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  • Avatar di enrix

    enrix 11:19 on 28 December 2009 Permalink | Rispondi
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    I comodi dei pentiti 


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    Mafia, sparate e bugie sotto protezione

    L’inattendibile Spatuzza è solo l’ultimo di una lunga serie di pentiti che hanno fatto i propri comodi a spese dello Stato. Ecco il bestiario


    di Chiara Rizzo

     

    «Spatuzza sostanzialmente ha riferito di aver tratto dei convincimenti sulla base di informazioni giornalistiche». È il 4 dicembre e così il presidente della corte d’Appello di Palermo, Claudio Dall’Acqua, che sta processando Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, chiosa sulle dichiarazioni del teste star, il pentito Gaspare Spatuzza, per settimane indicato da giornali e tv come latore delle verità nascoste della Seconda Repubblica. Stragi, trattative, mandanti occulti. Spatuzza avrebbe rivelato tutto. Poi, quel 4 dicembre, arriva in aula. E il caso si sgonfia. Perché Gaspare “u tignusu”, ex killer di Cosa Nostra, racconta con dovizia di particolari l’organizzazione delle stragi del ’93 nel continente. E anche il fallito attentato all’Olimpico del gennaio ’94. Poi, però, gli chiedono il motivo per cui è lì in aula. Cosa sa dei collegamenti tra la mafia e Dell’Utri (e il premier Silvio Berlusconi). E qui Spatuzza tentenna. Del resto un semplice killer non dovrebbe essere informato sui rapporti tra i boss e la politica. «Io e quei quattro pazzi che mi portavo dietro eravamo utili solo per fare omicidi», ammette il pentito parlando del breve periodo in cui è stato reggente del mandamento Brancaccio. In aula, infatti, Gasparino spiega di aver collegato i nomi di Dell’Utri e dei fratelli Graviano (i suoi boss) per la prima volta nel ’90, dopo l’apertura di una filiale Standa nel quartiere palermitano. Perché? «La Standa era di proprietà di Berlusconi». Poi, ancora, racconta di aver fatto collegamenti tra Vittorio Mangano (lo stalliere di Arcore), Dell’Utri e Berlusconi «acquisendo queste cose delle cronache giornalistiche». La voce del pentito si fa molliccia, da curato di campagna. Spatuzza si sofferma sui tormenti della conversione, meno sui dati di fatto. Racconta che Filippo Graviano (che lo ha smentito) nel 2004 gli confidò: «Se non arriva niente da dove deve arrivare, parleremo ai magistrati». Racconta che anche Giuseppe Graviano gli fece una confidenza nel ’94: «Grazie a Berlusconi e Dell’Utri ci siamo messi il paese nelle mani». Perciò, sostiene Spatuzza, «ho fatto il collegamento». E il presidente Dall’Acqua, in aula, commenta: «Non è un fatto accaduto nel tempo e nello spazio, questo collegamento è un fatto accaduto nella mente di Spatuzza».

     Ma Spatuzza non è il primo pentito balzato alle prime pagine a rivelare di aver fatto deduzioni sulla base di quanto letto negli stessi giornali. Un corto circuito dagli effetti devastanti, genere in cui maestro riconosciuto resta Giovanni Brusca, l’uomo che azionò la bomba di Capaci. Brusca ci prova due volte. La prima il 21 gennaio1998, al processo a Firenze per la strage di via dei Georgofili, lanciando accuse pesantissime: «Siamo stati strumentalizzati, pilotati, dall’Arma». Salvo poi ammettere candidamente: «L’ho dedotto dai giornali». La seconda volta il 22 maggio 2009, a Palermo: Brusca, durante il processo contro il generale Mario Mori, ritorna ad accusare i carabinieri di aver trattato con Cosa Nostra, e parla di un papello che proverebbe la trattativa. «Come conosce il contenuto del papello?», gli chiede uno dei difensori di Mori. E Brusca, pacifico come un angioletto: «L’ho letto su Repubblica».

    Le cronache raccontano anche di pentiti pronti a dichiarare la qualsiasi pur di farsi ammettere al programma di protezione, salvo poi rivelarsi per quel che sono. Mendaci. È il caso di Carlo Vavalà, ex pastore di Vibo Valentia, affiliato alla ’ndrangheta, condannato per il sequestro e l’omicidio del dentista Gian Carlo Connocchiella. Dopo l’arresto, nel ’97, Vavalà fa il nome del presunto killer di Connocchiella ed entra nel programma di protezione. Nel 2000 la corte d’Assise di Catanzaro assolve la persona accusata da Vavalà. Evidenziando la «pervicace e recidiva menzogna» del pentito Vavalà, «per di più mentitore confesso». Il programma di protezione viene revocato.

     Poi ci sono i pentiti che accusano altri per sgravarsi dalle proprie responsabilità. Michele Iannello, affiliato alla ’ndrina dei Mancuso di Limbadi (Vv), è arrestato per l’omicidio di Nicholas Green, il bimbo americano ucciso nel ’94 durante una vacanza con la famiglia in Calabria. Iannello entra nel programma di protezione nel ’95, perché fa arrestare numerosi membri della cosca. O almeno così fa credere lui: nel 2001 i giudici di Catanzaro, che raccolgono le sue deposizioni, denunciano alla direzione nazionale antimafia che la collaborazione di Iannello in realtà non è mai stata «originale e determinante» per gli arresti. Anche le altre accuse mosse dal pentito, quelle per l’omicidio Green, si rivelano false: Iannello, prosciolto in primo grado, è condannato all’ergastolo in Appello e in Cassazione proprio perché riconosciuto killer del piccolo Green. Nella sentenza la corte d’Assise d’Appello denuncia «il comportamento processuale connotato dal mendacio e da qualche apparente ammissione, distorta e chiaramente volta a deresponsabilizzare la propria posizione». Il programma di protezione sarà definitivamente revocato a Iannello quando quest’ultimo tenterà, nel 2002, di accusare dell’omicidio suo fratello.

     

    Criminali impenitenti

    Diversi pentiti hanno approfittato della protezione dello Stato per continuare a delinquere. Il maître à penser di questa corrente è certamente Balduccio Di Maggio, il boss che mentre racconta ai pubblici ministeri del bacio tra Totò Riina e Giulio Andreotti, ordina omicidi. Arrestato nel ’97, Di Maggio ottiene i domiciliari nel 2000, fingendosi gravemente malato. E torna ai suoi “affari”. Sarà riarrestato a Pisa, nel 2001, mentre organizza un traffico di droga con l’Albania. Alfio Garrozzo collabora con la giustizia facendo arrestare membri del clan Santapaola di Catania. Intanto costruisce una fortuna grazie alla cessione di stupefacenti: programma revocato nel 2003. Maurizio Avola, “il killer dagli occhi ghiaccio” del clan Santapaola, è uno dei pentiti storici della mafia catanese, nonché uno degli accusatori di Dell’Utri. Protezione revocata nel ’97: il pentito è arrestato perché rapina banche insieme ad altri due collaboratori di giustizia. Nel 2008 Avola ci riprova. Racconta ai giudici di aver riconosciuto, sempre su un giornale, il governatore della Sicilia Raffaele Lombardo come l’uomo che – quindici anni prima – era in contatto con il boss Nitto Santapaola: «All’epoca, però, non sapevo chi fosse Lombardo», spiega. Ma la ciambella non riesce col buco: «Nonostante gli accurati accertamenti svolti nessun riscontro è stato mai trovato alle dichiarazioni del collaboratore Avola» valuta la procura di Catania lo scorso ottobre.

     I pentiti possono essere decisivi nella lotta alle mafie, ma vanno “maneggiati” con cura. Soprattutto quelli con i ricordi a orologeria, l’ultimo grido in fatto di cronaca giudiziaria. Basta ricordare come, il 30 gennaio 2003, durante il processo d’appello a Bruno Contrada, il pentito Antonino Giuffré apre le sue dichiarazioni in aula: «Ho avuto sei mesi per dire quello che sapevo. I sei mesi sono stati pochi e magari non ho avuto il tempo materiale di dire tutto e, se ricordo bene, sul dottor Contrada non ho detto niente. Ragion per cui, non ho detto niente perché non mi sono ricordato. Se il signor procuratore farà delle domande, e io ricorderò, io sono a disposizione».

     
    «Mai sentiti nomi di politici»

    Esemplare il caso di Massimo Ciancimino, anche se tecnicamente non si tratta di un collaboratore di giustizia. Il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo custodirebbe a suo dire le prove della trattativa mafia-Stato, ma se ne ricorda dopo sedici anni, davanti ai pm del capoluogo siciliano. Ai giornali Ciancimino spiega di non aver parlato prima «perché nessuno ha avuto la bontà di interrogarmi». L’ultima autorettifica la fa in studio ad Annozero, il 10 dicembre: «Nel 2006 mi chiesero di non parlare della trattativa» rivela, ma senza specificare chi glielo abbia chiesto. Si attendono nuove versioni da qui al prossimo febbraio, quando Ciancimino jr. deporrà al processo Mori.

    Infine, a proposito di memoria a orologeria, va citato di nuovo Spatuzza, un caso che sembra sintetizzare in sé tante “anomalie”, per usare una parola molto amata dal pentito. Il 9 luglio 2008, davanti ai magistrati di Firenze che lo interrogano sulle stragi del ’93, rivela particolari importanti sugli attentati di Roma e Milano. Ricorda perfino un sopralluogo nella capitale che si trasforma in una sorta di gita mafiosa, tra il Colosseo, l’Eur e le chiese poi scelte come obiettivo. Poi i pm Alessandro Crini e Giuseppe Nicolosi gli chiedono se il suo boss Giuseppe Graviano abbia mai fatto nomi di politici. Lui risponde: «Né nel corso del colloquio a Campo Felice di Roccella (dove la cosca stava organizzando un attentato, ndr), né in altre circostanze Graviano Giuseppe mi ha mai precisato chi o quali fossero i suoi eventuali contatti. A Campo Felice di Roccella ci parlò genericamente di politica». Il 17 luglio 2008 i pm tornano sull’argomento. Spatuzza dichiara: «Escludo che Graviano possa essersi messo in questa impresa, per fare quella che ho definito una guerra allo Stato, sulla base di un discorso generico. Trassi la convinzione che c’era un vero e proprio accordo. Come ho già detto, Graviano non esternò su chi fosse il politico con il quale aveva questo accordo». E lo ribadisce: «Non ebbi particolare indicazioni da Graviano su chi potesse essere l’interlocutore politico, anche perché i Graviano furono arrestati e quindi tutto finì». E, ai pm che glielo richiedono, lo ripete pure una terza volta. Infine, il 16 giugno 2009, Spatuzza è di nuovo interrogato. Durante il colloquio il suo avvocato gli comunica che le procure di Caltanissetta e Palermo hanno espresso pareri favorevoli alla sua ammissione al programma di protezione. A questo punto Spatuzza inizia a parlare: «Circa i nomi delle persone con le quali l’accordo si era chiuso egli (Graviano) fece esplicitamente il nome di Berlusconi». L’iter per garantire a Spatuzza lo status di pentito è stato formalizzato solo dopo queste parole.

    24 Dicembre 2009

    Estratto dalla rivista "Tempi"  -  LINK

     
    • anonimo 13:32 on 22 April 2010 Permalink | Rispondi

      Ciao Enrix,volevo sapere cosa ne pensavi del processo Andreotti. Tu credi alla prescrizione, cioè che abbia commesso il reato fino al 1980?Una delle incolpazioni più gravi è stata quella di aver parlato con Bontate dell'omicidio Mattarella, prima che avesse luogo. Bontate gli disse che Mattarella rompeva i coglioni, e che se lui non faceva qualcosa lo ammazzava. E così avrebbe fatto.Se ti può interessare: lo sapevi che, secondo Falcone e Borsellino, Bontate non c'entrava con l'omicidio Mattarella? Lo dicono nella ordinanza di rinvio a giudizio credo del maxiprocesso (del 1986). Ecco il testo:"Nel 1978, veniva ucciso il segretario provinciale di Palermo della D.C., Michele Reina; nel 1979, venivano assassinati il dirigente della Squadra Mobile di Palermo, Boris Giuliano, e l'on.[sic] Cesare Terranova. Di questi fatti di sangue, nè Bontate nè il gruppo a lui vicino (Inzerillo, Riccobono, Pizzuto) venivano informati. Era chiaro che i Corleonesi avevano ormai saldamente in pugno la situazione.L'anno successivo venivano uccisi il presidente della Regione, Piersanti Mattarella, ed il Cap. CC. Emanuele Basile. Anche a tali omicidi Bontate e i suoi amici erano estranei."(citato in "Rapporto sulla mafia degli anni ' 80", di Saverio Lodato, Francesco La Licata, Lucio Galluzzo, pag. 203.)Moritz

  • Avatar di enrix

    enrix 02:44 on 23 November 2009 Permalink | Rispondi
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    I manoscritti sulla "trattativa" tra stato e mafia 

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    1) Premessa

    Prima di partire con la prima puntata del nostro telefilm, debbo fare una precisazione   doverosa.

    Quando per carburare il Truman Show si da il via ad una campagna mediatica, non è detto che tutti coloro che vi partecipano facciano parte della regia.

    Molti giornalisti, magistrati, politici, ecc…ecc… partecipano alla messa in onda del “rumor” , vale a dire quel suono, quel vociare che parte nel giornale del mattino e si conclude con le serate televisive, a volte persino inconsapevolmente, e vale a dire semplicemente ripetendo o facendo da eco alla colonna sonora dello show, e cioè ai virus informativi lanciati dai registi, convinti di fare cosa giusta e, certe volte, persino di avere a che fare con cose veritiere.

    Ergo, quando in questo sito, analizzando un testo od una trasmissione televisiva, scopriremo qualche cumulo di sciocchezze, occorre ribadire che tali sciocchezze non sempre, per chi le enuncia,  rappresentano qualcosa di scritto o pronunciato in stato di coscienza e consapevolezza, e quindi di dolo, ma che si può trattare semplicemente e giustappunto di sciocchezze, corbellerie, bufale, proposte al pubblico per mera superficialità ed approssimazione, da qualcuno che non ha verificato né approfondito la notizia innestata nello show da chi sta in cabina di regia, o da chi si è lasciato semplicemente trasportare dall’enfasi e dal noto metodo del “più o meno”.

    In sintesi: proponendo una teoria di imprecisioni, falsità e corbellerie, non è vero che intendiamo significare allo stesso tempo che gli autori delle stesse siano dei falsari di mestiere o dei criminali.

    Molte  volte, anziché di paraculi,  si tratta di gente pasticciona e poco professionale,  od anche ingenua , così come ingenua ed innocente è la schiera dei lettori o telespettatori che recepisce le notizie così come sono, senza alcuno spirito critico.

    Altre volte invece, pizzicheremo i veri e propri mascalzoni, i cervelli criminali. (Non distante da qui, negli articoli di Segugio dei giorni scorsi, abbiamo parlato di uno di questi, e bello grosso).

    Buona lettura.
     

    2) I manoscritti sulla "trattativa" tra stato e mafia


    C’eran tre papelli,
    vergati da Don Vito.
    Ma, di tre, due son patacche, ahimè.
    Lui non ci ha mai messo dito.

    truman show avatar.bmp Da  molti anni ormai si parla del famigerato papello, il foglio contenete l’elenco delle pretese avanzate allo Stato dalla mafia per allentare la morsa degli attentati e delle stragi.  Su questo blog abbiamo già trattato diffusamente dell’argomento, nell’articolo  “De papellibus”.

    A metà dello scorso mese di ottobre, il presunto papello è saltato fuori, consegnato prima in fotocopia, e quindi in originale, da massimo Ciancimino ai PM di Palermo.

    Insieme al papello, son saltati fuori altri due documenti.

    Il primo, è un papello-bis, un altro foglio contenente richieste che lo stato avrebbe dovuto esaminare per trattare con la mafia, sulla base delle stesse, onde fermare gli attentati.

    Il secondo, è un memoriale di 13 pagine, sulla trattativa, manoscritte da Vito Ciancimino nel 1993 e pubblicate integralmente e per la prima volta il 21 ottobre scorso, contemporaneamente su questo blog e sul blog “censurati.it” di Antonella Serafini, cui va il merito di avere reperito il documento. Memoriale che, come vedremo, era già in mano ai Procuratori di Palermo ancor prima che fosse manoscritto. (?….tranquilli, ora ve la spiego).

    Quindi, TRE documenti, che ho descritto in forma sintetica.

    A questo punto, per calarsi nello show provando in modo pieno ed appagante  la sensazione di essere un Mr. Truman come si deve, bisogna prima capire bene CHE COSA SIA EFFETTIVAMENTE ognuno di questi documenti.

    Così funziona. Per capire che ti è caduto un faretto cinematografico tra i piedi, bisogna prima sapere bene che cosa è e com’è realmente fatto, un faretto cinematografico.

    E quindi, ecco qua.


    —-> documento numero uno: il papello originale

    Lo vediamo in questa immagine:

     

    Come ho
    detto, è un elenco di 12 pretese numerate, scritte dalla mafia per mano di un
    non precisato scrivano (secondo Brusca si tratta del Dott. Cinà), su di un
    foglietto in possesso di Don Vito Ciancimino, da lui consegnato al generale
    Mori e custodito, in copia, in cassetta di sicurezza sino ad un mesetto fa,
    allorchè Massimo Ciancimino riuscì finalmente a recuperarlo e quindi a
    consegnarlo ai magistrati inquirenti.

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    Come ho detto, è un elenco di 12 pretese numerate, scritte dalla mafia per mano di un non precisato scrivano (secondo Brusca si tratta del Dott. Cinà, secondo Sandro Ruotolo potrebbe trattarsi di Totò Riina, secondo me di uno qualsiasi), su di un foglietto in possesso di Don Vito Ciancimino, da lui consegnato, in ori ginale o in copia, al generale Mori e custodito, in originale o in copia, in cassetta di sicurezza sino ad un mesetto fa, allorchè Massimo Ciancimino riuscì finalmente a recuperarlo e quindi a consegnarlo ai magistrati inquirenti.

    Su questa copia, come si vede dall’immagine, qualcuno ha scritto «Consegnato, spontaneamente, al colonnello dei Carabinieri Mario Mori dei Ros», e secondo Massimo Ciancimino lo scrittore sarebbe suo padre.  E quindi anche secondo la totalità dei media nazionale, Don Vito risulta essere l’autore di quella scritta. Fatto importante, quella postilla, perché essendo provato e confermato dallo stesso Mori che siano avvenuti incontri fra di lui e Vito Ciancimino, quella scritta del defunto Don Vito, sarebbe un pesante indizio contro il generale, una prima rilevante prova che egli abbia ritirato “il papello” della trattativa fra mafia e stato, fatto che egli ha sempre negato.

    In realtà noi abbiamo fatto un confronto calligrafico fra parole equivalenti, estratte le une da questo e dal secondo papello (doc. numero 2)  e  e le altre dal documento numero 3, scritto certamente da Vito Ciancimino.

    Dal confronto fra le grafie, sorgono alcuni dubbi. Anche il papello bis, come il precedente, in alcune parti suscita perplessità..

    VEDI QUI IL CONFRONTO CALLIGRAFICO

     

    —–> documento numero due: il papello originale “rivisto” da Vito Ciancimino   


    Lo vediamo in questa immagine.

     


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    Secondo quanto afferma Massimo Ciancimino, suo padre quando lesse per la prima volta il PAPELLO N°1, considerò le 12 richieste delle “richieste da testa di m….”.

    Per lui quelle richieste poste allo stato erano irricevibili, assolutamente improponibili.

    Pensò quindi di redigere un elenco di richieste alternativo, con pretese più “soft” rispetto a quelle originali, diciamo “smussate” così da renderle proponibili. Ad esempio la richiesta di eliminazione delle accise sul carburante, veniva sostituita da Don Vito con una più realistica e ragionevole: la soppressione del Monopolio di Stato sui tabacchi.

    Su questo papello-bis si possono leggere, in testa, i nomi di Virginio Rognoni e Nicola Mancino.  «Quei due nomi non sono sul papello. Mio padre li scrisse a mano su un foglio a parte (il papello-bis)  facendo i suoi ragionamenti, le sue modifiche sui 12 punti della carta principale, cioè il papello»

    Quindi questo papello sarebbe stato scritto di proprio pugno da Don Vito, così come confermato anche da suo figlio Massimo, il superteste.

    In realtà, sempre dal confronto calligrafico da noi effettuato e già citato sopra, ANCHE QUESTO SECONDO PAPELLO suscità perplesità in più punti. 

     

    —–> documento numero tre: il memoriale di vito ciancimino del 1993

    Questo documento viene definito “memoriale”, ma in realtà non è esattamente questo.

    Sarebbe invece la trascrizione testuale, fatta di proprio pugno da Don Vito Ciancimino, di un verbale di una sua stessa deposizione redatto il giorno 17 marzo 1993 nel carcere romano di Rebibbia, innanzi al Procuratore Distrettuale della Repubblica di Palermo, dott. Giancarlo CASELLI e al sostituto Procuratore dott. Antonio INGROIA.

    Vito Ciancimino, che in carcere aveva tutto il tempo per farlo, trascrisse a mano quel verbale e lo corredò di un paio di paginette di note aggiuntive.

    Il motivo dell’operazione, si spiegherebbe col fatto che il Ciancimino aveva l’intenzione di affidare ad un editore straniero un suo libro di memorie, che nella sua stesura originale doveva essere interamente manoscritto, a provarne l’autenticità anche in caso di eventuale incapacità di conferma da parte dell’autore, caso mai gli fosse capitato qualche incidente.

    E quindi Ciancimino trascrisse a mano quella parte del suo verbale di deposizione innanzi ai PM, perché aveva l’intenzione di utilizzarla per il suo libro.
    In realtà poi, rinunciò, e la ripose in un cassetto.

    Questo manoscritto NON RISULTA ESSERE MAI STATO CONSEGNATO da Ciancimino a Mori, o comunque non c’è alcuna prova che ciò sia avvenuto.  Anzi, c'è la prova contraria. Infatti il documento originale, è stato sequestrato dagli inquirenti nel 2005 a Massimo Ciancimino, nel contesto delle iniziative cautelari disposte dalla Procura di Palermo per le indagini relative alle presunte attività di riciclaggio del patrimonio illegale paterno illecitamente condotte da  Ciancimino Jr.

    Consiglio a tutti, giunti a questo punto, di leggere attentamente il testo della deposizione di Ciancimino resa dinnanzi a INGROIA e trascritta nel memoriale, testo che PER LA PRIMA VOLTA, su di un mezzo di comunicazione, qui di seguito è riportato fedelmente (compresi gli errori, l’uso delle maiuscole, e le sottolineature).

    Chi lo desiderasse, può scaricare QUI il file con l'ipertesto del memoriale, e QUI il file con le immagini ad alta risoluzione delle pagine del memoriale.

    memoriale Amemoriale Bmemoriale C

     
     
    memoriale D

    Penso che dalla lettura del testo tutti quanti si possa notare quali siano i punti salienti

    e soprattutto quanto questi siano importanti.
    Innanzitutto Ciancimino comunica la data degli incontri avuti con i carabinieri: dal 25 di agosto 92 (De Donno) al 1° settembre 92 (Mori) e oltre. Tutte date che smentiscono l’attuale teoria accusatoria dei PM contro Mori, ed escludono il coinvolgimento dei ROS e della loro trattativa, nella strage di Via D’Amelio (luglio 92).
    Ciancimino poi, spiega qual’era l’oggetto della richiesta dei ROS: collaborazione per assicurare alla giustizia i latitanti. Altra testimonianza che assolve i ROS dalle accuse di torbide trattative.

    Ciancimino dice di aver deciso di collaborare con i ROS, e di avere anche iniziato, esaminando insieme a loro carte geografiche di Palermo ed altri documenti utili per la cattura di un grosso latitante.

    Ciancimino afferma di essere stato arrestato immediatamente dopo aver dato inizio alla sua collaborazione con i carabinieri, essendo secondo lui tale circostanza una ben strana coincidenza e priva di fondate motivazioni.

    Ciancimino afferma di aver avuto una richiesta dimostrazione di “referenza” e “credibilità” da parte del suo interlocutore emissario della mafia, consistente in un aggiustamento “delle sue cose”, e cioè del suo processo (non sarà per questo che Ciancimino per mezzo di Mori, chiedeva insistentemente un incontro con Violante, a partire dell’ottobre 92?)

    Di quella deposizione di Ciancimino dinnanzi a Caselli, trascritta dallo stesso Vito Ciancimino, ci ha parlato Marco Travaglio, il 22 ottobre scorso (che è il giorno successivo alla pubblicazione sui nostri blog, di questo “memoriale”.) sul “Fatto quotidiano”:

    “(Vito Ciancimino) lo sentirà Gian Carlo Caselli, poco dopo essersi insediato alla Procura di Palermo il 15 gennaio ’93 (lo stesso giorno dell’arresto di Totò Riina e della mancata perquisizione del covo da parte del Ros, forse nel timore di trovare carte inerenti la trattativa del papello). Ma Ciancimino, a quel punto, si ritrarrà a guscio e dirà ben poco sul delitto Lima e sul caso Andreotti. Anche perché sia Violante sia Mori si sono ben guardati dal rivelare a Caselli quel che sanno sui colloqui top secret fra il Ros e Ciancimino.”  (Travaglio: Violante, don Vito e l'antimafia          di Marco Travaglio – 22 ottobre 2009)

    Così, piuttosto rozzamente,  liquida Travaglio quella deposizione, che invece, non si ha che da leggerla,  è la sola testimonianza diretta della parte interessata, di come,  quando e perché sia avvenuta la famosa trattativa. Niente niente.

    All’inizio di marzo del 2005, come ho già detto, il manoscritto viene sequestrato a Massimo Ciancimino, nella sua abitazione, nell’ambito delle indagini a suo carico per riciclaggio.

    E’ importante leggere il resoconto dato da Repubblica in quella circostanza:

    Dieci pagine firmate Vito Ciancimino

    Repubblica — 06 marzo 2005   pagina 2   sezione: PALERMO

    Inchiesta riciclaggio, all' esame dei pm c' è anche un manoscritto dell' ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino sequestrato la scorsa settimana durante la perquisizione a casa del figlio Massimo. Dieci paginette manoscritte dal titolo: "I carabinieri". Vito Ciancimino avrebbe voluto inserirle nel suo memoriale scritto negli anni passati a Rebibbia, ma alla fine decise di tenerle a parte. Anche se il tema era sempre quello: la sua «collaborazione» con lo Stato e la famosa trattativa avviata da Cosa nostra con pezzi delle istituzioni dopo la terribile stagione delle stragi del 1992. Le dieci paginette iniziano così: «Il capitano Giuseppe De Donno è coetaneo e amico di mio figlio. Da tempo cercava di convincermi a parlare, ma io ho sempre detto di no. Ora a farmi cambiare idea sono stati l' omicidio di Salvo Lima, che mi ha turbato, quello di Giovanni Falcone, che mi ha sconvolto, e quello di Paolo Borsellino che mi ha atterrito». Un rapporto rimasto misterioso quello avviato proprio dopo le stragi tra l' ex sindaco di Palermo e i carabinieri. E rievocato anche dal generale Mario Mori, capo del Sisde, nell' ambito dell' inchiesta sulla mancata perquisizione del covo di Totò Riina in via Bernini. Ai magistrati di Caltanissetta che lo interrogarono sul caso, Mori ricostruì così la collaborazione con Ciancimino, definito da lui "fonte confidenziale". «Il capitano De Donno aveva instaurato un buon rapporto con il figlio Massimo, durante la detenzione del padre. Fu così che invitai De Donno ad approfondire i rapporti». Il primo ottobre del '92 Ciancimino avvia la sua collaborazione, 18 giorni dopo l' incontro decisivo. «Ciancimino mi informò che i suoi interlocutori avevano accettato di portare avanti un certo tipo di trattativa… gli chiesi di avere la consegna di Riina e degli altri assicurando che le famiglie di costoro sarebbero state trattate bene. Al che Ciancimino ebbe uno scatto improvviso… "Mi vuole morto, così morite anche voi". Aggiunse che avrebbe comunicato ai suoi interlocutori che vi era stato un momento di ripensamento e ci accompagnò alla porta». Un mese dopo, il figlio di Ciancimino contatta De Donno e lo invita a tornare dal padre. «Ciancimino aveva accettato – spiega Mori – e chiese una dettagliata mappa di Palermo nella zona compresa tra viale Regione Siciliana e Monreale. La sera stessa fu arrestato». In carcere l' ex sindaco accettò di parlare con i magistrati. «La collaborazione – conclude Mori – non approdò a buoni risultati. Si è perduta un' occasione importante». (…)ALESSANDRA ZINITI


    Si noti dunque bene che:
    Il manoscritto di cui parla Repubblica il 6 marzo 2005 è proprio il nostro terzo documento, quello di cui stiamo parlando

    Ergo quel documento era senz’altro a conoscenza dei PM sin dal marzo del 2005, ove fu da essi sequestrato

    I PM lo posero immediatamente “all’esame”. Situazione un po’ paradossale, trattandosi della stessa procura ove quel manoscritto, nella sua forma originale e non trascritta, era depositato agli atti sin dal marzo del 1993.

    Pur contenendo il manoscritto tutti i particolari della “trattativa” ed altri dettagli fondamentali in merito all’oggetto della collaborazione cui Ciancimino si era determinato, Repubblica omette di illustrarci tali contenuti, che sono invece la parte fondamentale di quell’atto giacente in tribunale sin dal 1993; riporta invece parti, in virgolettato, non significative.

    Il resoconto reso da Mori su quelle vicende, in parte riportato nel virgolettato sull’articolo di Repubblica, coincide perfettamente con quello reso da Ciancimino sul suo manoscritto.

    In ogni dettaglio. Ergo, ai cittadini italiani è stato sempre taciuto (in primis, già nell’articolo di Repubblica che ho citato, indi viene ancora taciuto oggi, salvo la possibilità di leggere il testo su questo modesto blog) CHE ESISTEVA UNA DEPOSIZIONE OLOGRAFA DI VITO CIANCIMINO, e cioè l’interlocutore dei ROS, RESA IN CARCERE, che confermava alla lettera, passo per passo, tutte le circostanze riferite da Mori in merito alla trattativa. Tutte, in ogni dettaglio. Come se fosse un particolare da nulla. Piccoli fondali dipinti del Truman Show che cominciano a scollarsi dal telaio di sostegno.

    Ed ora facciamo un salto di oltre 4 anni. Del misterioso manoscritto non si sente più parlare, sino al 16 ottobre 2009. (sto parlando dei mass-media, in vero, poichè nella sentenza di assoluzione dalle accuse a carico di Mori e De Caprio per il presunto reato di favoreggiamento, il memoriale era stato citato)

    Il giorno precedente, 15 ottobre, l’Avvocato di Massimo Ciancimino ha consegnato la copia dei Papelli (numero uno e numero due), ai PM Palermitani.

    Il settimanale L’Espresso, mette in rete la fotocopia dei Papelli alle ore 18.33, dello stesso 15 ottobre come dimostra questa diagnosi del file.

      data creazione espresso

    Nelle ore immediatamente successive, le immagini dei papelli sono sul web e sui giornali.

    Il giorno dopo, 16 ottobre, il TG3 serale decide di occuparsi della papellofanìa, e lo fa con un servizio di Fabrizio Feo.

    Ora che conosciamo bene i DOCUMENTI NUMERO UNO, DUE E TRE, possiamo rivederlo, e divertirci:


    E quindi lo trascriviamo, questo servizio del TG, col corredo delle immagini, poste a lato del testo,   che nel video erano temporalmente coincidenti con la narrazione trascritta.


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    tg3 16 nov 09

    Vediamo dunque brevemente cos’ha combinato il TG3 in questo servizio:

    Il video comincia con una descrizione del papello n°1. Nel frattempo viene mostrata l’immagine del papello n°2. Poi lo speaker prosegue con la descrizione del papello n°1, e conclude: “Se sia la copia del papello originale, o un pro-memoria di Vito Ciancimino (il documento n° 3 – ndr) , lo chiarirà Massimo Ciancimino.”

    A fronte di questo dubbio, io, senza scomodare Ciancimino jr.,  avrei la risposta pronta per i nostri simpatici redattori della RAI: “Entrambi tre”.

    Poi, ancora un’affermazione sibillina:

    Difficile invece spiegare incongruenze temporali e anomalie nell’elenco di richieste.”

    Su questo argomento lo speaker non aggiunge altro; noi sappiamo a cosa si riferisce, perché abbiamo studiato, ma il telespettatore medio comincia ad accusare capogiri non capendo di cosa stanno parlando al TG; anche perché, nel frattempo, prorompe per la prima volta sullo schermo televisivo l’immagine di un misterioso documento, che nulla ha a che vedere con quelli sino ad ora oggetto del servizio: il memoriale di Ciancimino del 93 (documento numero tre), in un dettaglio della quarta pagina dove campeggiano in primo piano tre inquietanti parole sottolineate “piena delega a trattare.” Trattare. Trattativa. Abbiamo capito, abbiamo capito.

    Ma proprio a questo punto viene il bello, perché il commentatore ci spiega: “ Secondo l’Espresso sul documento c’era un post-it, con l’annotazione: “Consegnato al colonnello dei carabinieri Mori dei ROS”. Giustamente nel riferirci tale notizia, il TG  riproduce, finalmente, un particolare del Papello n°1, quello giusto di cui sta parlando il servizio, e precisamente la frase citata vergata dal presunto Vito Ciancimino (e che, tra l’altro,  noi riteniamo essere un falso, una brutta imitazione).

    Dopodichè, un capolavoro della logica.

    TG3 si domanda: “Cos’era stato consegnato a Mori?”  E a quel punto appare la simpatica faccia barbuta del cronista, Fabrizio Feo, che ci spiega cos’era stato consegnato a Mori.

    Ma alla spiegazione di Feo anteponiamo un breve riassunto delle parti precedenti, perché è una perla che va vista nell’insieme.

    In  pratica, ci è stato detto:

    C’è un papello, fatto così e così, contenente le richieste della mafia. E’ stato consegnato in copia da Massimo Ciancimino ai PM. Se poi sia una copia di se stesso o un’altra cosa, ce lo deve dire Ciancimino. Poi su questo papello c’è una nota: “consegnato a Mori”. E cos’era stato consegnato a Mori? Ve lo dico subito: non il papello con su scritto “consegnato a Mori”, ma degli appunti, redatti tra il 92 e il 93, pieni di sorprese. (che tra l’altro, mai sono stati consegnati a Mori). E fra queste sorprese, ad es., c’è Vito Ciancimino che scrive di ritenere che i boss mafiosi siano pazzi, oppure abbiano le spalle coperte politicamente. Per ora, fine delle sorprese.

    Sticazzi, chiarissimo, ed inquietante.

    A quel punto bisogna assolutamente sentire che ne pensa Violante:

    VIOLANTE: “Ma, bisogna vedere bene prima  che cosa sono, questi appunti. Si parla di fotocopie… bisogna vedere se corrispondono a quello dato ai magistrati. Quindi sarei molto molto prudente Sia ben chiaro: la mafia ha sempre cercato il contatto con i poteri pubblici: non è una novità.

    TRADUZIONE: Ma santa pazienza, dite di volermi intervistare sul papello consegnato ieri da Ciancimino, e mi mostrate questa roba, una deposizione di Ciancimino davanti a Caselli nel 93 che non c’entra una sega col papello e quindi non è quello che ieri han dato ai magistrati. Che caspita volete che vi dica? Mah…, dirò di stare molto prudenti a far ‘sti casini coi documenti, e poi qualcosa di un po’ generico sui contatti fra mafia e politica. Ma guarda che mi tocca… 

    E in conclusione, torna il nostro


    SPEAKER: col famoso papello finalmente sul tavolo dei magistrati, e le rivelazioni sui contatti fra stato e cosa nostra giunte a Paolo Borsellino poco prima della sua morte, i magistrati hanno elementi per nuove indagini, che potrebbero far luce sul periodo delle stragi, e sulle responsabilità.

    Tutto chiaro, il telespettatore è servito. Ora, grazie a queste informazioni opportunamente approfondite e spiegate dal nostro Truman Show, sa che i magistrati hanno sul tavolo una patacca, che si va ad aggiungere agli altri schiaccianti elementi a loro disposizione per nuove indagini, come “le rivelazioni sui contatti fra stato e cosa nostra giunte a Paolo Borsellino poco prima della sua morte”.

    E quali sarebbero queste rivelazioni?

    Le sole ed uniche rivelazioni nuove, sulle informazioni giunte a Borsellino sulla trattativa, sono quelle di Martelli ad Annozero, e cioè:

    «Mi fu comunicato dal direttore degli Affari penali del ministero, Liliana Ferraro, che era venuta a trovarla l’allora capitano Giuseppe De Donno, che l’aveva informata che Vito Ciancimino aveva volontà di collaborare». Cui seguì una precisazione di Sandro Ruotolo, che riferisce  che, secondo Martelli, Borsellino fu avvertito direttamente dalla Ferraro della volontà di Ciancimino di trattare.


    Quindi queste nuove rivelazioni, sarebbero che Borsellino era stato informato che Don Vito Ciancimino voleva collaborare con gli inquirenti (nespole, che rivelazioni inquietanti). Che è esattamente ciò che Mori va ripetendo da anni, nonché ciò che era agli atti della Procura di Palermo, con la deposizione dello stesso Ciancimino che abbiamo pubblicato, da oltre 16 anni.

    Caspita, proprio  nuove, nuovissime, rivelazioni.

     

    Questo è l’Italian Truman Show, giunto al termine della sua prima puntata.

    enrix                   
     

     
    • anonimo 23:36 on 24 November 2009 Permalink | Rispondi

      Enrix, tu affermi:

      Innanzitutto Ciancimino comunica la data degli incontri avuti con i carabinieri: dal 25 di agosto 92 (De Donno) al 1 settembre 92 (Mori) e oltre. Tutte date che smentiscono l’attuale teoria accusatoria dei PM contro Mori, ed escludono il coinvolgimento dei ROS e della loro trattativa, nella strage di Via D’Amelio (luglio 92)

      In realtà sono tutte date che smentiscono gli stessi  De Donno e Mori.

      Udienza del 24 gennaio 1998, al processo per le stragi nel continente celebrato di fronte alla Corte di Assise di Firenze:

      Teste Mori:…Incontro per la prima volta Vito Ciancimino a casa sua, a via di Villa Massimo, che è dietro Piazza di Spagna a Roma, il 5 agosto…nel pomeriggio del 5 agosto del 92

      A supporto di questo e di altri incontri Mori consegna ai giudici pagine delal sua agenda

      Teste Mori: Sì, ho portato la fotocopia delle pagine, solo delle pagine relative, ovviamente. E qui leggo: "5 agosto tra le 14 e le 15" – dell’agenda – "incontro con V.C.", cioè Vito Ciancimino.
      "Sabato 29 agosto, ore 16.00 V.C.", cioè Vito Ciancimino.
      "1 ottobre" – sempre di quell’anno – "pomeriggio, colloquio con V.C.".
      "Domenica 18 ottobre ore 11.30 V.C.".
      "22 gennaio" – dell’anno successivo, quindi siamo nel 93 – "ore 9.00, incontro con V.C.", qui a Rebibbia, anche se non l’ho scritto – "ore 14.00, 13.30 – 14.00 incontro col dottor Caselli"

      Quesito: chi dice la verità?

      Veniamo ora a De Donno, sempre il 24 gennaio 1998.

      Teste De Donno: …E abbiamo provato il contatto che, tra la strage di via Capaci e la strage di via D’Amelio, avviene. Perché Ciancimino accetta di incontrarmi nella sua abitazione di Roma. In quel periodo che Ciancimino era libero…

      Enrix, tu affermi: …il resoconto reso da Mori su quelle vicende, in parte riportato nel virgolettato sull’articolo di Repubblica, coincide perfettamente con quello reso da Ciancimino sul suo manoscritto.

      In realtà, più correttamente, è vero l’inverso: ciò che affermano Mori e De Donno coincide nella sostanza con gli interrogatori resi da Vito Ciancimino nel 1993 indipendentemente dalla veridicità o meno della sua trascrizione. La sequenza temporale degli eventi può non essere neutra rispetto all’analisi di queste testimonianze. Vediamo perché.

      Teste Mori:...L’inizio delle escussioni del Ciancimino verso la metà di febbraio. Ad alcune ho assistito anch’io. Nel contesto di queste dichiarazioni che rese ai magistrati della Procura di Palermo, Ciancimino fece cenno a tutta la vicenda del rapporto tra di noi e lui.
      Il capitano De Donno, che compilò gli atti relativi e tutti gli accertamenti connessi connessi alle dichiarazioni di Ciancimino, riferì anche sui nostri rapporti. La Procura di Palermo non ci ha mai chiesto alcunché su questo fatto.

      Nei fatti, potremmo dire che Mori e De Donno nel 1998 confermano ciò che già è stato detto nel 1993.

      Per ora è tutto.

      Andrea G.

    • enrix007 02:01 on 25 November 2009 Permalink | Rispondi

      Ottimo intervento Andrea, ed ottime argomentazioni.

      le commenterò domani, che ora sono stanco.

      Però le incongruenze sulla data del primo appuntamento, credo meritino approfondimento, ed anche un articolo. Vanno senz’altro chiarite.

      Dimmi, se mi puoi asser d’aiuto: a quale fonte hai attinto per i verbali del 24 gennaio 98?

    • anonimo 10:11 on 25 November 2009 Permalink | Rispondi

      Buongiorno Enrix,

      L’Associazione delle vittime della strage di via dei Georgofili recentemente ha messo in rete i verbali dei dibattimenti.

      Vai a:

      http://www.strageviadeigeorgofili.org

      A sinistra dello schermo vai a "documenti", poi "verbali del primo dibattimento", poi "udienze", clicca su "980124", lì ci sono le deposizioni di Mori e De Donno.

      A presto

      Andrea

    • anonimo 17:17 on 25 November 2009 Permalink | Rispondi

      Scusa Andrea perchè scrivi chi dice la verità? Premesso che comunque gli incontri sono successivi la morte di Borsellino (come giustamente scrivi anche te) immagino che sia stato Ciancimino a ricordare male. Ho esistono atti ufficiali in cui Mori sostiene altre date?

      Solo per capire, Andrea.

      Gianluca

    • anonimo 17:24 on 25 November 2009 Permalink | Rispondi

      Tra l’altro leggo dagli atti ufficiali che gentilmente Andrea hai linkato relativi alla sentenza sulle stragi trovo scritto che Mori non ha agito assolutamente fuori le righe ha solo cercato con la collaborazione con Ultimo di arrivare ai capimafia:

      SENTENZA  (n. 2/2000 – depositata il 20.4.2000)

      In effetti Mori, che aveva informato Subranni il quale – pur lasciandogli ampi
      margini di autonomia e concordando con l’iniziativa – lo avvertì che il
      personaggio era abile e da trattare con estrema cautela e circospezione (la sostanza dei consigli fu questa anche se Subranni non ha confermato i termini letterali delle raccomandazioni come riferite da Mori: “…ti può mettere sotto scopa …”), e De Donno si accreditarono presso Ciancimino come rappresentanti dello Stato. Al di là di ogni loro aspettativa, Ciancimino si mostrò disponibile, e il 1 ottobre confermò che era in grado di fare da intermediario con i “corleonesi”. Quando, il successivo 18 ottobre, chiese esplicitamente cosa avevano da offrire, il “bluff” dei due ufficiali venne scoperto. Essi, in realtà, non potevano dare nessuna garanzia, e Mori fece l’unica proposta cui, quale ufficiale di p.g., era legittimato: Riina e Provenzano avrebbero dovuto costituirsi, i loro
      familiari sarebbero stati protetti. Dunque, una richiesta di resa incondizionata. Ciancimino ebbe una reazione impressionante, scattò in piedi adirato e congedò l’interlocutore dicendo: “Lei mi vuole morto, anzi vuole morire anche lei, io questo discorso non lo posso fare a nessuno.”
      Il 19 dicembre Ciancimino fu arrestato, in seguito risulta aver collaborato, ma, citato dalla difesa perché deponesse ai sensi dell’art. 210 c.p.p. all’udienza del 13.10.1999, si è avvalso della facoltà di non rispondere.

    • anonimo 18:16 on 25 November 2009 Permalink | Rispondi

      Ciao Gianluca,

      sinteticamente poi probabilmente ci ritorneremo.

      - De Donno incontra, a suo dire, Vito Ciancimino tra le due stragi, poi, dopo la strage di via D’Amelio interviene Mario Mori

      - chiedo "chi dice la verità" perché le date di Mori differiscono da quelle della trascrizione di Ciancimino.

      Non ho espresso la mia opinione su chi dica la verità, può essere benissimo che Ciancimino abbia ricordato male. Più difficile che sia Mori a dire il falso perché ha con sé le pagine delle sua agende.

      Il problema è un altro (tra i tanti): siamo sicuri che la trascrizione di Ciancimino sia autentica? aggiungo che più della trascrizione a me interessano i verbali degli interrogatori al Ciancimino. Io non li ho ma per una serie di ragioni io credo che collimino nella sostanza con quelli successivi a Mori e De Donno.

      In questo stadio dell’analisi non esprimo ancora giudizi sui comportamenti dei soggetti.

      Andrea

    • anonimo 00:13 on 26 November 2009 Permalink | Rispondi

      Capisco che giustamente vuoi approfondire, stessa cosa mia, ma attualmente quanto sostiene Enrix è immodificabile, sto parlando delle considerazioni fatte con il materiale che abbiamoa disposizione.

      Di certo traspare una considerazione certa, è in atto un depistaggio MEDIATICO DI DIMENSIONE GIGANTI.

      Gianluca

    • enrix007 03:31 on 26 November 2009 Permalink | Rispondi

      E non è neppure un’operazione troppo facile, caro Gianluca, bisogna darne atto.

      Se si spinge troppo sul filone trattativa, si possono sottrarre elementi indiziari a carico di Berlusconi come mandante.

      Se si spinge troppo sul movente-mandante "Berlusconi", si depaupera il filone trattativa col rischio di scagionare Mori, che è già sotto processo.

      Non a caso il filone trattativa è spinto nel processo Mori, e l’altro nel processo Dell’Utri.

      Di fatto sono due processi che si contendono mandanti e moventi delle stragi, con una sapiente regia mediatica che cerca di renderli compatibili e conniventi tutti e due.

      Compatibili con la possibilità di esistere, ma per ora ben poco con la realtà, perchè ci sono testimnianze in contrasto fra di loro e documenti falsi che girano nelle aule di giustizia.

      Eh, si. Per fare luce occorrerebbe un po’ di pulizia.

    • anonimo 09:17 on 26 November 2009 Permalink | Rispondi

      A me sembra che si stia cercando di separare le varie stragi, quelle del 92 da quelle del 93.
      Berlusconi secondo le indiscrezioni viene abbinato ormai solamente alle bombe del 93.
      Anche le stragi del 92 vengono separate; quella di Capaci è opera della mafia, credo che nessuno lo metta in dubbio, quella di via D’Amelio sarebbe opera dello stato.
      Insomma quello che sembrava semplice, bombe di mafia, lo stanno facendo diventare una cosa complicatissima.

      La strage di Capaci mi permette di fare una divagazione.
      Ieri ho sentito alla radio da Cruciani le disavventure di Schifani. Credo che ad esporle fosse Flores D’Arcais, mi è sembrato che Cruciani lo chiamasse Flores o Floris, ma non mi sembrava la voce di Giovanni Floris.
      Cosa sosteneva Flores? Sosteneva che in un paese civile Schifani non sarebbe neanche in parlamento perchè quando era avvocato difese il costruttore di un edificio abusivo a Palermo, questa mi è sembrata l’accusa.
      E come la mettiamo con quel senatore dell’IDV che prima di essere eletto è stato il difensore di Giovanni Brusca, quello che ha messo la bomba a Capaci?
      Sottosegretario alla giustizia del governo Prodi.
      Se i dubbi valgono per Schifani, a maggior ragione, secondo me, valgono per Li Gotti.
      Se non dubitiamo di Li Gotti, non possiamo dubitare nemmeno di Schifani.

      L’avvocato che umanizza la ferocia.

      http://archiviostorico.corriere.it/1996/settembre/01/Gotti_avvocato_che_umanizza_ferocia_co_8_9609013761.shtml

      Ciao, Gabriele

    • anonimo 11:48 on 26 November 2009 Permalink | Rispondi

      Non voglio entrare nel merito di date, luoghi e stragi.
      Da politico in erba, vorrei fare delle considerazioni che, stante le lapallisiane manipolazioni in corso nelle procure di Palermo e Caltanisetta, mi portano a leggere i FATTI sotto altra luce, ponendomi altresì una domanda: perchè?
      Perchè dei PM che già avevano indagato, interrogato, raccolto testimonianze, confessioni, già all’epoca delle due stragi (CHE NON SONO DI STAMPO MAFIOSO, PERCHE’ LA MAFIA UCCIDE NEL SILENZIO DELLA LUPARA), con processi già celebrati, sentenze già emesse, oggi a distanza di 16-17 anni dai fatti, riaprono il tutto?
      Perchè dei PM danno credito a dei pentiti, già sentiti, vagliati, smentiti da processi, che fanno rivelazioni  solamente di derelato, oggi hanno credito?
      Perchè dei PM, perseguendo nella loro volontà di piegare anche la dimensione temporale, voglio mettere sotto lo stesso cappello, due processi, Dell’Utri e Mori, così da far contraddire le due corti chiamate a giudicare, creando una dicotomia lampante nella giustizia italiana?
      Se tutti diamo la stessa risposta, allora credo che si arriverà a quello che non si riuscì di fare nel 1992 e che SB con la sua discesa in campo nel ’94 non permise e cioè all’allegra armata di instaurare un regime di allegro comunismo, in mano ai poteri forti del Britannia.
      Quindi se tutto il lavoro meritorio di Enrix diviene per l’ennesima volta carta straccia, ci troveremo ancora a dover difendere, ob torto collo, uno come SB che è la negazione della politica e l’anfitrione della menzogna, ma che cmq rimane il mane minore per la democrazia italiana.

      Star Joe, coffa di maestra Catania

    • anonimo 03:02 on 30 November 2009 Permalink | Rispondi

      Ciao Enrix, hai scritto che dal doc.3, la mafia voleva da Ciancimino una prova di credibilità, che aggiustasse alcune cose, probabilmente un processo… e forse proprio per questo C. voleva incontrare Violante. Non hai approfondito… Non si può ipotizzare che questo fosse un anticipo di contropartita richiesta dalla mafia? C. voleva incontrare Violante (mi pare non ci riuscì) ma chi ci dice che non abbia trovato qualcun’altro disposto ad ascoltarlo? Insomma questa frase ha attirato la mia attenzione, se la mafia ha richiesto questo tipo di garanzia vuole dire che si aspettavano fosse possibile ottenerla… tu invece l’hai buttata li senza approfondire…

      Ma poi in molti punti del memoriale C. lascia intendere che secondo lui i suoi interlocutori mafiosi avevano le spalle coperte politicamente, cioè la trattativa vera non era la sua con i Ros ma un’altra che stava comunque avvenendo… tu non lo hai per niente approfondito… questo è il punto importante. Non il fatto che i Ros non c’entrano, ma il fatto che la trattativa pare esserci stata.

      Ultima cosa, secondo te da chi è mosso Ciancimino junior? Perché i papelli falsi?

      Luigi C.

    • anonimo 09:13 on 30 November 2009 Permalink | Rispondi

      Buongiorno sig. Enrix
      stamattina ho ascoltato come il solito la rassegna stampa di radio24 ed e’ stato letto un articolo della giornalista Marcelle Padovani (spero di non sbagliarmi), autrice di un libro su Falcone, che in non so quale quotidiano in edicola oggi ha detto che Berlusconi vive nel Truman Show (testuali parole).
      Ho subito pensato che magari e’  capitato su queste pagine!
      Buona giornata.
      Luigi (C. anch’io ma non sono quello di sopra. Sono quello del Pensatore, per capirci)

    • anonimo 09:35 on 1 December 2009 Permalink | Rispondi

    • anonimo 13:29 on 2 December 2009 Permalink | Rispondi

      Ciao Enrix, volevo segnalarti un interessante articolo su democrazia e legalità
      http://www.democrazialegalita.it/redazione/redazione_vere_parole_borsellino=24novembre2009.htm
      Vai alla fine della pagina che ti ho linkato e clicca su link… chissà che tu non riconosca la fonte

    • anonimo 13:29 on 2 December 2009 Permalink | Rispondi

      il mio nome è Alex

  • Avatar di enrix

    enrix 11:27 on 18 November 2009 Permalink | Rispondi
    Tags: , , , giovanni brusca, , , , , , , , , , , ,   

    IL VIZIETTO 

    Il vizietto. 


    Ed ora, tanto per cambiare, parliamo di Marco Travaglio.

    Lo abbiamo già fatto ieri sull’altro blog, quello più ridanciano, ma oggi tocca rivedersela col giornalista torinese, e questa volta in argomento di mafia.

    Nonostante questo sia il tema centrale di questo blog, devo confessare che sono rimasto a lungo nel dubbio se dedicargli uno spazio in questa sede, o ancora una volta nelle cronache del variopinto mondo dell’imbecillario.

    Il fatto è che ormai Travaglio, nel raccontare a modo suo le cose, ha talmente abbandonato ogni ritegno, che letteralmente non sappiamo se, leggendolo quando si applica in argomenti seri come le stragi di mafia, ridere o piangere.

    L’allegria vorrebbe portarci a scrivere dall’altra parte, ma la mestizia alla fine prevale.

    E dunque veniamo al dunque.

    Ieri ho buttato l’occhio su un lungo articolo di qualche giorno fa, dal titolo “Alfonso Sabella, un giudice stritolato dalla Trattativa”, pubblicato sul “Fatto quotidiano”, ed immediatamente ripreso a rimbalzo su tutto il web.

    E dico “buttato l’occhio”, perché più che leggerlo integralmente, l’ho scansionato dall’alto in basso con le pupille, per alcuni secondi, soffermandomi su alcuni passaggi in grassetto. Tre o quattro passaggi, non di più.

    Di più non ce la faccio proprio a sorbirmi certi concentrati. Non ho più l’età.

    Ma comunque,  tanto è bastato per rilevare subito un paio delle solite porcherie.

    Una bella grossa balza subito all’occhio fra le prime righe.

    Travaglio introduce l’argomento dell’articolo, che è un piccolo trattatello celebrativo della figura del magistrato Alfonso Sabella, uno che, tanto per chiarirla subito, “dei ROS non si fida”, e che quindi “li ha tenuti sempre lontani dalle indagini sulla cattura dei latitanti”.

    Dal che, noi che siamo segugi, deduciamo tranquillamente, senza riserva di verifica, che le indagini del 2001-2002 volte a scovare Provenzano sulla base delle indicazioni del pentito Giuffrè, e che hanno invece prodotto, proprio a causa delle loro soffiate, soltanto l’arresto delle “talpe in procura” fra cui l’amico di Travaglio, Pippo Ciuro (braccio destro di Ingroia), il quale teneva informato l’Ing. Aiello (braccio finanziario di Provenzano, arrestato anche lui dai ROS e poi condannato ad un bel po’ di anni di carcere per associazione mafiosa) delle indagini avviate dai ROS e dei dispositivi di controllo telefonico ed ambientale impiegati da questi per sorvegliare Aiello, il boss Guttadauro, e la famiglia mafiosa Eucaliptus, custode a Bagheria del segreto del covo di Provenzano, quelle indagini lì insomma, ai ROS non può avergliele affidate Sabella, perché lui dei ROS non si fidava, mentre  invece magari della DIA di Pippo Ciuro si fidava.

    A dire la verità a dare una mano ad Aiello, insieme a Ciuro, provvedeva anche Totò Cuffaro, che per quella vicenda è stato condannato, sempre su denuncia dei ROS di cui invece Sabella non si fida, perché li ritiene intrallazzati con i politici nel promuovere la famosa “trattativa” fra Stato e mafia. Evidentemente però fra i politici che intrallazzavano con i ROS, Cuffaro non c’era, perché i ROS non  ci hanno pensato due volte a intercettarlo, coglierlo in castagna e denunciarlo.

    Ma torniamo al nostro Marco T. Dunque egli è un grande ammiratore di Alfonso Sabella, magistrato che peraltro, stanti i suoi numerosi successi nella cattura di pericolosi latitanti, non possiamo che stimare pure noi.

    E parlandoci di Sabella, Marco ci spiega subito che “è proprio davanti a lui che Giovanni Brusca mette a verbale le prime dichiarazioni sulla trattativa del Ros con la mafia che, disse l’esecutore materiale della strage di Capaci, produsse quella di via d’Amelio perché “siamo stati pilotati dai Carabinieri

    Allora, vediamo se disse proprio così, Giovanni Brusca.

    Ce lo chiarisce lo stesso Sabella, in un’intervista del 22 luglio scorso:

    “le dichiarazioni di Riina non sono per niente, a mio giudizio, diverse da quelle che fece Giovanni Brusca deponendo al processo per le stragi nel ’93 nell’aula bunker di Firenze quando disse, gli scappò una frase che poi spiegò: "Noi nel commettere le stragi del ’93 siamo stati pilotati dai carabinieri". Brusca non voleva dire che sono stati i carabinieri a far fare le stragi ma è un messaggio assolutamente analogo a quello che Riina manda adesso. Secondo me con la mafia non c’è spazio per andare a nessun tipo di trattative e a nessun tipo di rapporto.”

    E quindi, a parte il fatto già di per sè volpino e grottesco di sostenere che Brusca abbia messo a verbale le sue "prime dichiarazioni sulla trattativa del Ros" "proprio davanti a lui", ed indi citare una di queste dichiarazioni che invece appartiene ad una deposizione di Brusca  resa nell’aula-bunker di Firenze, antecedente al primo incontro fra Brusca e Sabella (rob de mat), bisogna altresì prender atto che lo stesso Sabella nella stessa intervista precisa che anche il solo trattare con alcuni mafiosi, può comportare una responsabilità, pur non penale, perlomeno morale, anche perché in quel modo si darebbe stimolo, anziché il contrario, ai mafiosi di compiere le stragi per esercitare il ricatto.

    In quel senso secondo lui, intendeva parlare Brusca quando ha parlato di “pilotaggio dei carabinieri” Per “pilotati” si intende “condizionati” ad agire in un certo modo dal contesto della trattativa, o magari dal suo esito negativo, senza che si configuri necessariamente una coscienza precisa da parte dei carabinieri della gravità del condizionamento in atto.

    Scritta come l’ha scritta Travaglio, si capisce tutt’altra cosa (pare quasi che la strage di Via D’Amelio sia stato un tour organizzato dall’arma benemerita), ma non è soltanto questo il punto grave.

    Ciò che è invece  grave, gravissimo,  è  il “lavoretto” che fa Travaglio con le parole di Brusca,.

    “Giovanni Brusca mette a verbale le prime dichiarazioni sulla trattativa del Ros con la mafia che, disse l’esecutore materiale della strage di Capaci, produsse quella di via d’Amelio perché “siamo stati pilotati dai Carabinieri

    Eh già, siamo alle solite. Travaglio è già stato condannato una volta, in un tribunale, per aver manomesso una frase di Riccio in maniera da imputare a Previti un reato non commesso.

    E qui è lo stesso.

    La frase intera, “scappata” a Brusca, era: "Noi nel commettere le stragi del ’93 siamo stati pilotati dai carabinieri"

    Vi pare una differenza di poco conto?

    Se Marco l’avesse riportata giusta, anziché con il cammuffo, avrebbe dovuto scrivere che Giovanni Brusca dichiarò a Sabella che “la trattativa tra mafia e stato produsse la strage di Via D’Amelio, perché nel commettere le stragi del ’93 siamo stati pilotati dai carabinieri”,  e ci saremmo fatti tutti una bella risata, perché,   per chi non lo sapesse, la strage di Via D’amelio  è del luglio 92 .

    Giovanni Brusca precisa evidentemente “del 93” per escludere che quelle del 92 siano state effettuate sotto condizionamento della trattativa. Solo quelle del 93.

    Travaglio, con il solito taglietto, e la solita frasetta aggiunta, ci fa credere il contrario, anzi arriva a precisare ipocritamente che Brusca abbia indicato proprio la strage di Via D’Amelio come effettuata sotto il condizionamento dei ROS.

    Una vera e propria mascalzonata.

    Insomma, proprio non se lo toglie, Travaglio, ‘sto vizietto del cammuffo.

    Passiamo oltre.

    Oggi la trattativa Stato-mafia e il “papello” sono sulla bocca di tutti. Ma quando Brusca ne parlò  diffusamente davanti a Sabella, era la prima volta in assoluto. Il boss pentito vi aveva già accennato  il 10 settembre 1996 dinanzi ai pm di Palermo, Caltanissetta e Firenze. Vi aveva fatto di nuovo  cenno il 21 gennaio 1998 davanti alla Corte d’Assise di Firenze che stava processando mandanti  diretti ed esecutori materiali delle stragi del 1993.  Subito dopo fu preso a verbale da Sabella, il 23  febbraio 1998, poi il 22 aprile dello stesso anno e  infine il 19 marzo 1999. Gli parlò diffusamente  del papello consegnato da Riina al Ros fra Capaci  e via d’Amelio.

    Eh…. però, è davvero importante convincerci che il papello e la trattativa, ecc…ecc…tutto avvenne fra Capaci e Via D’Amelio. E già. Così diventa il movente della strage di Via D’Amelio, e le inchieste scottanti su cui aveva ormai le mani Borsellino, passano in cavalleria. Guarda un po’.

    Veramente però, caro Marco,  non  sono stati solo due, i cenni di Brusca alla trattativa, ed invero non erano proprio solo dei cenni.

    Brusca aveva parlato altre volte, e  schiettamente del papello e della trattativa.

    E soprattutto, dotando le sue deposizioni di precise, dettagliate e rilevanti circostanze.

    Lo aveva fatto anche a Caltanissetta, nell’aula bunker, il 28 marzo 97 (di quel cenno lì, te n’eri dimenticato, eh?), dove aveva dichiarato che dopo quelle di Capaci e via D’Amelio, Riina penso’ ad una terza apocalittica strage. "E sarebbe bastata quella per vincere la guerra con lo Stato", Ma un "patto" fermo’ la terza strage. (nota bene: la terza, non la seconda. Via D’Amelio era la seconda – ndr)  Un patto stipulato con "uomini delle istituzioni" tramite "qualcuno". "finalmente qualcuno s’ era fatto vivo" Riina  "Consegno’ a "qualcuno" due fogli con le richieste per abolire il carcere duro ed altro". (corriere della sera – 29 marzo 97)

    Anche nel gennaio 98, al processo per strage al tribunale di Firenze, (uno dei “cenni” citati da Travaglio), Brusca dice la stessa cosa:

    “"Dopo gli attentati a Falcone e Borsellino, Riina mi disse: "Si sono fatti sotto, pensa si sono mossi anche i servizi segreti per arrestarmi. Io gli ho presentato un papello di richieste lungo così e ora sto aspettando". Era l’ estate del ‘ 92 e per questo mettemmo un fermo agli attentati in attesa della risposta dello Stato". (Repubblica — 14 gennaio 1998   pagina 12)

    Dunque qui Brusca non parla di papello consegnato da Riina al Ros fra Capaci  e via d’Amelio” ma di un papello consegnato dopo Via D’amelio da Riina con le sue richieste, e per le quali aspettava una risposta mettendo un fermo agli attentati .

    La cronologia suggerita da Travaglio, soddisfa invece la tesi di oggi dei PM di Palermo, che vorrebbe realizzata la strage di Via D’Amelio  per sollecitare una risposta positiva al papello, accelerare la trattativa, ed eliminare comunque un magistrato che avrebbe potuto contrastarla.

    Peccato però che sin qui Brusca aveva detto tutt’altro, e con dettagli a corredo (lo stop al terzo attentato dopo la presentazione del papello).

    E sin qui siamo a metà gennaio del 98. Ora, io non so esattamente cosa disse Brusca a Sabella il 23  febbraio 1998, poi il 22 aprile dello stesso anno e  infine il 19 marzo 1999. Non dispongo dei verbali, purtroppo. E Travaglio, sempre così documentato e documentante, non ci riferisce neppure una parola di quei verbali.

    So però che se ha veramente parlato di un “papello consegnato da Riina al Ros fra Capaci  e via d’Amelio”, allora vuol dire che, per fare inversione ad “U” nella sua versione dei fatti, ha impiegato circa un mesetto. Chissà che sarà successo a Brusca, in quel mesetto, così da convincerlo a smentire sé stesso così visibilmente.

    Certamente Sabella, così preciso, nei verbali di deposizione si sarà fatto dettagliatamente illustrare, da Giovanni Brusca, le ragioni che lo hanno portato, nel giro di un mesetto ed in due diversi tribunali, a fornire delle versioni non coincidenti fra di loro, ed anzi diametralmente opposte, confessando praticamente di aver detto il falso nelle aule giudiziarie dove si celebravano i processi per le stragi, ancora sino a poche settimane prima.

    Peccato non averli, quei verbali.

    Passiamo oltre.

    C’è un “Atto II”, nell’articolo di Travaglio, dal titolo “ROS CONTRO LO FORTE”.

    Si tratta di un argomento che tratterò in un articolo che ho in preparazione già da alcuni giorni, e pertanto rettificherò Travaglio sulle cose da lui scritte a tal proposito, in quella sede, poiché si tratta di una vicenda complicata, e non certo semplificabile come ha semplificato qui Travaglio, e qui non voglio fare anticipazioni.

    Mi richiamo però, per il momento, alle prime parole di Marco, dove avrei qualcosa da dire subito:

    Le coincidenze non sono finite: sempre nell’ottobre del 1997, mentre sono in corso gli arresti  dei tre pentiti provenzaniani e del loro gruppo di  fuoco, il capitano del Ros Giuseppe De Donno si  reca a Caltanissetta a denunciare il vice di Caselli,  Guido Lo Forte, accusandolo di aver passato nel  1991 il rapporto del Ros su “Mafia e appalti” ad  alcuni politici e mafiosi, fra cui Salvo Lima, e di averlo poi insabbiato. La fonte di De Donno è  Angelo Siino, già ministro dei lavori pubblici di  Riina, a lungo confidente del Ros e poi ufficialmente “pentito” dal 1997. Accuse e veleni da  prendere con le molle, ovviamente. La Procura  di Caltanissetta, diretta da Giovanni Tinebra,  iscrive Lo Forte sul registro degli indagati. Un atto segretissimo, che però una fuga di notizie ben  pilotata divulga al quotidiano La Repubblica proprio il giorno prima della prima udienza del processo Dell’Utri, il 5 novembre 1997. Notizia vera, ma concentrata tutta sul nome di Lo Forte,  mentre insieme con lui sono indagati anche altri  colleghi, dall’ex procuratore Pietro Giammanco  al suo fedelissimo Giuseppe Pignatone. Così  quel mattino, mentre si apre il processo al braccio destro di Berlusconi, tutti parlano dell’inchiesta sul braccio destro di Caselli. I fatti si commentano da sé.”

    E dunque vediamo, controlliamo, che cosa scrisse Repubblica il 5 novembre a seguito delle notizie fuggite in modo così ben pilotato verso la sua redazione:

    Oggi la storia di quei colloqui è agli atti della Procura di Caltanissetta. Con un passaggio destinato a provocare più di una polemica. Racconta pressappoco De Donno: "Siino mi spiegò che nei primi mesi del 1991 entrò in possesso della nostra informativa sugli appalti. Mi disse di averla ricevuta da alcuni magistrati della Procura di Palermo. E mi fece i nomi: l’ allora Procuratore Pietro Giammanco e due sostituti, Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone". (ed ecco lì, come l’articolo di Repubblica è tutto incentrato su Lo Forte anziché anche sui suoi colleghi Giammanco e Pignatone. Ormai si va un tanto al chilo. – ndr) Giammanco, dall’ estate 1992, lavora in Cassazione. Lo Forte, sei anni fa semplice sostituto, oggi è il Procuratore aggiunto di Palermo, il titolare delle inchieste di mafia più delicate, il Pm in aula dei processi Andreotti e Dell’ Utri. Pignatone, invece, ha smesso di fare il pubblico ministero ed è attualmente alla Procura presso la Pretura. Siino confidò al capitano De Donno anche i dettagli di quel passaggio di documenti. De Donno li ha puntualmente riferiti. Fin qui i dettagli sui verbali di Caltanissetta. Ma perché il capitano ha deciso di parlare proprio oggi e in quella città anziché a Palermo? E soprattutto: che cosa ha riferito il pentito Siino sullo stesso episodio? Eccoci al retroscena. Ai Pm del capoluogo siciliano Siino ha raccontato un’ altra verità. Ha ammesso di essere riuscito a mettere le mani sul dossier del Ros. Ma ha fornito una versione diversa rispetto a quanto raccontò a De Donno nel 1993. Siino non ha parlato di fonti della Procura, bensì di "altri referenti" che gli passarono quelle mille pagine. Aggiungendo un dettaglio destinato a rendere ancora più incandescente il rapporto tra Pm e carabinieri. Ha detto Siino: "Anche il maresciallo Antonino Lombardo era disposto a offrirmi il rapporto. Mi fece vedere un malloppo di pagine. Ma io gli risposi che quei documenti già ce li avevo. Gli diedi comunque cinque milioni per il figlio malato".

    Quindi la fuga di notizie ben pilotata che secondo Travaglio ha sollevato uno scandalo “ad orologeria” relativo ad un’iniziativa dei carabinieri volta a colpire Lo Forte, PM del processo Dell’Utri che proprio in quei giorni stava iniziando, Repubblica ce la riporta scrivendo che c’era un pentito che aveva appena riferito ai PM che il dossier “mafia e appalti” non era stato consegnato ai mafiosi da Lo forte, ma da altri referenti, e proposto tra l’altro anche da un maresciallo dei carabinieri.

    Strano modo di colpire Lo Forte “ad orologeria”, hanno questi carabinieri. Anche perché, se a passare a Repubblica lo “scoop” segretissimo fossero stati i carabinieri o informatori ad essi vicini, anziché personale della procura, certamente Repubblica non ce lo avrebbe mai rivelato. E come no.

    Specialmente il dettaglio sulle deposizioni segretissime rilasciate da Siino ai PM, arriva dai carabinieri di sicuro, anziché dalla procura. E ricome no.

    E veniamo al gran finale.

    Travaglio ad un certo punto apre un virgolettato, ed attribuisce a Sabella, a proposito della “dissociazione” da “Cosa nostra” richiesta da alcuni mafiosi nel 2000, queste parole: “.Decidemmo così di opporci alla dissociazione. Fassino sposò la nostra linea e la comunicò a Vigna”. Appena la notizia trapelò sui giornali, la Procura di Palermo entrò in subbuglio: il procuratore Grasso sapeva, ma non aveva detto niente ai suoi sostituti. Così fu costretto a dichiararsi pubblicamente contrario alla dissociazione dei boss.

    Da questo virgolettato, inserito da Travaglio nel suo articolo ed attribuito al suo paladino Sabella, nasce una querelle, che viene riassunta in una lettera-esposto del procuratore Grasso all’ordine dei giornalisti, che qui riportiamo per intero:

     

    Lettera inviata dal procuratore nazionale antimafia all’Ordine nazionale dei giornalisti e le risposte di Marco Travaglio e del direttore del Fatto Quotidiano Antonio Padellaro


    Al presidente dell’Ordine dei giornalisti

    Gentile presidente,

    come forse Lei saprà, non è mia abitudine mantenere un regime di conflittualità coi giornalisti, anche perché sono consapevole delle difficoltà insite nel mestiere di cronista.

    Per questo motivo mi sono sempre astenuto dalle querele o da altre iniziative giudiziarie, nella presunzione che gli errori commessi dai cronisti fossero, come dire “assolvibili” per assenza di malafede.
    Rimango sconcertato, però, nel verificare come talvolta questa “assenza di malafede” possa essere messa in dubbio dallo stesso evolversi dei fatti.

    L’edizione del Fatto Quotidiano di martedì 10 novembre ha pubblicato, a firma di Marco Travaglio, un articolo, dal titolo “Un giudice stritolato dalla trattativa”, che riguardava, fra l’altro, i tentativi di far passare provvedimenti legislativi in favore di una presunta “dissociazione” dalla mafia di alcuni detenuti al 41 bis. La fonte di tale articolo, – una fonte dichiarata –, era l’ex pm Alfonso Sabella. Tra le tante notizie e interpretazioni di fatti accaduti in tempi non recentissimi, l’articolo riportava una frase secondo cui, pur conoscendo tali tentativi, non avrei mai informato né consultato i miei sostituti (allora ero procuratore a Palermo), e avrei – invece – pubblicamente manifestato la mia contrarietà solo perché costretto dai colleghi, che intanto avevano scoperto il tutto ed erano entrati in “subbuglio”. Il tenore della frase lasciava, quindi, chiaramente intendere al lettore che io sarei stato nascostamente favorevole a tale “dissociazione”.

    Della mia pronta reazione, manifestatasi con due note Ansa delle 14:30 e delle 14:33 dello stesso giorno (Grasso, sempre contrario a qualsiasi ipotesi di dissociazione), il giornale, mercoledì 11 novembre, dava contezza ai suoi lettori, attribuendo, però, la responsabilità della frase al magistrato Alfonso Sa-bella (anche se contenuta in parti non in corsivo né virgolettate) e sminuendone il senso e la portata solo al fatto che io, al corrente della trattativa sulla dissociazione, non ne avessi informato i sostituti del mio ufficio.

    Tale ricostruzione veniva smentita, non da me, ma dallo stesso Alfonso Sabella, che aveva invece chiaramente testimoniato la mia avversione alla “dissociazione sin dal primo momento”. Mi sarei aspettato dal Fatto Quotidiano una leale smentita con una evidenza proporzionata alle due pagine del giorno 10. Oggi, invece, leggo la seconda puntata dell’inchiesta senza nessun riferimento alle modifiche – sostanziali – dichiarate dallo stesso Alfonso Sabella. In fondo al giornale, tra le lettere, ho poi scorto una confusa smentita sotto il titolo “I nostri errori” che precisa: “Sono state attribuite al dott. Sabella parole ascrivibili invece all’autore dell’articolo”. Parole ascrivibili? Ma le parole dell’autore non erano forse notizie date per certe? E se è così, qual era stata la fonte dell’autore, visto che non si trattava di Sabella? Le poche righe pubblicate, inoltre, ancora una volta, limitano la smentita all’aspetto che riguarda la presunta mia conoscenza dei fatti e non già la assodata contrarietà alla “dissociazione”.
    Insomma un pasticcio che non rende giustizia alla verità dei fatti.

    Perché sottopongo tutto ciò al presidente dell’Ordine dei giornalisti? Perché non è la prima volta che vengo sottoposto ad attacchi personali – sempre dallo stesso giornalista – senza nessun intervento ragionevole, per esempio dei direttori che hanno pubblicato e pubblicano senza esercitare alcun controllo. Mi rivolgo a Lei che, nell’esercizio delle sue funzioni di garante e tutore della deontologia professionale dei suoi iscritti, certamente saprà trovare il modo di trasferire ai suoi colleghi i motivi del mio disagio.


    La ringrazio per l’attenzione


    Pietro Grasso

     

    Per dirla quindi alla maniera di Travaglio, il fatto si commenta da sé.

    La rettifica di redazione del “fatto quotidiano”, è spettacolare:

    Sono state attribuite al dott. Sabella parole ascrivibili invece all’autore dell’articolo”.

    Traduzione: Non era una palla di Sabella, ma una palla di Travaglio inserita a valle di un virgolettato che starebbe ad indicare un fedele riporto del pensiero e delle parole del Dott. Sabella, e che invece non lo era affatto.

    Pura sfrontatezza?

    Mera mancanza di pudore?

    Piena convinzione di avere per lettori degli imbecilli?

    Mah, mistero. Uno dei tanti misteri d’Italia.

    enrix

     
    • anonimo 12:47 on 4 December 2009 Permalink | Rispondi

      COMUNICATO DI ELIO VELTRI AD ANTONIO PADELLARO

      Roma 01/12/09
      Caro Padellaro,
      apprendo con vivo stupore di essere uno degli autori del pezzo: “Imputato Berlusconi chi le ha dato quei soldi?…” pubblicato in data odierna a pg. 4 del giornale da te diretto: “Il Fatto Quotidiano”.
      Con altrettanto vivo stupore apprendo, sempre dal tuo giornale (pg. 4 ultime cinque righe dell’articolo “Nascita di Fininvest”), che venerdì prossimo, 4 dicembre, nella sala della Stampa Estera, presenterò la nuova edizione de “L’Odore dei soldi” insieme all’altro autore, a Furio Colombo ed a Carlo Freccero.
      Tanto premesso ti comunico:
      1 non sono l’autore delle righe che hai pubblicato;
      2 non ho alcuna notizia di una mia presentazione de “L’Odore dei soldi”;
      3 la nuova edizione de ”L’Odore dei soldi” è avvenuta a mia insaputa con modifiche e capitoli aggiunti non concordati con me.
      In proposito, ho già dato mandato ai miei legali di perseguire nelle opportune sedi giudiziarie questa pubblicazione non autorizzata.
      Ti invito a pubblicare, con ogni urgenza, questa mia precisazione, fatta salva ogni azione di legge.
      Cordialità
      Elio Veltri
      =========

      Moritz

    • ilPensatore 12:18 on 18 November 2009 Permalink | Rispondi

      siamo alla frutta insomma: si virgolettano dichiarazioni liberamente interpretate o addirittura inventate pur di accreditare un proprio convincimento.

      se questo è un giornalista…!?

      comunque, Enrico, ancora una volta complimenti.

      resto in attesa del prossimo pezzo del Segugio…

    • anonimo 16:09 on 18 November 2009 Permalink | Rispondi

       più che alla truffa, siamo alla frutta.
      Travaglio, sei un odioso manipolatore, finiscila!

    • anonimo 16:32 on 18 November 2009 Permalink | Rispondi

      Ho letto con attenzione l’interessante articolo, ma schifavo talmente tanto Travaglio, che è difficile schifarlo di più!!! Grande come sempre Vittorio!

    • anonimo 15:37 on 19 November 2009 Permalink | Rispondi

      Ma il fatto che, secondo Brusca, le stragi del 93 siano state pilotate dai Carabinieri non è meno grave che se fosse vero come scritto da Travaglio… mi pare un semplice refuso che nulla aggiunge e nulla toglie…

    • anonimo 17:13 on 19 November 2009 Permalink | Rispondi

      Ciao Enrix,

      ti segnalo che uscirà tra poco tempo la nuova edizione de "L’odore dei soldi".

      Ti ho lasciato un commento su cronache dall’imbecillario, nell’ultimo tuo articolo sul rinvio a giudizio di Travaglio per la questione della bimba bielorussa.

      ciao
      Moritz

    • enrix007 21:06 on 19 November 2009 Permalink | Rispondi

      Anonimo del "refuso" (minchia, che faccia tosta, ma lo sai cos’è un refuso? Significa battere un tasto al posto di un altro in tipografia, per una svista. Quando si viaggiava col piombo, i refusi li facevano i tipografi, sui testi dei giornalisti. Con l’introduzione dei PC e dgli ipertesti, i refusi sono poi passati tutti alla mano dei giornalisti. Con l’arrivo di Travaglio, i refusi si sono allargati a frasi intere sostituiti da altre frasi che cambiano la realtà dei fatti. Diciamo che è l’entropia, è nella natura) e del "nulla aggiunge e nulla toglie", hai ragione.

      Anche se un giornalista scrivesse che gli americani l’atomica di Hiroshima l’han buttata prima di Pearl Harbor, nulla aggiungerebbe e nulla toglierebbe, non trovi?
      Si tratta comunque della stessa bomba che ha fatto un disastro dell’umanità.  Quindi perchè non scriverlo? Son refusi.

      Eh, si, hai proprio ragione.

      La storia non cambia, anticipando un fatto di un anno.

      A parte il cambiare il volto dei mandanti di una strage e cambiarne il movente.

      Inoltre non hai capito un acca su cosa intendeva dire Brusca con "pilotati".

      Rileggi e studia.

    • anonimo 17:48 on 21 November 2009 Permalink | Rispondi

      Il fatto è che Brusca ha detto che la mafia è stata pilotata dai carabinieri, poi può benissimo esserselo inventato, ma lo ha detto. Che sia stata pilotata nel 92 o nel 93 cambia poco, sempre stragi sono. Potrebbe benissimo essere un errore (se non ti piace refuso) che può commettere chiunque, o potrebbe essere fatto di proposito per dare maggiore risalto alla cosa, sempre un dettaglio rimane, non mi interessa avere un giudizio morale di Travaglio mi interessa capire volta per volta se quello che dice è vero e quasi sempre lo è, a parte i dettagli.

      Luigi Cigarini

    • anonimo 17:53 on 21 November 2009 Permalink | Rispondi

      Per la parola "pilotati", io semplicemente non ci credo che i Carabinieri abbiano pilotato nulla qualunque cosa voglia dire. Io credo che chi "pilotava" o trattava stava più in alto, in politica.

    • enrix007 23:06 on 21 November 2009 Permalink | Rispondi

      Allora guarda Cigarini, se ti interessa davvero capire se ciò che dice Travaglio è vero, sappi che questa volta è tutt’altro che vero.

      Travaglio si è trovato davanti ad una citazione ghiotta, ghiottissima da riportare in un articolo.  Un virgolettato di Brusca, letto da lui come da me alcuni mesi fa nell’intervista a Spatola su Antimafia2000, troppo bello, irresistibile, perchè Brusca da buon semianalfabeta aveva detto "siamo stati pilotati dai carabinieri" non trovando termini più proprii per significare che l’occasione dei colloqui fra Ciancimino e i ROS aveva acceso nella mafia l’idea e la speranza che lo Stato, sottoposto ad attentati, potesse scendere a patti.
      Così interpreta Spatola, e può avere anche ragione.

      Naturalmente per Travaglio l’occasione è ghiotta a condizione di non spiegare questo, lasciando invece quella frase tale quale cosicchè chi legge prendendola alla lettera possa avere quella bella sporca sensazione di pilotaggio, di direzione attiva degli attentati per mano dei carabinieri. Tanto la sua è una classe di lettori che con lui si ferma in superficie e che a porsi qualche dubbio, anche solo per il fatto che pare davvero troppo grossa,  non ci pensa nemmeno per la fava.

      Ma c’è un problema.

      Quella frase, così com’è, mentre nella sua seconda parte lorda per bene la nomea dei ROS e quindi è perfetta per gli scopi, nella sua prima parte è una tragedia. Già, perchè se Brusca ha detto che il condizionamento è avvenuto per "le stragi del 93", dalla logica (conosci?) discende che per quelle del 92 questo condizionamento, secondo Brusca,  non c’è stato.
      E quindi il movente o comunque l’acceleratore della strage di Palermo non è la trattativa, ma è per forza qualcos’altro, visto che nel 92 la trattativa, a detta dei mafiosi pentiti,  non li ha condizionati.

      Ora, caro Cigarini, non è che per caso ti sei reso conto che negli ultimi tre mesi saranno usciti un cinquecento articoli di stampa che poggiando sull’esistenza dei papelli e delle più recenti affermazioni di Ciancimino Jr, nonchè di presunte (presunte perchè ce ne viene riferito, ma in foma testuale io non le ho mai lette) dichiarazioni  di GiovanniBrusca, ci vogliono far credere che la trattativa dei ROS ha determinato la mafia a far fuori Borsellino?

      No, forse non te ne sei reso conto. Invece Travaglio se n’è reso conto, ma per lui non è un problema. E quindi per non scrivere qualcosa che possa sollevare qualche dubbio sulla bufala dell’anno, a lui non costa niente pensare bene di sostituire ex abrupto e senza farsi tanti scrupoli le parole "le stragi del 93" con "la strage di Via D’Amelio", così, grazie al cammuffo di un piccolo baffo d’inchiostro, tutto torna a posto, ed i ROS tornano ad essere il motorino d’avviamento della strage di Via D’Amelio, quando invece secondo Giovanni Brusca, non lo erano.

      Ma lui può farlo, lui è Travaglio, l’unico che quando commette una simile porcheria anzichè offendere e fare dubitare i suoi lettori, se li ritrova tranquillo a difendere la bufala insieme a lui con ancor meno dignità dell’autore malandrino.

      Quindi Cigarini, chiariamo subito una cosa. Siccome tu non sei cretino, ed io lo so benissimo, comunicami magari se hai capito sino a questo punto ciò che ho scritto e confermami i tuoi naturali dubbi conseguenti, perchè qualsiasi persona onesta e in buona fede in un caso come questo se li pone eccome.
      Si tratta di un’oggettiva  manipolazione cosciente, non è dimostrabile in alcuna forma il contrario, e se tu vuoi continuare a sostenere che è un refuso involontario, fammi la cortesia di andarlo a scrivere da un’altra parte perchè qui gli ipocriti non son graditi.

      Ma sono certo che non sarà così

      Ed ora veniamo alla "moralità" del comportamento del ROS, in relazione alle stragi del 93, che è il problema che hai posto tu, anche se non c’entra nulla con le manipolazioni giornalistiche.

      Purtroppo anche qui, scrivere "Che sia stata pilotata nel 92 o nel 93 cambia poco, sempre stragi sono.", significa scrivere comunque una sciocchezza, e ti spiego perchè.

      NE’ IO NE’ TRAVAGLIO STIAMO SCRIVENDO E DISCUTENDO DI GIUDIZI MORALI SU CIO’ CHE E’ PRESUNTO O PUO’ PRESUMERSI DALLE DICHIARAZIONI DI UN PENTITO, IN MERITO ALLE CONSEGUENZE ESECRANDE, PUR INVOLONTARIE, CHE SECONDO BRUSCA HANNO CAUSATO I CONTATTI CON I ROS SULLE STRAGI DEL 93.

      NO CIGARINI. A TRAVAGLIO, COME AL SOTTOSCRITTO, INTERESSANO SOLO LE VICENDE E GLI ATTI GIUDIZIARI, CHE IN QUESTO MOMENTO REGISTRANO UN ALACRE LAVORIO PER DIMOSTRARE CHE I ROS HANNO LA RESPONSABILITA’ MORALE DELLA MORTE DI BORSELLINO E QUELLA PENALE DELLA LATITANZA ASSISITITA DI PROVENZANO, E SON QUELLE LE COSE CHE PER IL MOMENTO INTERESSANO A TRAVAGLIO E AI MAGISTRATI, PER CUI DELLE STRAGI DEL 93 SE NE PARLA ANCORA POCO O NULLA. E LO SAI PERCHE’?
      PERCHE’ UNA MAFIA CON A CAPO UN PROVENZANO DIVENUTO CAPO PER SUDICI SEGRETI ACCORDI CON I ROS SULLA TESTA DI RIINA E QUINDI LIBERO PERCHE’ ASSISTITO NELLA LATITANZA DAGLI STESSI ROS, (CHE E’ IL QUADRO CHE STANNO CERCANDO DI DIMOSTRARE I PM, E QUINDI ANCHE TRAVAGLIO) NON PUO’ ESSERE UNA MAFIA CHE FA ATTENTATI PER CONDIZIONARE ROS E STATO A PATTI, NEL 93, PERCHE’ L’ACCORDO C’E’ GIA’ STATO, SULLA TESTA DI RIINA, E QUESTO ACCORDO PREVEDE UNA LATITANZA ASSISTITA DALLO STATO CHE E’ INCOMPATIBILE CON GLI ATTENTATI MOSSI CONTRO LO STESSO STATO.
      SOSTENERE QUINDI ORA, IN GIUDIZIO, CHE IL CONDIZIONAMENTO E’ AVVENUTO ED E’ AVVENUTO NEL 93, POGGIANDO SULLA FRASE DI BRUSCA, SIGNIFICA AIUTARE MORI ED IL SUO COLLEGA AD ESSERE ASSOLTI NEL PROCESSO CHE OGGI LI VEDE IMPUTATI.
      PERCHE’ SE I CONTATTI AVUTI CON LA MAFIA A NELL’AUTUNNO 92 SONO CONTATTI CHE HANNO CONDIZIONATO LA STESSA A FARE ATTENTATI E STRAGI DA META’ DEL 93 IN POI ALLA RICERCA DI UN ACCORDO SINO A QUEL MOMENTO MANCATO, ALLORA NON POSSONO ESSERE ALLO STESSO TEMPO CONTATTI CHE HANNO PORTATO AD UN ACCORDO CON LA MAFIA, STIPULATO NEL DICEMBRE DEL 92, PER STRAVOLGERNE LA DIRIGENZA FACENDO LARGO A PROVENZANO IN CAMBIO DELLA TESTA DI RIINA. O UNA COSA O L’ALTRA. ED IN QUESTO MOMENTO AI PM INTERESSA LA SECONDA.  
      CONTINUI A SEGUIRE LA LOGICA, CIGARINI? COMINCI A CAPIRE PERCHE’ TRAVAGLIO HA MANIPOLATO?
      PERCHE’ NON SI PUO’ AVERE LA BOTTE PIENA E LA MOGLIE UBRIACA, MA LUI HA VOLUTO PROVARCI LO STESSO PRESENTANDOCI LA SUA SIGNORA UBRIACA, E LA BOTTE IN CANTINA COMUNQUE PIENA.
      IO HO SOLO DIMOSTRATO CHE PERO’ ERA UN TRUCCO, PERCHE’ LUI L’AVEVA RIEMPITA D’ACQUA.

    • anonimo 12:32 on 23 November 2009 Permalink | Rispondi

      Innanzitutto ti ringrazio per la generosità delle tue risposte, e ti voglio dire che considero molto interessante la conversazione con te nonostante, anzi proprio in virtù, della differenza di vedute, che, ti assicuro, non ha nulla a che vedere con l’ipocrisia. Mi limito semplicemente ad esprimere sinceramente la mia opinione senza alcun intento provocatorio.
      La differenza tra noi, a mio avviso, sta nell’impostazione mentale: tendente sempre e comunque al dubbio la mia, più predisposta alla sicurezza la tua. Il ché sicuramente deriva anche dal fatto che tu sei senza ombra di dubbio più informato di me, ma penso non sia soltanto questo.

      Tu mi attribuisci sicurezze che non ho mai avuto e non posso avere: non sono affatto sicuro che T. fosse in buona fede, anzi, quando scrivi:

      "Travaglio si è trovato davanti ad una citazione ghiotta, ghiottissima da riportare in un articolo.  Un virgolettato di Brusca, letto da lui come da me alcuni mesi fa nell’intervista a Spatola su Antimafia2000, troppo bello, irresistibile, perchè Brusca da buon semianalfabeta aveva detto "siamo stati pilotati dai carabinieri" non trovando termini più proprii per significare che l’occasione dei colloqui fra Ciancimino e i ROS aveva acceso nella mafia l’idea e la speranza che lo Stato, sottoposto ad attentati, potesse scendere a patti.
      Così interpreta Spatola, e può avere anche ragione.
      Naturalmente per Travaglio l’occasione è ghiotta a condizione di non spiegare questo, lasciando invece quella frase tale quale cosicchè chi legge prendendola alla lettera possa avere quella bella sporca sensazione di pilotaggio, di direzione attiva degli attentati per mano dei carabinieri."

      sono propenso a darti ragione. T. come quasi tutti i giornalisti (tutti quelli di una certa fama), compie un’opera di selezione delle informazioni da dare, che non risponde soltanto a criteri di massima informatività verso il lettore, ma, nel caso di T., a un artificioso ingigantimento della notizia volto a presentare se stesso come quello-che-dice-cose-che-altri-non-dicono. Ma un’operazione di questo tipo come ti ho detto mi pare la facciano pressoché tutti i giornalisti, da Feltri a D’Avanzo, chi per proteggere il proprio editore, chi per avvalorare le proprie opinioni, chi come T. e Santoro per vendere più libri e fare audience. Il tutto ovviamente non deve superare un certo limite in modo che il lettore avveduto non screditi il giornalista, soprattutto se condivide le sue idee di fondo, politiche o giudiziarie.
      Nonostante questo preferisco giornalisti come T. che seminano dubbi e critiche anche in eccesso, non avendo interesse a proteggere nessuno, a giornalisti che per interesse o propensione personale tendono ad eccedere nel verso opposto. I primi sono utili, i secondi no.
      Come ti ho già detto il fatto che poi qualcuno debba vedere pesare su se stesso sospetti non veritieri lo considero un prezzo alto, ma dovuto alla libertà.

      Sulle parole di Brusca, ti segnalo un virgolettato di Brusca dal Corriere della Sera:

      "Tra le stragi di Capaci, di via D’Amelio e quelle del ’93 c’e’ una strada unica". Ed arriva a questa conclusione affermando che Bellini, a suo avviso ispiratore degli attentati ai monumenti, "era in contatto con un maresciallo; questi era a sua volta in contatto col colonnello Mori. Percio’ dico che siamo stati pilotati dall’Arma".

      http://archiviostorico.corriere.it/1998/gennaio/20/Brusca_carabinieri_hanno_pilotato__co_0_980120163.shtml

      Questo articolo è del ’98 ed è la cronaca, il giorno dopo che le parole sono state pronunciate.
      Da queste parole la mia impressione è che Brusca si riferisse sia al 92 che al 93, che non faccia alcuna distinzione.
      Tu nel tuo articolo dici che la tua fonte per le parole di Brusca è una intervista di Sabella di 10 anni dopo che le riporta così:

      "Noi nel commettere le stragi del ’93 siamo stati pilotati dai carabinieri"

      E’ pensabile che Sabella 10 anni dopo citando a memoria abbia semplificato quello che era il concetto espresso da Brusca, e che invece T. si riferisse alle testuali parole di Brusca, come riportate dal Corriere o da altra fonte, e non alla intervista che hai letto tu? Mi pare probabile.

      E d’altronde lo stesso Sabella faceva la supposizione che B. si riferisse alle stragi di entrambi gli anni senza fare alcuna distinzione. Proprio nella stessa intervista che citavi tu, proprio poche righe sopra (ma io non ti accuso di nulla…):

      "Ma laddove ci sono, come dite voi giornalisti, reati penali cioè fattispecie – i reati sono tutti penali – dove ci sono fattispecie di illecito penale. In questa vicenda è verosimile che ci possano essere responsabilità morali, non penalmente rilevanti nella strage di via D’Amelio, ma non responsabilità penali. Questa è la cosa, almeno credo che sia l’idea di fondo perchè probabilmente è difficile andare a ipotizzare che certe persone, il cui nome è apparso sui giornali in questi giorni, siano stati i mandanti della strage di via D’amelio. Probabilmente con il loro comportamento potrebbero aver determinato la mafia a commettere quella strage. E quindi capirà che la cosa è molto diversa. Sul piano della responsabilità penale significa zero, sul piano della responsabilità morale, politica e amministrativa a seconda dei casi, invece ha dei rilievi enormi e anche sul piano di ristabilire la verità storica. E le ripeto, quello che c’è sui giornali in questi giorni, e le posso dire una cosa, anche le stesse dichiarazioni di Riina non sono assolutamente nuove a quello che, almeno parlo per me, io già sapevo 12 anni fa. Anche le dichiarazioni di Riina, perchè le dichiarazioni di Riina non sono per niente, a mio giudizio, diverse da quelle che fece Giovanni Brusca deponendo al processo per le stragi nel ’93 nell’aula bunker di Firenze quando disse, gli scappò una frase che poi spiegò: "Noi nel commettere le stragi del ’93 siamo stati pilotati dai carabinieri". Brusca non voleva dire che sono stati i carabinieri a far fare le stragi ma è un messaggio assolutamente analogo a quello che Riina manda adesso."

      Mi pare che metta sullo stesso piano le stragi del 92 e quelle del 93, Riina si riferiva alle stragi del 92; Brusca al 93, secondo le sue parole; ma il concetto è lo stesso – dice – per lui non ci sono novità, quindi per lui c’è continuità tra 92 e 93, quindi lui ha interpretato le parole di B. come riferite a entrambi gli anni, quindi è giustificata la sua semplificazione di citare un solo anno nel riportare le parole di B., B. non ha fatto distinzioni, evidentemente, perché dovrebbe farne Sabella? (ammesso non si ricordasse che B. faceva esplicitamente riferimento a entrambi gli anni, stando al Corriere, a meno che non sia indegno di credito anche l’articolo del Corriere)…
      Poi può essere che T. comunque, avesse letto soltanto la parte di intervista che citavi tu e riportasse in malafede, ma non ne posso essere certo. Tu ne sei ancora certo? E poi comunque a questo punto mi sembra veramente un dettaglio infinitesimale…

      Hai scritto:
      "Ed ora veniamo alla "moralità" del comportamento del ROS, in relazione alle stragi del 93, che è il problema che hai posto tu, anche se non c’entra nulla con le manipolazioni giornalistiche."

      Quando parlavo di giudizio morale, non mi riferivo al giudizio morale che T. da dei Ros, mi riferivo ad un mio giudizio morale sull’uomo Travaglio: non ce l’ho e non mi interessa costruirmelo. Valuto volta per volta la veridicità delle sue affermazioni, quando ne ho il tempo e l’interesse, altrimenti lo prendo per buono (forse sbagliando me ne rendo conto, a volte sono sua "vittima", ma non posso approfondire tutto), perché come ti ho già spiegato penso che le sue manipolazioni non vadano oltre un limite e non siano tali da screditarlo e comunque nel panorama dell’informazione penso sia comunque tra i più degni di credito.

      Non ho mai sollevato neppure il problema di un giudizio morale sui Ros, anche nel caso fosse vera la trattativa, considero troppo complessa la questione morale, comprenderei anche moralmente la trattativa, pensa un po’…

      Hai scritto:
      "PER CUI DELLE STRAGI DEL 93 SE NE PARLA ANCORA POCO O NULLA. E LO SAI PERCHE’?
      PERCHE’ UNA MAFIA CON A CAPO UN PROVENZANO DIVENUTO CAPO PER SUDICI SEGRETI ACCORDI CON I ROS SULLA TESTA DI RIINA E QUINDI LIBERO PERCHE’ ASSISTITO NELLA LATITANZA DAGLI STESSI ROS, (CHE E’ IL QUADRO CHE STANNO CERCANDO DI DIMOSTRARE I PM, E QUINDI ANCHE TRAVAGLIO) NON PUO’ ESSERE UNA MAFIA CHE FA ATTENTATI PER CONDIZIONARE ROS E STATO A PATTI, NEL 93, PERCHE’ L’ACCORDO C’E’ GIA’ STATO, SULLA TESTA DI RIINA, E QUESTO ACCORDO PREVEDE UNA LATITANZA ASSISTITA DALLO STATO CHE E’ INCOMPATIBILE CON GLI ATTENTATI MOSSI CONTRO LO STESSO STATO."

      Qui non sono d’accordo. Io la vedo un po’ diversamente: non c’è bisogno che per arrestare Riina ci sia stato un accordo completo. Basta che Provenzano, che voleva liberarsi di Riina, lo tradisca in un qualsiasi modo e faccia sapere dove si nasconde. Per proteggere la latitanza di una persona ricercata, che nel …

    • anonimo 12:40 on 23 November 2009 Permalink | Rispondi

      Mi ha tagliato il commento, continuo qui.
       
      Per proteggere la latitanza di una persona ricercata, che nel contempo deve comandare una organizzazione, serve un lavoro complesso intorno a lui e se qualcuno tradisce salta tutto.
      Insomma, per me abbiamo pochissimi dati quando parliamo di mafia e avere la pretesa di tracciare un quadro preciso dei fatti e ricavare deduzioni con la tua sicurezza è azzardato.

      Anche tenendo conto che a pensarla come me non sono solo io, ma magistrati di tutto rispetto, come tu stesso hai definito Ingroia e Sabella…

      Secondo me, ti ripeto, la trattativa non l’hanno fatta direttamente i Ros, la trattativa è politica, la politica è impregnata di mafia in modo inimmaginabile, i governi sono in simbiosi da sempre con la mafia, ma in quel momento mancava l’equilibrio, si era rotto qualcosa, inoltre la politica si sentiva minacciata (probabilmente nel mirino della mafia c’erano dei ministri) e ha trattato. Come trattava da 50 anni a quella parte…

      Riina voleva trattare in modo diverso da Provenzano, forse voleva imporre condizioni diverse, forse il motivo dei dissapori con Provenzano non c’entrava nulla con la trattativa, come possiamo pretendere di fare ipotesi? Fatto stà che P. tradisce R. e continua la trattativa al posto suo e per accelerarla piazza bombe in giro per l’Italia.
      Al termine della trattativa, forse, incomincia l’esilio protetto che è sotto studio nel processo attuale a Mori. Ma soprattutto terminano gli attentati, e questo è certo.
      Fino a ché qualcuno non tradisce Provenzano, oppure l’esilio protetto non è mai esistito e P. viene catturato senza tradimenti.
      Non lo so, però a me sembra che possa quadrare così.
      Ma io non ho certezze, solo dubbi, questa mi sembra la teoria più plausibile.
      Posso, umilmente, farti alcune domande? Per la curiosità di conoscere la tua opinione, perché veramente non riesco a capire. Le prime che mi vengono in mente:

      L’agenda rossa di Borsellino: perché è sparita e cosa conteneva? Se è sparita o è mai esistita.
      Perché Ingroia, e tante persone competenti, sono così convinti che ci siano dei mandanti occulti per via D’Amelio?
      Perché, secondo te, la mafia, che se ne era sempre stata buona in Sicilia, a un certo punto inizia improvvisamente a fare attentati terroristici in giro per l’Italia, in un momento di ricambio della classe politica, e poi altrettanto improvvisamente smette? Che spiegazione logica ti sei dato?
      Cosa ne pensi di Andreotti? Sicuramente saprai della sentenza che lo vede colpevole di rapporti con la mafia fino al 1980, di Salvo Lima, ucciso poco prima che incominciassero gli attentati (ma guarda caso, cosa vorrà dire?). Sei proprio sicuro che nel Truman Show ci viviamo noi e non tu?

      Luigi Cigarini

    • anonimo 14:46 on 23 November 2009 Permalink | Rispondi

      Caro Luigi Cigarini volevo solo farti notare una cosa FONDAMENTALE CHE LE  E’ SFUGGITA.

      Nell’articolo che ha postato sulle dichiarazioni di Brusca LA COSA RILEVANTE NON E’ IL TITOLO MA LE AFFERMAZIONI DEL SUO AVVOCATO e precisamente:

      Per poi precisare – di fronte alle domande del suo avvocato Luigi Li Gotti – di essere arrivato a questa conclusione sulla base della sua esperienza in Cosa nostra e della lettura dei giornali.

      La traduzione è semplice. Brusca sostiene che la tesi del dialogo con i carabinieri è per lui chiara visto cosa i giornali scrivevano e le sue conoscenze dell’ambiente mafioso.

      A quali news potrà riferirsi secondo lei Brusca? Sicuramente quelle attinenti all’argomento di cui si parla, quindi Brusca LEGGE NEWS FALSE, NEWS CHE CIRCOLANO DA ANNI news che incredibilmente girano ancora ed in questi ultimi mesi ce le stanno propinando quasi settimanalmente, TUTTE NEWS SMENTITE DAI FATTI, SMENTITE DA SENTENZE DEL TRIBUNALE. E su queste si fa un idea. Che idea si può fare colui che legge info errate? Idee errate.

      Riesce a capire? Si sta discutendo del nulla.

      Riguardo Travaglio anche io come lei sono contento delle molte inchieste dello stesso, ma nel tempo ho notato spesso gravi strafalcioni e vorrei solo capire se è in buona fede o in cattiva fede. Compro quotidianamente il FATTO e quando lo leggo per forza di cosa sto sempre con le antenne diritte.

      Ora le chiedo, secondo lei non è pericoloso un giornalista del genere che nell’immaginario collettivo E’ IL BENE CONTRO IL MALE? Nell’immaginario colettivo è il giornalismo senza poteri che lo condizionano? E’ PERICOLOSO caro Cigarini, molto pericoloso ed aiuta sicuramente ad allontanare la gente alla vita politica Italiana.

      Giustamente dico io. Come si potrebbe sentire persona che segue sempre i ragionamenti di Travaglio dando per scontate tutte le sue inchieste FACENDOSI IDEE ED OPINIONI  e poi un giorno improvvisamente si accorgerebbe che le sue idee sono errate? Si accorgerebbe che le inchieste sono piene di crepe?

      Glielo dico io come si sentirebbe, gli cadrebbero le braccia come è successo a me quando mi sono accorto che tutto qeul che mi bevevo spesso era stato manipolato, spero in buona fede o per un ritorno commerciale, SE CI FOSSE ALTRO DIETRO SAREBBE GRAVISSIMO.

      Gianluca

    • anonimo 18:28 on 23 November 2009 Permalink | Rispondi

      Caro Gianluca, non mi è assolutamente sfuggito quello che mi ha fatto notare lei. Non ho postato quel link per avvalorare le parole di Brusca, che per quanto mi riguarda possono essere benissimo destituite di ogni fondamento; lo ho postato semplicemente per citare un virgolettato con le esatte parole (fino a prova contraria) di Brusca. Se rilegge meglio se ne può rendere conto.

      Lei dice che Travaglio è pericoloso, di che pericolo parla? Io penso che i lettori che si fidano ciecamente di Travaglio, che leggono solo lui senza approfondire e ascoltare opinioni contrarie, siano una piccola percentuale, e comunque non pericolosi, pensa che un magistrato si faccia condizionare da Travaglio?
      I giornalisti pericolosi sono altri, sono quelli mossi da interessi personali, quelli che cercano di insabbiare, di proteggere i potenti.

      Che altro ci potrebbe essere dietro Travaglio se non il suo ritorno commerciale?

    • enrix007 23:19 on 23 November 2009 Permalink | Rispondi

      Caro Luigi, ti risponderò più con calma nei prossimi giorni, perchè in questo momento sto lavorando molto sia all’attività che mi da un pezzo di pane sia ai nuovi articoli.

      Approfondirò volentieri gli argomenti con te. Questa sera dirò solo poche semplici cose.

      Sappi in ogni caso che come hai potuto notare, io amo far riferimento ai documenti e non ai riporti.

      Di per sè anche il virgolettato attribuito a Sabella (la frase di Brusca) va preso con le pinze, perchè bisognerebbe avere davanti agli occhi i verbali integrali, cosa che sto ottenendo e quindi nell’arco di poco sapremo.
      Per il momento però, il virgolettato di sabella rappresenta una frase completa riportata da un signor addetto ai lavori, ed è quanto di meglio abbiamo.

      L’articolo del Corriere che hai citato lo conosco (se mi dai un indirizzo email ti mando un file word con un casino di articoli messi insieme, fra cui questo, così è più facile fare ricerche con l’ipertesto), ma purtroppo riporta fra virgolette solo frasi tronche di Brusca, attribuendo i giornalisti un senso alle stesse, così come ha fatto anche Travaglio che ha presentato un virgolettato tronco ed un suo inciso a completarlo (quello su Via D’Amelio) Di fatto nell’articolo del Corriere si configura la stessa cosa (Bonini non è da meno di travaglio, ti assicuro). Io preferisco darmelo da me il senso, e non farmelo dire dai giornalisti. Quindi aspetto di avere i verbali completi.  Ma sono più che certo, per mia esperienza, che Brusca ha detto ciò che ha riportato sabella, e non ciò che ha riportatoi il Corriere, che è roba tronca.

      Quindi, partendo dall’esame dei documenti disponibili, io ho questo: non c’è stata nessuna trattativa così come ce la vogliono dipingere.

      la "trattativa" per il momento è e resta un abboccamento fra i carabinieri e Ciancimino per farlo collaborare come si sono fatti e si fanno collaborare moltissimi mafiosi.

      E, come leggerai nel nuovo articolo che sto pubblicando, Ciancimino su quella trattativa nel 93 ha dichiarato a Caselli una cosa molto semplice, che riassunta è così: i ROS mi hanno incontrato alla fine di agosto 92 (a stragi già eseguite),  volevano latitanti, io ho deciso di collaborare con loro a questo scopo. Ho deciso quindi di fare il doppio gioco a favore dello stato e per fare questo ho espresso ai ROS l’inenzione di avvicinare un certo ambiente "di imprese" che conoscevo, da dove avrei attinto informazioni.

      Per operare in quell’ambiente con libero spazio di manovra, avevo bisogno del passaporto, e pertanto ne ho fatto richiesta dicendo ai ROS di aiutarmi ad avere un celere rilascio dello stesso.

      Per tutta risposta fui arrestato dal magistrati della Corte di Appello  con la motivazione che avevo richiesto il passaporto, e quindi c’era il pericolo di fuga.

      Ciancimino quindi insinua nel suo verbale che il suo arresto sia servito a qualcuno per tarpare la sua collaborazione con i ROS, in quanto è stato arrestato precipitosamente, e senza ragione, proprio quando aveva deciso di collaborare. (se una persona chiede il passaporto pur avendo processi in corso, di solito, se si teme il pericolo di fuga, non si arresta, semplicemente gli si nega il passaporto. Ciancimino ha ragione. Pensa che gli han dato il passaporto lasciandolo liberamente espatriare, con 13 procedimenti in corso per calunnia aggravata, persino a Igor Marini).

      Tutto questo racconto di Ciancimino, trova riscontro negli atti, nei fatti, nelle testimonianze dei pentiti sino a quando Brusca viene interrogato da Sabella. Lì avvengono due cose: Brusca inizia a ritrattare le precedenti dichiarazioni, che erano supportate da riscontri logici e temporali, ed inizia a parlare della trattativa facendo un gran casino, cercando di tirare dentro in qualche modo confuso i carabinieri, di anticipare le date fornite negli anni precedenti, di demolire gli assunti logici precedentemente esposti sostituendoli con frammenti di fatti che correlati da loro risultano del tutto illogici. per finire a quest’autunno dove al processo Mori, alla domanda dell’Avv. Milio "quali sono le sue fonti di informazioni sul papello", Brusca risponde: "l’ho letto su Repubblica." La second acosa che accade, è questa: non appena Brusca inizia a fornire, pur confusamente, quella versione sulla trattativa, subito i magistrati chiedono il programma di protezione, e quindi la sua liberazione. prima lo dicevano infido, e gliela negavano. Il che, nel mondo della logica, ha un significato ben preciso: si chiama compravendita.

      Ma torniamo seri:
      la trattativa così come ci vuole venire dipinta, non è supportata da uno straccio di riscontro testimoniale logico nè da prove documentali nè da papelli. Da nulla.
      I papelli sono falsi. I nastri con le registrazioni di V.C. con i ros in realtà contengono tutt’altro, come mi aspettavo (come vedi prevedo giusto).

      "L’agenda rossa".  Io non so se fosse così importante quest’agenda e che fine abbia fatto, dal momento che pare comunque certo che esistesse.
      Però una cosa la so: e cioè che in uno stato serio a quell’Arcangioli gli avrebbero fatto un culo così. Se le foto e i video non sono falsi, quello se ne scorazzava avanti-indietro con la borsa del magistrato (non poteva essere di nessun altro). Negli USA l’avrebbero arrestato immediatamente foss’anche stata vuota.

      Quindi io contesto la sentenza di Caltanissetta che assolve Arcangioli, per quelli che sono i documenti.

      E penso, mia opinione, che da quella borsa sia stato rimosso qualcosa che si voleva occultare, l’agenda rossa, forse, o altro.
      Documenti, comunque. Perchè non si porta a passeggio materiale così delicato e probabilmente probatorio dopo un attentato. Quindi la logica ci dice che qualcosa di losco c’è di sicuro.

      Ma vedi Luigi, una volta ipotizzato che un uomo corrotto abbia asportato con dolo dei documenti, di lì ad ipotizzare con altrettanta certezza perchè l’abbia fatto, per conto di chi, e soprattutto che cosa si volesse occultare, ce ne corre. Direi che in questo contesto l’ipotesi che si sia trattato di un occultamento di prove relative alla trattativa, è francamente risibile. La trattativa per come poteva esistere nel luglio 92, non poteva rappresentare neppure un reato penale, e comunque in quella borsa non avrebbe potuto esserci nulla di così scottante su quell’argomento, alla sola idea mi vien da ridere. No, in quella borsa c’erano i documenti relativi alle questioni veramente sporche su cui Borsellino aveva puntato il naso, decretando la sua condanna a morte. Reati grossi, importanti, crimini, che coinvolgono persone molto importanti e operazioni finanziarie di elevato interesse. Ecco le cose per cui si uccide con 100 kg di polvere cecoslovacca e per cui si fanno sparire i documenti.
      Non per improbabili trattative. Non siamo ridicoli.

      Un’ultimo post-scriptum sulla logica, un sasso nello stagno (ma sono tutti sassi nello stagno, sarà interessante discuterne con più tempo).

      Tra il castello di Utveggio e via cilea, in linea d’aria, ci son 3 km. Ho verificato su google map e ne farò pure un articolo.
      A 3 km, per riconoscere il volto di una persona, ccome minimo, ci vuole un telescopio da 60-80 infrandimenti.
      Ora, pare che agnese Borsellino abbia recentemente dichiarato che il marito in vita temeva che dall’utveggio gli controllassero la camera da letto.

      Anche qui, francamente, pensare che Borsellino abbia potuto fare una simile affermazione, è dura. Perchè è dura, ma proprio dura, che il magistrato potesse ipotizzare che qualcuno stesse perdendo il suo tempo, dall’utveggio,  a tenere l’occhio incollato all’oculare di un telescopio, per sorvegliare il suo talamo nuziale.

      Ti ho fatto questo esempio, eprchè è uno dei tanti che dimostrano una recrudescenza giudiziaria fondata su tanti piccoli fatti che però se approfonditi si rivelano bufale o quanto meno improbabili.

      No stai tranquillo, non sono io, Mr Truman. Io son quello che esamina i papelli e li svopre apocrifi. Io, non tu.

      Sticazzi, che ci provino.

    • enrix007 23:50 on 23 November 2009 Permalink | Rispondi

      Ancora una cosa, perchè mi pare che tu mi abbia chiesto una mia opinione sul movente delle stragi del 93.

      La mia opinione è tanto logica quanto banale, e parte da alcuni presupposti.

      Secondo me la mafia non è diretta dai Bassotti e da Spennacchiotto, e la sceneggiatura di queste vicende non la scrive Walt Disney. Ergo, c’è una porbabilità su un milione che chi ha ordinato e realizzato quelle stragi, lo abbia fatto nell’ipotesi di piegare lo stato a qualche cosa.  Tu pensi che sia una cosa che sta in piedi, che un mafioso per quanto stupido possa pensare di obbligare uno stato ad elimjnare le tasse dalla benzina con il ricatto degli attentati?

      In breve, io mi son fatto quest’idea, e sono pronto a rimangiarmela al primo documento che la metta in dubbio. Ma per ora ci sono solo dei falsi.
      Io penso che Falcone e Borsellino siano stati uccisi  perchè stavano ficcando il naso in questioni delicatissime, già da due anni prima. Di conseguenza, per questioni delicatissime, si sono mosse "menti raffinatissime", parole di Falcone.

      Queste menti raffinatissime hanno fatto fuori i magistrati con un metodo (già usato per Chinnici, ne riparleremo), che sa più di guerra alle istituzioni che combattono contro la mafia come simbolo, più che di chirurgica eliminazione di due persone scomode a causa del loro futuro carnet di appuntamenti, elaborato sulla base di certe convinzioni che si stavano facendo. Una forma di depistaggio blando, diciamo così. I magistrati andavano ammazzati, per fermare le loro inchieste e la loro curiosità, e quindi per ammazzare, in qualche modo bisogna pur farlo.  Non si è scelta però la pistolettata di un cecchino, che pure era possibile, ma un metodo che potesse fare pensare a qualcosa di diverso. Poi è comiciata, difatti,  la bagarre dei giornali: l’attacco allo stato della mafia, la guerra ai magistrati, e vai col generico. La trattativa stessa come ipotesi di movente entra bene in questo quadro di genericità, che serve ad occultare la specificità, e cioè il culo ed il denaro di persone ben precise.
      Visto che funzionava, si son fatti altri attentati nel 93, per continuare ad infondere quell’idea e a depistare dal vero movente delle stragi precedenti. Così, come è evidente, per marcare quel colore, si è passato guarda caso dai magistrati ai monumenti di stato, e persino a Maurizio Costanzo.
      Mancava solo Raffaella Carrà.

      Pensaci bene, è un depistaggio.

      E’ semplice, banale, e logico.

      Questo è quello che penso io.

    • anonimo 03:22 on 30 November 2009 Permalink | Rispondi

      La mia mail è NOSPAMluigi2509@interfree.it (togli NOSPAM all’inizio), se vuoi mandarmi quel file di cui parlavi ti ringrazio, potrebbe servirmi.

      Dici che Borsellino non poteva sospettare che lo spiassero dall’utveggio, io non ne sono sicuro, sapeva di essere nel mirino della mafia (o di qualcun’altro), perché non poteva sospettare che lo spiassero per conoscere le sue abitudini?

      La teoria del depistaggio per il 93 potrebbe anche essere vera, la mafia ha voluto creare clamore anche per distogliere l’attenzione dalle indagini dei magistrati, allora però chi ci garantisce che dietro non ci fosse qualcun’altro, coinvolto nelle indagini di Falcone e Borsellino, mandanti esterni che dovevano rimanere nell’ombra e allora serviva un depistaggio. C’è comunque qualcosa di poco chiaro.

      Luigi C.

    • enrix007 14:22 on 30 November 2009 Permalink | Rispondi

      Luigi, Borsellino poteva benissimo sospettare di essere sorvegliato e controllato da tutte le parti, soprattutto da chi volesse tenere d’occhio i suoi movimenti e le sue inchieste.

      Ma una persona con un cannochiale piantato sulla finestra della sua camera da letto, a tre km di distanza… a che scopo? Servizi guardoni?

    • anonimo 15:25 on 30 November 2009 Permalink | Rispondi

      Caro Luigi l’oggetto del confronto possiamo dividerlo in due.

      1- LA CATTIVA INFORMAZIONE DEI GIORNALI
      2- I FATTI ACCADUTI

      Sul primo punto Enrix mette in evidenza tutte le innumerevoli incongruenze e tutti i depistagi in atto da quasi 20 anni. Questi sono fatti acclarati. Se un papello è falso e FALSO, stiamo verificando un fatto.

      Il fatto è che il papello è falso e l’informazione sembra non accorgersene, il fatto è che Ultimo e Mori in questa storia (arresto di Riina e mancata osservanza del covo dopo l’arresto) SONO USCITI ILLIBATI, INNOCENTI. Ifatti vengono dimenticati e giornalmente dobbiamo leggere il contario, è normale questo Luigi?

      Passiamo al secondo punto. Tu Luigi (spero non ti offendi se ti do del tu) scrivi che comunque dobbiamo appurare se la trattativa c’è stata ed anche non fosse stata quela di dei ROS capire chi l’ha fatta, e fai delle interpretazioni sul memoriale di Cianciminio.

      Tutto leggittimo ma interpretare con i dati in ns posso è complicatissimo, quindi evitiamo di dare per certe delle cose che sono solo interpretazioni. Sui perchè e sui per come sempre a livello di esclusive interpretazioni le due indagine archiviate su mafia ed appalti e del riciclaggio dei soldi russi sarebbero sicuramente interessanti MA QUESTE NON VANNO DI MODA.

      Penso che  la trattativa ha tutto questo clamore ed interesse  perchè s’intravede la possibilità di un coinvolgimento Berlusconiano ma mi chiedo visto che si parla d’ipotesi COME MAI LE DUE ARCHIVIAZIONI DI PROCESSI SCOTTANTISSIMI SONO CADUTE NEL DIMETICATOIO?

      Pensi davvero che si stiano scoprendo davvero tutte le schifezze della collusione politica mafia scavando su questo tema, cosa che si sta fecendo da 20 anni e LASCIANDO DA APRTE L’ALTRO FILONE?

      Ti dico quel che penso io Luigi. Sono convinto che i depistamenti sono all’ordine del giorno e si ha tutto l’interesse di concentrarci sulla trattativa sperando che semmai la giustizia niente appurerà RIMANGA NELLA MEMORIA TUTTO QUESTO FANGO con la gente sempre più sicura che ingiustizia sia stata fatta.

      Come è accaduto per Ustica, per la Mitrokin e per le tante stragi di stato, depistamenti, depistamenti e depistamenti e le verità ben custodite con noi persone normali assoluytamente lontani dal capire cosa è successo. Un plauso ad Enrix che aiuta le crepe a diventare voraggini.

      Gianluca

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    enrix 00:04 on 3 November 2009 Permalink | Rispondi
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    LA SCOMPARSA DEI FATTI 

    Antimafia Fiction

    Rivelazioni schock, accordi tra boss e politici, “sbirri” collusi, omicidi eccellenti. Nel perfetto film di Palermo sulla trattativa tra Cosa nostra e lo Stato c’è proprio tutto. Tranne i fatti

    Leggi l’intervista a Giuseppe del Vecchio

    Leggi: L’inchiesta bomba archiviata

    di Chiara Rizzo

    Palermo, aula della IV sezione penale del tribunale, 20 ottobre 2009. Sguardi compunti e grandi inchini davanti ai pm antimafia e ai lacunosi ricordi di Luciano Violante. Risolini scettici e qualche plateale sbuffo di noia nei riguardi delle dichiarazioni spontanee del generale Mario Mori. Nell’aula al secondo piano del tribunale di Palermo c’è un clima di tifo effervescente per i teoremi dei pm Antonino Ingroia e Nino Di Matteo. Tanto che ad un certo punto il generale richiama stizzito all’ordine l’appuntato di AnnoZero, Sandro Ruotolo. Cosa succede a Palermo? La copertina dell’ultimo numero dell’Espresso, viene in soccorso: “Esclusivo: Tra mafia e Stato. I verbali inediti dei pentiti Brusca e Spatuzza. Così andò la trattativa tra Cosa nostra e i politici. Da Mancino a Berlusconi”. Tempi vorrebbe rovesciare la prospettiva, sulla base delle carte e di un quesito apparentemente stravagante: dove nascondereste voi una foglia? Forse in un bosco, no? E dove nascondereste il mistero di un’inchiesta scottante archiviata frettolosamente? Forse in mezzo a tante altre inchieste?
    Sostiene Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, che «siamo all’anticamera della verità». Una verità che ne ospiterebbe al suo interno molte altre, come un gioco di scatole cinesi. Una verità che sarebbe contenuta nelle pieghe del famoso “papello” con le richieste di Totò Riina allo Stato, vergate nell’anno 1992. La prova di una trattativa tra mafia e istituzioni, secondo la procura siciliana. Custode del papello e intermediario tra boss e Stato, attraverso i massimi vertici dei carabinieri, sarebbe stato Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo vicino ai corleonesi e condannato per mafia. Dietro la supposta trattativa via papello, ci sarebbe la soluzione di molti misteri italiani. Da quello di via d’Amelio, l’attentato in cui fu ucciso il giudice Paolo Borsellino (e ucciso, secondo la tesi dei pm palermitani, proprio perché non avrebbe condiviso la trattativa). Giù giù fino alla spiegazione delle stragi del ’93 a Roma, Firenze, Milano, organizzate, sempre secondo la tesi dell’antimafia, per vendetta contro lo Stato traditore dei patti. E ancora giù, fino all’ultima scatola infernale: quella di una presunta seconda trattativa, avviata alla fine del ’93 con il nuovo referente politico, Forza Italia, tramite Marcello Dell’Utri. Quest’ultima è senz’altro la parte più golosa del teorema palermitano, adombrata dal pentito Giovanni Brusca (quello che azionò il telecomando nella strage di Capaci) nelle sue rivelazioni riportate dall’Espresso. Brusca non aveva ancora finito di parlare dalla copertina del settimanale, che già sulle pagine di Repubblica si affacciava il “nuovo” pentito Gaspare Spatuzza, pronto a confermare la trattativa con Forza Italia.
    Chissà quanti altri recupereranno la memoria prossimamente. D’altra parte, l’urgenza di “nuove rivelazioni” pare aver rinfrescato i ricordi anche a Claudio Martelli (nel ’92 ministro della Giustizia) e a Liliana Ferraro (allora direttrice degli Affari penali del ministero). A entrambi è ritornato in mente che in effetti, prima di morire, Borsellino sapeva di una trattativa tra mafia e Stato. E guardacaso il soprassalto di memoria dei due è avvenuto proprio nel corso di un’intervista di Sandro Ruotolo per la puntata di AnnoZero in onda l’8 ottobre 2009.

    Tutti ricordano diciassette anni dopo
    Ma come si è arrivati, diciassette anni dopo i fatti, «all’anticamera della verità», per dirla con Ingroia? Riavvolgiamo il film e torniamo al punto di partenza. Il processo palermitano contro Mori (il generale dei carabinieri che nel 1993 guidò l’operazione che condusse all’arresto di Totò Riina), si dipana lungo due filoni di indagine. Il primo riguarda la mancata cattura, nel ’95, di Bernardo Provenzano, successore di Riina ai vertici di Cosa nostra: Mori è accusato di aver favorito la fuga del boss. Il secondo riguarda invece il presunto papello di Riina: la tesi dell’accusa è che Mori avrebbe fatto da tramite, durante i suoi abboccamenti del ’92 con Ciancimino, tra mafia e alti livelli dello Stato. C’è un problema, però, per i fan del teorema a cascata trattativa-mafia-carabinieri-Stato-Dell’Utri- Berlusconi”: i fatti.
    Primo fatto. La principale fonte delle informazioni sulla presunta trattativa mafia-Stato è oggi Massimo Ciancimino, il figlio di “don” Vito. Il quale inizia a rilasciare dichiarazioni alla direzione distrettuale antimafia palermitana , cioè a Ingroia e Di Matteo, nell’aprile del 2008. Ovvero sedici anni dopo i fatti in questione. E soprattutto un anno dopo la sua condanna, l’11 marzo 2007, per riciclaggio e tentata estorsione. A luglio 2008 si apre il processo contro Mori, dove l’accusa è sostenuta dai pm Ingroia e Di Matteo. E Ciancimino jr. a furia di rivelazioni, da figlio di mafioso, arrestato, condannato e alleggerito nelle proprietà e nei beni per la cifra astronomica di 60 milioni di euro, viene trasformato, grazie alla ribalta mediatica, in superteste (con tanto di scorta) di un processo, quello contro il generale Mori, che sui media è ormai diventato un “processo allo Stato”.

    L’interrogatorio dimenticato
    Secondo fatto. Fino al giugno 2009, Massimo Ciancimino rimane evasivo sul famoso papello custodito da papà Vito. Messo però alle strette dai pm, nel luglio 2009 (proprio nei giorni a ridosso della sentenza di Genova che ha ridotto la condanna al colonnello Michele Riccio, l’uomo che accusa il generale Mori di aver favorito la fuga di Provenzano), promette ai magistrati di consegnare il foglio con le richieste di Riina, e rivela loro che i primi incontri tra suo padre e gli alti ufficiali dei Ros (Mori e Giuseppe De Donno) risalivano al giugno del ’92, prima della strage di via D’Amelio. Ad oggi, però, a Palermo risultano depositate solo due fotocopie di appunti manoscritti: una del presunto papello di Riina, l’altra è la fotocopia della versione riveduta e corretta da Vito Ciancimino. Dove sono gli originali di questi documenti?
    Terzo fatto. Esistono manoscritti originali e verbali di interrogatorio, dei quali il pm Ingroia e l’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli sono a conoscenza dal gennaio del 1993, in cui Vito Ciancimino stesso parla degli incontri con gli ufficiali del Ros, l’allora colonnello Mori e l’allora capitano De Donno. Tali documenti sono stati depositati il 20 ottobre scorso al processo Mori. Che spiegazione ha dato di questi abboccamenti con Cinancimino l’ex numero 1 del Ros? Mori innanzitutto li ha collocati a partire dal 5 agosto 1992, dopo la morte di Borsellino (il che escluderebbe che la presunta trattativa mafia-Stato sia stata la causa della morte del magistrato). In secondo luogo il generale ha chiarito a quali ragioni investigative rispondessero tali incontri: attraverso il sindaco mafioso i carabinieri intendevano ottenere indicazioni per arrivare alla cattura dei boss. L’incontro significativo sarebbe stato il quarto, quello avvenuto il 18 ottobre 1992, dopo che Ciancimino aveva avviato i contatti con i corleonesi. Ha ricordato il generale Mori: «Mi disse: “Guardi, quelli accettano la trattativa. Voi che offrite in cambio?”. Io non avevo nulla da offrire, per cui dissi: “I vari Riina, Provenzano si costituiscano e lo Stato tratterà bene loro e le loro famiglie”. A questo punto Vito Ciancimino si imbestialì». Ecco perché la “trattativa” è saltata: perché non c’è stata nessuna trattativa.

    E don Vito disse: il patto? Una palla sonora
    In seguito, nel dicembre del ’92, Vito Ciancimino viene arrestato. Il 15 gennaio 1993 il capitano Ultimo, dei Ros guidati da Mori, arresta anche Riina. Lo stesso giorno si insedia a Palermo il nuovo procuratore Giancarlo Caselli. Che da Mori viene immediatamente informato di una richiesta di Ciancimino: il sindaco vuole incontrare il nuovo procuratore palermitano nel carcere di Rebibbia, dov’è detenuto, perché intende rilasciare alcune dichiarazioni. Il 27 gennaio avviene il primo interrogatorio di Ciancimino. Sono presenti il procuratore Caselli, il pm Ingroia, il colonnello Mori e il capitano De Donno. Seguono numerosi interrogatori a cui sono sempre presenti Ingroia e Caselli. Quello che ci interessa è l’interrogatorio del 17 marzo 1993 (clicca sopra per scaricarlo – ndr) , ore 9.30. In quell’occasione Ciancimino parla estesamente con Caselli e Ingroia degli incontri avuti nel 1992 con i carabinieri. Nota bene: a quell’epoca l’ex sindaco di Palermo avrebbe tutto l’interesse a retrodatare il più possibile questi incontri, per candidarsi così ad accedere ai benefici per i “collaboratori di giustizia”. Cosa dice invece quel 17 marzo 1993 Vito Ciancimino? Spiega a Caselli e a Ingroia che «avevo avuto dal capitano De Donno varie sollecitazioni per iniziative comuni. Le avevo respinte. Ma dopo i tre delitti (quello di Lima, che mi aveva sconvolto; quello di Falcone che mi aveva inorridito; quello di Borsellino che mi aveva lasciato sgomento) cambiai idea. Manifestai la mia intenzione di collaborare, ma chiesi un contatto con un livello superiore. Conseguentemente il capitano De Donno tornò a casa mia (mi pare il 1° settembre 1992) accompagnato dal colonnello Mori. Esposi il mio piano: cercare un contatto per collaborare con i carabinieri. Questo piano fu accettato, e una ventina di giorni dopo incontrai una persona, organo interlocutorio di altre persone». Il “contatto” è Antonino Cinà, il medico della mafia. Ricorda Ciancimino: «Chiamai i carabinieri, i quali mi dissero di formulare questa proposta: “Consegnino alla giustizia alcuni latitanti grossi e noi garantiamo un buon trattamento alle famiglie”. Ritenni questa proposta angusta per poter aprire una valida trattativa».
    Cosa fanno davanti a queste dichiarazioni Caselli e Ingroia, l’uomo che conduce l’accusa contro Mori e sostiene la tesi di una trattativa tra mafia e Stato? Nulla. Non battono ciglio. Leggono, firmano e sottoscrivono il verbale dell’interrogatorio. Vito Ciancimino racconta anche altro in quell’interrogatorio del 17 marzo 1993. Racconta di un secondo tentativo di collaborare con i carabinieri. Ecco le sue parole a verbale: «Il 17 dicembre partii per Palermo, dove mi incontrai con l’intermediario-ambasciatore. Io gli avevo raccontato (d’intesa con i carabinieri) una “palla” sonora, grossa come una casa, vale a dire che un’altissima personalità della politica (che non esisteva), che era un’invenzione mia e dei carabinieri, voleva ricreare un rapporto tra le imprese. Comunicai l’impegno dell’interlocutore-ambasciatore a rispondermi al capitano De Donno. Questa comunicazione avvenne il sabato. Mezz’ora dopo questo colloquio venivo arrestato». Dunque: Ciancimino dichiara anche di aver proseguito i contatti con i mafiosi e riferito ai carabinieri. Malgrado questo, viene arrestato. Naturale che sia imbufalito. Eppure, nonostante abbia più di una ragione per volersi vendicare dei carabinieri che lo usavano ma non lo hanno sottratto all’arresto, non si presenta come il tramite tra Riina e Mori e come il custode di un documento (il famoso papello) che prova l’esistenza di una trattativa con lo Stato. Anzi. Don Vito bolla il coinvolgimento di «un’altissima personalità della politica» come «una palla sonora, grossa come una casa». Quel 17 marzo Ingroia legge e sottoscrive tutte queste affermazioni di Ciancimino. I dubbi gli sono venuti diciassette anni dopo.

    02 Novembre 2009

    Estratto dalla rivista "Tempi"  -  LINK

     
  • Avatar di enrix

    enrix 10:43 on 25 October 2009 Permalink | Rispondi
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    DE PAPELLIBUS

    due papelli

    PREMESSA

    Questa volta, parliamo di papelli.

     


    E cerchiamo di parlarne in modo un po’ approfondito.

    1)    IL PRIMO A PARLARNE: GIOVANNI BRUSCA, IL “MEZZOPENTITO”.

    Il primo a parlare del papello dandone dettagli, fu il mafioso Giovanni Brusca.

    Il 10 settembre del 1996 davanti a 4 magistrati di Palermo, 3 di Caltanissetta e 2 di Firenze, in una saletta del carcere di Rebibbia, il boia di Capaci comincia a parlare.

    In quell’occasione Brusca rivela “che nell’ agosto del ‘ 92, quando l’ allora governo presieduto da Giuliano Amato prese delle dure contromisure nei confronti dei mafiosi "contemporaneamente sarebbe partito un tentativo di trattativa tra spezzoni dello Stato e lo stesso Riina". "Brusca sostiene che attraverso alcuni mediatori siciliani, schegge degli apparati istituzionali, forse in contatto con Andreotti  allora semplice senatore, avrebbero sondato il capo di Cosa nostra per sapere a quale prezzo sarebbe stato disposto a cessare le stragi. Riina avrebbe elaborato un "papello" e cioè un elenco di richieste: la sospensione del carcere duro, un ridimensionamento dell’ uso dei pentiti, la garanzia di aggiustare i processi" (DELITTI ECCELLENTI E TRAME DI STATO – Repubblica — 20 settembre 1996   pagina 18   Di FRANCESCO VIVIANO )

    Il 27 marzo 1997 Viviano ci fornisce altri dettagli di quell’interrogatorio:

    Dopo le stragi di Capaci e di via D’ Amelio Totò Riina "presentò il papello", una sorta di conto e condizioni e "qualcuno si fece vivo". Riina insomma, dopo i due attentati, avrebbe intrapreso una trattativa con settori delle istituzioni. (…) Secondo Brusca gli attentati di Falcone e Borsellino "si dovevano fare, però l’ occasione fu sfruttata a livello politico per dire: se non la smettete ora noi continuiamo a fare altre stragi e secondo me è nato questo contatto, cioè il famoso contatto del papello". Le stragi, secondo Brusca, furono un mezzo per "allacciare i rapporti", anche se l’ uccisione di Falcone e Borsellino era stata già decisa da tempo.(…) Brusca aggiunge che l’ uccisione di Falcone e Borsellino era stata deliberata da Riina durante una riunione con i cugini Nino ed Ignazio Salvo.(…) (‘RIINA TRATTO’ CON LO STATO’ Repubblica — 27 marzo 1997   pagina 22   di  Francesco Viviano )

    Una versione analoga delle rivelazioni di Brusca la fornisce lo stesso giorno Mignosi sul Corriere:

    “Il carnefice di Falcone dice che quell’attentato "si doveva fare", con un tono che lascia pensare a input venuti dall’esterno delle organizzazioni mafiose. E pure riferendosi a Borsellino fa capire che il "botto" fu inevitabile. Nelle 400 pagine (zeppe di omissis), depositate ieri dal pubblico ministero Luca Tescaroli al processo per la strage di Capaci, c’e’ tutta la verita’ di Giovanni Brusca sulle relazioni tra i capoccia corleonesi e ambienti istituzionali. Riferendosi ai massacri del maggio e del luglio 1992, Brusca dice che l’occasione fu sfruttata dai corleonesi a livello politico: "Se non la smettete, noi continuiamo a fare altre stragi", avrebbe detto Riina ai suoi misteriosi interlocutori in una riunione ad alta tensione, quella in cui a dei boss presento’ il "papello", parola siciliana che indica un conto da pagare. Trattando e discutendo, sostiene Brusca, si sarebbe raggiunta l’intesa. Cosi’ le morti di Falcone e Borsellino "diventarono il mezzo per allacciare nuovi rapporti". Ma siccome entrambe le condanne a morte erano gia’ state comunque emesse dalla cupola di Cosa nostra, il dichiarante chiude il capitolo con una battuta significativa: "Si e’ fatto, come si suol dire, un viaggio e due servizi". (…)” (Brusca: cosi’ ho ammazzato Falcone " E dopo le stragi, volute anche dai Salvo, Riina pote’ trattare con alcuni politici " (27 marzo 1997) – Corriere della Sera di Mignosi Enzo)

    Il giorno dopo sempre sul Corriere, Felice Cavallari fornisce nuovi dettagli sulle rivelazioni di Brusca:

    "La strage di Capaci? Fu per fermare Andreotti" Brusca: Riina disse che Falcone se lo portava sulla coscienza il senatore, aveva fatto troppi giochini. (…) Al procuratore aggiunto Paolo Giordano e al pubblico ministero Luca Tescaroli spiega: "Era un messaggio per Andreotti. Era come dire "Ti mannu stu messaggio, ora va scancialu". Visto che tu non ti sei voluto interessare, visto che ci hai voltato le spalle…". Il mancato interesse e’ legato alla conferma in Cassazione delle pene del maxi processo. Di qui il messaggio da scambiare ("scancialu"). Per onorare l’impegno. Ovvero perche’ l’impegno, o un nuovo patto, fosse onorato da altri. Ed e’ ad altri che Riina, secondo la ricostruzione di Brusca, presenta prima e dopo le stragi di Falcone e Borsellino il "papello", una sorta di minaccia e ricatto insieme. Per discuterne con "qualcuno" che nelle parole di Brusca diventa maccheronicamente "il spezzino". Non dice se sia un uomo di La Spezia. (…) Brusca: "Volevamo togliere ad Andreotti quella forza che aveva in Parlamento per non fare piu’ il galletto…". Pm: "Con chi ne parlava?". Brusca: "Con Riina, per dire che non gli avremmo fatto fare proprio il presidente della Repubblica". (…) E se continuava eravamo disposti ad uccidere pure il senatore Purpura (che e’ deputato regionale, ndr)… Poi scatta la sospensione, perche’ dopo la strage di Borsellino, e non so sotto quale profilo, Riina ha il contatto con il cosiddetto "il spezzino". Pm: "…un contatto dopo la strage Borsellino?". Brusca: "Dopo questo fatto Riina ha il contatto del famoso "papello", delle richieste, perche’ qualcuno ci dice "per finire queste cose, per finire queste cose, cioe’ per finire queste bombe cosa volete?", e viene il contatto e viene sospeso tutto. E non facciamo piu’ niente momentaneamente". Pm: "Lei vuol dire che c’era un collegamento politico con qualcuno che avrebbe suggerito anche gli attentati alle sezioni DC prima delle grandi stragi?". Brusca: "Qualcuno si e’ fatto vivo e si e’ creato il contatto, si e’ creato il collegamento". Pm: "Il discorso del papello e’ un’altra cosa?". Brusca: "No, per me e’ tutta unica… Cioe’ sono un’unica cosa le stragi Borsellino – Falcone con i 4 o 5 attentati…". Pm: "Qualcuno" c’e’ quindi anche prima delle stragi?". Brusca: "Mio fratello Emanuele si interessava di politica… si poteva rivolgere a Rino Lo Nigro". Pm: "Quale partito, quale corrente?" Brusca: "Forlaniana, cioe’ l’onorevole Russo… E Russo penso sia forlaniano… Dicevano che bisognava dare un’altra spinta per potere completare questa operazione…". Pm: "Chi lo diceva?". Brusca: "Biondino e Riina. Cioe’ bisognava un’altra spinta per completare. O era il politico che suggeriva…". Pm: "In che periodo lo dicevano?". Brusca: "Subito dopo le stragi…". Pm: "Perche’ legge questi attentati come prosecuzione di un disegno unico?". Brusca: "Lima, Ignazio Salvo… erano destinati a morire, cioe’ quella fascia doveva essere eliminata, vuol dire che c’era qualche altro… qualche altro filone nuovo che si stava meglio e che si doveva avere…". (" La strage di Capaci? Fu per fermare Andreotti " di Cavallaro Felice – 28 marzo 1997  - Corriere della Sera)

    Intanto lo stesso 28 marzo 97 Brusca continua a parlare nell’ aula bunker di Caltanissetta. Ce ne rendono conto ancora Repubblica e il Corsera;

     “Il boss di San Giuseppe Jato ha anche chiarito che cos’ è il "papello", il conto e le richieste che Totò Riina avrebbe avanzato, attraverso un intermediario, a settori delle istituzioni. Un conto che il capo di Cosa nostra avrebbe presentato dopo le stragi di Capaci e di via D’ Amelio. E dopo le uccisioni di Falcone e Borsellino, Riina, ha affermato Brusca, gli disse che "finalmente qualcuno s’ era fatto vivo". "E’ il famoso discorso del papello – ha specificato il boss – si erano fatti vivi gli uomini dello Stato, non so se politici, imprenditori e Riina gli presentò due fogli protocollo un ‘papello’ di richieste inerenti al 41 bis, la chiusura dei processi e altri vantaggi per Cosa nostra" (‘SEPARATISMO? PER RIINA, BOSSI E’ IRRESPONSABILE’ – Repubblica — 29 marzo 1997   pagina 25)  

    Lo stesso giorno invece il Corriere fornisce ulteriori importanti dettagli:

    Dopo quelle di Capaci e via D’Amelio, Riina penso’ ad una terza apocalittica strage. "E sarebbe bastata quella per vincere la guerra con lo Stato", rivela Giovanni Brusca al processo contro gli assassini di Falcone. Ma un "patto" fermo’ la terza strage. Un patto stipulato con "uomini delle istituzioni" tramite "qualcuno". Il mezzo pentito, un tempo pupillo di Riina, non sa con chi parlo’ il "dittatore" dei Corleonesi. Ma sa che presento’ il conto, che lui chiama "il papello". E spiega: "Consegno’ a "qualcuno" due fogli con le richieste per abolire il carcere duro ed altro". Un patto infranto dall’arresto dello stesso Riina, nel gennaio ’93. (…)  Dopo qualche tempo, invece, dice: "Finalmente si sono fatti sotto". E’ il discorso del papello. Si erano fatti vivi uomini dello Stato. Non so se politici, imprenditori, avvocati o massoni. Riina gli presento’ due fogli scritti, il "papello" su 41 bis, chiusura processi, e richieste inerenti Cosa Nostra. Lui pensava per tutti". (…)  (Brusca: quel patto con lo Stato – di Cavallaro Felice Pagina 10 - 29 marzo 1997 – Corriere della Sera)

    Il 30 luglio 97 Attilio Bolzoni su  Repubblica ci riporta alcuni nuovi stralci del famoso verbale di interrogatorio di Brusca del 10 settembre 1996, raccolto a Rebibbia:

    "Totò Riina mi disse che aveva fatto un papello di richieste dirette a una persona che non so indicare e che si attendevano risposte. Si tratta della vicenda dei ‘contatti con lo Stato’ …Ricordo che verso la fine del 1992, Salvatore Biondino ci disse che ci sarebbe voluto qualche altro ‘colpo’ per indurre lo Stato a scendere a patti. Il Riina, invece, aveva detto che bisognava fermarsi in quanto le trattative erano in corso…". Giovanni Brusca (…) spiega quali erano quelle richieste. "Consistevano nella modifica della legge Rognoni-La Torre, della legge Gozzini, nella riapertura del maxi e di qualche altro processo… credo anche che ci fosse qualche richiesta inerente la legge sui pentiti, e anche altre richieste per far uscire dal carcere alcuni vecchi mafiosi in cagionevoli condizioni di salute(…)  "Voglio ribadire che io ero a conoscenza del fatto che Totò Riina aveva dei contatti per far cessare le stragi, ma non so dire con chi…i contatti del Riina erano quelli del papello di cui ho parlato prima, ma non posso escludere che ne avesse altri, probabilmente su Palermo…Non so dire a chi sia stato consegnato il papello ma sono sicuro, per avermelo detto lo stesso Riina, che il papello fu effettivamente consegnato a qualcuno, anche se la risposta alle richieste che noi avevamo avanzato era stata negativa… (IL ‘PAPELLO’ DI RIINA PER TRATTARE CON LO STATO  di A. B. Repubblica — 30 luglio 1997   pagina 4 )

    Ma lo stesso 30 luglio, sempre su Repubblica in un trafiletto di Marina Garbesi fa capolino per la prima volta, non si sa come e perché, una descrizione diversa delle tempistiche che avrebbe fornito Brusca relativamente alla presentazione del papello:

    “ Brusca cita un ‘famoso papello’ , una carta di richieste vergata da Totò Riina da presentare alle "autorità" dopo la strage di Falcone nel maggio del ’92. Non entra nel dettaglio Brusca, le indagini sono ancora in corso, ma si apprende che il papello riguardava una revisione del carcere duro per i boss e della legge sui pentiti.  (…) (‘UCCIDEVAMO I SUOI RIVALI MA POI ANDREOTTI CI TRADI’ – Repubblica — 30 luglio 1997   pagina 4  di Marina Garbesi)

    E pensare che lo stesso giorno sempre su Repubblica e nella stessa pag. 4, nell’articolo citato in precedenza, Bolzoni aveva pure scritto:Il papello è un documento che Cosa Nostra avrebbe "presentato" a pezzi dello Stato italiano dopo l’ uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.”

    Quindi su Repubblica, lo stesso giorno e sulla stessa pagina, a proposito della “presentazione del papello” la Garbesi parla del maggio 92, e Bolzoni di un periodo successivo al luglio 92.

    Il 13 gennaio 1998, Brusca riprende a parlare, correggendo leggermente il tiro.

    Ce ne rende conto il Corsera del 14 gennaio:

    “Obiettivo era quello di costringere lo Stato ad accettare le richieste di Cosa nostra: una trattativa sotterranea sarebbe stata avviata dopo l’uccisione di Giovanni Falcone. "Si sono fatti sotto – avrebbe detto Toto’ Riina a Brusca nell’estate 1992 -, gli ho presentato un "papello" (un conto da pagare, n.d.r.) di richieste lungo cosi’ e ora aspetto una risposta". "Non so chi c’era dall’altro lato del tavolo, Riina non me l’ha detto – ha affermato Brusca -, non so se si tratti di magistrati, poliziotti, carabinieri o massoni. Conoscendo chi gravitava intorno a Riina, posso dire pero’ che la persona che puo’ aver stilato il "papello" potrebbe essere il dottor Antonino Cina’ (medico di Riina ndr), forse con Ciancimino o altri".” (" La mafia progetto’ di avvelenare le merendine da bar " – 14 gennaio 1998  - Corriere della Sera)

    Quindi per la prima volta nelle deposizioni di Brusca, spuntano i carabinieri, che prendono il posto dei politici, imprenditori e avvocati .

    Non si comprende bene però se il Corsera intende dire “dopo l’uccisione di Giovanni Falcone” nel senso di “subito dopo e quindi prima di quella di Borsellino”, o “genericamente dopo”.

    Brusca parla di “estate 1992”. Comunque lo stesso giorno su Repubblica, secondo Gianluca Monastra, Brusca avrebbe invece confermato le  precedenti versioni sulle tempistiche:

    “Brusca chiama in causa il boss dei boss, e apre il sipario su una oscura trattativa fra Totò Riina e lo Stato. I termini erano: la riapertura dei processi, le leggi straordinarie, l’ offensiva antimafia non piacevano a Cosa Nostra che quindi tentò di entrare in contatto con misteriosi agganci nelle istituzioni per alleggerire la pressione. "Dopo gli attentati a Falcone e Borsellino, Riina mi disse: "Si sono fatti sotto, pensa si sono mossi anche i servizi segreti per arrestarmi. Io gli ho presentato un papello (in dialetto un conto da saldare ndr), di richieste lungo così e ora sto aspettando". Era l’ estate del ‘ 92 e per questo mettemmo un fermo agli attentati in attesa della risposta dello Stato". Brusca aveva già parlato del papello di Riina, ma questa volta lo descrive meglio, anche se continua a non intaccare la zona d’ ombra che nasconde il volto degli interlocutori del boss: "Non so chi c’ era dall’ altro lato del tavolo. Non so forse magistrati, poliziotti, carabinieri, massoni. Conoscendo chi gravitava intorno a Riina, posso dire però che la persona che può aver stilato il papello potrebbe essere il dottor Antonino Cinà".” (Le merendine avvelenate dalla mafia – Repubblica — 14 gennaio 1998   pagina 12 – di Gianluca Monastra)

    Ed arriviamo finalmente alla metà di settembre del 1998. Brusca depone a Como all’udienza per Via D’Amelio, e stravolge tutte le versioni date in precedenza, spostando l’attenzione sul periodo compreso fra l’attentato a Falcone e quello a Borsellino, e ponendo così le basi per la nuova versione dei fatti, quella sostenuta oggi dai PM: Borsellino sarebbe stato ucciso perché contrario alla trattativa. Con la versione dei fatti data in precedenza e sino ad ora, sostenere ciò sarebbe stato impossibile. Inoltre, dopo aver negato sino ad oggi di conoscere gli interlocutori di Riina, questa volta fa persino i nomi, che vengono segretati. Ce ne fornì il resoconto il Corriere:

     “Cosa Nostra tento’ nel 1992 di scendere a patti con lo Stato avviando due trattative: in cambio della restituzione di opere d’arte rubate, Brusca tento’ di ottenere benefici per suo padre e per altri detenuti; Riina cerco’ invece la revisione del maxiprocesso e, tra l’altro, di far abolire l’ergastolo. Tutte e due le trattative non ebbero risultati e si chiusero prima della strage di via D’Amelio. Questo il contenuto delle dichiarazioni di Giovanni Brusca all’udienza di ieri del processo bis per l’assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta, che si e’ tenuta a Como per motivi di sicurezza. Secondo i pm nisseni la strage doveva servire a spingere le istituzioni a scendere definitivamente a patti con la mafia. Brusca ha parlato del "papello", un elenco di richieste che Riina consegno’ a "persone delle istituzioni". Gliene parlo’ lo stesso Riina, "subito dopo la strage di Capaci, nel mese di giugno". Brusca avrebbe anche indicato, nei verbali ancora coperti da omissis, i nomi degli interlocutori del capo di Cosa Nostra. Il discorso nacque, ha detto, perche’ "io stavo trattando con un certo Bellini. Dovevamo fare uno scambio di quadri perche’ Bellini diceva che quando lo Stato recupera opere d’arte rubate non e’ che cadano dal cielo, dietro c’e’ sempre una trattativa. Io chiesi se era possibile avere qualche cosa per i detenuti, mi riferivo a mio padre, Luciano Liggio e gli altri. Chiesi a Riina del materiale e lui aggiunse alla lista Pippo Calo’ e mi fece avere delle foto Polaroid". Poi pero’ accadde qualcosa. "A un certo punto Riina mi stoppo’ e disse che lui aveva in corso una trattativa e che aveva consegnato un papello". Ma il "papello" torno’ indietro: "Gli dissero che eravamo pazzi, che avremmo avuto solo qualche cosa". Brusca dice di non aver letto la lista delle richieste ma ritiene che tra esse vi fossero la revisione del maxiprocesso, l’attenuamento del 41 bis, e altri benefici. La risposta negativa provoco’ la strage. (…) (" Riina voleva trattare con lo Stato offrendo di restituire opere d’ arte " – 15 settembre 1998 – Corriere della Sera)

    Quindi qui Brusca propone una versione nuovissima e diversissima dei fatti relativi alla “trattativa”. Il rifiuto delle condizioni postulate da Riina nel papello da parte delle “persone delle istituzioni”, avrebbe fatto incazzare Riina, che chiuse immediatamente la trattativa e per rappresaglia ordinò la strage di Via D’Amelio. E non era vero che Brusca non conosceva gli ambasciatori. Li conosceva e ha fatto pure i nomi.

    Pare uno di quei libri-gioco dove puoi scegliere i percorsi delle varie trame, a seconda dei tuoi gusti.

    Comunque è da questo momento che stranamente Giovanni Brusca, comincia ad essere considerato attendibile dagli organi di Giustizia, poichè finalmente nel marzo 2000 riesce ad ottenere la patente di “pentito”.

    Le ragioni di questa novità, ce le spiega in modo netto ed esplicito Cavallaro sul Corriere:


    “Lo scetticismo su Brusca è giustificato dal fatto che il boss ora pentito ha provato tante volte a confondere le acque. A cominciare dalla goffa trappola ideata per coinvolgere il presidente della Camera Luciano Violante in un inesistente complotto contro Andreotti.
    Poi, la svolta. Con i riferimenti al «papello» e alle presunte richieste di Riina transitate, a suo avviso, verso Stato e carabinieri nella discussa trattativa con Vito Ciancimino.” (Brusca svela il tesoro di Cosa nostra – L’ ex boss ottiene lo status di pentito. – Cavallaro Felice – Pagina 5 – 11 marzo 2000  - Corriere della Sera)

    Tutto chiaro. Aveva cercato di confondere le acque con uno sgambetto a Violante, e quindi era un goffo mascalzone, altro che pentito. Ma le deposizioni sul papello e soprattutto sul coinvolgimento dei carabinieri, rappresentano una vera e propria redenzione, una svolta morale nella coscienza del personaggio, che quindi andava premiato. Ma torniamo ai suoi racconti, che non sono mica finiti né definitivi. Nuove ghiottissime versioni alternative ci attendono.

    Infatti  nella metà del settembre 2001, Brusca torna a parlare e a far parlare di sè, e questa volta sforna finalmente la versione “buona”, quella preferita dai PM poiché è quella su cui ancora oggi stanno lavorando.

    PALERMO – Il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino fu ucciso perché voleva fermare la trattativa tra pezzi dello Stato e i Corleonesi avviata dopo la strage di Capaci. Cosa nostra fu informata da una «talpa» e «accelerò» la morte del magistrato. Per questo, a soli 57 giorni dalla strage di Capaci, la mafia fu «costretta» ad un altro attentato libanese. Quella che potrebbe segnare la clamorosa svolte nelle indagini sui mandanti occulti delle stragi arriva, nove anni dopo, dalle ultime rivelazioni del «pentito» Giovanni Brusca, in un recentissimo interrogatorio supersecretato dai magistrati delle Procure di Palermo e Firenze. «Il giudice Paolo Borsellino era contrario alla trattativa che Riina aveva intrapreso con lo Stato e rappresentava quindi un ostacolo, per questo è stato assassinato». Il «pentito» però non ha fatto nomi, evitando di specificare chi fosse l’ interlocutore di Totò Riina nella trattativa. «Non lo so con certezza», ha ammesso. Resta il fatto che il boss di San Giuseppe Jato, l’ uomo che premette il telecomando nella strage di Capaci e che ordinò di sciogliere nell’ acido il figlio dodicenne del pentito Santo di Matteo, avrebbe rotto ogni indugio decidendo di vuotare completamente il sacco. (…) Brusca non ha dubbi: la trattativa ci fu, Borsellino tentò di ostacolarla e una «talpa» lo fece sapere a Cosa nostra che accelerò la sua morte. (Borsellino morì per un complotto – Repubblica — 29 settembre 2001 -  pagina 21   di FRANCESCO VIVIANO)

    E il successivo mese di novembre, escono le indiscrezioni sulle parti segretate dei verbali di deposizione di Brusca a Como nel settembre del ’98.

    “Riina «venduto» al Ros dagli uomini di Bernardo Provenzano, mentre i militari dell’ Arma non entrarono nel suo covo di via Bernini, a Palermo, per paura di trovare tracce del «papello», l’ elenco di richieste oggetto di trattativa. È tutto in un verbale del 1998, ancora secretato, in cui il pentito Giovanni Brusca racconta la sua verità riaprendo il capitolo dei misteri del ‘ 92 legati ai contatti tra mafia e Stato e accusa i carabinieri di avere avviato trattative segrete con i capimafia condensate nel «papello». Il verbale è agli atti dell’ inchiesta condotta dalla Procura di Palermo sui misteri del covo di Riina, verso l’ archiviazione. Secondo Brusca «i carabinieri, nel periodo delle stragi, avevano gli strumenti per capire le nostre mosse. Stavamo portando avanti due trattative con lo Stato: quella del papello e quella riconducibile ai miei rapporti con Bellini». («Un documento imbarazzante dentro il covo di Riina» – Pagina 15 - 4 novembre 2001 – Corriere della Sera)

    Curioso. Secondo i resoconti dei giornali quindi, in un interrogatorio “recentissimo” (settembre 2001) e supersecretato, Brusca “non aveva fatto nomi” ai PM di Palermo e Firenze, relativamente a “chi fosse l’ interlocutore di Totò Riina nella trattativa”. «Non lo so con certezza», ha ammesso. Ma in un altro interrogatorio, supersecretato anche quello, di tre anni prima (1998, probabilmente si tratta degli “omissis” dei verbali di Como) Brusca aveva invece accusato “i carabinieri di avere avviato trattative segrete con i capimafia condensate nel «papello». Per contro, in quell’occasione aveva invece mentito sul movente dell’omicidio Borsellino, di fronte ai PM nisseni, (il "papello" torno’ indietro: "Gli dissero (a Riina – ndr) che eravamo pazzi, che avremmo avuto solo qualche cosa".La risposta negativa provoco’ la strage.)

    Quindi nel settembre 2001, quando ruppe ogni indugio vuotando finalmente il sacco, Brusca ci spiegò che Borsellino fu ucciso perché contrario, e quindi di ostacolo, ad una trattativa che evidentemente stava andando a gonfie vele, mentre nel 1998, non avendo ancora rotti gli indugi, aveva raccontato una storia completamente diversa, con Borsellino ucciso prima del tempo per rappresaglia al rigetto secco da parte dei carabinieri delle istanze contenute nel papello,  testimoniando così il falso, in merito al movente, al processo sull’attentato di Via D’Amelio.

    Molto serio e scrupoloso, il nostro pentito. Soprattutto se si tiene conto del fatto che tra il ’96 ed il 98’, a soli 4 anni dai fatti e quindi con la memoria più fresca, aveva sostenuto da ogni parte ancora una terza cosa, e cioè che la trattativa del papello fra lo stato e Riina iniziò solo DOPO le due stragi di Capaci e Via D’amelio, allorquando qualcuno delle istituzioni “si fece sotto”, fermando fortunosamente il boss che stava dando corso ad “un terzo apocalittico attentato”.

    Viene da domandarsi per quali ragioni i PM ritengano buona la prima che ho detto, come se le altre non fossero verosimili (anzi, a mio giudizio son persino più verosimili).

    Probabilmente, in mancanza di altri riscontri, prevale il fattore estetico. E quella di un Borsellino fatto fuori perché intendeva ostacolare una trattativa dove, stando anche a quanto ha dichiarato, oltre a Brusca, Massimo Ciancimino, i carabinieri avevano appena mandato a stendere Riina e il suo papello dicendo che i suoi punti non erano ricevibili, è molto più bella, seppur meno verosimile.

    Ma non è mica finita.

    Il 17 maggio 2005, Brusca parla ancora, e rivela un progetto di attentato ai danni di Massimo Ciancimino che  lo stesso Francesco Viviano che su Repubblica il 29 settembre 2001 scriveva “Brusca non ha dubbi: la trattativa ci fu, Borsellino tentò di ostacolarla e una «talpa» lo fece sapere a Cosa nostra che accelerò la sua morte.”, sempre sullo stesso giornale 4 anni dopo, il 25 settembre 2005, illustra così: “«Totò Riina ha il dente avvelenato contro il figlio di Vito Ciancimino e secondo me avrà qualche sorpresa», ha detto ai magistrati Brusca, che motiva la decisione dei corleonesi con la trattativa che subito dopo le stragi Falcone e Borsellino, venne avviata tra l’ allora colonnello dei carabinieri del Ros Mario Mori (attuale capo del Sisde) e proprio Vito Ciancimino. Quel tradimento di Ciancimino i "corleonesi" non l’ avrebbero mai dimenticato e Brusca, interpretando alcune dichiarazioni rese recentemente in un processo da Totò Riina («mi hanno venduto»), ricorda che il capo dei "corleonesi" fece esplicito riferimento a Massimo Ciancimino.”

    Prendendo per buona questa dichiarazione quindi, allo stato attuale noi abbiamo, riassumendo tutte le testimonianze “buone” a tutto il 2005, un Massimo Ciancimino che mette in contatto Mori con suo padre Vito, un Vito Ciancimino che ne parla con Riina il quale propone il papello, il papello che viene rigettato da Mori, Borsellino che viene a sapere della trattativa fra Mori e Ciancimino, si dimostra contrario e per questo viene ucciso da Riina in quanto grave ostacolo alla trattativa fra Mori e Ciancimino auspicata da lui stesso, e poi ancora, subito dopo l’omicidio di Borsellino, un Vito Ciancimino che avvia una trattativa con Mori considerata un affronto da Riina che per questo non gliela perdona, ordinando la morte del figlio. Così naturalmente la storia in cui Riina invece, soddisfatto per l’avvio della trattativa, dopo l’omicidio Borsellino rinunciò ad “un terzo apocalittico attentato” cui stava per dare corso, è andata completamente a farsi benedire.

    Un delirio.

    Arriviamo comunque ai giorni nostri, maggio 2009. Brusca torna alla carica al processo palermitano contro l’ ex generale dei carabinieri Mario Mori e il colonnello Mario Obinu, accusati di favoreggiamento alla mafia per una presunta, mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995.

    Naturalmente, ne tira fuori una nuova.

    Ricordate quando ripeteva in ogni occasione di non conoscere assolutamente gli interlocutori di Riina? E ricordate quando si ricordò che questi erano invece i carabinieri? Bene, come non detto.

     “Nell’ estate del 1992, tra la strage di Capaci che uccise Giovanni Falcone e quella di via D’ Amelio dove morì Paolo Borsellino, la mafia trattò con lo Stato. Da una parte Totò Riina, dall’ altra «un uomo delle istituzioni». Giovanni Brusca  (…) ripete in aula questo particolare e aggiunge: «Riina mi disse il nome dell’ uomo delle istituzioni con il quale venne avviata la trattativa con Cosa Nostra, attraverso uomini delle forze dell’ ordine». Il pubblico ministero gli chiede di rivelarlo ai giudici, ma il pentito ribatte: «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere; vi sono indagini in corso e non posso rivelare nulla». (…) Brusca ripete che dopo Capaci qualcuno, «persone dello Stato o dello istituzioni», si era «fatto sotto» con Riina, per evitare che proseguisse con la sua offensiva stragista. Il capomafia rispose consegnando un papello, foglio di carta con la lista delle richieste di Cosa Nostra. Ora il pentito aggiunge di aver detto agli inquirenti di Caltanissetta, che ancora indagano sulle bombe del ‘ 92, il nome di chi trattava per conto dello Stato. (…)  Riina aveva trovato il canale giusto ed era soddisfatissimo». Meno lo fu, evidentemente, di come andarono le cose dopo l’ eliminazione di Falcone, visto che il 19 luglio fece uccidere anche Borsellino. «Non so se per quell’ attentato vi sia stata un’ accelerazione, però mi ha sorpreso come fatto esecutivo». (Brusca: Riina mi disse chi trattò per lo Stato – di Bianconi Giovanni – Corriere della Sera  - 22 maggio 2009 – Pagina 27)


    Peccato che ora Brusca “non sa” o non ricorda bene, o che ne sia rimasto “sorpreso come fatto esecutivo” (il che significa disconoscenza delle ragioni, dal che la sopresa),  perché quattro anni prima invece non aveva dubbi: “
    Brusca non ha dubbi: la trattativa ci fu, Borsellino tentò di ostacolarla e una «talpa» lo fece sapere a Cosa nostra che accelerò la sua morte.” (Borsellino morì per un complotto – Repubblica — 29 settembre 2001 -  pagina 21   di FRANCESCO VIVIANO)

    Poi, sempre all’udienza del 22 maggio, all’avvocato difensore di Mori, Pietro Milio, che gli ha chiesto quale fosse la sua fonte di informazione relativa al “papello”Brusca candidamente ha risposto: “L’ho letto su Repubblica.  (  ). Suscitando qualche ilarità in aula.

    Povero Brusca, dev’essere difficile la vita per lui, con questo balletto di cose dette, di contrari delle cose dette e di ricontrari delle cose ridette.

    Alla fine meglio dire che le ha lette su Repubblica, così salva la faccia.

    Per quanto riguarda noi, cari lettori di questo blog, mi piacerebbe varare un piccolo sondaggio.

    QUESITO: A quale Giovanni Brusca si deve credere?

    A —>  A quello che afferma che i contatti fra istituzioni e Riina risalgono a dopo la morte di Borsellino, quando lo stato si “fece sotto” intimorito dalle due stragi in successione, stragi effettuate in ossequio ad un’avviata strategia terroristica dove le prime vittime designate erano magistrati invisi e scomodi alla mafia da molto tempo, le cui morti erano già nel carnet da anni.

    B —-> A quello che afferma che i contatti fra istituzioni e Riina  risalgono al periodo fra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio, e che questa seconda sarebbe stata la rappresaglia-segnale dopo il rigetto delle richieste postulate sul papello.

    C —-> A quello che afferma che i contatti fra istituzioni e Riina risalgono al periodo fra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio, e che questa seconda sarebbe stata fatta con modalità urgentissime (ordinata preparata e fatta nell’arco di due giorni, due giorni nei quali ci fu il tempo di concordare il piano con i servizi deviati che pilotavano il telecomando dal castello) perché si era venuti a sapere che Borsellino era venuto a sapere della trattativa e che era contrario.

    Votate, votate, votate.

    2) COME E’ FATTO IL PAPELLO.

    Prima che il mitico papello fosse ritrovato, la sua conformazione ed i suoi contenuti ci erano descritti solo dai pentiti e dai giornalisti che di questi ci riportavano le parole.

    Secondo Brusca il papello era composto da “due fogli protocollo” (Repubblica – 29/3/97), “due fogli con le richieste per abolire il carcere duro ed altro" (Corriere – 29/3/97). Per Marina Garbesi di Repubblica, il papello era una carta di richieste vergata da Totò Riina”.

    Per Francesco Viviano e Alessandra Ziniti , sempre di Repubblica, il "papello", “era un documento di due fogli protocollo con il quale Riina avanzò le sue "condizioni" per una tregua.”  Per Attilio Bolzoni, un vero esperto in materia, il papello di Riina consisteva in “un paio di pagine scritte da chissà chi (lui è praticamente un analfabeta che nelle aule bunker spesso va ripetendo: «Signor presidente, io sono solo un prima elementare»), dieci punti molto precisi, condizioni poste dalla mafia siciliana allo Stato per fermare le bombe.” (Repubblica — 29 settembre 2001).

    Secondo il pentito Pino Lipari, invece, il papello era scritto a macchina (Repubblica — 21 gennaio 2003   pagina 18 ).

    C’è poi stata una dichiarazione un po’ sibillina della Signora Giovanna Chelli, vicepresidente dell’ Associazione familiari delle vittime di via dei Georgofili, secondo la quale il papello sarebbe stato distribuito in ben 39 copie arrivate «nelle mani di 39 politici dei quali ancora non conosciamo i nomi» (Repubblica — 24 marzo 2006   pagina 29).

    Massimo Ciancimino ci racconta che il papello arrivò a suo padre “in una busta” consegnata da “un distinto signore”, che entrò in casa Ciancimino tenendo in mano il plico, «una ventina di giorni prima della strage Borsellino», Successivamente, racconta Ciancimino jr., suo padre partì per Roma alla ricerca del capitano Giuseppe De Donno dei Carabinieri, portando con sé la busta. (Repubblica — 14 giugno 2008   pagina 11). Purtroppo Ciancimino jr, in quell’occasione, vide il distinto signore, vide la busta, ma non vide il papello, e quindi non ce lo seppe descrivere.

    Il 14 luglio scorso Attilio Bolzoni torna alla carica, si sbilancia, e rinnega del tutto quanto aveva scritto il 29 settembre 2001 (vedi sopra):

    Il papello adesso è diventato “Un foglio di carta, uno solo. Con la scrittura incerta di Totò Riina e, in fondo, la sua firma.”

    Insomma, c’avessero azzeccato almeno una volta.

    Ora finalmente il papello è arrivato via fax non si sa bene da dove, ed è un foglietto con le 12 richieste di Riina scritte a mano in lettere maiuscole da uno scrivano, tipo “Totò” di “Miseria e nobiltà”,  che però non è Totò Riina, e non reca  alcuna firma di Riina.

    Porta però una postilla manoscritta, a quanto si dice, da Vito Ciancimino, che recita: «Consegnato, spontaneamente, al colonnello dei Carabinieri Mario Mori dei Ros».

    Essendo arrivato via fax, è ovviamente una copia, e non l’originale. Ma niente paura, perchè “ all’inizio della prossima settimana da una cassetta di sicurezza custodita in una banca del Liechtenstein arriverà in Sicilia probabilmente anche il "papello" originale.”. Parola di Attilio Bolzoni, su Repubblica, lo scorso  17 ottobre.

    Chissà perché mi sovviene un deja vù… il conte Igor?… Speriamo non finisca così.

    3) CHI HA SCRITTO I PAPELLI.

    Secondo Giovanni Brusca il papello n°1, quello con le 12 richieste originali, l’avrebbe stilato Cinà, il medico di Riina. :Conoscendo chi gravitava intorno a Riina, posso dire però che la persona che può aver stilato il papello potrebbe essere il dottor Antonino Cinà". Notoriamente, i medici non hanno una bellissima calligrafia. Quindi, a ben vedere il papello che è scritto da schifo, lo scrivano potrebbe anche essere lui. Ce lo conferma anche Francesco Viviano, su repubblica: “Sarebbe stato lui, come anticipò "Repubblica" tre anni fa, l’estensore del famoso «papello» che conteneva le richieste dei mafiosi allo Stato offrendo in cambio la «pace», la fine degli attentati e delle stragi. Cinà, secondo l’accusa, avrebbe fatto da tramite tra Riina e l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino che era in contatto con l’allora capo del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, Mario Mori e con il capitano Giuseppe De Donno.”


    Infatti Cinà è indicato da Brusca anche come l’uomo che ha fatto da tramite fra Riina e Ciancimino. Non solo lo scrivano, ma anche il postino del papello, quindi.

    In ogni caso meglio attendere le perizie della Procura, prima di considerare Cinà come l’estensore del papello n°1, perché di svarioni sui giornali su ‘sto papello se ne son letti parecchi.


    E veniamo all’altro papello, il n°2.

    Secondo quello che oggi racconta il figlio Massimo, quando Vito Ciancimino ricevette il papello da inoltrare ai rappresentanti delle istituzioni, capì che bisognava abbassare il tiro. Le richieste dei boss, nella sua ottica, erano esagerate. Allora elaborò un programma alternativo, riassunto in un altro documento consegnato ai magistrati da Ciancimino jr, scritto da suo padre.

    E’ il papello n°2, quello pubblicato per primo dall’Espresso dove è stato preso da tutti quanti, per un giorno intero, come il papello originale, e riprodotto come tale in migliaia di copie in tutto il web, facebook compreso, naturalmente.

    Un bello svarione.

    Invece si trattava di una riscrittura “soft” del papello originale, autore Vito Ciancimino in persona.

    Probabilmente però il Sig. Ciancimino, quando scrisse quel papello n°2, doveva sentirsi poco bene.

    La scrittura è tremula, quasi inferma, e non c’è una lettera uguale all’altra.

    Molto strano, perché quel documento lui dovrebbe averlo scritto pressoché contemporaneamente alla postilla sempre apposta da lui medesimo sul papello originale, il n°1, dove invece la scrittura è più rotonda, più fluida, meno tremula e più omogenea.

    Per capire meglio quanto sto dicendo, oltre che fare il confronto fra le due scritture sulle riproduzioni dei due documenti, si potrà anche osservare questo pannello da me predisposto:

    esame di scrittura2

    Si osservino, ad esempio, le due “d”, ma anche le “l” e le “a” vergate da Ciancimino sul papello n°1. Sono più rotonde, e scritte evidentemente con maggior concentrazione ed attenzione. Certamente non altrettanto si può dire esaminando tutte le “d” e le “a” (ce ne fosse una uguale all’altra) del papello n°2.

    E’ evidente che il Ciancimino di quel papello, proveniva quanto meno da una notte agitata dal peso di una digestione particolarmente difficoltosa.

    Ma anche il Ciancimino del papello n°1, si potrà davvero dire che è  più “autentico”?

    Questo lo vedremo all’ultimo paragrafo.

    4) COSA C’E’ SCRITTO SUI PAPELLI.

    Il papello n°1 riporta le 12 richieste di Riina per alleviare lo stato dalla morsa delle stragi.

    Qui non le ripeto integralmente, perché le conoscono tutti e non è il caso di ripeterle.

    Rilevo però che Brusca ai tempi delle sue prime ammissioni sul papello, c’azzeccò in pieno: "Consistevano nella modifica della legge Rognoni-La Torre, della legge Gozzini, nella riapertura del maxi e di qualche altro processo… credo anche che ci fosse qualche richiesta inerente la legge sui pentiti, e anche altre richieste per far uscire dal carcere alcuni vecchi mafiosi in cagionevoli condizioni di salute...”

    Ed in effetti oggi abbiamo letto nel papello la richiesta di convertire il carcere in una custodia domiciliare per gli ultrasettantenni, qui Brusca ha fatto proprio una bellissima figura, oggi che il foglietto è stato reso pubblico.

    Ma Francesco Viviano il 18 agosto 1997, su Repubblica, introduce un nuovo importante punto, in merito alle istanze del papello. “Quali erano le richieste di Riina? Una legge contro i pentiti, l’ abolizione del 41 bis (il regime carceriario cui sono sottoposti i detenuti mafiosi), abolizione dell’ ergastolo e della legge Rognoni-La Torre che ha permesso di sequestrare i patrimoni dei boss.”

    E così anche Felice Cavallaro sul corriere:”… filtra l’indiscrezione sul "papello", l’elenco di richieste che Toto’ Riina avrebbe presentato dopo le stragi del ’92 a personaggi eccellenti per trattare con lo Stato l’abolizione di ergastolo, carcere duro e premi ai pentiti.

    Dunque secondo i giornali, sul papello vi sarebbe stata anche la pretesa abolizione dell’ergastolo.

    La presunta presenza di questa richiesta sul papello, scatenò negli anni successivi non poche polemiche, perché alcune proposte di legge  promosse nel tempo da vari governi, contemplavano per l’appunto la sostituzione dell’ergastolo con altre forme di pena più ridotte, e questo veniva interpretato come un probabile segno dell’esistenza e del mantenersi di un patto fra parti istituzionali e mafia così come prevsito dal famigerato papello.

    Ecco soltanto alcuni passaggi dei giornali:

     “…l’ ergastolo sarà abolito. E’ ovvio che tutto questo non significa che siano state accolte le richieste della mafia spa, significa che probabilmente c’ è un grado di crescente disattenzione nella lotta alla mafia" (parole del Procuratore Lo Forte – ndr). Si stanno dunque concretizzando le richieste del famoso "papello" (le condizioni che Totò Riina aveva posto allo Stato dopo le stragi del ’92) del capo di Cosa Nostra? "Per una serie di disattenzioni e di coincidenze sta avvenendo quel voleva Riina. (…)”

    (‘SI AVVERA LA STRATEGIA DI RIINA’ – Repubblica — 17 agosto 1997   pagina 3  di Francesco Viviano)

     «ALCUNI collaboratori di giustizia, Brusca e Cancemi, hanno dichiarato che Riina aveva instaurato una vera e propria trattativa con alcuni settori delle istituzioni per ottenere dei vantaggi per lo cosche colpite dall’offensiva giudiziaria: abolizione dell’ergastolo, affievolimento dell’articolo 41 bis, cioè il carcere duro, e screditare i pentiti. Ebbene, al di là dell’intenzione di chi ha adottato queste nuove iniziative legislative, ci troviamo in una situazione che sembra andare incontro proprio a quelle aspettative». Così, chiaro e tondo, il pubblico ministero della strage di Capaci, Luca Tescaroli, lancia l’allarme sui guasti che potrebbero derivare dal "Giusto Processo". Si sta, dunque, concretizzando quel che Riina aveva chiesto nell’ ormai famoso "Papello", cioè le condizioni imposte dal capo di Cosa nostra per interrompere la strategia stragista? «Non proprio, però, l’ultimo intervento legislativo che ha messo in forma generalizzata il rito abbreviato ha di fatto abolito la pena dell’ergastolo. Quindi di fatto si è arrivati a questa situazione che era una delle condizioni per fermare le stragi. … – (Il pm della strage di Capaci sul giusto processo – Repubblica — 06 gennaio 2000   pagina 1   di FRANCESCO VIVIANO)

     “(…)Già nei giorni scorsi il Pm di Caltanissetta Luca Tescaroli aveva sostenuto che con la legge sul giudice unico "è stato di fatto abolito l’ ergastolo" e che "d’ ora in poi in Italia chi vorrà fare una strage sa che rischia al massimo venti anni di carcere". E’ profondamente indignata la signora Giovanna Maggiani Chelli, madre di un studentessa che rimase gravemente ferita nell’ attentato di via de’ Georgofili. L’ abolizione dell’ ergastolo – ricorda la signora Chelli – faceva parte delle richieste contenute nel famoso "papello" di Riina, compilato dopo le stragi di Capaci e di via D’ Amelio. Richieste che il boss dei boss avanzava per consentire alla mafia "di vivere e prosperare ancora per molti anni" (Repubblica — 12 gennaio 2000   pagina 5)

     "Questa legge, al di là delle intenzione del legislatore, è il migliore regalo che si sia potuto fare a Cosa nostra. L’ abolizione dell’ ergastolo era al primo punto del "papello", le richieste che furono avanzate da Totò Riina in quella sorta di trattativa con appartenenti alle istituzioni in cambio della fine delle stragi". Luca Tescaroli, pm della strage di Capaci, è stato il primo magistrato a lanciare l’ allarme, ma è sempre rimasto solo e inascoltato.(…) (da: Luca Tescaroli E’ un regalo a Cosa Nostra – Repubblica — 06 giugno 2000   pagina 11)

      (…) La preoccupazione di magistrati come gli aggiunti di Palermo Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato è legata al ricordo del «papello» presentato da Totò Riina ai carabinieri del generale Mori: la richiesta dell’ abolizione dell’ ergastolo e del «carcere duro». Si torna a «trattare» su questi temi?

    (da: Trattativa con i boss, insorgono i pm -  di Cavallaro Felice – Corriere della Sera  - 8 giugno 2000  - Pagina 4)

    “… poiché questa scelta è stata ribadita da una legge dello scorso giugno, anche con riguardo ai processi già pendenti in grado di Appello, purché in essi «sia stata disposta la rinnovazione della istruzione» dibattimentale, appare verosimile che, in tal caso, anche Riina e i suoi soci, sulla scorta di una semplice iniziativa di natura rituale, possano vedersi diminuita la condanna dall’ ergastolo a trent’ anni. Conseguendo così, almeno in parte, uno degli obiettivi prefigurati nel famoso «papello». (da: Legge sbagliata, la mafia teme solo il carcere a vita -  di Grevi Vittorio – Corriere della Sera  - 22 ottobre 2000  - Pagina 14)


    Quello degli sconti di pena, del carcere meno duro, l’ abolizione dell’ ergastolo, è un vecchio pallino di Cosa nostra, sin dalla vigilia delle stragi del ’92 quando "Repubblica" rese noto il contenuto del "papello", le richieste cioè che Totò Riina aveva avanzato attraverso l’ ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino.”
      (da: Un passo nella trattativa con lo Stato, di Francesco Viviani – Repubblica — 25 settembre 2001   pagina 5)


    Revoca del 41 bis, abolizione dell’ ergastolo ed altri benefici carcerari erano già richieste nel famoso "papello". «Durante la stagione stragista si erano portati avanti questi obiettivi che erano in qualche modo accostati alle stragi e Cosa nostra voleva raggiungere questi obiettivi. L’ abolizione dell’ ergastolo oppure la revisione dei processi o il sequestro dei beni, la sterilizzazione dei collaboratori di giustizia rappresentano le preoccupazioni maggiori dell’ organizzazione e alcuni di questi obiettivi sono stati raggiunti
    » (Luca Tescaroli in ‘Una strategia a lungo termine per ottenere la revoca del 41 bis’ – Repubblica — 26 settembre 2001   pagina 7)

     “Ma nell’ ergastolo inflitto ieri a Giovanni Riina, 24 anni, quattro dei quali già passati in carcere, c’ è molto di più di una vita sprecata: c’ è il sostanziale fallimento della strategia stragista di Cosa nostra, quella voluta dal capo dei capi proprio per indurre lo Stato ad aprire la trattativa che avrebbe dovuto portare alla concessione di alcuni sostanziali benefici per i mafiosi in cambio di un ritorno sottotraccia dell’ organizzazione criminale. (…)  Insomma, finiti i tempi della Cupola, chi entra in gabbia non comanda più. Ed è anche per questo che l’ abolizione dell’ ergastolo era tra i primi punti dell’ ormai famoso «papello» che gli uomini di Riina fecero avere a emissari dello Stato all’ indomani delle stragi del ’92. Un obiettivo raggiunto e sancito da una legge del Parlamento italiano. Ed è proprio per questo che oggi la condanna a vita inflitta dai giudici della corte d’ assise di Palermo al giovanissimo figlio del capo di Cosa nostra segna il fallimento di questa strategia” (da: UNA VITA FINITA A VENT’ ANNI CONDANNATO DA SUO PADRE di  ALESSANDRA ZINITI – Repubblica — 24 novembre 2001   pagina 1 ) 

    “…Roberto Centaro, stuzzicato dai giornalisti durante la sua visita di ieri a Brancaccio. «Anch’ io, usando lo stesso tipo di ragionamento dietrologico, ho rilevato coincidenze tra il tentativo l’ anno scorso da parte del centrosinistra di abolire l’ ergastolo e una delle richieste contenute nel famoso "papello" di Totò Riina», ha detto Centaro, e ha aggiunto: «Ovviamente non ho mai pensato che il governo del centrosinistra potesse aderire realmente a questa ipotesi, però effettivamente c’ era stata questa possibilità rispetto alla quale la parte più avveduta dello schieramento, ma anche del Polo, alla fine si è opposta». (da: Grasso irrita il centrodestra di  ALESSANDRA ZINITI – Repubblica — 03 maggio 2002   pagina 7)


    “Se non che è facile rendersi conto che proprio questa fondamentale funzione di deterrenza, tipica dell’ ergastolo (per ciò spesso invocata, prima e dopo Cesare Beccaria, come argomento contro i fautori della pena di morte) sarebbe destinata a vanificarsi, qualora alla pena «perpetua» venisse sostituita una pena temporanea, ancorché superiore ai 30 anni. Non solo perché verrebbe così meno l’ effetto simbolico ed esemplare derivante dalla previsione di una pena detentiva estrema per delitti di estrema gravità (non a caso, nel famoso «papello» di fonte mafiosa spiccava per prima la richiesta di abolizione dell’ ergastolo)….”
    (da: Le ragioni dell’ ergastolo, di Grevi Vittorio – Pagina 36 – 9 giugno 2007 – Corriere della Sera)


    L’ abolizione del 41 bis e dell’ ergastolo, oltre che la revisione dei processi per cancellare appunto le pene più pesanti, stavano in cima al famoso papello che Cosa nostra avrebbe agitato sotto il naso delle istituzioni repubblicane dopo le stragi di Capaci e di via D’ Amelio. Papello firmato platealmente con gli attentati dinamitardi dell’ estate del 1993 sull’ asse Roma-Firenze-Milano.”
    (da: Abolire l’ ergastolo la scelta sbagliata, di Francesco Palazzo – Repubblica — 26 giugno 2007   pagina 9)

    “Il famoso papello, ossia la lista di richieste che Cosa nostra avrebbe presentato allo Stato per finirla con la strategia stragista dei primi anni Novanta, prevedeva ai primi posti sia la cancellazione dell’ ergastolo sia l’ abolizione del regime carcerario speciale per i mafiosi. Partendo da questo dato storico, dobbiamo prendere atto – lo dicono gli esperti nonché diverse indagini – che i mafiosi continuano a comandare dal 41 bis”.” (da: regime carcerario e mafia lo stato non deve arretrare. di Francesco Palazzo – Repubblica — 16 gennaio 2009   pagina 23)

    E naturalmente, non poteva mancare Marco Travaglio:


    “(Nel covo di Riina – ndr) c’era il famoso ‘papello’ che il figlio di Ciancimino assicura essere stato passato da suo padre al generale Mori, con le l’elenco delle richieste che la mafia faceva allo Stato per interrompere le stragi? Fine dei pentiti, fine del 41bis, fine dell’ergastolo, revisione del maxiprocesso e fine del sequestro dei beni. Non lo sappiamo”
    .” (da: Il patto tra mafia e Stato, di Marco Travaglio)

    Bene. Oggi finalmente abbiamo davanti agli occhi questo mitico papello.

    Ma l’abolizione dell’ergastolo, non è al primo posto, né “ai primi posti”, né in metà né in fondo alle richieste. Non c’è. Riina non l’ha richiesta.

    Quindi i casi possono essere soltanto due: o il papello è falso, oppure da diversi anni vari governi stanno cercando di accontentare ad ogni costo la mafia su un tema che per la stessa mafia non è prioritario, e che è presente soltanto fra le richieste di un papello immaginato, una chimera di giornalisti e pentiti, poiché invece il papello vero non ne fa alcun cenno. Davvero troppo solerti, i ns. politici, quando si tratta di aiutare la mafia.

    Ogni altro commento è superfluo.

    Per quanto concerne invece le richieste presenti sul papello, si rilevano un paio di incongruenze, così come ha subito scritto il Corriere della Sera, che ha parlato di perplessità dei magistrati, nel leggere “che nel ‘ 92 i capimafia avessero in mente una legge sulla dissociazione da Cosa Nostra, sul modello di quella varata per gli ex terroristi. Un’ idea comparsa in alcuni colloqui intercettati solo molto tempo dopo, e che sarà tentata da qualche capomafia che al tempo del papello era libero, seppure latitante. Pure Riina e Provenzano erano fuori, sembravano imprendibili e stavano mettendo in ginocchio lo Stato a suon di bombe; curioso che già immaginassero una via d’ uscita da detenzioni ancora lontane. Anche la richiesta di chiudere le carceri speciali risulta un po’ strana, se scritta prima della strage di via D’ Amelio, quando i boss detenuti erano ancora nelle prigioni «ordinarie».

    E veniamo ora al papello n°2. Non mi soffermerò più di tanto. Si tratta di una rivisitazione del papello originale realizzata (ma senza avvisare Riina?) da Vito Ciancimino, il quale dopo aver letto il papello n°1, si rese conto che le richieste, stando alle parole di Ciancimino Jr., “non erano fattibili a nessun livello, nemmeno sul piano legislativo lo erano. Erano punti troppo… come commentò mio padre ‘da testa di m…’ » .

    Quindi secondo Ciancimino Senior, le richieste di Riina erano richieste “da testa di minchia”, a quanto ci racconta il figlio.

    Prendiamo ad esempio la pretesa di detassare la benzina, sul modello della Valle D’Aosta. Assolutamente improponibile. Così Ciancimino la sostituisce con una invece del tutto proponibile: liberalizzare il mercato dei tabacchi, togliendolo al Monopolio di Stato. Proposta, al contrario dell’altra,  coi piedi per terra, un giochino, praticamente. Roba proponibile ed applicabile al bilancio statale senza troppo impegno, al contrario di un abbattimento delle accise sul carburante. Si vede bene che Ciancimino era molto più realista di Riina. Soprattutto, anche le famiglie mafiose dedite al contrabbando di sigarette, sarebbero le prime a dichiararsi felici di un simile accordo.

    5) MASSIMO CIANCIMINO (Aka: Ciancimino Jr.)

    Massimo Ciancimino, è il figlio di Don Vito Ciancimino. Leo Sisti nella premessa del suo libro – L’ isola del tesoro – sulla politica e gli affari dei Ciancimino ci dice di lui che “Nano, ad esempio, è uno che con candore dice anche questo: «L’ unica cosa che mi ha trasmesso mio padre è la correttezza»”

    Massimo Ciancimino, è colui che ha procurato i papelli, o meglio: la fotocopia dei papelli, ai Procuratori titolari dell’inchiesta. Bisogna dargliene atto.

    E prima di farlo, ci ha fatto stare sulle spine non poco.

    Il 13 giugno 2009, per ALESSANDRA ZINITI di Repubblica, il papello èUn documento del quale Massimo Ciancimino dice di essere in possesso ma che non ha ancora consegnato a nessuno”.

    E il 14 luglio 2009, sempre su Repubblica, Attilio Bolzoni ritorna a fare il punto: “«Ve lo consegno io nelle prossime ore», ha giurato qualche giorno fa Massimo Ciancimino, testimone eccellente ormai sotto scorta come un pentito. È forse l’ epilogo della più intricata vicenda siciliana di questi ultimi anni: la trattativa fra Stato e Mafia. Se il più piccolo dei cinque figli di quello che fu il sindaco mafioso di Palermo manterrà la sua promessa, fra qualche giorno – proprio alla vigilia dell’ anniversario della morte di Borsellino, il 19 luglio – il famigerato documento del patto fra boss e misteriosi apparati di sicurezza finirà nelle mani dei magistrati di Palermo e poi quelli di Caltanissetta e Firenze, tutte le procure che indagano direttamente o indirettamente sugli attentati mafiosi fra il 1992 e il 1993. «Questa volta ve lo porterò davvero, questa volta non faccio bluff», ha assicurato Ciancimino junior nel suo ultimo interrogatorio dopo un tira e molla durato un anno. (…) All’ improvviso, la settimana scorsa e dopo un ultimatum della procura di Palermo, Massimo Ciancimino però ha ceduto: «Garantito: adesso il papello ve lo do». Nessuno sa dove sia stato custodito in tutti questi anni, molti pensavano e ancora pensano in una cassetta di sicurezza di una banca da qualche parte in Europa. Un sospetto, un mese fa, aveva portato gli investigatori in Francia. Una mossa di Massimo Ciancimino e una contromossa degli inquirenti. Ma non quelli di Palermo, gli altri di Caltanissetta. Tutti erano e sono ancora a caccia del "papello". Massimo Ciancimino, a giugno – appena gli hanno revocato il divieto di espatrio – ha lasciato Bologna dove vive da qualche mese e con la sua auto ha raggiunto Parigi insieme alla moglie Carlotta. È stato pedinato. Al ritorno da Parigi, fermato al posto di frontiera e invitato a entrare in un ufficio di polizia, ha trovato un paio di magistrati della procura della repubblica di Caltanissetta e alcuni ufficiali di polizia giudiziaria. Erano sicuri di trovarlo con il "papello" addosso. Perquisito lui e perquisita anche la moglie, ma il "papello" non l’ hanno trovato. Interrogato al posto di frontiera, Ciancimino junior ha spiegato: «Mi ero accorto che mi seguivate, voi non vi fidate di me e io non mi fido di voi e non ho portato con me quel documento che non è a Parigi...».

    Nascondin nasconderello.

    "Il papello? Ciancimino non ce l’ha dato, se ce lo vuole consegnare siamo qui. Certo non possiamo torturarlo per averlo". precisa a quel punto il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari.

    Il 22 luglio, sul Corriere, Bianconi fornisce alcuni nuovi dettagli sulla caccia al tesoro:  “Il secondo «tesoro» di Vito Ciancimino – quello di maggior interesse investigativo, fatto di documenti, registrazioni, agende e altro materiale – è custodito all’ estero, bloccato da problemi burocratici che il figlio dell’ ex sindaco mafioso di Palermo, Massimo, non è riuscito a risolvere. Per questo non ha ancora consegnato ai magistrati l’ ormai famoso papello con le richieste dei boss, che costituirebbe la prova della trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato nella stagione delle stragi, e le altre carte segrete del padre. (…)  Ai procuratori di Palermo Massimo Ciancimino (condannato in primo grado a cinque anni e mezzo di galera per il riciclaggio del primo «tesoro» avuto in eredità, quello milionario che secondo l’ accusa proviene da affari e interessi mafiosi) ha però fornito indicazioni precise sul luogo in cui è conservato l’ archivio di «don Vito». Lì dentro ci sarebbero, secondo Ciancimino jr, non solo il papello ma anche alcuni nastri registrati. Stando a quanto gli riferì suo padre, conterrebbero le conversazioni tra l’ ex sindaco e gli ufficiali dei carabinieri che lo incontrarono nell’ estate del ‘ 92. E ancora, la copia integrale della lettera – trovata «mutilata» in una perquisizione del 2005 – dove si parla di richieste all’ «onorevole Berlusconi»(…) Nell’ interrogatorio della scorsa settimana Massimo ha assicurato che avrebbe fatto un ultimo tentativo per risolvere gli intoppi burocratici che, a suo dire, gli hanno finora impedito di rispettare la promessa di consegnare il «tesoro» investigativo. Altrimenti toccherà ai magistrati avviare le procedure per una rogatoria internazionale. In un modo o nell’ altro, la fine di questo «tira e molla» che dura da mesi intorno al misterioso papello, se e quando arriverà dovrebbe almeno chiarire se Ciancimino jr sta bluffando oppure no..».


    A proposito della lettera citata da Ciancimino, quella scritta da Riina a Berlusconi, mi piace approfittare per riportarla qui sotto:

    lettera di riina a berlusconi

    Sarà che forse capisco poco di calligrafia, ma a me pare migliore la scrittura di Riina di quelle dei nostri due papelli.

    Totò avrebbe potuto fare lo scrivano e scriverseli da solo, i papelli, invece che dettarli al suo medico.

    Ma torniamo alla nostra caccia al papello.

    Il 30 luglio scorso, un altro momento di suspence descritto su Repubblica da Bolzoni: “Sarà classificato top secret il famigerato «papello» che dovrebbe consegnare Massimo Ciancimino. Oggi i magistrati lo aspettano a Palermo. Chissà se il figlio prediletto di don Vito questa volta porterà il suo «tesoro» di carte.”

    Ma naturalmente non arrivò un bel niente neppure quella volta..

    Non trascuriamo però di rilevare quanto poi effettivamente il papello sia stato classificato “Top secret”, come annunciato da Bolzoni.

    Forse l’ho visto prima io sull’Espresso che non Ingroia in fotocopia. E dopo averlo visto debbo dire, sinceramente, che era proprio una roba da mettere sotto chiave, “top secret”, come vuole il buon Bolzoni.

    E arriviamo così ai primi di agosto, e qualche magistrato comincia ad innervosirsi:

    Il "papello" non l’ ha ancora consegnato ma ha deciso di continuare a rispondere alle domande sulla trattativa nonostante i pesanti giudizi nei suoi confronti espressi dal procuratore generale di Caltanissetta Ettore Barcellona.” ci riferisce la buona Alessandra Ziniti, sempre su Repubblica.
    In realtà qui la giornalista è incorsa in un lapsus, probabilmente, perchè Ettore Barcellona è un noto avvocato di confindustria, mentre il PG di Caltanissetta si chiama Giuseppe Barcellona.

    E cosa aveva detto costui di così pesante da farci correre il rischio di ammutolire il prezioso supertestimone ormai offeso? Difficile riscostruire, perchè gli archivi storici dei quotidiani principali, come Repubblica e Corsera, non fanno cenno all’episodio.

    Bisogna ricorrere alla cronache locali (es: il giornale nisseno) per sapere che Giuseppe Barcellona, Procuratore generale di Caltanissetta, in un’intervista, riferendosi alle testimonianze di Ciancimino Jr, aveva detto: «Queste rivelazioni provengono da una persona assai equivoca, di modesto spessore culturale, che probabilmente sarà strumentalizzata da qualcuno».

    Affermazione che fa andare su tutte le furie il rampollo Ciancimino, che replica: "Con l’intervista di oggi siamo passati da dubbi legittimi e critiche ad insulti personali. Per essere chiari: non posso venire qualificato come persona assai equivoca, di modesto spessore culturale, che probabilmente sara’ strumentalizzata da qualcunò". 

    Impeccabile, come replica.

    Poi, in quell’occasione, Ciancimino Jr. viene incalzato dai giornalisti, che gli domandano perchè ha deciso di parlare della strage dopo 17 anni. Il teste risponde: "fin’ora nessuno mi ha interrogato". (il giornale nisseno – 3 agosto 2009).

    Un classico.

    Ma perchè non l’hai detto prima?
    Nessuno me lo aveva chiesto.

    In realtà questo bravo ragazzo mente, perchè nel 2005 aveva già rilasciato dichiarazioni che contrastavano forte con la versione odierna dei fatti, come vedremo fra poco.

    Il 27 settembre 2009, ancora nulla, e Bianconi sul Corriere, nel fare la cronaca del nuovo processo contro Mori, non nasconde un certo nervosismo sulla vicenda della consegna del papello:” Nel disegno dell’ accusa, l’ arresto di Riina a gennaio del ‘ 93 e la mancata cattura del suo successore, due anni e mezzo più tardi, sono conseguenza dei patti siglati per fermare le stragi, mentre la vecchia politica travolta da Mani Pulite tentava di riciclarsi e nasceva il nuovo partito di Berlusconi (e Dell’ Utri). Patti scaturiti dai discorsi che lo stesso Mori aveva avviato con l’ ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino nell’ estate del ‘ 92, sfociati nell’ ormai famoso papello con le richieste dei boss di cui continua a parlare – promettendo una consegna sempre rinviata – Massimo Ciancimino

    Ma tutto è bene quel che finisce bene, e finalmente il 14 ottobre l’avvocato di Ciancimino Jr. consegna ai procuratori una fotocopia ricevuta a sua volta via fax non si sa da dove, fotocopia che nell’arco di pochi minuti viene pubblicata dall’Espresso che la stava aspettando così come i procuratori. Pubblica però il papello sbagliato (il numero 2), è vero, ma è comunque un bello scoop.

    Sulla natura di questo papello, tornerò nel capitolo finale dell’articolo, che è naturalmente quella che conta.


    Per quanto riguarda invece il contributo di Massimo Ciancimino, bisogna dire che anche lui, come Brusca, ha dimostrato di possedere una memoria ben bizzarra.

    “…dagli atti dell’ inchiesta sul processo attualmente in corso a Palermo nei confronti del capo del Sisde Mario Mori e del capitano "Ultimo", l’ ufficiale che catturò Totò Riina, è emerso che a mettere in contatto i carabinieri con Vito Ciancimino fu proprio il figlio Massimo. Una circostanza che Massimo Ciancimino – anche se non avrebbe mai partecipato agli incontri tra il padre e i carabinieri – ha confermato. «Era l’ unica forma di riscatto che potevamo ottenere noi figli – afferma Massimo Ciancimino – E, nonostante la paura dei miei familiari, provocai quell’ incontro perché se mio padre poteva dare un contributo alla giustizia lo avrebbe dovuto fare per noi figli». Ma la trattativa a un certo punto sarebbe stata interrotta perché le richieste dei carabinieri all’ ex sindaco – «Ci consegni Riina e Provenzano» – sarebbero state rifiutate da Vito Ciancimino.” (Ciancimino jr deve morire – Repubblica — 25 settembre 2005 -  pagina 5) 

    Quindi, almeno sino al 2005, per Ciancimino Jr non c’era nessun tentativo di “venire a patti” con la mafia attraverso suo padre, da parte dei carabinieri, ma un’ordinaria e legittima richiesta di collaborazione con la giustizia, al fine di catturare i boss. Teniamola bene a mente, questa cosa, perché contribuirà a rendere il finale di questo articolo ancor più clamoroso.

    Comunque e naturalmente, anche Ciancimino Jr nel giro di pochi mesi, rivedrà magicamente i suoi ricordi, “estetizzando”, così come fece Brusca, la sua versione dei fatti. Ed il 14 giugno del 2008  inizia a parlarci del papello:

    Io non l’ ho visto, ma mio padre me ne parlò: c’ era un elenco di 10, 12 richieste. C’ era ad esempio qualche immunità: volevano che le famiglie dei mafiosi venissero lasciate in pace. Mio padre si dannava – prosegue Massimo Ciancimino – perché su tre, quattro cose si poteva anche intavolare una discussione, ma su sette, otto, mi disse: saranno irricevibili». Erano i giorni in cui Vito Ciancimino incontrava anche un ufficiale del Reparto operativo speciale dei carabinieri, il capitano Giuseppe De Donno: «Voleva un aiuto per la cattura dei superlatitanti», dice Massimo Ciancimino. Ma dopo quella misteriosa consegna del papello, il pensiero del vecchio Ciancimino fu uno solo: «Mi disse di contattare De Donno, siamo partiti per Roma. La busta è partita con mio padre». (da “Repubblica”)


    Quindi, attenzione: nella precedente testimonianza, del giugno 2008, Ciancimino Jr. dice due cose:

    1)   Conferma che in quei giorni De Donno incontrava Vito Ciancimino per avere il suo aiuto nella caccia dei superlatitanti.

    2)   Una volta ricevuto il papello, fu Ciancimino a cercare de Donno, ma de Donno non si aspettava nulla del genere: lui voleva solo i superlatitanti.

    Dopodichè, dopo la notizia comparsa sui giornali secondo la quale, nell’ottobre del 2008, Ciancimino Jr sarebbe stato in debito, tra l’altro, di 42 milioni di euro con il fisco (e qualcosa ci dice che li deve ancora oggi), accade che nel dicembre Ciancimino ricomincia a raccontare le stesse storie, ma con alcune ulteriori precisazioni ed alcune rettifiche. All’apparenza, solo piccoli aggiustamenti, ma scompare la “ratio” vera degli incontri di suo padre coi carabinieri (e cioè la caccia ai latitanti), ed al suo posto si innestano alcune fumose inquietanti insinuazioni, che Repubblica si affretta ad illustrarci:

     Tutta l’ inchiesta per il momento si sta concentrando «su un distinto signore con una busta in mano» che, una ventina di giorni prima della strage Borsellino, è entrato nella villa dei Ciancimino sotto Montepellegrino. «Mio padre me ne ha parlato tanto», dice Massimo. Era quello che ha portato il famigerato "papello" da far arrivare allo Stato. Fra le dieci e le dodici richieste che i boss elencavano offrendo in cambio una sola cosa: fermare le bombe in Sicilia e in Italia. «Mio padre ha incontrato tante volte anche Bernardo Provenzano a Roma», dice ancora Massimo ricordando che il padrino corleonese andava in giro presentandosi come "l’ ingegnere Lo Verde". Sullo sfondo di queste manovre fra Stato e mafia, la morte di Paolo Borsellino. L’ ipotesi investigativa: il procuratore avrebbe scoperto la trattativa e sarebbe stato ucciso perché, qualcuno, lo considerava un ostacolo al patto.”

    Et voilà. Ecco la fine della normalità, della banale quotidianità della logica, per l’ingresso trionfale del romanzo, del feuilleton, quello che non ci abbandonerà più sino ad oggi.

    Lo scorso mese di marzo, Bolzoni di repubblica torna alla carica con le news su Ciancimino Jr.:

     “Quello che era per tutti soltanto il rampollo viziato con la passione per le Ferrari e le feste a Cortina e i "piccioli", ai due magistrati sta svelando dettagli non proprio irrilevanti sulla stagione delle stragi. Ha cominciato con la famosa trattativa fra suo padre il generale Mario Mori, ex comandante dei Ros dei carabinieri e poi del servizio segreto interno. Ha continuato con la storia del "papello", le richieste scritte che Totò Riina avrebbe avanzato allo Stato italiano per fermare le bombe. Ha fatto nomi di personaggi che gli investigatori ignoravano. Ha riferito di incontri fra il padre e Bernardo Provenzano. Molti dei suoi interrogatori sono stati secretati e trasmessi alla procura della repubblica di Caltanissetta, quella che indaga ancora sulle stragi palermitaneei "mandanti altri" di Capaci e di via D’ Amelio.” (Da viveur a testimone di giustizia il figlio di don Vito fa tremare Palermo – Repubblica — 14 marzo 2009   pagina 11  )

    A metà dello scorso mese di luglio, in unì’intervista, il nostro collaboratore di giustizia preferito fornisce un nuovo dettaglio inquietante:

     

     D. Con chi trattò suo padre per la cattura di Riina?

    R. "Con il colonnello Mori e con il capitano De Donno, ma mio padre non si fidava di loro, erano sì influenti ma lui – che non era certo un deficiente – cercò di capire chi ci fosse sopra. Fu un certo ‘signor Franco’, un agente dei servizi segreti, a dire a mio padre che dietro c’era un personaggio politico".

    Ora, supponendo che i carabinieri avessero dialogato con Ciancimino esclusivamente allo scopo di avere la sua collaborazione per catturare i superlatitanti, ed avessero discusso solo di questo, allora a che gli serviva avere “dietro un personaggio politico”?  Non erano forse capaci a fare il loro mestiere senza quell’appendice che gli stava dietro? E’ qui evidente ,quindi, che Ciancimino Jiunior, o mentiva nel 2005, o mente adesso.

    Ma  lasciamo le vicende dei nostri testimoni un po’ volubili, mentre questi si districano fra misteriosi avvocati americani, oscure figure con la faccia da mostro che appaiono e scompaiono ogni volta che scoppia una bomba, ed inquietanti appostamenti, inseguimenti e avvertimenti, e torniamo al nostro papello.

    6) CHI HA PASSATO IL PAPELLO A CIANCIMINO JR.

    Elementare Watson. Lo ha passato il generale Mario Mori.

    Da cosa lo deduco? Ma è banale: da quel che ha scritto Ciancimino Sr. sul papello.

     «Consegnato, spontaneamente, al colonnello dei Carabinieri Mario Mori dei Ros»

    E quindi se il papello era stato consegnato a Mori, lo aveva Mori. E siccome Ciancimino sostiene di avere l’originale, allora gliel’ha dato Mori.

    Ma i miei piccoli lettori ora diranno: forse a Mori è stata data una copia.

    Ah, si? E secondo voi Ciancimino avrebbe apposto sull’originale che si è conservato, quella formula così solenne, con tanto di “spontaneamente”? Che bisogno aveva?  Lo avrà scritto forse così, tanto per certificare che quel papello invece che un foglio scarabocchiato era una merda tale da mandare in merda un mucchio di gente, lui soprattutto compreso (è la prova di un’estorsione, la più grave della storia d’Italia, caso mai qualcuno non ci avesse pensato), putacaso qualcuno capace di leggere ne fosse venuto in possesso?

    E mentre c’era perché non farsela vergare da Mori per ricevuta?

    No, credete a me, gliel’ha dato Mori, a Ciancimino Jr.

    A meno che, sia una patacca.

    Voi che dite?

    7) LA BUFALA.

    Questa sera, sul sito http://www.censurati.it, la straordinaria e meravigliosa Antonella Serafini, tanto per tirarsi un po’ la finanza e la polizia giudiziaria in casa, ha reso disponibile per il libero download, un documento clamoroso. Si tratta della trascrizione fatta a mano, nientepopodimeno che da Vito Ciancimino quand’era ancora vivo e vegeto, di un verbale di interrogatorio reso in presenza di Ingroia, Caselli e de Donno nel 1993.

    Scaricatevelo anche voi, please:

     

    SCARICA IL VERBALE MANOSCRITTO DI CIANCIMINO
    DEL GENNAIO ’93

    Tanto per mettervi nel gusto, vi pubblico la pagina dove Ciancimino spiega:

    Appunti Ciancimino 10rid

    Spero che abbiate cominciato ad intuire l’importanza di questo documento.

    Io dal canto mio, per farvi capire quanto è importante, vi riassumo due fra le cose più eclatanti che dice Ciancimino in questo memoriale:

    1)   Ciancimino racconta di avere incontrato per la prima volta il colonnello Mori il primo di settembre del 1992. Quindi, stop con la sciocchezza di Borsellino ucciso perché era venuto a sapere della trattativa. Fine.

    2)   Ciancimino racconta che i carabinieri nell’incontro chiedevano solo e soltanto grossi superlatitanti, proponendo in cambio “un buon trattamento per le famiglie”, e che pertanto, vista la proposta troppo “angusta e ultimativa”, lui decise, sapendo che sarebbe stata presa malissimo, in accordo coi carabinieri, di non aprire neppure la trattativa, restando un semplice informatore degli inquirenti. (Che è la versione che forniva anche Ciancimino Jr nel 2005).

    Quindi non c’era nessuna trattativa di natura politica, né questa trattativa ha nulla a che vedere con la morte di Borsellino, così come ha sempre affermato il servitore dello Stato e dei cittadini, generale Mori.

    Ma questo memoriale non è solo prezioso per il contenuto, ma anche perché ci fornisce un bel campione della grafia autentica di Vito Ciancimino.

    Ecco allora quel che ho fatto.

    Ho preso le poche parole identiche che appaiono contemporaneamente sul memoriale e sui due papelli, nelle parti che ci è stato detto essere state scritte da Vito Ciancimino, e le ho messe a confronto.

    Vi lascio pertanto alla carrellata senza ulteriori commenti.

    CLICCA QUI PER VEDERE IL CONFRONTO
    CALLIGRAFICO FRA I DOCUMENTI


     

    Attenzione!!!: aprendo lo "slide-show"cliccando qui, e partendo con il click dalla prima immagine, bisognerà, mediante il menù in alto, andare nella modalità "show details", che mostra i miei commenti "grafologici" ad ogni immagine.

    Attenzione!!!
    :
    La “A” indica le colonne delle parole prese dal memoriale, la “B” indica le parole prese dai mitici papelli consegnati in fotocopia da Ciancimino Jr. e pubblicati in fretta e furia dall’Espresso.

     

     

       

     

    Visto tutto? 

    Bene. Se siano scritte dalla stessa persona, a voi il giudizio.

    Mi congedo, ma tenete d’occhio il blog, perché presto ci saranno delle novità


    Enrix

    APPENDICE: Il  23 ottobre, siamo stati in prima pagina di "Libero":

    La mitica «rete» – che secondo i Di Pietro e i Travaglio rappresenta la riscossa della libera informazione – sta fottendo giusto i Di Pietro & i Travaglio e la loro falsa informazione. Due dei migliori blog antimafia, enrix.it (sic) e censurati.it, hanno fornito prove attendibili che i «papelli» pubblicati da L’Espresso sono probabilmente dei falsi, e che ogni ipotesi di «trattativa» resta ridicola. Hanno pubblicato la trascrizione, fatta a mano da Vito Ciancimino quand’era vivo, di un verbale di interrogatorio da lui reso a Caselli,  Ingroia e de Donno  nel 1993.  E morale:  1) Ciancimino, nel verbale, dice d’aver incontrato per la prima volta il colonnello Mori il 1° settembre 1992: addio quindi a ogni ipotesi di un Borsellino ucciso perché era venuto a sapere di trattative.; 2) Ciancimino racconta poi che i carabinieri gli avevano chiesto di poter arrestare non meno di “grossi superlatitanti”, offrendo in cambio “un buon trattamento per le famiglie” e nulla più:  sicchè lui decise di non aprire nessuna trattativa: stessa versione che Ciancimino Jr  dava sino al 2005 e che fornisce oggi il generale Mori; 3) La grafia del memoriale di Ciancimino – dulcis  in fundo – è palesemente diversa da quella dei papelli dell’Espresso, che appaiono come dei falsi ricalcati. Il tutto si configura come una spaventosa patacca, con Ciancimino Jr  a delirare dalla tv di Stato e i Di Pietro e i Travaglio e i Riina che intanto applaudono.

    Filippo Facci

     
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