bruciare futuri indagini … ma per l’avvocato queste sono piccolezze da cartone animato …

      Gianluca

    • enrix007 12:41 on 18 January 2010 Permalink | Rispondi

      E’ incredibile la mobilitazione generale contro questi carabinieri che hanno catturato Riina.  Molto utile soprattutto per dare una buona immagine della lotta contro il crimine della loro città ai giovani palermitani.

      Questa serà probabilmente posterò un articolo, per rispondere a tutte queste bassezze, questo pattume.

    • anonimo 21:49 on 24 January 2010 Permalink | Rispondi

      Post di Angelo Jannone che parla dell’avvocato Repici.

      http://ilblogdiangelojannone.blogspot.com/2010/01/nel-nome-dellantimafia.html

    • anonimo 21:51 on 24 January 2010 Permalink | Rispondi

      Scusate, dimentico sempre la firma, chiamiamola così.
      Allora aggiungo un documento un po’ datato, la lettera di Olindo Canali, magistrato, in cui si parla anche dell’avvocato Repici.

      http://blog.libero.it/lavocedimegaride/6781985.html

      bart_simpson

    • anonimo 00:16 on 25 January 2010 Permalink | Rispondi

      Ho letto sul libro di Montolli "il caso Genchi" alcune dichiarazioni fatte da Jannone ai magistrati che sono delle auto accuse, sempre però nascoste ai media.

      Viene anche descritto come persona molto abile a gestire le news on line (riportando notizie non vere a suo riguardo su Wikipedia) e sullo stesso ancora non mi sono dilettato a cercare in rete. Tu lo hai fatto? Sai qualcosa relativi i processi che aveva in corso?

      Gianluca

    • enrix007 09:26 on 25 January 2010 Permalink | Rispondi

      Guardate, a me non frega niente chi sia ‘sto Repici. E semplicenente uno che ha scritto che i cc che arrestarono il capo dei capi della mafia latitante da decenni, sarebbero stati "svergognati" dal fatto che nella sentenza c’è scritto che non hanno comunque rispettato il regolamento di polizia, anche se tale infrazione è stata commessa senza dolo e non ha avuto, nè poteva avere, alcuna conseguenza sulle indagini.

      Quindi è semplicemente n’ommem-bip-.

    • anonimo 14:07 on 25 January 2010 Permalink | Rispondi

      Su Repici sono assolutamente d’accordo con te Enrix. Sarebbe interessante capire qualcosa anche su Jannone visto che da ex ROS viene utilizzato per attaccare gli stessi accostandolo  a Mori ad Ultimo ed ai tanti che NON DEVONO VERGOGNARSI DI NULLA (almeno fino a prova contraria e nonostante gli stiano facendo le pulci, queste prove contrarie ancora non sono uscite fuori).

      Gianluca

    • anonimo 18:15 on 14 January 2010 Permalink | Rispondi

      Articolo molto interessante.  Vorrei chiederti caro Enrix alcune precisazioni.

      1- L’articolo quando introduce per la prima volta l ‘argomento mancata perquisizione del covo o appartamento, fa passare un piccolo particolare che E’ ERRATO SE MI RICORDO BENE. All’inizio nell’immediato post arresto di Riina, arresto avvenuto per strada (nella zona presidiata) e dentro NESSUN APPARTAMENTO, non si sapeva neanche con precisione quale fosse l’appartamento in questione. Si sapeva che era in quella zona, basta. Mi ricordo bene Enrix ho in testa i miei ricordi sono sbagliati?

      2- Ho letto sempre nello stesso paragrafo che Mori afferma che avrebbe avuto l’input dalla procura di non fare la perquisizione, mentre i ricordo tutt’altra cosa e precisamente che ritenevano (Mori ed Ultimo) più corretto agire così ed informarono del loro piano Caselli (appena insediatosi) che diede l’ok, visto che la parola finale spettava a Caselli.  E’ un imprecisazione del giornalista che ha scritto il pezzo o ricordo male io?

      3- A seguire trovo scritto che Ingroia e Prestipino  in una prima inchiesta scagionarono Mori chiedendo l’archivazione ma cmq scrissero 100 pagine di motivazioni per picchiare duro, sostenendo che le news date alla procura erano non veritieri e fuorvianti. Immaggino avranno scritto a quale dichiarazioni si riferivano, quali sono?

      4- Infine si parla che vengono di nuovo messi sotto inchiesta e che questa volta il processo viene fatto E VENGONO DEFINITIVAMENTE ASSOLTI, ti chiedo Enrix, su cosa si basò la richiesta di una nuova indagine dopo che nel primo caso sullo stesso argomento Ingroia e Prestipino chiesero l’archivazione? Anche perchè, se non sbaglio, saranno proprio Prestipino ed Ingroia i PM dell’accusa.

      Gianluca

    • anonimo 03:09 on 15 January 2010 Permalink | Rispondi

      @Gianluca.
      Richiesta di archiviazione dei Pm ma la Gip (non ricordo il nome) ha rinvato a giudizio ugualmente.
      Paolo

    • anonimo 10:43 on 15 January 2010 Permalink | Rispondi

      http://archiviostorico.corriere.it/1999/gennaio/03/miei_uomini_prenderanno_Provenzano__co_0_9901031113.shtml

      Tutto e’ cominciato il 13 ottobre 1997 quando Caselli e il suo aggiunto Guido Lo Forte vanno a Torino a interrogare Mori: la Procura vuole capire quale crepa si fosse aperta nel sistema di vigilanza sull’ ex pentito Balduccio Di Maggio, tornato in Sicilia per ricostituire la cosca e compiere omicidi. L’ indagine si addentrava su presunte "distrazioni" del Ros.

      IL CASO SIINO – DE DONNO Alcuni giorni dopo il maggiore Giuseppe De Donno si presenta ai magistrati di Caltanissetta per accusare Lo Forte: il magistrato sarebbe stato una talpa delle cosche e avrebbe passato nel 1991 un rapporto Ros su mafia e appalti. La fonte era il "ministro dei Lavori pubblici" di Cosa nostra, Angelo Siino, che avrebbe fatto quelle rivelazioni a De Donno e al colonnello Giancarlo Meli. Sia lo Lo Forte che Siino smentiscono i due ufficiali.

      IL CASO CANALE Lo Forte denuncia De Donno per calunnia, sostenendo, tra l’ altro, che nei colloqui registrati a sua insaputa Siino non ha mai sollevato ombre sul procuratore aggiunto. Il pentito ha anzi accusato di collusioni mafiose il tenente Carmelo Canale e il maresciallo suo cognato, Antonino Lombardo, suicida nel 1995.

      Poi però Canale per quelle accuse è stato assolto, sbaglio?

      http://cronachedallimbecillario.splinder.com/archive/2009-08

    • anonimo 10:54 on 15 January 2010 Permalink | Rispondi

      L’articolo finiva così

      LA RAPPACIFICAZIONE Nell’ aprile 1998 il nome di Mori finisce nel registro degli indagati a Palermo: con altri ufficiali e funzionari di polizia avrebbe reso una falsa testimonianza nel processo all’ ex funzionario del Sisde Bruno Contrada. Ma proprio in quel momento la guerra tra Ros e Procura e’ entrata in una fase di rapido raffreddamento fino a una cena "pacificatrice" svolta a Palermo tra Caselli, Mori e altri ufficiali 

      L’ INCHIESTA Intanto la Procura di Caltanissetta chiede l’ archiviazione sia per Lo Forte che per De Donno. Solo per Canale richiesta di rinvio a giudizio.
      R. R., D’ Avanzo Giuseppe
      Pagina 13
      (3 gennaio 1999) – Corriere della Sera

      bart_simpson

  • Avatar di enrix

    enrix 11:27 on 18 November 2009 Permalink | Rispondi
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    IL VIZIETTO 

    Il vizietto. 


    Ed ora, tanto per cambiare, parliamo di Marco Travaglio.

    Lo abbiamo già fatto ieri sull’altro blog, quello più ridanciano, ma oggi tocca rivedersela col giornalista torinese, e questa volta in argomento di mafia.

    Nonostante questo sia il tema centrale di questo blog, devo confessare che sono rimasto a lungo nel dubbio se dedicargli uno spazio in questa sede, o ancora una volta nelle cronache del variopinto mondo dell’imbecillario.

    Il fatto è che ormai Travaglio, nel raccontare a modo suo le cose, ha talmente abbandonato ogni ritegno, che letteralmente non sappiamo se, leggendolo quando si applica in argomenti seri come le stragi di mafia, ridere o piangere.

    L’allegria vorrebbe portarci a scrivere dall’altra parte, ma la mestizia alla fine prevale.

    E dunque veniamo al dunque.

    Ieri ho buttato l’occhio su un lungo articolo di qualche giorno fa, dal titolo “Alfonso Sabella, un giudice stritolato dalla Trattativa”, pubblicato sul “Fatto quotidiano”, ed immediatamente ripreso a rimbalzo su tutto il web.

    E dico “buttato l’occhio”, perché più che leggerlo integralmente, l’ho scansionato dall’alto in basso con le pupille, per alcuni secondi, soffermandomi su alcuni passaggi in grassetto. Tre o quattro passaggi, non di più.

    Di più non ce la faccio proprio a sorbirmi certi concentrati. Non ho più l’età.

    Ma comunque,  tanto è bastato per rilevare subito un paio delle solite porcherie.

    Una bella grossa balza subito all’occhio fra le prime righe.

    Travaglio introduce l’argomento dell’articolo, che è un piccolo trattatello celebrativo della figura del magistrato Alfonso Sabella, uno che, tanto per chiarirla subito, “dei ROS non si fida”, e che quindi “li ha tenuti sempre lontani dalle indagini sulla cattura dei latitanti”.

    Dal che, noi che siamo segugi, deduciamo tranquillamente, senza riserva di verifica, che le indagini del 2001-2002 volte a scovare Provenzano sulla base delle indicazioni del pentito Giuffrè, e che hanno invece prodotto, proprio a causa delle loro soffiate, soltanto l’arresto delle “talpe in procura” fra cui l’amico di Travaglio, Pippo Ciuro (braccio destro di Ingroia), il quale teneva informato l’Ing. Aiello (braccio finanziario di Provenzano, arrestato anche lui dai ROS e poi condannato ad un bel po’ di anni di carcere per associazione mafiosa) delle indagini avviate dai ROS e dei dispositivi di controllo telefonico ed ambientale impiegati da questi per sorvegliare Aiello, il boss Guttadauro, e la famiglia mafiosa Eucaliptus, custode a Bagheria del segreto del covo di Provenzano, quelle indagini lì insomma, ai ROS non può avergliele affidate Sabella, perché lui dei ROS non si fidava, mentre  invece magari della DIA di Pippo Ciuro si fidava.

    A dire la verità a dare una mano ad Aiello, insieme a Ciuro, provvedeva anche Totò Cuffaro, che per quella vicenda è stato condannato, sempre su denuncia dei ROS di cui invece Sabella non si fida, perché li ritiene intrallazzati con i politici nel promuovere la famosa “trattativa” fra Stato e mafia. Evidentemente però fra i politici che intrallazzavano con i ROS, Cuffaro non c’era, perché i ROS non  ci hanno pensato due volte a intercettarlo, coglierlo in castagna e denunciarlo.

    Ma torniamo al nostro Marco T. Dunque egli è un grande ammiratore di Alfonso Sabella, magistrato che peraltro, stanti i suoi numerosi successi nella cattura di pericolosi latitanti, non possiamo che stimare pure noi.

    E parlandoci di Sabella, Marco ci spiega subito che “è proprio davanti a lui che Giovanni Brusca mette a verbale le prime dichiarazioni sulla trattativa del Ros con la mafia che, disse l’esecutore materiale della strage di Capaci, produsse quella di via d’Amelio perché “siamo stati pilotati dai Carabinieri

    Allora, vediamo se disse proprio così, Giovanni Brusca.

    Ce lo chiarisce lo stesso Sabella, in un’intervista del 22 luglio scorso:

    “le dichiarazioni di Riina non sono per niente, a mio giudizio, diverse da quelle che fece Giovanni Brusca deponendo al processo per le stragi nel ’93 nell’aula bunker di Firenze quando disse, gli scappò una frase che poi spiegò: "Noi nel commettere le stragi del ’93 siamo stati pilotati dai carabinieri". Brusca non voleva dire che sono stati i carabinieri a far fare le stragi ma è un messaggio assolutamente analogo a quello che Riina manda adesso. Secondo me con la mafia non c’è spazio per andare a nessun tipo di trattative e a nessun tipo di rapporto.”

    E quindi, a parte il fatto già di per sè volpino e grottesco di sostenere che Brusca abbia messo a verbale le sue "prime dichiarazioni sulla trattativa del Ros" "proprio davanti a lui", ed indi citare una di queste dichiarazioni che invece appartiene ad una deposizione di Brusca  resa nell’aula-bunker di Firenze, antecedente al primo incontro fra Brusca e Sabella (rob de mat), bisogna altresì prender atto che lo stesso Sabella nella stessa intervista precisa che anche il solo trattare con alcuni mafiosi, può comportare una responsabilità, pur non penale, perlomeno morale, anche perché in quel modo si darebbe stimolo, anziché il contrario, ai mafiosi di compiere le stragi per esercitare il ricatto.

    In quel senso secondo lui, intendeva parlare Brusca quando ha parlato di “pilotaggio dei carabinieri” Per “pilotati” si intende “condizionati” ad agire in un certo modo dal contesto della trattativa, o magari dal suo esito negativo, senza che si configuri necessariamente una coscienza precisa da parte dei carabinieri della gravità del condizionamento in atto.

    Scritta come l’ha scritta Travaglio, si capisce tutt’altra cosa (pare quasi che la strage di Via D’Amelio sia stato un tour organizzato dall’arma benemerita), ma non è soltanto questo il punto grave.

    Ciò che è invece  grave, gravissimo,  è  il “lavoretto” che fa Travaglio con le parole di Brusca,.

    “Giovanni Brusca mette a verbale le prime dichiarazioni sulla trattativa del Ros con la mafia che, disse l’esecutore materiale della strage di Capaci, produsse quella di via d’Amelio perché “siamo stati pilotati dai Carabinieri

    Eh già, siamo alle solite. Travaglio è già stato condannato una volta, in un tribunale, per aver manomesso una frase di Riccio in maniera da imputare a Previti un reato non commesso.

    E qui è lo stesso.

    La frase intera, “scappata” a Brusca, era: "Noi nel commettere le stragi del ’93 siamo stati pilotati dai carabinieri"

    Vi pare una differenza di poco conto?

    Se Marco l’avesse riportata giusta, anziché con il cammuffo, avrebbe dovuto scrivere che Giovanni Brusca dichiarò a Sabella che “la trattativa tra mafia e stato produsse la strage di Via D’Amelio, perché nel commettere le stragi del ’93 siamo stati pilotati dai carabinieri”,  e ci saremmo fatti tutti una bella risata, perché,   per chi non lo sapesse, la strage di Via D’amelio  è del luglio 92 .

    Giovanni Brusca precisa evidentemente “del 93” per escludere che quelle del 92 siano state effettuate sotto condizionamento della trattativa. Solo quelle del 93.

    Travaglio, con il solito taglietto, e la solita frasetta aggiunta, ci fa credere il contrario, anzi arriva a precisare ipocritamente che Brusca abbia indicato proprio la strage di Via D’Amelio come effettuata sotto il condizionamento dei ROS.

    Una vera e propria mascalzonata.

    Insomma, proprio non se lo toglie, Travaglio, ‘sto vizietto del cammuffo.

    Passiamo oltre.

    Oggi la trattativa Stato-mafia e il “papello” sono sulla bocca di tutti. Ma quando Brusca ne parlò  diffusamente davanti a Sabella, era la prima volta in assoluto. Il boss pentito vi aveva già accennato  il 10 settembre 1996 dinanzi ai pm di Palermo, Caltanissetta e Firenze. Vi aveva fatto di nuovo  cenno il 21 gennaio 1998 davanti alla Corte d’Assise di Firenze che stava processando mandanti  diretti ed esecutori materiali delle stragi del 1993.  Subito dopo fu preso a verbale da Sabella, il 23  febbraio 1998, poi il 22 aprile dello stesso anno e  infine il 19 marzo 1999. Gli parlò diffusamente  del papello consegnato da Riina al Ros fra Capaci  e via d’Amelio.

    Eh…. però, è davvero importante convincerci che il papello e la trattativa, ecc…ecc…tutto avvenne fra Capaci e Via D’Amelio. E già. Così diventa il movente della strage di Via D’Amelio, e le inchieste scottanti su cui aveva ormai le mani Borsellino, passano in cavalleria. Guarda un po’.

    Veramente però, caro Marco,  non  sono stati solo due, i cenni di Brusca alla trattativa, ed invero non erano proprio solo dei cenni.

    Brusca aveva parlato altre volte, e  schiettamente del papello e della trattativa.

    E soprattutto, dotando le sue deposizioni di precise, dettagliate e rilevanti circostanze.

    Lo aveva fatto anche a Caltanissetta, nell’aula bunker, il 28 marzo 97 (di quel cenno lì, te n’eri dimenticato, eh?), dove aveva dichiarato che dopo quelle di Capaci e via D’Amelio, Riina penso’ ad una terza apocalittica strage. "E sarebbe bastata quella per vincere la guerra con lo Stato", Ma un "patto" fermo’ la terza strage. (nota bene: la terza, non la seconda. Via D’Amelio era la seconda – ndr)  Un patto stipulato con "uomini delle istituzioni" tramite "qualcuno". "finalmente qualcuno s’ era fatto vivo" Riina  "Consegno’ a "qualcuno" due fogli con le richieste per abolire il carcere duro ed altro". (corriere della sera – 29 marzo 97)

    Anche nel gennaio 98, al processo per strage al tribunale di Firenze, (uno dei “cenni” citati da Travaglio), Brusca dice la stessa cosa:

    “"Dopo gli attentati a Falcone e Borsellino, Riina mi disse: "Si sono fatti sotto, pensa si sono mossi anche i servizi segreti per arrestarmi. Io gli ho presentato un papello di richieste lungo così e ora sto aspettando". Era l’ estate del ‘ 92 e per questo mettemmo un fermo agli attentati in attesa della risposta dello Stato". (Repubblica — 14 gennaio 1998   pagina 12)

    Dunque qui Brusca non parla di papello consegnato da Riina al Ros fra Capaci  e via d’Amelio” ma di un papello consegnato dopo Via D’amelio da Riina con le sue richieste, e per le quali aspettava una risposta mettendo un fermo agli attentati .

    La cronologia suggerita da Travaglio, soddisfa invece la tesi di oggi dei PM di Palermo, che vorrebbe realizzata la strage di Via D’Amelio  per sollecitare una risposta positiva al papello, accelerare la trattativa, ed eliminare comunque un magistrato che avrebbe potuto contrastarla.

    Peccato però che sin qui Brusca aveva detto tutt’altro, e con dettagli a corredo (lo stop al terzo attentato dopo la presentazione del papello).

    E sin qui siamo a metà gennaio del 98. Ora, io non so esattamente cosa disse Brusca a Sabella il 23  febbraio 1998, poi il 22 aprile dello stesso anno e  infine il 19 marzo 1999. Non dispongo dei verbali, purtroppo. E Travaglio, sempre così documentato e documentante, non ci riferisce neppure una parola di quei verbali.

    So però che se ha veramente parlato di un “papello consegnato da Riina al Ros fra Capaci  e via d’Amelio”, allora vuol dire che, per fare inversione ad “U” nella sua versione dei fatti, ha impiegato circa un mesetto. Chissà che sarà successo a Brusca, in quel mesetto, così da convincerlo a smentire sé stesso così visibilmente.

    Certamente Sabella, così preciso, nei verbali di deposizione si sarà fatto dettagliatamente illustrare, da Giovanni Brusca, le ragioni che lo hanno portato, nel giro di un mesetto ed in due diversi tribunali, a fornire delle versioni non coincidenti fra di loro, ed anzi diametralmente opposte, confessando praticamente di aver detto il falso nelle aule giudiziarie dove si celebravano i processi per le stragi, ancora sino a poche settimane prima.

    Peccato non averli, quei verbali.

    Passiamo oltre.

    C’è un “Atto II”, nell’articolo di Travaglio, dal titolo “ROS CONTRO LO FORTE”.

    Si tratta di un argomento che tratterò in un articolo che ho in preparazione già da alcuni giorni, e pertanto rettificherò Travaglio sulle cose da lui scritte a tal proposito, in quella sede, poiché si tratta di una vicenda complicata, e non certo semplificabile come ha semplificato qui Travaglio, e qui non voglio fare anticipazioni.

    Mi richiamo però, per il momento, alle prime parole di Marco, dove avrei qualcosa da dire subito:

    Le coincidenze non sono finite: sempre nell’ottobre del 1997, mentre sono in corso gli arresti  dei tre pentiti provenzaniani e del loro gruppo di  fuoco, il capitano del Ros Giuseppe De Donno si  reca a Caltanissetta a denunciare il vice di Caselli,  Guido Lo Forte, accusandolo di aver passato nel  1991 il rapporto del Ros su “Mafia e appalti” ad  alcuni politici e mafiosi, fra cui Salvo Lima, e di averlo poi insabbiato. La fonte di De Donno è  Angelo Siino, già ministro dei lavori pubblici di  Riina, a lungo confidente del Ros e poi ufficialmente “pentito” dal 1997. Accuse e veleni da  prendere con le molle, ovviamente. La Procura  di Caltanissetta, diretta da Giovanni Tinebra,  iscrive Lo Forte sul registro degli indagati. Un atto segretissimo, che però una fuga di notizie ben  pilotata divulga al quotidiano La Repubblica proprio il giorno prima della prima udienza del processo Dell’Utri, il 5 novembre 1997. Notizia vera, ma concentrata tutta sul nome di Lo Forte,  mentre insieme con lui sono indagati anche altri  colleghi, dall’ex procuratore Pietro Giammanco  al suo fedelissimo Giuseppe Pignatone. Così  quel mattino, mentre si apre il processo al braccio destro di Berlusconi, tutti parlano dell’inchiesta sul braccio destro di Caselli. I fatti si commentano da sé.”

    E dunque vediamo, controlliamo, che cosa scrisse Repubblica il 5 novembre a seguito delle notizie fuggite in modo così ben pilotato verso la sua redazione:

    Oggi la storia di quei colloqui è agli atti della Procura di Caltanissetta. Con un passaggio destinato a provocare più di una polemica. Racconta pressappoco De Donno: "Siino mi spiegò che nei primi mesi del 1991 entrò in possesso della nostra informativa sugli appalti. Mi disse di averla ricevuta da alcuni magistrati della Procura di Palermo. E mi fece i nomi: l’ allora Procuratore Pietro Giammanco e due sostituti, Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone". (ed ecco lì, come l’articolo di Repubblica è tutto incentrato su Lo Forte anziché anche sui suoi colleghi Giammanco e Pignatone. Ormai si va un tanto al chilo. – ndr) Giammanco, dall’ estate 1992, lavora in Cassazione. Lo Forte, sei anni fa semplice sostituto, oggi è il Procuratore aggiunto di Palermo, il titolare delle inchieste di mafia più delicate, il Pm in aula dei processi Andreotti e Dell’ Utri. Pignatone, invece, ha smesso di fare il pubblico ministero ed è attualmente alla Procura presso la Pretura. Siino confidò al capitano De Donno anche i dettagli di quel passaggio di documenti. De Donno li ha puntualmente riferiti. Fin qui i dettagli sui verbali di Caltanissetta. Ma perché il capitano ha deciso di parlare proprio oggi e in quella città anziché a Palermo? E soprattutto: che cosa ha riferito il pentito Siino sullo stesso episodio? Eccoci al retroscena. Ai Pm del capoluogo siciliano Siino ha raccontato un’ altra verità. Ha ammesso di essere riuscito a mettere le mani sul dossier del Ros. Ma ha fornito una versione diversa rispetto a quanto raccontò a De Donno nel 1993. Siino non ha parlato di fonti della Procura, bensì di "altri referenti" che gli passarono quelle mille pagine. Aggiungendo un dettaglio destinato a rendere ancora più incandescente il rapporto tra Pm e carabinieri. Ha detto Siino: "Anche il maresciallo Antonino Lombardo era disposto a offrirmi il rapporto. Mi fece vedere un malloppo di pagine. Ma io gli risposi che quei documenti già ce li avevo. Gli diedi comunque cinque milioni per il figlio malato".

    Quindi la fuga di notizie ben pilotata che secondo Travaglio ha sollevato uno scandalo “ad orologeria” relativo ad un’iniziativa dei carabinieri volta a colpire Lo Forte, PM del processo Dell’Utri che proprio in quei giorni stava iniziando, Repubblica ce la riporta scrivendo che c’era un pentito che aveva appena riferito ai PM che il dossier “mafia e appalti” non era stato consegnato ai mafiosi da Lo forte, ma da altri referenti, e proposto tra l’altro anche da un maresciallo dei carabinieri.

    Strano modo di colpire Lo Forte “ad orologeria”, hanno questi carabinieri. Anche perché, se a passare a Repubblica lo “scoop” segretissimo fossero stati i carabinieri o informatori ad essi vicini, anziché personale della procura, certamente Repubblica non ce lo avrebbe mai rivelato. E come no.

    Specialmente il dettaglio sulle deposizioni segretissime rilasciate da Siino ai PM, arriva dai carabinieri di sicuro, anziché dalla procura. E ricome no.

    E veniamo al gran finale.

    Travaglio ad un certo punto apre un virgolettato, ed attribuisce a Sabella, a proposito della “dissociazione” da “Cosa nostra” richiesta da alcuni mafiosi nel 2000, queste parole: “.Decidemmo così di opporci alla dissociazione. Fassino sposò la nostra linea e la comunicò a Vigna”. Appena la notizia trapelò sui giornali, la Procura di Palermo entrò in subbuglio: il procuratore Grasso sapeva, ma non aveva detto niente ai suoi sostituti. Così fu costretto a dichiararsi pubblicamente contrario alla dissociazione dei boss.

    Da questo virgolettato, inserito da Travaglio nel suo articolo ed attribuito al suo paladino Sabella, nasce una querelle, che viene riassunta in una lettera-esposto del procuratore Grasso all’ordine dei giornalisti, che qui riportiamo per intero:

     

    Lettera inviata dal procuratore nazionale antimafia all’Ordine nazionale dei giornalisti e le risposte di Marco Travaglio e del direttore del Fatto Quotidiano Antonio Padellaro


    Al presidente dell’Ordine dei giornalisti

    Gentile presidente,

    come forse Lei saprà, non è mia abitudine mantenere un regime di conflittualità coi giornalisti, anche perché sono consapevole delle difficoltà insite nel mestiere di cronista.

    Per questo motivo mi sono sempre astenuto dalle querele o da altre iniziative giudiziarie, nella presunzione che gli errori commessi dai cronisti fossero, come dire “assolvibili” per assenza di malafede.
    Rimango sconcertato, però, nel verificare come talvolta questa “assenza di malafede” possa essere messa in dubbio dallo stesso evolversi dei fatti.

    L’edizione del Fatto Quotidiano di martedì 10 novembre ha pubblicato, a firma di Marco Travaglio, un articolo, dal titolo “Un giudice stritolato dalla trattativa”, che riguardava, fra l’altro, i tentativi di far passare provvedimenti legislativi in favore di una presunta “dissociazione” dalla mafia di alcuni detenuti al 41 bis. La fonte di tale articolo, – una fonte dichiarata –, era l’ex pm Alfonso Sabella. Tra le tante notizie e interpretazioni di fatti accaduti in tempi non recentissimi, l’articolo riportava una frase secondo cui, pur conoscendo tali tentativi, non avrei mai informato né consultato i miei sostituti (allora ero procuratore a Palermo), e avrei – invece – pubblicamente manifestato la mia contrarietà solo perché costretto dai colleghi, che intanto avevano scoperto il tutto ed erano entrati in “subbuglio”. Il tenore della frase lasciava, quindi, chiaramente intendere al lettore che io sarei stato nascostamente favorevole a tale “dissociazione”.

    Della mia pronta reazione, manifestatasi con due note Ansa delle 14:30 e delle 14:33 dello stesso giorno (Grasso, sempre contrario a qualsiasi ipotesi di dissociazione), il giornale, mercoledì 11 novembre, dava contezza ai suoi lettori, attribuendo, però, la responsabilità della frase al magistrato Alfonso Sa-bella (anche se contenuta in parti non in corsivo né virgolettate) e sminuendone il senso e la portata solo al fatto che io, al corrente della trattativa sulla dissociazione, non ne avessi informato i sostituti del mio ufficio.

    Tale ricostruzione veniva smentita, non da me, ma dallo stesso Alfonso Sabella, che aveva invece chiaramente testimoniato la mia avversione alla “dissociazione sin dal primo momento”. Mi sarei aspettato dal Fatto Quotidiano una leale smentita con una evidenza proporzionata alle due pagine del giorno 10. Oggi, invece, leggo la seconda puntata dell’inchiesta senza nessun riferimento alle modifiche – sostanziali – dichiarate dallo stesso Alfonso Sabella. In fondo al giornale, tra le lettere, ho poi scorto una confusa smentita sotto il titolo “I nostri errori” che precisa: “Sono state attribuite al dott. Sabella parole ascrivibili invece all’autore dell’articolo”. Parole ascrivibili? Ma le parole dell’autore non erano forse notizie date per certe? E se è così, qual era stata la fonte dell’autore, visto che non si trattava di Sabella? Le poche righe pubblicate, inoltre, ancora una volta, limitano la smentita all’aspetto che riguarda la presunta mia conoscenza dei fatti e non già la assodata contrarietà alla “dissociazione”.
    Insomma un pasticcio che non rende giustizia alla verità dei fatti.

    Perché sottopongo tutto ciò al presidente dell’Ordine dei giornalisti? Perché non è la prima volta che vengo sottoposto ad attacchi personali – sempre dallo stesso giornalista – senza nessun intervento ragionevole, per esempio dei direttori che hanno pubblicato e pubblicano senza esercitare alcun controllo. Mi rivolgo a Lei che, nell’esercizio delle sue funzioni di garante e tutore della deontologia professionale dei suoi iscritti, certamente saprà trovare il modo di trasferire ai suoi colleghi i motivi del mio disagio.


    La ringrazio per l’attenzione


    Pietro Grasso

     

    Per dirla quindi alla maniera di Travaglio, il fatto si commenta da sé.

    La rettifica di redazione del “fatto quotidiano”, è spettacolare:

    Sono state attribuite al dott. Sabella parole ascrivibili invece all’autore dell’articolo”.

    Traduzione: Non era una palla di Sabella, ma una palla di Travaglio inserita a valle di un virgolettato che starebbe ad indicare un fedele riporto del pensiero e delle parole del Dott. Sabella, e che invece non lo era affatto.

    Pura sfrontatezza?

    Mera mancanza di pudore?

    Piena convinzione di avere per lettori degli imbecilli?

    Mah, mistero. Uno dei tanti misteri d’Italia.

    enrix

     
    • anonimo 12:47 on 4 December 2009 Permalink | Rispondi

      COMUNICATO DI ELIO VELTRI AD ANTONIO PADELLARO

      Roma 01/12/09
      Caro Padellaro,
      apprendo con vivo stupore di essere uno degli autori del pezzo: “Imputato Berlusconi chi le ha dato quei soldi?…” pubblicato in data odierna a pg. 4 del giornale da te diretto: “Il Fatto Quotidiano”.
      Con altrettanto vivo stupore apprendo, sempre dal tuo giornale (pg. 4 ultime cinque righe dell’articolo “Nascita di Fininvest”), che venerdì prossimo, 4 dicembre, nella sala della Stampa Estera, presenterò la nuova edizione de “L’Odore dei soldi” insieme all’altro autore, a Furio Colombo ed a Carlo Freccero.
      Tanto premesso ti comunico:
      1 non sono l’autore delle righe che hai pubblicato;
      2 non ho alcuna notizia di una mia presentazione de “L’Odore dei soldi”;
      3 la nuova edizione de ”L’Odore dei soldi” è avvenuta a mia insaputa con modifiche e capitoli aggiunti non concordati con me.
      In proposito, ho già dato mandato ai miei legali di perseguire nelle opportune sedi giudiziarie questa pubblicazione non autorizzata.
      Ti invito a pubblicare, con ogni urgenza, questa mia precisazione, fatta salva ogni azione di legge.
      Cordialità
      Elio Veltri
      =========

      Moritz

    • ilPensatore 12:18 on 18 November 2009 Permalink | Rispondi

      siamo alla frutta insomma: si virgolettano dichiarazioni liberamente interpretate o addirittura inventate pur di accreditare un proprio convincimento.

      se questo è un giornalista…!?

      comunque, Enrico, ancora una volta complimenti.

      resto in attesa del prossimo pezzo del Segugio…

    • anonimo 16:09 on 18 November 2009 Permalink | Rispondi

       più che alla truffa, siamo alla frutta.
      Travaglio, sei un odioso manipolatore, finiscila!

    • anonimo 16:32 on 18 November 2009 Permalink | Rispondi

      Ho letto con attenzione l’interessante articolo, ma schifavo talmente tanto Travaglio, che è difficile schifarlo di più!!! Grande come sempre Vittorio!

    • anonimo 15:37 on 19 November 2009 Permalink | Rispondi

      Ma il fatto che, secondo Brusca, le stragi del 93 siano state pilotate dai Carabinieri non è meno grave che se fosse vero come scritto da Travaglio… mi pare un semplice refuso che nulla aggiunge e nulla toglie…

    • anonimo 17:13 on 19 November 2009 Permalink | Rispondi

      Ciao Enrix,

      ti segnalo che uscirà tra poco tempo la nuova edizione de "L’odore dei soldi".

      Ti ho lasciato un commento su cronache dall’imbecillario, nell’ultimo tuo articolo sul rinvio a giudizio di Travaglio per la questione della bimba bielorussa.

      ciao
      Moritz

    • enrix007 21:06 on 19 November 2009 Permalink | Rispondi

      Anonimo del "refuso" (minchia, che faccia tosta, ma lo sai cos’è un refuso? Significa battere un tasto al posto di un altro in tipografia, per una svista. Quando si viaggiava col piombo, i refusi li facevano i tipografi, sui testi dei giornalisti. Con l’introduzione dei PC e dgli ipertesti, i refusi sono poi passati tutti alla mano dei giornalisti. Con l’arrivo di Travaglio, i refusi si sono allargati a frasi intere sostituiti da altre frasi che cambiano la realtà dei fatti. Diciamo che è l’entropia, è nella natura) e del "nulla aggiunge e nulla toglie", hai ragione.

      Anche se un giornalista scrivesse che gli americani l’atomica di Hiroshima l’han buttata prima di Pearl Harbor, nulla aggiungerebbe e nulla toglierebbe, non trovi?
      Si tratta comunque della stessa bomba che ha fatto un disastro dell’umanità.  Quindi perchè non scriverlo? Son refusi.

      Eh, si, hai proprio ragione.

      La storia non cambia, anticipando un fatto di un anno.

      A parte il cambiare il volto dei mandanti di una strage e cambiarne il movente.

      Inoltre non hai capito un acca su cosa intendeva dire Brusca con "pilotati".

      Rileggi e studia.

    • anonimo 17:48 on 21 November 2009 Permalink | Rispondi

      Il fatto è che Brusca ha detto che la mafia è stata pilotata dai carabinieri, poi può benissimo esserselo inventato, ma lo ha detto. Che sia stata pilotata nel 92 o nel 93 cambia poco, sempre stragi sono. Potrebbe benissimo essere un errore (se non ti piace refuso) che può commettere chiunque, o potrebbe essere fatto di proposito per dare maggiore risalto alla cosa, sempre un dettaglio rimane, non mi interessa avere un giudizio morale di Travaglio mi interessa capire volta per volta se quello che dice è vero e quasi sempre lo è, a parte i dettagli.

      Luigi Cigarini

    • anonimo 17:53 on 21 November 2009 Permalink | Rispondi

      Per la parola "pilotati", io semplicemente non ci credo che i Carabinieri abbiano pilotato nulla qualunque cosa voglia dire. Io credo che chi "pilotava" o trattava stava più in alto, in politica.

    • enrix007 23:06 on 21 November 2009 Permalink | Rispondi

      Allora guarda Cigarini, se ti interessa davvero capire se ciò che dice Travaglio è vero, sappi che questa volta è tutt’altro che vero.

      Travaglio si è trovato davanti ad una citazione ghiotta, ghiottissima da riportare in un articolo.  Un virgolettato di Brusca, letto da lui come da me alcuni mesi fa nell’intervista a Spatola su Antimafia2000, troppo bello, irresistibile, perchè Brusca da buon semianalfabeta aveva detto "siamo stati pilotati dai carabinieri" non trovando termini più proprii per significare che l’occasione dei colloqui fra Ciancimino e i ROS aveva acceso nella mafia l’idea e la speranza che lo Stato, sottoposto ad attentati, potesse scendere a patti.
      Così interpreta Spatola, e può avere anche ragione.

      Naturalmente per Travaglio l’occasione è ghiotta a condizione di non spiegare questo, lasciando invece quella frase tale quale cosicchè chi legge prendendola alla lettera possa avere quella bella sporca sensazione di pilotaggio, di direzione attiva degli attentati per mano dei carabinieri. Tanto la sua è una classe di lettori che con lui si ferma in superficie e che a porsi qualche dubbio, anche solo per il fatto che pare davvero troppo grossa,  non ci pensa nemmeno per la fava.

      Ma c’è un problema.

      Quella frase, così com’è, mentre nella sua seconda parte lorda per bene la nomea dei ROS e quindi è perfetta per gli scopi, nella sua prima parte è una tragedia. Già, perchè se Brusca ha detto che il condizionamento è avvenuto per "le stragi del 93", dalla logica (conosci?) discende che per quelle del 92 questo condizionamento, secondo Brusca,  non c’è stato.
      E quindi il movente o comunque l’acceleratore della strage di Palermo non è la trattativa, ma è per forza qualcos’altro, visto che nel 92 la trattativa, a detta dei mafiosi pentiti,  non li ha condizionati.

      Ora, caro Cigarini, non è che per caso ti sei reso conto che negli ultimi tre mesi saranno usciti un cinquecento articoli di stampa che poggiando sull’esistenza dei papelli e delle più recenti affermazioni di Ciancimino Jr, nonchè di presunte (presunte perchè ce ne viene riferito, ma in foma testuale io non le ho mai lette) dichiarazioni  di GiovanniBrusca, ci vogliono far credere che la trattativa dei ROS ha determinato la mafia a far fuori Borsellino?

      No, forse non te ne sei reso conto. Invece Travaglio se n’è reso conto, ma per lui non è un problema. E quindi per non scrivere qualcosa che possa sollevare qualche dubbio sulla bufala dell’anno, a lui non costa niente pensare bene di sostituire ex abrupto e senza farsi tanti scrupoli le parole "le stragi del 93" con "la strage di Via D’Amelio", così, grazie al cammuffo di un piccolo baffo d’inchiostro, tutto torna a posto, ed i ROS tornano ad essere il motorino d’avviamento della strage di Via D’Amelio, quando invece secondo Giovanni Brusca, non lo erano.

      Ma lui può farlo, lui è Travaglio, l’unico che quando commette una simile porcheria anzichè offendere e fare dubitare i suoi lettori, se li ritrova tranquillo a difendere la bufala insieme a lui con ancor meno dignità dell’autore malandrino.

      Quindi Cigarini, chiariamo subito una cosa. Siccome tu non sei cretino, ed io lo so benissimo, comunicami magari se hai capito sino a questo punto ciò che ho scritto e confermami i tuoi naturali dubbi conseguenti, perchè qualsiasi persona onesta e in buona fede in un caso come questo se li pone eccome.
      Si tratta di un’oggettiva  manipolazione cosciente, non è dimostrabile in alcuna forma il contrario, e se tu vuoi continuare a sostenere che è un refuso involontario, fammi la cortesia di andarlo a scrivere da un’altra parte perchè qui gli ipocriti non son graditi.

      Ma sono certo che non sarà così

      Ed ora veniamo alla "moralità" del comportamento del ROS, in relazione alle stragi del 93, che è il problema che hai posto tu, anche se non c’entra nulla con le manipolazioni giornalistiche.

      Purtroppo anche qui, scrivere "Che sia stata pilotata nel 92 o nel 93 cambia poco, sempre stragi sono.", significa scrivere comunque una sciocchezza, e ti spiego perchè.

      NE’ IO NE’ TRAVAGLIO STIAMO SCRIVENDO E DISCUTENDO DI GIUDIZI MORALI SU CIO’ CHE E’ PRESUNTO O PUO’ PRESUMERSI DALLE DICHIARAZIONI DI UN PENTITO, IN MERITO ALLE CONSEGUENZE ESECRANDE, PUR INVOLONTARIE, CHE SECONDO BRUSCA HANNO CAUSATO I CONTATTI CON I ROS SULLE STRAGI DEL 93.

      NO CIGARINI. A TRAVAGLIO, COME AL SOTTOSCRITTO, INTERESSANO SOLO LE VICENDE E GLI ATTI GIUDIZIARI, CHE IN QUESTO MOMENTO REGISTRANO UN ALACRE LAVORIO PER DIMOSTRARE CHE I ROS HANNO LA RESPONSABILITA’ MORALE DELLA MORTE DI BORSELLINO E QUELLA PENALE DELLA LATITANZA ASSISITITA DI PROVENZANO, E SON QUELLE LE COSE CHE PER IL MOMENTO INTERESSANO A TRAVAGLIO E AI MAGISTRATI, PER CUI DELLE STRAGI DEL 93 SE NE PARLA ANCORA POCO O NULLA. E LO SAI PERCHE’?
      PERCHE’ UNA MAFIA CON A CAPO UN PROVENZANO DIVENUTO CAPO PER SUDICI SEGRETI ACCORDI CON I ROS SULLA TESTA DI RIINA E QUINDI LIBERO PERCHE’ ASSISTITO NELLA LATITANZA DAGLI STESSI ROS, (CHE E’ IL QUADRO CHE STANNO CERCANDO DI DIMOSTRARE I PM, E QUINDI ANCHE TRAVAGLIO) NON PUO’ ESSERE UNA MAFIA CHE FA ATTENTATI PER CONDIZIONARE ROS E STATO A PATTI, NEL 93, PERCHE’ L’ACCORDO C’E’ GIA’ STATO, SULLA TESTA DI RIINA, E QUESTO ACCORDO PREVEDE UNA LATITANZA ASSISTITA DALLO STATO CHE E’ INCOMPATIBILE CON GLI ATTENTATI MOSSI CONTRO LO STESSO STATO.
      SOSTENERE QUINDI ORA, IN GIUDIZIO, CHE IL CONDIZIONAMENTO E’ AVVENUTO ED E’ AVVENUTO NEL 93, POGGIANDO SULLA FRASE DI BRUSCA, SIGNIFICA AIUTARE MORI ED IL SUO COLLEGA AD ESSERE ASSOLTI NEL PROCESSO CHE OGGI LI VEDE IMPUTATI.
      PERCHE’ SE I CONTATTI AVUTI CON LA MAFIA A NELL’AUTUNNO 92 SONO CONTATTI CHE HANNO CONDIZIONATO LA STESSA A FARE ATTENTATI E STRAGI DA META’ DEL 93 IN POI ALLA RICERCA DI UN ACCORDO SINO A QUEL MOMENTO MANCATO, ALLORA NON POSSONO ESSERE ALLO STESSO TEMPO CONTATTI CHE HANNO PORTATO AD UN ACCORDO CON LA MAFIA, STIPULATO NEL DICEMBRE DEL 92, PER STRAVOLGERNE LA DIRIGENZA FACENDO LARGO A PROVENZANO IN CAMBIO DELLA TESTA DI RIINA. O UNA COSA O L’ALTRA. ED IN QUESTO MOMENTO AI PM INTERESSA LA SECONDA.  
      CONTINUI A SEGUIRE LA LOGICA, CIGARINI? COMINCI A CAPIRE PERCHE’ TRAVAGLIO HA MANIPOLATO?
      PERCHE’ NON SI PUO’ AVERE LA BOTTE PIENA E LA MOGLIE UBRIACA, MA LUI HA VOLUTO PROVARCI LO STESSO PRESENTANDOCI LA SUA SIGNORA UBRIACA, E LA BOTTE IN CANTINA COMUNQUE PIENA.
      IO HO SOLO DIMOSTRATO CHE PERO’ ERA UN TRUCCO, PERCHE’ LUI L’AVEVA RIEMPITA D’ACQUA.

    • anonimo 12:32 on 23 November 2009 Permalink | Rispondi

      Innanzitutto ti ringrazio per la generosità delle tue risposte, e ti voglio dire che considero molto interessante la conversazione con te nonostante, anzi proprio in virtù, della differenza di vedute, che, ti assicuro, non ha nulla a che vedere con l’ipocrisia. Mi limito semplicemente ad esprimere sinceramente la mia opinione senza alcun intento provocatorio.
      La differenza tra noi, a mio avviso, sta nell’impostazione mentale: tendente sempre e comunque al dubbio la mia, più predisposta alla sicurezza la tua. Il ché sicuramente deriva anche dal fatto che tu sei senza ombra di dubbio più informato di me, ma penso non sia soltanto questo.

      Tu mi attribuisci sicurezze che non ho mai avuto e non posso avere: non sono affatto sicuro che T. fosse in buona fede, anzi, quando scrivi:

      "Travaglio si è trovato davanti ad una citazione ghiotta, ghiottissima da riportare in un articolo.  Un virgolettato di Brusca, letto da lui come da me alcuni mesi fa nell’intervista a Spatola su Antimafia2000, troppo bello, irresistibile, perchè Brusca da buon semianalfabeta aveva detto "siamo stati pilotati dai carabinieri" non trovando termini più proprii per significare che l’occasione dei colloqui fra Ciancimino e i ROS aveva acceso nella mafia l’idea e la speranza che lo Stato, sottoposto ad attentati, potesse scendere a patti.
      Così interpreta Spatola, e può avere anche ragione.
      Naturalmente per Travaglio l’occasione è ghiotta a condizione di non spiegare questo, lasciando invece quella frase tale quale cosicchè chi legge prendendola alla lettera possa avere quella bella sporca sensazione di pilotaggio, di direzione attiva degli attentati per mano dei carabinieri."

      sono propenso a darti ragione. T. come quasi tutti i giornalisti (tutti quelli di una certa fama), compie un’opera di selezione delle informazioni da dare, che non risponde soltanto a criteri di massima informatività verso il lettore, ma, nel caso di T., a un artificioso ingigantimento della notizia volto a presentare se stesso come quello-che-dice-cose-che-altri-non-dicono. Ma un’operazione di questo tipo come ti ho detto mi pare la facciano pressoché tutti i giornalisti, da Feltri a D’Avanzo, chi per proteggere il proprio editore, chi per avvalorare le proprie opinioni, chi come T. e Santoro per vendere più libri e fare audience. Il tutto ovviamente non deve superare un certo limite in modo che il lettore avveduto non screditi il giornalista, soprattutto se condivide le sue idee di fondo, politiche o giudiziarie.
      Nonostante questo preferisco giornalisti come T. che seminano dubbi e critiche anche in eccesso, non avendo interesse a proteggere nessuno, a giornalisti che per interesse o propensione personale tendono ad eccedere nel verso opposto. I primi sono utili, i secondi no.
      Come ti ho già detto il fatto che poi qualcuno debba vedere pesare su se stesso sospetti non veritieri lo considero un prezzo alto, ma dovuto alla libertà.

      Sulle parole di Brusca, ti segnalo un virgolettato di Brusca dal Corriere della Sera:

      "Tra le stragi di Capaci, di via D’Amelio e quelle del ’93 c’e’ una strada unica". Ed arriva a questa conclusione affermando che Bellini, a suo avviso ispiratore degli attentati ai monumenti, "era in contatto con un maresciallo; questi era a sua volta in contatto col colonnello Mori. Percio’ dico che siamo stati pilotati dall’Arma".

      http://archiviostorico.corriere.it/1998/gennaio/20/Brusca_carabinieri_hanno_pilotato__co_0_980120163.shtml

      Questo articolo è del ’98 ed è la cronaca, il giorno dopo che le parole sono state pronunciate.
      Da queste parole la mia impressione è che Brusca si riferisse sia al 92 che al 93, che non faccia alcuna distinzione.
      Tu nel tuo articolo dici che la tua fonte per le parole di Brusca è una intervista di Sabella di 10 anni dopo che le riporta così:

      "Noi nel commettere le stragi del ’93 siamo stati pilotati dai carabinieri"

      E’ pensabile che Sabella 10 anni dopo citando a memoria abbia semplificato quello che era il concetto espresso da Brusca, e che invece T. si riferisse alle testuali parole di Brusca, come riportate dal Corriere o da altra fonte, e non alla intervista che hai letto tu? Mi pare probabile.

      E d’altronde lo stesso Sabella faceva la supposizione che B. si riferisse alle stragi di entrambi gli anni senza fare alcuna distinzione. Proprio nella stessa intervista che citavi tu, proprio poche righe sopra (ma io non ti accuso di nulla…):

      "Ma laddove ci sono, come dite voi giornalisti, reati penali cioè fattispecie – i reati sono tutti penali – dove ci sono fattispecie di illecito penale. In questa vicenda è verosimile che ci possano essere responsabilità morali, non penalmente rilevanti nella strage di via D’Amelio, ma non responsabilità penali. Questa è la cosa, almeno credo che sia l’idea di fondo perchè probabilmente è difficile andare a ipotizzare che certe persone, il cui nome è apparso sui giornali in questi giorni, siano stati i mandanti della strage di via D’amelio. Probabilmente con il loro comportamento potrebbero aver determinato la mafia a commettere quella strage. E quindi capirà che la cosa è molto diversa. Sul piano della responsabilità penale significa zero, sul piano della responsabilità morale, politica e amministrativa a seconda dei casi, invece ha dei rilievi enormi e anche sul piano di ristabilire la verità storica. E le ripeto, quello che c’è sui giornali in questi giorni, e le posso dire una cosa, anche le stesse dichiarazioni di Riina non sono assolutamente nuove a quello che, almeno parlo per me, io già sapevo 12 anni fa. Anche le dichiarazioni di Riina, perchè le dichiarazioni di Riina non sono per niente, a mio giudizio, diverse da quelle che fece Giovanni Brusca deponendo al processo per le stragi nel ’93 nell’aula bunker di Firenze quando disse, gli scappò una frase che poi spiegò: "Noi nel commettere le stragi del ’93 siamo stati pilotati dai carabinieri". Brusca non voleva dire che sono stati i carabinieri a far fare le stragi ma è un messaggio assolutamente analogo a quello che Riina manda adesso."

      Mi pare che metta sullo stesso piano le stragi del 92 e quelle del 93, Riina si riferiva alle stragi del 92; Brusca al 93, secondo le sue parole; ma il concetto è lo stesso – dice – per lui non ci sono novità, quindi per lui c’è continuità tra 92 e 93, quindi lui ha interpretato le parole di B. come riferite a entrambi gli anni, quindi è giustificata la sua semplificazione di citare un solo anno nel riportare le parole di B., B. non ha fatto distinzioni, evidentemente, perché dovrebbe farne Sabella? (ammesso non si ricordasse che B. faceva esplicitamente riferimento a entrambi gli anni, stando al Corriere, a meno che non sia indegno di credito anche l’articolo del Corriere)…
      Poi può essere che T. comunque, avesse letto soltanto la parte di intervista che citavi tu e riportasse in malafede, ma non ne posso essere certo. Tu ne sei ancora certo? E poi comunque a questo punto mi sembra veramente un dettaglio infinitesimale…

      Hai scritto:
      "Ed ora veniamo alla "moralità" del comportamento del ROS, in relazione alle stragi del 93, che è il problema che hai posto tu, anche se non c’entra nulla con le manipolazioni giornalistiche."

      Quando parlavo di giudizio morale, non mi riferivo al giudizio morale che T. da dei Ros, mi riferivo ad un mio giudizio morale sull’uomo Travaglio: non ce l’ho e non mi interessa costruirmelo. Valuto volta per volta la veridicità delle sue affermazioni, quando ne ho il tempo e l’interesse, altrimenti lo prendo per buono (forse sbagliando me ne rendo conto, a volte sono sua "vittima", ma non posso approfondire tutto), perché come ti ho già spiegato penso che le sue manipolazioni non vadano oltre un limite e non siano tali da screditarlo e comunque nel panorama dell’informazione penso sia comunque tra i più degni di credito.

      Non ho mai sollevato neppure il problema di un giudizio morale sui Ros, anche nel caso fosse vera la trattativa, considero troppo complessa la questione morale, comprenderei anche moralmente la trattativa, pensa un po’…

      Hai scritto:
      "PER CUI DELLE STRAGI DEL 93 SE NE PARLA ANCORA POCO O NULLA. E LO SAI PERCHE’?
      PERCHE’ UNA MAFIA CON A CAPO UN PROVENZANO DIVENUTO CAPO PER SUDICI SEGRETI ACCORDI CON I ROS SULLA TESTA DI RIINA E QUINDI LIBERO PERCHE’ ASSISTITO NELLA LATITANZA DAGLI STESSI ROS, (CHE E’ IL QUADRO CHE STANNO CERCANDO DI DIMOSTRARE I PM, E QUINDI ANCHE TRAVAGLIO) NON PUO’ ESSERE UNA MAFIA CHE FA ATTENTATI PER CONDIZIONARE ROS E STATO A PATTI, NEL 93, PERCHE’ L’ACCORDO C’E’ GIA’ STATO, SULLA TESTA DI RIINA, E QUESTO ACCORDO PREVEDE UNA LATITANZA ASSISTITA DALLO STATO CHE E’ INCOMPATIBILE CON GLI ATTENTATI MOSSI CONTRO LO STESSO STATO."

      Qui non sono d’accordo. Io la vedo un po’ diversamente: non c’è bisogno che per arrestare Riina ci sia stato un accordo completo. Basta che Provenzano, che voleva liberarsi di Riina, lo tradisca in un qualsiasi modo e faccia sapere dove si nasconde. Per proteggere la latitanza di una persona ricercata, che nel …

    • anonimo 12:40 on 23 November 2009 Permalink | Rispondi

      Mi ha tagliato il commento, continuo qui.
       
      Per proteggere la latitanza di una persona ricercata, che nel contempo deve comandare una organizzazione, serve un lavoro complesso intorno a lui e se qualcuno tradisce salta tutto.
      Insomma, per me abbiamo pochissimi dati quando parliamo di mafia e avere la pretesa di tracciare un quadro preciso dei fatti e ricavare deduzioni con la tua sicurezza è azzardato.

      Anche tenendo conto che a pensarla come me non sono solo io, ma magistrati di tutto rispetto, come tu stesso hai definito Ingroia e Sabella…

      Secondo me, ti ripeto, la trattativa non l’hanno fatta direttamente i Ros, la trattativa è politica, la politica è impregnata di mafia in modo inimmaginabile, i governi sono in simbiosi da sempre con la mafia, ma in quel momento mancava l’equilibrio, si era rotto qualcosa, inoltre la politica si sentiva minacciata (probabilmente nel mirino della mafia c’erano dei ministri) e ha trattato. Come trattava da 50 anni a quella parte…

      Riina voleva trattare in modo diverso da Provenzano, forse voleva imporre condizioni diverse, forse il motivo dei dissapori con Provenzano non c’entrava nulla con la trattativa, come possiamo pretendere di fare ipotesi? Fatto stà che P. tradisce R. e continua la trattativa al posto suo e per accelerarla piazza bombe in giro per l’Italia.
      Al termine della trattativa, forse, incomincia l’esilio protetto che è sotto studio nel processo attuale a Mori. Ma soprattutto terminano gli attentati, e questo è certo.
      Fino a ché qualcuno non tradisce Provenzano, oppure l’esilio protetto non è mai esistito e P. viene catturato senza tradimenti.
      Non lo so, però a me sembra che possa quadrare così.
      Ma io non ho certezze, solo dubbi, questa mi sembra la teoria più plausibile.
      Posso, umilmente, farti alcune domande? Per la curiosità di conoscere la tua opinione, perché veramente non riesco a capire. Le prime che mi vengono in mente:

      L’agenda rossa di Borsellino: perché è sparita e cosa conteneva? Se è sparita o è mai esistita.
      Perché Ingroia, e tante persone competenti, sono così convinti che ci siano dei mandanti occulti per via D’Amelio?
      Perché, secondo te, la mafia, che se ne era sempre stata buona in Sicilia, a un certo punto inizia improvvisamente a fare attentati terroristici in giro per l’Italia, in un momento di ricambio della classe politica, e poi altrettanto improvvisamente smette? Che spiegazione logica ti sei dato?
      Cosa ne pensi di Andreotti? Sicuramente saprai della sentenza che lo vede colpevole di rapporti con la mafia fino al 1980, di Salvo Lima, ucciso poco prima che incominciassero gli attentati (ma guarda caso, cosa vorrà dire?). Sei proprio sicuro che nel Truman Show ci viviamo noi e non tu?

      Luigi Cigarini

    • anonimo 14:46 on 23 November 2009 Permalink | Rispondi

      Caro Luigi Cigarini volevo solo farti notare una cosa FONDAMENTALE CHE LE  E’ SFUGGITA.

      Nell’articolo che ha postato sulle dichiarazioni di Brusca LA COSA RILEVANTE NON E’ IL TITOLO MA LE AFFERMAZIONI DEL SUO AVVOCATO e precisamente:

      Per poi precisare – di fronte alle domande del suo avvocato Luigi Li Gotti – di essere arrivato a questa conclusione sulla base della sua esperienza in Cosa nostra e della lettura dei giornali.

      La traduzione è semplice. Brusca sostiene che la tesi del dialogo con i carabinieri è per lui chiara visto cosa i giornali scrivevano e le sue conoscenze dell’ambiente mafioso.

      A quali news potrà riferirsi secondo lei Brusca? Sicuramente quelle attinenti all’argomento di cui si parla, quindi Brusca LEGGE NEWS FALSE, NEWS CHE CIRCOLANO DA ANNI news che incredibilmente girano ancora ed in questi ultimi mesi ce le stanno propinando quasi settimanalmente, TUTTE NEWS SMENTITE DAI FATTI, SMENTITE DA SENTENZE DEL TRIBUNALE. E su queste si fa un idea. Che idea si può fare colui che legge info errate? Idee errate.

      Riesce a capire? Si sta discutendo del nulla.

      Riguardo Travaglio anche io come lei sono contento delle molte inchieste dello stesso, ma nel tempo ho notato spesso gravi strafalcioni e vorrei solo capire se è in buona fede o in cattiva fede. Compro quotidianamente il FATTO e quando lo leggo per forza di cosa sto sempre con le antenne diritte.

      Ora le chiedo, secondo lei non è pericoloso un giornalista del genere che nell’immaginario collettivo E’ IL BENE CONTRO IL MALE? Nell’immaginario colettivo è il giornalismo senza poteri che lo condizionano? E’ PERICOLOSO caro Cigarini, molto pericoloso ed aiuta sicuramente ad allontanare la gente alla vita politica Italiana.

      Giustamente dico io. Come si potrebbe sentire persona che segue sempre i ragionamenti di Travaglio dando per scontate tutte le sue inchieste FACENDOSI IDEE ED OPINIONI  e poi un giorno improvvisamente si accorgerebbe che le sue idee sono errate? Si accorgerebbe che le inchieste sono piene di crepe?

      Glielo dico io come si sentirebbe, gli cadrebbero le braccia come è successo a me quando mi sono accorto che tutto qeul che mi bevevo spesso era stato manipolato, spero in buona fede o per un ritorno commerciale, SE CI FOSSE ALTRO DIETRO SAREBBE GRAVISSIMO.

      Gianluca

    • anonimo 18:28 on 23 November 2009 Permalink | Rispondi

      Caro Gianluca, non mi è assolutamente sfuggito quello che mi ha fatto notare lei. Non ho postato quel link per avvalorare le parole di Brusca, che per quanto mi riguarda possono essere benissimo destituite di ogni fondamento; lo ho postato semplicemente per citare un virgolettato con le esatte parole (fino a prova contraria) di Brusca. Se rilegge meglio se ne può rendere conto.

      Lei dice che Travaglio è pericoloso, di che pericolo parla? Io penso che i lettori che si fidano ciecamente di Travaglio, che leggono solo lui senza approfondire e ascoltare opinioni contrarie, siano una piccola percentuale, e comunque non pericolosi, pensa che un magistrato si faccia condizionare da Travaglio?
      I giornalisti pericolosi sono altri, sono quelli mossi da interessi personali, quelli che cercano di insabbiare, di proteggere i potenti.

      Che altro ci potrebbe essere dietro Travaglio se non il suo ritorno commerciale?

    • enrix007 23:19 on 23 November 2009 Permalink | Rispondi

      Caro Luigi, ti risponderò più con calma nei prossimi giorni, perchè in questo momento sto lavorando molto sia all’attività che mi da un pezzo di pane sia ai nuovi articoli.

      Approfondirò volentieri gli argomenti con te. Questa sera dirò solo poche semplici cose.

      Sappi in ogni caso che come hai potuto notare, io amo far riferimento ai documenti e non ai riporti.

      Di per sè anche il virgolettato attribuito a Sabella (la frase di Brusca) va preso con le pinze, perchè bisognerebbe avere davanti agli occhi i verbali integrali, cosa che sto ottenendo e quindi nell’arco di poco sapremo.
      Per il momento però, il virgolettato di sabella rappresenta una frase completa riportata da un signor addetto ai lavori, ed è quanto di meglio abbiamo.

      L’articolo del Corriere che hai citato lo conosco (se mi dai un indirizzo email ti mando un file word con un casino di articoli messi insieme, fra cui questo, così è più facile fare ricerche con l’ipertesto), ma purtroppo riporta fra virgolette solo frasi tronche di Brusca, attribuendo i giornalisti un senso alle stesse, così come ha fatto anche Travaglio che ha presentato un virgolettato tronco ed un suo inciso a completarlo (quello su Via D’Amelio) Di fatto nell’articolo del Corriere si configura la stessa cosa (Bonini non è da meno di travaglio, ti assicuro). Io preferisco darmelo da me il senso, e non farmelo dire dai giornalisti. Quindi aspetto di avere i verbali completi.  Ma sono più che certo, per mia esperienza, che Brusca ha detto ciò che ha riportato sabella, e non ciò che ha riportatoi il Corriere, che è roba tronca.

      Quindi, partendo dall’esame dei documenti disponibili, io ho questo: non c’è stata nessuna trattativa così come ce la vogliono dipingere.

      la "trattativa" per il momento è e resta un abboccamento fra i carabinieri e Ciancimino per farlo collaborare come si sono fatti e si fanno collaborare moltissimi mafiosi.

      E, come leggerai nel nuovo articolo che sto pubblicando, Ciancimino su quella trattativa nel 93 ha dichiarato a Caselli una cosa molto semplice, che riassunta è così: i ROS mi hanno incontrato alla fine di agosto 92 (a stragi già eseguite),  volevano latitanti, io ho deciso di collaborare con loro a questo scopo. Ho deciso quindi di fare il doppio gioco a favore dello stato e per fare questo ho espresso ai ROS l’inenzione di avvicinare un certo ambiente "di imprese" che conoscevo, da dove avrei attinto informazioni.

      Per operare in quell’ambiente con libero spazio di manovra, avevo bisogno del passaporto, e pertanto ne ho fatto richiesta dicendo ai ROS di aiutarmi ad avere un celere rilascio dello stesso.

      Per tutta risposta fui arrestato dal magistrati della Corte di Appello  con la motivazione che avevo richiesto il passaporto, e quindi c’era il pericolo di fuga.

      Ciancimino quindi insinua nel suo verbale che il suo arresto sia servito a qualcuno per tarpare la sua collaborazione con i ROS, in quanto è stato arrestato precipitosamente, e senza ragione, proprio quando aveva deciso di collaborare. (se una persona chiede il passaporto pur avendo processi in corso, di solito, se si teme il pericolo di fuga, non si arresta, semplicemente gli si nega il passaporto. Ciancimino ha ragione. Pensa che gli han dato il passaporto lasciandolo liberamente espatriare, con 13 procedimenti in corso per calunnia aggravata, persino a Igor Marini).

      Tutto questo racconto di Ciancimino, trova riscontro negli atti, nei fatti, nelle testimonianze dei pentiti sino a quando Brusca viene interrogato da Sabella. Lì avvengono due cose: Brusca inizia a ritrattare le precedenti dichiarazioni, che erano supportate da riscontri logici e temporali, ed inizia a parlare della trattativa facendo un gran casino, cercando di tirare dentro in qualche modo confuso i carabinieri, di anticipare le date fornite negli anni precedenti, di demolire gli assunti logici precedentemente esposti sostituendoli con frammenti di fatti che correlati da loro risultano del tutto illogici. per finire a quest’autunno dove al processo Mori, alla domanda dell’Avv. Milio "quali sono le sue fonti di informazioni sul papello", Brusca risponde: "l’ho letto su Repubblica." La second acosa che accade, è questa: non appena Brusca inizia a fornire, pur confusamente, quella versione sulla trattativa, subito i magistrati chiedono il programma di protezione, e quindi la sua liberazione. prima lo dicevano infido, e gliela negavano. Il che, nel mondo della logica, ha un significato ben preciso: si chiama compravendita.

      Ma torniamo seri:
      la trattativa così come ci vuole venire dipinta, non è supportata da uno straccio di riscontro testimoniale logico nè da prove documentali nè da papelli. Da nulla.
      I papelli sono falsi. I nastri con le registrazioni di V.C. con i ros in realtà contengono tutt’altro, come mi aspettavo (come vedi prevedo giusto).

      "L’agenda rossa".  Io non so se fosse così importante quest’agenda e che fine abbia fatto, dal momento che pare comunque certo che esistesse.
      Però una cosa la so: e cioè che in uno stato serio a quell’Arcangioli gli avrebbero fatto un culo così. Se le foto e i video non sono falsi, quello se ne scorazzava avanti-indietro con la borsa del magistrato (non poteva essere di nessun altro). Negli USA l’avrebbero arrestato immediatamente foss’anche stata vuota.

      Quindi io contesto la sentenza di Caltanissetta che assolve Arcangioli, per quelli che sono i documenti.

      E penso, mia opinione, che da quella borsa sia stato rimosso qualcosa che si voleva occultare, l’agenda rossa, forse, o altro.
      Documenti, comunque. Perchè non si porta a passeggio materiale così delicato e probabilmente probatorio dopo un attentato. Quindi la logica ci dice che qualcosa di losco c’è di sicuro.

      Ma vedi Luigi, una volta ipotizzato che un uomo corrotto abbia asportato con dolo dei documenti, di lì ad ipotizzare con altrettanta certezza perchè l’abbia fatto, per conto di chi, e soprattutto che cosa si volesse occultare, ce ne corre. Direi che in questo contesto l’ipotesi che si sia trattato di un occultamento di prove relative alla trattativa, è francamente risibile. La trattativa per come poteva esistere nel luglio 92, non poteva rappresentare neppure un reato penale, e comunque in quella borsa non avrebbe potuto esserci nulla di così scottante su quell’argomento, alla sola idea mi vien da ridere. No, in quella borsa c’erano i documenti relativi alle questioni veramente sporche su cui Borsellino aveva puntato il naso, decretando la sua condanna a morte. Reati grossi, importanti, crimini, che coinvolgono persone molto importanti e operazioni finanziarie di elevato interesse. Ecco le cose per cui si uccide con 100 kg di polvere cecoslovacca e per cui si fanno sparire i documenti.
      Non per improbabili trattative. Non siamo ridicoli.

      Un’ultimo post-scriptum sulla logica, un sasso nello stagno (ma sono tutti sassi nello stagno, sarà interessante discuterne con più tempo).

      Tra il castello di Utveggio e via cilea, in linea d’aria, ci son 3 km. Ho verificato su google map e ne farò pure un articolo.
      A 3 km, per riconoscere il volto di una persona, ccome minimo, ci vuole un telescopio da 60-80 infrandimenti.
      Ora, pare che agnese Borsellino abbia recentemente dichiarato che il marito in vita temeva che dall’utveggio gli controllassero la camera da letto.

      Anche qui, francamente, pensare che Borsellino abbia potuto fare una simile affermazione, è dura. Perchè è dura, ma proprio dura, che il magistrato potesse ipotizzare che qualcuno stesse perdendo il suo tempo, dall’utveggio,  a tenere l’occhio incollato all’oculare di un telescopio, per sorvegliare il suo talamo nuziale.

      Ti ho fatto questo esempio, eprchè è uno dei tanti che dimostrano una recrudescenza giudiziaria fondata su tanti piccoli fatti che però se approfonditi si rivelano bufale o quanto meno improbabili.

      No stai tranquillo, non sono io, Mr Truman. Io son quello che esamina i papelli e li svopre apocrifi. Io, non tu.

      Sticazzi, che ci provino.

    • enrix007 23:50 on 23 November 2009 Permalink | Rispondi

      Ancora una cosa, perchè mi pare che tu mi abbia chiesto una mia opinione sul movente delle stragi del 93.

      La mia opinione è tanto logica quanto banale, e parte da alcuni presupposti.

      Secondo me la mafia non è diretta dai Bassotti e da Spennacchiotto, e la sceneggiatura di queste vicende non la scrive Walt Disney. Ergo, c’è una porbabilità su un milione che chi ha ordinato e realizzato quelle stragi, lo abbia fatto nell’ipotesi di piegare lo stato a qualche cosa.  Tu pensi che sia una cosa che sta in piedi, che un mafioso per quanto stupido possa pensare di obbligare uno stato ad elimjnare le tasse dalla benzina con il ricatto degli attentati?

      In breve, io mi son fatto quest’idea, e sono pronto a rimangiarmela al primo documento che la metta in dubbio. Ma per ora ci sono solo dei falsi.
      Io penso che Falcone e Borsellino siano stati uccisi  perchè stavano ficcando il naso in questioni delicatissime, già da due anni prima. Di conseguenza, per questioni delicatissime, si sono mosse "menti raffinatissime", parole di Falcone.

      Queste menti raffinatissime hanno fatto fuori i magistrati con un metodo (già usato per Chinnici, ne riparleremo), che sa più di guerra alle istituzioni che combattono contro la mafia come simbolo, più che di chirurgica eliminazione di due persone scomode a causa del loro futuro carnet di appuntamenti, elaborato sulla base di certe convinzioni che si stavano facendo. Una forma di depistaggio blando, diciamo così. I magistrati andavano ammazzati, per fermare le loro inchieste e la loro curiosità, e quindi per ammazzare, in qualche modo bisogna pur farlo.  Non si è scelta però la pistolettata di un cecchino, che pure era possibile, ma un metodo che potesse fare pensare a qualcosa di diverso. Poi è comiciata, difatti,  la bagarre dei giornali: l’attacco allo stato della mafia, la guerra ai magistrati, e vai col generico. La trattativa stessa come ipotesi di movente entra bene in questo quadro di genericità, che serve ad occultare la specificità, e cioè il culo ed il denaro di persone ben precise.
      Visto che funzionava, si son fatti altri attentati nel 93, per continuare ad infondere quell’idea e a depistare dal vero movente delle stragi precedenti. Così, come è evidente, per marcare quel colore, si è passato guarda caso dai magistrati ai monumenti di stato, e persino a Maurizio Costanzo.
      Mancava solo Raffaella Carrà.

      Pensaci bene, è un depistaggio.

      E’ semplice, banale, e logico.

      Questo è quello che penso io.

    • anonimo 03:22 on 30 November 2009 Permalink | Rispondi

      La mia mail è NOSPAMluigi2509@interfree.it (togli NOSPAM all’inizio), se vuoi mandarmi quel file di cui parlavi ti ringrazio, potrebbe servirmi.

      Dici che Borsellino non poteva sospettare che lo spiassero dall’utveggio, io non ne sono sicuro, sapeva di essere nel mirino della mafia (o di qualcun’altro), perché non poteva sospettare che lo spiassero per conoscere le sue abitudini?

      La teoria del depistaggio per il 93 potrebbe anche essere vera, la mafia ha voluto creare clamore anche per distogliere l’attenzione dalle indagini dei magistrati, allora però chi ci garantisce che dietro non ci fosse qualcun’altro, coinvolto nelle indagini di Falcone e Borsellino, mandanti esterni che dovevano rimanere nell’ombra e allora serviva un depistaggio. C’è comunque qualcosa di poco chiaro.

      Luigi C.

    • enrix007 14:22 on 30 November 2009 Permalink | Rispondi

      Luigi, Borsellino poteva benissimo sospettare di essere sorvegliato e controllato da tutte le parti, soprattutto da chi volesse tenere d’occhio i suoi movimenti e le sue inchieste.

      Ma una persona con un cannochiale piantato sulla finestra della sua camera da letto, a tre km di distanza… a che scopo? Servizi guardoni?

    • anonimo 15:25 on 30 November 2009 Permalink | Rispondi

      Caro Luigi l’oggetto del confronto possiamo dividerlo in due.

      1- LA CATTIVA INFORMAZIONE DEI GIORNALI
      2- I FATTI ACCADUTI

      Sul primo punto Enrix mette in evidenza tutte le innumerevoli incongruenze e tutti i depistagi in atto da quasi 20 anni. Questi sono fatti acclarati. Se un papello è falso e FALSO, stiamo verificando un fatto.

      Il fatto è che il papello è falso e l’informazione sembra non accorgersene, il fatto è che Ultimo e Mori in questa storia (arresto di Riina e mancata osservanza del covo dopo l’arresto) SONO USCITI ILLIBATI, INNOCENTI. Ifatti vengono dimenticati e giornalmente dobbiamo leggere il contario, è normale questo Luigi?

      Passiamo al secondo punto. Tu Luigi (spero non ti offendi se ti do del tu) scrivi che comunque dobbiamo appurare se la trattativa c’è stata ed anche non fosse stata quela di dei ROS capire chi l’ha fatta, e fai delle interpretazioni sul memoriale di Cianciminio.

      Tutto leggittimo ma interpretare con i dati in ns posso è complicatissimo, quindi evitiamo di dare per certe delle cose che sono solo interpretazioni. Sui perchè e sui per come sempre a livello di esclusive interpretazioni le due indagine archiviate su mafia ed appalti e del riciclaggio dei soldi russi sarebbero sicuramente interessanti MA QUESTE NON VANNO DI MODA.

      Penso che  la trattativa ha tutto questo clamore ed interesse  perchè s’intravede la possibilità di un coinvolgimento Berlusconiano ma mi chiedo visto che si parla d’ipotesi COME MAI LE DUE ARCHIVIAZIONI DI PROCESSI SCOTTANTISSIMI SONO CADUTE NEL DIMETICATOIO?

      Pensi davvero che si stiano scoprendo davvero tutte le schifezze della collusione politica mafia scavando su questo tema, cosa che si sta fecendo da 20 anni e LASCIANDO DA APRTE L’ALTRO FILONE?

      Ti dico quel che penso io Luigi. Sono convinto che i depistamenti sono all’ordine del giorno e si ha tutto l’interesse di concentrarci sulla trattativa sperando che semmai la giustizia niente appurerà RIMANGA NELLA MEMORIA TUTTO QUESTO FANGO con la gente sempre più sicura che ingiustizia sia stata fatta.

      Come è accaduto per Ustica, per la Mitrokin e per le tante stragi di stato, depistamenti, depistamenti e depistamenti e le verità ben custodite con noi persone normali assoluytamente lontani dal capire cosa è successo. Un plauso ad Enrix che aiuta le crepe a diventare voraggini.

      Gianluca

  • Avatar di enrix

    enrix 00:04 on 3 November 2009 Permalink | Rispondi
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    LA SCOMPARSA DEI FATTI 

    Antimafia Fiction

    Rivelazioni schock, accordi tra boss e politici, “sbirri” collusi, omicidi eccellenti. Nel perfetto film di Palermo sulla trattativa tra Cosa nostra e lo Stato c’è proprio tutto. Tranne i fatti

    Leggi l’intervista a Giuseppe del Vecchio

    Leggi: L’inchiesta bomba archiviata

    di Chiara Rizzo

    Palermo, aula della IV sezione penale del tribunale, 20 ottobre 2009. Sguardi compunti e grandi inchini davanti ai pm antimafia e ai lacunosi ricordi di Luciano Violante. Risolini scettici e qualche plateale sbuffo di noia nei riguardi delle dichiarazioni spontanee del generale Mario Mori. Nell’aula al secondo piano del tribunale di Palermo c’è un clima di tifo effervescente per i teoremi dei pm Antonino Ingroia e Nino Di Matteo. Tanto che ad un certo punto il generale richiama stizzito all’ordine l’appuntato di AnnoZero, Sandro Ruotolo. Cosa succede a Palermo? La copertina dell’ultimo numero dell’Espresso, viene in soccorso: “Esclusivo: Tra mafia e Stato. I verbali inediti dei pentiti Brusca e Spatuzza. Così andò la trattativa tra Cosa nostra e i politici. Da Mancino a Berlusconi”. Tempi vorrebbe rovesciare la prospettiva, sulla base delle carte e di un quesito apparentemente stravagante: dove nascondereste voi una foglia? Forse in un bosco, no? E dove nascondereste il mistero di un’inchiesta scottante archiviata frettolosamente? Forse in mezzo a tante altre inchieste?
    Sostiene Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, che «siamo all’anticamera della verità». Una verità che ne ospiterebbe al suo interno molte altre, come un gioco di scatole cinesi. Una verità che sarebbe contenuta nelle pieghe del famoso “papello” con le richieste di Totò Riina allo Stato, vergate nell’anno 1992. La prova di una trattativa tra mafia e istituzioni, secondo la procura siciliana. Custode del papello e intermediario tra boss e Stato, attraverso i massimi vertici dei carabinieri, sarebbe stato Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo vicino ai corleonesi e condannato per mafia. Dietro la supposta trattativa via papello, ci sarebbe la soluzione di molti misteri italiani. Da quello di via d’Amelio, l’attentato in cui fu ucciso il giudice Paolo Borsellino (e ucciso, secondo la tesi dei pm palermitani, proprio perché non avrebbe condiviso la trattativa). Giù giù fino alla spiegazione delle stragi del ’93 a Roma, Firenze, Milano, organizzate, sempre secondo la tesi dell’antimafia, per vendetta contro lo Stato traditore dei patti. E ancora giù, fino all’ultima scatola infernale: quella di una presunta seconda trattativa, avviata alla fine del ’93 con il nuovo referente politico, Forza Italia, tramite Marcello Dell’Utri. Quest’ultima è senz’altro la parte più golosa del teorema palermitano, adombrata dal pentito Giovanni Brusca (quello che azionò il telecomando nella strage di Capaci) nelle sue rivelazioni riportate dall’Espresso. Brusca non aveva ancora finito di parlare dalla copertina del settimanale, che già sulle pagine di Repubblica si affacciava il “nuovo” pentito Gaspare Spatuzza, pronto a confermare la trattativa con Forza Italia.
    Chissà quanti altri recupereranno la memoria prossimamente. D’altra parte, l’urgenza di “nuove rivelazioni” pare aver rinfrescato i ricordi anche a Claudio Martelli (nel ’92 ministro della Giustizia) e a Liliana Ferraro (allora direttrice degli Affari penali del ministero). A entrambi è ritornato in mente che in effetti, prima di morire, Borsellino sapeva di una trattativa tra mafia e Stato. E guardacaso il soprassalto di memoria dei due è avvenuto proprio nel corso di un’intervista di Sandro Ruotolo per la puntata di AnnoZero in onda l’8 ottobre 2009.

    Tutti ricordano diciassette anni dopo
    Ma come si è arrivati, diciassette anni dopo i fatti, «all’anticamera della verità», per dirla con Ingroia? Riavvolgiamo il film e torniamo al punto di partenza. Il processo palermitano contro Mori (il generale dei carabinieri che nel 1993 guidò l’operazione che condusse all’arresto di Totò Riina), si dipana lungo due filoni di indagine. Il primo riguarda la mancata cattura, nel ’95, di Bernardo Provenzano, successore di Riina ai vertici di Cosa nostra: Mori è accusato di aver favorito la fuga del boss. Il secondo riguarda invece il presunto papello di Riina: la tesi dell’accusa è che Mori avrebbe fatto da tramite, durante i suoi abboccamenti del ’92 con Ciancimino, tra mafia e alti livelli dello Stato. C’è un problema, però, per i fan del teorema a cascata trattativa-mafia-carabinieri-Stato-Dell’Utri- Berlusconi”: i fatti.
    Primo fatto. La principale fonte delle informazioni sulla presunta trattativa mafia-Stato è oggi Massimo Ciancimino, il figlio di “don” Vito. Il quale inizia a rilasciare dichiarazioni alla direzione distrettuale antimafia palermitana , cioè a Ingroia e Di Matteo, nell’aprile del 2008. Ovvero sedici anni dopo i fatti in questione. E soprattutto un anno dopo la sua condanna, l’11 marzo 2007, per riciclaggio e tentata estorsione. A luglio 2008 si apre il processo contro Mori, dove l’accusa è sostenuta dai pm Ingroia e Di Matteo. E Ciancimino jr. a furia di rivelazioni, da figlio di mafioso, arrestato, condannato e alleggerito nelle proprietà e nei beni per la cifra astronomica di 60 milioni di euro, viene trasformato, grazie alla ribalta mediatica, in superteste (con tanto di scorta) di un processo, quello contro il generale Mori, che sui media è ormai diventato un “processo allo Stato”.

    L’interrogatorio dimenticato
    Secondo fatto. Fino al giugno 2009, Massimo Ciancimino rimane evasivo sul famoso papello custodito da papà Vito. Messo però alle strette dai pm, nel luglio 2009 (proprio nei giorni a ridosso della sentenza di Genova che ha ridotto la condanna al colonnello Michele Riccio, l’uomo che accusa il generale Mori di aver favorito la fuga di Provenzano), promette ai magistrati di consegnare il foglio con le richieste di Riina, e rivela loro che i primi incontri tra suo padre e gli alti ufficiali dei Ros (Mori e Giuseppe De Donno) risalivano al giugno del ’92, prima della strage di via D’Amelio. Ad oggi, però, a Palermo risultano depositate solo due fotocopie di appunti manoscritti: una del presunto papello di Riina, l’altra è la fotocopia della versione riveduta e corretta da Vito Ciancimino. Dove sono gli originali di questi documenti?
    Terzo fatto. Esistono manoscritti originali e verbali di interrogatorio, dei quali il pm Ingroia e l’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli sono a conoscenza dal gennaio del 1993, in cui Vito Ciancimino stesso parla degli incontri con gli ufficiali del Ros, l’allora colonnello Mori e l’allora capitano De Donno. Tali documenti sono stati depositati il 20 ottobre scorso al processo Mori. Che spiegazione ha dato di questi abboccamenti con Cinancimino l’ex numero 1 del Ros? Mori innanzitutto li ha collocati a partire dal 5 agosto 1992, dopo la morte di Borsellino (il che escluderebbe che la presunta trattativa mafia-Stato sia stata la causa della morte del magistrato). In secondo luogo il generale ha chiarito a quali ragioni investigative rispondessero tali incontri: attraverso il sindaco mafioso i carabinieri intendevano ottenere indicazioni per arrivare alla cattura dei boss. L’incontro significativo sarebbe stato il quarto, quello avvenuto il 18 ottobre 1992, dopo che Ciancimino aveva avviato i contatti con i corleonesi. Ha ricordato il generale Mori: «Mi disse: “Guardi, quelli accettano la trattativa. Voi che offrite in cambio?”. Io non avevo nulla da offrire, per cui dissi: “I vari Riina, Provenzano si costituiscano e lo Stato tratterà bene loro e le loro famiglie”. A questo punto Vito Ciancimino si imbestialì». Ecco perché la “trattativa” è saltata: perché non c’è stata nessuna trattativa.

    E don Vito disse: il patto? Una palla sonora
    In seguito, nel dicembre del ’92, Vito Ciancimino viene arrestato. Il 15 gennaio 1993 il capitano Ultimo, dei Ros guidati da Mori, arresta anche Riina. Lo stesso giorno si insedia a Palermo il nuovo procuratore Giancarlo Caselli. Che da Mori viene immediatamente informato di una richiesta di Ciancimino: il sindaco vuole incontrare il nuovo procuratore palermitano nel carcere di Rebibbia, dov’è detenuto, perché intende rilasciare alcune dichiarazioni. Il 27 gennaio avviene il primo interrogatorio di Ciancimino. Sono presenti il procuratore Caselli, il pm Ingroia, il colonnello Mori e il capitano De Donno. Seguono numerosi interrogatori a cui sono sempre presenti Ingroia e Caselli. Quello che ci interessa è l’interrogatorio del 17 marzo 1993 (clicca sopra per scaricarlo – ndr) , ore 9.30. In quell’occasione Ciancimino parla estesamente con Caselli e Ingroia degli incontri avuti nel 1992 con i carabinieri. Nota bene: a quell’epoca l’ex sindaco di Palermo avrebbe tutto l’interesse a retrodatare il più possibile questi incontri, per candidarsi così ad accedere ai benefici per i “collaboratori di giustizia”. Cosa dice invece quel 17 marzo 1993 Vito Ciancimino? Spiega a Caselli e a Ingroia che «avevo avuto dal capitano De Donno varie sollecitazioni per iniziative comuni. Le avevo respinte. Ma dopo i tre delitti (quello di Lima, che mi aveva sconvolto; quello di Falcone che mi aveva inorridito; quello di Borsellino che mi aveva lasciato sgomento) cambiai idea. Manifestai la mia intenzione di collaborare, ma chiesi un contatto con un livello superiore. Conseguentemente il capitano De Donno tornò a casa mia (mi pare il 1° settembre 1992) accompagnato dal colonnello Mori. Esposi il mio piano: cercare un contatto per collaborare con i carabinieri. Questo piano fu accettato, e una ventina di giorni dopo incontrai una persona, organo interlocutorio di altre persone». Il “contatto” è Antonino Cinà, il medico della mafia. Ricorda Ciancimino: «Chiamai i carabinieri, i quali mi dissero di formulare questa proposta: “Consegnino alla giustizia alcuni latitanti grossi e noi garantiamo un buon trattamento alle famiglie”. Ritenni questa proposta angusta per poter aprire una valida trattativa».
    Cosa fanno davanti a queste dichiarazioni Caselli e Ingroia, l’uomo che conduce l’accusa contro Mori e sostiene la tesi di una trattativa tra mafia e Stato? Nulla. Non battono ciglio. Leggono, firmano e sottoscrivono il verbale dell’interrogatorio. Vito Ciancimino racconta anche altro in quell’interrogatorio del 17 marzo 1993. Racconta di un secondo tentativo di collaborare con i carabinieri. Ecco le sue parole a verbale: «Il 17 dicembre partii per Palermo, dove mi incontrai con l’intermediario-ambasciatore. Io gli avevo raccontato (d’intesa con i carabinieri) una “palla” sonora, grossa come una casa, vale a dire che un’altissima personalità della politica (che non esisteva), che era un’invenzione mia e dei carabinieri, voleva ricreare un rapporto tra le imprese. Comunicai l’impegno dell’interlocutore-ambasciatore a rispondermi al capitano De Donno. Questa comunicazione avvenne il sabato. Mezz’ora dopo questo colloquio venivo arrestato». Dunque: Ciancimino dichiara anche di aver proseguito i contatti con i mafiosi e riferito ai carabinieri. Malgrado questo, viene arrestato. Naturale che sia imbufalito. Eppure, nonostante abbia più di una ragione per volersi vendicare dei carabinieri che lo usavano ma non lo hanno sottratto all’arresto, non si presenta come il tramite tra Riina e Mori e come il custode di un documento (il famoso papello) che prova l’esistenza di una trattativa con lo Stato. Anzi. Don Vito bolla il coinvolgimento di «un’altissima personalità della politica» come «una palla sonora, grossa come una casa». Quel 17 marzo Ingroia legge e sottoscrive tutte queste affermazioni di Ciancimino. I dubbi gli sono venuti diciassette anni dopo.

    02 Novembre 2009

    Estratto dalla rivista "Tempi"  -  LINK

     
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    enrix 18:50 on 2 November 2009 Permalink | Rispondi
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    INTERVISTA A GIUSEPPE DEL VECCHIO 

    Antimafia fiction: Intervista a Giuseppe Del Vecchio

    Un sacco di buone ragioni per dubitare delle verità del superteste Riccio

    di Chiara Rizzo

    Il processo palermitano al generale Mario Mori nasce dalle dichiarazioni del colonnello dei carabineri Michele Riccio, che nel ’95 lavorò alla cattura di Bernardo Provenzano nell’operazione “Scacco al re”. Già allora Riccio, grazie alle indicazioni fornite dal mafioso Luigi Ilardo, sarebbe stato sul punto di catturare Provenzano, ma Mori avrebbe bloccato tutto. Michele Riccio è un teste rilevante per la procura palermitana: nella catena di accordi tra mafia e Stato, le sue dichiarazioni servono a provare l’anello più importante, l’accordo tra malavitosi e Berlusconi. Riccio riporta infatti le confessioni che gli avrebbe fatto Ilardo, di un elenco di politici in trattativa con la mafia, tra cui Marcello Dell’Utri. Cosa c’è di vero nelle accuse di Riccio? Chi è davvero il grande accusatore di Mori? Il colonnello Riccio è stato alla guida del Ros e della direzione investigativa antimafia (Dia) di Genova fino al 1995, mettendo a segno operazioni contro il narcotraffico, tanto clamorose da far meritare alla sua squadra l’apellativo di “mitica”. Nel 1997, però, Riccio è stato arrestato per la gestione disinvolta dei suoi uomini, delle fonti criminali e dei reperti di indagine. Condannato in primo grado nel 2003 per falso ideologico (per la falsificazione di relazioni di servizio) e traffico di stupefacenti (usava i reperti per ricompensare le fonti), il 14 luglio 2009, in appello, Riccio ha visto la sua pena dimezzata. La prima stranezza sta qui. Perché ad oggi, per i reati di cui sono accusati il colonnello e “La mitica squadra” di Genova, di fatto paga una sola persona: il maresciallo dei carabinieri Giuseppe Del Vecchio, uno dei più stretti collaboratori di Riccio, agli ordini del quale ha lavorato come agente infiltrato in molte operazioni. Per i tribunali sarebbe stato proprio Del Vecchio il responsabile principale dei reati commessi dagli investigatori genovesi. Mentre Riccio, il vertice di un reparto militare dell’Arma con una forte organizzazione gerarchica, avrebbe visto, saputo e, misteriosamente, lasciato fare. Una strana conclusione, quella dei giudici genovesi. Anche perché Riccio stimava il suo sottufficiale tanto da affidargli incarichi anche nell’operazione più delicata, “Scacco al re”. Secondo il procuratore generale di Genova, Pio Macchiavello, che ha sostenuto in appello l’accusa contro Del Vecchio e Riccio, «a Genova si è preferito credere al “maresciallo” Riccio che non al maresciallo Del Vecchio: nel senso che hanno preferito far passare il colonnello come vittima dei suoi sottoposti».
    Oggi, dal carcere di Chiavari dove sta scontando la sua pena, Del Vecchio accetta di raccontare a Tempi la verità sul metodo Riccio. Non vuole passare come una vittima: «Mi assumo le mie responsabilità, ma voglio equità, che si faccia davvero luce sui fatti accaduti a Genova, senza fermarsi alla superficie», dice. La sua testimonianza, riscontrata in aula anche da altre fonti, compreso il maresciallo coimputato Vincenzo Parrella, è ritenuta veritiera dal procuratore Macchiavello, per il quale «quando vi è contrasto tra le dichiarazioni del colonnello e quelle dei marescialli, il colonnello non è credibile e sono decisamente attendibili e provate le dichiarazioni dei marescialli. Nei reparti genovesi il comandante era Riccio, credo che nulla si svolgesse senza che lui decidesse. La verità è che ci sono casi in cui il colonnello ha reso confessione, poi ha ritrattato, e il tribunale ha creduto solo alla ritrattazione. Il colonnello è stato assolto anche per episodi sui quali aveva reso confessione».
    Ma non finisce qui. Riccio è stato coinvolto anche in un altro processo a Torino, dove è stato giudicato per il reato di calunnia ai danni di alcuni magistrati liguri che indagavano sul suo conto. Non ha riportato condanne, ma, ancora una volta, l’immagine di Riccio emersa dall’aula di giustizia piemontese è tutt’altro che luminosa. «È dato storico accertabile che i sottufficiali condannati non rappresentavano delle “mele marce”, proprio in virtù del ruolo che lo stesso Riccio ha svolto, non solo non impedendo ma, anzi, gestendo in prima persona attività illecite» hanno sostenuto nella requisitoria il pm Andrea Padalino e il magistrato onorario Cosimo Maggiore: «Il colonnello Riccio è persona carismatica, dotata di un non comune, e purtroppo criminale, spirito d’iniziativa».
    Altri riscontri dei fatti raccontati da Del Vecchio in questa intervista arrivano da Palermo. Agli atti del processo Mori c’è un documento della Dia centrale di Roma, la struttura in cui Riccio lavorava all’epoca della caccia a Provenzano. Nel documento, datato 13 settembre 1995, sono espresse forti perplessità sugli arresti condotti da Riccio grazie alle indicazioni della fonte Ilardo nel corso della caccia a Provenzano. Dubbi basati sulla considerazione «che la fonte potesse avere un interesse strumentale, in senso strategico criminale, ad eliminare individui scomodi per se stessa». Il colonnello potrebbe anche aver favorito coscientemente la “scalata” a Cosa nostra di Ilardo, sperando di arrivare a Provenzano. Ma c’erano possibilità che un simile piano andasse in porto? «Escludo categoricamente che il colonnello Riccio mi abbia mai parlato di una possibilità concreta e immediata di catturare Provenzano, per la cui cattura si rimase invero sempre in attesa che il latitante fissasse con l’Ilardo un appuntamento», ha raccontato ai giudici palermitani l’attuale procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, che nel ’95 era il pm referente di Riccio per l’indagine. Insomma, ci sono buone ragioni per dubitare delle verità di Riccio. Ma perché allora il tribunale di Genova ha ammorbidito il suo giudizio sul “metodo Riccio” tanto da “ripulire” di fatto l’immagine del colonnello superstar della procura di Palermo?

    Maresciallo Del Vecchio, come ha conosciuto il colonnello Michele Riccio?
    Nel 1989, quando avevo 24 anni, lavoravo nel reparto operativo dei carabinieri di Genova. Riuscii a individuare e catturare Valentino Gionta, boss della camorra, all’epoca uno dei principali ricercati del paese. Durante la caccia a Gionta erano successe diverse cose strane. Un dirigente dell’Alto commissariato per la lotta contro la mafia venne a Genova e mi propose il trasferimento a Roma, con stipendi da favola e prospettive strepitose, se avessi fatto catturare loro Gionta. Rifiutai, ma le pressioni proseguirono. Mi offrirono anche trecento milioni in contanti. Non accettai per rispetto al mio superiore dell’epoca. Alla fine, riuscimmo a catturare il boss. Fu questo l’episodio che mi ha posto all’attenzione di Riccio. Io lo vedevo come una sorta di eroe.

    Ne aveva già sentito parlare prima di allora?
    Sì, in accademia si studiavano le sue operazioni, era considerato un precursore nella lotta ai narcotrafficanti, si parlava di lui e dei suoi uomini come miti. Avrei fatto tutto quello che mi chiedeva. Appena arrivato, gli dissi che avevo un contatto con uno spacciatore che mi aveva parlato di un traffico a Modena. Chiesi di essere messo in condizioni di infiltrarmi: lui mi fornì subito una Porsche, una Bmw, un mucchio di soldi, in modo che potessi fingermi un pezzo grosso del narcotraffico. Erano mezzi forniti al reparto da un faccendiere. Riccio trasferiva per conto suo capitali all’estero, in cambio lui metteva quanti più mezzi a disposizione dei carabinieri. La mia prima indagine andò a buon fine e Riccio mi affidò subito incarichi delicati. Mi legai sempre di più a lui, e questo significò seguirlo in tutte le iniziative, anche le più scellerate.

    Come si lavorava all’interno del reparto?
    Riccio è un’accentratore di prim’ordine. Non delegava a nessuno, assolutamente. Voleva essere informato in tempo reale di tutto quello che avveniva nelle operazioni e nessuno si sognava di fare diversamente, dagli operativi sul campo come me agli addetti alle intercettazioni. Anche le “fonti” nella criminalità diventavano sue: non si poteva fare un’indagine senza presentarle a Riccio. Anche perché gli stessi confidenti ne avevano l’interesse, visto che c’era un rapporto di “do ut des”.

    I magistrati che coordinavano le operazioni cosa sapevano di quello che accadeva?
    Era Riccio che gestiva i rapporti con loro, e per anni ci ha sempre detto che sapevano tutto e approvavano i nostri metodi. Quando fui arrestato, nel ’95, Riccio mi disse che era un complotto dei giudici, per colpire lui arrestavano i suoi uomini. È stato questo l’oggetto della sua frode finale: i magistrati non sapevano come in realtà venivano condotte le indagini. Ma nei reparti di Riccio non c’erano altri referenti, ecco perché potevano accadere cose anomale.

    Per esempio?
    La gestione dei reperti sequestrati, droga, armi o denaro. Il corpo di reato andava depositato subito all’autorità giudiziaria, mi avevano insegnato. Al mio arrivo al Ros nel ’90, invece, trovai questi armadi blidati che contenevano armi sequestrate addirittura alle Brigate Rosse. La caserma di corso Europa, dove in seguito ci trasferimmo, aveva un piano in disuso dove vennero sistemati i residui dei sequestri. Ci trovai anche droga a chili: reperti che risalivano ad anni prima. In seguito, fu lì che Riccio permise a una sua fonte, Angelo Veronese, di raffinare cocaina per mandare avanti un’operazione sotto copertura. È stato condannato per questo.

    Lei è accusato di detenzione illecita di stupefacenti e di cessione di droga ad alcune fonti, anche se non avrebbe ricevuto nulla in cambio. Cosa succedeva?
    Il metodo per procurarci delle informazioni era dare qualcosa alle fonti e ai collaboratori, per mandare avanti le operazioni. Riccio stesso ci ordinava di mettere da parte i reperti, e di consegnarli via via come ricompense.

    In un caso è accusato di aver ricevuto 50 milioni in cambio di tre chili di cocaina, che valevano 210 milioni. In quel caso che successe?
    Non ho mai preso quel denaro. Al processo è stato provato che i 50 milioni in realtà li ho restituiti: successe dopo il furto della cassaforte alla Dia.

    Come un furto? Negli uffici della Dia?
    Esattamente: nell’agosto del 1994. Nella cassaforte erano custoditi da qualche mese 90 mila dollari, sequestrati a due corrieri di droga durante un’operazione. Al processo, Riccio ha ammesso di aver usato parte dei dollari per mandare avanti l’operazione, mentre gli altri sparirono nell’estate. Eppure la cassaforte si apriva solo con una combinazione, che conoscevano due persone dell’ufficio, Riccio e un altro maresciallo. Sarebbe stato impossibile prendere quei soldi senza che ne fossero informati il collega e il colonnello, eppure al processo si è arrivati a sostenere che io sia andato a chiedere la chiave al collega. Ma se la cassaforte era a combinazione, che c’entrava la chiave? In realtà Riccio ci convocò chiedendoci di appianare l’ammanco e raccomandandosi di non denunciare il furto: nell’ufficio c’erano delle lotte intestine, se si fosse saputo della sparizione dei soldi ci avrebbe rimesso lui. «Voi dovete assolutamente mettere a posto questa situazione», disse. Chiedemmo in prestito 50 milioni a due informatori della sezione, per fare delle speculazioni con cui ripianare l’ammanco: soldi che restituii, come hanno testimoniato i due informatori. Anzi, non riuscendo a ripianare del tutto il furto, io, Riccio e altri due marescialli alla fine mettemmo dodici milioni di tasca nostra: anche quest’ultimo fatto è stato accertato. Perché, quando al processo contro Riccio e me si è parlato della cassaforte, non si è mai indagato oltre? Che fine fecero quei soldi? All’epoca dell’ammanco Riccio faceva la spola tra Genova e la Sicilia, dove prendeva contatti con Ilardo: è possibile che abbia preso Riccio quei soldi? Che li abbia consegnati a Ilardo? Sono domande a cui non trovo risposta.

    Perché avrebbe dovuto consegnarli a Ilardo?
    Perché Ilardo era in difficoltà economiche, ma aveva bisogno di crescere in seno a Cosa nostra, per ottenere informazioni e portare Riccio alla cattura di Provenzano. Nel 1995, fui incaricato dal mio superiore di consegnare a Ilardo alcune decine di milioni di lire. Non solo, in quello stesso periodo, un giorno Riccio mi portò ad Alessandria, dove ci incontrammo proprio con Ilardo. Aveva bisogno di soldi e doveva fare da prestanome per l’acquisto di un’immobile a Nizza; in cambio gli avrebbero dato circa 40 milioni di lire. Ma non voleva esporsi, così Riccio mi chiese di prendere il suo posto. Obbedii anche quella volta, ingenuamente. Dopo il mio arresto, Riccio mi raccomandò di tacere su questo episodio. Con i giudici mi limitai a parlare di una speculazione, senza difendermi. Ilardo era solo un disperato a caccia di soldi quando incontrò Riccio. Questo del denaro non è l’unico episodio strano che riguarda i rapporti con Ilardo. C’è anche tutto il capitolo dei diari.

    Si riferisce alle agendine su cui Riccio annotava il suo lavoro, e che oggi usa come prove contro Mori?
    Sì, esattamente. C’è stata una perizia, di un professore, Agosti, che ha stabilito che in quelle agende sono state fatte delle aggiunte “postume”. Non solo. A Genova Riccio è stato condannato per falso ideologico: nei documenti che poi sarebbero diventati parte di processi penali, o informative per i magistrati e i superiori gerarchici, era solito mescolare insieme fatti o persone che non avevano alcun legame nella realtà. Obbligava chi partecipava all’indagine a scrivere una cosa per un’altra. Ho assistito alla costruzione di favole. Questa sua capacità di mischiare, misconoscere certi fatti la dice lunga sulle verità che lui potrebbe raccontare.

    28 ottobre 2009

    Estratto dalla rivista "Tempi"  -  LINK

     

     
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