Tagged: balduccio di maggio RSS

  • Avatar di enrix

    enrix 11:19 on 28 December 2009 Permalink | Rispondi
    Tags: balduccio di maggio, , , , , , , , , , ,   

    I comodi dei pentiti 


    /* Style Definitions */
    table.MsoNormalTable
    {mso-style-name:”Tabella normale”;
    mso-tstyle-rowband-size:0;
    mso-tstyle-colband-size:0;
    mso-style-noshow:yes;
    mso-style-priority:99;
    mso-style-qformat:yes;
    mso-style-parent:”";
    mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
    mso-para-margin-top:0cm;
    mso-para-margin-right:0cm;
    mso-para-margin-bottom:10.0pt;
    mso-para-margin-left:0cm;
    line-height:115%;
    mso-pagination:widow-orphan;
    font-size:11.0pt;
    font-family:”Calibri”,”sans-serif”;
    mso-ascii-font-family:Calibri;
    mso-ascii-theme-font:minor-latin;
    mso-fareast-font-family:”Times New Roman”;
    mso-fareast-theme-font:minor-fareast;
    mso-hansi-font-family:Calibri;
    mso-hansi-theme-font:minor-latin;}

    Mafia, sparate e bugie sotto protezione

    L’inattendibile Spatuzza è solo l’ultimo di una lunga serie di pentiti che hanno fatto i propri comodi a spese dello Stato. Ecco il bestiario


    di Chiara Rizzo

     

    «Spatuzza sostanzialmente ha riferito di aver tratto dei convincimenti sulla base di informazioni giornalistiche». È il 4 dicembre e così il presidente della corte d’Appello di Palermo, Claudio Dall’Acqua, che sta processando Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, chiosa sulle dichiarazioni del teste star, il pentito Gaspare Spatuzza, per settimane indicato da giornali e tv come latore delle verità nascoste della Seconda Repubblica. Stragi, trattative, mandanti occulti. Spatuzza avrebbe rivelato tutto. Poi, quel 4 dicembre, arriva in aula. E il caso si sgonfia. Perché Gaspare “u tignusu”, ex killer di Cosa Nostra, racconta con dovizia di particolari l’organizzazione delle stragi del ’93 nel continente. E anche il fallito attentato all’Olimpico del gennaio ’94. Poi, però, gli chiedono il motivo per cui è lì in aula. Cosa sa dei collegamenti tra la mafia e Dell’Utri (e il premier Silvio Berlusconi). E qui Spatuzza tentenna. Del resto un semplice killer non dovrebbe essere informato sui rapporti tra i boss e la politica. «Io e quei quattro pazzi che mi portavo dietro eravamo utili solo per fare omicidi», ammette il pentito parlando del breve periodo in cui è stato reggente del mandamento Brancaccio. In aula, infatti, Gasparino spiega di aver collegato i nomi di Dell’Utri e dei fratelli Graviano (i suoi boss) per la prima volta nel ’90, dopo l’apertura di una filiale Standa nel quartiere palermitano. Perché? «La Standa era di proprietà di Berlusconi». Poi, ancora, racconta di aver fatto collegamenti tra Vittorio Mangano (lo stalliere di Arcore), Dell’Utri e Berlusconi «acquisendo queste cose delle cronache giornalistiche». La voce del pentito si fa molliccia, da curato di campagna. Spatuzza si sofferma sui tormenti della conversione, meno sui dati di fatto. Racconta che Filippo Graviano (che lo ha smentito) nel 2004 gli confidò: «Se non arriva niente da dove deve arrivare, parleremo ai magistrati». Racconta che anche Giuseppe Graviano gli fece una confidenza nel ’94: «Grazie a Berlusconi e Dell’Utri ci siamo messi il paese nelle mani». Perciò, sostiene Spatuzza, «ho fatto il collegamento». E il presidente Dall’Acqua, in aula, commenta: «Non è un fatto accaduto nel tempo e nello spazio, questo collegamento è un fatto accaduto nella mente di Spatuzza».

     Ma Spatuzza non è il primo pentito balzato alle prime pagine a rivelare di aver fatto deduzioni sulla base di quanto letto negli stessi giornali. Un corto circuito dagli effetti devastanti, genere in cui maestro riconosciuto resta Giovanni Brusca, l’uomo che azionò la bomba di Capaci. Brusca ci prova due volte. La prima il 21 gennaio1998, al processo a Firenze per la strage di via dei Georgofili, lanciando accuse pesantissime: «Siamo stati strumentalizzati, pilotati, dall’Arma». Salvo poi ammettere candidamente: «L’ho dedotto dai giornali». La seconda volta il 22 maggio 2009, a Palermo: Brusca, durante il processo contro il generale Mario Mori, ritorna ad accusare i carabinieri di aver trattato con Cosa Nostra, e parla di un papello che proverebbe la trattativa. «Come conosce il contenuto del papello?», gli chiede uno dei difensori di Mori. E Brusca, pacifico come un angioletto: «L’ho letto su Repubblica».

    Le cronache raccontano anche di pentiti pronti a dichiarare la qualsiasi pur di farsi ammettere al programma di protezione, salvo poi rivelarsi per quel che sono. Mendaci. È il caso di Carlo Vavalà, ex pastore di Vibo Valentia, affiliato alla ’ndrangheta, condannato per il sequestro e l’omicidio del dentista Gian Carlo Connocchiella. Dopo l’arresto, nel ’97, Vavalà fa il nome del presunto killer di Connocchiella ed entra nel programma di protezione. Nel 2000 la corte d’Assise di Catanzaro assolve la persona accusata da Vavalà. Evidenziando la «pervicace e recidiva menzogna» del pentito Vavalà, «per di più mentitore confesso». Il programma di protezione viene revocato.

     Poi ci sono i pentiti che accusano altri per sgravarsi dalle proprie responsabilità. Michele Iannello, affiliato alla ’ndrina dei Mancuso di Limbadi (Vv), è arrestato per l’omicidio di Nicholas Green, il bimbo americano ucciso nel ’94 durante una vacanza con la famiglia in Calabria. Iannello entra nel programma di protezione nel ’95, perché fa arrestare numerosi membri della cosca. O almeno così fa credere lui: nel 2001 i giudici di Catanzaro, che raccolgono le sue deposizioni, denunciano alla direzione nazionale antimafia che la collaborazione di Iannello in realtà non è mai stata «originale e determinante» per gli arresti. Anche le altre accuse mosse dal pentito, quelle per l’omicidio Green, si rivelano false: Iannello, prosciolto in primo grado, è condannato all’ergastolo in Appello e in Cassazione proprio perché riconosciuto killer del piccolo Green. Nella sentenza la corte d’Assise d’Appello denuncia «il comportamento processuale connotato dal mendacio e da qualche apparente ammissione, distorta e chiaramente volta a deresponsabilizzare la propria posizione». Il programma di protezione sarà definitivamente revocato a Iannello quando quest’ultimo tenterà, nel 2002, di accusare dell’omicidio suo fratello.

     

    Criminali impenitenti

    Diversi pentiti hanno approfittato della protezione dello Stato per continuare a delinquere. Il maître à penser di questa corrente è certamente Balduccio Di Maggio, il boss che mentre racconta ai pubblici ministeri del bacio tra Totò Riina e Giulio Andreotti, ordina omicidi. Arrestato nel ’97, Di Maggio ottiene i domiciliari nel 2000, fingendosi gravemente malato. E torna ai suoi “affari”. Sarà riarrestato a Pisa, nel 2001, mentre organizza un traffico di droga con l’Albania. Alfio Garrozzo collabora con la giustizia facendo arrestare membri del clan Santapaola di Catania. Intanto costruisce una fortuna grazie alla cessione di stupefacenti: programma revocato nel 2003. Maurizio Avola, “il killer dagli occhi ghiaccio” del clan Santapaola, è uno dei pentiti storici della mafia catanese, nonché uno degli accusatori di Dell’Utri. Protezione revocata nel ’97: il pentito è arrestato perché rapina banche insieme ad altri due collaboratori di giustizia. Nel 2008 Avola ci riprova. Racconta ai giudici di aver riconosciuto, sempre su un giornale, il governatore della Sicilia Raffaele Lombardo come l’uomo che – quindici anni prima – era in contatto con il boss Nitto Santapaola: «All’epoca, però, non sapevo chi fosse Lombardo», spiega. Ma la ciambella non riesce col buco: «Nonostante gli accurati accertamenti svolti nessun riscontro è stato mai trovato alle dichiarazioni del collaboratore Avola» valuta la procura di Catania lo scorso ottobre.

     I pentiti possono essere decisivi nella lotta alle mafie, ma vanno “maneggiati” con cura. Soprattutto quelli con i ricordi a orologeria, l’ultimo grido in fatto di cronaca giudiziaria. Basta ricordare come, il 30 gennaio 2003, durante il processo d’appello a Bruno Contrada, il pentito Antonino Giuffré apre le sue dichiarazioni in aula: «Ho avuto sei mesi per dire quello che sapevo. I sei mesi sono stati pochi e magari non ho avuto il tempo materiale di dire tutto e, se ricordo bene, sul dottor Contrada non ho detto niente. Ragion per cui, non ho detto niente perché non mi sono ricordato. Se il signor procuratore farà delle domande, e io ricorderò, io sono a disposizione».

     
    «Mai sentiti nomi di politici»

    Esemplare il caso di Massimo Ciancimino, anche se tecnicamente non si tratta di un collaboratore di giustizia. Il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo custodirebbe a suo dire le prove della trattativa mafia-Stato, ma se ne ricorda dopo sedici anni, davanti ai pm del capoluogo siciliano. Ai giornali Ciancimino spiega di non aver parlato prima «perché nessuno ha avuto la bontà di interrogarmi». L’ultima autorettifica la fa in studio ad Annozero, il 10 dicembre: «Nel 2006 mi chiesero di non parlare della trattativa» rivela, ma senza specificare chi glielo abbia chiesto. Si attendono nuove versioni da qui al prossimo febbraio, quando Ciancimino jr. deporrà al processo Mori.

    Infine, a proposito di memoria a orologeria, va citato di nuovo Spatuzza, un caso che sembra sintetizzare in sé tante “anomalie”, per usare una parola molto amata dal pentito. Il 9 luglio 2008, davanti ai magistrati di Firenze che lo interrogano sulle stragi del ’93, rivela particolari importanti sugli attentati di Roma e Milano. Ricorda perfino un sopralluogo nella capitale che si trasforma in una sorta di gita mafiosa, tra il Colosseo, l’Eur e le chiese poi scelte come obiettivo. Poi i pm Alessandro Crini e Giuseppe Nicolosi gli chiedono se il suo boss Giuseppe Graviano abbia mai fatto nomi di politici. Lui risponde: «Né nel corso del colloquio a Campo Felice di Roccella (dove la cosca stava organizzando un attentato, ndr), né in altre circostanze Graviano Giuseppe mi ha mai precisato chi o quali fossero i suoi eventuali contatti. A Campo Felice di Roccella ci parlò genericamente di politica». Il 17 luglio 2008 i pm tornano sull’argomento. Spatuzza dichiara: «Escludo che Graviano possa essersi messo in questa impresa, per fare quella che ho definito una guerra allo Stato, sulla base di un discorso generico. Trassi la convinzione che c’era un vero e proprio accordo. Come ho già detto, Graviano non esternò su chi fosse il politico con il quale aveva questo accordo». E lo ribadisce: «Non ebbi particolare indicazioni da Graviano su chi potesse essere l’interlocutore politico, anche perché i Graviano furono arrestati e quindi tutto finì». E, ai pm che glielo richiedono, lo ripete pure una terza volta. Infine, il 16 giugno 2009, Spatuzza è di nuovo interrogato. Durante il colloquio il suo avvocato gli comunica che le procure di Caltanissetta e Palermo hanno espresso pareri favorevoli alla sua ammissione al programma di protezione. A questo punto Spatuzza inizia a parlare: «Circa i nomi delle persone con le quali l’accordo si era chiuso egli (Graviano) fece esplicitamente il nome di Berlusconi». L’iter per garantire a Spatuzza lo status di pentito è stato formalizzato solo dopo queste parole.

    24 Dicembre 2009

    Estratto dalla rivista "Tempi"  -  LINK

     
    • anonimo 13:32 on 22 April 2010 Permalink | Rispondi

      Ciao Enrix,volevo sapere cosa ne pensavi del processo Andreotti. Tu credi alla prescrizione, cioè che abbia commesso il reato fino al 1980?Una delle incolpazioni più gravi è stata quella di aver parlato con Bontate dell'omicidio Mattarella, prima che avesse luogo. Bontate gli disse che Mattarella rompeva i coglioni, e che se lui non faceva qualcosa lo ammazzava. E così avrebbe fatto.Se ti può interessare: lo sapevi che, secondo Falcone e Borsellino, Bontate non c'entrava con l'omicidio Mattarella? Lo dicono nella ordinanza di rinvio a giudizio credo del maxiprocesso (del 1986). Ecco il testo:"Nel 1978, veniva ucciso il segretario provinciale di Palermo della D.C., Michele Reina; nel 1979, venivano assassinati il dirigente della Squadra Mobile di Palermo, Boris Giuliano, e l'on.[sic] Cesare Terranova. Di questi fatti di sangue, nè Bontate nè il gruppo a lui vicino (Inzerillo, Riccobono, Pizzuto) venivano informati. Era chiaro che i Corleonesi avevano ormai saldamente in pugno la situazione.L'anno successivo venivano uccisi il presidente della Regione, Piersanti Mattarella, ed il Cap. CC. Emanuele Basile. Anche a tali omicidi Bontate e i suoi amici erano estranei."(citato in "Rapporto sulla mafia degli anni ' 80", di Saverio Lodato, Francesco La Licata, Lucio Galluzzo, pag. 203.)Moritz

  • Avatar di enrix

    enrix 23:46 on 2 November 2009 Permalink | Rispondi
    Tags: balduccio di maggio, , , , , , , , , ,   

    MAFIA E APPALTI 

    Antimafia fiction: l’inchiesta archiviata

    Quella “inchiesta bomba” archiviata subito dopo via D’Amelio. Così cominciò la battaglia tra i Ros e i pm siciliani

    di Chiara Rizzo

    Un attacco virulento, quello che la procura di Palermo sta sferrando al Ros dei carabinieri che lavorò in Sicilia, ma non nuovo. Il generale Mori e il capitano Ultimo, ad esempio, sono già stati processati a Palermo per la mancata perquisizione del covo di via Bernini, l’ultima dimora di Totò Riina. È finito tutto con l’assoluzione nel 2006. Ora la posta in gioco si è rialzata, perché alla luce delle nuove rivelazioni, il generale Mori e il capitano De Donno sarebbero diventati la causa indiretta della morte di Paolo Borsellino. Ma perché la procura di Palermo insiste così tanto nell’attacco al Ros? Una risposta l’ha indicata lo stesso generale Mori nelle dichiarazioni spontanee rese il 20 ottobre scorso, parlando di un’indagine che il Ros aveva depositato nel 1991: l’inchiesta “Mafia e appalti” seguita da Giuseppe De Donno, collaboratore fidato di Giovanni Falcone, sul controllo mafioso degli appalti pubblici. «Il rapporto di De Donno è una bomba» anche secondo Peter Gomez, che sul Fatto quotidiano del 23 ottobre ha raccontato come l’inchiesta fu in seguito insabbiata, ma omettendo di riportare i nomi di chi bloccò effettivamente l’indagine.
    In aula Mori, invece, non si è autocensurato. E ha spiegato come Mafia e appalti avesse catturato l’attenzione di Giovanni Falcone già nel febbraio del ’91, quando il magistrato era in procinto di lasciare la procura di Palermo per la direzione degli Affari penali del ministero della Giustizia: «Ci sollecitò insistentemente il deposito dell’informativa, spiegandoci che non tutti vedevano di buon occhio l’indagine. Venni da lui informato che il dottor Pietro Giammanco, procuratore della Repubblica di Palermo, con cui i suoi rapporti professionali erano problematici, non dava valore all’informativa». Infatti il 7 luglio ’91 a seguito dell’inchiesta, arrivarono i primi arresti, ma erano solo cinque. Ha ricordato Mori che «l’esito fu deludente: ritenevo che vi fossero altre posizioni, tra le 44 evidenziate nell’informativa, da prendere in esame. La stessa valutazione venne fatta da Falcone, che nei suoi diari definì le richieste della procura di Palermo “scelte riduttive per evitare il coinvolgimento di personaggi politici”». Mori ha ricostruito anche lo sconcerto provato quando ai difensori degli indagati, anziché consegnare gli stralci dell’inchiesta che li riguardavano, fu consegnata copia dell’intera informativa: «In tal modo si svelò il complesso dei dati investigativi posseduti dagli inquirenti, facendo comprendere in quali direzioni l’attività poteva proseguire». E l’inchiesta fu bruciata.

    Accuse e insabbiamenti
    Mafia e appalti ha creato problemi a chiunque vi si sia avvicinato. Paolo Borsellino, subito dopo l’omicidio di Falcone, chiese un incontro riservato a Mori e De Donno, e «non voleva che qualche suo collega potesse sapere dell’incontro», ricorda Mori. Lo stesso Ingroia il 12 novembre 1997 ha raccontato che Borsellino era convinto che partendo dagli appunti contenuti nell’agenda elettronica di Falcone su Mafia e appalti si potevano individuare i moventi della strage di Capaci. Come mai oggi il pm sembra trascurare del tutto le sue stesse parole? Il generale Mori ha cercato di rinfrescargli la memoria, chiedendo che questa sua testimonianza fosse depositata al processo di Palermo. Mori ha raccontato poi che Borsellino ribadì la sua tesi sulla strage di Capaci anche a lui e al capitano De Donno, incontrandoli il 25 giugno 1992, per parlare di Mafia e appalti: «Nel salutarci raccomandò la massima riservatezza sull’incontro, in particolare nei confronti dei colleghi della procura di Palermo».
    Erano ragionevoli i dubbi di Borsellino? L’unica certezza è che il 20 luglio 1992, il giorno successivo al suo assassinio, fu firmata dal procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Giammanco la richiesta di archiviazione dell’inchiesta Mafia e appalti, richiesta presentata dai sostituti procuratori Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato. Il decreto di archiviazione fu sottoscritto dal gip il 14 agosto 1992, e chissà se nella storia siciliana è mai stato depositato un altro atto giudiziario la vigilia di Ferragosto.
    Un piccolo nota bene. Il procuratore Giammanco, era lo stesso che aveva suscitato i sospetti di Falcone, e che nell’estate di quell’anno fu praticamente cacciato dalla procura. Lo Forte e Scarpinato, firmatari della richiesta di archiviazione, sono stati i pm di punta del pool di Caselli (insieme allo stesso Ingroia): furono loro, negli anni d’oro di Palermo, a condurre l’accusa al processo Andreotti. E sarebbero forse passati alla storia se i carabinieri non avessero rotto le uova nel paniere: a processo in corso li privarono del super teste, Balduccio Di Maggio, quello che aveva visto il bacio tra Riina e Andreotti, arrestandolo perché, approfittando dello status di collaboratore di giustizia, aveva ripreso a delinquere. Nel ’97 De Donno arrivò addirittura ad accusare esplicitamente Lo Forte di aver insabbiato l’inchiesta Mafia e appalti. Uno scontro tra visioni divergenti della lotta alla mafia che pare non essere finito.

    02 Novembre 2009

    Estratto dalla rivista "Tempi"  -  LINK

     
    • anonimo 17:16 on 3 November 2009 Permalink | Rispondi

      strano che certi attacchi a Caselli vengano sempre dalla zona Berlusconi (Mondadori).

    • enrix007 19:30 on 3 November 2009 Permalink | Rispondi

      Minchia, che segugio che sei pure tu, caro anonimo.

      Il che, quindi, significa che per  conoscere i reali destini dell’inchiesta "mafia & appalti", dobbiamo fare affidamento solo e sempre su Mondadori o sull’area "Communication" Berlusconiana.

      Altrimenti il silenzio sarebbe assordante.

      Eh, sì. Siam messi male.

    • anonimo 19:18 on 24 November 2009 Permalink | Rispondi

      Cosa pensi di quello che scrive Gioacchino Basile?

      http://www.cuntrastamu.org/cuntrastamu/?p=503

      E’ questo il filone mafia-appalti da seguire?

      Ciao.
      Gabriele

    • enrix007 22:57 on 24 November 2009 Permalink | Rispondi

      Penso che se "Mafia e appalti" è una iceberg sotto la sabbia, Gioacchino Basile possa aver cozzato, nel suo cammino, nella punta.

      Per questo è interessante occuparsi anche della sua storia.

      Infatti, è nei miei programmi

    • anonimo 00:45 on 10 January 2010 Permalink | Rispondi

      Caro Enrix,
      Ho letto questo brano in un libro di Roberto Scarpinato e Saverio Lodato (Il Principe, pag. 188).
      Scarpinato, parlando dell’oscuramento mediatico a proposito dei rapporti mafia-politica, cita questo illustre esempio:
      Dopo l’inizio del processo per mafia a carico del senatore Andreotti, la Rai fu autorizzata a riprendere tutte le udienze. Era stata quindi inserita nel palinsesto Rai la programmazione di trasmissioni quotidiane e anche settimanali tratte dalle Udienze. Dopo le prime due trasmissioni, che avevano registrato un’audience molto elevata, la programmazione fu cancellata. La Rai si accollò l’onere delle spese già anticipate e liquidate. Non si ritenne neppure di selezionare una sintesi delle udienze di tutto il processo per una puntata della nota trasmissione Un giorno in pretura. Così, gli italiani hanno potuto vedere varie puntate dedicate ai processi per rapina, per omicidio, e per altri fatti di cronaca nera, ma è stato loro precluso di assistere al dibattimento di quello che la stampa internazionale ha definito come « il processo del secolo» .”

       
      Dunque il potere ha censurato questa cosa per tenere all’oscuro gli italiani. Solo che la cosa mi è sembrata strana perché, in un libro di Jannuzzi , mi sembrava di aver letto che erano stati i PM Lo Forte e Scarpinato a chiedere al giudice di negare il permesso alla televisione di riprendere il processo. Così sono andato a vedere il verbale di una udienza del processo, e ho scoperto che la difesa di Andreotti voleva addirittura la ripresa in diretta, mentre i PM, se ho capito bene, esprimevano parere contrario. Ecco un brano del verbale:
       PRESIDENTE
      http://www.clarence.com/contents/societa/memoria/andreotti/tribunale/an1_0515.html

      Va bene. Per quanto riguarda le televisioni il Tribunale sull’accordo delle parti…

      DIFESA

      :No, Presidente, la difesa ribadisce la posizione assunta a proposito…

      PRESIDENTE

      :No, era sulla conferma dell’ordinanza, se avete nulla da osservare sulla ordinanza emessa.

      DIFESA

      Presidente, noi avevamo una posizione, e in coerenza con la posizione assunta precedentemente chiediamo che abbia luogo e sia autorizzata sia la trascrizione radiofonica integrale in diretta che le riprese televisive in diretta

      .PRESIDENTE

      Va bene, cioè la stessa posizione dell’altra volta.

      DIFESA

      :La stessa posizione.

      PRESIDENTE

      Va bene. La parte civile?

      PARTE CIVILE

      Nulla di…

      PRESIDENTE

      I Pubblici Ministeri?

      P.M.

      Per quanto riguarda questo tema noi ci richiamiamo integralmente alle osservazioni già formulate nella precedente fase del dibattimento, quindi sinteticamente parere contrario alle condizioni già prospettate.

      PRESIDENTE

      Va bene e allora il Tribunale conferma l’ordinanza già emessa in data 26 settembre 1995 con la quale autorizzava la trasmissione radiofonica anche integrale e diretta dell’udienza da parte delle emittenti richiedenti nonchè la ripresa televisiva del dibattimento da parte della Rai con le modalità e gli obblighi già specificati, esclusa la trasmissione in diretta e autorizza la presenza dei fotoreporter nella parte a sinistra… i fotoreporter… non voglio vedere televisioni mobili. Le televisioni mobili vanno fuori. I carabinieri devono invitare le televisioni mobili ad andare fuori. Soltanto le due postazioni fisse della Rai. I fotooperatori si mettano tutti da questo lato. E allora procediamo per le questioni preliminari.

      Fonte:

      Chissà che, caro Enrix, approfondendo la questione, non si scopra che Scarpinato abbia detto un bel cazzillo pure lui.
      Ciao
      Moritz
      : :

    • enrix007 04:52 on 10 January 2010 Permalink | Rispondi

      Ottimo lavoro, Moritz, così si fa.

      Come vede, sembra incredibile, ma dovunque si provi a grattare, viene via la crosta e salta fuori il Truman Show.

      In questo caso è Scarpinato che si scandalizza per la censura alla diretta televisiva, e poi gratti e viene fuori che l’ha pretesa lui.

      O così almeno pare dalle carte che hai riportato.

      La stessa cosa è quando Gomez, in un articolo che ho citato in questo blog, stigmatizza l’onta dell’archiviazione dell’inchiesta "mafia e appalti" (la chiama insabbiatura), senza però dire che questa archiviazione porta la firma di uno dei magistrati convenuti festosi al convegno di inaugurazione del suo Fatto Quotidiano, e cioè proprio Scarpinato.

      Comunque grazie della segnalazione.

    • anonimo 17:14 on 3 February 2010 Permalink | Rispondi

      Ciao Enrix. Avevo letto bene il libro di Jannuzzi. Sempre sulla questione delle riprese televisive al processo lui scriveva:

      « […] mentre l‘avvocato di Andreotti per sollecitare la diretta televisiva ha parlato a braccio per cinque minuti, per oltre quaranta minuti il pm ha dato lettura di una soporifera disquisizione sui rapporti tra giustizia e spettacolo, con una conclusione strabiliante: onde evitare che le immagini del processo provocassero nel Paese pericolose « tensioni sociali» , ha chiesto alla corte di bloccare le trasmissioni televisive fino a quando non fossero stati ascoltati tutti i testi e non fossero state verificate le prove, cioè sino alla fine del processo. Battuto clamorosamente dalla decisione della corte, ha dichiarato: « La televisione ci sarà ma io non sarò un gladiatore del circo mediatico. Il processo deve essere un laboratorio di assoluta razionalità. Siamo come dei chirurghi in sala operatoria. E non si può correre il rischio che a qualcuno tremi la mano» .»
      Il pm di cui si parla è Scarpinato. Secondo Jannuzzi i pm non volevano la diretta perché Andreotti aveva facoltà così di chiedere le dichiarazioni spontanee, cioè di poter parlare a ruota libera senza essere interrotto.

      Moritz

c
compose new post
j
next post/next comment
k
previous post/previous comment
r
reply
e
edit
o
show/hide comments
t
go to top
l
go to login
h
show/hide help
esc
cancel