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    enrix 08:01 on 15 January 2010 Permalink | Rispondi
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    Travaglio-Segugio: Miniround 

    Travaglio – Segugio: miniround.

    Nella ormai nota DISCUSSIONE SUL BLOG DI VOGLIOSCENDERE, ieri ho commentato il sesto (un vero record) intervento di Marco Travaglio.
    Per la verità, più una precisazione che un intervento vero e proprio.


    # 169    commento di   Marco Travaglioutente certificato  lasciato il 10/1/2010 alle 17:15

    Ah, dimenticavo: prima che altri soggetti impermeabili all’ironia, oltrechè all’evidenza, pensino che ritengo "eroi" i carabinieri che catturarono Riina e subito dopo evitarono accuratamente di perquisirne il covo, lasciandolo incustodito a disposizione della mafia, preciso che il mio "eroica cattura di Riina" era ironica. Con quello che sta emergendo al processo di Palermo a carico di Mori & C., è sempre più probabile che Riina sia stato consegnato al Ros dall’ala provenzaniana di Cosa Nostra tramite Vito Ciancimino.
    mt

    # 583 commento di segugio – lasciato il 15/1/2010 alle 4:20

    Ma dai. Ma sa che non l’avevo capito che era ironico? Infatti mi stavo domandando come si conciliava quel complimento con certi fatti inquietanti che ho letto in giro, come quello che Ultimo avrebbe rimosso da un lampione una telecamera che invece non è mai esistita, o che i mafiosi avrebbero portato via, salvo fare un bel falò di ciò che era rimasto, mobilio e cassaforte che invece non si sono mai mossi da quell’appartamento.

    Se poi "quello che sta emergendo al processo di Palermo a carico di Mori & C." sono le prodigiose dichiarazioni di Ciancimino Jr, allora Mori è senz’altro colpevole e fottuto.
    Spero soltanto che questo vaso di Pandora, dopo averci raccontato delle bischerate dei carabinieri con Provenzano, di ciò che faceva per la mafia Il "Senatore Dell’Utri" quando non era ancora senatore,e soprattutto dei segreti sugli accordi sottobanco fra DC e Mafia alle spalle del povero Moro e dei segreti di Ustica, ci dica anche qualcosa di Pinelli, dell’Italicus e della strage di Bologna. Che aspetterà mai ad illuminarci anche su quello?
    E mi auguro pure che per il solo fatto di aver consegnato due "papelli" dove la scrittura apposta, a dir suo, da suo padre, risulta anche ad occhi non esperti un neppure ben fatto tentativo di imitazione della scrittura di Ciancimino, costui non rischi di passare per un cialtrone, altrimenti Mori potrebbe farla franca un’altra volta.

     
    • anonimo 05:20 on 23 January 2010 Permalink | Rispondi

      Stavo leggendo la vostra discussione e trovandola interessante, ma poi ho visto che un commento di un utente è stato cancellato. Ce ne sono già tanti di forum penosi in cui gli amministratori durante le discussioni cancellano post di chi sostiene (spesso a ragione!) che hanno torto; tra l’altro sono forum che cercano di dare un’immagine di se completamente diversa e si fingono posti aperti ai commenti, come ad esempio l’Olimpo Informatico, il forum di Zeus News. Questo non è un forum, e non credo che si possa ritenere altrettanto sbagliata la cancellazione di commenti, ma posso, umilmente dirvi che secondo me è una cosa comunque scorretta? Non è cancellando le opinioni degli altri che si dimostra di aver ragione, si può semplicemente dire perché sarebbero sbagliate o perché non inerenti…
      Scusate l’intromissione e cordiali saluti.

      Spirolone

    • anonimo 12:48 on 24 January 2010 Permalink | Rispondi

      Secondo me cancellare commenti volutamente fuorvianti e ripetitivi dopo che e’ stata spiegata la loro inconsistenza aiuta a far emergere la verita’ e le domande chiave:
      Travaglio si e’ approfittato per la sua carriera della PALESE manomissione all’intervista o era solo accecato dall’antiberlusconismo e quindi superficiale? Teniamo conto del fatto che continua a dire che la sostanza, nel dvd originale, non cambia….
      cesare

    • enrix007 16:22 on 24 January 2010 Permalink | Rispondi

      Spirolone, grazie dei consigli e del parere, ne farò tesoro.

      Fermo comunque quanto ho già detto: chi scrive volutamente per buttarla in coglionella e depistare dal fuoco, qui non ha spazio.
      Questa è casa mia, e qui comando io.

      Sono invece ben accetti tutti gli argomenti che mi fulminano smentendomi con prove schiaccianti ed illuminanti. Quelli non li cancellerò di sicuro, tranquilli.

    • anonimo 02:04 on 30 January 2010 Permalink | Rispondi

      Caro Enrix,
      vado OT ma spero che perdonerai l’ardire :)
      Siccome sei informato molto più di me e di tanti altri, avrei una domanda che mi frulla da tempo nella testa e spero tu sappia rispondermi.

      Se ben ricordo (caso Cuffaro/Aiello) il ‘vasa vasa’ seppe da Roma che Aiello e Ciuro erano intercettati.
      Presumo che i magistrati, sia in primo grado che in appello, abbiano chiesto a Cuffaro chi fossero i (o il) contatti romani che lo informarono.

      Glelo hanno chiesto? (presumo di sì)
      Ha risposto? (temo di no)
      Ma come non ha risposto?

      Saluti

      Renzo C

    • enrix007 09:35 on 30 January 2010 Permalink | Rispondi

      Caro Renzo C.

      A quanto mi risulta Cuffaro ha sempre negato di avere informato i mafiosi di alcunchè, come se gli incontri segreti nei retrobottega con Aiello, organizzati per telefono ed intercettati, fossero stati mirati a parlare del clima e dei cannoli. Poi però sono stae sequestrate carte che dimostravano i suoi rapporti di natura affaristica con Aiello, e questo naturalmente è stato determinante per la sua condanna.

      Tu hai letto l’articolo "Doppio gioco" sull’altro mio blog?
      E’ determinante per capire.

      La presenza di un misterioso informatore sconosciuto di Cuffaro, sulle indagini del ROS nei confronti di Guttadauro e Aiello, emerge nel processo ed è anche stata ricordata di recente da Travaglio ed altri, sui giornali.

      Per quella che però è la conoscenza ufficiale dei fatti, quest’inchiesta era supersegreta, e conosciuta solo dal ROS e dai PM che l’avevano autorizzata (un paio di magistrati, non Ingroia comunque).

      Quindi la notizia, sino almeno ad un certo punto dell’indagine, può essere uscita solo da uno dei carabinieri del reparto, o da un magistrato.

      Poi, quando la posizione di Ciuro fu chiara ed inequivocabile, pare che i PM decisero di avvisare anche Ingroia, affinchè egli fosse a conoscenza della funzione criminale del suo stretto collaboratore e diffidasse dal fornirgli notizie delicate. Da quel momento in poi, c’era solo un PM in più, a conoscenza dell’inchiesta di cui Cuffaro venne informato "a Roma".

    • anonimo 15:41 on 30 January 2010 Permalink | Rispondi

      Caro Enrix,
      è troppo chiedere anche un link al vecchio blog? spero di no, così leggo e approfondisco.

      Solo uno con la tua pazienza può mettersi a confrontare date di fatti e di intercettazioni, cosa che sarebbe necessaria (a meno che sia già stata fatta nel vecchio blog), perchè il mio personale parere è che nè Travaglio nè Ingroia siano collusi, ci mancherebbe, ma scrivere di Ciuro "talpina" è come ammettere "abbiamo fatto una figura dimmerda, e mo come ne usciamo?"
      Non era semplice da evitare, Ciuro al tempo era immacolato e stimato per quanto ne so io, ma la figura dimmerda resta, e ammetterla sarebbe la miglior cosa.
      Ma si sa, Travaglio è allergico ad ammettere i propri errori, non ce la fa proprio.
      Nel blog Voglioscendere gli ho posto un ultimatum, perchè io invece mi sono rotto un po’ i coglioni di prendermi insulti da lui in primis e dai travaglini ottenebrati poi.
      Ci sono gli estremi per andare oltre (non chiedermi quali, pls) e se a ciò aggiungo che il progetto di web tv l’ho proposto prima di tutti a loro, ma che fino ad oggi non si è concretizzato nulla (strano no? e dire che è gratis!) mi sento anche un po’ preso per il K.

      Saluti

      Renzo C

    • anonimo 01:48 on 31 January 2010 Permalink | Rispondi

      Vedi Renzo anche io voglio sperare non siano collusi, e mi piacerebbe sapere come sia possibile che si facciano determinati errori.

      La cosa che mi irrita maggiormente e che se  Travaglio dovesse scrivere di se stesso,  utilizzando il metro che lui usa per attaccare alcuni personaggi politici, NE VEDREMO DELLE BELLE.

      Spesso ha attaccato dei politici  per incontri con  personaggi inquisiti SUCCESSIVAMENTE agli incontri avuti. La stessa identica cosa che si potrebbe dire di lui e Ingroia nel caso Ciuro.

      Una persona sana di mente, mai gli verrebbe in mente di accusare Travaglio o Ingroia per aver frequentato persona di cui non si era a conoscenza fosse un malfattore, poi tutto può essere ma la logica dice questo.

      Perchè invece lo stesso deve scrivere libri, pagine di giornale ecc. ecc. quando parla di molti personaggi del PDL che è assolutamente accertato che quando gli stessi frequentavano dei presunti malfattori al tempo della frequntazioni gli stessi ERANO ANCORA ILLIBATI?

      Gianluca

    • anonimo 22:12 on 1 February 2010 Permalink | Rispondi

      Caro Gianluca, di persone come Ciuro Travaglio ci vive, nel senso che è certo (IMHO) che abbia contatti in parecchie procure d’ Italia.
      Non è pensabile che corra fra tutte a recuperare materiale, è molto più ragionevole, direi ovvio, che abbia conoscenze che gli forniscono indicazioni e anticipazioni su cosa bolle nella procura.
      Ciuro infatti era una sorta di addetto stampa, da quanto ho letto, e quindi è ovvio che Travaglio ci tenesse ad avere buoni rapporti.
      Per Ingroia era un collaboratore, ma chiunque, per soldi, ricatto o altro, può tradire la fiducia, non puoi essere mai certo di nessuno.
      Travaglio conosceva Ciuro almeno dal 2002, visto che gli consigliò un residence per le ferie, e nonostante gli sia costato il doppio del preventivato, Travaglio non ha mandato aff…. Ciuro, perchè uno informato sulle indagini e i procedimenti in corso a Palermo fa assai comodo ad un cronista giudiziario.
      Su tuto ciò credo ci sia poco da eccepire, passo quindi a personali ipotesi, forse fantasiose, forse no.

      Ciuro è stato stralciato dal processo perchè ha scelto il rito abbreviato, e mi senbra che sia stata una mossa astuta.
      A parte gli sconti previsti, è totalmente improbabile che ciò gli abbia consentito di chiudere rapidamente il suo caso?
      Tornando a ciò che faceva Ciuro e all’ indagine in cui è rimasto invischiato perchè colpevole, è fuori da ogni logica pensare che ciò che faceva per Aiello lo facesse anche per altri?
      Ovvero, visto che aveva oltrepassato la barricata, perchè limitarsi ad informare chi non doveva su un solo procedimento, visto che aveva accesso a tutti i magistrati (era una sorta di addetto stampa, quindi era giustificato a chiedere) e quindi fare la talpa a tempo pieno?
      In fondo, visto il sistema usato, bastavano una o due schedine intestate ad ignari per evitare l’ intercettazione.

      Come ho scritto sono solo ipotesi personali, però il ricorso al rito abbreviato mi ha insospettito molto.

      Per quanto riguarda Travaglio invece sono d’accordo con te, ed infatti mi fa incazzare molto il suo comportamento, la disonestà intellettuale e l’ idiosincrasia a scrivere "scusate, ho sbagliato".
      Deve rimanere il paladino senza macchia e senza peccato, il personaggio Travaglio si basa su questo assunto popolare, ed è costruito appositamente su ciò, quindi deve difenderlo a costo di andare contro  ogni logica, mentre invece è un cazzone come tanti altri suoi colleghi, forse migliore della media ma non certo un eroe.

      Saluti

      Renzo C

    • enrix007 01:40 on 2 February 2010 Permalink | Rispondi

      Un addetto stampa? Guarda che Ciuro era un finanziere della DIA, cui tra l’altro fu assegnata la scorta da quando avviò le sue attività peritali per conto della procura sui documenti ed i movimenti finanziari delle società di Berluconi, proprio nel periodo in cui frequentava Travaglio vacanze comprese.
      Non è proprio la tipica figura dell’addetto stampa, e neppure atipica.
      Era figura istituzionalmente vincolata al riserbo.

    • anonimo 02:28 on 2 February 2010 Permalink | Rispondi

      Enrix, non ricordo dove l’ ho letto, ma mi sembra di ricordare che anche nella docufiction ne accennassero.
      Che fosse un graduato della finanza e nella DIA si sa, ma era il "lavoro" di portavoce che mi ha incuriosito molto, perchè lo metteva a contatto con tutti o quasi i magistrati.
      Si vede anche quando chiede informazioni ad un altro magistrato su una altra inchiesta, portata avanti da un gruppo di polizia segreto, che lo impensieriva.
      Quindi erano in parecchi a fidarsi di lui e a riferirgli delle loro indagini.
      Insomma, ci sta che al tempo non si potesse dubitare di Ciuro, così come ci starebbero anche oggi un paio di righe di scuse.

      Vedrai che Travaglio ti risponde di sicuro su Ciancimino :D
      Se ti risponde mi mangio un uovo crudo intero col guscio!

      Saluti

      Renzo C

    • enrix007 02:41 on 2 February 2010 Permalink | Rispondi

      Occhio che se legge i commenti qui, solo per il piacere di farti ingollare un uovo col guscio, magari mi risponde, anche solo per mandarmi a quel paese. :-)

    • anonimo 03:58 on 16 January 2010 Permalink | Rispondi

      Palle o inesattezze?

      Dal "Fatto Quotidiano" in Il Fatto Quotidiano, 16 dicembre 2009, Firmato Marco Travaglio

      I due reporter (…) si concentrano sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra. Intervistando, fra gli altri, Borsellino.
      Il tema interessa molto la pay-tv francese, anche perché il Cavaliere imperversa in Francia con La Cinq e si affaccia sul mercato della tv criptata, in concorrenza con Canal Plus. Poi però il suo sponsor Mitterrand perde le elezioni e il nuovo presidente Chirac mette i bastoni fra le ruote a La Cinq, che di lì a poco fallisce. Canal Plus perde ogni interesse sulla figura di Berlusconi: il reportage non andrà in onda. Ma i tre quarti d’ora di chiacchierata con Borsellino tornano d’attualità quando, nel gennaio ’94, Berlusconi entra in politica."

      Lista che dimostra le inesattezze o palle scritte da Travaglio.

      Quando Moscardo e Calvi intervistano Borsellino, maggio 1992, La Cinq è già fallita, l’ultima trasmissione è del 12 aprile 1992.
      "La Cinq" perde la concessione per trasmettere nel febbraio del 1987. Quando Chirac è eletto, sì, ma Primo Ministro, il Presidente continua ad essere Mitterand,
      Nel 1987 riprendono la concessione Berlusconi e Hersant (Berlusconi pesa il 25%). Battono Lagardère, Mitterand è ancora Presidente (non è vero che Chirac l’ha battuto, lo batterà solo nel 1995)
      Nel 1990 il Gruppo Hachette di Lagardère riprende "La Cinq" che è piena di debiti, 1miliardo nel 1991
      Nel 1991 Berlusconi propone un piano per salvare "La Cinq", ma si ritira. Il Presidente è sempre Mitterand, primo ministro Chirac
      12 aprile 1992, "La Cinq" smette di trasmettere, il presidente francese è ancora Mitterand che lo resterà fino al 1995. Non è vero dunque che "Poi però il suo sponsor Mitterrand perde le elezioni e il nuovo presidente Chirac mette i bastoni fra le ruote a La Cinq, che di lì a poco fallisce. ". "La Cinq" fallisce nel 1992 e Mitterand perde le elezioni nel 1995.

      Arturo Zulawski   

    • anonimo 14:05 on 2 February 2010 Permalink | Rispondi

      Ehh no Enrix!
      Io intendo risposta nel merito.
      Se ti desse del decerebrato o imbecille (e ne sarei geloso :D ) quella non la considererò risposta, è ovvio.
      A offendere se la cava bene, a rispondere su argomenti dove non ha scampo, meno bene, anzi, non risponde.
      Ahh ci aggiungo anche l’ "armonico magmatico" e stronzate similari alle NON risposte.

      Escluso ciò, l’uovo intero guscio incluso lo mangio con mucho gusto, ma resto digiuno di sicuro, scommettiamo? ;)

      Tu forse ti sei perso il caso con la Borromeo, ma ha scritto una tale BESTIALITA’ matematico statistica da fare rizzare i capelli, e l’ ha spacciata pure per "caparbietà" della Borromeo, un colosso di insipienza.
      Lì mi son preso dell’ imbecille :)
      Per il caso Vulpio non ricordo cosa mi scrisse, ma forse non esagerò troppo quella volta, anche perchè gli rivoltai il suo blog contro :D
      A insulti da Travaglio sono nettamente in testa :p

      Saluti

      Renzo C

    • anonimo 14:14 on 16 January 2010 Permalink | Rispondi

      Questa è semplicemente una inesattezza, non sembra una "palla" raccontata coscientemente.

      Potrebbe essere un indizio della superficialità di MT e sarebbe interessante spulciare i suoi interventi al fine di verificare la presenza di eventuali inesattezze in affermazioni minori (che in quelle maggiori ci pensa il nostro "segugio").

      E’ necessario però osservare che mediamente i giornalisti
      1) scrivono un sacco di bufale,
      2) che raramente verificano le fonti,
      3) che quando lo fanno, tendono a dar credito alle fonti che confermano la loro ipotesi e, contemporaneamente, ad ignorare o minimizzare le fonti contrarie

      In sintesi, i giornalisti non sono scienziati e nemmeno usano il metodo scientifico. Travaglio ha la fama, tra i suoi fan e non solo, di essere sempre molto ben informato. L’impressione che dà quando parla o racconta è  proprio questa, credo dovuta  alla sua dialettica ed al suo stile.
      Ma l’abito non fa il monaco.
      Anton

    • anonimo 16:16 on 16 January 2010 Permalink | Rispondi

      Per la precisione

      # 145    commento di   Renzo C
      p.s. manuelino vigliacchetto con eroe, Antonio, Angelina travaglina dove siete? avete letto che adesso Mori e Ultimo sono EROI? cosa ci raccontate oggi?

      # 199    commento di   Renzo C
      Ma guarda un po’ che combinazione, furono i sodali a Provenzano a ‘consegnarlo’ ai ROS, una novità sconvolgente.
      Vuole che riprenda cosa ha scritto lei? Ma no, direbbero che son qui per farle le pulci, invece ho tante di quelle volte scritto che la stimo che ho perso il conto.
      Certo è che mentre lei e Bolzoni scrivevate fantasie, Ultimo non perquisiva il covo: però Ultimo rischia pallottole dalla mafia, lei querele da Previti.
      Ultimo esce pulito dal processo, lei meno.
      E Ultimo/Mori avevano l’avvallo di Caselli per non perquisire, sarà colluso anche Caselli? :D
      Come mi piace ricordarle questi FATTI.

      E visto che ci siamo, potremmo ricordare agli astanti che io invece mi sono dato da fare non poco perchè possiate avere un canale televisivo vostro e GRATIS!
      Magari capirebbero che non sono contro di lei, uhmmm… pericolosa la faccenda? Che gli diciamo ai fans? Beh qualcosa ci inventeremo, tanto quelli si bevono tutto :D

      In questi giorni sapevo benissimo che evitava di rispondermi, perchè come negli altri casi citati so di aver ragione, ed è tutto nero su bianco, o video su nastro, o flash su youtube… insomma c’è TUTTO per TUTTI per SEMPRE (lampione e cassaforte inclusi, ovviamente).
      Infatti, come in questo thread, più d’uno scrive che lei risponde a segugio/enrix/Enrico: non ci cascai nemmeno ‘stavolta :D
      _____________________________

      Della serie: trappolone riuscito, Travaglio il tonnetto nella rete ;)
      Chiaro adesso lo scopo del mio p.s.?
      Per il resto, tutto tuo Travaglio, fagli pure le pulci as usual, ricordati almeno di essere sintetico, l’ abbiocco incombe :D

      Saluti

      Renzo C

    • enrix007 19:58 on 16 January 2010 Permalink | Rispondi

      Se vuoi dorinnanzi ti passo la bozza dei mei pezzi e tu che sei sintetico me li sintetizzi. Ti potrei pagare in barbera (vero, non sintetico).

    • anonimo 20:35 on 16 January 2010 Permalink | Rispondi

      Il mio è solo un suggerimento, prendilo come vuoi, di certo non è piaggeria la mia se dico che leggo ciò che scrivi ed è interessante.
      Fai come credi sia meglio, non ho titoli per essere portatore di verità assolute.
      Non sono un bevitore, preferisco altro, grazie :)

      Saluti

      Renzo C

    • anonimo 13:33 on 17 January 2010 Permalink | Rispondi

      X Sergio C. ed Enrix

      A proposito sempre dell’intervista integrale pubblicata da Travaglio, vediamo che naturalmente è entrata nel dibattimento  del processo d’appello di Dell’Utri, ma vediamo con meraviglia che nemmeno la difesa Dell’Utri si sofferma molto sulle difformità e i buchi, cerca invece di stringere sui documenti passati da Borsellino ai due giornalisti, rintracciando in essi un appiglio per dichiarare improcedibile l’attuale procedimento, ma la corte ha smontato il tutto dicendo che quei documenti la difesa Dell’Utri li aveva già potuti visionare nel primo appello.

      Domanda: se nemmeno la difesa Dell’Utri ha dato questo grande rilievo ai buchi, ai tagli su cui noi abbiamo tanto parlato, pensate ancora che avessero tutta questa importanza?

      Sympatros

    • anonimo 14:36 on 17 January 2010 Permalink | Rispondi

      E ancora, Enrix, gli avvocati di Dell’Utri senz’altro avranno seguito il dibattito sulla integrezza e sui tagli del DVD nel sito di Travaglio ed io do per scontato che qualche capatina se la siano fatte anche qui nel tuo blog. Il fatto che non abbiano approfittato dei suggerimenti ricavabili dal dibattito e dal tuo blog, non ti lascia pensare?

      Sympatros

    • anonimo 15:21 on 17 January 2010 Permalink | Rispondi

      Come al solito Sympatros non hai colto la ragione per la quale è stata respinta la richiesta della difesa che riguardava GUARNOTTA. E’ stato risposto che se anche  vera questa affermazione di borsellino riguardo Guarnotta che aveva indagini in corso su Dell’Utri, la difesa doveva chiedere l’incompatibilità prima.

      Gianluca

      P.S. Sul resto (quello che scrivi te riguardo l’intervista) neanche si sono soffermati visto che questa ipotesi poteva automaticante far ANNULLARE IL PROCESSO, per un grave vizio e naturalmente hanno giocato questa carta.

    • anonimo 20:57 on 17 January 2010 Permalink | Rispondi

       Inesattezze o palle?

      La spiegazione di Travaglio sulle ragioni del rifiuto attraverso il contesto che riporta non sta in piedi. Perché gli argomenti che porta sono falsi. La Cinq non perse lo sponsor Mitterand perché quando la Cinq fallì Mitterand ancora era presidente. Il nuovo presidente Chirac non mise il bastone alle ruote di La Cinq che di lì a poco fallì perché Chirac fu eletto nuovo presidente quando La Cinq già era fallita. 
      La frase di Travaglio, piena di inesattezze, si trasforma in un’affermazione errata, argomentata con un contesto errato. Ed è dunque una balla. 

    • anonimo 12:50 on 18 January 2010 Permalink | Rispondi

      Inesattezze o palle…. può darsi tutte e due

      Vedo che si fa accademia. Il contesto è importante e va preso in considerazione solo nel caso sia determinante alla sostanza del testo. Il testo è il DVD dell’intervista; il contesto, gli interessi francesi, le problematiche politiche, Mitterand Chirac eccetera, non sono determinanti per stabilire la veridicità, l’integrezza, la bontà dell’intervista. Nell’intervista c’è la voce di Borsellino, c’è l’immagine seria, cauta e nello stesso tempo coraggiosa del povero giudice vigliaccamente ucciso dalla mafia.
      Travaglio non era tenuto a sapere tutti i particolari che alla larga giravano intorno all’intervista. Sapeva e l’ha detto che c’erano degli interessi francesi che non volevano Berlusconi nel mondo televisivo francese. Sui particolari ha potuto pure dire delle inesattezze o delle balle, chiamatele come volete. Quando si compra un prodotto, si guarda alla sostanza del prodotto, non agli ammendicoli ininfluenti.

      E ripeto, se gli avvocati di Dell’utri avessero riscontrato buchi tagli dissolvenze misteriose, le avrebbero utilizzate, tentando di azzerare il tutto. Invece del DVD hanno focalizzato, diciamo pure in maniera ridicola, il fatto delle carte, dei documenti, cercando in essi un appiglio….. naufragato.
      L’intervista è lì integra!

      Sympatros

    • anonimo 13:37 on 18 January 2010 Permalink | Rispondi

      Dio ma che pazienza che hai!
      complimenti, io proprio non reggerei così a lungo

      gabibbo

    • enrix007 21:08 on 18 January 2010 Permalink | Rispondi

      Sympatros:

      1) Il "girato" venduto dal Fatto, non è integro, poichè: 

      a) mancano delle domande e delle risposte che sono state pubblicate dall’Espresso.
      b) non c’è neppure un secondo della parte di intervista ripresa dal corridoio, ed utilizzata per due volte con due domande nella versione trasmessa dalla RAI. Una di queste due domande, nel DVD del fatto, non c’è.
      E’ quindi un fatto acclarato che non sia integra, e senza magari scomodare l’empirismo di Galilei.

      2) Travaglio ha indicato in un passaggio di poteri in francia, il carburante che ha mosso l’intervista. Quel passaggio non c’era ancora stato, e quindi Travaglio ha sbarellato del tutto, tanto per cambiare. ma noi gli diamo la possibilità di fornire un’altra indicazione, diciamo una di risrva, se lo vuole. Siamo buoni.

      3) " la voce…l’immagine seria, cauta e nello stesso tempo coraggiosa del povero giudice vigliaccamente ucciso dalla mafia"  sono state bellamente e strumentalmente usate, in una versione di post-montaggio di questo video,  per fargli formulare risposte tronche e quindi di diverso significato a fronte di domande mai poste, e per fargli dire cose che lui ha detto in contesti diversi e quindi con significati diversi. Per questo io scrivo su questo argomento. Un piccolo modesto modo di porre riparo alla mancanza di rispetto verso quell’uomo, che questo ha comportato.

    • anonimo 21:27 on 18 January 2010 Permalink | Rispondi

      Enrix, però non mi hai detto niente sul fatto che gli avvocati di Dell’Utri  non abbiano saputo approfittare di queste tue notazioni e dei suggerimenti ricavabili dal dibattito sul sito di Travaglio e, pur volendo fare rientrare il DVD di Travaglio nel processo Dell’Utri, si sono soltanto malamente aggrappati ai documenti passati di mano da Borsellino ai due francesi. Che dici in proposito?

      Sympatros

    • enrix007 21:38 on 18 January 2010 Permalink | Rispondi

      Ops, è vero. Non ti ho detto niente. Scusami.

    • anonimo 22:26 on 18 January 2010 Permalink | Rispondi

      Riporto qui, qualcosa che ho detto di là a Zulawski

      Zulawski, che tu possa coltivare delle curiosità ed esprimere interrogativi e dubbi, è qualcosa, come ho già detto, del tutto lecita. Secondo me, questi interrogativi fanno parte dell’intorno del contorno, la sostanza che esce fuori dall’intervista è che Mangano è un mafioso, punto di riferimento importante della mafia nel nord Italia e quindi anche a Milano. A Milano sappiamo con certezza che viveva nella stessa casa di Berlusconi…. ergo… ergo niente non dico niente e non si può dire niente, anche Borsellino è molto cauto, ma, nonostante la sua cautela, dal tono complessivo dell’intervista, sembra autorizzare qualche dubbio sulle figure di Dell’Utri senz’altro… e in qualche modo anche su Berlusconi. Questo è l’arrosto dell’intervista.. il resto è fumo che ci può incuriosire, ma sempre fumo rimane.
      Comunque sarà la magistratura a decidere e stabilire come stanno le cose. Le nostre sono chiacchiere.
      E ricordati che se i francesismi, i tagli, le dissolvenze, il nero fossero state cose importanti a cui appigliarsi, gli avvocati di Dell’Utri l’avrebbero fatto. Hanno cercato malamente di acchiapparsi ai documenti passati da Borsellino ai due francesi, ma niente di più…. e sembra proprio che il secondo processo Dell’Utri vada a sentenza, salvo sorprese. Vediamo cosa decideranno…. qui la curiosità è altrettanto lecita, però non riguarda l’intorno del contorno.

      Sympatros

    • grilloz 23:59 on 18 January 2010 Permalink | Rispondi

      Se ho ben capito la difesa di dell’Utri sostiene che dall’intervista si evince che a carico del senatore, era stata svolta un’indagine condotta dall’allora giudice istruttore Leonardo Guarnotta, poi presidente del tribunale che ha condannato Dell’Utri in primo grado.
      Cosa che se ho ben capito poteva portare ad un’istanza di improcedibilit, respinta però dalla corte perchè nell’intervista a Borsellino ci sono solo cenni generici di una conoscenza peraltro indiretta di un’inchiesta a carico del politico, mai realmente dimostrata.

      quindi la domanda che sorge spontanea è, ma il procedimento a carico di dell’Utri sostenuto da Gurnotta esiste o no? e perchè nessuno ha mai intervistato Guarnotta in proposito?

    • grilloz 00:01 on 19 January 2010 Permalink | Rispondi

    • anonimo 01:31 on 19 January 2010 Permalink | Rispondi

      Per Grilloz

      Il punto è quello che lei ha sollevato. La corte ha riggettato senza entrare nel merito (quindi controllando se Guarnotta aveva indagato o no) spiegando che visto che era possibile da parte della difesa PROCEDERE ad un controllo precedentemente, ATTULAMENTE NON E’ PIU’ GIUSTIFICABILE TALE RICHIESTA visto il tanto tempo fatto passare.

      In pratica se l’imbeccata data da Borsellino su Guarnotta (una volta scoperta l’intervista originale) fosse vera e quindi IL PROCESSO SAREBBE NULLO, la difesa di dell’Utri non potrebbe più fare tale richieste PER IL TROPPO TEMPO LASCIATO PASSARE. Diciamo che:;

      1- Di fatto il processo non si sarebbe potuto fare con Guarnotta ma il troppo tempo fatto passare non PUò ora far chiedere alla difesa QUANTO SPETTA. E’ come se vieno chiesto all’arbitro un calcio di rigore negli spogliatoi alla fine del primo tempo, ed una delle parti in causa ammettesse di aver fatto il fallo di rigore. ORAMAI NON E’ PIU’ POSSIBILE DECRETARE IL CALCIO DI RIGORE.

      Questo è quello che ho capito io e spero di non aver scritto cazzate.

      Gianluca

    • anonimo 07:55 on 19 January 2010 Permalink | Rispondi

      Guarda, Enrix, sul discorso tecnico io non me ne intendo, ho letto quello che tu, renzo c. e zulawski avete scritto… ora io non me ne intendo, ma tu pensi che una difesa di un personaggio importante come Dell’Utri, coi mezzi che ha, non avrebbe prima di tutto curiosato e dato ascolto a ciò che dicevate e poi ci avrebbero lavorato in proprio e l’avrebbero utilizzato nel processo.. senza far la figura barbina dei documenti. Non ti sembra logico? Avevano la possibilità, come minimo di mettere il bastone fra e ruote al processo, e la perdevano così stupidamente? Non mi sembra credibile.

      Sympatros

    • anonimo 07:56 on 19 January 2010 Permalink | Rispondi

      Enrix, quello che tu pensi di aver scoperto, se fosse vero, è cosa sostanziale e contribuirebbe a modificare molto e tanto e non poteva non interessare alla difesa Dell’Utri. Tu dici delle cose mica da poco, dici che qualcuno ha manipolato, forse pure post mortem di Borsellino, correggimi se ricordo male, ha manipolato e col taglio e cuci abbia fatto in modo di caricare di luce sinistra l’immagine di Dell’Utri e e questo non sarebbe materiale altamente appetibile per un difesa di Dell’Utri che cerca appigli di tutti i tipi? Ma questo per loro sarebbe stato un terno al lotto. E non ne avrebbero approfittato? Ma scherziamo. Forse non hanno visto il sito di Travaglio e il tuo….. ma allora sono dei fessi… ed io non ci credo!

      Sympatros

    • enrix007 09:23 on 19 January 2010 Permalink | Rispondi

      Sympatros, come al solito le tue arringhe sono completamente vuote di senso logico, e sono solo fuorvianti.

      Se io dico che al posto di una domanda ne è stata appiccicata un’altra che nel girato originale non c’è, che la risposta è stata tagliata di una parte fondamentale, che il risultato di tutto questo è che secondo Borsellino Berlusconi frequentava Mangano per riciclare il denaro della mafia, e che invece Borsellino ha detto un’altra cosa, ti sto parlando di fatti veri che puoi constatare con i tuoi occhi, senza bisogno di chiamare in causa quelli degli avvocati di dell’Utri. Tu ce li hai gli occhi, Sympatros, davanti al cervello?
      Bene, allora usali. Questi fatti veri li puoi constatare con i tuoi occhi, e riconstatare ogni volta che lo vorrai rivedendo le immagini. E senza bisogno di chiedere il parere degli avvocati di dell’Utri. La scena "A" è la scena "A", e non diventa "B" perchè gli avvocati di Dell’Utri non l’hanno contestata.
      Io sono io, tu sei tu, e gli avvocati di Dell’Utri sono gli avvocati di dell’Utri.

    • anonimo 11:07 on 19 January 2010 Permalink | Rispondi

      @Sympatros
      Nell’intervista di Luttazzi a Travaglio del marzo 2001, quest’ultimo fa intendere a TUTTI I TELESPETTATORI che Borsellino parli di due cavalli da portare in albergo nella telefonata tra Mangano e Dell’utri, quando invece nella telefonata vera si parla di un cavallo (vero) e la sentenza su Dell’Utri fa riferimento a quella telefonata, che e’ stata intercettata il 14 febbraio dell’80 dalla Criminalpol.
      Il problema VERO e’ l’utilizzo dell’intervista contraffatta per INGANNARE dal 2001 i telespettatori, non gli inquirenti!
      cesare

    • anonimo 14:09 on 19 January 2010 Permalink | Rispondi

      Niente di fuorviante. Enrix, io non dico che non si vedano le diversità fra le varie pubblicazioni, dico soltanto che non hanno l’importanza e la valenza che tu gli dai; e, come me, sembra che l’abbia pensato pure la difesa di Dell’Utri, che, detto tra parentesi, presumo disponga  di bravi tecnici, che hanno senz’altro setacciato e vivsezionato sia Rai News, sia l’Espresso che il DVD di Travaglio.

      Concludendo, io resto della mia idea, certo è un’opinione non una verità, non posso quindi escludere il resto con certezza matematica….. viviamo nel regno del possibile.

      Sympatros

    • anonimo 20:25 on 19 January 2010 Permalink | Rispondi

      La tua idea e’ che la cosa ha poca rilevanza? Ok Symp rispettabilissima.

      Ora parliamo di fatti:

      1- Travaglio ha mentito (consapevolmente o incosapevolmente) da Luttazzi e nelle due edizione dell’odore dei soldi sul fatto telefonata Mangano/Dell’Utri che mai è esistita.

      2- I fatti HANNO ASSOLUTAMENTE PROVATO che Travaglio fa una cattiva ricostruzione del contesto Francese relativamente alla famosa cassetta dell’intervista di Borsellino

      Per te sono quisquiglie per me no. Reputo grave che il giornalista d’inchiesta più accreditato dall’opinione pubblica Italiana,  faccia certi svarioni, trovo gravissimo che su un tema scottante come la MAFIA, l’opinione pubblica per decenni abbia fatto passare UN FATTO FALSO, la telefonata tra Mangano e Dell’Utri. Per te quisquiglie per me ed altri no.

      Spero come io rispetto i tuoi giudizi finali tu possa rispettare i ns, ma ricordati che i giudizi possono cambiare MA I FATTI RESTANO IMMUTATI E SONO QUELLIO SCRITTI DA ENRIX.

      Gianluca

    • anonimo 10:20 on 20 January 2010 Permalink | Rispondi

       Già, gli inquirenti erano già stati ingannati e chi riportava notizie dal processo, a riguardo di quella telefonata a proposito di cavalli da recapitare in un albergo, riportava una manomissione, un’alterazione, che però si era trovata lì. Nel processo e scritta nella sentenza del 2004. Possiamo ancora leggere. Nero su bianco. Un giornalista che  pratica la deontologia giornalistica e non altro, dovrebbe oggi, affermare che quanto sta scritto in quella sentenza del 2004 a riguardo di cavalli da recapitare in albergo è un falso. Non era una telefonata tra Dell’Utri e Mangano, ma tra Mangano e Inzerillo. E si vergogni per sempre chi in quel processo a giurato che l’intervista montata era vera sapendo che in realtà era falsa. 

      "

    • anonimo 12:06 on 20 January 2010 Permalink | Rispondi

      #24

      1- Travaglio ha mentito (consapevolmente o incosapevolmente) da Luttazzi e nelle due edizione dell’odore dei soldi sul fatto telefonata Mangano/Dell’Utri che mai è esistita.

      Falso!

      http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/1865218.html

    • anonimo 12:55 on 20 January 2010 Permalink | Rispondi

      @25
      Già, gli inquirenti erano già stati ingannati e chi riportava notizie dal processo, a riguardo di quella telefonata a proposito di cavalli da recapitare in un albergo, riportava una manomissione, un’alterazione, che però si era trovata lì. Nel processo e scritta nella sentenza del 2004

      ma dove?

      leggi la sentenza e vedi che c’è scritto che la telefonata è con uno degli Inzerillo

      e c’è anche la spiegazione della telefonata tra dell’Utri e Mangano sul cavallo "Epoca" del 1980

      e vediamo di non sparare c….e please

    • anonimo 13:38 on 20 January 2010 Permalink | Rispondi

      Per commento 24

      Non facciamo il gioco delle tre carte, si parla dell’affermazione di Borsellino che NON E’ MAI ESISTITA NELL’INTERVISTA  CHE DA GIORNI VEDE CONFRONTARCI, e da cui Travaglio trae le sue conclusioni. Borsellino mai ha citata nella sua intervista e Calvi della telefonata Mangano/Dell’Utri ed anzi parla di telefonata Mangano/Inzerillo e nel processo testimonia questo, avvalorando quanto dalla sua intervista (montata e manipolata e trasmessa da RAINEWS24) si sente, PECCATO CHE E’ UN FALSO, e da questo falso TRAVAGLIO COSTRUISCE IL SUO PRIMO SUCCESSO.

      L’intervista linkata è una conversazione realmente avvenuta dove si aprlava realmente di un cavallo. Non capisco perchè tirare fuori altri argomenti e buttarla in caciara. In quest post Guzzanti spiega bene qull’altra chiacchierata telefonica CHE NULLA C’ENTRA CON QUELLO DI CUI CI DILETTAVAMO A PARLARE:

      http://www.paologuzzanti.it/?p=674

    • anonimo 15:42 on 20 January 2010 Permalink | Rispondi

      PER COMMENTO 25

      Questa è la sentenza:

      http://www.narcomafie.it/sentenza_dellutri.pdf

      Pagina 431  FALSO
      Non è vero che è l’ultima intervista a Borsellino prima della morte. http://summonte.splinder.com/tag/riina

      Anche nel post precedente da me scritto ho linkato quanto sostiene Guzzanti riguardo l’intervista a Borsellino e spiega bene anche questo fatto del link sopra dove si precisa CHE QUELLA NON E’ L’ULTIMA INTERVISTA (parlo di quella di Calvi).

      SEMPRE A PAGINA 431 SI LEGGE
      "In questa intervista (v. doc. 63 del faldone 6), la cui trascrizione è stata
      affidata ad un perito, il magistrato si soffermava sulla “personalità” di
      Vittorio Mangano, uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, e faceva
      espresso riferimento alle conversazioni telefoniche, intercettate dagli
      inquirenti, nelle quali il Mangano parlava di “cavalli"

      Caro Utente Anonimo visto che si sta parlando di "SENTENZA DELL’UTRI" i giudici è chiaro che con questo inciso pur non facendo il nome di Dell’Utri intendono quello, visto che questa non e’ la sentenza MANGANO. Andiamo avanti:

      Sempre quanto riportato dalla cassetta originale depositata presso il tribunale E’ VERO QUELLO CHE SOSTIENE LEI UTENTE ANONIMO, la trascrizione è precisa e si riporta la risposta ORIGINALE DI BORSELLINO, che la telefonata incorreva tra Inzerillo e Mangano E NON DELL’UTRI. E’ vera anche l’affermazione fatta da lei riguardo il cavallo Epoca di cui nella sentenza si fa menzione. A partire da pagina 496 si può leggere cosa specifica Mangano e come in precedenza un giudice archiviò le accuse ritenendo le accuse prive di fondamento e le spiegazioni di Dell’Utri soddisfacenti.

      Ritornando all’intervista citata nel processo la cosa grave è il senso che si vuol dare all’intervista riportando nell’udienza solo le domande che potevano far sembrare Dell’Utri colluso a Mangano (da pag. 431 a 436) non riportando tutte le affermazioni CHIARE dove Borsellino spiegava di non poter dire nulla contro Dell’Utri.

      Agganciandomi a questi due fatti che ricostruisce IN MODO CORRETTO signor UTENTE ANONIMO, non capisco come possa affermare NEL COMMENTO 24 che è falso quanto da me sostenuto da Travaglio RIGUARDO AVER FATTO PASSARE DELLE CAZZATE riguardo la telefonata.

      Se ha rivisto lo spezzone della puntata di Satyricon che ho postato per risponderle, molto ben fatto da Enrix, Travaglio fa una cosa sofisticatissima E VERAMENTE GRAVE. Riprende una telefonata tra gli Inzerillo e Mangano dove nel processo si è STABILITO CHE PER CAVALLI SI INTENDE DROGA, e poi modella questa COSA CERTA per appiopparla alla telefonata tra Mangano e Dell’Utri dove si parlava del cavallo Epoca, si dimentica di specificare che i giudici avevano stablito la connessione cavalli/droga  riguardo la telefonata INZERILLO/MANGANO, a lei sta ben così visto che lo difende, mentendo anche lei, personalmente lo ritengo un bruttissimo modo di fare giornalismo.

      FINISSIMA CONTROINFORMAZIONE. Voglio sperare solamente che lo fa in buona fede (anche se i dubbi sono titanici).

      Gianluca

    • anonimo 17:34 on 20 January 2010 Permalink | Rispondi

      @gianluca
      SEMPRE A PAGINA 431 SI LEGGE
      "In questa intervista (v. doc. 63 del faldone 6), la cui trascrizione è stata
      affidata ad un perito, il magistrato si soffermava sulla “personalità” di
      Vittorio Mangano, uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, e faceva
      espresso riferimento alle conversazioni telefoniche, intercettate dagli
      inquirenti, nelle quali il Mangano parlava di “cavalli"

      Caro Utente Anonimo visto che si sta parlando di "SENTENZA DELL’UTRI" i giudici è chiaro che con questo inciso pur non facendo il nome di Dell’Utri intendono quello, visto che questa non e’ la sentenza MANGANO.

      Mi pare di capire che lei e la lingua italiana litigate spesso
      per quello che vuol dire lei con le affermazioni sopra non si capisce per nulla

      telefonata Mangano/Dell’Utri che mai è esistita.
      Falso!

      ho evidenziato in grassetto ciò che volevo dire,
      per cui l’unica certezza indissolubile che io ho,
      mi ripeto, è che lei e la lingua italiana litighiate spesso
      sia in fase di lettura che scrittura

      senza rancore

      stia bene!

    • anonimo 19:24 on 20 January 2010 Permalink | Rispondi

      PER COMMENTO 30

      Chiedo perdono se scrivo dei concetti poco chiari. Proverò a fare di meglio perdendo un po più di tempo.

      Le ho semplicemente detto che su due fatti aveva ragione, ma intromettendomi nel confronto tra lei e l’autore del commento 25, spiegavo che nonostante lei avesse ragione (ho postato la sentenza che lei conosce benissimo) se l’accusa portava a sua prova contro Dell’Utri quell’intervista delle ragioni le avrà avute o no? qualcosa voleva dimostrare o no?

      Se lei ha avuto la pazienza di vedersi l’intervista integrale ottimamente distribuita dal Fatto Quotidiano avrà tratto la conclusione che RIGUARDO DELL’UTRI Borsellino NON HA DETTO NULLA DI RILEVANTE. Cosa che invece ha fatto su Mangano. Allora perchè riportare agli atti l’intervista a Borsellino?

      L’obiettivo, secondo me,  era rendere peggiore l’immaggine di Dell’Utri portando agli atti solo spezzoni d’intervista E NON TUTTA L’INTERVISTA. Dagli estratti (anche se originali)  ci si poteva fare una certa idea ed anche confondersi con la storia dei Cavalli/Droga.

      Riguardo il falso le ho spiegato benissimo cosa intendevo.

      Se si è rivisto la trasmissione Satyricon dove Travaglio commenta la presunta telefonata Mangano/Dell’Utri (inesistente le ripeto ancora una volta visto che Travaglio non parla di quella che cita lei ed è molto chiaro)  si sarà accorto CHE  AFFERMA IL FALSO RIGUARDO L’INTERVISTA MANGANO /DELL’UTRI/ CAVALLI/DROGA cosa mai accaduta come raccontata da Travaglio, ora le è più chiaro il concetto?

      Di due telefonate:

      1- una presa in esame dai giudici ed archiviata (Mangano/Dell’Utri) in quanto si parlava di un cavallo sul serio "Epoca" in un altro procedimento e le spiegazioni di dell’Utri sono state considerate credibili.

      2- una tra Mangano/Inzerillo nella quale il tribunale aveva detto che per cavalli si parlava di droga

      UTILIZZANDO COME TRADE D’UNION BORSELLINO

      si è portata avanti un FALSO STORICO. Spero che tra le sue certezze indissolubili ci sia anche qusto fatto CHE NON PUO’ ESSERE ASSOLUTAMENTE SMENTITO.

      C’è di più,  per avvalorare questo falso storico, per dargli ancora più valore,  è stata creata una cassetta sull’intervista a Borsellino CHIARAMENTE MANIPOLATA, frutto di un montaggio con intervista mandata in onda da RAINEWS24 e che ADDIRITTURA SPIEGAVA QUELLO CHE TRAVAGLIO CI VOLEVA FAR CREDERE PARLANDO DA LUTTAZZI. Tutte casualità, utente anonimo? Non lo so ma di verità indissolubili ci sono queste E NON SMETTER MAI DI RINGRAZIARE ENRIX E COLORO CHE SI SONO DATI DA FARE PER RISTABILIRE LA VERITA’.

      Unica cosa a cui vado dietro.

      Gianluca

      Gianluca

    • enrix007 20:46 on 20 January 2010 Permalink | Rispondi

      Il dibattito mi piace. Occhio però che ci sono messaggi che non posso accettare sul mio blog, in quanto, per l’appunto,  inaccettabili.

      Il 26, ad esempio, che in primis arriva da un anomino, cosa che mi irrita, e quindi fa da eco alla manipolazione. E su questo blog poi, il che è il colmo.

      Quando si parla di una telefonata fra Mangano e Dell’Utri che non è mai esistita, si parla di quella in cui Mangano proponeva cavalli in albergo.

      Quella telefonata non è mai esistita, perchè è esistita ma fra altri interlocutori.

      La manipolazione aveva l’obbiettivo di indurre a credere gli ascoltatori sprovveduti (cioè tutti) che la telefonata dei cavalli in albergo fosse tra mangano e dell’utri.

      Replicare che comunque una telefonata fra mangano e dell’utri in cui si parlava di cavalli c’era, e cioè quella della san valentino, e ancora peggio fornirne il link, è un modo ripugnante di giustificare la manipolazione, e quindi di offendere la memoria del magistrato.  Pertanto qui dorinnanzi non sarà accettato.

      Ancora una porcheria del genere, e comincerò a cancellare di brutto.

    • anonimo 23:02 on 20 January 2010 Permalink | Rispondi

      Forse c’è stato un disguido fra l’anonimo e Gianluca

      1 Gianluca afferma che non ci sono state telefonate tra Mangano e Dell’Utri, intendeva nell’intevista.. quindi ha ragione

       2 L’anonimo diceva che di una telefonata si parla, intendeva nella sentenza, quindi ha ragione.

      INSOMMA

      Nell’intervista Borsellino non si parla della telefonata tra Mangano e Dell’Utri, ma nella sentenza sì. Prima c’è la spiegazione che dà Dell’Utri, che io trovo tra l’altro plausibile, la storia della cavalla Epoca… e tra l’altro il magistrato milanese archivia…. ma a Palermo la sentenza dice che la versione Dell’Utri non combacia con quella di Mangano

       "Una diversa versione della conversazione telefonica del 14 febbraio
      1980 veniva fornita in dibattimento.
      E’ quella ammannita da Mangano Vittorio nel corso del
      interrogatorio dibattimentale."

      Noticina, non so se abbia valore, nella telefonata Mangano parla di "cavallo" al maschile…. nel processo diventa cavalla… Epoca.

      Sympatros

    • anonimo 23:27 on 20 January 2010 Permalink | Rispondi

      Sembrerebbe chiaro, quindi, che. almeno per i giudici di Palermo, vista la discordanza tra la testimonianza Dell’Utri e quella di Mangano, la storia del cavallo non è ancora chiusa o scontata. Almeno questa è la mia impressione. Vediamo se la prossima sentenza di appello ne parlerà.

      Sympatros

    • anonimo 00:00 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Quale discordanza Sympa?

      Gianluca

    • anonimo 00:03 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Come mai Travaglio non corregge la storia dei cavalli in albergo? Secondo me non avrebbe perso nulla nel correggerla. Ma perché non lo fa?…. Secondo me… perché, dal suo punto di vista, la storia di cavallo e droga regge ancora… il disguido e l’inesattezza non eliminano secondo lui la sostanza della cosa….. il cavallo o la cavalla della telefonata Mangano Dell’Utri sostanzialmente ancora regge e ci sono margini per intenderla come si intendeva nella telefonata dei due cavalli dell’albergo… non si tratta di quella…. ma la sostanza potrebbe restare la stessa ….. e la discordanza delle testimonianze Dell’Utri e di Mangano, messa in rilievo della sentenza di primo grado, secondo lui, lasciano margini e spazio a questa ipotesi. Secondo me questa è la posizione di Travaglio… non sono, comunque, nella sua testa.

      Sympatros

    • anonimo 00:10 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Sympa tu hai una grande capacità, a Roma se dice la butti in caciara!!

      Come dice spesso personaggio politco che se ho ben capito ti sta simpatico … CHE C’AZZECCA?

      Il tema è l’intervista di Borsellino. PUNTO. Enrix in questo sito dove scriviamo gli fai i raggi X, aiutando molti a capire COME SONO ANDATI I FATTI.

      Cosa dice l’intervista, come è stata presentata all’opinione pubblica, quale ruolo ha avuto i alcuni processi. Ci fa vedere le differenze tra il dvd integrale, le trascrizioni dell’espresso, il servizio di RAINEWS24.

      Da questa intervista si snodano diversi fatti, tutti purtroppo negativi per la VERITA’, spesso distorta, manipolata, MASSACRATA. E Travaglio consapevolmente o  incosapevolmente aiuta questa verita’ AD ESSERE MASSACRATA. Questi sono i  fatti.

      Gianluca

    • anonimo 00:12 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Gianluca, ma te l’ho detto, anzi ho portato il virgolettato della sentenza che dice che Mangano dà una diversa versione della telefonata rispetto a Dell’Utri. Non mi fare andare a rileggere la sentenza.

      Sympatros

    • anonimo 00:46 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Sympa mi spieghi cosa c’entrano ora questi fatti (che io non conosco e non voglio nenache conoscere perchè slegati dal ns discorso) che tu riporti?

      Gianluca

    • anonimo 01:16 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Gianluca, mi disarmi con la tua ingenuità….. la sentenza del processo dell’Utri….. io non leggo molto i documenti ma l’ho leggiucchiata… ma se tu almeno non legiucchi… finisci per presentarti fragile nella discussione non solo con me naturalmente. Insomma, secondo la sentenza, naturalmente secondo i giudici, non è del tutto escluso che la cavalla della telefonata di Mangano-Dell’Utri non sia un vero cavallo.

    • enrix007 01:25 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      "Come mai Travaglio non corregge la storia dei cavalli in albergo?"

      Perchè ha la faccia come il….   pardon, come la tua.

    • anonimo 01:37 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Battuta passabile, Enrix, ma sulla sentenza e le testimonianze Dell’Utri-Mangano non dici niente, visto che i post li hai fatti passare?

    • enrix007 01:47 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      « Tra le telefonate intercettate (il cui tenore aveva consentito di disvelare i loschi traffici ai quali il Mangano si era dedicato in quegli anni) si inserisce quella del 14 febbraio 1980 intercorsa tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri.
      È opportuno chiarire subito che questa conversazione, pur avendo ad oggetto il riferimento a “cavalli”, termine criptico usato dal Mangano nelle conversazioni telefoniche per riferirsi agli stupefacenti che trafficava, non presenta un significato chiaramente afferente ai traffici illeciti nei quali il Mangano era in quel periodo coinvolto e costituisce il solo contatto evidenziato, nel corso di quelle indagini, tra Marcello Dell’Utri e i diversi personaggi attenzionati dagli investigatori. »

      Quando viene chiesto a Borsellino se nella telefonata della san valentino cavalli poteva voler dire droga, lui risponde "Beh", in quella del maxiprocesso si parlava di cavalli in albergo, il che è assolutamente illogico. Intendendo implicitamente: bisogna vedere se in quella della San valentino che dite voi, e che io non conosco, c’è un utilizzo della parola altrettanto illogico, sì da far pensare alla droga. 
      Alla questione posta da Borsellino, risponde la sentenza che ho citato qui sopra.

      Questo era il senso dell’intervista vera: su quel fatto, una bolla di sapone. E se fosse passato l’originale, sarebbe passato il senso vero.

      Invece è passata una versione tagliuzzata da mani furbe che ha fatto credere a tutti gli italiani, me compreso almeno sino ad una certa data, che Dell’Utri trafficava droga in albergo.

      Questi sono i fatti e gli atti.

      Se qualcuno ricomincerà a manipolarli nei commenti, inizierò a tagliare di brutto. E non per censura, ma a salvaguardia del mio stomaco.

    • enrix007 02:25 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Come avevo preannunciato, ho cancellato un messaggio di Sympatros, avente la sola funzione di sparpagliare melma su un concetto chiaro.

      Niente melma su questo blog.

      Augh.

    • enrix007 02:35 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Sympatros, per chiarirti ancora meglio il concetto.
      Siccome il tema qui è l’intervista a borsellino e la sua manipolazione, e siccome borsellino ha dichiarato di non conoscere gli atti del processo contenenti la famosa telefonata, qualsiasi discussione sui contenuti reali o ipotetici di quella telefonata è fuorviante non pertinente. Nel tuo caso poi, VOLUTAMENTE fuorviante ed IMpertinente.
      Questa corte pertanto, come quelle americane, stralcerà dai verbali qualsiasi affermazione non pertinente o irrilevante, respingendo qualsiasi opposizione.

      TUM.  (martellata sul bancone del presidente).

    • anonimo 10:18 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Ad Enrix e alla sua suprema Corte, il meschino imputato sottoscritto riteneva i suoi post né fuorvianti né impertinenti.. cancello poi del tutto il volutamente. Potrei concedere qualcosina sull’impertinente.

      Ma santo Iddio, perché tagliare i post e non lasciare decidere a chi legge se i post sono vomitevoli o meno?… Tra l’altro non saremo mica noi a stabilire se Dell’Utri sia colpevole o meno. Martellata sul bancone del presidente… e sapessi io dove la vorrei dare quella martellata. Scherzi a parte…. l tema è l’intervista e l’intervista sarà!

      Sympatros

    • enrix007 13:08 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Bravo, anche perchè Dell’Utri, fino a prova contraria, è colpevole per conto suo di vari reati, ma non vi è alcuna attinenza fra questo fatto e questa intervista con le sue manipolazioni. Ripeto: qualsiasi tentativo di mescolar le cose per ottenere un intruglio, sarà cancellato, proprio a beneficio di chi rischia di leggere ed uscirne confuso.

      Ti lascio questo 46 qui sopra per grazia ricevuta.

      Amen

    • anonimo 15:12 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Bravo Enrix, sei riuscito nell’impresa disperata di far ritornare il "cavallo" Sympa quieto.

      Gianluca

    • anonimo 16:42 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Bravo Gianluca, adesso puoi prenderti le tue rivincite…. ne approfitto per dire ad Enrix che ha un mio messaggio nella mail privata!

    • anonimo 16:56 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Non so chi tu sia visto che ti firmi anonimo, io non devo prendermi nessuna rivincita, e quando vedo che Sympra ragiona, invece di fare il cavallo imbazzarrito che non vuole seguire il percorso intrapreso, elogio chi riesce a rimetterlo nella retta via.

      Se sull’argomento hai news che sostengono cose diverse sull’argomento in questione, che molto bene da anni Enrix affronta, non devi far altro che darci i tuoi contributi e ci si ragionerà sopra. Personalmente quando mi confronto ho  solo uno scopo da raggiungere , scoprire LA VERITA’. Delle rivincite di cui tu parli non so che farmene, ragioni così forse  perchè il confronto lo intendi in maniera diversa, tipo incontro di boxe, naturalmente è un ipotesi.

      Per me il confontro è solo un passo, un contributo verso l’accertamento della VERITA’, quando possibile.

      Gianluca Micarelli

    • anonimo 17:05 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Gianluca, ero proprio Sympatros.. mi son dimenticato di firmare

    • anonimo 19:30 on 21 January 2010 Permalink | Rispondi

      Va bene tutto ma qui ci si accartoccia ed io vorrei qualche giudizio preliminare.

      E’ del tutto evidente che Travaglio
      1) nell’intervista a Satyricon induce erroneamente a credere che Borsellino abbia parlato di legami tra Berlusconi  Dell’Utri e la mafia,
      2) persevera nel suo errore ancora oggi

      Quello che vorrei sapere è il perchè, naturalente secondo voi.

      A) E’ in buona fede, ma troppo superficiale e magari obnubilato dall’odio?

      B) E’ in malafede?  Diciamo che siccome deve sbarcare il lunario,  sta sfruttando la gallina delle uova d’oro (il popolo della sinistra che vuol sentire proprio quello che lui racconta).

      Qualsiasi altra ipotesi è benvenuta.

      Anton Egger

    • anonimo 01:35 on 22 January 2010 Permalink | Rispondi

      La stessa domanda che mi pongo io. Alcune persone mi hanno fatto notare che dalla famosa puntata di Satyricon Travaglio ha spiccato il volo.

      Diciamo che il fattore commerciale probabilmente ha supporti logici. Vi immagginate Travaglio che sostiene scusate tutti  non c’avevo capito nulla pure io ed indotto da una serie di episodi sovrapposti e una chiara manipolazione (quella del filamto di RaiNews24) ho ingenuamente sbagliato.

      Stessa cosa nell’odore dei soldi ed in molti altri libri. Chiedo scusa a tutti ma sfido chiunque a sostenere che l’argomento non era una matassa molto complicata, spero che con il dvd distribuito da  "Fatto" apprezziate la mia onestà intellettuale nell’aver riportato LA VERITA’.

      Penso che si sarebbero alzate pernacchie da tutte le parti. Vogliamo poi parlare dell’accanimento di Travaglio nel filone Mori/Ultimo? Io nel mio piccolo e da cittadino normale ho notato una cosa semplice semplice,  tutti coloro che hanno inflitto le più grosse sconfitte alla mafia negli ultimi 20 anni SONO STATI MASSACRATI o uccisi. A quelli uccisi ci si è sforzati di fargli dire cose che mai hanno detto, e si sta cercando di cambiare la storia, su Falcone è evidente quello che successe quando non sostitui Caponnetto ma x chi è poco informato gli si riportano fatti contrari.

      Collaboratori di borsellino che diventano amici dei mafiosi ed i protagonisti degli arresti eccellenti di Riina e Provenzano SOTTO PROCESSO da 10 anni, da diventare matti, con Travaglio che fa parte di coloro che soffiano su questa revisione storica. Questo è quello che ho notato io. PERCHE’ SUCCEDE? Bohhhh

      Magari ci stiamo sbagliando noi, anche se per ora con le poche cose certe che conosciamo non ce ne è una che mi sembra sbagliata e per questo devo ringraziare Enrix ed il suo gruppo di lavoro. Certo le domande sono migliaia. Possibile che giudici che fanno questo di mestiere non si accorgono di cose che dei semplici cittadini come noi NOTIAMO?

      Hai fatto una domandona Anton!!

      Gianluca

  • Avatar di enrix

    enrix 23:00 on 13 January 2010 Permalink | Rispondi
    Tags: , bernardo provenzano, , , , , , , , , , , , , , , , ,   

    LA VERA STORIA DEL GENERALE MORI 

    © 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

    La vera storia di un grande carabiniere sotto processo, Mario Mori

    di Claudio Cerasa

     

    Se Leonardo Sciascia avesse conosciuto il generale Mario Mori prima di scrivere “Il giorno della civetta” il suo capitan Bellodi non sarebbe stato un giovane poliziotto con gli occhi chiari, i capelli scuri, il viso tirato e l’accento emiliano, ma sarebbe stato piuttosto un piccolo brigadiere triestino con i capelli bianchi, i baffi corti, la voce bassa, gli occhi azzurri, un curriculum da sballo, il vaffanculo facile facile e sei numeri che hanno cambiato la sua vita: 2789/90. Quelle del generale Mori e del capitan Bellodi sono due storie che viaggiano su binari paralleli: un uomo sceso dal nord per andare in Sicilia disposto a rompersi la testa per combattere la mafia, e che dopo essere riuscito ad arrestare il più temuto dei capi-cosca improvvisamente si ritrova contro ora i politici, ora gli avvocati, ora i magistrati, ora i giudici, ora le procure e ora naturalmente i giornali. E i giornali ne riparleranno presto del generale, e c’è da scommettere che non ne parleranno bene. Il 16 giugno del 2008 la procura di Palermo ha aperto un’indagine contro Mori per “favoreggiamento aggravato” a Cosa Nostra, e gran parte delle prossime settimane il generale le dedicherà a quel processo. Sarà in aula alla fine di gennaio, quando i giudici dovranno valutare se rinviarlo a giudizio oppure no.

    Di che cosa è accusato il capitan Bellodi? La procura di Palermo ha indagato Mori come responsabile della mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995, ma il processo per favoreggiamento nasconde una storia molto particolare. A Mori è successa la stessa cosa capitata all’eroe di Sciascia: si è ritrovato di fronte a qualcuno che vuole riscrivere la storia di un periodo cruciale per l’Italia e che vuole offrire a uno dei protagonisti di quei giorni la parte dell’antagonista brutto, sporco, cattivo e, perché no?, pure compromesso. Il processo a Mori è un modo come un altro per tentare di dimostrare che una parte della stagione delle stragi, nel 1992, in particolare quella che coinvolse il giudice Paolo Borsellino, fu causata dallo stesso generale che “voleva a tutti i costi trattare con la mafia”. Ma molti non conoscono un particolare. In quegli anni Mori iniziò a raccogliere i suoi giorni in 29 agende a righe con la copertina rigida: dagli anni 80 a oggi non c’è appuntamento che Mori non abbia segnato su questi fogli, e dalla lettura di quelle pagine, tenute segrete per molto tempo, emergono delle verità molto interessanti.

    Roma, due dicembre 2009. Mario Mori siede dietro la scrivania al terzo piano di un ufficio che si affaccia a strapiombo su Piazza Venezia: ha lo sguardo vispo, gli occhi un po’ scavati, i capelli tagliati corti, le mani distese poggiate sulle cosce e un libricino aperto a pagina 37 con una “x” segnata a matita accanto a un aforisma di uno degli scrittori più amati dal generale, Giacomo Leopardi. Il dettato piace molto a Mori: “La schiettezza allora può giovare, quando è usata ad arte, o quando, per la sua rarità, non l’è data fede”.
    Il generale accetta di riceverci nel suo piccolo studio privato e inizia a raccontare come è cambiata la sua vita. Sono tante le ragioni per cui la carriera di Mori risulta affascinante ma vi è un aspetto che rende la sua storia molto significativa. Ed è la prima cosa che ti colpisce quando ti ritrovi di fronte a lui: ma come è possibile che un super sbirro, un grande carabiniere che ha acciuffato i capi di Cosa Nostra, che ha messo in galera tipacci come Toto Riina e che ha contribuito a smantellare numerose cupole mafiose sia, e sia stato, processato con le stesse accuse degli stessi criminali che per anni ha perseguito e arrestato? Vuoi vedere che forse c’è qualcosa, qualcosa della sua vita, qualcosa dei suoi anni a Palermo, qualcosa della sua esperienza al Sisde, che sfugge ai grandi accusatori di Mario Mori? Mori si è chiesto più volte le ragioni per cui la magistratura siciliana gli si è accanita contro, il perché di quelle pesantissime inchieste costruite con le parole di pentiti non proprio affidabili, i motivi per cui, dovendo scegliere se credere alle sue parole o a quelle di un pentito, i pm tendano a dare retta al secondo anziché al primo. E quando glielo chiedi il generale Mori che fa? Alza un po’ lo sguardo, gioca con i polsini della camicia, si dà un colpetto all’indietro sulla poltrona, allarga le braccia e poi sussurra: “Non so. Davvero. Proprio non so”.

    A Roma il generale c’è tornato da qualche mese: alla fine del 2008 il sindaco Gianni Alemanno gli ha offerto la direzione delle Politiche della sicurezza della Capitale e Mori ha accettato di tornare in quella città dove ha studiato per cinque anni al liceo classico (era al Virgilio nella sezione C negli stessi anni in cui Adriano Sofri era nella sezione D), dove ha seguito le lezioni dell’accademia delle Armi, dove ha lavorato con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e da dove ha iniziato a costruire la sua carriera, diventando nel corso degli anni prima comandante del gruppo carabinieri di Palermo (dal 1986 al 1990), poi comandante dei Ros (dal ’96 al 2000) e infine numero uno del Sisde (fino al 2006). Sono proprio questi – gli anni del Sisde, gli anni dei servizi segreti, gli anni in cui condusse le indagini sulla morte di Massimo D’Antona, sull’omicidio di Marco Biagi, sulle conseguenze italiane dell’undici settembre – i tempi in cui Mori rimase affascinato da alcune sottili ma importanti differenze tra il combattere la mafia e combattere il terrorismo. Mori era sorpreso dalla capacità di fare gruppo dei brigatisti, e da quel loro cerchio chiuso, quasi impenetrabile. Nei brigatisti – racconta Mori – vi era un livello culturale superiore alla media della criminalità e il loro era un legame ideologico non un legame familistico, di cosca o di sangue.

    Era proprio per questo che Mori riteneva fosse più semplice combattere il terrorismo piuttosto che Cosa nostra. “La mafia è come un tumore che si autoriproduce: è un mondo che resiste da molto tempo non tanto per la sua forza ma perché è una forma di costume che è legata a certe forme di cultura. I poliziotti e i magistrati potevano e possono arrestare tutti i mafiosi del mondo ma l’unico modo per distruggere alle radici la mafia – come già scritto anche da Marcelle Padovani in Cose di Cosa Nostra – è il tempo, la trasformazione dei costumi, la rivoluzione della cultura”.
    “Le Brigate rosse e tutte le forme di terrorismo italiane sono state invece una cosa diversa: una malattia circoscritta difficile sì da individuare ma per cui una cura esisteva: bastava solo trovarla”. Quando nella primavera del 2001 Claudio Scajola, ministro dell’Interno per un anno, chiamò Mario Mori per comunicargli che Silvio Berlusconi lo aveva appena nominato a capo dei servizi segreti, il generale pensava fosse uno scherzo. E lo credeva per due ragioni.

    La prima è che il presidente del Consiglio che l’aveva appena scelto Mori non lo aveva mai visto prima, se non una sera alla fine di una cena a Monza. La seconda era invece una ragione caratteriale. Il generale sostiene che le tecniche strategiche di chi lavora nell’arma e di chi lavora nell’intelligence presentano pochi punti di contatto, e offrire dunque a uno sbirro la gestione dell’intelligence nazionale, in teoria, potrebbe nascondere alcune difficoltà non solo metodologiche. “Siete pazzi! – disse senza neanche scherzare troppo Mori a Scajola – io di intelligence non ne so nulla, al massimo, se volete, potrei guidare il Sismi”.
    Racconta chi con Mori al Sisde ha lavorato a lungo che “il modo più semplice per spiegare i due diversi approcci alla criminalità che hanno forze dell’ordine e intelligence è che il poliziotto spera di catturare Osama bin Laden mentre l’uomo di intelligence, semplicemente, spera di acquisirlo come fonte. Sono due piani paralleli che non si vanno mai a incontrare. Perché l’immagine del James Bond che si arrampica sulle gru per sconfiggere le forze del male non esiste. Semmai, il rischio maggiore per un uomo di intelligence che passa le giornate a colazione, a pranzo e a cena per coltivare le fonti è quello di prendersi una cirrosi epatica”.
    Mori ha sempre sostenuto che individuare un grosso criminale, pedinarlo, poterne seguire le tracce e circoscriverne il raggio d’azione nasconde un problema non da poco. Che si fa? Si arresta subito il bandito o lo si segue per un po’ usandolo come esca per intrappolare nella rete della giustizia tutto ciò che lo circonda? Mori non lo confesserà mai, ma tra la prima e la seconda opzione lui sotto sotto ha sempre preferito la seconda.

    Chi ha vissuto a lungo a fianco di Mario Mori racconta che quando il generale arrivò al Sisde fu rivoluzionata l’intera impostazione del lavoro. Prima di Mori, i servizi segreti tendevano a lavorare con quella che in gergo è definita “pesca a strascico”: una gigantesca rete che intrappola tutti i pesci, grandi e piccoli, che nuotano nel raggio d’azione dell’intelligence. Quando Mori arrivò al Sisde spiegò che la pesca doveva diventare subacquea. Perché la tecnica a strascico – era questa l’idea del generale – funziona quando un servizio segreto dispone di centinaia di migliaia di uomini, ma quando il numero delle truppe è parecchio inferiore la raccolta di informazioni deve essere più precisa, più mirata. E così, non appena arrivato, Mori scrisse un libriccino di cento pagine di procedura investigativa, lo fece pubblicare e lo inviò ai dirigenti dei servizi. A poco a poco, i risultati iniziarono ad arrivare.

    Negli anni passati al Sisde c’è un arresto particolare che il generale ricorda più degli altri. Il 13 luglio 1979 una scarica di pallettoni sparati da un’auto in corsa ferì a morte il comandante del Nucleo carabinieri del tribunale di Roma Antonio Varisco; e quel comandante Mori lo conosceva molto bene. Per anni e anni, i servizi segreti italiani hanno tentato di arrestare il killer, e il 15 gennaio del 2004 il Sisde diede istruzione a venti poliziotti egiziani di fermare due persone all’aeroporto del Cairo: i nomi erano quelli di Rita Algranati e Maurizio Falessi, ricercati, tra le altre cose, per l’omicidio di Varisco. Fu uno dei giorni più gratificanti della carriera del generale. Il perché lo spiega lui stesso: “Non dobbiamo essere sciocchi. Chi dice che la pretesa punitiva dello stato non esiste non capisce nulla. Quel giorno passò un messaggio molto importante. Fu un arresto chiave per disgregare la rete terroristica ma fu un anche un segnale chiaro: ci sono alcuni reati che più degli altri non possono essere impuniti. E uccidere un carabiniere è esattamente uno di quelli”.

    Gli anni che però formarono davvero il generale Mori furono altri. Furono quelli che trascorse in Sicilia: prima nel nucleo provinciale dei carabinieri e poi nei Ros. Non appena arrivato a Palermo, il generale comprese subito quanto fosse importante riuscire a creare una sorta di sintonia linguistica tra sbirri e mafiosi. Mori ci riuscì, ma solo dopo aver preso una piccola batosta. La prima lezione per Mori arrivò da un piccolo appartamento sulla costa occidente della Sicilia: ad Altavilla. Dopo aver ricevuto la notizia della morte di un carabiniere, i suoi uomini andarono sul posto, entrarono con i guanti di paraffina dentro una vecchia casa colonica, perquisirono le stanze, fecero perizie, raccolsero più notizie possibili e interrogarono molti testimoni: la maggior parte dei quali diceva di non aver visto nulla. Alla fine della giornata, Mori si ritrovò a parlare con un vecchio abitante del paese che al termine del colloquio – a lui che era un triestino con mamma casalinga emiliana, padre ufficiale dei carabinieri a La Spezia, bisnonni inglesi e, come ama ripetere il generale, una formazione culturale sfacciatamente mitteleuropea – gli disse: “Piemontese, chi minchia voi da noi?”. Quelle parole Mori se le ricorderà a lungo e il significato profondo dell’essersi sentito dare del piemontese lo comprese poco più avanti quando fu nominato comandante del primo comando territoriale di Palermo.

    Mori ricorda infatti che in quegli anni capitava spesso che la notte le pareti della caserma non trattenessero le parole degli sbirri che interrogavano i mafiosi, e ascoltando quei dialoghi, dagli accenti così marcatamente differenti, si rese improvvisamente conto che in quel nucleo operativo che lavorava nella Sicilia occidentale, beh, il più meridionale tra i suoi colleghi era un campano. Non parlare il linguaggio della Sicilia, e più in particolare non entrare a fondo nel lessico dei mafiosi, secondo il generale era il modo migliore per non capire come portare avanti un’indagine, e questo Mori se lo mise bene in testa: lavorò molto sulla sua pronuncia, iniziò a studiare il siciliano e alla fine ottenne buoni risultati, riuscendo a poco a poco a entrare sempre di più a contatto anche con la grammatica della mafia.
    “In quegli anni – racconta un uomo che ha lavorato a lungo a fianco di Mori nei Ros – il generale diceva che far proprio il linguaggio dei mafiosi significava non solo avere le carte in regola per lavorare con maggiore efficienza ma anche avere la possibilità concreta di salvare con un certo successo il culo.

    Le lezioni di Mori erano due. Lui, che aveva imparato a non fidarsi eccessivamente dei collaboratori di giustizia, diceva che per definizione il pentito mafioso va preso con le pinze perché un pentito resta sempre un mafioso, e alla fine – qualsiasi cosa ti dirà e qualsiasi verità racconterà – in un modo o in un altro tenterà sempre di compiere un atto utilitaristico per la sua famiglia. La seconda cosa che ripeteva era che il mafioso ti faceva ammazzare solo quando il, chiamiamolo così, rapporto tra sbirri e criminale diventava un rapporto personale: tra me e te. Per questo, Mori ci diceva che tu puoi umiliare un mafioso magari ammanettandolo davanti a una moglie ma non era il caso di farlo quando veniva acciuffato nel cuore della sua vera intimità: per esempio davanti alla sua amante”.
    Il più grande successo ottenuto da Mori arrivò il 15 gennaio 1993 di fronte al numero 54 di via Bernini, a Palermo, quando il generale fece arrestare lui, il capo dei capi: Totò Riina. Paradossalmente, però, accadde che l’arresto del mafioso più ricercato al mondo coincise con la proiezione delle prime ombre attorno alla carriera del generale. Tutto cominciò poco dopo l’arresto. Per quindici giorni, l’abitazione del boss corleonese non fu perquisita e in molti sostennero che la mancata perlustrazione di quelle stanze fosse un modo come un altro per dare la possibilità ai mafiosi di ripulire l’abitazione e cancellare le proprie tracce. Mori – ricordando che le indagini vengono sempre coordinate dalla procura e che qualsiasi imput, prima ancora che dai capi dell’arma, deve arrivare da lì – sostiene che fu la procura a non dare l’ordine di perquisire, ma nonostante ciò nel 1997 la procura di Palermo aprì un’inchiesta sulla vicenda a carico di ignoti, “per sottrazione di documenti e favoreggiamento”.

    L’indagine andò fino in fondo: nel 2002 i magistrati chiesero l’archiviazione ma il gip dispose nuove indagini. Due anni dopo stessa storia: i pm chiesero ancora una volta l’archiviazione ma questa volta lo fecero in un modo originale: poche paginette per chiedere di archiviare e cento pagine per picchiare duro sull’indagato. A firmare quella richiesta furono i pubblici ministeri Antonio Ingroia e Michele Prestipino, che chiesero di chiudere il caso con queste concilianti parole: gli indagati, non perquisendo per diversi giorni il covo, “fornirono ai magistrati indicazioni non veritiere o comunque fuorvianti”. Inoltre, la sospensione dell’attività di osservazione del covo “determinerà un’obiettiva agevolazione di Cosa nostra”. Il nome di Mario Mori entra così nel registro degli indagati il 18 marzo 2004: pochi mesi più tardi – era il 18 febbraio 2005 – Mori e il suo braccio destro Sergio De Caprio (l’ufficiale dei carabinieri che ha lavorato a lungo a fianco del generale e che il 15 gennaio 1993 ammanettò Totò Riina) vengono rinviati a giudizio e un anno dopo il processo si conclude con un’assoluzione.
    Tutto finito? Macché.

    Dopo essere stato assolto dall’accusa di favoreggiamento aggravato per non aver perquisito l’abitazione – e non il covo, che è cosa diversa – in cui è stato arrestato Salvatore Riina, Mori si trova costretto a difendersi da altre accuse. E da una in particolare. Perché il generale non ci gira attorno, e quando ha saputo di essere indagato ancora una volta per favoreggiamento dice che è stato certamente quello il giorno più brutto della sua vita: perché è come se la procura lo avesse sostanzialmente accusato di essere stato la causa scatenante della strage di via D’Amelio.
    Nel processo in cui Mori dovrà difendersi in aula il 29 e il 30 gennaio, il principale testimone dell’accusa è il colonnello dei carabinieri Michele Riccio. L’eroe della procura di Palermo, nonché principale testimone del processo contro il generale Mori, è però un personaggio dal passato molto controverso. Controverso perché il grande accusatore di Mori è uno degli uomini che fu denunciato dallo stesso generale. La storia è nota ma può essere utile ricordarla. Il generale Mori contribuì all’arresto di Riccio e fu uno dei primi a denunciare i reati commessi dal colonnello a metà degli anni 90. All’origine dei guai di Riccio vi fu la famosa Operazione Pantera. In quell’occasione – erano gli anni 90 – fu sequestrata una partita di pesce congelato da 33 tonnellate. Nascosto tra il pesce vi erano 288 chili di cocaina proveniente dalla Colombia.

    Tre mesi dopo il pesce fu venduto sottobanco dai carabinieri per 54 milioni. L’operazione Pantera costò a Riccio due reati. Non soltanto contrabbando aggravato ma anche detenzione e cessione di stupefacenti: perché nel corso dell’operazione, secondo l’accusa, il colonnello occultò cinque chili di cocaina sottratti alla distruzione del reperto da uno dei suoi uomini (si chiamava Giuseppe Del Vecchio).
    Così, dopo essere stato condannato in primo grado a 9 anni e mezzo e poi, in secondo grado, a 4 anni e 10 mesi, nel 2001 Riccio chiese di essere sentito dal pm Nino Di Matteo su “gravi fatti riguardanti la mancata cattura di Provenzano e la morte di Luigi Ilardo”. E’ una storia complicata quella di Riccio: l’ex colonnello sostiene che nel 1995 il suo confidente Ilardo (trovato morto pochi mesi dopo) offrì la possibilità di catturare Bernardo Provenzano; racconta che i suoi uomini avrebbero seguito Ilardo fino al bivio di Mezzojuso – un piccolo comune di 3.711 abitanti a 34 chilometri da Palermo – che si sarebbero appostati in attesa del via libera e che Mori disse di non voler agire. Mentre – dice Riccio – noi “eravamo pronti e non ci voleva una grande scienza per intervenire”. Le deposizioni di Riccio sono però contestate. Uno dei testimoni dell’accusa, l’ufficiale dei carabinieri Antonio Damiano che nel ’95 prestava servizio al Ros di Caltanissetta, lo scorso 10 novembre ha raccontato una versione diversa.

    Damiano sostiene infatti di essere stato incaricato da Riccio di effettuare “un’osservazione con rilievi fotografici” al bivio di Mezzojuso ma il punto è che in quello che Riccio considera il mancato arresto di Provenzano non solo era già stato concordato preventivamente che l’operazione avrebbe avuto la finalità di studiare il territorio ma il grande accusatore di Mori, nonostante la relazione di servizio di quel giorno riportasse la sua presenza, in realtà – lo ammette Damiano – non era affatto presente: era rimasto in ufficio.
    A ogni modo, le parole di Riccio hanno offerto alla procura la possibilità di fare due calcoli rapidi rapidi: la mancata perquisizione del covo di Riina nel 1993 più la mancata cattura di Provenzano nel 1995 sarebbero “strettamente connesse” alla presunta trattativa tra apparati dello stato e Cosa nostra. E’ proprio questa la tesi di uno degli uomini che alla fine di gennaio verrà ascoltato come teste dell’accusa nell’aula bunker del carcere Ucciardone: Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito. Tesi che in sostanza si potrebbe riassumere così: Borsellino sarebbe stato ucciso dopo che il giudice venne a conoscenza della trattativa portata avanti tra la mafia e lo stato condotta in prima persona da suo padre e dal generale Mori. Borsellino era contrario alla trattativa e per questo, per evitare problemi, la mafia lo fece saltare in aria.

    La cronaca di quei mesi offre però una storia un po’ diversa e gran parte della verità di tutta la vicenda sembrerebbe proprio girare attorno a quel codice lì: 2789/90. Il codice fa riferimento a una delle inchieste più delicate che le forze dell’ordine portarono avanti durante gli anni 90 in Sicilia. Tutto nacque nel corso del 1989: in quegli anni Mori era già a capo del gruppo dei carabinieri di Palermo e sotto la direzione di Giovanni Falcone avviò l’inchiesta sul sistema di condizionamento degli appalti pubblici da parte di Cosa nostra. Il primo plico contenente le informative sull’indagine fu consegnato il 20 febbraio del 1991 da Mori al procuratore aggiunto di Palermo Giovanni Falcone. Ancora oggi Mori ricorda che “Giovanni sollecitò insistentemente il deposito dell’informativa rispetto ai tempi che ci eravamo prefissati per una ragione semplice: perché – diceva Falcone – non tutti vedevano di buon occhio l’indagine, e alcuni sicuramente la temevano”. In quei giorni, il giudice stava però per essere trasferito alla direzione degli affari penali del ministero della giustizia, e da Palermo dunque si stava spostando a Roma. Ma quell’inchiesta – ricorda il generale – lui voleva seguirla lo stesso e per questo Mori continuò a mantenere i contatti con Falcone. E fu proprio il giudice a riferire al generale che l’inchiesta “Mafia e appalti” non interessava più di tanto al nuovo procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Giammanco. Era davvero così?

    Fatto sta che al termine dell’inchiesta “Mafia e appalti” i Ros di Mori avevano evidenziato 44 posizioni da prendere in esame per un provvedimento restrittivo ma il 7 luglio del 1991 la procura ottenne soltanto cinque provvedimenti di custodia cautelare. Mori si arrabbiò e chiamò subito Falcone. La reazione del giudice è riportata dai diari consegnati alla giornalista di Repubblica Liana Milella, e fu questa: “Sono state scelte riduttive per evitare il coinvolgimento di personaggi politici”.
    Non solo. Pochi giorni dopo che Mori e il suo braccio destro Giuseppe De Donno consegnarono il rapporto alla procura di Palermo vi fu una fuga di notizie. De Donno ne venne a conoscenza attraverso il suo informatore Angelo Siino (il così detto ex ministro dei Trasporti pubblici di Cosa nostra) che raccontò ai Ros di aver saputo dell’inchiesta da fonti vicine alla procura. “Mai come in quei mesi – racconta Mori – ebbi la sensazione di agire da solo e senza referenti certi a livello giudiziario”. Successivamente, ci furono altre due valutazioni che fecero infuriare il capitano dei Ros. La prima fu quando il Tribunale del riesame consegnò agli avvocati difensori degli indagati e degli arrestati non uno stralcio dell’informativa relativa ai singoli indagati, come da prassi, ma qualcosa di più: ovvero tutte le 890 pagine di testo. “In quel modo – ricorda Mori – furono svelati i dati investigativi fino a quel momento posseduti dall’inquirente e furono chiare le direzioni che le indagini stavano prendendo”.

    La seconda fu quando la procura di Palermo – ravvisando la competenza sul caso di più procure – inviò i fascicoli in mezza Sicilia ottenendo il risultato di moltiplicare il numero di occhi che osservavano da vicino quell’inchiesta. Ecco: secondo Mori il filo che lega le stragi di quell’anno – l’anno in cui furono uccisi nel giro di poche settimane prima Falcone e poi Borsellino e poi ancora un comandante della sezione di Perugia che insieme con i Ros aveva iniziato a lavorare su “Mafia e appalti”: Giuliano Guazzelli – sarebbe legato all’attenzione che Mori e Borsellino credevano fosse opportuno dare a quell’inchiesta, a quel codice maledetto. Poco prima di essere ucciso, infine, Borsellino partecipò a un incontro molto importante. Era il 25 giugno 1992 e il magistrato convocò in gran segreto nella caserma di Palermo – dunque negli uffici dei Ros – Mario Mori e il capitano De Donno. Borsellino confessò ai due che riteneva fondamentale riprendere l’inchiesta “Mafia e appalti”. Perché – sosteneva Borsellino – quello “era uno strumento per individuare gli interessi profondi di Cosa nostra e gli ambienti esterni con cui essa si relazionava”. Qualche anno più tardi, nel novembre 1997, nel corso di un’audizione alla Corte d’assise di Caltanissetta, a confermare che Paolo Borsellino credeva che studiando il filone “Mafia e appalti” si poteva giungere “all’individuazione dei moventi della strage di Capaci” fu uno dei pm che oggi indaga su Mori: il dottor Antonio Ingroia.

    Le ragioni per cui l’incontro nella caserma dei carabinieri di Palermo fu mantenuto segreto vennero ammesse in quelle ore dallo stesso Borsellino. Ricorda Mori che Borsellino “non voleva che qualche suo collega potesse sapere dell’incontro”. “E nel salutarci – prosegue Mori – il dottor Borsellino ci raccomandò la massima riservatezza sull’incontro e sui suoi contenuti, in particolare nei confronti dei colleghi della procura della Repubblica di Palermo”. Secondo il generale, in quei giorni Borsellino era molto preoccupato per una serie di fatti accaduti. Uno in particolare era legato a una data precisa. Il 13 giugno 1992 uno dei mafiosi arrestati dalla procura di Palermo nell’ambito dell’inchiesta “Mafia e appalti” – il geometra Giuseppe Li Pera – si mise a disposizione degli inquirenti dicendo di essere disposto a svelare “gli illeciti meccanismi di manipolazione dei pubblici appalti”, ma i magistrati di Palermo risposero dicendo di non essere interessati. “Sì, è vero: i fatti di quei tempi – ricorda Mori – mi portarono a ritenere che anche una parte di quella magistratura temesse la prosecuzione dell’indagine che stavamo conducendo”.

    Pochi giorni dopo l’attentato in cui rimase ucciso Paolo Borsellino, Mori iniziò a stabilire contatti con l’uomo che all’epoca impersonificava meglio di tutti la sintesi perfetta dei legami collusivi tra mafia, politica e imprenditoria: l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino. Tra il 5 agosto e il 18 ottobre 1992, Ciancimino e Mori si incontrarono quattro volte (prima di quella data con Ciancimino vi furono dei contatti preliminari del braccio destro di Mori, De Donno) e iniziarono così a costruire un rapporto confidenziale senza renderlo però noto alla procura di Palermo. Mori non comunicò subito i contatti che aveva stabilito con Ciancimino per tre ragioni. Primo perché – e lo dice la legge – i confidenti delle forze dell’ordine non devono essere necessariamente rivelati alla procura. In secondo luogo – e queste sono parole di Mori – fu fatto “per evitare premature e indesiderate attenzioni sulla persona e per tentare di acquisire elementi informativi sicuramente nella disponibilità del Ciancinimo e cercare di giungere a una piena e formale collaborazione”. Infine, è ovvio: se ci fosse stato Borsellino, dice Mori, “glielo avrei detto subito”. Ma quando Mori parlò con Ciancimino, Borsellino era già stato ammazzato.

    Nonostante in molti sostengano che Mori avesse mantenuto a lungo segreti quei colloqui, in realtà gli incontri tra Mori e Ciancimino non sono una novità di oggi. Nell’autunno 1993 fu lo stesso Mori a raccontare all’allora presidente della Commissione antimafia Luciano Violante non soltanto dei suoi incontri con Ciancimino ma anche della volontà di quest’ultimo di essere ascoltato dalla commissione. Mori lo disse più volte a Violante e ogni volta che Violante se lo sentiva ripetere gli rispondeva più o meno allo stesso modo. Ponendo una condizione: “L’interessato – disse Violante il 20 ottobre 1992 nel corso di un incontro riservato con Mori – deve presentare un’istanza formale a riguardo”. Il 29 ottobre 1992, quindi, Violante convocò la commissione per spiegare qual era il suo programma di lavoro sulla materia che riguardava le inchieste sulla mafia e la politica. Nel verbale di quella seduta, tra le altre cose, si legge quanto segue: “E’ necessario sentire quei collaboratori che possono essere particolarmente utili”.

    Violante fece un lungo elenco di “collaboratori”, e tra questi c’era anche Vito Ciancimino. Ecco però il giallo: giusto tre giorni prima che Violante riunisse la commissione, Ciancimino si decise a scrivere una lettera. Una lettera datata 26 ottobre 1992 indirizzata a Roma, alla sede della commissione antimafia di Palazzo San Macuto. In calce alla lettera – che negli archivi della commissione sarà registrata solo diversi anni dopo con il numero di protocollo 0356 – c’è la firma di Vito Ciancimino. Il quale sostiene di essersi messo a disposizione della commissione già dal 27 luglio 1990, e di aver ormai accettato le condizioni che aveva posto per l’audizione il predecessore di Violante (Gerardo Chiaromonte): audizione sì ma senza quella diretta televisiva che secondo Ciancimino era necessaria per essere “giudicato direttamente e non per interposta persona”. Scrive l’ex sindaco di Palermo: “Sono convinto che questo delitto (quello di Lima, ex sindaco di Palermo ed ex eurodeputato della Democrazia cristiana che il 12 marzo 1992 fu ucciso a colpi di pistola di fronte la sua villa di Mondello) faccia parte di un disegno più vasto. Un disegno che potrebbe spiegare altre cose, molte altre cose. Ancora oggi sono, pertanto, a disposizione di codesta commissione antimafia, se vorrà ascoltarmi”. Nonostante Violante avesse detto che avrebbe ascoltato Ciancimino solo se questi avesse fatto una richiesta formale alla Commissione, la commissione antimafia ricevette la lettera ma decise di non ascoltarlo.

    C’è poi un altro aspetto che della storia di Mori non può essere trascurato. Perché la storia di Mori è l’esempio di come una visione burocratica della lotta alla mafia non contempli la possibilità che un super sbirro possa imparare a combattere il nemico studiandolo, osservandolo da vicino, tentando persino di parlare con il suo stesso linguaggio. E con ogni probabilità il grande peccato originale di Mori è stato quello di essere diventato un simbolo della lotta alla mafia senza aver avuto bisogno di indossare l’abito del professionista dell’antimafia. Anzi, quell’antimafia con cui Mori ha lavorato fianco a fianco per anni è stata spesso ferocemente criticata dallo stesso generale. E sulla testa di Mori la scomunica dell’antimafia palermitana arrivò quando il generale testimoniò nel processo Contrada: l’ex agente del Sisde è stato arrestato il 24 dicembre 1992 con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Quando Mori fu sentito come teste non si scompose affatto e, dopo aver detto che Contrada era il “miglior poliziotto antimafia che abbia mai avuto a Palermo”, il generale disse quello che la procura di Palermo non voleva sentire. Gli chiesero se Giovanni Falcone avesse mai sospettato di Contrada e lui rispose secco così: no. La procura aveva un’altra idea e indagò persino Mori per falsa testimonianza.

    Ma dietro alle accuse di connivenza fatte nei confronti del lavoro siciliano di Mori esiste anche un filone di critica culturale di cui ultimamente si è fatto portavoce lo scrittore Andrea Camilleri. La visione burocratica della lotta alla mafia ti trascina spesso anche verso conclusioni molto avventate e ti porta a credere che stabilire contatti con il nemico, studiare da dentro il suo mondo, arrivando persino a parlare il suo lessico, significhi sostanzialmente diventare suo complice. In una recente intervista, Camilleri sostiene che Leonardo Sciascia era molto affascinato da quella mafia che sembrava invece combattere. La dimostrazione pratica è nascosta dietro alcune parole del protagonista del Giorno della civetta. Sempre lui: il capitano Bellodi. “Sciascia – dice Camilleri – non avrebbe mai dovuto scrivere ‘Il giorno della civetta’: non si può fare di un mafioso un protagonista perché diventa eroe e viene nobilitato dalla scrittura. Don Mariano Arena, il capomafia del romanzo, invece giganteggia. Quella sua classificazione degli uomini – ‘omini, sott’omini, ominicchi, piglia ‘n culo e quaquaraquà – la condividiamo tutti. Quindi finisce coll’essere indirettamente una sorta di illustrazione positiva del mafioso e ci fa dimenticare che è il mandante di omicidi e fatti di sangue.

    E il fatto che Sciascia faccia dire dal capitano Bellodi a don Mariano mentre lo va ad arrestare ‘Anche lei è un uomo’ è la dimostrazione che in fondo Sciascia la mafia l’ammira e la stima”.
    La mafia sembra invece che non apprezzò le inchieste portate avanti da Borsellino e da Mori. Pochi giorni dopo aver tentato di accelerare le indagini sull’inchiesta “Mafia e appalti”, in una 126 rossa parcheggiata in via d’Amelio, nel cuore ovest di Palermo, esplosero cento chili di tritolo e uccisero il giudice Borsellino e i suoi cinque agenti della scorta. Era il 19 luglio 1992. Solo un giorno dopo, quando ancora la camera ardente di Paolo Borsellino non era stata neppure aperta, la procura di Palermo depositò un fascicolo con una richiesta di archiviazione. Sopra quel fascicolo c’era un codice fatto di sei numeri: 2789/90.
    Era l’inchiesta “Mafia e appalti”.

    © 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

     
    • anonimo 13:29 on 15 January 2010 Permalink | Rispondi

      Grazie paolo della precisazione che non conoscevo, sul resto delle mie domande sai qualcosa?

      Gianluca

    • anonimo 15:34 on 15 January 2010 Permalink | Rispondi

      PER COMMENTO 3

      Grazie dell’interessantissimo articolo che mi hai postato, nello stesso Mori intervistato dice:

      "Non perquisimmo subito l’ appartamento di Riina perche’ , e me ne assumo tutta la responsabilita’ , il capitano Ultimo pensava che potesse essere ancora "caldo". Quel che resta sono stupidi sospetti all’ italiana"

      Che significa ancora caldo? E poi nell’immediato subito dopo l’arresto si conosceva o no con precisione qual’era l’appartamento?

      Riguardo Canale è stato assolto in appello con motivazioni mandate dopo 13 mesi … ed è news di novembre ricorso in cassazione, che schifo!

      ASSOLUZIONE IN APPELLO

      http://www.siciliainformazioni.com/giornale/cronaca/italia/23841/assolto-tenente-canale-braccio-destro-borsellino-appello-stato-accusato-concorso-esterno-associazione-mafiosa.htm

      RICORSO IN CASSAZIONE
      http://www.antimafiaduemila.com/content/view/21520/48/

      Gianluca

      P.S. La news del ricorso in cassazione è così allucinante che è anche complicata da trovare in rete ed a riguardo ci sono pochi link .

    • anonimo 17:59 on 15 January 2010 Permalink | Rispondi

      Ciao Gianluca,
      Vado di fretta e mi sembra mancanza di rispetto per il titolare del blog postare " amemoria", come fatto per la risposta precedente,

      ad ogni modo.
      1, corretto, quando fu arrestato riina si conosceva il- grande-  complesso immobiliare ma non l’esatta ubicazione dell’appartamento.
      2. scrivi bene, caselli si era insediato il giorno stesso: ha avallato il parere anzitutto di Ultimo. Al processo ha confermato il tutto.
      La perquisizione era tecnicamente impossibile anche per il fatto che quasi subito l’ingresso del complesso immobiliare era pieno di giornalisti, informati da Ripollino, malgrado la cattura fosse avvenuta in altro luogo.
      3. non ricordo bene il particolare. Posso solo dire che è coerente con una assoluzione con formula piena sulla quanle uno a caso, travaglio, spende parole durissime dopo averci dilettato di lampioni e cassaforti.

      Mi scuso nuovamente se per fretta vado un po’ a memoria e non indico fonti specifiche.
      Posso dire con certezza che buona parte se non gran parte delle informazioni derivano dalla lettura delle analisi di enrix :)
      Ciao. Paolo

    • anonimo 19:20 on 17 January 2010 Permalink | Rispondi

      Ciao Enrix, sono Moritz, una segnalazione.
      Un tale avvocato Fabio Repici dice, ripreso anche dal sito di Borsellino (ammazza che dichiarazioni!):
       
      “Del ROS dopo la guida del generale Subranni è arrivato il momento del Generale Mario Mori. Il Generale Mario Mori è il responsabile della mancata perquisizione al covo di Riina. Tanti blaterano di una sentenza di assoluzione che gli ha restituito l’onore. Allora, per chiarire, il Generale Mori e il colonnello Sergio De Caprio dalla sentenza di assoluzione sono rimasti definitivamente svergognati perché, con quella sentenza di assoluzione, si è sancito che essi hanno omesso di perquisire il covo di Riina, sono assolti non per non aver commesso il fatto, ma solo perché il tribunale ha ritenuto che non era stato provato il dolo. L’hanno fatto, ma solo per colpa, inavvertitamente.”
      "Altro personaggio – qui rasentiamo il cabaret – che ha contraddistinto il ROS nella seconda Repubblica, è un personaggio che avrebbe un nome e un cognome, che però, come nei fumetti, si fa chiamare per pseudonimo. Ora, ci sono stati esimi esempi di ufficiali nobili ed integerrimi nella storia dell’arma dei carabinieri: Carlo Alberto Dalla Chiesa, il Capitano D’Aleo, il Capitano Basile. Ma voi ve lo immaginereste uno di questi personaggi che si fosse fatto chiamare con uno pseudonimo? Gli avrebbero riso in faccia. Non lo fecero. C’è invece un personaggio, che in teoria all’anagrafe si chiama Sergio De Caprio, che però è conosciuto con lo pseudonimo di Capitano Ultimo perché si sente evidentemente un personaggio dei fumetti. E’ un altro dei responsabili della mancata perquisizione al covo di Riina ed è uno dei personaggi – è un poveretto da come si propone – sui quali è però più difficile parlare, perché appena si cerca di mettere il dito sulle gravissime pecche di quell’ufficiale, ci sono personaggi, anche dell’antimafia ufficiale, che subito saltano in piedi e gridano allo scandalo. Perdonatemi, ma, con i personaggi da fumetti, investigazioni serie non se ne fanno e la storia del ROS è la prova di questo. Non è un caso, per altro, che i supporter di quegli ufficiali del ROS, di questi tempi, sono gli stessi supporter di Bruno Contrada, o gli stessi supporter dei servizi deviati."
       
      http://www.antimafiaduemila.com/content/view/23762/48/

    • anonimo 00:16 on 18 January 2010 Permalink | Rispondi

      Per Moritz

      Penso che basta leggere quello che scrive per capire il livello di questo avvocato. Tra l’altro sulla sentenza conclude con il comunicare che i giudici hanno confermato che il covo non è stato perquisito (cosa vera) ma non c’era dolo COME DIRE CHE E’ UNA STUPIDAGGINE IL MANCATO DOLO, peccato non ci racconti pure che Caselli diede l’ok e sapeva tutto, peccato non ci racconti che la presunta cassaforte rimase intatta, peccato non ci racconti che al momento dell’arresto non si sapeva con precisione quale era l’appartamento dove stava Riina, peccato non ci dice che causa soffiate alcuni giornalisti erano nella zona con il rischio di bruciare futuri indagini … ma per l’avvocato queste sono piccolezze da cartone animato …

      Gianluca

    • enrix007 12:41 on 18 January 2010 Permalink | Rispondi

      E’ incredibile la mobilitazione generale contro questi carabinieri che hanno catturato Riina.  Molto utile soprattutto per dare una buona immagine della lotta contro il crimine della loro città ai giovani palermitani.

      Questa serà probabilmente posterò un articolo, per rispondere a tutte queste bassezze, questo pattume.

    • anonimo 21:49 on 24 January 2010 Permalink | Rispondi

      Post di Angelo Jannone che parla dell’avvocato Repici.

      http://ilblogdiangelojannone.blogspot.com/2010/01/nel-nome-dellantimafia.html

    • anonimo 21:51 on 24 January 2010 Permalink | Rispondi

      Scusate, dimentico sempre la firma, chiamiamola così.
      Allora aggiungo un documento un po’ datato, la lettera di Olindo Canali, magistrato, in cui si parla anche dell’avvocato Repici.

      http://blog.libero.it/lavocedimegaride/6781985.html

      bart_simpson

    • anonimo 00:16 on 25 January 2010 Permalink | Rispondi

      Ho letto sul libro di Montolli "il caso Genchi" alcune dichiarazioni fatte da Jannone ai magistrati che sono delle auto accuse, sempre però nascoste ai media.

      Viene anche descritto come persona molto abile a gestire le news on line (riportando notizie non vere a suo riguardo su Wikipedia) e sullo stesso ancora non mi sono dilettato a cercare in rete. Tu lo hai fatto? Sai qualcosa relativi i processi che aveva in corso?

      Gianluca

    • enrix007 09:26 on 25 January 2010 Permalink | Rispondi

      Guardate, a me non frega niente chi sia ‘sto Repici. E semplicenente uno che ha scritto che i cc che arrestarono il capo dei capi della mafia latitante da decenni, sarebbero stati "svergognati" dal fatto che nella sentenza c’è scritto che non hanno comunque rispettato il regolamento di polizia, anche se tale infrazione è stata commessa senza dolo e non ha avuto, nè poteva avere, alcuna conseguenza sulle indagini.

      Quindi è semplicemente n’ommem-bip-.

    • anonimo 14:07 on 25 January 2010 Permalink | Rispondi

      Su Repici sono assolutamente d’accordo con te Enrix. Sarebbe interessante capire qualcosa anche su Jannone visto che da ex ROS viene utilizzato per attaccare gli stessi accostandolo  a Mori ad Ultimo ed ai tanti che NON DEVONO VERGOGNARSI DI NULLA (almeno fino a prova contraria e nonostante gli stiano facendo le pulci, queste prove contrarie ancora non sono uscite fuori).

      Gianluca

    • anonimo 18:15 on 14 January 2010 Permalink | Rispondi

      Articolo molto interessante.  Vorrei chiederti caro Enrix alcune precisazioni.

      1- L’articolo quando introduce per la prima volta l ‘argomento mancata perquisizione del covo o appartamento, fa passare un piccolo particolare che E’ ERRATO SE MI RICORDO BENE. All’inizio nell’immediato post arresto di Riina, arresto avvenuto per strada (nella zona presidiata) e dentro NESSUN APPARTAMENTO, non si sapeva neanche con precisione quale fosse l’appartamento in questione. Si sapeva che era in quella zona, basta. Mi ricordo bene Enrix ho in testa i miei ricordi sono sbagliati?

      2- Ho letto sempre nello stesso paragrafo che Mori afferma che avrebbe avuto l’input dalla procura di non fare la perquisizione, mentre i ricordo tutt’altra cosa e precisamente che ritenevano (Mori ed Ultimo) più corretto agire così ed informarono del loro piano Caselli (appena insediatosi) che diede l’ok, visto che la parola finale spettava a Caselli.  E’ un imprecisazione del giornalista che ha scritto il pezzo o ricordo male io?

      3- A seguire trovo scritto che Ingroia e Prestipino  in una prima inchiesta scagionarono Mori chiedendo l’archivazione ma cmq scrissero 100 pagine di motivazioni per picchiare duro, sostenendo che le news date alla procura erano non veritieri e fuorvianti. Immaggino avranno scritto a quale dichiarazioni si riferivano, quali sono?

      4- Infine si parla che vengono di nuovo messi sotto inchiesta e che questa volta il processo viene fatto E VENGONO DEFINITIVAMENTE ASSOLTI, ti chiedo Enrix, su cosa si basò la richiesta di una nuova indagine dopo che nel primo caso sullo stesso argomento Ingroia e Prestipino chiesero l’archivazione? Anche perchè, se non sbaglio, saranno proprio Prestipino ed Ingroia i PM dell’accusa.

      Gianluca

    • anonimo 03:09 on 15 January 2010 Permalink | Rispondi

      @Gianluca.
      Richiesta di archiviazione dei Pm ma la Gip (non ricordo il nome) ha rinvato a giudizio ugualmente.
      Paolo

    • anonimo 10:43 on 15 January 2010 Permalink | Rispondi

      http://archiviostorico.corriere.it/1999/gennaio/03/miei_uomini_prenderanno_Provenzano__co_0_9901031113.shtml

      Tutto e’ cominciato il 13 ottobre 1997 quando Caselli e il suo aggiunto Guido Lo Forte vanno a Torino a interrogare Mori: la Procura vuole capire quale crepa si fosse aperta nel sistema di vigilanza sull’ ex pentito Balduccio Di Maggio, tornato in Sicilia per ricostituire la cosca e compiere omicidi. L’ indagine si addentrava su presunte "distrazioni" del Ros.

      IL CASO SIINO – DE DONNO Alcuni giorni dopo il maggiore Giuseppe De Donno si presenta ai magistrati di Caltanissetta per accusare Lo Forte: il magistrato sarebbe stato una talpa delle cosche e avrebbe passato nel 1991 un rapporto Ros su mafia e appalti. La fonte era il "ministro dei Lavori pubblici" di Cosa nostra, Angelo Siino, che avrebbe fatto quelle rivelazioni a De Donno e al colonnello Giancarlo Meli. Sia lo Lo Forte che Siino smentiscono i due ufficiali.

      IL CASO CANALE Lo Forte denuncia De Donno per calunnia, sostenendo, tra l’ altro, che nei colloqui registrati a sua insaputa Siino non ha mai sollevato ombre sul procuratore aggiunto. Il pentito ha anzi accusato di collusioni mafiose il tenente Carmelo Canale e il maresciallo suo cognato, Antonino Lombardo, suicida nel 1995.

      Poi però Canale per quelle accuse è stato assolto, sbaglio?

      http://cronachedallimbecillario.splinder.com/archive/2009-08

    • anonimo 10:54 on 15 January 2010 Permalink | Rispondi

      L’articolo finiva così

      LA RAPPACIFICAZIONE Nell’ aprile 1998 il nome di Mori finisce nel registro degli indagati a Palermo: con altri ufficiali e funzionari di polizia avrebbe reso una falsa testimonianza nel processo all’ ex funzionario del Sisde Bruno Contrada. Ma proprio in quel momento la guerra tra Ros e Procura e’ entrata in una fase di rapido raffreddamento fino a una cena "pacificatrice" svolta a Palermo tra Caselli, Mori e altri ufficiali 

      L’ INCHIESTA Intanto la Procura di Caltanissetta chiede l’ archiviazione sia per Lo Forte che per De Donno. Solo per Canale richiesta di rinvio a giudizio.
      R. R., D’ Avanzo Giuseppe
      Pagina 13
      (3 gennaio 1999) – Corriere della Sera

      bart_simpson

  • Avatar di enrix

    enrix 16:39 on 2 December 2009 Permalink | Rispondi
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    SPATUZZA, CIANCIMINO JR. : ECCO LE NUOVE PATACCHE 

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    SPATUZZA, CIANCIMINO JR.: ECCO LE BUFALE  CHE METTONO IN RIDICOLO DI FRONTE AL MONDO IL NOSTRO SISTEMA GIUDIZIARIO ED IL NOSTRO STATO DI DIRITTO.

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    Gli appassionati di libri gialli conoscono bene quei metodi finissimi, quei capolavori delle scienze investigative che hanno reso detectives come Hercule Poirot o avvocati come Perry Mason, celebri al mondo intero.

    Sapete, quelle cose sottili, roba tipo: quella lettera è falsa, non poteva essere stata scritta nel 1921 perché un’analisi dell’inchiostro ha rivelato la presenza di un composto del magnesio utilizzato nel mercato delle stilografiche solo dal 1924.

    Oppure:  secondo quanto accertato, l’imputato è allergico al latte, per cui non poteva essere stato lui a consumare quel mezzo budino alla vaniglia i cui avanzi sono stati ritrovati al tavolo della vittima che aveva ospitato il suo assassino.

    Bene, credo che tutti abbiamo presente.

    Invece, nel caso di Spatuzza e Ciancimino Jr, non c’è nulla di tanto sottile. Assolutamente.

    No.  Qui ci sono proprio solo degli svarioni da Totò e Peppino,  degli sfondoni da Banda Bassotti e Spennacchiotto, delle vere e proprie gaffes alla Pietro Gambadilegno.

    Al che, ci potremmo fare semplicemente due belle e salutari risate.

    Ma non possiamo farlo, perché dietro a queste bufale ci sono, incredibilmente, i solidi puntelli di un apparato istituzionale, quello della giustizia di stato, e dei principali organi di informazione nazionale, che pretendono ad ogni costo di prospettarci come credibili quelle sole da salumaio.

    Quindi c’è poco da ridere.

    Prendiamo ad esempio l’articolo del 28 novembre scorso, su Repubblica, dal titolo L’INCHIESTA – Il peso del ricatto al premier della famiglia di Brancaccio sembra legato all’inizio della sua storia di imprenditore. SONO I SOLDI DEGLI INIZI DEL CAVALIERE L’ASSO NELLA MANICA DEI FRATELLI GRAVIANO”, articolo che porta le firme illustri di Giuseppe D’Avanzo e Attilio Bolzoni.

     D’Avanzo e Bolzoni ci riferiscono di alcune dichiarazioni del piùchepentitocontrito Gaspare Spatuzza, provenienti da un verbalone di oltre mille pagine che chi più ne ha più ne metta.

    E c’è da credere, com’è ovvio, che se quelle son le cose che Repubblica preferisce estrapolare  da un verbalone di 1000 pagine per porle in evidenza al proprio pubblico, allora devono essere le cose più importanti dette da Spatuzza.

    Vediamo che cosa ci raccontano di bello.

    “È il 16 marzo 2009, il mafioso di Brancaccio racconta ai pubblici ministeri del "tesoro" dei Graviano. "Cento lire non gliele hanno levate a tutt’oggi. Non gli hanno sequestrato niente e sono ricchissimi".

    Dopodichè Repubblica ci porta subito al sodo dell’insinuazione.  Già, perché il giornale ci tiene a chiarire subito che di insinuazioni si tratta, di mere deduzioni dei pentiti prive dei necessari "riscontri intrinseci ed estrinseci". Ma che comunque per la loro gravità e per le persone che coinvolgono, vanno comunque approfondite.

    Che cosa intenda insinuare Spatuzza, è chiarito nell’articolo con una serie di premesse ben confezionate:

    “Con quali capitali, Berlusconi abbia preso il volo, a metà degli settanta, ancora oggi è mistero glorioso e ben protetto. Molto si è ragionato sulle fidejussioni concessegli da una boutique del credito come la Banca Rasini; sul flusso di denaro che gli consente di tenere a battesimo Edilnord e i primi ambiziosi progetti immobiliari. Probabilmente capitali sottratti al fisco, espatriati, rientrati in condizioni più favorevoli, questo era il mestiere del conte Carlo Rasini. Ma è ancora nell’aria la convinzione che non tutta la Fininvest sia sotto il controllo del capo del governo.”

    E ancora:

    “Il Cavaliere dice che si è fatto da sé correndo in salita senza capitali alle spalle. Sostiene di essere il proprietario unico delle holding che controllano Mediaset (ma quante sono, una buona volta, ventidue o trentotto?). E allora l’altro venti per cento di Mediaset di chi è? Davvero, come raccontano ora gli uomini di Brancaccio, è della mafia? È stata la Cosa Nostra siciliana allora a finanziarlo nei suoi primi, incerti passi di imprenditore?”

    Domande che ci assillano da anni, effettivamente.

    Ora c’è Spatuzza, mafioso pentito del Brancaccio, che sembra finalmente essere in grado di portare un po’ di luce sul mistero delle richezze primordiali del cavaliere, preparando, con le sue lucide testimonianze, il terreno alla tanto attesa confessione finale dei Graviano, così come ribadiscono i giornalisti di Repubblica:Nella scena che prepara la confessione di Gaspare Spatuzza, quel che è originale è l’esistenza di "un asso" che, giocato da Giuseppe Graviano, potrebbe compromettere il racconto mitologico dell’avventura imprenditoriale del presidente del consiglio.”

    E Graviano  non potrà più giocare a lungo a nascondino, perché ormai Spatuzza ha vuotato il sacco:

    "Filippo Graviano mi parlava come se fosse un suo investimento, come se la Fininvest fossero soldi messi da tasca sua",.

    Benissimo.  E a questo punto, preso atto di tutto questo, chi volesse andare da D’Avanzo e Bolzoni, nonché dai magistrati che hanno tirato giù i verbaloni di Spatuzza, per spiegargli con i dovuti rispetto e cortesia che i fratelli Graviano all’anagrafe risultano nati uno nel 1961 e l’altro nel 1963, e che pertanto con i capitali con cui Berlusconi ha preso il volo nella metà degli anni 70 potrebbero c’entrare soltanto ammettendo che il racket degli scambiatori delle figurine Panini e del contrabbando scolastico dei fumetti “spinti” procurasse profitti imprevedibili, ora è libero di farlo.

    Io già me la vedo l’espressione arcigna dei banchieri della Rasini che, accogliendo nei propri lussuosi uffici milanesi questi prodigiosi miliardari quattordicenni di Palermo, li assicurano della serietà del loro investimento.

    Ma non è tutto. Sono gli approcci verso l’alta finanza portati avanti dai Graviano negli anni ’90, la vera perla della memoria del nostro Gaspare detto ”u tignusù” .

     

    Parla Spatuzza (16 giugno 2009): "Nel 1991, vendono, svendono il patrimonio. Cercano i soldi, [vogliono] liquidità e io non so come sono stati impiegati [poi] questi capitali, e per quali acquisizioni. Certo, non sono restati in Sicilia". I Graviano, a Gaspare, non appaiono più interessati "alle attività illecite" . "Quando Filippo esce [dal carcere] nell’88 o nel 1989, esce con questa mania, questa grandezza imprenditoriale. I Graviano hanno già, per esempio, le tre Standa di Palermo affidate a un prestanome, in corso Calatafimi a Porta Nuova, in via Duca Della Verdura, in via Hazon a Brancaccio". Filippo – sempre lui – si sforza di far capire anche a uno come Spatuzza, imbianchino, le opportunità e anche i rischi di un impegno nella finanza. Le sue parole svelano che ha già a disposizione uomini, canali, punti di riferimento, competenze. "[Filippo] mi parla di Borsa, di Tizio, di Caio, di investimenti, di titoli. (…). Mi dice: [vedi Gaspare], io so quanto posso guadagnare nel settore dell’edilizia, ma se investo [i miei soldi] in Borsa, nel mercato finanziario, posso perdere e guadagnare, non c’è certezza. Addirittura si dice che a volte, se si benda una scimmia e le si fa toccare un tasto, può riuscire meglio di un esperto. Filippo è attentissimo nel seguire gli scambi, legge ogni giorno il Sole 24ore. Tiene in considerazione la questione Fininvest, d’occhio [il volume degli] investimenti pubblicitari. Mi dice [meraviglie] di una trasmissione come Striscia la notizia. Minimo investimento, massima raccolta [di spot], introiti da paura. "Il programma più redditizio della Fininvest", dice. Abbiamo parlato anche di Telecom, Fiat, Piaggio, Colaninno, Tronchetti Provera, ma la Fininvest era, posso dire, un terreno di sua pertinenza, come [se fosse] un [suo] investimento, come se fossero soldi messi da tasca sua, la Fininvest".

    E certo, nella metà degli anni 70 l’aveva finanziata lui, la Fininvest, con il racket delle figurine.

    Ma anche su quanto rivelato da Spatuzza sulle discussioni in tema di investimenti che lui avrebbe tenuto con Graviano in quell’epoca, ci sarebbe qualcosa da spiegare ai magistrati nonché ai giornalisti che come D’Avanzo e Bolzoni ce ne danno conto. Ad esempio, che Colaninno non era un esponente dell’alta finanza, ma soltanto un produttore di pezzi per automobili generici e di basso costo, come i filtri per il gasolio.  E soprattutto, che la Telecom non esisteva ancora. Si chiamava SIP, ed era difficile fare affari con i suoi titoli, perché appartenevano allo Stato.

    Proprio così. Ma non sarà mica che ‘sto Spatuzza è un contafrottole?  Mah.

    Comunque, quand’anche lo fosse, allora possiamo dire che si contende il primato con Ciancimino Jr, del quale oggi, sempre Repubblica, ci narra questa nuova prodezza:

     

    Deposizione del figlio del defunto sindaco di Palermo davanti ai pmche indagano sulle stragi di mafia. Il capo dei capi parlava di "il nostro amico senatore

    Ciancimino jr e il biglietto del boss

    "Dell’Utri parlò con Provenzano"

    dal nostro inviato FRANCESCO VIVIANO

     

    “CALTANISSETTA - Bernardo Provenzano, il capo dei capi di Cosa nostra, era in contatto diretto con il senatore Marcello Dell’Utri. Lo ha raccontato Massimo Ciancimino, figlio del defunto ex sindaco di Palermo Vito, ai giudici di Palermo e di Caltanissetta che indagano sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio, e sulla presunta "trattativa" tra Stato e Mafia di quegli anni.

    Massimo Ciancimino lo ha detto ieri ai magistrati spiegando nei dettagli il "senso" di un biglietto dattoloscritto da Bernardo Provenzano ed inviato a Don Vito Ciancimino che si trovava agli arresti domiciliari a Roma, dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio. "Caro ingegnere – scriveva Provenzano – ho ricevuto la "ricetta", ci dobbiamo incontrare nel solito posto, al cimitero, per chiarire alcune cose… Abbiamo parlato con il nostro amico senatore per quella questione, hanno fatto una riunione e sono tutti d’accordo".

    E quell’amico senatore, secondo Massimo Ciancimino, sarebbe proprio Marcello Dell’Utri. La "ricetta" che Provenzano aveva ricevuto da Vito Ciancimino, sarebbe stata la richiesta di Cosa nostra ad alcuni esponenti politici di favorire i mafiosi in carcere ed i loro patrimoni in cambio della fine delle stragi del ’92-’93 che avevano raggiunto l’apice con gli attentati di Firenze, Roma e Milano.

    Ma l’ultimo "pizzino" di Provenzano inviato a Vito Ciancimino, quello relativo all’incontro con "il nostro amico senatore", sarebbe stato spedito nel 2000, ha spiegato Massimo Ciancimino, a conferma che la "trattativa" tra Stato e Mafia avviata con Riina e Provenzano e proseguita poi con i fratelli Filippo e Giuseppre Graviano, è continuata e non si sarebbe mai interrotta. (…)

    Adesso, rompendo ogni indugio e abbandonando le paure di "parlare di persone importanti", Massimo Ciancimino ha svelato che Bernardo Provenzano si riferiva proprio a Marcello Dell’Utri.”

    Perfetto, caro Ciancimino. Quindi Provenzano avrebbe spedito un pizzino  nel  2000, in cui parlava, secondo te, di dell’Utri, chiamandolo “il nostro amico senatore”.

    Peccato che Dell’Utri sia diventato senatore soltanto nel 2001.

    E con questo, noi per oggi con i bufalari abbiamo chiuso.

    Ma Repubblica certamente no.

    Enrix

    Un ringraziamento doveroso va a colui che, come da sempre, è preziosissima fonte di informazioni per i miei articoli: il mio caro amico François de Quengo de Tonquédec.

     
    • ilPensatore 17:00 on 2 December 2009 Permalink | Rispondi

      stamattina ho scritto anch’io un pezzo su Ciancimino jr…

      http://ilpensatore.wordpress.com/2009/12/02/ciancimino-jr-e-lamico-senatore-dellutri-qualcosa-non-torna-la-data/

      ora aspetto che D’Avanzo commenti con la dovuta puntigliezza le dichiarazioni del figlio del sindaco mafioso di Palermo…

    • ilPensatore 17:01 on 2 December 2009 Permalink | Rispondi

      dimenticavo: salutoni Enrico…

    • anonimo 17:07 on 2 December 2009 Permalink | Rispondi

      Complimenti Enrix, come al solito bastano due tre cosette semplici semplici per SPUTTANARE CERTA STAMPA.

    • enrix007 17:07 on 2 December 2009 Permalink | Rispondi

      Saluti a te Marco. Eh si, questa è proprio bella grossa. Bisognava giusto rompere gli indugi a parlare dei potenti, per dire ‘sta cazzata,.

    • giu7 18:28 on 2 December 2009 Permalink | Rispondi

      Interessante.
      Mi viene in mente quello scambio lunghetto ma divertente che avemmo l’anno scorso sul blog di Guzzanti, e che ebbe inizio da qui:
      http://www.paologuzzanti.it/?p=734#comment-66748

      Peccato non poter leggere il corrispettivo che si potrebbe avere con simili interlocutori.

    • ilPensatore 20:53 on 2 December 2009 Permalink | Rispondi

      senza contare che, per un novello finanziere attento al mercato, Piaggio non poteva certo rappresentare un buon investimento, visto che negli anni 80 e fino al 93 è un’azienda in completo declino…

      mah…

    • anonimo 12:56 on 3 December 2009 Permalink | Rispondi

      A me, che sono cresciuto nella scuola post-stragi, è sempre più chiaro che l’instillazione nei giovani di tutta quella stomachevole liturgia dell’antimafia era fatta allo scopo di realizzare uno strumento di potere, e di rincoglionimento.
      Grazie ad essa ora quando c’è di mezzo la mafia si parla per dogmi, chi dubita è un bestemmiatore, abbiamo la santificazione per via consanguinea, la mafiosità transitiva e molte altre cose.  

      A proposito, sicuramente i miei genitori in quelle Standa ci saranno andati. Non potevano non sapere – Travaglio l’ha spiegato che chi è siciliano le sa queste cose. Lui invece è autorizzato a non saperle –  che faccio…  chiamo il magistrato pure io?

      Sempre complimenti per i tuoi articoli.

      Fabio "Buson"

      ah…  una cosa. Dove dici

      "pertanto con i capitali con cui Berlusconi ha preso il volo nella metà degli anni 70 potrebbero c’entrare soltanto ammettendo"

      per favore: entrarci. C’entrare è l’aggiustamento di un orrendo benché diffuso errore (centrare): il ci proclitico con l’infinito non si può mettere. E’ come se uno dicesse: ti va di ci andare domani?

      Scusa la lagna che sono.  

    • anonimo 10:00 on 4 December 2009 Permalink | Rispondi

      Spennacchiotto! Quanti ricordi!
      Luigi

    • anonimo 16:02 on 4 December 2009 Permalink | Rispondi

      Sia ben chiaro che non considero attendibili le dichiarazioni di Spatuzza, non completamente almeno.
      Però mi chiedo: perché gli è saltato in mente di farle? Perché i Graviano non si dissociano, come generalmente avviene con i pentiti, ma dimostrano stima verso Spatuzza?
      La mafia vuole minacciare il governo, questo è certo, perché?
      Non crederete davvero che la mafia voglia fare cadere il governo perché danno la caccia ai latitanti… da quando in qua il governo ha il potere di arrestare latitanti? Mi pare che ancora questo potere spetti alla tanto vituperata magistratura…

      A metà degli anni settanta i Graviano erano giovani ma il loro clan esisteva già, probabilmente con "noi" si riferivano al clan.

      D’altronde perché Berlusconi, se veramente è infastidito da tutte queste voci, non fa chiarezza una volta per tutte sulla provenienza di quei soldi? Insomma le voci le crea lui quando si avvale della facoltà di non rispondere davanti a un magistrato… senza contare il dovere di chiarezza di fronte all’opinione pubblica…

      Enrix, se non fornisci versioni alternative, ma ti limiti a fare notare i punti deboli di quello che secondo te è un Truman Show, convinci solo chi è già d’accordo con te.
      Poi su alcuni punti deboli, errori anche in malafede, posso essere d’accordo, ma da qui a credere al Truman Show ce ne passa.

      Luigi C.

    • enrix007 02:47 on 7 December 2009 Permalink | Rispondi

      Hai ragione Luigi, presto riassumerò le "versioni alternative", stai tranquillo.

    • anonimo 17:49 on 7 December 2009 Permalink | Rispondi

      Scusate l’intromissione ma secondo me NON HA RAGIONE LUIGI.

      Sono con VOI che dobbiamo capire  i perchè e su questo non ci piove, ma se nel frattempo il quadro con c’è chiaro DOBBIAMO ATTENERCI HAI FATTI APPURATI ed INCONTROVERTIBILI  CHE SONO DUE:

      - Nel 93 Berlusconi non era al governo e neanche in politica e se avevano delle anticipazioni NESSUN COMMENTATORE POLITICA POTEVA IMMAGINARE CHE AVREBBE BATTUTO LA MACCHINA DA GUERRA OCHETTIANA

      - All’inizio dell’attività Berlusconiana i GRAVIANO giocavano con Figurine e Subbuteo.

      Gianluca

    • enrix007 03:23 on 9 December 2009 Permalink | Rispondi

      Infatti non ha ragione, Gianluca, la mia era ironìa.
      Le versioni "alternativ", che poi son le vere principali,  sono già tutte scritte nei miei articoli precedenti, nonchè nell’ultima sentenza "Borsellino-bis".

      Questa nuova ondata spatuzziana-cianciminiana di rivelazioni che non sono tali, è solo un depistaggio, alla fine.

      falcone e Borsellino sono stati uccisi per le inchieste sulle attività criminali che conducevano e che avevano dimostrato di voler condurre. E per null’altro.

      E Berlusconi e la trattativa non c’entrano una sega.

    • anonimo 06:59 on 9 December 2009 Permalink | Rispondi

      Premesso che Travaglio sta sul cazzo anche a me, permettimi di dissentire cordialmente con le tue conclusioni.

      Il particolare di Telecom e’ interessante. Ma potrebbe trattarsi di una svista, una sovrapposizione di ricordi, visto che Spatuzza parla ora dei primi anni novanta, e gli sara’ capitato in seguito di parlare di economia con altri. Gia’ mi stupisco che uno cosi’ sappia parlare, non e’ che si puo pretendere la precisione assoluta.

      Quanto alla storia delle figurine Panini, stai smontando quella che e’ solo una tua deduzione. Sentendo spatuzza parlare dei soldi dei Graviano, e’ evidente che si riferisce agli anni novanta, e non ai 70. Il fatto che l’articolo di repubblica inizi coi riferimenti agli anni 70 vuol solo sottolineare il fatto che la carogna perde il pelo ma non il vizio. Stando agli atti del primo processo a dell’utri, i soldi negli anni 70 venivano da Stefano Bontade, e questo i giornalisti lo sanno benissimo.
      A prescindere se sia vero o no, io penso di si’, tu immagino di no, ma non e’ che puoi pretendere di provarlo smontando tesi che nessuno sostiene.

      Grazie per l’attenzione..

      satanetto

    • enrix007 15:57 on 9 December 2009 Permalink | Rispondi

      Si satanetto, spiegamela di nuovo bene, che non l’ho capita, sono un po’ lento e sciocco.

      Tieni solo presente, per cortesia, che l’articolo su Repubblica non l’ho scritto io, ma de giornalisti per l’appunto di repubblica.

      Dopodichè, vediamo anche di distinguere fra una contabilità incerta e mal ricostruita, quella di Finivest degli anni 70, su cui si può insinuare ciò che si vuole, e quella depositata degli anni 90, dove chiunque può mettere le mani ed andarsi a cercare i soldi dei Graviano, se li trova. Soldi però che in quell’epoca non potevano entrare per contanti, ma solo con versamenti tracciabili, e non nel capitale, ma nel fondo d’investimento, insieme a quelli di qualunque altro italiano ci abbia versato un suo assegno personale, nella speranza di vederlo fruttare. E soldi che se i Graviano volessero indietro, non hanno che da richiedere agli sportelli, come ho fatto io quest’anno quando mi son trovato a corto, anzi a zero.

      Tu afferri la differenza, satanetto? Non mi pare che Spatuzza  ed i suoi megafoni stiano parlando di quello, non mi pare proprio.

      Parlano di denaro riciclato, loro. Dunque qualcuno mi spieghi come si può riciclare denaro della mafia in fininvest negli anni 90, senza lasciarne traccia in contabilità.

      Girala come vuoi, satanuccio, sempre bufala iè.

    • anonimo 17:25 on 9 December 2009 Permalink | Rispondi

      Buongiorno, spero tu sia altrettanto lento quanto me.. Non sto dicendo che hai scritto tu l’articolo, ma che lo presenti come se sostenesse una tesi assurda (i Graviano riciclavano negli anni 70), ad esempio dove dici: “E certo, nella metà degli anni 70 l’aveva finanziata lui, la Fininvest, con il racket delle figurine.” Dopodiche’ ti dedichi a smontare questa tesi. Vedo che nella risposta hai cambiato tesi, sostenendo invece che negli anni 90 la fininvest era un’esempio di rettitudine finanziaria, e rendeva conto di ogni lira. Devo dire che trovo difficile replicare a questo. Diciamo che non posso dimostrarlo, ma non mi stupirebbe se mister B. avesse trovato il modo di riciclare qualsivoglia somma di qualsivoglia provenienza, anche in pieni anni 90, anche adesso, vista la sua indubbia esperienza finanziaria.

      Con questo non voglio difendere repubblica, che e’ un giornale che ha espressamente vietato ai suoi giornalisti di menzionare la manifestazione sull’agenda rossa, secondo lo stesso Salvatore Borsellino. Io penso che la trattativa ci sia stata, che abbia convolto pezzi di centrosinistra e di centrodestra, tra cui B., e che alcuni mafiosi, non tutti, si sentano ancora una volta traditi. Non avendo piu’ la forza di attaccare sul piano militare, attaccano sul piano politico, sapendo che finche’ escono nomi solo da una parte, dall’altra parte qualcuno gli fara’ da megafono.

      satanetto

    • anonimo 02:32 on 12 December 2009 Permalink | Rispondi

      Salve Enrix,
      ho visto stasera "Niente di personale", ospite Facci.
      Lui ormai deve essere diventato un assiduo tuo lettore, perchè, nel commentare le dichiarazioni di Spatuzza, ha tirato fuori tutti i rilievi del tuo ultimo articolo (i Graviano 14enni, la Telcom che non esisteva, Colaninno…).

      Eh eh… ma è lui che copia da te, o sei tu a copiare da lui per caso?

      Salutoni
      Moritz

    • enrix007 12:19 on 13 December 2009 Permalink | Rispondi

      Non l’ha ripresa solo Facci, questa nostra cosa (qui la fonte è François, e quando entra in gioco lui due segugi valgono per otto), ma anche Belpietro ieri nella prima pagina di Libero.
      Comunque si, Filippo Facci ci legge, e mi pare con attenzione.
      Io lo considero un ottimo giornalista, ed anche un’ottima persona, e a quanto ne so la stima è reciproca.

    • anonimo 18:32 on 14 December 2009 Permalink | Rispondi

      Gentile Enrix
      non le sara’ sfuggito che nella homepage del Fatto quotidiano capeggia la pubblicità del dvd in omaggio con il fatto "Paolo Borsellino – L’intervista nascosta".
      Si attendono ghiotte manipolazioni.
      A presto e buone feste se non le scrivo prima.
      Luigi

    • anonimo 01:22 on 26 December 2009 Permalink | Rispondi

      e allora, i commenti al vero e definitivo video integrale dell’intervista a Paolo Brosellino? qui si latita….. niente da dichiarare?
      baciamo le mani, don Enrico

    • enrix007 01:47 on 26 December 2009 Permalink | Rispondi

      Non si latita, stai tranquillo. Semplicemente sono così tanti gli elementi che saltano fuori esaminando l’intervista, che metterli insieme richiede tempo. Poi ho già preparato 4 clip video di supporto, ed uno l’ho anticipato oggi come aperitivo.

      Ciao.

      P.S.: Il commento di un anonimo che si rivolge a me come a un mafioso, a Natale e Santo Stefano può anche passare.
      Ma alla prossima che fai, con te userò, diciamo così, meno tatto.
      Intanto mentre aspetti i miei articoli, prova ad andare a studiare.

  • Avatar di enrix

    enrix 12:24 on 8 November 2009 Permalink | Rispondi
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    SANDRO RUOTOLO: IL PAPELLO L'HA SCRITTO RIINA…O NO? 

    Sandro Ruotolo sibillino sull’autenticità del papello 


    Siamo andati a curiosare sulla bacheca di Sandro Ruotolo in Facebook.

    Lo abbiamo fatto perché Anna Germoni, giornalista di IMGpress, ha stuzzicato Ruotolo sull’autenticità dei papelli. E Ruotolo ha fornito una risposta sibillina (l’ultima in fondo).

    Ognuno la può interpretare a modo suo, fatto sta che la Germoni contesta a Ruotolo che la grafia di Vito Ciancimino sul papello non sia autentica, ed egli risponde semplicemente che il papello non è stato scritto da Ciancimino, ma da Riina (sic).

    Ognuno può interpretare il fatto come meglio ritiene, noi ci limitiamo a documentarlo.

    Il 15 ottobre, Ruotolo scriveva:

     

    RUOTOLOSandro Ruotolo … Il papello esiste. Una copia e’ stata gia’ consegnata ai magistrati di Palermo e anche un appunto di Vito Ciancimino che dice che il papello e’ stato consegnato al col. Mori e al cap. De Donno dei Ros dei carabinieri. La Ferraro e Martelli hanno confermato ai giudici che Paolo Borsellino sapeva della trattativa

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    15 ottobre alle ore 21.05 tramite Mobile ? Commenta ? Mi piace / Non mi piace più? ? Mostra commenti (40)Nascondi commenti (40)

     

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    E veniamo all’altro ieri, venerdì 6 novembre.

     

    RUOTOLOSandro Ruotolo Dice Ciancimino jr che Provenzano tradì Riina e il capitano Ultimo accusa il figlio di Don Vito di essere un servo di Riina. Misteri palermitani.

    Inizio modulo

    Ven alle 10.23 ? Commenta ? Mi piace / Non mi piace più?

     

    A 19 persone piace questo elemento.

     

     

    PRIVACYGiusi Im……….

    ma perché, qualcuno credeva che Riina era stato arrestato per indagine accuratissime?Ah si certo qualcuno crede ancora a Babbo Natale…

    Ven alle 11.26

     

    PRIVACY2Annarosa S…….

    No comment!!!!! Hai ragione tu Sandro :-) ))

    Ven alle 11.30

     

     

    RUOTOLO ANONIMOAnna Germoni

    Dipende…se si crede a un mafioso. che gode di scorta, benefici e che è condannato in primo grado per riciclaggio di denaro mafioso (7 milioni di euro) e intestazione di società fittizia piuttosto che a un carabiniere…allora è davvero un mistero ma non palermitano…italiano direi! Sbaglio o la perizia grafologica fatta sul presunto papello consegnato da massimo ciancimino NON COINCIDE con la grafia del padre, alias Don Vito? Anche questo è un MISTERO…il fatto che NON SI DICA!

    Ven alle 12.06

     

     

    PRIVACY3Giorgina C………

    Non per essere sospettosa, o per non essere più riconoscente alla forze dell’ordine e via dicendo, ma ‘Ultimo’ non è lo stesso che poco tempo fa ha criticato Saviano, e posto dubbi sul fatto che lo scrittore di Gomorra abbia realmente bisogno di una scorta? E non è questo stesso ‘Ultimo’ che farebbe diciamo una figura meno bella se Riina gliel’avessero messo in mano pentiti?

    Ven alle 12.47

     

     

    RUOTOLO ANONIMOAnna Germoni

    Ragazzi, io non credo alle leggende metropolitane. Credo ai fatti.Leggo sentenze, atti processuali, perizie fatte da consulenze della procura…prima di "sbilanciarmi" . Non mi risulta che il capitano Ultimo abbia screditato Saviano. Dove l’avete letto? Portate il link della notizia, prima di dire cose non vere! Detto questo xk…  non date un’occhiatina a questa bella inchiesta fatta da Rai news nel 2006 x capire meglio chi è questo Ciancimino jr… poi NE RIPARLIAMO ;) )


    http://www.rainews24.rai.it/ran24/inchieste/ciancimino.asp

    Ven alle 13.21

     

     

    RUOTOLOSandro Ruotolo

    Non e’ stato Ultimo (querelato da Ciancimino jr) a criticare scorta a Saviano ma Vittorio Pisani capo squadra mobile Napoli

    Ven alle 13.24

     

    RUOTOLO ANONIMOAnna Germoni

    Bravo Sandro! Ora attendo anche la notizia anche se è ufficiosa…ma circola negli ambienti giornalistici e nei corridoi delle procure…che la perizia grafologica effettuata sul presento papello consegnato da Ciancimino jr non coincide con la grafia del padre, Don Vito.

    Ven alle 13.37

     

    RUOTOLO BLOGGERIlpozzoelaluna Blogsite

    Anna, ma qui il problema non e’ di tifare per una verita’ o per un’altra. Condivido le tue cautele, ma le condivido anche dall’altra parte: l’uscita del capitano Ultimo ancora non mi convince.

    La cosa positiva e’ che, credo, Ciancimino jr (sincero o doppiogiochista che sia) e’ ormai costretto ad andare sino in fondo. E qualcosa ne verra’ fuori, vedrai che uscira’.

    Ven alle 13.44

     

    RUOTOLO ANONIMOAnna Germoni

    Ma avete scritto tante inesattezze e giustamente Sandro Rutolo è intervenuto x precisare la notizia su Saviano. Si possono avere idee diverse (è palese la mia divergenza con quella di Sandro Ruotolo) ma la professionalità al primo posto!

    Fatti, sentenze, carte processuali. Insomma PROVE e VERIFICHE tangibilii…non bla bla bla da telefono senza fili..

    Ven alle 13.57

     

    RUOTOLOSandro Ruotolo

    Anna ma e’ ovvio che il papello non e’ stato scritto da Ciancimino…e’ di Riina e stai certa che non e’ calligrafia sua

    Ven alle 16.52

     

     

     

     
  • Avatar di enrix

    enrix 18:50 on 2 November 2009 Permalink | Rispondi
    Tags: bernardo provenzano, , , , , ,   

    INTERVISTA A GIUSEPPE DEL VECCHIO 

    Antimafia fiction: Intervista a Giuseppe Del Vecchio

    Un sacco di buone ragioni per dubitare delle verità del superteste Riccio

    di Chiara Rizzo

    Il processo palermitano al generale Mario Mori nasce dalle dichiarazioni del colonnello dei carabineri Michele Riccio, che nel ’95 lavorò alla cattura di Bernardo Provenzano nell’operazione “Scacco al re”. Già allora Riccio, grazie alle indicazioni fornite dal mafioso Luigi Ilardo, sarebbe stato sul punto di catturare Provenzano, ma Mori avrebbe bloccato tutto. Michele Riccio è un teste rilevante per la procura palermitana: nella catena di accordi tra mafia e Stato, le sue dichiarazioni servono a provare l’anello più importante, l’accordo tra malavitosi e Berlusconi. Riccio riporta infatti le confessioni che gli avrebbe fatto Ilardo, di un elenco di politici in trattativa con la mafia, tra cui Marcello Dell’Utri. Cosa c’è di vero nelle accuse di Riccio? Chi è davvero il grande accusatore di Mori? Il colonnello Riccio è stato alla guida del Ros e della direzione investigativa antimafia (Dia) di Genova fino al 1995, mettendo a segno operazioni contro il narcotraffico, tanto clamorose da far meritare alla sua squadra l’apellativo di “mitica”. Nel 1997, però, Riccio è stato arrestato per la gestione disinvolta dei suoi uomini, delle fonti criminali e dei reperti di indagine. Condannato in primo grado nel 2003 per falso ideologico (per la falsificazione di relazioni di servizio) e traffico di stupefacenti (usava i reperti per ricompensare le fonti), il 14 luglio 2009, in appello, Riccio ha visto la sua pena dimezzata. La prima stranezza sta qui. Perché ad oggi, per i reati di cui sono accusati il colonnello e “La mitica squadra” di Genova, di fatto paga una sola persona: il maresciallo dei carabinieri Giuseppe Del Vecchio, uno dei più stretti collaboratori di Riccio, agli ordini del quale ha lavorato come agente infiltrato in molte operazioni. Per i tribunali sarebbe stato proprio Del Vecchio il responsabile principale dei reati commessi dagli investigatori genovesi. Mentre Riccio, il vertice di un reparto militare dell’Arma con una forte organizzazione gerarchica, avrebbe visto, saputo e, misteriosamente, lasciato fare. Una strana conclusione, quella dei giudici genovesi. Anche perché Riccio stimava il suo sottufficiale tanto da affidargli incarichi anche nell’operazione più delicata, “Scacco al re”. Secondo il procuratore generale di Genova, Pio Macchiavello, che ha sostenuto in appello l’accusa contro Del Vecchio e Riccio, «a Genova si è preferito credere al “maresciallo” Riccio che non al maresciallo Del Vecchio: nel senso che hanno preferito far passare il colonnello come vittima dei suoi sottoposti».
    Oggi, dal carcere di Chiavari dove sta scontando la sua pena, Del Vecchio accetta di raccontare a Tempi la verità sul metodo Riccio. Non vuole passare come una vittima: «Mi assumo le mie responsabilità, ma voglio equità, che si faccia davvero luce sui fatti accaduti a Genova, senza fermarsi alla superficie», dice. La sua testimonianza, riscontrata in aula anche da altre fonti, compreso il maresciallo coimputato Vincenzo Parrella, è ritenuta veritiera dal procuratore Macchiavello, per il quale «quando vi è contrasto tra le dichiarazioni del colonnello e quelle dei marescialli, il colonnello non è credibile e sono decisamente attendibili e provate le dichiarazioni dei marescialli. Nei reparti genovesi il comandante era Riccio, credo che nulla si svolgesse senza che lui decidesse. La verità è che ci sono casi in cui il colonnello ha reso confessione, poi ha ritrattato, e il tribunale ha creduto solo alla ritrattazione. Il colonnello è stato assolto anche per episodi sui quali aveva reso confessione».
    Ma non finisce qui. Riccio è stato coinvolto anche in un altro processo a Torino, dove è stato giudicato per il reato di calunnia ai danni di alcuni magistrati liguri che indagavano sul suo conto. Non ha riportato condanne, ma, ancora una volta, l’immagine di Riccio emersa dall’aula di giustizia piemontese è tutt’altro che luminosa. «È dato storico accertabile che i sottufficiali condannati non rappresentavano delle “mele marce”, proprio in virtù del ruolo che lo stesso Riccio ha svolto, non solo non impedendo ma, anzi, gestendo in prima persona attività illecite» hanno sostenuto nella requisitoria il pm Andrea Padalino e il magistrato onorario Cosimo Maggiore: «Il colonnello Riccio è persona carismatica, dotata di un non comune, e purtroppo criminale, spirito d’iniziativa».
    Altri riscontri dei fatti raccontati da Del Vecchio in questa intervista arrivano da Palermo. Agli atti del processo Mori c’è un documento della Dia centrale di Roma, la struttura in cui Riccio lavorava all’epoca della caccia a Provenzano. Nel documento, datato 13 settembre 1995, sono espresse forti perplessità sugli arresti condotti da Riccio grazie alle indicazioni della fonte Ilardo nel corso della caccia a Provenzano. Dubbi basati sulla considerazione «che la fonte potesse avere un interesse strumentale, in senso strategico criminale, ad eliminare individui scomodi per se stessa». Il colonnello potrebbe anche aver favorito coscientemente la “scalata” a Cosa nostra di Ilardo, sperando di arrivare a Provenzano. Ma c’erano possibilità che un simile piano andasse in porto? «Escludo categoricamente che il colonnello Riccio mi abbia mai parlato di una possibilità concreta e immediata di catturare Provenzano, per la cui cattura si rimase invero sempre in attesa che il latitante fissasse con l’Ilardo un appuntamento», ha raccontato ai giudici palermitani l’attuale procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, che nel ’95 era il pm referente di Riccio per l’indagine. Insomma, ci sono buone ragioni per dubitare delle verità di Riccio. Ma perché allora il tribunale di Genova ha ammorbidito il suo giudizio sul “metodo Riccio” tanto da “ripulire” di fatto l’immagine del colonnello superstar della procura di Palermo?

    Maresciallo Del Vecchio, come ha conosciuto il colonnello Michele Riccio?
    Nel 1989, quando avevo 24 anni, lavoravo nel reparto operativo dei carabinieri di Genova. Riuscii a individuare e catturare Valentino Gionta, boss della camorra, all’epoca uno dei principali ricercati del paese. Durante la caccia a Gionta erano successe diverse cose strane. Un dirigente dell’Alto commissariato per la lotta contro la mafia venne a Genova e mi propose il trasferimento a Roma, con stipendi da favola e prospettive strepitose, se avessi fatto catturare loro Gionta. Rifiutai, ma le pressioni proseguirono. Mi offrirono anche trecento milioni in contanti. Non accettai per rispetto al mio superiore dell’epoca. Alla fine, riuscimmo a catturare il boss. Fu questo l’episodio che mi ha posto all’attenzione di Riccio. Io lo vedevo come una sorta di eroe.

    Ne aveva già sentito parlare prima di allora?
    Sì, in accademia si studiavano le sue operazioni, era considerato un precursore nella lotta ai narcotrafficanti, si parlava di lui e dei suoi uomini come miti. Avrei fatto tutto quello che mi chiedeva. Appena arrivato, gli dissi che avevo un contatto con uno spacciatore che mi aveva parlato di un traffico a Modena. Chiesi di essere messo in condizioni di infiltrarmi: lui mi fornì subito una Porsche, una Bmw, un mucchio di soldi, in modo che potessi fingermi un pezzo grosso del narcotraffico. Erano mezzi forniti al reparto da un faccendiere. Riccio trasferiva per conto suo capitali all’estero, in cambio lui metteva quanti più mezzi a disposizione dei carabinieri. La mia prima indagine andò a buon fine e Riccio mi affidò subito incarichi delicati. Mi legai sempre di più a lui, e questo significò seguirlo in tutte le iniziative, anche le più scellerate.

    Come si lavorava all’interno del reparto?
    Riccio è un’accentratore di prim’ordine. Non delegava a nessuno, assolutamente. Voleva essere informato in tempo reale di tutto quello che avveniva nelle operazioni e nessuno si sognava di fare diversamente, dagli operativi sul campo come me agli addetti alle intercettazioni. Anche le “fonti” nella criminalità diventavano sue: non si poteva fare un’indagine senza presentarle a Riccio. Anche perché gli stessi confidenti ne avevano l’interesse, visto che c’era un rapporto di “do ut des”.

    I magistrati che coordinavano le operazioni cosa sapevano di quello che accadeva?
    Era Riccio che gestiva i rapporti con loro, e per anni ci ha sempre detto che sapevano tutto e approvavano i nostri metodi. Quando fui arrestato, nel ’95, Riccio mi disse che era un complotto dei giudici, per colpire lui arrestavano i suoi uomini. È stato questo l’oggetto della sua frode finale: i magistrati non sapevano come in realtà venivano condotte le indagini. Ma nei reparti di Riccio non c’erano altri referenti, ecco perché potevano accadere cose anomale.

    Per esempio?
    La gestione dei reperti sequestrati, droga, armi o denaro. Il corpo di reato andava depositato subito all’autorità giudiziaria, mi avevano insegnato. Al mio arrivo al Ros nel ’90, invece, trovai questi armadi blidati che contenevano armi sequestrate addirittura alle Brigate Rosse. La caserma di corso Europa, dove in seguito ci trasferimmo, aveva un piano in disuso dove vennero sistemati i residui dei sequestri. Ci trovai anche droga a chili: reperti che risalivano ad anni prima. In seguito, fu lì che Riccio permise a una sua fonte, Angelo Veronese, di raffinare cocaina per mandare avanti un’operazione sotto copertura. È stato condannato per questo.

    Lei è accusato di detenzione illecita di stupefacenti e di cessione di droga ad alcune fonti, anche se non avrebbe ricevuto nulla in cambio. Cosa succedeva?
    Il metodo per procurarci delle informazioni era dare qualcosa alle fonti e ai collaboratori, per mandare avanti le operazioni. Riccio stesso ci ordinava di mettere da parte i reperti, e di consegnarli via via come ricompense.

    In un caso è accusato di aver ricevuto 50 milioni in cambio di tre chili di cocaina, che valevano 210 milioni. In quel caso che successe?
    Non ho mai preso quel denaro. Al processo è stato provato che i 50 milioni in realtà li ho restituiti: successe dopo il furto della cassaforte alla Dia.

    Come un furto? Negli uffici della Dia?
    Esattamente: nell’agosto del 1994. Nella cassaforte erano custoditi da qualche mese 90 mila dollari, sequestrati a due corrieri di droga durante un’operazione. Al processo, Riccio ha ammesso di aver usato parte dei dollari per mandare avanti l’operazione, mentre gli altri sparirono nell’estate. Eppure la cassaforte si apriva solo con una combinazione, che conoscevano due persone dell’ufficio, Riccio e un altro maresciallo. Sarebbe stato impossibile prendere quei soldi senza che ne fossero informati il collega e il colonnello, eppure al processo si è arrivati a sostenere che io sia andato a chiedere la chiave al collega. Ma se la cassaforte era a combinazione, che c’entrava la chiave? In realtà Riccio ci convocò chiedendoci di appianare l’ammanco e raccomandandosi di non denunciare il furto: nell’ufficio c’erano delle lotte intestine, se si fosse saputo della sparizione dei soldi ci avrebbe rimesso lui. «Voi dovete assolutamente mettere a posto questa situazione», disse. Chiedemmo in prestito 50 milioni a due informatori della sezione, per fare delle speculazioni con cui ripianare l’ammanco: soldi che restituii, come hanno testimoniato i due informatori. Anzi, non riuscendo a ripianare del tutto il furto, io, Riccio e altri due marescialli alla fine mettemmo dodici milioni di tasca nostra: anche quest’ultimo fatto è stato accertato. Perché, quando al processo contro Riccio e me si è parlato della cassaforte, non si è mai indagato oltre? Che fine fecero quei soldi? All’epoca dell’ammanco Riccio faceva la spola tra Genova e la Sicilia, dove prendeva contatti con Ilardo: è possibile che abbia preso Riccio quei soldi? Che li abbia consegnati a Ilardo? Sono domande a cui non trovo risposta.

    Perché avrebbe dovuto consegnarli a Ilardo?
    Perché Ilardo era in difficoltà economiche, ma aveva bisogno di crescere in seno a Cosa nostra, per ottenere informazioni e portare Riccio alla cattura di Provenzano. Nel 1995, fui incaricato dal mio superiore di consegnare a Ilardo alcune decine di milioni di lire. Non solo, in quello stesso periodo, un giorno Riccio mi portò ad Alessandria, dove ci incontrammo proprio con Ilardo. Aveva bisogno di soldi e doveva fare da prestanome per l’acquisto di un’immobile a Nizza; in cambio gli avrebbero dato circa 40 milioni di lire. Ma non voleva esporsi, così Riccio mi chiese di prendere il suo posto. Obbedii anche quella volta, ingenuamente. Dopo il mio arresto, Riccio mi raccomandò di tacere su questo episodio. Con i giudici mi limitai a parlare di una speculazione, senza difendermi. Ilardo era solo un disperato a caccia di soldi quando incontrò Riccio. Questo del denaro non è l’unico episodio strano che riguarda i rapporti con Ilardo. C’è anche tutto il capitolo dei diari.

    Si riferisce alle agendine su cui Riccio annotava il suo lavoro, e che oggi usa come prove contro Mori?
    Sì, esattamente. C’è stata una perizia, di un professore, Agosti, che ha stabilito che in quelle agende sono state fatte delle aggiunte “postume”. Non solo. A Genova Riccio è stato condannato per falso ideologico: nei documenti che poi sarebbero diventati parte di processi penali, o informative per i magistrati e i superiori gerarchici, era solito mescolare insieme fatti o persone che non avevano alcun legame nella realtà. Obbligava chi partecipava all’indagine a scrivere una cosa per un’altra. Ho assistito alla costruzione di favole. Questa sua capacità di mischiare, misconoscere certi fatti la dice lunga sulle verità che lui potrebbe raccontare.

    28 ottobre 2009

    Estratto dalla rivista "Tempi"  -  LINK

     

     
  • Avatar di enrix

    enrix 10:43 on 25 October 2009 Permalink | Rispondi
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    DE PAPELLIBUS

    due papelli

    PREMESSA

    Questa volta, parliamo di papelli.

     


    E cerchiamo di parlarne in modo un po’ approfondito.

    1)    IL PRIMO A PARLARNE: GIOVANNI BRUSCA, IL “MEZZOPENTITO”.

    Il primo a parlare del papello dandone dettagli, fu il mafioso Giovanni Brusca.

    Il 10 settembre del 1996 davanti a 4 magistrati di Palermo, 3 di Caltanissetta e 2 di Firenze, in una saletta del carcere di Rebibbia, il boia di Capaci comincia a parlare.

    In quell’occasione Brusca rivela “che nell’ agosto del ‘ 92, quando l’ allora governo presieduto da Giuliano Amato prese delle dure contromisure nei confronti dei mafiosi "contemporaneamente sarebbe partito un tentativo di trattativa tra spezzoni dello Stato e lo stesso Riina". "Brusca sostiene che attraverso alcuni mediatori siciliani, schegge degli apparati istituzionali, forse in contatto con Andreotti  allora semplice senatore, avrebbero sondato il capo di Cosa nostra per sapere a quale prezzo sarebbe stato disposto a cessare le stragi. Riina avrebbe elaborato un "papello" e cioè un elenco di richieste: la sospensione del carcere duro, un ridimensionamento dell’ uso dei pentiti, la garanzia di aggiustare i processi" (DELITTI ECCELLENTI E TRAME DI STATO – Repubblica — 20 settembre 1996   pagina 18   Di FRANCESCO VIVIANO )

    Il 27 marzo 1997 Viviano ci fornisce altri dettagli di quell’interrogatorio:

    Dopo le stragi di Capaci e di via D’ Amelio Totò Riina "presentò il papello", una sorta di conto e condizioni e "qualcuno si fece vivo". Riina insomma, dopo i due attentati, avrebbe intrapreso una trattativa con settori delle istituzioni. (…) Secondo Brusca gli attentati di Falcone e Borsellino "si dovevano fare, però l’ occasione fu sfruttata a livello politico per dire: se non la smettete ora noi continuiamo a fare altre stragi e secondo me è nato questo contatto, cioè il famoso contatto del papello". Le stragi, secondo Brusca, furono un mezzo per "allacciare i rapporti", anche se l’ uccisione di Falcone e Borsellino era stata già decisa da tempo.(…) Brusca aggiunge che l’ uccisione di Falcone e Borsellino era stata deliberata da Riina durante una riunione con i cugini Nino ed Ignazio Salvo.(…) (‘RIINA TRATTO’ CON LO STATO’ Repubblica — 27 marzo 1997   pagina 22   di  Francesco Viviano )

    Una versione analoga delle rivelazioni di Brusca la fornisce lo stesso giorno Mignosi sul Corriere:

    “Il carnefice di Falcone dice che quell’attentato "si doveva fare", con un tono che lascia pensare a input venuti dall’esterno delle organizzazioni mafiose. E pure riferendosi a Borsellino fa capire che il "botto" fu inevitabile. Nelle 400 pagine (zeppe di omissis), depositate ieri dal pubblico ministero Luca Tescaroli al processo per la strage di Capaci, c’e’ tutta la verita’ di Giovanni Brusca sulle relazioni tra i capoccia corleonesi e ambienti istituzionali. Riferendosi ai massacri del maggio e del luglio 1992, Brusca dice che l’occasione fu sfruttata dai corleonesi a livello politico: "Se non la smettete, noi continuiamo a fare altre stragi", avrebbe detto Riina ai suoi misteriosi interlocutori in una riunione ad alta tensione, quella in cui a dei boss presento’ il "papello", parola siciliana che indica un conto da pagare. Trattando e discutendo, sostiene Brusca, si sarebbe raggiunta l’intesa. Cosi’ le morti di Falcone e Borsellino "diventarono il mezzo per allacciare nuovi rapporti". Ma siccome entrambe le condanne a morte erano gia’ state comunque emesse dalla cupola di Cosa nostra, il dichiarante chiude il capitolo con una battuta significativa: "Si e’ fatto, come si suol dire, un viaggio e due servizi". (…)” (Brusca: cosi’ ho ammazzato Falcone " E dopo le stragi, volute anche dai Salvo, Riina pote’ trattare con alcuni politici " (27 marzo 1997) – Corriere della Sera di Mignosi Enzo)

    Il giorno dopo sempre sul Corriere, Felice Cavallari fornisce nuovi dettagli sulle rivelazioni di Brusca:

    "La strage di Capaci? Fu per fermare Andreotti" Brusca: Riina disse che Falcone se lo portava sulla coscienza il senatore, aveva fatto troppi giochini. (…) Al procuratore aggiunto Paolo Giordano e al pubblico ministero Luca Tescaroli spiega: "Era un messaggio per Andreotti. Era come dire "Ti mannu stu messaggio, ora va scancialu". Visto che tu non ti sei voluto interessare, visto che ci hai voltato le spalle…". Il mancato interesse e’ legato alla conferma in Cassazione delle pene del maxi processo. Di qui il messaggio da scambiare ("scancialu"). Per onorare l’impegno. Ovvero perche’ l’impegno, o un nuovo patto, fosse onorato da altri. Ed e’ ad altri che Riina, secondo la ricostruzione di Brusca, presenta prima e dopo le stragi di Falcone e Borsellino il "papello", una sorta di minaccia e ricatto insieme. Per discuterne con "qualcuno" che nelle parole di Brusca diventa maccheronicamente "il spezzino". Non dice se sia un uomo di La Spezia. (…) Brusca: "Volevamo togliere ad Andreotti quella forza che aveva in Parlamento per non fare piu’ il galletto…". Pm: "Con chi ne parlava?". Brusca: "Con Riina, per dire che non gli avremmo fatto fare proprio il presidente della Repubblica". (…) E se continuava eravamo disposti ad uccidere pure il senatore Purpura (che e’ deputato regionale, ndr)… Poi scatta la sospensione, perche’ dopo la strage di Borsellino, e non so sotto quale profilo, Riina ha il contatto con il cosiddetto "il spezzino". Pm: "…un contatto dopo la strage Borsellino?". Brusca: "Dopo questo fatto Riina ha il contatto del famoso "papello", delle richieste, perche’ qualcuno ci dice "per finire queste cose, per finire queste cose, cioe’ per finire queste bombe cosa volete?", e viene il contatto e viene sospeso tutto. E non facciamo piu’ niente momentaneamente". Pm: "Lei vuol dire che c’era un collegamento politico con qualcuno che avrebbe suggerito anche gli attentati alle sezioni DC prima delle grandi stragi?". Brusca: "Qualcuno si e’ fatto vivo e si e’ creato il contatto, si e’ creato il collegamento". Pm: "Il discorso del papello e’ un’altra cosa?". Brusca: "No, per me e’ tutta unica… Cioe’ sono un’unica cosa le stragi Borsellino – Falcone con i 4 o 5 attentati…". Pm: "Qualcuno" c’e’ quindi anche prima delle stragi?". Brusca: "Mio fratello Emanuele si interessava di politica… si poteva rivolgere a Rino Lo Nigro". Pm: "Quale partito, quale corrente?" Brusca: "Forlaniana, cioe’ l’onorevole Russo… E Russo penso sia forlaniano… Dicevano che bisognava dare un’altra spinta per potere completare questa operazione…". Pm: "Chi lo diceva?". Brusca: "Biondino e Riina. Cioe’ bisognava un’altra spinta per completare. O era il politico che suggeriva…". Pm: "In che periodo lo dicevano?". Brusca: "Subito dopo le stragi…". Pm: "Perche’ legge questi attentati come prosecuzione di un disegno unico?". Brusca: "Lima, Ignazio Salvo… erano destinati a morire, cioe’ quella fascia doveva essere eliminata, vuol dire che c’era qualche altro… qualche altro filone nuovo che si stava meglio e che si doveva avere…". (" La strage di Capaci? Fu per fermare Andreotti " di Cavallaro Felice – 28 marzo 1997  - Corriere della Sera)

    Intanto lo stesso 28 marzo 97 Brusca continua a parlare nell’ aula bunker di Caltanissetta. Ce ne rendono conto ancora Repubblica e il Corsera;

     “Il boss di San Giuseppe Jato ha anche chiarito che cos’ è il "papello", il conto e le richieste che Totò Riina avrebbe avanzato, attraverso un intermediario, a settori delle istituzioni. Un conto che il capo di Cosa nostra avrebbe presentato dopo le stragi di Capaci e di via D’ Amelio. E dopo le uccisioni di Falcone e Borsellino, Riina, ha affermato Brusca, gli disse che "finalmente qualcuno s’ era fatto vivo". "E’ il famoso discorso del papello – ha specificato il boss – si erano fatti vivi gli uomini dello Stato, non so se politici, imprenditori e Riina gli presentò due fogli protocollo un ‘papello’ di richieste inerenti al 41 bis, la chiusura dei processi e altri vantaggi per Cosa nostra" (‘SEPARATISMO? PER RIINA, BOSSI E’ IRRESPONSABILE’ – Repubblica — 29 marzo 1997   pagina 25)  

    Lo stesso giorno invece il Corriere fornisce ulteriori importanti dettagli:

    Dopo quelle di Capaci e via D’Amelio, Riina penso’ ad una terza apocalittica strage. "E sarebbe bastata quella per vincere la guerra con lo Stato", rivela Giovanni Brusca al processo contro gli assassini di Falcone. Ma un "patto" fermo’ la terza strage. Un patto stipulato con "uomini delle istituzioni" tramite "qualcuno". Il mezzo pentito, un tempo pupillo di Riina, non sa con chi parlo’ il "dittatore" dei Corleonesi. Ma sa che presento’ il conto, che lui chiama "il papello". E spiega: "Consegno’ a "qualcuno" due fogli con le richieste per abolire il carcere duro ed altro". Un patto infranto dall’arresto dello stesso Riina, nel gennaio ’93. (…)  Dopo qualche tempo, invece, dice: "Finalmente si sono fatti sotto". E’ il discorso del papello. Si erano fatti vivi uomini dello Stato. Non so se politici, imprenditori, avvocati o massoni. Riina gli presento’ due fogli scritti, il "papello" su 41 bis, chiusura processi, e richieste inerenti Cosa Nostra. Lui pensava per tutti". (…)  (Brusca: quel patto con lo Stato – di Cavallaro Felice Pagina 10 - 29 marzo 1997 – Corriere della Sera)

    Il 30 luglio 97 Attilio Bolzoni su  Repubblica ci riporta alcuni nuovi stralci del famoso verbale di interrogatorio di Brusca del 10 settembre 1996, raccolto a Rebibbia:

    "Totò Riina mi disse che aveva fatto un papello di richieste dirette a una persona che non so indicare e che si attendevano risposte. Si tratta della vicenda dei ‘contatti con lo Stato’ …Ricordo che verso la fine del 1992, Salvatore Biondino ci disse che ci sarebbe voluto qualche altro ‘colpo’ per indurre lo Stato a scendere a patti. Il Riina, invece, aveva detto che bisognava fermarsi in quanto le trattative erano in corso…". Giovanni Brusca (…) spiega quali erano quelle richieste. "Consistevano nella modifica della legge Rognoni-La Torre, della legge Gozzini, nella riapertura del maxi e di qualche altro processo… credo anche che ci fosse qualche richiesta inerente la legge sui pentiti, e anche altre richieste per far uscire dal carcere alcuni vecchi mafiosi in cagionevoli condizioni di salute(…)  "Voglio ribadire che io ero a conoscenza del fatto che Totò Riina aveva dei contatti per far cessare le stragi, ma non so dire con chi…i contatti del Riina erano quelli del papello di cui ho parlato prima, ma non posso escludere che ne avesse altri, probabilmente su Palermo…Non so dire a chi sia stato consegnato il papello ma sono sicuro, per avermelo detto lo stesso Riina, che il papello fu effettivamente consegnato a qualcuno, anche se la risposta alle richieste che noi avevamo avanzato era stata negativa… (IL ‘PAPELLO’ DI RIINA PER TRATTARE CON LO STATO  di A. B. Repubblica — 30 luglio 1997   pagina 4 )

    Ma lo stesso 30 luglio, sempre su Repubblica in un trafiletto di Marina Garbesi fa capolino per la prima volta, non si sa come e perché, una descrizione diversa delle tempistiche che avrebbe fornito Brusca relativamente alla presentazione del papello:

    “ Brusca cita un ‘famoso papello’ , una carta di richieste vergata da Totò Riina da presentare alle "autorità" dopo la strage di Falcone nel maggio del ’92. Non entra nel dettaglio Brusca, le indagini sono ancora in corso, ma si apprende che il papello riguardava una revisione del carcere duro per i boss e della legge sui pentiti.  (…) (‘UCCIDEVAMO I SUOI RIVALI MA POI ANDREOTTI CI TRADI’ – Repubblica — 30 luglio 1997   pagina 4  di Marina Garbesi)

    E pensare che lo stesso giorno sempre su Repubblica e nella stessa pag. 4, nell’articolo citato in precedenza, Bolzoni aveva pure scritto:Il papello è un documento che Cosa Nostra avrebbe "presentato" a pezzi dello Stato italiano dopo l’ uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.”

    Quindi su Repubblica, lo stesso giorno e sulla stessa pagina, a proposito della “presentazione del papello” la Garbesi parla del maggio 92, e Bolzoni di un periodo successivo al luglio 92.

    Il 13 gennaio 1998, Brusca riprende a parlare, correggendo leggermente il tiro.

    Ce ne rende conto il Corsera del 14 gennaio:

    “Obiettivo era quello di costringere lo Stato ad accettare le richieste di Cosa nostra: una trattativa sotterranea sarebbe stata avviata dopo l’uccisione di Giovanni Falcone. "Si sono fatti sotto – avrebbe detto Toto’ Riina a Brusca nell’estate 1992 -, gli ho presentato un "papello" (un conto da pagare, n.d.r.) di richieste lungo cosi’ e ora aspetto una risposta". "Non so chi c’era dall’altro lato del tavolo, Riina non me l’ha detto – ha affermato Brusca -, non so se si tratti di magistrati, poliziotti, carabinieri o massoni. Conoscendo chi gravitava intorno a Riina, posso dire pero’ che la persona che puo’ aver stilato il "papello" potrebbe essere il dottor Antonino Cina’ (medico di Riina ndr), forse con Ciancimino o altri".” (" La mafia progetto’ di avvelenare le merendine da bar " – 14 gennaio 1998  - Corriere della Sera)

    Quindi per la prima volta nelle deposizioni di Brusca, spuntano i carabinieri, che prendono il posto dei politici, imprenditori e avvocati .

    Non si comprende bene però se il Corsera intende dire “dopo l’uccisione di Giovanni Falcone” nel senso di “subito dopo e quindi prima di quella di Borsellino”, o “genericamente dopo”.

    Brusca parla di “estate 1992”. Comunque lo stesso giorno su Repubblica, secondo Gianluca Monastra, Brusca avrebbe invece confermato le  precedenti versioni sulle tempistiche:

    “Brusca chiama in causa il boss dei boss, e apre il sipario su una oscura trattativa fra Totò Riina e lo Stato. I termini erano: la riapertura dei processi, le leggi straordinarie, l’ offensiva antimafia non piacevano a Cosa Nostra che quindi tentò di entrare in contatto con misteriosi agganci nelle istituzioni per alleggerire la pressione. "Dopo gli attentati a Falcone e Borsellino, Riina mi disse: "Si sono fatti sotto, pensa si sono mossi anche i servizi segreti per arrestarmi. Io gli ho presentato un papello (in dialetto un conto da saldare ndr), di richieste lungo così e ora sto aspettando". Era l’ estate del ‘ 92 e per questo mettemmo un fermo agli attentati in attesa della risposta dello Stato". Brusca aveva già parlato del papello di Riina, ma questa volta lo descrive meglio, anche se continua a non intaccare la zona d’ ombra che nasconde il volto degli interlocutori del boss: "Non so chi c’ era dall’ altro lato del tavolo. Non so forse magistrati, poliziotti, carabinieri, massoni. Conoscendo chi gravitava intorno a Riina, posso dire però che la persona che può aver stilato il papello potrebbe essere il dottor Antonino Cinà".” (Le merendine avvelenate dalla mafia – Repubblica — 14 gennaio 1998   pagina 12 – di Gianluca Monastra)

    Ed arriviamo finalmente alla metà di settembre del 1998. Brusca depone a Como all’udienza per Via D’Amelio, e stravolge tutte le versioni date in precedenza, spostando l’attenzione sul periodo compreso fra l’attentato a Falcone e quello a Borsellino, e ponendo così le basi per la nuova versione dei fatti, quella sostenuta oggi dai PM: Borsellino sarebbe stato ucciso perché contrario alla trattativa. Con la versione dei fatti data in precedenza e sino ad ora, sostenere ciò sarebbe stato impossibile. Inoltre, dopo aver negato sino ad oggi di conoscere gli interlocutori di Riina, questa volta fa persino i nomi, che vengono segretati. Ce ne fornì il resoconto il Corriere:

     “Cosa Nostra tento’ nel 1992 di scendere a patti con lo Stato avviando due trattative: in cambio della restituzione di opere d’arte rubate, Brusca tento’ di ottenere benefici per suo padre e per altri detenuti; Riina cerco’ invece la revisione del maxiprocesso e, tra l’altro, di far abolire l’ergastolo. Tutte e due le trattative non ebbero risultati e si chiusero prima della strage di via D’Amelio. Questo il contenuto delle dichiarazioni di Giovanni Brusca all’udienza di ieri del processo bis per l’assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta, che si e’ tenuta a Como per motivi di sicurezza. Secondo i pm nisseni la strage doveva servire a spingere le istituzioni a scendere definitivamente a patti con la mafia. Brusca ha parlato del "papello", un elenco di richieste che Riina consegno’ a "persone delle istituzioni". Gliene parlo’ lo stesso Riina, "subito dopo la strage di Capaci, nel mese di giugno". Brusca avrebbe anche indicato, nei verbali ancora coperti da omissis, i nomi degli interlocutori del capo di Cosa Nostra. Il discorso nacque, ha detto, perche’ "io stavo trattando con un certo Bellini. Dovevamo fare uno scambio di quadri perche’ Bellini diceva che quando lo Stato recupera opere d’arte rubate non e’ che cadano dal cielo, dietro c’e’ sempre una trattativa. Io chiesi se era possibile avere qualche cosa per i detenuti, mi riferivo a mio padre, Luciano Liggio e gli altri. Chiesi a Riina del materiale e lui aggiunse alla lista Pippo Calo’ e mi fece avere delle foto Polaroid". Poi pero’ accadde qualcosa. "A un certo punto Riina mi stoppo’ e disse che lui aveva in corso una trattativa e che aveva consegnato un papello". Ma il "papello" torno’ indietro: "Gli dissero che eravamo pazzi, che avremmo avuto solo qualche cosa". Brusca dice di non aver letto la lista delle richieste ma ritiene che tra esse vi fossero la revisione del maxiprocesso, l’attenuamento del 41 bis, e altri benefici. La risposta negativa provoco’ la strage. (…) (" Riina voleva trattare con lo Stato offrendo di restituire opere d’ arte " – 15 settembre 1998 – Corriere della Sera)

    Quindi qui Brusca propone una versione nuovissima e diversissima dei fatti relativi alla “trattativa”. Il rifiuto delle condizioni postulate da Riina nel papello da parte delle “persone delle istituzioni”, avrebbe fatto incazzare Riina, che chiuse immediatamente la trattativa e per rappresaglia ordinò la strage di Via D’Amelio. E non era vero che Brusca non conosceva gli ambasciatori. Li conosceva e ha fatto pure i nomi.

    Pare uno di quei libri-gioco dove puoi scegliere i percorsi delle varie trame, a seconda dei tuoi gusti.

    Comunque è da questo momento che stranamente Giovanni Brusca, comincia ad essere considerato attendibile dagli organi di Giustizia, poichè finalmente nel marzo 2000 riesce ad ottenere la patente di “pentito”.

    Le ragioni di questa novità, ce le spiega in modo netto ed esplicito Cavallaro sul Corriere:


    “Lo scetticismo su Brusca è giustificato dal fatto che il boss ora pentito ha provato tante volte a confondere le acque. A cominciare dalla goffa trappola ideata per coinvolgere il presidente della Camera Luciano Violante in un inesistente complotto contro Andreotti.
    Poi, la svolta. Con i riferimenti al «papello» e alle presunte richieste di Riina transitate, a suo avviso, verso Stato e carabinieri nella discussa trattativa con Vito Ciancimino.” (Brusca svela il tesoro di Cosa nostra – L’ ex boss ottiene lo status di pentito. – Cavallaro Felice – Pagina 5 – 11 marzo 2000  - Corriere della Sera)

    Tutto chiaro. Aveva cercato di confondere le acque con uno sgambetto a Violante, e quindi era un goffo mascalzone, altro che pentito. Ma le deposizioni sul papello e soprattutto sul coinvolgimento dei carabinieri, rappresentano una vera e propria redenzione, una svolta morale nella coscienza del personaggio, che quindi andava premiato. Ma torniamo ai suoi racconti, che non sono mica finiti né definitivi. Nuove ghiottissime versioni alternative ci attendono.

    Infatti  nella metà del settembre 2001, Brusca torna a parlare e a far parlare di sè, e questa volta sforna finalmente la versione “buona”, quella preferita dai PM poiché è quella su cui ancora oggi stanno lavorando.

    PALERMO – Il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino fu ucciso perché voleva fermare la trattativa tra pezzi dello Stato e i Corleonesi avviata dopo la strage di Capaci. Cosa nostra fu informata da una «talpa» e «accelerò» la morte del magistrato. Per questo, a soli 57 giorni dalla strage di Capaci, la mafia fu «costretta» ad un altro attentato libanese. Quella che potrebbe segnare la clamorosa svolte nelle indagini sui mandanti occulti delle stragi arriva, nove anni dopo, dalle ultime rivelazioni del «pentito» Giovanni Brusca, in un recentissimo interrogatorio supersecretato dai magistrati delle Procure di Palermo e Firenze. «Il giudice Paolo Borsellino era contrario alla trattativa che Riina aveva intrapreso con lo Stato e rappresentava quindi un ostacolo, per questo è stato assassinato». Il «pentito» però non ha fatto nomi, evitando di specificare chi fosse l’ interlocutore di Totò Riina nella trattativa. «Non lo so con certezza», ha ammesso. Resta il fatto che il boss di San Giuseppe Jato, l’ uomo che premette il telecomando nella strage di Capaci e che ordinò di sciogliere nell’ acido il figlio dodicenne del pentito Santo di Matteo, avrebbe rotto ogni indugio decidendo di vuotare completamente il sacco. (…) Brusca non ha dubbi: la trattativa ci fu, Borsellino tentò di ostacolarla e una «talpa» lo fece sapere a Cosa nostra che accelerò la sua morte. (Borsellino morì per un complotto – Repubblica — 29 settembre 2001 -  pagina 21   di FRANCESCO VIVIANO)

    E il successivo mese di novembre, escono le indiscrezioni sulle parti segretate dei verbali di deposizione di Brusca a Como nel settembre del ’98.

    “Riina «venduto» al Ros dagli uomini di Bernardo Provenzano, mentre i militari dell’ Arma non entrarono nel suo covo di via Bernini, a Palermo, per paura di trovare tracce del «papello», l’ elenco di richieste oggetto di trattativa. È tutto in un verbale del 1998, ancora secretato, in cui il pentito Giovanni Brusca racconta la sua verità riaprendo il capitolo dei misteri del ‘ 92 legati ai contatti tra mafia e Stato e accusa i carabinieri di avere avviato trattative segrete con i capimafia condensate nel «papello». Il verbale è agli atti dell’ inchiesta condotta dalla Procura di Palermo sui misteri del covo di Riina, verso l’ archiviazione. Secondo Brusca «i carabinieri, nel periodo delle stragi, avevano gli strumenti per capire le nostre mosse. Stavamo portando avanti due trattative con lo Stato: quella del papello e quella riconducibile ai miei rapporti con Bellini». («Un documento imbarazzante dentro il covo di Riina» – Pagina 15 - 4 novembre 2001 – Corriere della Sera)

    Curioso. Secondo i resoconti dei giornali quindi, in un interrogatorio “recentissimo” (settembre 2001) e supersecretato, Brusca “non aveva fatto nomi” ai PM di Palermo e Firenze, relativamente a “chi fosse l’ interlocutore di Totò Riina nella trattativa”. «Non lo so con certezza», ha ammesso. Ma in un altro interrogatorio, supersecretato anche quello, di tre anni prima (1998, probabilmente si tratta degli “omissis” dei verbali di Como) Brusca aveva invece accusato “i carabinieri di avere avviato trattative segrete con i capimafia condensate nel «papello». Per contro, in quell’occasione aveva invece mentito sul movente dell’omicidio Borsellino, di fronte ai PM nisseni, (il "papello" torno’ indietro: "Gli dissero (a Riina – ndr) che eravamo pazzi, che avremmo avuto solo qualche cosa".La risposta negativa provoco’ la strage.)

    Quindi nel settembre 2001, quando ruppe ogni indugio vuotando finalmente il sacco, Brusca ci spiegò che Borsellino fu ucciso perché contrario, e quindi di ostacolo, ad una trattativa che evidentemente stava andando a gonfie vele, mentre nel 1998, non avendo ancora rotti gli indugi, aveva raccontato una storia completamente diversa, con Borsellino ucciso prima del tempo per rappresaglia al rigetto secco da parte dei carabinieri delle istanze contenute nel papello,  testimoniando così il falso, in merito al movente, al processo sull’attentato di Via D’Amelio.

    Molto serio e scrupoloso, il nostro pentito. Soprattutto se si tiene conto del fatto che tra il ’96 ed il 98’, a soli 4 anni dai fatti e quindi con la memoria più fresca, aveva sostenuto da ogni parte ancora una terza cosa, e cioè che la trattativa del papello fra lo stato e Riina iniziò solo DOPO le due stragi di Capaci e Via D’amelio, allorquando qualcuno delle istituzioni “si fece sotto”, fermando fortunosamente il boss che stava dando corso ad “un terzo apocalittico attentato”.

    Viene da domandarsi per quali ragioni i PM ritengano buona la prima che ho detto, come se le altre non fossero verosimili (anzi, a mio giudizio son persino più verosimili).

    Probabilmente, in mancanza di altri riscontri, prevale il fattore estetico. E quella di un Borsellino fatto fuori perché intendeva ostacolare una trattativa dove, stando anche a quanto ha dichiarato, oltre a Brusca, Massimo Ciancimino, i carabinieri avevano appena mandato a stendere Riina e il suo papello dicendo che i suoi punti non erano ricevibili, è molto più bella, seppur meno verosimile.

    Ma non è mica finita.

    Il 17 maggio 2005, Brusca parla ancora, e rivela un progetto di attentato ai danni di Massimo Ciancimino che  lo stesso Francesco Viviano che su Repubblica il 29 settembre 2001 scriveva “Brusca non ha dubbi: la trattativa ci fu, Borsellino tentò di ostacolarla e una «talpa» lo fece sapere a Cosa nostra che accelerò la sua morte.”, sempre sullo stesso giornale 4 anni dopo, il 25 settembre 2005, illustra così: “«Totò Riina ha il dente avvelenato contro il figlio di Vito Ciancimino e secondo me avrà qualche sorpresa», ha detto ai magistrati Brusca, che motiva la decisione dei corleonesi con la trattativa che subito dopo le stragi Falcone e Borsellino, venne avviata tra l’ allora colonnello dei carabinieri del Ros Mario Mori (attuale capo del Sisde) e proprio Vito Ciancimino. Quel tradimento di Ciancimino i "corleonesi" non l’ avrebbero mai dimenticato e Brusca, interpretando alcune dichiarazioni rese recentemente in un processo da Totò Riina («mi hanno venduto»), ricorda che il capo dei "corleonesi" fece esplicito riferimento a Massimo Ciancimino.”

    Prendendo per buona questa dichiarazione quindi, allo stato attuale noi abbiamo, riassumendo tutte le testimonianze “buone” a tutto il 2005, un Massimo Ciancimino che mette in contatto Mori con suo padre Vito, un Vito Ciancimino che ne parla con Riina il quale propone il papello, il papello che viene rigettato da Mori, Borsellino che viene a sapere della trattativa fra Mori e Ciancimino, si dimostra contrario e per questo viene ucciso da Riina in quanto grave ostacolo alla trattativa fra Mori e Ciancimino auspicata da lui stesso, e poi ancora, subito dopo l’omicidio di Borsellino, un Vito Ciancimino che avvia una trattativa con Mori considerata un affronto da Riina che per questo non gliela perdona, ordinando la morte del figlio. Così naturalmente la storia in cui Riina invece, soddisfatto per l’avvio della trattativa, dopo l’omicidio Borsellino rinunciò ad “un terzo apocalittico attentato” cui stava per dare corso, è andata completamente a farsi benedire.

    Un delirio.

    Arriviamo comunque ai giorni nostri, maggio 2009. Brusca torna alla carica al processo palermitano contro l’ ex generale dei carabinieri Mario Mori e il colonnello Mario Obinu, accusati di favoreggiamento alla mafia per una presunta, mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995.

    Naturalmente, ne tira fuori una nuova.

    Ricordate quando ripeteva in ogni occasione di non conoscere assolutamente gli interlocutori di Riina? E ricordate quando si ricordò che questi erano invece i carabinieri? Bene, come non detto.

     “Nell’ estate del 1992, tra la strage di Capaci che uccise Giovanni Falcone e quella di via D’ Amelio dove morì Paolo Borsellino, la mafia trattò con lo Stato. Da una parte Totò Riina, dall’ altra «un uomo delle istituzioni». Giovanni Brusca  (…) ripete in aula questo particolare e aggiunge: «Riina mi disse il nome dell’ uomo delle istituzioni con il quale venne avviata la trattativa con Cosa Nostra, attraverso uomini delle forze dell’ ordine». Il pubblico ministero gli chiede di rivelarlo ai giudici, ma il pentito ribatte: «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere; vi sono indagini in corso e non posso rivelare nulla». (…) Brusca ripete che dopo Capaci qualcuno, «persone dello Stato o dello istituzioni», si era «fatto sotto» con Riina, per evitare che proseguisse con la sua offensiva stragista. Il capomafia rispose consegnando un papello, foglio di carta con la lista delle richieste di Cosa Nostra. Ora il pentito aggiunge di aver detto agli inquirenti di Caltanissetta, che ancora indagano sulle bombe del ‘ 92, il nome di chi trattava per conto dello Stato. (…)  Riina aveva trovato il canale giusto ed era soddisfatissimo». Meno lo fu, evidentemente, di come andarono le cose dopo l’ eliminazione di Falcone, visto che il 19 luglio fece uccidere anche Borsellino. «Non so se per quell’ attentato vi sia stata un’ accelerazione, però mi ha sorpreso come fatto esecutivo». (Brusca: Riina mi disse chi trattò per lo Stato – di Bianconi Giovanni – Corriere della Sera  - 22 maggio 2009 – Pagina 27)


    Peccato che ora Brusca “non sa” o non ricorda bene, o che ne sia rimasto “sorpreso come fatto esecutivo” (il che significa disconoscenza delle ragioni, dal che la sopresa),  perché quattro anni prima invece non aveva dubbi: “
    Brusca non ha dubbi: la trattativa ci fu, Borsellino tentò di ostacolarla e una «talpa» lo fece sapere a Cosa nostra che accelerò la sua morte.” (Borsellino morì per un complotto – Repubblica — 29 settembre 2001 -  pagina 21   di FRANCESCO VIVIANO)

    Poi, sempre all’udienza del 22 maggio, all’avvocato difensore di Mori, Pietro Milio, che gli ha chiesto quale fosse la sua fonte di informazione relativa al “papello”Brusca candidamente ha risposto: “L’ho letto su Repubblica.  (  ). Suscitando qualche ilarità in aula.

    Povero Brusca, dev’essere difficile la vita per lui, con questo balletto di cose dette, di contrari delle cose dette e di ricontrari delle cose ridette.

    Alla fine meglio dire che le ha lette su Repubblica, così salva la faccia.

    Per quanto riguarda noi, cari lettori di questo blog, mi piacerebbe varare un piccolo sondaggio.

    QUESITO: A quale Giovanni Brusca si deve credere?

    A —>  A quello che afferma che i contatti fra istituzioni e Riina risalgono a dopo la morte di Borsellino, quando lo stato si “fece sotto” intimorito dalle due stragi in successione, stragi effettuate in ossequio ad un’avviata strategia terroristica dove le prime vittime designate erano magistrati invisi e scomodi alla mafia da molto tempo, le cui morti erano già nel carnet da anni.

    B —-> A quello che afferma che i contatti fra istituzioni e Riina  risalgono al periodo fra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio, e che questa seconda sarebbe stata la rappresaglia-segnale dopo il rigetto delle richieste postulate sul papello.

    C —-> A quello che afferma che i contatti fra istituzioni e Riina risalgono al periodo fra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio, e che questa seconda sarebbe stata fatta con modalità urgentissime (ordinata preparata e fatta nell’arco di due giorni, due giorni nei quali ci fu il tempo di concordare il piano con i servizi deviati che pilotavano il telecomando dal castello) perché si era venuti a sapere che Borsellino era venuto a sapere della trattativa e che era contrario.

    Votate, votate, votate.

    2) COME E’ FATTO IL PAPELLO.

    Prima che il mitico papello fosse ritrovato, la sua conformazione ed i suoi contenuti ci erano descritti solo dai pentiti e dai giornalisti che di questi ci riportavano le parole.

    Secondo Brusca il papello era composto da “due fogli protocollo” (Repubblica – 29/3/97), “due fogli con le richieste per abolire il carcere duro ed altro" (Corriere – 29/3/97). Per Marina Garbesi di Repubblica, il papello era una carta di richieste vergata da Totò Riina”.

    Per Francesco Viviano e Alessandra Ziniti , sempre di Repubblica, il "papello", “era un documento di due fogli protocollo con il quale Riina avanzò le sue "condizioni" per una tregua.”  Per Attilio Bolzoni, un vero esperto in materia, il papello di Riina consisteva in “un paio di pagine scritte da chissà chi (lui è praticamente un analfabeta che nelle aule bunker spesso va ripetendo: «Signor presidente, io sono solo un prima elementare»), dieci punti molto precisi, condizioni poste dalla mafia siciliana allo Stato per fermare le bombe.” (Repubblica — 29 settembre 2001).

    Secondo il pentito Pino Lipari, invece, il papello era scritto a macchina (Repubblica — 21 gennaio 2003   pagina 18 ).

    C’è poi stata una dichiarazione un po’ sibillina della Signora Giovanna Chelli, vicepresidente dell’ Associazione familiari delle vittime di via dei Georgofili, secondo la quale il papello sarebbe stato distribuito in ben 39 copie arrivate «nelle mani di 39 politici dei quali ancora non conosciamo i nomi» (Repubblica — 24 marzo 2006   pagina 29).

    Massimo Ciancimino ci racconta che il papello arrivò a suo padre “in una busta” consegnata da “un distinto signore”, che entrò in casa Ciancimino tenendo in mano il plico, «una ventina di giorni prima della strage Borsellino», Successivamente, racconta Ciancimino jr., suo padre partì per Roma alla ricerca del capitano Giuseppe De Donno dei Carabinieri, portando con sé la busta. (Repubblica — 14 giugno 2008   pagina 11). Purtroppo Ciancimino jr, in quell’occasione, vide il distinto signore, vide la busta, ma non vide il papello, e quindi non ce lo seppe descrivere.

    Il 14 luglio scorso Attilio Bolzoni torna alla carica, si sbilancia, e rinnega del tutto quanto aveva scritto il 29 settembre 2001 (vedi sopra):

    Il papello adesso è diventato “Un foglio di carta, uno solo. Con la scrittura incerta di Totò Riina e, in fondo, la sua firma.”

    Insomma, c’avessero azzeccato almeno una volta.

    Ora finalmente il papello è arrivato via fax non si sa bene da dove, ed è un foglietto con le 12 richieste di Riina scritte a mano in lettere maiuscole da uno scrivano, tipo “Totò” di “Miseria e nobiltà”,  che però non è Totò Riina, e non reca  alcuna firma di Riina.

    Porta però una postilla manoscritta, a quanto si dice, da Vito Ciancimino, che recita: «Consegnato, spontaneamente, al colonnello dei Carabinieri Mario Mori dei Ros».

    Essendo arrivato via fax, è ovviamente una copia, e non l’originale. Ma niente paura, perchè “ all’inizio della prossima settimana da una cassetta di sicurezza custodita in una banca del Liechtenstein arriverà in Sicilia probabilmente anche il "papello" originale.”. Parola di Attilio Bolzoni, su Repubblica, lo scorso  17 ottobre.

    Chissà perché mi sovviene un deja vù… il conte Igor?… Speriamo non finisca così.

    3) CHI HA SCRITTO I PAPELLI.

    Secondo Giovanni Brusca il papello n°1, quello con le 12 richieste originali, l’avrebbe stilato Cinà, il medico di Riina. :Conoscendo chi gravitava intorno a Riina, posso dire però che la persona che può aver stilato il papello potrebbe essere il dottor Antonino Cinà". Notoriamente, i medici non hanno una bellissima calligrafia. Quindi, a ben vedere il papello che è scritto da schifo, lo scrivano potrebbe anche essere lui. Ce lo conferma anche Francesco Viviano, su repubblica: “Sarebbe stato lui, come anticipò "Repubblica" tre anni fa, l’estensore del famoso «papello» che conteneva le richieste dei mafiosi allo Stato offrendo in cambio la «pace», la fine degli attentati e delle stragi. Cinà, secondo l’accusa, avrebbe fatto da tramite tra Riina e l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino che era in contatto con l’allora capo del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, Mario Mori e con il capitano Giuseppe De Donno.”


    Infatti Cinà è indicato da Brusca anche come l’uomo che ha fatto da tramite fra Riina e Ciancimino. Non solo lo scrivano, ma anche il postino del papello, quindi.

    In ogni caso meglio attendere le perizie della Procura, prima di considerare Cinà come l’estensore del papello n°1, perché di svarioni sui giornali su ‘sto papello se ne son letti parecchi.


    E veniamo all’altro papello, il n°2.

    Secondo quello che oggi racconta il figlio Massimo, quando Vito Ciancimino ricevette il papello da inoltrare ai rappresentanti delle istituzioni, capì che bisognava abbassare il tiro. Le richieste dei boss, nella sua ottica, erano esagerate. Allora elaborò un programma alternativo, riassunto in un altro documento consegnato ai magistrati da Ciancimino jr, scritto da suo padre.

    E’ il papello n°2, quello pubblicato per primo dall’Espresso dove è stato preso da tutti quanti, per un giorno intero, come il papello originale, e riprodotto come tale in migliaia di copie in tutto il web, facebook compreso, naturalmente.

    Un bello svarione.

    Invece si trattava di una riscrittura “soft” del papello originale, autore Vito Ciancimino in persona.

    Probabilmente però il Sig. Ciancimino, quando scrisse quel papello n°2, doveva sentirsi poco bene.

    La scrittura è tremula, quasi inferma, e non c’è una lettera uguale all’altra.

    Molto strano, perché quel documento lui dovrebbe averlo scritto pressoché contemporaneamente alla postilla sempre apposta da lui medesimo sul papello originale, il n°1, dove invece la scrittura è più rotonda, più fluida, meno tremula e più omogenea.

    Per capire meglio quanto sto dicendo, oltre che fare il confronto fra le due scritture sulle riproduzioni dei due documenti, si potrà anche osservare questo pannello da me predisposto:

    esame di scrittura2

    Si osservino, ad esempio, le due “d”, ma anche le “l” e le “a” vergate da Ciancimino sul papello n°1. Sono più rotonde, e scritte evidentemente con maggior concentrazione ed attenzione. Certamente non altrettanto si può dire esaminando tutte le “d” e le “a” (ce ne fosse una uguale all’altra) del papello n°2.

    E’ evidente che il Ciancimino di quel papello, proveniva quanto meno da una notte agitata dal peso di una digestione particolarmente difficoltosa.

    Ma anche il Ciancimino del papello n°1, si potrà davvero dire che è  più “autentico”?

    Questo lo vedremo all’ultimo paragrafo.

    4) COSA C’E’ SCRITTO SUI PAPELLI.

    Il papello n°1 riporta le 12 richieste di Riina per alleviare lo stato dalla morsa delle stragi.

    Qui non le ripeto integralmente, perché le conoscono tutti e non è il caso di ripeterle.

    Rilevo però che Brusca ai tempi delle sue prime ammissioni sul papello, c’azzeccò in pieno: "Consistevano nella modifica della legge Rognoni-La Torre, della legge Gozzini, nella riapertura del maxi e di qualche altro processo… credo anche che ci fosse qualche richiesta inerente la legge sui pentiti, e anche altre richieste per far uscire dal carcere alcuni vecchi mafiosi in cagionevoli condizioni di salute...”

    Ed in effetti oggi abbiamo letto nel papello la richiesta di convertire il carcere in una custodia domiciliare per gli ultrasettantenni, qui Brusca ha fatto proprio una bellissima figura, oggi che il foglietto è stato reso pubblico.

    Ma Francesco Viviano il 18 agosto 1997, su Repubblica, introduce un nuovo importante punto, in merito alle istanze del papello. “Quali erano le richieste di Riina? Una legge contro i pentiti, l’ abolizione del 41 bis (il regime carceriario cui sono sottoposti i detenuti mafiosi), abolizione dell’ ergastolo e della legge Rognoni-La Torre che ha permesso di sequestrare i patrimoni dei boss.”

    E così anche Felice Cavallaro sul corriere:”… filtra l’indiscrezione sul "papello", l’elenco di richieste che Toto’ Riina avrebbe presentato dopo le stragi del ’92 a personaggi eccellenti per trattare con lo Stato l’abolizione di ergastolo, carcere duro e premi ai pentiti.

    Dunque secondo i giornali, sul papello vi sarebbe stata anche la pretesa abolizione dell’ergastolo.

    La presunta presenza di questa richiesta sul papello, scatenò negli anni successivi non poche polemiche, perché alcune proposte di legge  promosse nel tempo da vari governi, contemplavano per l’appunto la sostituzione dell’ergastolo con altre forme di pena più ridotte, e questo veniva interpretato come un probabile segno dell’esistenza e del mantenersi di un patto fra parti istituzionali e mafia così come prevsito dal famigerato papello.

    Ecco soltanto alcuni passaggi dei giornali:

     “…l’ ergastolo sarà abolito. E’ ovvio che tutto questo non significa che siano state accolte le richieste della mafia spa, significa che probabilmente c’ è un grado di crescente disattenzione nella lotta alla mafia" (parole del Procuratore Lo Forte – ndr). Si stanno dunque concretizzando le richieste del famoso "papello" (le condizioni che Totò Riina aveva posto allo Stato dopo le stragi del ’92) del capo di Cosa Nostra? "Per una serie di disattenzioni e di coincidenze sta avvenendo quel voleva Riina. (…)”

    (‘SI AVVERA LA STRATEGIA DI RIINA’ – Repubblica — 17 agosto 1997   pagina 3  di Francesco Viviano)

     «ALCUNI collaboratori di giustizia, Brusca e Cancemi, hanno dichiarato che Riina aveva instaurato una vera e propria trattativa con alcuni settori delle istituzioni per ottenere dei vantaggi per lo cosche colpite dall’offensiva giudiziaria: abolizione dell’ergastolo, affievolimento dell’articolo 41 bis, cioè il carcere duro, e screditare i pentiti. Ebbene, al di là dell’intenzione di chi ha adottato queste nuove iniziative legislative, ci troviamo in una situazione che sembra andare incontro proprio a quelle aspettative». Così, chiaro e tondo, il pubblico ministero della strage di Capaci, Luca Tescaroli, lancia l’allarme sui guasti che potrebbero derivare dal "Giusto Processo". Si sta, dunque, concretizzando quel che Riina aveva chiesto nell’ ormai famoso "Papello", cioè le condizioni imposte dal capo di Cosa nostra per interrompere la strategia stragista? «Non proprio, però, l’ultimo intervento legislativo che ha messo in forma generalizzata il rito abbreviato ha di fatto abolito la pena dell’ergastolo. Quindi di fatto si è arrivati a questa situazione che era una delle condizioni per fermare le stragi. … – (Il pm della strage di Capaci sul giusto processo – Repubblica — 06 gennaio 2000   pagina 1   di FRANCESCO VIVIANO)

     “(…)Già nei giorni scorsi il Pm di Caltanissetta Luca Tescaroli aveva sostenuto che con la legge sul giudice unico "è stato di fatto abolito l’ ergastolo" e che "d’ ora in poi in Italia chi vorrà fare una strage sa che rischia al massimo venti anni di carcere". E’ profondamente indignata la signora Giovanna Maggiani Chelli, madre di un studentessa che rimase gravemente ferita nell’ attentato di via de’ Georgofili. L’ abolizione dell’ ergastolo – ricorda la signora Chelli – faceva parte delle richieste contenute nel famoso "papello" di Riina, compilato dopo le stragi di Capaci e di via D’ Amelio. Richieste che il boss dei boss avanzava per consentire alla mafia "di vivere e prosperare ancora per molti anni" (Repubblica — 12 gennaio 2000   pagina 5)

     "Questa legge, al di là delle intenzione del legislatore, è il migliore regalo che si sia potuto fare a Cosa nostra. L’ abolizione dell’ ergastolo era al primo punto del "papello", le richieste che furono avanzate da Totò Riina in quella sorta di trattativa con appartenenti alle istituzioni in cambio della fine delle stragi". Luca Tescaroli, pm della strage di Capaci, è stato il primo magistrato a lanciare l’ allarme, ma è sempre rimasto solo e inascoltato.(…) (da: Luca Tescaroli E’ un regalo a Cosa Nostra – Repubblica — 06 giugno 2000   pagina 11)

      (…) La preoccupazione di magistrati come gli aggiunti di Palermo Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato è legata al ricordo del «papello» presentato da Totò Riina ai carabinieri del generale Mori: la richiesta dell’ abolizione dell’ ergastolo e del «carcere duro». Si torna a «trattare» su questi temi?

    (da: Trattativa con i boss, insorgono i pm -  di Cavallaro Felice – Corriere della Sera  - 8 giugno 2000  - Pagina 4)

    “… poiché questa scelta è stata ribadita da una legge dello scorso giugno, anche con riguardo ai processi già pendenti in grado di Appello, purché in essi «sia stata disposta la rinnovazione della istruzione» dibattimentale, appare verosimile che, in tal caso, anche Riina e i suoi soci, sulla scorta di una semplice iniziativa di natura rituale, possano vedersi diminuita la condanna dall’ ergastolo a trent’ anni. Conseguendo così, almeno in parte, uno degli obiettivi prefigurati nel famoso «papello». (da: Legge sbagliata, la mafia teme solo il carcere a vita -  di Grevi Vittorio – Corriere della Sera  - 22 ottobre 2000  - Pagina 14)


    Quello degli sconti di pena, del carcere meno duro, l’ abolizione dell’ ergastolo, è un vecchio pallino di Cosa nostra, sin dalla vigilia delle stragi del ’92 quando "Repubblica" rese noto il contenuto del "papello", le richieste cioè che Totò Riina aveva avanzato attraverso l’ ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino.”
      (da: Un passo nella trattativa con lo Stato, di Francesco Viviani – Repubblica — 25 settembre 2001   pagina 5)


    Revoca del 41 bis, abolizione dell’ ergastolo ed altri benefici carcerari erano già richieste nel famoso "papello". «Durante la stagione stragista si erano portati avanti questi obiettivi che erano in qualche modo accostati alle stragi e Cosa nostra voleva raggiungere questi obiettivi. L’ abolizione dell’ ergastolo oppure la revisione dei processi o il sequestro dei beni, la sterilizzazione dei collaboratori di giustizia rappresentano le preoccupazioni maggiori dell’ organizzazione e alcuni di questi obiettivi sono stati raggiunti
    » (Luca Tescaroli in ‘Una strategia a lungo termine per ottenere la revoca del 41 bis’ – Repubblica — 26 settembre 2001   pagina 7)

     “Ma nell’ ergastolo inflitto ieri a Giovanni Riina, 24 anni, quattro dei quali già passati in carcere, c’ è molto di più di una vita sprecata: c’ è il sostanziale fallimento della strategia stragista di Cosa nostra, quella voluta dal capo dei capi proprio per indurre lo Stato ad aprire la trattativa che avrebbe dovuto portare alla concessione di alcuni sostanziali benefici per i mafiosi in cambio di un ritorno sottotraccia dell’ organizzazione criminale. (…)  Insomma, finiti i tempi della Cupola, chi entra in gabbia non comanda più. Ed è anche per questo che l’ abolizione dell’ ergastolo era tra i primi punti dell’ ormai famoso «papello» che gli uomini di Riina fecero avere a emissari dello Stato all’ indomani delle stragi del ’92. Un obiettivo raggiunto e sancito da una legge del Parlamento italiano. Ed è proprio per questo che oggi la condanna a vita inflitta dai giudici della corte d’ assise di Palermo al giovanissimo figlio del capo di Cosa nostra segna il fallimento di questa strategia” (da: UNA VITA FINITA A VENT’ ANNI CONDANNATO DA SUO PADRE di  ALESSANDRA ZINITI – Repubblica — 24 novembre 2001   pagina 1 ) 

    “…Roberto Centaro, stuzzicato dai giornalisti durante la sua visita di ieri a Brancaccio. «Anch’ io, usando lo stesso tipo di ragionamento dietrologico, ho rilevato coincidenze tra il tentativo l’ anno scorso da parte del centrosinistra di abolire l’ ergastolo e una delle richieste contenute nel famoso "papello" di Totò Riina», ha detto Centaro, e ha aggiunto: «Ovviamente non ho mai pensato che il governo del centrosinistra potesse aderire realmente a questa ipotesi, però effettivamente c’ era stata questa possibilità rispetto alla quale la parte più avveduta dello schieramento, ma anche del Polo, alla fine si è opposta». (da: Grasso irrita il centrodestra di  ALESSANDRA ZINITI – Repubblica — 03 maggio 2002   pagina 7)


    “Se non che è facile rendersi conto che proprio questa fondamentale funzione di deterrenza, tipica dell’ ergastolo (per ciò spesso invocata, prima e dopo Cesare Beccaria, come argomento contro i fautori della pena di morte) sarebbe destinata a vanificarsi, qualora alla pena «perpetua» venisse sostituita una pena temporanea, ancorché superiore ai 30 anni. Non solo perché verrebbe così meno l’ effetto simbolico ed esemplare derivante dalla previsione di una pena detentiva estrema per delitti di estrema gravità (non a caso, nel famoso «papello» di fonte mafiosa spiccava per prima la richiesta di abolizione dell’ ergastolo)….”
    (da: Le ragioni dell’ ergastolo, di Grevi Vittorio – Pagina 36 – 9 giugno 2007 – Corriere della Sera)


    L’ abolizione del 41 bis e dell’ ergastolo, oltre che la revisione dei processi per cancellare appunto le pene più pesanti, stavano in cima al famoso papello che Cosa nostra avrebbe agitato sotto il naso delle istituzioni repubblicane dopo le stragi di Capaci e di via D’ Amelio. Papello firmato platealmente con gli attentati dinamitardi dell’ estate del 1993 sull’ asse Roma-Firenze-Milano.”
    (da: Abolire l’ ergastolo la scelta sbagliata, di Francesco Palazzo – Repubblica — 26 giugno 2007   pagina 9)

    “Il famoso papello, ossia la lista di richieste che Cosa nostra avrebbe presentato allo Stato per finirla con la strategia stragista dei primi anni Novanta, prevedeva ai primi posti sia la cancellazione dell’ ergastolo sia l’ abolizione del regime carcerario speciale per i mafiosi. Partendo da questo dato storico, dobbiamo prendere atto – lo dicono gli esperti nonché diverse indagini – che i mafiosi continuano a comandare dal 41 bis”.” (da: regime carcerario e mafia lo stato non deve arretrare. di Francesco Palazzo – Repubblica — 16 gennaio 2009   pagina 23)

    E naturalmente, non poteva mancare Marco Travaglio:


    “(Nel covo di Riina – ndr) c’era il famoso ‘papello’ che il figlio di Ciancimino assicura essere stato passato da suo padre al generale Mori, con le l’elenco delle richieste che la mafia faceva allo Stato per interrompere le stragi? Fine dei pentiti, fine del 41bis, fine dell’ergastolo, revisione del maxiprocesso e fine del sequestro dei beni. Non lo sappiamo”
    .” (da: Il patto tra mafia e Stato, di Marco Travaglio)

    Bene. Oggi finalmente abbiamo davanti agli occhi questo mitico papello.

    Ma l’abolizione dell’ergastolo, non è al primo posto, né “ai primi posti”, né in metà né in fondo alle richieste. Non c’è. Riina non l’ha richiesta.

    Quindi i casi possono essere soltanto due: o il papello è falso, oppure da diversi anni vari governi stanno cercando di accontentare ad ogni costo la mafia su un tema che per la stessa mafia non è prioritario, e che è presente soltanto fra le richieste di un papello immaginato, una chimera di giornalisti e pentiti, poiché invece il papello vero non ne fa alcun cenno. Davvero troppo solerti, i ns. politici, quando si tratta di aiutare la mafia.

    Ogni altro commento è superfluo.

    Per quanto concerne invece le richieste presenti sul papello, si rilevano un paio di incongruenze, così come ha subito scritto il Corriere della Sera, che ha parlato di perplessità dei magistrati, nel leggere “che nel ‘ 92 i capimafia avessero in mente una legge sulla dissociazione da Cosa Nostra, sul modello di quella varata per gli ex terroristi. Un’ idea comparsa in alcuni colloqui intercettati solo molto tempo dopo, e che sarà tentata da qualche capomafia che al tempo del papello era libero, seppure latitante. Pure Riina e Provenzano erano fuori, sembravano imprendibili e stavano mettendo in ginocchio lo Stato a suon di bombe; curioso che già immaginassero una via d’ uscita da detenzioni ancora lontane. Anche la richiesta di chiudere le carceri speciali risulta un po’ strana, se scritta prima della strage di via D’ Amelio, quando i boss detenuti erano ancora nelle prigioni «ordinarie».

    E veniamo ora al papello n°2. Non mi soffermerò più di tanto. Si tratta di una rivisitazione del papello originale realizzata (ma senza avvisare Riina?) da Vito Ciancimino, il quale dopo aver letto il papello n°1, si rese conto che le richieste, stando alle parole di Ciancimino Jr., “non erano fattibili a nessun livello, nemmeno sul piano legislativo lo erano. Erano punti troppo… come commentò mio padre ‘da testa di m…’ » .

    Quindi secondo Ciancimino Senior, le richieste di Riina erano richieste “da testa di minchia”, a quanto ci racconta il figlio.

    Prendiamo ad esempio la pretesa di detassare la benzina, sul modello della Valle D’Aosta. Assolutamente improponibile. Così Ciancimino la sostituisce con una invece del tutto proponibile: liberalizzare il mercato dei tabacchi, togliendolo al Monopolio di Stato. Proposta, al contrario dell’altra,  coi piedi per terra, un giochino, praticamente. Roba proponibile ed applicabile al bilancio statale senza troppo impegno, al contrario di un abbattimento delle accise sul carburante. Si vede bene che Ciancimino era molto più realista di Riina. Soprattutto, anche le famiglie mafiose dedite al contrabbando di sigarette, sarebbero le prime a dichiararsi felici di un simile accordo.

    5) MASSIMO CIANCIMINO (Aka: Ciancimino Jr.)

    Massimo Ciancimino, è il figlio di Don Vito Ciancimino. Leo Sisti nella premessa del suo libro – L’ isola del tesoro – sulla politica e gli affari dei Ciancimino ci dice di lui che “Nano, ad esempio, è uno che con candore dice anche questo: «L’ unica cosa che mi ha trasmesso mio padre è la correttezza»”

    Massimo Ciancimino, è colui che ha procurato i papelli, o meglio: la fotocopia dei papelli, ai Procuratori titolari dell’inchiesta. Bisogna dargliene atto.

    E prima di farlo, ci ha fatto stare sulle spine non poco.

    Il 13 giugno 2009, per ALESSANDRA ZINITI di Repubblica, il papello èUn documento del quale Massimo Ciancimino dice di essere in possesso ma che non ha ancora consegnato a nessuno”.

    E il 14 luglio 2009, sempre su Repubblica, Attilio Bolzoni ritorna a fare il punto: “«Ve lo consegno io nelle prossime ore», ha giurato qualche giorno fa Massimo Ciancimino, testimone eccellente ormai sotto scorta come un pentito. È forse l’ epilogo della più intricata vicenda siciliana di questi ultimi anni: la trattativa fra Stato e Mafia. Se il più piccolo dei cinque figli di quello che fu il sindaco mafioso di Palermo manterrà la sua promessa, fra qualche giorno – proprio alla vigilia dell’ anniversario della morte di Borsellino, il 19 luglio – il famigerato documento del patto fra boss e misteriosi apparati di sicurezza finirà nelle mani dei magistrati di Palermo e poi quelli di Caltanissetta e Firenze, tutte le procure che indagano direttamente o indirettamente sugli attentati mafiosi fra il 1992 e il 1993. «Questa volta ve lo porterò davvero, questa volta non faccio bluff», ha assicurato Ciancimino junior nel suo ultimo interrogatorio dopo un tira e molla durato un anno. (…) All’ improvviso, la settimana scorsa e dopo un ultimatum della procura di Palermo, Massimo Ciancimino però ha ceduto: «Garantito: adesso il papello ve lo do». Nessuno sa dove sia stato custodito in tutti questi anni, molti pensavano e ancora pensano in una cassetta di sicurezza di una banca da qualche parte in Europa. Un sospetto, un mese fa, aveva portato gli investigatori in Francia. Una mossa di Massimo Ciancimino e una contromossa degli inquirenti. Ma non quelli di Palermo, gli altri di Caltanissetta. Tutti erano e sono ancora a caccia del "papello". Massimo Ciancimino, a giugno – appena gli hanno revocato il divieto di espatrio – ha lasciato Bologna dove vive da qualche mese e con la sua auto ha raggiunto Parigi insieme alla moglie Carlotta. È stato pedinato. Al ritorno da Parigi, fermato al posto di frontiera e invitato a entrare in un ufficio di polizia, ha trovato un paio di magistrati della procura della repubblica di Caltanissetta e alcuni ufficiali di polizia giudiziaria. Erano sicuri di trovarlo con il "papello" addosso. Perquisito lui e perquisita anche la moglie, ma il "papello" non l’ hanno trovato. Interrogato al posto di frontiera, Ciancimino junior ha spiegato: «Mi ero accorto che mi seguivate, voi non vi fidate di me e io non mi fido di voi e non ho portato con me quel documento che non è a Parigi...».

    Nascondin nasconderello.

    "Il papello? Ciancimino non ce l’ha dato, se ce lo vuole consegnare siamo qui. Certo non possiamo torturarlo per averlo". precisa a quel punto il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari.

    Il 22 luglio, sul Corriere, Bianconi fornisce alcuni nuovi dettagli sulla caccia al tesoro:  “Il secondo «tesoro» di Vito Ciancimino – quello di maggior interesse investigativo, fatto di documenti, registrazioni, agende e altro materiale – è custodito all’ estero, bloccato da problemi burocratici che il figlio dell’ ex sindaco mafioso di Palermo, Massimo, non è riuscito a risolvere. Per questo non ha ancora consegnato ai magistrati l’ ormai famoso papello con le richieste dei boss, che costituirebbe la prova della trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato nella stagione delle stragi, e le altre carte segrete del padre. (…)  Ai procuratori di Palermo Massimo Ciancimino (condannato in primo grado a cinque anni e mezzo di galera per il riciclaggio del primo «tesoro» avuto in eredità, quello milionario che secondo l’ accusa proviene da affari e interessi mafiosi) ha però fornito indicazioni precise sul luogo in cui è conservato l’ archivio di «don Vito». Lì dentro ci sarebbero, secondo Ciancimino jr, non solo il papello ma anche alcuni nastri registrati. Stando a quanto gli riferì suo padre, conterrebbero le conversazioni tra l’ ex sindaco e gli ufficiali dei carabinieri che lo incontrarono nell’ estate del ‘ 92. E ancora, la copia integrale della lettera – trovata «mutilata» in una perquisizione del 2005 – dove si parla di richieste all’ «onorevole Berlusconi»(…) Nell’ interrogatorio della scorsa settimana Massimo ha assicurato che avrebbe fatto un ultimo tentativo per risolvere gli intoppi burocratici che, a suo dire, gli hanno finora impedito di rispettare la promessa di consegnare il «tesoro» investigativo. Altrimenti toccherà ai magistrati avviare le procedure per una rogatoria internazionale. In un modo o nell’ altro, la fine di questo «tira e molla» che dura da mesi intorno al misterioso papello, se e quando arriverà dovrebbe almeno chiarire se Ciancimino jr sta bluffando oppure no..».


    A proposito della lettera citata da Ciancimino, quella scritta da Riina a Berlusconi, mi piace approfittare per riportarla qui sotto:

    lettera di riina a berlusconi

    Sarà che forse capisco poco di calligrafia, ma a me pare migliore la scrittura di Riina di quelle dei nostri due papelli.

    Totò avrebbe potuto fare lo scrivano e scriverseli da solo, i papelli, invece che dettarli al suo medico.

    Ma torniamo alla nostra caccia al papello.

    Il 30 luglio scorso, un altro momento di suspence descritto su Repubblica da Bolzoni: “Sarà classificato top secret il famigerato «papello» che dovrebbe consegnare Massimo Ciancimino. Oggi i magistrati lo aspettano a Palermo. Chissà se il figlio prediletto di don Vito questa volta porterà il suo «tesoro» di carte.”

    Ma naturalmente non arrivò un bel niente neppure quella volta..

    Non trascuriamo però di rilevare quanto poi effettivamente il papello sia stato classificato “Top secret”, come annunciato da Bolzoni.

    Forse l’ho visto prima io sull’Espresso che non Ingroia in fotocopia. E dopo averlo visto debbo dire, sinceramente, che era proprio una roba da mettere sotto chiave, “top secret”, come vuole il buon Bolzoni.

    E arriviamo così ai primi di agosto, e qualche magistrato comincia ad innervosirsi:

    Il "papello" non l’ ha ancora consegnato ma ha deciso di continuare a rispondere alle domande sulla trattativa nonostante i pesanti giudizi nei suoi confronti espressi dal procuratore generale di Caltanissetta Ettore Barcellona.” ci riferisce la buona Alessandra Ziniti, sempre su Repubblica.
    In realtà qui la giornalista è incorsa in un lapsus, probabilmente, perchè Ettore Barcellona è un noto avvocato di confindustria, mentre il PG di Caltanissetta si chiama Giuseppe Barcellona.

    E cosa aveva detto costui di così pesante da farci correre il rischio di ammutolire il prezioso supertestimone ormai offeso? Difficile riscostruire, perchè gli archivi storici dei quotidiani principali, come Repubblica e Corsera, non fanno cenno all’episodio.

    Bisogna ricorrere alla cronache locali (es: il giornale nisseno) per sapere che Giuseppe Barcellona, Procuratore generale di Caltanissetta, in un’intervista, riferendosi alle testimonianze di Ciancimino Jr, aveva detto: «Queste rivelazioni provengono da una persona assai equivoca, di modesto spessore culturale, che probabilmente sarà strumentalizzata da qualcuno».

    Affermazione che fa andare su tutte le furie il rampollo Ciancimino, che replica: "Con l’intervista di oggi siamo passati da dubbi legittimi e critiche ad insulti personali. Per essere chiari: non posso venire qualificato come persona assai equivoca, di modesto spessore culturale, che probabilmente sara’ strumentalizzata da qualcunò". 

    Impeccabile, come replica.

    Poi, in quell’occasione, Ciancimino Jr. viene incalzato dai giornalisti, che gli domandano perchè ha deciso di parlare della strage dopo 17 anni. Il teste risponde: "fin’ora nessuno mi ha interrogato". (il giornale nisseno – 3 agosto 2009).

    Un classico.

    Ma perchè non l’hai detto prima?
    Nessuno me lo aveva chiesto.

    In realtà questo bravo ragazzo mente, perchè nel 2005 aveva già rilasciato dichiarazioni che contrastavano forte con la versione odierna dei fatti, come vedremo fra poco.

    Il 27 settembre 2009, ancora nulla, e Bianconi sul Corriere, nel fare la cronaca del nuovo processo contro Mori, non nasconde un certo nervosismo sulla vicenda della consegna del papello:” Nel disegno dell’ accusa, l’ arresto di Riina a gennaio del ‘ 93 e la mancata cattura del suo successore, due anni e mezzo più tardi, sono conseguenza dei patti siglati per fermare le stragi, mentre la vecchia politica travolta da Mani Pulite tentava di riciclarsi e nasceva il nuovo partito di Berlusconi (e Dell’ Utri). Patti scaturiti dai discorsi che lo stesso Mori aveva avviato con l’ ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino nell’ estate del ‘ 92, sfociati nell’ ormai famoso papello con le richieste dei boss di cui continua a parlare – promettendo una consegna sempre rinviata – Massimo Ciancimino

    Ma tutto è bene quel che finisce bene, e finalmente il 14 ottobre l’avvocato di Ciancimino Jr. consegna ai procuratori una fotocopia ricevuta a sua volta via fax non si sa da dove, fotocopia che nell’arco di pochi minuti viene pubblicata dall’Espresso che la stava aspettando così come i procuratori. Pubblica però il papello sbagliato (il numero 2), è vero, ma è comunque un bello scoop.

    Sulla natura di questo papello, tornerò nel capitolo finale dell’articolo, che è naturalmente quella che conta.


    Per quanto riguarda invece il contributo di Massimo Ciancimino, bisogna dire che anche lui, come Brusca, ha dimostrato di possedere una memoria ben bizzarra.

    “…dagli atti dell’ inchiesta sul processo attualmente in corso a Palermo nei confronti del capo del Sisde Mario Mori e del capitano "Ultimo", l’ ufficiale che catturò Totò Riina, è emerso che a mettere in contatto i carabinieri con Vito Ciancimino fu proprio il figlio Massimo. Una circostanza che Massimo Ciancimino – anche se non avrebbe mai partecipato agli incontri tra il padre e i carabinieri – ha confermato. «Era l’ unica forma di riscatto che potevamo ottenere noi figli – afferma Massimo Ciancimino – E, nonostante la paura dei miei familiari, provocai quell’ incontro perché se mio padre poteva dare un contributo alla giustizia lo avrebbe dovuto fare per noi figli». Ma la trattativa a un certo punto sarebbe stata interrotta perché le richieste dei carabinieri all’ ex sindaco – «Ci consegni Riina e Provenzano» – sarebbero state rifiutate da Vito Ciancimino.” (Ciancimino jr deve morire – Repubblica — 25 settembre 2005 -  pagina 5) 

    Quindi, almeno sino al 2005, per Ciancimino Jr non c’era nessun tentativo di “venire a patti” con la mafia attraverso suo padre, da parte dei carabinieri, ma un’ordinaria e legittima richiesta di collaborazione con la giustizia, al fine di catturare i boss. Teniamola bene a mente, questa cosa, perché contribuirà a rendere il finale di questo articolo ancor più clamoroso.

    Comunque e naturalmente, anche Ciancimino Jr nel giro di pochi mesi, rivedrà magicamente i suoi ricordi, “estetizzando”, così come fece Brusca, la sua versione dei fatti. Ed il 14 giugno del 2008  inizia a parlarci del papello:

    Io non l’ ho visto, ma mio padre me ne parlò: c’ era un elenco di 10, 12 richieste. C’ era ad esempio qualche immunità: volevano che le famiglie dei mafiosi venissero lasciate in pace. Mio padre si dannava – prosegue Massimo Ciancimino – perché su tre, quattro cose si poteva anche intavolare una discussione, ma su sette, otto, mi disse: saranno irricevibili». Erano i giorni in cui Vito Ciancimino incontrava anche un ufficiale del Reparto operativo speciale dei carabinieri, il capitano Giuseppe De Donno: «Voleva un aiuto per la cattura dei superlatitanti», dice Massimo Ciancimino. Ma dopo quella misteriosa consegna del papello, il pensiero del vecchio Ciancimino fu uno solo: «Mi disse di contattare De Donno, siamo partiti per Roma. La busta è partita con mio padre». (da “Repubblica”)


    Quindi, attenzione: nella precedente testimonianza, del giugno 2008, Ciancimino Jr. dice due cose:

    1)   Conferma che in quei giorni De Donno incontrava Vito Ciancimino per avere il suo aiuto nella caccia dei superlatitanti.

    2)   Una volta ricevuto il papello, fu Ciancimino a cercare de Donno, ma de Donno non si aspettava nulla del genere: lui voleva solo i superlatitanti.

    Dopodichè, dopo la notizia comparsa sui giornali secondo la quale, nell’ottobre del 2008, Ciancimino Jr sarebbe stato in debito, tra l’altro, di 42 milioni di euro con il fisco (e qualcosa ci dice che li deve ancora oggi), accade che nel dicembre Ciancimino ricomincia a raccontare le stesse storie, ma con alcune ulteriori precisazioni ed alcune rettifiche. All’apparenza, solo piccoli aggiustamenti, ma scompare la “ratio” vera degli incontri di suo padre coi carabinieri (e cioè la caccia ai latitanti), ed al suo posto si innestano alcune fumose inquietanti insinuazioni, che Repubblica si affretta ad illustrarci:

     Tutta l’ inchiesta per il momento si sta concentrando «su un distinto signore con una busta in mano» che, una ventina di giorni prima della strage Borsellino, è entrato nella villa dei Ciancimino sotto Montepellegrino. «Mio padre me ne ha parlato tanto», dice Massimo. Era quello che ha portato il famigerato "papello" da far arrivare allo Stato. Fra le dieci e le dodici richieste che i boss elencavano offrendo in cambio una sola cosa: fermare le bombe in Sicilia e in Italia. «Mio padre ha incontrato tante volte anche Bernardo Provenzano a Roma», dice ancora Massimo ricordando che il padrino corleonese andava in giro presentandosi come "l’ ingegnere Lo Verde". Sullo sfondo di queste manovre fra Stato e mafia, la morte di Paolo Borsellino. L’ ipotesi investigativa: il procuratore avrebbe scoperto la trattativa e sarebbe stato ucciso perché, qualcuno, lo considerava un ostacolo al patto.”

    Et voilà. Ecco la fine della normalità, della banale quotidianità della logica, per l’ingresso trionfale del romanzo, del feuilleton, quello che non ci abbandonerà più sino ad oggi.

    Lo scorso mese di marzo, Bolzoni di repubblica torna alla carica con le news su Ciancimino Jr.:

     “Quello che era per tutti soltanto il rampollo viziato con la passione per le Ferrari e le feste a Cortina e i "piccioli", ai due magistrati sta svelando dettagli non proprio irrilevanti sulla stagione delle stragi. Ha cominciato con la famosa trattativa fra suo padre il generale Mario Mori, ex comandante dei Ros dei carabinieri e poi del servizio segreto interno. Ha continuato con la storia del "papello", le richieste scritte che Totò Riina avrebbe avanzato allo Stato italiano per fermare le bombe. Ha fatto nomi di personaggi che gli investigatori ignoravano. Ha riferito di incontri fra il padre e Bernardo Provenzano. Molti dei suoi interrogatori sono stati secretati e trasmessi alla procura della repubblica di Caltanissetta, quella che indaga ancora sulle stragi palermitaneei "mandanti altri" di Capaci e di via D’ Amelio.” (Da viveur a testimone di giustizia il figlio di don Vito fa tremare Palermo – Repubblica — 14 marzo 2009   pagina 11  )

    A metà dello scorso mese di luglio, in unì’intervista, il nostro collaboratore di giustizia preferito fornisce un nuovo dettaglio inquietante:

     

     D. Con chi trattò suo padre per la cattura di Riina?

    R. "Con il colonnello Mori e con il capitano De Donno, ma mio padre non si fidava di loro, erano sì influenti ma lui – che non era certo un deficiente – cercò di capire chi ci fosse sopra. Fu un certo ‘signor Franco’, un agente dei servizi segreti, a dire a mio padre che dietro c’era un personaggio politico".

    Ora, supponendo che i carabinieri avessero dialogato con Ciancimino esclusivamente allo scopo di avere la sua collaborazione per catturare i superlatitanti, ed avessero discusso solo di questo, allora a che gli serviva avere “dietro un personaggio politico”?  Non erano forse capaci a fare il loro mestiere senza quell’appendice che gli stava dietro? E’ qui evidente ,quindi, che Ciancimino Jiunior, o mentiva nel 2005, o mente adesso.

    Ma  lasciamo le vicende dei nostri testimoni un po’ volubili, mentre questi si districano fra misteriosi avvocati americani, oscure figure con la faccia da mostro che appaiono e scompaiono ogni volta che scoppia una bomba, ed inquietanti appostamenti, inseguimenti e avvertimenti, e torniamo al nostro papello.

    6) CHI HA PASSATO IL PAPELLO A CIANCIMINO JR.

    Elementare Watson. Lo ha passato il generale Mario Mori.

    Da cosa lo deduco? Ma è banale: da quel che ha scritto Ciancimino Sr. sul papello.

     «Consegnato, spontaneamente, al colonnello dei Carabinieri Mario Mori dei Ros»

    E quindi se il papello era stato consegnato a Mori, lo aveva Mori. E siccome Ciancimino sostiene di avere l’originale, allora gliel’ha dato Mori.

    Ma i miei piccoli lettori ora diranno: forse a Mori è stata data una copia.

    Ah, si? E secondo voi Ciancimino avrebbe apposto sull’originale che si è conservato, quella formula così solenne, con tanto di “spontaneamente”? Che bisogno aveva?  Lo avrà scritto forse così, tanto per certificare che quel papello invece che un foglio scarabocchiato era una merda tale da mandare in merda un mucchio di gente, lui soprattutto compreso (è la prova di un’estorsione, la più grave della storia d’Italia, caso mai qualcuno non ci avesse pensato), putacaso qualcuno capace di leggere ne fosse venuto in possesso?

    E mentre c’era perché non farsela vergare da Mori per ricevuta?

    No, credete a me, gliel’ha dato Mori, a Ciancimino Jr.

    A meno che, sia una patacca.

    Voi che dite?

    7) LA BUFALA.

    Questa sera, sul sito http://www.censurati.it, la straordinaria e meravigliosa Antonella Serafini, tanto per tirarsi un po’ la finanza e la polizia giudiziaria in casa, ha reso disponibile per il libero download, un documento clamoroso. Si tratta della trascrizione fatta a mano, nientepopodimeno che da Vito Ciancimino quand’era ancora vivo e vegeto, di un verbale di interrogatorio reso in presenza di Ingroia, Caselli e de Donno nel 1993.

    Scaricatevelo anche voi, please:

     

    SCARICA IL VERBALE MANOSCRITTO DI CIANCIMINO
    DEL GENNAIO ’93

    Tanto per mettervi nel gusto, vi pubblico la pagina dove Ciancimino spiega:

    Appunti Ciancimino 10rid

    Spero che abbiate cominciato ad intuire l’importanza di questo documento.

    Io dal canto mio, per farvi capire quanto è importante, vi riassumo due fra le cose più eclatanti che dice Ciancimino in questo memoriale:

    1)   Ciancimino racconta di avere incontrato per la prima volta il colonnello Mori il primo di settembre del 1992. Quindi, stop con la sciocchezza di Borsellino ucciso perché era venuto a sapere della trattativa. Fine.

    2)   Ciancimino racconta che i carabinieri nell’incontro chiedevano solo e soltanto grossi superlatitanti, proponendo in cambio “un buon trattamento per le famiglie”, e che pertanto, vista la proposta troppo “angusta e ultimativa”, lui decise, sapendo che sarebbe stata presa malissimo, in accordo coi carabinieri, di non aprire neppure la trattativa, restando un semplice informatore degli inquirenti. (Che è la versione che forniva anche Ciancimino Jr nel 2005).

    Quindi non c’era nessuna trattativa di natura politica, né questa trattativa ha nulla a che vedere con la morte di Borsellino, così come ha sempre affermato il servitore dello Stato e dei cittadini, generale Mori.

    Ma questo memoriale non è solo prezioso per il contenuto, ma anche perché ci fornisce un bel campione della grafia autentica di Vito Ciancimino.

    Ecco allora quel che ho fatto.

    Ho preso le poche parole identiche che appaiono contemporaneamente sul memoriale e sui due papelli, nelle parti che ci è stato detto essere state scritte da Vito Ciancimino, e le ho messe a confronto.

    Vi lascio pertanto alla carrellata senza ulteriori commenti.

    CLICCA QUI PER VEDERE IL CONFRONTO
    CALLIGRAFICO FRA I DOCUMENTI


     

    Attenzione!!!: aprendo lo "slide-show"cliccando qui, e partendo con il click dalla prima immagine, bisognerà, mediante il menù in alto, andare nella modalità "show details", che mostra i miei commenti "grafologici" ad ogni immagine.

    Attenzione!!!
    :
    La “A” indica le colonne delle parole prese dal memoriale, la “B” indica le parole prese dai mitici papelli consegnati in fotocopia da Ciancimino Jr. e pubblicati in fretta e furia dall’Espresso.

     

     

       

     

    Visto tutto? 

    Bene. Se siano scritte dalla stessa persona, a voi il giudizio.

    Mi congedo, ma tenete d’occhio il blog, perché presto ci saranno delle novità


    Enrix

    APPENDICE: Il  23 ottobre, siamo stati in prima pagina di "Libero":

    La mitica «rete» – che secondo i Di Pietro e i Travaglio rappresenta la riscossa della libera informazione – sta fottendo giusto i Di Pietro & i Travaglio e la loro falsa informazione. Due dei migliori blog antimafia, enrix.it (sic) e censurati.it, hanno fornito prove attendibili che i «papelli» pubblicati da L’Espresso sono probabilmente dei falsi, e che ogni ipotesi di «trattativa» resta ridicola. Hanno pubblicato la trascrizione, fatta a mano da Vito Ciancimino quand’era vivo, di un verbale di interrogatorio da lui reso a Caselli,  Ingroia e de Donno  nel 1993.  E morale:  1) Ciancimino, nel verbale, dice d’aver incontrato per la prima volta il colonnello Mori il 1° settembre 1992: addio quindi a ogni ipotesi di un Borsellino ucciso perché era venuto a sapere di trattative.; 2) Ciancimino racconta poi che i carabinieri gli avevano chiesto di poter arrestare non meno di “grossi superlatitanti”, offrendo in cambio “un buon trattamento per le famiglie” e nulla più:  sicchè lui decise di non aprire nessuna trattativa: stessa versione che Ciancimino Jr  dava sino al 2005 e che fornisce oggi il generale Mori; 3) La grafia del memoriale di Ciancimino – dulcis  in fundo – è palesemente diversa da quella dei papelli dell’Espresso, che appaiono come dei falsi ricalcati. Il tutto si configura come una spaventosa patacca, con Ciancimino Jr  a delirare dalla tv di Stato e i Di Pietro e i Travaglio e i Riina che intanto applaudono.

    Filippo Facci

     
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