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    enrix 13:26 on 7 July 2012 Permalink | Rispondi  

    I racconti di Gaspare Mutolo (3) : «Mori aveva contatti per la trattativa con i boss» 

    I racconti di Gaspare Mutolo  (3) : «Mori aveva contatti con i boss per la trattativa»

     

     

    Abbiamo visto, negli episodi precedenti, di come le affermazioni di Mutolo in relazione alla presunta conoscenza da parte di Borsellino della cosiddetta “trattativa” tra stato e mafia, siano l’esclusivo frutto di opinioni e “deduzioni” del teste.

    Opinioni “personalissime”, diciamo così, essendo il frutto di una logica, tra l’altro, piuttosto traballante.

    Si potrebbe ancora citare, a supporto di ciò, questo passaggio:

    quello che posso dire con certezza è che il dottor Borsellino sapeva che c’erano questi… che stavano avvenendo questi contatti PERCHÉ c’erano altri commenti pure, sa, dice, ma a quella persona l’abbiamo vista che e` scesa a Palermo, quella persona l’abbiamo visto.., insomma parlavano in riferimento che c’era qualche persona non della Dia ma di altre diciamo istituzioni, che magari scendeva a Palermo e non lo so per che cosa, non e` che io posso dire per che cosa

    Sintetizzando, in lingua italiana:  siccome sentiva dire dai suoi accompagnatori della DIA che c’era qualche persona delle istituzioni che era stata vista scendere a Palermo non si sa bene a far che cosa, Mutolo conclude che, sulla base di questa circostanza, egli si sente di poter dire con certezza che Paolo Borsellino sapeva che stavano avvenendo dei contatti fra le istituzioni e la mafia.

    Una logica delirante che neppure i tentativi del PM e del Presidente, che pur ci hanno provato, volti ad ottenere chiarimenti, sono riusciti a dipanare.

    Ma questo non ha importanza, perché i giornali hanno provveduto a cesoiare il delirio, comunicando solo il messaggio iniziale: “Il giudice Paolo Borsellino sapeva della trattativa tra Stato e mafia”, e questo rimane, così, in mano ai cittadini, come fosse un dato oggettivo, essendo invece tutt’altro.

    Non che Mutolo non abbia voluto approfondire questa vicenda delle “persone delle istituzioni che erano state viste scendere in Palermo”. Pur non avendo chiarito come questa potesse avere attinenza con ciò che sapeva o pensava Borsellino, questa storia di misteriose visite istituzionali in Palermo, a chiarirla, il teste ci ha pur provato.

    Ed il risultato è stata una nuova raffica di titoli nelle agenzie e sui giornali. Ecco alcuni esempi:

    Mafia: pentito Mutolo, Mori aveva contatti per trattativa con boss” Palermo, 1 giu. – (Adnkronos)

    Il generale Mario Mori, sotto processo a Palermo per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra, nel 1992, dopo la strage di Capaci, “veniva a Palermo per parlare con delle persone importanti, non per forza latitanti, con cui aveva intavolato una trattativa. Aveva contatti con Cosa nostra per trattare”, (Eco di Sicilia)

    Mafia: Mori; Mutolo, Generale in contatto con Cosa Nostra”  (Antimafia2000, ripresa da ANSA)

    Cerchiamo dunque di capire per benino in base a che cosa Mutolo ha potuto effettuare una simile “testimonianza”, affermando che il generale Mori se la faceva con i boss (e soprattutto, se egli lo abbia effettivamente affermato). E cerchiamo di farlo, assemblando e sintetizzando le sue dichiarazioni sull’argomento.

    In quel periodo (estate 92)  Mutolo “era in mezzo” ad alcuni personaggi della DIA.  “mi vedevo diciamo con De Gennaro, mi vedevo con il procuratore Grasso, mi vedevo con i giudici Natoli, Lo Forte ed altri Giudici”.  E ancora: “io in quel periodo mi muovevo con alcuni personaggi: un certo Barone Fiumara Giordano, le persone diciamo importanti che si muovevano con me erano Gratteri, De Petrillo, Di Gennaro,”

     Dunque Mutolo vedeva queste persone e si accompagnava con queste persone. In quello stesso periodo, sentì fare un certo discorso. Egli però non può dire di aver udito proprio questo da qualcuna di queste persone:  “pero` non posso dire cioe` io non me la sento per coscienza di dire hanno parlato di questo”. Tuttavia, siccome in quel periodo vedeva quelle persone e si muoveva con quelle persone,  e siccome in quel periodo sentì fare un certo discorso, Mutolo deduce che “logicamente” quel discorso deve averlo sentito da quelle persone.

     

    AVV. MILIO :- E questo glielo dissero i funzionari della Dia.

    MUTOLO GASPARE :- Ma io vivevo nella Dia, io non e` che vivevo in un altro posto.

    AVV. MILIO :- Quindi e` si`.

    MUTOLO GASPARE :- E` logico e` si`.

    Siamo dunque al “probabilmente  sentito dire” da parte di persone indefinite.

    Una vera perla del diritto, un caso unico.

    E vediamo che cosa dunque, egli deduce di aver sentito, forse, da quella non meglio precisata cerchia di persone.

    Quando lui si muoveva con qualcuna di queste persone, vedevano “qualche macchina sospetta”. Mutolo  capisce che non si trattava però di macchine di mafiosi, perché se fossero stati mafiosi “avrebbero arrivati subito dei rinforzi”. Invece i rinforzi non arrivavano, e “tirando bene le orecchie”, Mutolo sentiva “che avevano paura di queste persone che appartenevano ai servizi segreti”.  Dunque i suoi accompagnatori non ben definiti, temevano che su queste macchine sospette ci fosse personale dei servizi segreti.  “Dopo”, in altre occasioni, Mutolo sentì dire sempre da queste persone non ben definite che però lo accompagnavano, che il generale Mori scendeva spesso a Palermo. E siccome Mori, secondo Mutolo, era “collocato sia al Ros che ai servizi”, lo stesso Mutolo a quel punto, collegando con la faccenda delle macchine sospette, ha capito che Mori scendeva a Palermo per trattare con i boss.

    Qualcuno penserà che io stia scherzando, nel riassumere questo delirio. No che non scherzo: basta rileggersi il testo della deposizione qui sotto. Questo è quanto ha affermato Mutolo, ed è ciò che ha consentito a giornali ed accusatori, di sputtanare di fronte al mondo, dipingendolo come un frequentatore di mafiosi, il generale dell’arma dei carabinieri che catturò Salvatore Riina.

    Anche il Pubblico Ministero, avendo forse percepito, diciamo così, una certa carenza di logica, decide di incalzare il teste perché chiarisca seccamente, saltando i suoi percorsi logici:

    PUBBLICO MINISTERO :- Ma in quel periodo lei sente qualcuno (sic – ndr) che dice il colonnello Mori scende a Palermo per incontrare persone per trattare?

    E Mutolo gli da soddisfazione:

    MUTOLO GASPARE :- Si`, si` in quel preciso periodo che io sono diciamo alla Dia, io sento parlare del colonnello Mori che scendeva a Palermo per parlare con… per parlare con alcune persone perchè c’erano queste trattative che il Giudice Borsellino non era d’accordo.

    Ora, si noti bene che il teste, nonostante la chiara volontà di accontentare il magistrato, non conferma neppure qui di aver mai sentito qualcuno parlare del col. Mori che scendeva a a Palermo “per incontrare persone per trattare”, come il PM gli ha chiesto di confermare. Egli dice invece che Mori sarebbe sceso a Palermo “per parlare con alcune persone perchè c’erano queste trattative” . Il che è molto diverso, a pensarci bene. Si presuppone cioè che ci fossero trattative in corso, e che Mori scendesse a Palermo per parlare con qualcuno in argomento di tali trattative. Cosa del tutto diversa dal trattare in prima persona.

    E ad ogni modo, rimane comunque il fatto che quando a Mutolo vengono chiesti ulteriori chiarimenti, egli sprofonda nuovamente nel delirio:

    PRESIDENTE :- Ce lo vuole dire chi erano queste persone che parlavano da… da cui lei ha capito… i discorsi dai quali ha capito che…

    MUTOLO GASPARE :- Signor Presidente io non posso essere preciso perchè io capisco che sono cose molto delicate e quindi io… pero` io non posso… (…) . pero` io non me la sento di essere diciamo preciso e fare il nome per dire c’era il tizio c’era il caio. Io posso dire in piena coscienza: il dottore Borsellino gridava sono matti sono matti, non era d’accordo a questo… a queste trattative e mi ricordo perfettamente che si parlo` di Calo` che voleva tipo un lasciapassare nelle carceri per potere parlare… pero` erano sempre cose che a me non mi interessavano di prima persona. E il riferimento che si faceva al colonnello Mori cioe` non e` che si faceva in una maniera diciamo cattiva, si faceva in una maniera purtroppo che lui stava facendo il suo lavoro, non… io dopo non so se faceva bene, se faceva male, pero` io in quel momento non e` che capivo che qualcuno parlava male, perchè il colonnello Mori diceva questo, stava facendo una cosa…

    E quindi il PM, accortosi che il teste era di nuovo partito per la tangente, si vede costretto a richiamarlo nuovamente:

    PUBBLICO MINISTERO :- A noi non interessa se parlava bene o parlava male, noi le abbiamo soltanto chiesto se lei da questa cerchia di persone, non sa indicare da chi ma ha indicato una cerchia di persone, ha sentito che una volta o piu` volte che il colonnello Mori scendeva a Palermo come ha dichiarato lei per trattare. Poi lei ha aggiunto e che il dottor Borsellino era contrario a queste trattative, questo e` vero l’ha sentito dire da questa cerchia di persone?

    MUTOLO GASPARE :-Si` come non e` vero, e l’ho ribadito …

     

    Ecco, così si porta un teste a confermare un fatto, suggerendoglielo. Le famose domande inammissibili.

    Il problema è che qui Mutolo conferma di aver già ribadito un concetto, che invece non aveva per nulla ribadito. Basta rileggersi il verbale per intero. Lui in realtà aveva soltanto affermato di aver sentito dire, di Mori, “, che magari scendeva a Palermo e non lo so per che cosa, non e` che io posso dire per che cosa”.  Ovvero: “io sentivo che c’era il dottor Mori che aveva diciamo dei contatti con alcuni personaggi, per come ce l’aveva anche la Dia, perchè io mi ricordo che in quel periodo si andavano a cercare delle persone della Dia, perchè io appartenevo alla Dia, quindi io ero in contatto con industriali, con avvocati, e il livello quale era quello di fare diciamo prendere a Riina a Provenzano e a tutti i latitanti, era una cosa normale. Quindi io che appartenevo alla Dia sapevo come mi dovevo vuotare io, andavo a cercare qualcuno che doveva collaborare, cioe` io penso che anche il dottor Mori oppure i carabinieri dei Ros avessero questo compito.”

    In sintesi lui sentiva, (non si sa esattamente da chi), che Mori aveva contatti con alcuni personaggi, (non si sa esattamente chi), così come lo stesso tipo di contatti li aveva la DIA, e quindi pensava che questi contatti rientrassero nel compito degli inquirenti, che era quello di indagare per catturare i latitanti.

    Invece, all’ennesimo incalzo, Mutolo, alla fine, nega di aver mai sentito dire espressamente che Mori fosse fra gli interlocutori della trattativa, ed afferma di non sapere chi potessero essere questi interlocutori.

    PUBBLICO MINISTERO :- L’ultima specificazione sul punto. Il fatto che il dottor Borsellino fosse contrario a questa trattativa e` un suo giudizio o una sua… oppure l’ha sentito dire, l’ha sentito dire dalla cerchia di persone? Ci dica come e`… Oggi ha anche aggiunto, rispetto a quello che aveva gia` detto a Caltanissetta, “il colonnello Mori si diceva scendeva a Palermo per trattare e il dottor Borsellino era contrario a questa trattativa”. Questa seconda parte il dottor Borsellino era contrario a questa trattativa e` un suo giudizio una sua ipotesi, una sua deduzione o qualcosa che ha sentito dire dal dottor Borsellino a da altri?

    MUTOLO GASPARE :- No il mio riferimento non e` che il dottor Borsellino quando parla si fa riferimento al colonnello Mori, cioe` questo non… e` una cosa che non c’entra niente. Il dottore Borsellino non so da quale fonte e da quelle pregiudizi o da quale cosa, sapeva che c’era questa trattativa, che ci poteva essere questa trattativa, che c’erano persone interessate e era disgustato. Cioe` quando io origliavo e sentivo ma sono matti questi, ma che vogliono… il riferimento era non solo ai mafiosi ma pure secondo a me a quelle persone che stavano intavolando, pero` non e` che specificamente si parlava del colonnello Mori o di un’altra persona, si parlava che i mafiosi avevano trovato degli interlocutori, CHE ORA IO NON SO CHI POTEVANO ESSERE. VA BENE?

     

    Ehm… benone!

    Mori rientra quindi, in definitiva, nella testimonianza di Mutolo, solo e soltanto perchè egli avrebbe sentito dire da qualcuno che egli andava e veniva da Palermo:

    “… l’ho capito pure perchè parlavano e a volte parlavano e dicevano eh l’abbiamo visto che e` sceso, che e` salito…”

    Ora, per quanta fiducia si possa conferire alle capacità deduttive di Mutolo, come già per la puntata precedente, anche in questo caso noi avremmo un’opinione ed una spiegazione diverse, sulle ragioni per cui Mori scendeva spesso a Palermo nell’estate 92:  una di queste, ad esempio, vorrebbe che egli a Palermo, anziché per farsela con i boss,  ci venisse per guadagnarsi lo stipendio facendo il suo lavoro, visto che era il Vicecomandante del ROS ed il responsabile dell’attività operativa di tutto il reparto, distaccamento di Palermo compreso. E quando si parla del ROS di Palermo nell’estate 92, si parla di un reparto dei carabinieri impegnato nelle indagini, niente niente,  sull’attentato sanguinario di Capaci (maggio) dove morirono Giovanni Falcone, sua moglie e la sua scorta, nonchè sull’omicidio di Giuliano Guazzelli (aprile), un valente sottufficiale dei Carabinieri che si stava occupando dell’inchiesta “mafia e appalti”.  Solo per fare qualche esempio.  Inoltre già ai primi di settembre il reparto speciale era impegnato nella sorveglianza dei Ganci, la famiglia di “tenutari” di Riina che porterà, grazie ad un pedinamento,  i carabinieri per la prima volta in Via Bernini, il quartiere dove si nascondeva il boss.

    Insomma, a Palermo c’era un reparto operativo dei carabinieri sotto il comando di Mori impegnatissimo in inchieste molto importanti, su vari fronti, e quindi non credo ci sia bisogno dei quadretti e delle deduzioni di Sherlock Mutolo per comprendere le ragioni per cui Mori si recasse in quella città.

    A meno che siamo tutti convinti che il ROS con tutti quegli uomini addestrati nella caccia ai criminali,  a Palermo ci stesse invece davvero per trattare,  piegandosi alle esigenze della mafia.

    No, ahimè: purtroppo, li arrestava anche, i mafiosi, la squadra di Mori e De Caprio, e non sto parlando solo di Riina, ma di molti altri, come ad esempio del pericoloso latitante Francesco Ciccio Madonna, finito nella rete di “Ultimo” insieme ai figli Aldo e Giuseppe.

    Forse “consegnati” ai carabinieri, anche loro, da Bernardo Provenzano o da Vito Ciancimino?

    (3 – continua)

     

     

    APPENDICE

    La parte della testimonanza di Mutolo su “Mori che scendeva a Palermo”.

     

    PUBBLICO MINISTERO :- [Paolo Borsellino] Era disgustato nei confronti di chi?

    MUTOLO GASPARE :- Di personaggi diciamo che lui sapeva magari che… dello stato che c’era qualcuno che si stava interessando, perchè c’erano altre cose che io diciamo collocavo a queste cose esatto? Perchè io ero allora… allora io ero in mezzo a tutti questi persone, diciamo io mi vedevo diciamo con De Gennaro, mi vedevo con il procuratore Grasso, mi vedevo con i giudici Natoli Lo Forte ed altri Giudici, cioe` erano argomentazioni che facevano fra di loro… Pero` io quello che posso dire con certezza è che il dottor Borsellino sapeva che c’erano questi… che stavano avvenendo questi contatti perché c’erano altri commenti pure, sa dice ma a quella persona l’abbiamo vista che e` scesa a Palermo, quella persona l’abbiamo visto.., insomma parlavano in riferimento che c’era qualche persona non della Dia ma di altre diciamo istituzioni, che magari scendeva a Palermo e non lo so per che cosa, non e` che io posso dire per che cosa. Pero` la Dia quando io mi muovevo guardavano sempre in una maniera guardinga se c’era qualche macchina ferma, qualche volta io facendo finta che non capivo niente sentivo e la` c’e` la macchina guarda, si` e` la`, logicamente se quelle macchine che loro pensavano che potevano essere macchine di mafiosi, potevano arrivare subito 20 macchine, ma erano macchine di altre diciamo istituzioni, di altri corpi di polizia insomma, allora si parlava dei servizi segreti. Cioe` anche quelle persone che stavano vicino a me, che continuamente mi spostavo no e dopo quando è aperto piazza Priscilla io me ne sono andato ad abitare dentro piazza Priscilla, è perchè avevano pure paura che io potesse saltare pure in aria.

    (…)

    PUBBLICO MINISTERO :- Senta in questi discorsi relativi alla dissociazione che lei percepi` fatti dal dottor Borsellino e con interlocutori della Dia, si fece un qualche riferimento ed eventualmente ci dica quale, al colonnello Mori del Ros?

    MUTOLO GASPARE :- Non ho capito la domanda.

    PUBBLICO MINISTERO :- Gliela ripeto. Le chiedo se in questi discorsi che lei in parte ha percepito tra Borsellino… il dottor Borsellino ed altri funzionari della Dia, in parte discorsi che lei ha avuto con il dottor Borsellino o con i funzionari della Dia che la proteggevano, si e` fatto mai riferimento, ed eventualmente ci dica in che termini, alla persona dell’allora colonnello Mori del Ros dei carabinieri e a che proposito eventualmente?

    MUTOLO GASPARE :- Guardi io posso dire questo, cioe` io conosco al dottor Mori non… il riferimento io sentivo che c’era il dottor Mori che aveva diciamo dei contatti con alcuni personaggi, per come ce l’aveva anche la Dia, perchè io mi ricordo che in quel periodo si andavano a cercare delle persone della Dia, perchè io appartenevo alla Dia, quindi io ero in contatto con industriali, con avvocati, e il livello quale era quello di fare diciamo prendere a Riina a Provenzano e a tutti i latitanti, era una cosa normale. Quindi io che appartenevo alla Dia sapevo come mi dovevo vuotare io, andavo a cercare qualcuno che doveva collaborare, cioe` io penso che anche il dottor Mori oppure i carabinieri dei Ros avessero questo compito. Io ho conosciuto al dottor al colonnello Mori…

    PUBBLICO MINISTERO :- Aspetti prima della conoscenza le ricordo quello che lei ha dichiarato a Caltanissetta il 23 marzo del 2010, che e` qualcosa di molto piu` diciamo analitico. Pagina tre “tornando al discorso della dissociazione, quindi stiamo parlando della

    dissociazione non stiamo parlando di… ricordo che Borsellino disse, intervenendo nella discussione in occasione della pausa durante la quale stavano trattando l’argomento in questione, che chi voleva la dissociazione era pazzo, aggiungo che Borsellino non era assolutamente d’accordo anche perchè avevano gia` ucciso Giovanni Falcone. Dai discorsi fatti capi` che gli interlocutori tacevano riferimento alla circostanza che l’allora colonnello, poi divenuto il generali Mori, che non venne espressamente indicato ma che era facilmente individuabile dai riferimenti fatti dai funzionari della Dia, di cui non ricordo pero` i nomi, scendeva spesso a Palermo e aveva contatti all’interno di cosa nostra per trattare. L’argomento ricordo che venne discusso a margine da uno dei tre interrogatori in cui era presente il dottor Mori. Lei mi chiede meglio”… il dottor Borsellino mi scusi. “Lei mi chiede di esplicitare meglio questo discorso sul generale Mori. A questo proposito ricordo che i ragazzi della Dia che mi trasportavano, erano con mia sorpresa piu` preoccupati di essere seguiti dalle persone dei servizi che da appartenenti alla criminalita` organizzata, lei mi chiede dove collochi io il generale Mori se al Ros o ai servizi ed io rispondo sia al Ros che ai servizi“, ma questa e` la parte successiva. Io le voglio chiedere veramente un contributo di chiarezza se e` possibile definitivo davanti al Tribunale di Palermo, se e` vero che lei capi` che gli interlocutori, quando parlavano della dissociazione facevano riferimento alla circostanza che l’allora Colonnello Mori, che non venne espressamente indicato ma che era facilmente individuabile dai riferimenti fatti e le chiediamo eventualmente quali, scendeva spesso a Palermo e aveva contatti all’interno di cosa nostra per trattare. Cioe` lei ha dichiarato io ho capito che si trattava che questo soggetto che scendeva spesso a Palermo e aveva contatti con esponenti di cosa nostra per trattare fosse il colonnello Mori. Intanto questo e` vero e da che cosa l’ha capito?

    MUTOLO GASPARE :- L’ho capito perchè dai discorsi che si facevano e della preoccupazione che avevano questi ragazzi della Dia quando ci spostavamo o quando io dovevo uscire da un covo all’altro per andare a qualche interrogatorio, quando vedevano qualche macchina ripeto se quelle macchine che loro pensavano che erano fermi in qualche posto per osservare, per vedere, erano macchine di mafiosi, avrebbero arrivati subito dei rinforzi, ma il riferimento era diciamo che parlavano, perchè io essendo in macchina con tre persone, con quattro persone non e` che io parlavo di queste cose, perchè facevo finta che non mi interessava niente, logicamente io ero preoccupato pure, quindi diciamo tiravo bene le orecchie e sentivo, pero` sentivo questi commenti che avevano paura di queste persone che appartenevano ai servizi segreti. Il riferimento dopo a Mori, al colonnello Mori, cioe` che lo vedevano spesso che scendeva a Palermo e… l’ho capito pure perchè parlavano e a volte parlavano e dicevano eh l’abbiamo visto che e` sceso, che e` salito perchè per come i servizi segreti diciamo avevano le loro informazioni, avevano i loro informatori, anche la Dia aveva anche le loro informazioni insomma. Quindi era una cosa che uno faceva e l’altro controllava insomma.

    PUBBLICO MINISTERO :- Si` pero` signor Mutolo lei ha detto che il riferimento era al fatto che per quello che lei ha sentito dire il colonnello Mori scendeva spesso a Palermo e aveva contatti all’interno di cosa nostra per trattare. Ora e` vero che queste cose lei le ha sentite dire in quel periodo…

    PRESIDENTE :- A chi deve dire…

    PUBBLICO MINISTERO :- E da chi.

    PRESIDENTE :- Con precisione pero`. Per favore.

    MUTOLO GASPARE :- Signor Presidente io non posso essere preciso perchè sarei stato gia` preciso io prima, io soltanto queste cose le recepivo perchè li capivo perchè, perchè in quel periodo sono soltanto io cioe` il collaboratore importante, quindi parlano e hanno paura che io posso fare anche la fine di tutti gli altri. Pero` il riferimento era cosi` pacifico che io non e` che potevo sapere con esattezza le trattative se c’erano a che punto erano, con chi parlavano, io rubavo pero` capivo che il colonnello Mori scendeva a Palermo per parlare con alcune persone, ma non erano per forza latitanti, potevano essere persone diciamo importanti che avevano intavolato diciamo questa trattativa, questa cosa che viene fuori pero` dopo.

    PUBBLICO MINISTERO :- Ma in quel periodo lei sente qualcuno che dice il colonnello Mori scende a Palermo per incontrare persone per trattare?

    MUTOLO GASPARE :- Si`, si` in quel preciso periodo che io sono diciamo alla Dia, io sento parlare del colonnello Mori che scendeva a Palermo per parlare con… per parlare con alcune persone perchè c’erano queste trattative che il Giudice Borsellino non era d’accordo.

    PRESIDENTE :- Ce lo vuole dire chi erano queste persone che parlavano da… da cui lei ha capito… i discorsi dai quali ha capito che…

    MUTOLO GASPARE :- Signor Presidente io non posso essere preciso perchè io capisco che sono cose molto delicate e quindi io… pero` io non posso… cioe` io posso dire questo, io in quel periodo mi muovevo con alcuni personaggi un certo Barone Fiumara Giordano, le persone diciamo importanti che si muovevano con me erano Gratteri De Petrillo, Di Gennaro, pero` non posso dire cioe` io non me la sento per coscienza di dire hanno parlato di questo. Sicuramente io sentivo parlare cosi` di tutti, perchè non e` che si guardavano di me, perché io ormai ero votato diciamo, loro che sapevano che con me potevano parlare, non si sapeva che dopo andavamo a finire nei processi cosi` delicati quindi non… pero` io non me la sento di essere diciamo preciso e fare il nome per dire c’era il tizio c’era il caio. Io posso dire in piena coscienza il dottore Borsellino gridava sono matti sono matti, non era d’accordo a questo… a queste trattative e mi ricordo perfettamente che si parlo` di Calo` che voleva tipo un lasciapassare nelle carceri per potere parlare… pero` erano sempre cose che a me non mi interessavano di prima persona. E il riferimento che si faceva al colonnello Mori cioe` non e` che si faceva in una maniera diciamo cattiva, si faceva in una maniera purtroppo che lui stava facendo il suo lavoro, non… io dopo non so se faceva bene, se faceva male, pero` io in quel momento non e` che capivo che qualcuno parlava male, perchè il colonnello Mori diceva questo, stava facendo una cosa…

    PUBBLICO MINISTERO :- A noi non interessa se parlava bene o parlava male, noi le abbiamo soltanto chiesto se lei da questa cerchia di persone, non sa indicare da chi ma ha indicato una cerchia di persone, ha sentito che una volta o piu` volte che il colonnello Mori scendeva a Palermo come ha dichiarato lei per trattare. Poi lei ha aggiunto e che il dottor Borsellino era contrario a queste trattative, questo e` vero l’ha sentito dire da questa cerchia di persone?

    MUTOLO GASPARE :-Si` come non e` vero e l’ho ribadito come…

    PRESIDENTE :- E quindi possiamo dire che nell’ambito di queste persone che lei… lei non vuole dire chi… non e` in grado di precisare chi lo dicesse, ma stiamo parlando di una ristretta cerchia di persone che lo dicevano.

    MUTOLO GASPARE :- Si` signore perchè in quel periodo sono solo io collaboratore…

    PRESIDENTE :- Quindi lei era sempre accompagnato da queste persone, queste persone…

    MUTOLO GASPARE :- (incomprensibile)

    PRESIDENTE :- Che l’accompagnavano facevano questi discorsi.

    MUTOLO GASPARE :- Si`.

    PRESIDENTE :- Va bene.

    PUBBLICO MINISTERO :- L’ultima specificazione sul punto. Il fatto che il dottor Borsellino fosse contrario a questa trattativa e` un suo giudizio o una sua… oppure l’ha sentito dire, l’ha sentito dire dalla cerchia di persone? Ci dica come e`… Oggi ha anche aggiunto, rispetto a quello che aveva gia` detto a Caltanissetta, “il colonnello Mori si diceva scendeva a Palermo per trattare e il dottor Borsellino era contrario a questa trattativa”. Questa seconda parte il dottor Borsellino era contrario a questa trattativa e` un suo giudizio una sua ipotesi, una sua deduzione o qualcosa che ha sentito dire dal dottor Borsellino a da altri?

    MUTOLO GASPARE :- No il mio riferimento non e` che il dottor Borsellino quando parla si fa riferimento al colonnello Mori, cioe` questo non… e` una cosa che non c’entra niente. Il dottore Borsellino non so da quale fonte e da quelle pregiudizi o da quale cosa, sapeva che c’era questa trattativa, che ci poteva essere questa trattativa, che c’erano persone interessate e era disgustato. Cioe` quando io origliavo e sentivo ma sono matti questi, ma che vogliono… il riferimento era non solo ai mafiosi ma pure secondo a me a quelle persone che stavano intavolando, pero` non e` che specificamente si parlava del colonnello Mori o di un’altra persona, si parlava che i mafiosi avevano trovato degli interlocutori, che ora io non so chi potevano essere va bene?

    (…)

     

     

    DOMANDE DELLA DIFESA AVVOCATO MILIO

    (…)

    AVV. MILIO :- Dunque rispondendo alle domande del Pubblico Ministero o meglio alle contestazioni del Pubblico Ministero ha detto ha collegato sostanzialmente il discorso sulla dissociazione al generale Mori, io le chiedo venne espressamente fatto il nome del Generale Mori in quelle occasioni?

    MUTOLO GASPARE :- No io non e` che ho detto questo, io questo…

    AVV. MILIO :- No mi scusi signor Mutolo lei deve rispondere, e` stato fatto il nome del generale Mori in quelle occasioni o no?

    MUTOLO GASPARE :-No il nome del generale Mori non e` stato mai fatto io l’ho detto anche pocanzi, io ho capito che era…

    AVV. MILIO :- Lei rispondendo sempre al Pubblico Ministero ha detto che il riferimento al generale Mori era facilmente individuabile, io le chiedo da quali elementi?

    MUTOLO GASPARE :- Dall’elemento che a volte se ne parlava, si parlava del Ros, si parlava di qualche macchina sospetta che vedevano quando io mi muovevo, quando parlavano si` e` sceso e` salito il riferimento… per fare io… per arrivare a questo riferimento vuol dire che qualche volta magari ho sentito questo nominativo del generale, pero` ripeto non e` che se ne parlava in una maniera brutta che stava facendo… o puo` darsi che l’intenzione del colonnello Mori erano altri per effettivamente prendere i latitanti per… Cioe` io ora non voglio dire… non e` che se ne parlava oppure io ho capito perchè se ne parlava male, capivo che era il generale… perchè la Dia non era, quindi…

    AVV. MILIO :- Grazie. Lei ha anche riferito a contestazione del Pubblico Ministero che sostanzialmente era notorio anche tra i funzionari della Dia che il generale Mori scendeva spesso a Palermo per trattare con cosa nostra, io le chiedo quindi sostanzialmente questa circostanza era nota anche ai funzionari della Dia.

    MUTOLO GASPARE :- Io penso di si`, per parlarne, per qualche volta parlarne io credo di si`, che scendeva a Palermo, poi dopo se quelli… qualche volta era per parlare con qualcuno, pero` non e` che tutte le volte che scendeva a Palermo, cioe` era un personaggio che era molto conosciuto, molto segnalato e quando scendeva a Palermo e quando c’era riferimento a qualche cosa il riferimento era al colonnello Mori.

    AVV. MILIO :- E questo glielo dissero i funzionari della Dia.

    MUTOLO GASPARE :- Ma io vivevo nella Dia, io non e` che vivevo in un altro posto.

    AVV. MILIO :- Quindi e` si`.

    MUTOLO GASPARE :- E` logico e` si`.

    PRESIDENTE :- Ma scusi non lo facciamo confondere. Lui fino a questo momento ha detto che ascoltava i discorsi che facevano i funzionari, non e` che lo dicevano a lui…

    PUBBLICO MINISTERO :- Funzionari comunque appartenenti alla Dia.

    PRESIDENTE :- Questo l’abbiamo capito che quella cerchia era di persone…

     

     

     
    • Sebastiano Gulisano 12:05 on 10 July 2012 Permalink | Rispondi

      3.continua???
      ma non era sufficiente scrivere che se Mori scendeva a Palermo per trattare personalmente, a che minchia gli servivano Ciancimino padre e figlio come intermediari fra Ros e Riina? :-P

  • Avatar di enrix

    enrix 20:39 on 2 July 2012 Permalink | Rispondi  

    I Racconti di Gaspare Mutolo   2 «Borsellino… 

    I Racconti di Gaspare Mutolo  (2) : «Borsellino si oppose alla trattativa»  -  2° parte

    racconti_dello_zio_Tom_James_Baskett_Wilfred_Jackson_Harve_Foster-007.jpg

    Stavamo dicendo che i giornali, dalla testimonianza di Gaspare Mutolo in aula a Palermo l’1 giugno scorso, hanno tratto delle conclusioni importanti, nei loro titoli. Vediamone alcune.

    Cominciamo da Repubblica, che l’1 giugno scorso titolava  “Borsellino sapeva della trattativa – Mutolo: “Il giudice si oppose”. E poi dettagliava:  “Il pentito al processo Mori: “C’era un accordo per il quale i boss avrebbero dovuto dissociarsi in cambio di un’amnistia”. Durante un interrogatorio, il magistrato avrebbe espresso il proprio dissenso.

    La stessa notizia era già stata battuta dalle agenzie, come ad esempio  Adnkronos: “Mafia: pentito Mutolo, Borsellino sapeva della trattativa tra …” o ANSA: “Mafia:Mutolo,Borsellino era amareggiato ‘Sapeva che c’era una trattativa ed era disgustato‘”

    Sonia Alfano, sulle sue pagine di internet  faceva il rendiconto, essendo lei sempre presente ai dibattimenti di questo processo (si, perché lei l’imputato Mori alla gogna lo vuole vedere in diretta e dal vivo, mica come noi comuni mortali che dobbiamo accontentarci delle registrazioni di Radio Radicale). Quindi, dal diario del cronista di prima linea Sonia Alfano, noi sappiamo che Gaspare Mutolo, quella mattina,  “aveva raccontato circostanze importanti ai giudici del tribunale, prima tra tutte la consapevolezza di Borsellino di una trattativa in atto nel luglio del 1992 tra mafia e Stato e la sua indignazione nell’apprendere della possibilità di dissociazione che si voleva offrire ai mafiosi, quando alla strage di Via D’Amelio mancavano ormai solo due giorni e Mutolo era al suo cospetto per l’ennesimo interrogatorio.

    Colpisce dunque l’univocità e la perfetta sintonia dei rendiconti: agenzie, editoriali, personalità presenti fisicamente al dibattimento.  E soprattutto colpisce, se raffrontata con il fatto che Gaspare Mutolo, nella vita reale di quell’aula in quella giornata di giugno, NON HA MAI, e ripeto: MAI,  DETTO DI AVER VISTO O SENTITO BORSELLINO AFFERMARE O MIMARE, O DISEGNARE QUALCOSA CHE IN QUALCHE MODO RIGUARDASSE LA TRATTATIVA STATO-MAFIA, O IL FATTO CHE NE FOSSE CONSAPEVOLE, O IL FATTO CHE NE FOSSE CONTRARIO E VOLESSE OPPORVISI.

    Qui vi allego il verbale di deposizione integrale, potete leggerlo, e buon divertimento. Quando troverete qualcosa che possa confermare in termini oggettivi quanto scritto dai giornali, dalle agenzie, o dalla Sonia Alfano che si godeva il bello della diretta,  fatemi sapere.

    In realtà si tratta di una rivoltante ed aberrante forzatura degli organi d’informazione,  di un’opinione, un’interpretazione  del teste, in merito ad un episodio che invece, con tutta probabilità, con la trattativa stato-mafia di cui si sta parlando al processo Mori, ha ben poco a che vedere.

    In calce a quest’articolo, troverete lo stralcio del verbale di deposizione riguardante questo capitolo, la presunta conoscenza della trattativa da parte di Borsellino, ed il suo conseguente disgusto.

    Chi avrà la pazienza di leggerla per intero, potrà misurare personalmente quanto pesanti e gravi siano state le forzature mediatiche in questo caso.  Qui noi ci limiteremo a fare la sintesi di ciò che realmente ha detto Mutolo.

    Gaspare Mutolo, ha raccontato che in uno dei suoi incontri con Borsellino, (ed ha precisato diligentemente di non ricordare quale, se quello del 1° luglio, o uno di quelli avvenuti tra il 12 ed il 17 luglio, quindi, tanto per cambiare, ecco venir fuori un’altra invenzione della Alfano, in merito alla datazione dell’episodio, perché ella lo ha collocato invece con certezza al 17 luglio), nel corso dell’audizione,  c’è stata una pausa. Borsellino dunque si stava facendo la sua pausa in corridoio, chiacchierando con altri “personaggi”, colleghi magistrati, o poliziotti, o funzionari della DIA.  Mutolo origliava e “rubava” qualche parola, e quindi sentiva Borsellino esclamare, tutto contrariato, disgustato, arrabbiato: “ma sono pazzi, questi sono pazzi”.  Mutolo riesce solo a percepire queste parole e, tutt’al più, come vedremo, che l’argomento del dissenso era la dissociazione.  Altre parole, Mutolo dice espressamente di non averne percepite, così come dice di non aver parlato personalmente dell’argomento  con Borsellino.  Come possono dunque i giornali aver scritto ciò che hanno scritto, in mancanza di altri dettagli?  I giornali in realtà, hanno scritto ciò che hanno scritto, forzando una successiva affermazione di Mutolo, la quale però rifletteva soltanto una sua personalissima opinione. Infatti Mutolo racconta che giorni dopo quell’episodio (quanti non è dato sapere) egli venne a sapere che “c’era il Pippo Calo` ed altri mafiosi addirittura che volevano avere la possibilita` di potere girare nelle carceri per parlare e cioe` e per mettere d’accordo diciamo a tutti i capi mandamenti e dopo io ho capito che c’era una… che volevano fare un accordo che si dissociavano questi mafiosi e dopo sono entrati anche i napoletani però senza fare nomi

    Insomma, venuto a sapere, “dopo giorni, che c’era Pippo Calò che voleva fare l’apostolo della dissociazione, Mutolo potè finalmente “capire e ricostruire” (parole sue, ed ecco che siamo alla famosa testimonianza di un fatto dedotto dal teste, cioè solo da lui presunto) che Borsellino quando era incazzato nel corridoio e diceva “ma questi sono matti”, si riferiva a questo.

    Occorre rimarcare, per capire bene la “dinamica” di questa testimonianza, che Mutolo ribadisce più volte di non aver parlato dell’argomento con Borsellino.  Dice invece che solo una volta appreso che Pippo Calò stava facendo l’apostolo della dissociazione in carcere, solo allora, ha “capito e ricostruito” che Borsellino nel suo sfogo in corridoio si riferiva a quella circostanza. Dal che, noi possiamo solo immaginare (anche se il teste non lo ha detto espressamente), che Mutolo abbia potuto percepire in qualche modo, oltre alla frase “ma questi sono matti”, che l’argomento dello sfogo del magistrato doveva essere qualcosa che aveva a che fare con la “dissociazione”. Altrimenti non si capirebbe come egli avrebbe potuto associare fra loro i due episodi, quello di Borsellino in corridoio, e quello di Calò in carcere, a meno di avere delle facoltà paranormali.

    Sta di fatto che da questo semplice quadro, senza nessun ulteriore elemento, gli organi di informazione hanno tratto la conclusione che Borsellino in corridoio quel giorno stava parlando della trattativa, della quale quindi era a conoscenza, e che sulla stessa aveva manifestato il suo totale dissenso.

    Anche noi amiamo le deduzioni logiche.  Però, chiediamo venia, amiamo farle con le nostre celluline grigie anziché approfittare di quelle di Gaspare Mutolo o degli addetti stampa.

    E allora abbiamo provato a capire e ricostruire anche noi.

    Dunque, siamo al 1° di luglio, oppure in una data compresa tra il 12 ed il 17 luglio. Paolo Borsellino fa una pausa-caffè/sigaretta e sta chiacchierando in corridoio con colleghi o funzionari, o altri presenti occasionali.

    Che cosa fa normalmente un magistrato in una pausa di lavoro in corridoio, mentre chiacchiera con colleghi o funzionari di polizia giudiziaria? Beh, qualcuno vorrebbe farci credere che possa lanciarsi in uno sfogo personale sulla trattativa stato-mafia. Noi invece questa ipotesi la lasciamo volentieri ai più creativi, o ai PM alla disperata ricerca di qualche indizio confortante, perché la riteniamo abbastanza inverosimile (per non dir di peggio), e ci piace invece formulare ipotesi più semplici, lineari e realistiche, e cercarne i riscontri.

    Quindi l’ipotesi più plausibile, semplice e lineare, è che normalmente, in quel tipo di pausa e con quel genere di compagnia, si commentino le notizie del giorno, soprattutto se hanno qualcosa a che fare con il proprio lavoro.

    Più difficilmente ci si mette a parlare di occulte trattative correnti tra lo stato e la mafia, durante la merendina.

    Volendo quindi tenere i piedi per terra, ho aperto gli archivi di alcuni giornali, ed ho digitato la parola “dissociazione” limitando inizialmente la ricerca alla data del 1° luglio 1992.

    E subito è uscito fuori l’uovo di colombo, con ampi spazi su tutti i giornali di quella mattina di vent’anni fa. Eccolo qua:

    Dunque era accaduto che la Corte d’Appello di Cagliari, in forza della  legge sulla “dissociazione” dal terrorismo del febbraio 87, aveva prodotto i riconteggi della pena di uno dei fondatori delle Brigate Rosse, Alberto Franceschini,  decretando che questa poteva essere ridotta dai circa 52 anni comminati (avrebbe dovuro uscire nel 2022) a circa 22, con un bello sconto di 30 anni. Dal che, il Franceschini, poteva considerarsi un uomo libero.

    DOMANDA: E’ dunque possibile che Paolo Borsellino in quel corridoio, quel primo di luglio, commentando la notizia presente proprio quella mattina sui giornali su quel caso di dissociazione e di scarcerazione di un terrorista reo di avere organizzato ed eseguito il sequestro del collega MARIO SOSSI, mandante morale di omicidi, e co-organizzatore di rivolte carcerarie,  abbia sbottato, con colleghi e poliziotti: “ma questi sono matti”?

    E magari abbia aggiunto anche qualche epiteto contro la legge sulla  dissociazione concordata con lo stato, capace di portare a simili risultati?

    Noi diciamo di si, anche senza averlo conosciuto personalmente; ci basta il suo esempio di vita per crederlo più che possibile.

    Ora, sotto il profilo del diritto, la semplice plausibilità dell’ipotesi in questo caso è più che bastevole.

    Noi non dobbiamo dimostrare che Borsellino si stava riferendo certamente a Franceschini.

    Ma i magistrati, invece, hanno l’obbligo di prendere atto che -  si rileggano pure bene la deposizione di Mutolo parola per parola -  non si può in alcun modo affermare che ciò di cui sta parlando Mutolo non possa a tutti gli effetti essere un episodio che si è svolto in quelle circostanze, e che il teste abbia tranquillamente preso, “rubando” qualche parola al dialogo del magistrato,  una legge sulla dissociazione per un’altra, e preso l’incazzatura di Borsellino in corridoio come qualcosa di rivolto contro un progetto che poteva essere solo nell’aria, solo possibile, anziché qualcosa di riferito ad un avvenimento ben preciso, che riempiva quel giorno stesso le pagine dei giornali.

    Ecco che cosa succede a valorizzare e cercare di interpretare testimonianze fondate su “sentiti dire” e “personali deduzioni” del teste: che poi esce il blogger che con un paio di ricerche suggerite dalla logica ti formula un quadro dei fatti, sempre in linea e mai in disaccordo con quanto raccontato dal teste, molto più terra-terra, plausibile e realistico di quello che invece è piaciuto tanto ipotizzare agli organi di informazione, perché molto più scabroso.

    E dire che si vedeva benissimo che Mutolo non avesse per niente le idee chiare e nessun indizio determinante, per poter dire che Borsellino stava parlando della trattativa con la mafia.

    Quando di Matteo gli domanda: “a chi si riferiva Borsellino con la parola “matti”?”, egli risponde: “si riferiva ai mafiosi e ai camorristi.”, provocando forte contrarietà nel pubblico ministero, ed ancor più forte ilarità fra gli uditori.

    E questo la dice lunga di come aveva chiare le idee…

    (2 – continua)

     

    APPENDICE

    La parte della testimonanza di Mutolo sull’episodio del “corridoio”:

     

    MUTOLO GASPARE :-  …“l’orecchio sono come gli occhi che uno guarda e ruba l’immagine. Una volta ci ho sentito dire ma sono pazzi, questi sono pazzi ma che… insomma c’era qualche cosa, che io DOPO HO CAPITO che c’erano diciamo alcuni mafiosi che volevano fare diciamo non lo so a che livello erano giunti, in cui si volevano dissociare della mafia e volevano una specie di amnistia perchè le leggi che c’erano erano tutti contrari a queste mafiosi e quindi capivano che se lo stato diciamo portava avanti, almeno quelle leggi che c’erano allora, e cioe` per i mafiosi si metteva un pochettino male.”

    PUBBLICO MINISTERO :- Signor Mutolo ascolti e risponda a questa mia domanda. E` mai capitato che prima dell’interrogatorio, durante qualche pausa, il Giudice Borsellino si fermasse a parlare con lei o con altre persone di appunto tematiche stava accennando relative a dissociazioni a trattative, a colloqui tra mafiosi ed esponenti delle istituzioni per addivenire a qualche cambiamento legislativo?

    MUTOLO GASPARE :- Guardi io su questo io cioe` non mi ricordo che il dottor Borsellino ha parlato direttamente con me di queste cose, pero` io ricordo perfettamente che l’ho sentito gridare nel corridoio con personaggi importanti perchè magari c’era qualche Giudice o qualche funzionario importante, in cui sentivo dire io ma sono matti ma questi… pero` con me direttamente non abbiamo… cioe` non e` che parlavamo di queste cose, perchè erano cose che potevano interessare allo stato, alle istituzioni non e` che potevano interessare a me. Io dopo pero` ho collegato perchè rubavo qualche parola e di me non e` che si guardavano per esempio se io potessi ascoltare qualche conversazione oppure qualcuno poteva essere un pò arrabbiato e gridava, cioe` non e` che io andavo a raccontare ai mafiosi, cioe` non… pero` io ricordo perfettamente che il dottor Borsellino in quel periodo, non posso diciamo essere preciso con la data se e` stato il primo o il 15 o il 17 o il 16 luglio, ma lui parlava con delle persone ed io ascoltavo e lui diceva ma sono matti, sono matti, pero` in quel periodo la situazione anche alla Dia era un pochettino diciamo ingarbugliata, un pochettino preoccupante, perchè io mi ricordo che quando io uscivo con delle persone…

    PUBBLICO MINISTERO :- No mi scusi…

    MUTOLO GASPARE :- A parte che quando…

    PUBBLICO MINISTERO :- No mi scusi dobbiamo tornare un attimo su quello che lei ascolta perchè vorrei, diciamo, la massima precisione possibile. Allora lei ascolta il dottor Borsellino parlare animatamente con altre persone, riferirsi al fatto che sono dei pazzi o dei matti ma chi perchè di che cosa stava parlando?

    MUTOLO GASPARE :- Guardi l’unico dopo discorso che io ho potuto capire e ricostruire sono stati dopo giorni, in cui diciamo ho sentito che c’era il Pippo Calo` ed altri mafiosi addirittura che volevano avere la possibilita` di potere girare nelle carceri per parlare e cioe` e per mettere d’accordo diciamo a tutti i capi mandamenti e dopo io ho capito che c’era una… che volevano fare un accordo che si dissociavano questi mafiosi e dopo sono entrati anche i napoletani però senza fare nomi, diciamo noi ripudiamo non siamo piu` mafiosi e quindi ci doveva essere una specie di amnistia diciamo che tornavano persone normali senza imputazione, perché tutte le imputazioni automaticamente erano indiziarie perchè ancora ripeto tutti i collaboratori non ci sono collaboratori, allora ci sono soltanto io, Buscetta è in America, Mannoia e` in America e quindi sono io che riapro con queste nuove leggi con questo fronte dei collaboratori.

    PUBBLICO MINISTERO :- Ma a chi si riferiva quando diceva questi sono pazzi questi sono matti?

    MUTOLO GASPARE :-Guardi io le posso dire questo, in quel periodo io mi muovo con dei personaggi strettissimi, io mi nuovo o con il dottor Di Gennaro o con il dottor Gratteri o con Di Petrillo, cioe` non e` che io ci sono persone che… in quel periodo io sono… per loro sono un personaggio importante e quindi si muovono con questa cautela, con questa riservatezza diciamo, insomma le persone che mi seguivano sono queste, pero` io onestamente dopo 20 anni non e` che posso ricordare con precisione parlava con tizio, insomma non me la sento proprio di dire parlava… Cioè ho cercato io di fare memoria di ricordare, pero` non… per me erano cose normali, anche perchè ripeto in quel periodo quando io mi spostavo…

    PUBBLICO MINISTERO :- Signor Mutolo non le ho chiesto con chi parlasse il dottor Borsellino quando si riferiva al fatto che questi erano pazzi erano matti, io le ho chiesto se lei ha potuto, ascoltando le parole del dottor Borsellino, capire a chi si riferisse, cioe` il dottor Borsellino diceva questi sono pazzi, ma chi erano pazzi i mafiosi o…

    MUTOLO GASPARE :- Erano pazzi i mafiosi che volevano fare questo accordo, che volevo… cioe` che volevano questi patti, che avevano impiantato, almeno io non lo so come li avevano impiantati ma il riferimento era questo, perchè dopo io ascoltando altre cose ho capito che il riferimento era diciamo ai mafiosi ed ai camorristi.

    PUBBLICO MINISTERO :- Allora io le leggo e le contesto quello che lei ha detto in due verbali alla Procura di Caltanissetta sia il 5 novembre del 2009 che il 23 marzo del 2010, 5 dicembre del 2009 “ricordo che in occasione delle pause di uno degli interrogatori che ho effettuato con il dottor Borsellino, non ricordo esattamente quale, lo stesso affronto` con i suoi interlocutori, anche in quel caso non ricordo quali, ma si trattava sicuramente agli appartamenti alla Dia che in quel periodo seguivano la mia collaborazione, un discorso relativo alla dissociazione di appartenenti a cosa nostra. In particolare ricordo che si discusse del fatto che Pippo Calo` dal carcere, nella qualita` di porta voce dei capi mandamento che erano detenuti porto` avanti tali argomentazione alle quali si aggregarono anche i camorristi” e fin qua l’ha ripetuto. “In sostanza cosa nostra cercava di portare avanti un discorso che investiva principalmente i latitanti che avrebbero dovuto consegnarsi alla giustizia, ammettere il fatto di essere mafiosi e in cambio ottenere benefici per loro e per gli altri mafiosi gia` detenuti che del pari avrebbero dovuto ammettere di essere mafiosi. Posso affermare con certezza che il dottor Borsellino, per quel che ho percepito, era a conoscenza di tali fatti, che dunque non apprese la prima volta in quella occasione”, mi ascolti signor Mutolo “e era fortemente contrariato direi disgustato innanzi a tale ipotesi, ripetendo che coloro che stavano anche solo pensando di accettarla erano dei pazzi, accettarla”. Ancora lei e` tornato sull’argomento il 23 marzo del 2010 e ha detto pagina 3 del verbale “ribadisco che il dottor Borsellino affronto` davanti a me e con personale della Dia il tema della dissociazione di alcuni mafiosi da cosa nostra, prendendo le distanze in maniera netta da chi la riteneva un fatto positivo. Ricordo che osservai che cosa nostra ha fatto sempre trattative con lo stato, semmai potevano cambiare gli interlocutori. Il dottor Borsellino in quella occasione era assolutamente disgustato che qualcuno nelle istituzioni potesse condividere tali iniziative”. Quindi signor Mutolo lei in questi due verbali ha fatto riferimento per avere percepito queste parole tra Borsellino e non si ricorda chi, al fatto che il dottor Borsellino era disgustato che qualcuno nelle istituzioni stesse prendendo in considerazione questa ipotesi della dissociazione, non che fosse arrabbiato con i mafiosi che la proponevano, ma fosse disgustato con il fatto che qualcuno stava prendendo in considerazione di accettare questa proposta della dissociazione. Ora io le chiedo, lei queste dichiarazioni le ha fatte poco tempo fa diciamo, quindi non…,  e le ha fatte in ben due occasioni alla Procura di Caltanissetta competente per la strage di via D’Amelio. Sono esatte le conferma le precisa? Che cosa ci deve dire sul punto?

    MUTOLO GASPARE :- No, no io le confermo queste, infatti io quando dico che dopo ho saputo che c’era Pippo Calo` che voleva diventare o era cioe`… io non e` che ascoltavo con interesse proprio, il portavoce di questi capi mandamento che c’erano in galera io mi riferivo a questo, io forse mi sono espresso male, pero` in dottor Borsellino, non parlando direttamente con me, erano sempre discorsi che io magari ascoltavo, perchè il dottor Borsellino non e` che parlava di queste cose con me, parlava con altri personaggi, io ascoltavo e capivo il discorso quale era, il discorso era quello che il dottor Borsellino era disgustato, era arrabbiato era incazzato perchè logicamente i mafiosi avevano l’interesse di fare queste cose, pero` c’erano persone delle istituzioni magari che avevano fatto intravedere qualche cosa che si poteva fare, ecco lui perchè era contrariato perchè logicamente lui non voleva… l’idea… lui di queste cose non ne voleva sentire proprio, era disgustato quando dico che e` disgustato intendo dire che era contrariato a tutto.

    PUBBLICO MINISTERO :- Era disgustato nei confronti di chi?

    MUTOLO GASPARE :- Di personaggi diciamo che lui sapeva magari che… dello stato che c’era qualcuno che si stava interessando, perchè c’erano altre cose che io diciamo collocavo a queste cose esatto? Perchè io ero allora… allora io ero in mezzo a tutti questi persone, diciamo io mi vedevo diciamo con De Gennaro, mi vedevo con il procuratore Grasso, mi vedevo con i giudici Natoli Lo Forte ed altri Giudici, cioe` erano argomentazioni che facevano fra di loro… Pero` io quello che posso dire con certezza è che il dottor Borsellino sapeva che c’erano questi… che stavano avvenendo questi contatti perché c’erano altri commenti pure, sa dice ma a quella persona l’abbiamo vista che e` scesa a Palermo, quella persona l’abbiamo visto.., insomma parlavano in riferimento che c’era qualche persona non della Dia ma di altre diciamo istituzioni, che magari scendeva a Palermo e non lo so per che cosa, non e` che io posso dire per che cosa. Pero` la dia quando io mi muovevo guardavano sempre in una maniera guardigna se c’era qualche macchina ferma, qualche volta io facendo finta che non capivo niente sentivo e la` c’e` la macchina guarda, si` e` la`, logicamente se quelle macchine che loro pensavano che potevano essere macchine di mafiosi, potevano arrivare subito 20 macchine, ma erano macchine di altre diciamo istituzioni, di altri corpi di polizia insomma, allora si parlava dei servizi segreti. Cioe` anche quelle persone che stavano vicino a me, che continuamente mi spostavo no e dopo quando è aperto piazza Priscilla io me ne sono andato ad abitare dentro piazza Priscilla, è perchè avevano pure paura che io potesse saltare pure in aria.

    PUBBLICO MINISTERO :- Senta risponda a queste domande. Intanto pocanzi le ho letto il contenuto delle dichiarazioni che lei ha reso a Caltanissetta il 23 marzo 2010 e c’e` un passaggio sul quale vorrei tornare. “Ribadisco che il dottor Borsellino affronto` davanti a me e con personale della Dia il tema della dissociazione di alcuni mafiosi di cosa nostra, prendendo le distanze in maniera netta da chi la riteneva un fatto positivo. Ricordo che osservai che cosa nostra ha sempre fatto trattative con lo stato, semmai potevano cambiare gli interlocutori” Ora io le chiedo effettivamente lei fece questa osservazione al Giudice Borsellino mentre il Giudice Borsellino parlava e commentava disgustato della ipotesi dell’accoglimento della dissociazione?. E` vero che lei ha fatto, cosi` come ha dichiarato qua a Caltanissetta, fece notare al dottor Borsellino che cosa nostra ha sempre fatto trattative con lo Stato e soprattutto c’e` stata una qualche risposta da parte del dottor Borsellino?

    MUTOLO GASPARE :- No guardi io di queste trattative le so che c’erano state prima con lo Stato, con persone delle istituzioni, diciamo il dottor Borsellino non e` che mi ha detto ed io c’ho detto quale era… il dottor Borsellino io c’ho spiegato molto bene che negli anni 75 – 74 fino a dopo…

    PUBBLICO MINISTERO :- Aspetti signor Mutolo questo diciamo al momento non ci interessa, io vorrei capire che cosa… in quel colloquio, quando lei… perchè lei cosi` ha detto, quando sento parlare il dottor Borsellino parlare disgustato dell’ipotesi della dissociazione, io… cosi` ha dichiarato… il ricordo che cosa nostra ha sempre fatto trattative con lo Stato. Io le voglio chiedere se effettivamente lei conferma che in quel momento ricordo` questa cosa al dottor Borsellino e il se il dottor Borsellino commento` in qualche modo la sua affermazione.

    MUTOLO GASPARE :- Guardi io non lo so come vengono interpretate, io mi ricordo che portai i paragoni al dottor Borsellino che la mafia e` andata sempre d’accordo con lo Stato, che ci sono stati periodi in cui i mafiosi erano abituati che di associazione non si doveva parlare, quindi puo` darsi che il mio riferimento e` a questo, cioe` che noi abbiamo un periodo 75 – 76, in cui non ci sono associazioni a Palermo. Perchè io mi ricordo tramite alcuni magistrati, tramite alcuni massoni, tramite alcuni avvocati, perchè gli avvocati sono diciamo tra questo intreccio perchè tra mafia politica sono gli elementi piu` importanti, io mi ricordo che ne parlavo con il dottor Borsellino che in quel periodo noi abbiamo avuto una pacchia diciamo che non c’erano. Puo` darsi che il mio riferimento e` a questo che c’e` quel periodo in cui non ci sono a Palermo associazioni a delinquere, perchè il fatteggio era il fatto che era che diciamo un mafioso doveva avere un reato specifico, e mi ricordo che tornando sempre un passo indietro, lei e deve comprendere io non e` che c’ho una scuola oppure… cioe` parlo in un’altra maniera che una persona mi deve comprendere. Allora se lo Stato non accettava… io parlo lo Stato, se le istituzioni non accettavano gia` si parlo` di fare degli attentati diciamo anche fuori dell’Italia, cioe` ogni capo famiglia ogni capo mandamento doveva fare un atto dinamitardo, non lo so nelle statue, nelle banche, non con mafiosi e mafiosi, per fare diciamo scendere in campo questi personaggi. Ma io sempre ho sentito personaggi che appartenevano alla massoneria, ora non e` che posso dire con precisione tizio… pero` diciamo questi discorsi nel lontano 74 – 75 ci sono stati e i mafiosi hanno arrivato al suo scopo, cioe` che non ci dovevano essere associazioni. E noi abbiamo un periodo a Palermo che non ci sono associazioni mafiose.

     
  • Avatar di enrix

    enrix 09:52 on 1 July 2012 Permalink | Rispondi  

    I Racconti di Gaspare Mutolo (1) : «Borsellino si oppose alla trattativa» – 1° parte 

     

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    I Racconti di Gaspare Mutolo  (1) : «Borsellino si oppose alla trattativa»  -  1° parte

    Ci sono tre categorie testimoniali che in un dibattimento processuale, in diritto, non dovrebbero essere ammesse.  Si tratta di:

    1)      il  testimoniato per “sentito dire” (es.:   D: ma lei lo ha visto in faccia? R: No, ma il mio amico Mario, che adesso poverino è morto,  mi disse:  “l’ho visto in faccia, era lui!”)

    2)      il riporto di una circostanza esistente in quanto mediata da un’opinione personale o da una personale deduzione: (es.:  D: Era lui? R: Certo, ho capito che era lui perché tre giorni fa mia zia ecc..ecc..)

    3)      il testimoniato suggerito al teste (es.: D: Se io le rammentassi che lei, come ha già avuto modo di dichiarare negli uffici della procura nei modi che ora le rileggo, in data  18 gennaio 1979, giornata nebbiosa, alle ore 21.12, mentre si trovava sul 7° binario della stazione di Milano centrale, ha visto con assoluta certezza passare correndo un uomo alto 1 metro e 73 cm circa, con una cicatrice sulla fronte, i capelli rasati a zero, un moncherino all’arto destro, un costume da tirolese, una bomba a mano nella mano sinistra, e che quest’uomo era lo stesso uomo che  ora vediamo qui seduto in quel banco lì, solo di 33 anni più giovane, lei conferma?  Dica solo “si, confermo”, oppure no, se ritiene di non confermare. R: Si, confermo.)

    Ecco, negli USA queste tre categorie testimoniali sono tenute rigorosamente fuori dalle porte delle aule dei tribunali, con totale fermezza, senza neppure una sola minuscola eccezione che confermi la regola.

    Neppure nei telefilm, nelle fiction, nella cinematografia, riescono a contrabbandarsi.  Non appena provano a fare capolino ecco che c’è il Gregory Peck di turno che fa da attenta sentinella: … obiezione!  Ed il giudice: “accolta”.  Seduta stante, senza neppure stare a dilungarsi nello spiegare il perché o il per come. Lo sanno già tutti.

    Da noi, no.   Naturalmente, da noi non è così.

    Non per regola, certamente, perché anzi anche qui i magistrati più rigorosi hanno la facoltà di intervenire, correggere direttamente o intimare la correzione delle domande rivolte ai testi se queste rischiano di ricadere in queste tre nefande categorie. Così come le parti hanno il diritto di porre obiezioni in tal senso.

    Tuttavia mentre negli USA quella della non ammissibilità è una regola piuttosto FERREA (che grande paese, sotto il profilo del diritto!), qui da noi non lo è, così ferrea. Qui da noi un sentito dire, un’opinione, un piccolo o medio suggerimento al teste, passa sempre, specie quando gli si vuole concedere il  beneficio di riscontro a futura memoria. Così va a finire che i processi diventano veri e propri teatrini mediatici pieni zeppi di sentiti dire e di fatti supportati dalle sole opinioni dei testi, tutta gente pronta a riferirti ciò che ha sentito bisbigliare al bar e tutti narrati che si accumulano uno sull’altro rimanendo fino alla fine in attesa dell’arrivo dei loro bravi riscontri, i quali invece, puntualmente, non arrivano.

    Così il processo rimane vuoto di prove vere, giustizia difficilmente si può fare, ma i soloni possono scrivere che se non altro si è accertata “la verità storica”.

    In realtà, la verità è esattamente quella opposta:  tra i riporti inammissibili che vengono invece purtroppo ammessi, si celano di norma così tante falsità e così tanti svarioni, così tante incongruenze ed imprecisioni, (sarà per questo, che in USA sono off-limits, no?), che alla fine finiscono per rendere sempre più inafferrabile la definizione dei fatti autentici.

    Il processo Mori-Obinu, ad esempio, è un processo che sta collezionando testimonianze che in USA non sarebbero ammissibili, in numero impressionante.

    Ci sono persino dei testimoni praticamente citati a deporre, essendo purtroppo deceduti, per bocca dei loro figli.

    E’ il caso, tanto per fare un nome, di don Vito Ciancimino, chiamato a deporre a Palermo per bocca del figlio Massimo.  Il quale Massimo, è stato bravissimo, anche meglio dell’anima di suo padre. Non solo in aula ha riferito tutte le stesse identiche cose che  avrebbe riferito di sapere o raccontato di aver fatto il Ciancimino originale, ma ha anche corretto il padre per quelle volte che in vita si lasciò andare a scrivere cose non  vere (spiegandoci così che mentre babbo scriveva, mentiva, e perché mentiva) ed ha persino ritagliato, composto e incollacciato i pezzettini manoscritti proprio come li avrebbe composti papà o come gli disse proprio il babbo di comporli, spiegando pure al presidente della corte, ad un  certo punto, di essersi servito della fotocopiatrice, per potere realizzare un collage presentabile.

    Forse che si sia lambita lievemente qualcuna delle categorie inammissibili di cui stavamo parlando?

    Forse si, ma la misura dell’ammissibilità, che diamine, dipende anche un po’ dalla levatura dei testimoni coinvolti.  Se si chiamano Ciancimino, oppure hanno almeno una sessantina di omicidi sulla coscienza, possono passare senza pagare il biglietto.  Ma senza un minimo di requisiti, se ti chiami ad es. soltanto Sparti, sei incensurato e nessuno ti conosce, puoi anche raccontare che tuo padre ti ha rivelato in punto di morte che il processo per la strage di Bologna è stato fondato su di una testimonianza fabbricata ad arte (e cioè la sua), ma a dirlo in un’aula di un tribunale non ti fanno entrare lo stesso.

    Ma oggi non è di Ciancimino che voglio parlare, bensì di Gaspare Mutolo: la sua testimonianza, che in anteprima sul WEB potrete scaricare in forma trascritta proprio da questo blog,  è stata un esempio da manuale di una sublime collazione di affermazioni TUTTE quante, al 100%, dalla prima all’ultima, completamente inammissibili.

    Intendo dire: negli USA il verbale della deposizione di Mutolo, salvo le rituali formule iniziali e finali, sarebbe candido come la neve, perché tutte le sue affermazioni sarebbero state stralciate dalla corte, essendo tutte, dalla prima all’ultima, “sentiti dire”, “opinioni” e  “deduzioni personali” e risposte indotte dal pubblico ministero con domande già contenenti parte delle stesse. Io ho provato a rileggere il verbale alla ricerca di una qualche affermazione propria, logica, pertinente e formalmente ammissibile, ma non ne ho trovata neppure una. Chi si sente di far meglio, mi faccia sapere.

    Eppure i giornali, da quella testimonianza, hanno tratto delle conclusioni importanti, nei loro titoli.

    (1.    Continua)


     
    • Simona Chiti 17:49 on 3 July 2012 Permalink | Rispondi

      Ho letto tutta la serie dei nuovi post.

      Orma, da qualche anno, nelle questioni politiche mi stupisco più di nulla, però non posso mancare, caro Segugio, di ringraziarti per il difficile e antagonista lavoro di ricerca che fai e per la scelta di esporre questioni tanto gravi con la leggerezza e l’irriverenza tipiche del genio.
      Perché alla fine un po’ di umorismo ci salva tutti, colpevoli e innocenti, anche nello scempio del vero e del falso, scempio del bene e del male.
      TKS

      P.S. potresti in futuro per favore evitare di citare la Sonia Alfano dandole anche solo vago credito? Essendo ella un po’ troppo sempliciotta, se misurata con il resto dei mistificatori di professione, per valere una nota seria o un degno sfottò …. anche se concisi.

  • Avatar di enrix

    enrix 02:17 on 1 July 2012 Permalink | Rispondi  

    SEGUGIO – ESTATE 

    SEGUGIO-ESTATE

     

    Il tema della presunta “trattativa tra stato e mafia” dei primi anni 90, sta surriscaldando il paese.

    Nelle ultime settimane, mentre il nostro blog rimaneva silenzioso, le notizie, le testimonianze, la comparsa di nuovi eventi e nuove ipotesi si accavallavano.  E più si accavallavano, più i vari organi di informazione, d’opinione e della politica e della magistratura  davano per accertata e provata  l’esistenza della trattativa, nei termini già più o meno definiti dalle procure di Palermo e Caltanissetta negli atti sino ad ora predisposti.

    Veramente sono già tre annetti buoni che costoro danno per “sempre più certa” la trattativa, sempre più assodata, sempre più una roba che ormai nessuno potrebbe più negare.   Ogni giorno che passa, è sempre più certa.  Due anni fa era sempre più certa. L’anno scorso era sempre più assodata.  Pochi mesi fa una Corte di Firenze ha scritto in una sentenza che secondo lei era cosa certa (ma non in un dibattimento mirato a provarne l’esistenza ed a punirne i responsabili,  però). Ieri le ultime conferme hanno riconfermato ancora un pizzichino di più  ciò che prima era già confermato solo un pizzichino meno.  Oggi la certezza è granitica. Insomma, se resistono ancora a questo ritmo per una quartina sino al prossimo bisestile, il livello di certezza giungerà a tendere ad infinito, e per quantificarlo non basterà più il diritto ma si dovrà ricorrere all’analisi matematica.

    Ormai è sufficientemente provato: la trattativa c’è stata.”  Così debuttava Giorgio Bongiovanni in un suo articolo la scorsa settimana, e la stessa cosa faceva Sonia Alfano: “Che dalla prima metà del 1992 in poi pezzi deviati dello Stato trattarono con Cosa Nostra è assodato.”   Altri iniziavano allo stesso modo la settimana precedente, ed idem altri ancora il mese l’altro, e avanti così indietro per mesi, passando  persino attraverso  l’immancabile Travaglio: “Siamo talmente abituati a sentir parlare di “trattativa” fra Stato e mafia che ci abbiamo fatto il callo. (già – ndr)  … Perché una cosa … è assolutamente certa: quella trattativa ci fu

    Ma a questo punto, c’è un dubbio che mi attanaglia: Perché dover aprire oggi un articolo con un annuncio che ti spiega che “ormai” è dimostrata la trattativa, se hai già fatto la stessa cosa in un articolo di un mese fa, il quale a sua volta riprendeva la stessa apertura di tutta una pletora di articoli analoghi dei 24 mesi precedenti?

    Se nel 2011 quella per te è già “l’ormai celeberrima trattativa tra lo Stato e la mafia” (Sonia Alfano), perché mai dopo un anno sentire l’esigenza di tranquillizzare nuovamente gli stessi tuoi lettori sulla sua esistenza?

    Immaginiamo che un personaggio molto famoso scompaia dai quadranti dei radar con il suo aereo, mentre sorvola  l’Amazzonia.  Da quando si sarà dato ormai per morto, per quanti anni a seguire tutti gli scritti che parlano di lui continueranno a ripetersi con la premessa rituale: “Ormai la sua morte è data per certa”.

    10? 20? Trent’anni?

    Alla celebrazione del cinquantennio della scomparsa, ci sarà una ricca copertina del Times dedicata alla sua memoria ed un bell’editoriale che esordisce: “Ormai la sua morte è data per certa”.

    No,  voi pensate che io sia un burlone, ma mettetevi pure comodi e aspettate di vedere i libri di storia dei vostri nipoti e poi mi farete sapere cosa vedrete scritto nelle prime righe dei paragrafi sulla “trattativa”.

    Ora,  non vorremmo che in questa “escalation” di annunci a ripetizione circolare, il nostro perdurante silenzio sia stato interpretato come un segnale di perplessità, di cedimento, da parte nostra, nei confronti di ciò che per noi è invece sempre stata una certezza, vale a dire  che della trattativa, così come ci viene dipinta, non potrà mai venire fuori una prova reale, solida, concreta, fulminante,  e dico mai, non essendo essa mai esistita.

    Nossignore.

    Ogni elemento, ogni nuovo atto, rappresenta per noi sempre di più un’ulteriore conferma: la teoria della “trattativa”, sino alla prova contraria che attendiamo da anni, resta un grottesco grovello di incongruenze, forzature  e grossolane aberrazioni testimoniali ed interpretative. Tant’è vero che NON SOLO UNO delle decine e decine di articoli sino ad oggi scritti con frasi d’esordio del tipo “Ormai è sufficientemente provato: la trattativa c’è stata.” , si prende poi la pena di supportare tale premessa, nel corso dell’articolo, esponendone uno, uno soltanto, di questi elementi indiziari “sufficientemente probatori”.

    E nota bene: io per indizio probatorio, intendo l’esistenza di uno, anche solo uno,  fatto anomalo, che non abbia un’altra spiegazione possibile più plausibile di quella della “trattativa”.   Pensate quanto sono generoso.

    Il capo è sempre pronto e le ceneri son  nell’urna che non vedono l’ora di cospargerlo.

    Abbiamo dunque dovuto lavorare un po’, e raccogliere i nuovi elementi, ma ora potete mettervi in poltrona ed inforcare gli occhiali, perché questo blog sta per tornare a far discutere grandi e piccini, con una bella raffica di articoli.

    Buon divertimento.

     

    Prossimamente!:

     

    MUTOLO  (1) : «Borsellino si oppose alla trattativa »  (See…)  -  1° parte

    MUTOLO  (2) : «Borsellino si oppose alla trattativa »  (See…)  -  2° parte

    MUTOLO  (3) : « Mori aveva contatti per la trattativa con i boss » (See…)

    MUTOLO (4) : Quel pomeriggio di luglio in cui Borsellino uscì sconvolto dall’incontro con Mancino

    La testimonianza di Agnese Piraino Leto Borsellino.

    Signore e signori, ecco tutto quello che forse ancora non sapete sulle revoche e le mancate proroghe dei DM ex 41bis del 1993. (P.S.: ma la trattativa che c’azzecca?)

    Il “Contropapello” al microscopio.

    BRUSCA  (1):  Giovanni Brusca, o del vero pentimento, ovvero quando il rimorso ti convince a spifferare ai PM  tutto ciò  che, con l’aiuto dell’abecedario, sei riuscito a leggere sui giornali, (specie quando si tratta di qualcosa che potrebbe arrecare danno ai carabinieri che hanno arrestato il tuo capo).

    News sull’intervista a Paolo Borsellino del 21 maggio 1992: XXXXXX (Nessuna anticipazione) XXXXXXX

     
  • Avatar di enrix

    enrix 13:36 on 1 June 2012 Permalink | Rispondi
    Tags: intervista borsellino   

    Le 12 inquietanti, irrisolte, questioni sulla famosa intervista a Paolo Borsellino 

    Da alcuni giorni, nel sito 19luglio1992 di Salvatore Borsellino, si può leggere quanto segue: “Nel pomeriggio [del 21 maggio 1992] nella sua abitazione di via Cilea a Palermo Paolo Borsellino rilascia ai giornalisti francesi Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi un’intervista in cui menziona alcune delle “teste di ponte” della mafia al nord Italia. In particolare Borsellino cita il mafioso Vittorio Mangano e ricorda i suoi rapporti con Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Borsellino dice inoltre che a Palermo è in corso un’inchiesta aperta con il vecchio rito istruttorio che vede coinvolti Mangano Vittorio, Dell’Utri Marcello e Dell’Utri Alberto. Questa inchiesta, della quale Borsellino dice di non occuparsi personalmente (Borsellino ha la delega solo per Trapani ed Agrigento), dovrebbe concludersi entro ottobre dello stesso anno.”

    Naturalmente si tratta di una distorsione dei fatti, perché Borsellino cita Mangano solo perché gli viene chiesto espressamente di farlo, e riguardo ai suoi rapporti con Marcello dell’Utri e Silvio Berlusconi, sollecitato sull’argomento, egli dice solo e soltanto di non saperne nulla di nulla.

    Per far credere il contrario, come è noto, qualche criminale ha dovuto manipolare il video, e soprattutto l’audio.

     

    Ma non è di questo che voglio parlare, bensì “dell’inchiesta aperta con il vecchio rito istruttorio che vede coinvolto Marcello Dell’Utri”.

    In realtà, pare non vi fosse nessuna inchiesta, infatti della stessa non v’è traccia negli archivi.  Com’è dunque possibile che Borsellino abbia parlato dell’esistenza di un’inchiesta che non risulta invece essere esistita?

    Questo è il punto centrale di tutta la vicenda.

    Vediamo di capire i fatti.

    A gennaio del 2010, Dell’Utri chiese l’annullamento del suo processo, poichè nella versione “ampia” dell’intervista a Paolo Borsellino pubblicata a dicembre in DVD dal Fatto Quotidiano, si poteva osservare che il magistrato armeggiava con una cartellina di appunti in cui aveva preso nota, nelle ore precedenti e su espressa richiesta preventiva dei “giornalisti” francesi, di eventuali indagini a carico di Mangano e Dell’Utri.  Quelle di cui appunto stiamo parlando.

    A domanda dei giornalisti, Borsellino esamina gli appunti (e non poteva fare  diversamente, poichè, come si può chiaramente vedere nell’intervista, egli neppure sapeva distinguere, quale iscritto ad indagine,  fra l’uno e l’altro dei due fratelli Dell’Utri, checché ne dica Salvatore Borsellino), e riferisce, dopo aver letto  le note (che poi sapremo, da altra parte dell’intervista, essere la stampa del registro informatico della procura), essere in corso un’inchiesta a carico di “entrambi i fratelli Dell’Utri” e che tale inchiesta era condotta dal magistrato Guarnotta .

    A quel punto dell’Utri si precipita a presentare il ricorso che ho detto, poichè egli non sapeva nulla di quell’inchiesta in precedenza, ma da ciò che ora aveva veduto, rilevava che per legge il Guarnotta non avrebbe potuto giudicarlo (così com’era accaduto), causa incompatiblità, avendolo egli indagato in tempi precedenti in diversa veste.

    Quindi Dell’Utri dice, in sostanza: Borsellino mostrava, in quella ripresa video, una stampa del ruolo della Procura che indicava l’esistenza di un’indagine in corso da parte di Guarnotta a mio carico. Quindi Guarnotta non poteva giudicarmi in Corte d’Assise, e quindi il processo è viziato.

    MA IL RICORSO DI DELL’UTRI FU RIGETTATO DAI MAGISTRATI DELL’APPELLO. Perchè? Semplice. Perchè stando agli stessi archivi, non era mai esistita alcuna indagine. Memorabile il commento in aula del P.G. Gatto: “Nel nostro codice non esiste ancora il procedimento invisibile e se Dell’Utri avesse avuto un carico pendente già da prima NE SAREBBE RIMASTA TRACCIA.

     

    Allora, vediamo di ricapitolare. I giornalisti francesi nell’imminenza dell’intervista, chiedono a Borsellino di predisporre, perchè sarebbe stato oggetto dell’intervista, una verifica nel ruolo della Procura in relazione ad eventuali inchieste in corso in carico a Dell’Utri e Mangano.  Borsellino effettua la ricerca, trova l’annotazione di un’indagine nel ruolo della procura, a carico di dell’Utri, e fa una stampa.  Quando i giornalisti suonano alla sua porta quella famosa mattina di maggio, Borsellino li riceve annunciandogli di avere estratto le notizie che essi gli avevano sollecitato di ricercare. Da queste notizie, afferma Borsellino, emerge l’esistenza di un’inchiesta in capo a Marcello Dell’Utri gestita dal PM Guarnotta: quindi consegna ai francesi l’estratto dell’archivio.

    18 anni dopo, Dell’Utri viene a sapere di tutto questo, e dunque avanza ricorso. Gli viene risposto che non è mai esistita alcuna inchiesta, poichè non esistono inchieste invisibili e di quell’inchiesta negli archivi non c’è traccia.

    A questo punto, io vedo solo tre spiegazioni (se qualcuno ne vede altre, mi faccia sapere):

    1) Paolo Borsellino ha mentito oppure ha preso una cantonata (ma vediamo di scartarla subito, questa prima ipotesi, eh? Credo siamo tutti d’accordo)

    2) Qualcuno, diciamo la solita abile manina, ha fatto sparire dagli archivi e dai registri del tribunale, in tempi più o meno recenti, ogni traccia dell’inchiesta, comprese le righe ed i dati stampati a suo tempo da Paolo Borsellino. Quindi l’inchiesta è effettivamente esistita ma è così divenuta invisibile, con buona pace del Procuratore Generale. Su questa seconda ipotesi, però, bisogna fare una precisazione. Il ruolo della procura, dovrebbe essere (qualcuno mi corregga se sbaglio) un registro-protocollo, a numeri progressivi. Una volta che si è “scritto” il numero di un procedimento ed il suo titolare (in questo caso Dell’Utri), probabilmente è possibile rettificare la descrizione della pratica, ma il numero progressivo ed il nome dell’indagato non si possono sopprimere tout-court. Ciò significa che se io decido di far “sparire” la descrizione di un’indagine dopo 10 anni dalla sua iscrizione, lo debbo fare sostituendola con la descrizione di un’altra, che però dovrebbe, a quel punto, giacere in attesa di registrazione, anch’essa più o meno da 10 anni, senza essere stata registrata in precedenza. Trovare invece un fascicolo recente, che si adatti per contenuti ad essere registrato con simili retrodatazioni, dovrebbe essere praticamente impossibile.

    3) Non c’è effettivamente mai stata nessuna inchiesta (d’altro canto, c’è qualcuno al mondo in grado di riferire quale fosse l’oggetto di questa fantomatica inchiesta?).

    Ma qualche furbacchione, ha predisposto l’inserimento di dati relativi ad un’inchiesta “fittizia” al ruolo della procura (bastano due righe di dati, inserite nei computer di quello che Borsellino definiva “un nido di serpenti”) proprio, guarda caso, nell’imminenza della verifica che Borsellino avrebbe fatto su invito dei due “giornalisti” francesi, per poi cancellarla, quella registrazione, subito dopo l’accesso di Borsellino, e sostituirla assegnando il suo numero di ruolo ad un fascicolo fresco ed autentico. Così il trucco è molto più facile, che non cancellare o manomettere i dati relativi ad un’inchiesta vera, autentica, e fascicolata, magari dopo anni. Ed il magistrato non si sarebbe mai accorto di quella losca operazione di cui egli era vittima inconsapevole, perchè di lì a poco si sarebbe incontrato con il tritolo.

     

    La terza naturalmente, è una pura ipotesi, ma che se fosse vera potrebbe suggerire un’altra ipotesi, in ricaduta, ancora più inquietante: che qualcuno possa aver cercato di allestire uno scenario che di lì ad un paio di mesi sarebbe potuto divenire tanto realistico quanto utile: quello di un Paolo Borsellino ucciso proprio quando la sua attenzione era concentrata in qualche modo su Silvio Berlusconi e Marcello dell’Utri indagati, A DETTA DELLO STESSO MAGISTRATO, alla procura di Palermo.

    Per potere cucinare quella polpetta, sarebbero occorsi soltanto due ingredienti: un documento che ritraesse Borsellino mentre parlava, carte alla mano, di inchieste in corso a carico di dell’Utri e Berlusconi, e quindi, subito a seguire, il suo assassinio.

    Se qualcuno avesse avuto pertanto, in qualche modo, informazioni sull’imminenza del secondo, avrebbe potuto cogliere al volo l’opportunità per organizzare repentinamente la preparazione del primo ingrediente, così da poter cucinare una magnifica polpetta.

    Ma chi avesse potuto concepire un simile piano, non avrebbe potuto che aspettarsi che difficilmente il giudice avrebbe accettato di mostrare in una telecamera documenti “non ostensibili” perché coperti dal segreto istruttorio, o che ne avrebbe parlato con disinvoltura, pur sollecitato a farlo. Bisognava quindi, giocoforza, attrezzarsi tecnicamente in maniera da potere essere pronti ad effettuare riprese “candide”, cioè all’insaputa del giudice.

    Ed infatti, guarda caso, così è avvenuto.

    Nella versione manipolata, per fabbricare sequenze ove il video e l’audio sono asincroni, si sono dovute usare riprese ove il “labiale “di Borsellino non risulta visibile (diversamente, il dissincronismo avrebbe tradito il montaggio). Tali riprese sono risultate disponibili, grazie all’impiego, in quel convegno ben progettato, di una o più “candid camera” collocate in posizione “discreta” rispetto alla postazione del magistrato, e ad una distanza tale che difficilmente il poveretto poteva averne percezione. Inoltre sia nella fase iniziale che finale dell’intervista, le telecamere non ancora posizionate per dar corso alle riprese ufficiali o persino, a intervista ultimata,  posate sul pavimento, appoggiate di lato, sono comunque sempre, guarda caso, attive, vale a dire col pulsante “rec” inserito. (“pur accese”, spiega Travaglio in premessa nel suo DVD, con nonchalance, come se fosse una cosa normale).

    Pertanto, quando il giudice crede evidentemente di parlare “off the record”, tanto inconsapevole della situazione da arrivare tranquillamente a consegnare, in violazione del riserbo istruttorio, una stampa dell’archivio della procura con la rituale raccomandazione “non dite che ve l’ho data io”, egli viene invece subdolamente registrato.

     

    Sino ad ora, ho soltanto mescolato fatti ad ipotesi, e non ho certo la pretesa di aver provato nulla.  Ma d’altro canto parliamoci chiaro: ci sono degli aspetti, in quest’intervista, che trovo semplicemente incredibile non si sia mai voluto chiarire, specie nelle opportune sedi giudiziarie, e tali aspetti li posso sintetizzare in 12 domande alle quali si dovrebbe cercare di dare risposte convincenti:

    1) Perché i 2 “giornalisti” francesi hanno cercato, con il pretesto di volerlo intervistare in tema di mafia e criminalità, un magistrato dal passato tanto denso e dalle esperienze tanto straordinarie come Paolo Borsellino, per poi non rivolgergli neppure una, dico, NEANCHE UNA domanda pertinente la sua propria attività, le sue battaglie più importanti e la sua diretta esperienza?

    2) Perché gli hanno invece domandato soltanto di vicende di cui non si era occupato personalmente, o di altre di cui non si stava occupando e non era neppure a conoscenza?

    3) Perché tutte le domande vertevano su due personaggi, Berlusconi e Dell’Utri, di cui Borsellino non si era mai interessato né si interessava, e su un terzo personaggio, Vittorio Mangano, che nell’esperienza del magistrato rimaneva un personaggio del tutto marginale?

    4) Perché mai, nonostante le molte volte in cui Borsellino si è visto obbligato a ribadire che le domande che gli venivano poste non riguardavano vicende di cui si stava occupando, non gli è mai stato chiesto NEPPURE UNA VOLTA, di che cosa dunque si stesse occupando in quel momento storico?

    5) Che fine hanno fatto fare, i due “giornalisti” francesi, alla stampa d’archivio del PC della Procura, che Borsellino gli consegnò dicendo “non dite che ve l’ho data io”? Perché non l’hanno mai tirata fuori? Qualche magistrato italiano, magari di quelli che cercano la verità scalando le piramidi del 4° e 5° livello, gliel’ha mai chiesta?

     6) Nel video manipolato trasmesso da RAINEWS 24, si ode Calvi porre al giudice questa domanda: ““Non le sembra strano che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell’Utri, siano collegati a uomini d’onore tipo Vittorio Mangano?”. In realtà, tale domanda non fu mai posta a Paolo Borsellino, ma venne registrata e copia-incollata in studio, in post-produzione, forse anche in fase postuma. Domanda: se è vero che, come hanno sempre detto i due “giornalisti”, dopo aver realizzato l’intervista si decise poi, subito a seguire, di non farne più nulla e di abbandonare il progetto (scusante accampata: il prematuro fallimento della società di produzione), per quale ragione dunque Fabrizio Calvi si è successivamente preso la briga di partecipare attivamente ad una rielaborazione dell’audio, inventandosi di sana pianta una nuova domanda davanti ad un microfono, per dare così a quell’intervista l’aspetto di una fiction?

     7) Quando è stata compiuta esattamente, tale operazione? Quella domanda mai esistita, quando è stata registrata in studio? Prima o dopo la morte di Paolo Borsellino? E se fosse vero il primo caso, cioè se fosse stata registrata PRIMA: come poteva sperare un “giornalista” di poter utilizzare impunemente un’intervista realizzata con domande post-prodotte e montaggi di riprese occulte, se Borsellino fosse rimasto in vita?

     8) Quel lavoretto di post-produzione, è stata un’iniziativa personale di Calvi, oppure gli è stato commissionato da qualcuno? E se si, da chi?

    9) Perché sono state effettuate riprese con una “candid camera” remota? Perché nella fase “off the record” dell’intervista, la telecamera appoggiata sul pavimento è stata lasciata accesa senza che Borsellino ne fosse consapevole? Che cosa ci si aspettava di immortalare?

    10) Se è vero che, come dice il PG Gatto, non c’è traccia negli archivi della procura di un’inchiesta di Guarnotta in capo a Dell’Utri, come potevano i due “giornalisti” ipotizzare la sua esistenza, tanto da invitare Paolo Borsellino a predisporre per l’intervista una stampa d’archivio che la dimostrasse? Quale fonte gli avrebbe suggerito la possibilità di una sua esistenza?

    11) Nella versione “integrale” pubblicata in DVD dal fatto Quotidiano, sono evidenti tagli dell’intervista, anche consistenti (osservando le sfumate e l’orologio dello studio, se ne vede bene persino uno di circa 20 minuti). Che cosa si è detto in quei venti minuti? Perché sono stati tagliati? E una volta tagliati, quei venti minuti, sono stati distrutti oppure conservati?

    12) Perché si è permesso che nei vari processi per la strage di Via D’Amelio i magistrati valutassero le possibili connessioni fra quest’intervista ed i presunti moventi della strage, soltanto sulla base della versione televisiva manipolata, anziché sulla versione integrale che non è mai stata consegnata e quindi mai acquisita, e della quale invece si è fatto commercio attraverso un giornale, soltanto anni dopo, a processi ultimati? (infatti, in quei processi, su quest’intervista sono state dette e scritte un mucchio di sciocchezze ed inesattezze, fondandosi esse sulla valutazione di un documento falsificato).

     

    EPILOGO

    Nel ripensare a quegli ultimi 59 giorni di vita di Paolo Borsellino successivi a quest’intervista, già di per se abbastanza angoscianti per il magistrato, tutti ci auguriamo che non gli sia capitata l’occasione, lavorando al computer, di buttare l’occhio sul registro per vedere se c’erano novità su quelle inchieste che interessavano tanto a quei giornalisti che, a giudicare dalla sua evidente disponibilità, dovevano tanto bene essergli stati presentati.  In quel caso potrebbe essergli capitato di riscontrare, ad esempio, che ciò che poco tempo prima aveva stampato, magari era sparito, senza, come ci spiega oggi il Procuratore Gatto, lasciare traccia.  Se fosse accaduto questo, egli non avrebbe certo tardato a porsi alcune inquietanti domande, rimanendone profondamente turbato.

    Anche tanto da arrivare a pensare che qualcuno, forse un amico, lo aveva tradito, cioè gli aveva giocato un brutto tiro.

    Enrix

     
    • Patton 08:03 on 4 June 2012 Permalink | Rispondi

      Caro Enrix,
      come ho già detto su RI di Guzzanti, sono d’accordo quasi su tutto, compreso il fatto che la tua brillante analisi dell’intervista (quasi) integrale permette di gettare uno sguardo sui “segreti” del grande “cuoco di realtà” che in quegli anni “creava” a Palermo.

      L’unica cosa su cui non sono d’accordo è lo scopo della falsificazione fatta in Procura, scopo che tu ipotizzi come “ricaduta” del punto 3. Io non credo che fosse quello di incastrare Berlusconi e Dell’Utri come possibili mandanti del- o molto interessati al- assassinio di Borsellino. Berlusconi, a quel tempo, era solo lo sponsor di Craxi e del PSI: “dimostrando” che i soldi di B. venivano, via Dell’Utri, dalla mafia, si voleva semplicemente dimostrare che l’ostilità del PSI alla mafia era falsa e strumentale, esattamente come quella di Andreotti; e si faceva risaltare, per contrasto, la sincerità dei “professionisti dell’antimafia”.

      Lo schema dello chef di realtà è sempre quello: a fine dicembre 1992 sarà arrestato un servitore dello Stato come Contrada (condannato dopo 10 anni di processi), sempre per “dimostrare” che la sua ostilità alla mafia era falsa e strumentale. Nel marzo 93 sarà incriminato lo statista Andreotti (altri 10 anni di processi); L’ultima puntata della piccola Norimberga prevedeva l’incriminazione dello sponsor del CAF, Berlusconi, e del suo “gancio” con la mafia, Dell’Utri. Lo schema, per quanto semplice, copriva emblematicamente tutte le caselle: un grande poliziotto, un grande politico, un grosso sponsor (con il suo “uomo a Palermo” un mafioso ad Arcore).
      Lo schema saltò per l’inattesa entrata in politica di B. (sostenuto da molti industriali italiani, a cominciare da Agnelli), quindi il sublime chef palermitano dovette accontentarsi di “cucinare” Dell’Utri (dal gennaio 96): che all’apparenza era il piatto più facile, ma che prima o poi gli andrà di traverso.

      Borsellino fu scelto come “bersaglio” del giornalista francese “che fa le domande” perché la sua figura, in quell’intervista fatta due giorni prima di Capaci, aggiunge credibilità a ogni frase. Lo stesso accadrà nell’interrogatorio del “pentito” Gaspare Mutolo (gestito dalla DIA), che Borsellino incontra a Roma due giorni prima di morire e che gli “rivela” la collusione con la mafia del procuratore Signorino e di Contrada. Borsellino è così scosso dalle rivelazioni di Mutolo, che a fine interrogatorio ha egli accessi di vomito.
      E devo dire che anch’io ho un po’ di nausea… Ma secondo un’altra interpretazione,
      http://www.unaviaxoriana.it/cgi-bin/uvpo/index.cgi?action=viewnews&id=2120
      Borsellino si accorse dell’inganno e avrebbe voluto denunciare Mutolo per falsa testimonianza, così come nell’89 Falcone aveva accusato il pentito Pellegriti per le accuse a Lima e Andreotti… Borsellino avrebbe voluto, ma saltò in aria prima di poterlo fare.

      • Patton 07:13 on 5 June 2012 Permalink | Rispondi

        PS
        Enrix, l’autore del pezzo da me citato, che due anni fa si firmava ancora con il nick “artemide1955″, è Michele Imperio, ex-avvocato e oggi blogger su FB, con il quale tu spesso interloquisci. E’ uno che ama molto le coincidenze, ma dice cose interessanti e fuori dagli schemi.

        Resta il fatto, secondo me, che la “intervista-pacco” a Borsellino su Berlusconi & Dell’Utri e la rivelazione-pacco che il gen. Subranni dei ROS era un mafioso (fatta a Borsellino tre giorni prima di via D’Amelio, da uno che lui credeva amico) hanno lo stesso mittente, la stessa firma.

        • Avatar di enrix

          enrix 20:22 on 5 June 2012 Permalink | Rispondi

          Si, avevo capito che era lui, stavo per domandarglielo. Per tornare al nostro argomento, ti dirò che sono molte le possibilità. Io sono abituato a partire da ciò di cui sono certo, per poi formulare le ipotesi dalla più plausibile alla meno possibile, ma ad ogni modo prima di avvalorarle occorre trovare supporti e riscontri. Qui ci sono questi dati certi:
          1) C’era una fretta del diavolo di fare questa intervista
          2) L’intervista è stata organizzata in maniera da carpire il più audio possibile del magistrato, a sua insaputa, e questo era l’interesse prioritario. In realtà una cosa penso si possa dire con certezza: in versione completa è un’intervista anomala, noiosa e tendenziosa, non credo sia piaciuta al giudice. In versione “montata” secondo quelli che paiono gli intendimenti degli autori quando è stata girata, non si poteva pensare in alcun modo di poterla utilizzare se non contrariando Borsellino, oppure non contrariandolo perchè deceduto.
          3) La finalità era quella di far parlare il magistrato, a qualsiasi costo, di Berlusconi e Dell’Utri come indagati a Palermo in connessione alla mafia e a Mangano, in un periodo in cui di quei rapporti si leggeva già su Repubblica, ma con trafiletti interni, perchè di quell’argomento NON GLIENE FREGAVA NIENTE A NESSUNO.
          4) L’intervista non è stata utilizzata, e c’è da pensare che se Berlusconi non fosse sceso in politica 2 anni dopo, non lo sarebbe mai stata.
          5) Su quest’intervista, hanno mentito: l’autore, Travaglio e molti altri giornalisti e, purtroppo e salvo prova contraria, anche alcuni famigliari del magistrato.
          6) Almeno uno dei due “giornalisti” aveva rapporti anche di lavoro con certi ambienti, e tu sai quali.
          7) In quel momento la presidenza francese viveva un periodo di forte antoagonismo con Berlusconi. 8) Borsellino non si stava occupando di Berlusconi, ma in quel periodo era concentrato sulla morte di Falcone e sulle inchieste di cui si era occupato.
          9) la morte dei due magistrati F. e B. era stata pianificata congiuntamente, ed era stata programmata a breve termine già dalla fine del 91.
          10) all’omicidio dei magistrati hanno verosimilmente partecipato esperti esterni di tecniche militari e fornitori esterni di ordigni esplosivi ad innesco sofisticato.

          • Patton 12:42 on 6 June 2012 Permalink | Rispondi

            E’ un fatto, anche se posteriore a quelli in oggetto, che la piccola ma interminabile “Norimberga” sicula (dura da vent’anni e a detta di Scarpinato durerà altri venti) ha toccato e tocca nomi, da Contrada a Subranni, che furono suggeriti a Borsellino e che lui menzionò nei suoi ultimi due mesi di vita.
            Se è vero, com’è vero, che gli omicidi di F & B erano stati programmati da mesi, lo stesso si può dire della piccola “Norimberga” sicula, la quale doveva coinvolgere tutti coloro che erano stati dalla loro parte.

    • David Marín 02:27 on 9 June 2012 Permalink | Rispondi

      Cari amici,
      su molte cose sono d’accordo, con altre no. In quel periodo la presidenza francese non aveva più da mostrare antagonismo nei confronti di Berlusconi. Secondo punto: è possibile l’ipotesi secondo la quale (ne avevo già detto a suo tempo su RI) che un documento audio fosse stato agli atti a Palermo, e non un documento video. Un caro saluto, DM

    • Renzo C 18:35 on 24 June 2012 Permalink | Rispondi

      Ciao Enrico,
      ho trovato una manipolazione dell’ audio fatta senz’altro in post produzione, la si può ascoltare molto chiaramente anche online.
      Inoltre non ho letto che tu ti sia occupato dell’ inizio dell’ intervista, cioè di cosa avevano chiesto a Borsellino prima dell’ incontro, anche perchè purtroppo non si sente benissimo (pure l’orologio suona).
      Infatti cita subito Mangano, non altri, come si può sentire da quanto riferisce Borsellino prima di iniziare l’ intervista vera e propria, anche se l’ argomento era la mafia in generale.
      Poi partono buchi e lavori di regia, tutt’ altro che la “versione integrale di tutto il girato” come falsamente dichiara Travaglio; “non abbiamo tagliato nulla” dice ancora il pataccaro: ma prima di dire queste panzane l’ha visto o no?

      Resta infine da sapere che fine hanno fatto le carte che Borsellino ha consegnato, perchè fra quelle deve esserci per forza quella dell’ indagine di Guarnotta su Dell’ Utri, vera o falsa che sia, ma quei documenti i solerti Ingroia e Di Matteo li hanno mai chiesti ai francesi?

      Ciao
      Renzo C

      p.s. ma quella mailbox funziona? la scarichi ogni tanto?

    • marisa di bartolo 11:18 on 20 July 2012 Permalink | Rispondi

      Non ho capito il succo del discorso. Berlusconi e dell’ Utri vittime di un perfido complotto architettato con una falsa documentazione fatta cadere tra le mani di borsellino durante la famosa intervista,e poi subito fatta sparire? a parte il fatto che borsellino non dice proprio nulla di nulla, si limita a trattare l’argomento Mangano e i suoi cavalli, gli autori dell.e losche trame a danno di quelle anime pure ed innocenti che sono e sono sempre stati berlusconi e dell’utri, chi sarebbero? presumo i “comunisti”, che dovrebbero essere secondo l’autore i nemici ancestrali della citata coppia (berlusconi e de ll’Utri). In sostanza trovo l’articolo ambiguo e tendenzioso: ad es. non è vero che borsellino rilegge le carte che aveva in mano perché non distingueva dell’utri dal fratello alberto: rileggendole si accorge piuttosto che ANCHE alberto era indagato.L’autore evoca pure presunte manipolaioni del video e dell’audio dell’intervista: ovviamnte i soliti comunisti devono essersi messi di buzzo buono x fare una cosa simile pur di nuocere a Silvio, ovviamnte in odore di santità. L’autore ventila inoltre che i 2 giornalisti fossero stati inviati DI PROPOSITO da borsellino, e gli avessero raccomandato di prepararsi in maniera opportuna (sottinteso: a costo di inventare). Ora anche qs non è vero: i giornalisti francesi stavano conducendo un ‘inchiesta sulla mafia in europa, e avevano pensato di intervistare per l’italia il giudice borsellino. L’articolista sottolinea ,a sostegno dei suoi argomenti, l’insistenza dei gironalisti: ma i giornalisti sono sempre insistenti, e gli intervistati di solito un pò refrattari, specie quando ritengono gli argomenti difficili da spiegare. Ho finito: ho la massima fiducia nella giustizia italiana, per cui di sicuro le luminose figura di dell’ utri e berlusconi continueranno immacolate a giganteggiare nei cieli della nostra politica, e qs favola delle trattative stato mafia, e relative stragi, diventeranno fiabe per bambini come quelle del lupo cattivo o dei sette nani.

      • Avatar di enrix

        enrix 15:18 on 22 July 2012 Permalink | Rispondi

        E lo vedo bene, cara signora Di Bartolo, che non ha capito proprio per niente il succo del discorso.
        Questo è un blog d’inchiesta, e lo gestisco io e soltanto io. Ed io nutro pochissimo interesse per la politica e tanto, tantissimo, per le investigazioni di natura criminologica.
        Dunque io ho soltanto fatto il punto su quell’intervista, in riferimento a ciò che pare certo. E vale a dire quanto segue:
        1) A Borsellino è stato richiesto da qualcuno, prima dell’intervista, di visurare il ruolo della procura di Palermo sui nominativi Berlusconi Silvio, Dell’Utri Marcello e Mangano Vittorio, e di procurare per il giorno e l’occasione dell’intervista, la documentazione relativa a tale visura, nel caso qualcosa su quei nominativi fosse stato presente.
        2) Borsellino ha effettuato la ricerca e si è presentato all’appuntamento con i due giornalisti con il materiale richiesto.
        3) Nel corso dell’intervista, le riprese del magistrato, proprio mentre sta parlando di un interessante episodio relativo a Mangano, vengono abbandonate e la telecamera viene predisposta, sino al punto di essere nascosta dietro un divano, a riprese “nascoste”, cioè realizzate all’insaputa del giudice.
        4) A quel punto il magistrato viene sollecitato sulla documentazione ed egli, ritenendo di essere “off the record”, consegna ai francesi una stampa del ruolo della procura, raccomandandosi di non dire a nessuno di quella consegna. Il povero ignaro, non sa che in quel momento è persino filmato, e che con tutta probabilità tale ripresa nascosta, pare premeditata.
        5) Si ode dalla viva voce di Borsellino la notizia, che su quella stampa d’archivio sono annotati gli estremi di un’indagine corrente a carico di Marcello Dell’Utri, avente termine legale alla fine di ottobre 92, ed assegnata al magistrato Guarnotta.
        6) Tale indagine, sappiamo oggi dalla Procura Generale, non risulta essere mai esistita.
        7) Di tale indagine non sa nulla nessuno, a cominciare da Dell’Utri. Guarnotta non ne ha mai fatto cenno, nonostante sia espressamente citato da Borsellino nel video. I giornalisti di cronaca giudiziaria Dell’Utrofili (es: Travaglio), cioè quelli che hanno scritto su Dell’Utri tutto quello che si poteva scrivere comprese le multe per divieto di sosta, su quest’indagine della procura antimafia non hanno mai scritto una riga e mai mostrato il benché minimo interesse, salvo ribadire che ne ha parlato Borsellino, ma senza fare lo sforzo, ad es., di verificarne l’esito e l’oggetto in procura. (non lo trova del tutto anomalo?)
        Ora, a fronte di tutte queste evidenze che riguardano fatti incontrovertibili, le domando: non è che per caso lei si sentirebbe in grado di riflettere semplicemente su di esse, senza sentirsi tutta scombussolata dal fatto che qui si sta guardando questo video, per la prima volta, da un punto di vista che non considera quanto siano brutti e cattivi Berlusconi e Dell’Utri, punto di vista al quale evidentemente lei non è consueta?
        Questo le consentirebbe, ad esempio, di non scrivere cose a vanvera.
        E’ evidente che se lo scopo era quello di riprendere di nascosto il magistrato mentre consegnava documenti della procura riservati su Berlusconi e Dell’Utri, e affermando che essi erano indagati, e se è vero che invece quelle inchieste non esistevano, non è logico né possibile che si potesse trattare di un complotto ai danni dei Berlusconi e Dell’Utri. Il pervenire in mano a Berlusconi di quello spezzone di video avrebbe comportato la possibilità, da parte di quello che all’epoca non era un politico ma solo un ricco e potente imprenditore, di perseguitare Borsellino sino a compromettere la sua carriera, e di farlo in discesa, non essendoci in realtà nulla a proprio carico alla procura di Palermo, fatto che Borsellino avrebbe dovuto spiegare, soprattutto insieme all’episodio della stampa e della consegna di atti coperti dal riserbo istruttorio, magari al CSM. Pertanto quel nastro, con Borsellino in vita, avrebbe rappresentato a tutti gli effetti un arma di ricatto contro il povero magistrato, capace di comprometterne la carriera.
        Quindi, volendo fare delle ipotesi, se come lei ipotizza c’era complotto, il bersaglio non poteva essere Berlusconi, ma semmai il magistrato stesso. Ma a me non piace fare delle ipotesi, prima che non si siano approfonditi tutti i dettagli e non si disponga di tutti gli elementi, anche se così sono già tanti. Mi ha capito bene, signora Di bartolo?

      • Avatar di enrix

        enrix 16:11 on 22 July 2012 Permalink | Rispondi

        E veniamo alle sue note critiche, laddove lei mi accusa di ambiguità e faziosità.

        “borsellino non dice proprio nulla di nulla, si limita a trattare l’argomento Mangano e i suoi cavalli”

        Non dica sciocchezze. I 7 punti che le ho elencato in precedenza sono comprovati proprio dalle parole e dagli atti del magistrato in quell’intervista. Di “mangano e dei suoi cavalli “egli tratta non di sua volontà, ma solo e soltanto quando viene sollecitato a farlo dai due francesi, ed il fatto che nell’intervista sia continuamente chiamato a parlarne è qualcosa che riguarda i francesi, non lui.

        “ non è vero che borsellino rilegge le carte che aveva in mano perché non distingueva dell’utri dal fratello alberto: rileggendole si accorge piuttosto che ANCHE alberto era indagato.”

        No, lei non ha proprio capito. Borsellino non sapeva nulla dell’indagine su Dell’Utri e/o sui fratelli Dell’Utri. (anche perché non c’era molto da sapere, se come ci dicono i magistrati quell’inchiesta non è mai esistita) Gli era stato chiesto di verificare il nominativo Dell’Utri nell’archivio delle indagini correnti, e lui aveva verificato e fatto una stampa. Aveva quindi visualizzato nel PC che c’era un’inchiesta a carico di Dell’Utri e Mangano. Nell’intervista egli riferisce questo dato, da lui riscontrato nel PC, ai giornalisti.
        A quel punto gli viene chiesto: . Dell’Utri. Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri ? I due?
        E’ evidente che se Borsellino fosse stato realmente interessato a Marcello Dell’Utri ed a quelle sue vicende giudiziarie, avrebbe potuto rispondere senza consultare nulla, cioè avrebbe saputo distinguere a memoria, in relazione a quell’indagine, fra i nominativi di Marcello e Alberto e le loro rispettive posizioni nell’inchiesta. Invece deve assolutamente verificare le iscrizioni d’archivio, diversamente non sa rispondere. Il genere di “distinzione” cui mi riferisco, non è quella che avrebbe dovuto saper fare Borsellino se gli avessero messo davanti le foto dei due fratelli Dell’Utri, ma è una distinzione riferita alla posizione di Dell’Utri in un inchiesta dove Borsellino non sa dire a memoria neppure chi effettivamente sia indagato, se Marcello, o suo fratello o tutti e due. Questo mio rilievo io lo faccio per le persone che affermano che Borsellino si interessava nelle sue inchieste di Marcello Dell’Utri e di conseguenza era ben informato sulla sua posizione. La verifica che deve effettuare sul registro in merito al fatto se Marcello Dell’Utri sia o meno indagato, o lo sia suo fratello, o lo siano tutti e due, dimostra semplicmente che erano fatti che non conosceva, e quindi non poteva essersene interessato in alcun modo.

        “L’autore evoca pure presunte manipolazioni del video e dell’audio dell’intervista: ovviamnte i soliti comunisti devono essersi messi di buzzo buono x fare una cosa simile pur di nuocere a Silvio, ovviamnte in odore di santità.”

        No, io non evoco manipolazioni presunte, ma manipolazioni certe. Che ci siano state “evidenti manipolazioni” e “gravi alterazioni” è scritto già in due sentenze di due tribunali della Repubblica, che lo hanno scritto a seguito di perizie. Quindi stiamo parlando di cose certe e non presunte, e i comunisti non c’entrano nulla: la smetta di pensare come un’adolescente: dalla sua fotografia gli impeti ideologici e le turbe di quella difficile età, si direbbe che lei le dovrebbe avere abbandonate da un pezzo.

        “L’autore ventila inoltre che i 2 giornalisti fossero stati inviati DI PROPOSITO da borsellino, e gli avessero raccomandato di prepararsi in maniera opportuna (sottinteso: a costo di inventare). Ora anche qs non è vero: i giornalisti francesi stavano conducendo un ‘inchiesta sulla mafia in europa, e avevano pensato di intervistare per l’italia il giudice borsellino.”

        No io non ventilo, io vedo nell’intervista Borsellino aprire la porta ai francesi e parlare loro di una ricerca effettuata solo sommariamente al computer, perché i documenti allegati “ci vuole tempo per andarli a pescare”, dice il giudice. Quindi alla fine dell’intervista Borsellino apre l’oggetto della sua ricerca, la fmosa stampa dell’archivio, ne illustra i contenuti, e quindi LO CONSEGNA ai francesi, ripreso di nascosto, raccomandandosi di non dire mai che egli gli aveva passato quei documenti: . Quindi si trattava di un’operazione così programmata. Diversamente gli avrebbe solo mostrato il documento dicendo che non poteva essere messo in circolazione o comunque si sarebbero uditi i due francesi domandare se potevano avere il documento. Invece la consegna avviene, com’è evidente, come da programma precedentemente pianificato. Così come era pianificata la ripresa “candida”, all’insaputa del magistrato. Lei dice che tutto questo non è vero e che invece “i giornalisti francesi stavano conducendo un ‘inchiesta sulla mafia in europa, e avevano pensato di intervistare per l’italia il giudice borsellino”. Certo, ed infatti nel video non si vedono telecamere nascoste dietro il divano, Borsellino stampava sempre di sua iniziativa il ruolo della procura a chiunque veniva intervistarlo perché per lui era una specie di hobby, e la sua inchiesta sulla mafia in Europa non è mai esistita salvo quell’operazione con Borsellino (peraltro non utilzzata e subito rinchiusa in cassaforte), perché dopo Borsellino ai due francesi è venuta un’intossicazione da cozze ed hanno dovuto rinunciare all’inchiesta europea. Inoltre per l’Italia avevano pensato di intervistare il giudice Borsellino, ma chiedendogli solo e soltanto di inchieste di cui non si occupava e che quindi non lo riguardavano. Geniale. Cara signora Di Bartolo, lasci che glielo dica: viva l’ingenuità, che ti fa sentire meglio.

        “L’articolista sottolinea ,a sostegno dei suoi argomenti, l’insistenza dei gironalisti: ma i giornalisti sono sempre insistenti, e gli intervistati di solito un pò refrattari, specie quando ritengono gli argomenti difficili da spiegare.”

        Non dica sciocchezze: i giornalisti quando un magistrato ripete per be due volte volte di non sapere nulla di un’inchiesta perché non se ne sta occupando lui personalmente, cessano di essere insistenti. Continuano invece, anche quando l’intervistato è obbligato a ribadirlo persino più di due volte, a costo di divenire pedanti, se lo scopo è quello di raccogliere materiale video in quantità su di un solo argomento fisso, per avere una grande cernita quando si intende fare un lavoro di montaggio su quell’argomento.

        “Ho finito: ho la massima fiducia nella giustizia italiana, per cui di sicuro le luminose figura di dell’ utri e berlusconi continueranno immacolate a giganteggiare nei cieli della nostra politica, e qs favola delle trattative stato mafia, e relative stragi, diventeranno fiabe per bambini come quelle del lupo cattivo o dei sette nani.”

        Signora Di Bartolo, il suo raziocinio è alterato dalla propaganda. Lei ha dei chiodi fissi che la disturbano. Si faccia una vacanza, o vada di valium e camomilla.

  • Avatar di enrix

    enrix 10:14 on 30 March 2012 Permalink | Rispondi  

    La “trattativa” Stato mafia c’è stata per davvero? 

    La “trattativa” Stato-mafia

    c’è stata per davvero?

     

    Intervista a Enrico Tagliaferro, “il Segugio”, pubblicata sul primo numero del settimanale LiberoReporter Week.

     

     

     

     

     

    di Gabriele Paradisi

     

    Firenze, Palazzo vecchio, 16 marzo 2012. Il generale Mario Mori (in foto), sotto inchiesta a Palermo dal 16 giugno 2008, quando la procura di quella città aprì un’indagine contro di lui per “favoreggiamento aggravato” a Cosa nostra, presenta il libro scritto a quattro mani col giornalista Giovanni Fasanella, Ad alto rischio. La vita e le operazioni dell’uomo che ha arrestato Totò Riina (Mondadori, 2011).

    Mori, insieme al colonnello Mauro Obinu, è accusato della mancata cattura nel 1995 di Bernardo Provenzano. Testimone d’accusa il colonnello Michele Riccio, il quale dichiarò che gli fu impedito proprio da Mori e da Obinu di giungere all’arresto del boss di Cosa nostra nel casolare di Mezzojuso. A questa prima accusa si è aggiunta la testimonianza di Massimo Ciancimino – figlio dell’ex sindaco Vito, condannato per associazione mafiosa e corruzione – il quale sostiene che dietro tutto ciò si celava una “trattativa” tra uomini dello Stato e mafia.

    All’incontro di Firenze erano presenti tra gli altri il direttore del quotidiano La Nazione, Mauro Tedeschini e il giornalista ed ex parlamentare Marco Taradash. Tutti hanno avuto ferme parole di solidarietà nei confronti di Mario Mori, fedele “servitore dello Stato” e già collaboratore del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (1920-1982), impegnato da sempre in prima linea nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata. Il generale, che ha rinunciato alla prescrizione affinché si giunga ad una sentenza che non lasci dubbi, ha sostenuto le sue ragioni con tono pacato, sereno ma determinato.

    Relativamente al libro, ha sostenuto che è incompleto. Mancano ancora due capitoli. L’ultimo che dovrà trarre una morale da tutta questa vicenda ed il penultimo, che dovrà essere dedicato alla cosiddetta “trattativa”.

    Tra il pubblico era presente anche l’amico Enrico Tagliaferro, blogger conosciuto come “il Segugio”, autore nel 2010 di un libro autoprodotto dal titolo Prego, dottore!, che tratta proprio delle vicende del processo a carico del generale Mori, e nello specifico del suo “teste maximo”, vale a dire Massimo Ciancimino.

    Tagliaferro in questi ultimi anni insieme ad altri blogger giornalisti come Antonella Serafini (censurati.it) o Anna Germoni, hanno seguito le vicende siciliane schierandosi decisamente a fianco di uomini come il capitano Ultimo (Sergio De Caprio) e il generale Mori.

    Tagliaferro in particolare, con le sue documentate inchieste, ha oggettivamente smascherato numerose manipolazioni intorno a questa triste storia. Ma purtroppo il nostro sistema dell’informazione non dà voce a chi non si accoda alle “verità” ufficiali. Abbiamo così deciso noi di fargli alcune domande. Ecco l’intervista.

     

    D: «La prima Repubblica è morta tra Capaci e via D’Amelio. È morta in quell’asfalto divelto, tra quelle macerie, quel sangue di giudici e poliziotti. È lì che c’è il segreto della malattia della prima Repubblica che era la possibilità di pezzi dello Stato di costruire patti scellerati con Cosa nostra, per ragioni di consenso elettorale. La trattativa con Cosa nostra che aveva per oggetto la mitigazione del regime penitenziario per i boss mafiosi è stata fatta da pezzi dello Stato e ancora oggi il cognome Borsellino sembra indigesto al potere, produce produce una reazione strana». Così Nichi Vendola da Fabio Fazio a Che tempo che fa su Rai 3 l’11 marzo 2012. Sembra dunque che la cosiddetta “trattativa” Statomafia sia un fatto acclarato e universalmente condiviso. Un recente articolo di Marco Travaglio, direi un articolo antologico di colui che forse è il massimo teorico di questa tesi, ribadisce egregiamente il concetto:

    «Siamo talmente abituati a sentir parlare di “trattativa” fra Stato e mafia che ci abbiamo fatto il callo e non riusciamo più a misurarne l’enorme, incredibile, pazzesca gravità. Perché una cosa […] è assolutamente certa: quella trattativa ci fu […] Nel biennio terribile 1992-’94, e anche dopo, lo Stato che a favore di telecamera diceva e fingeva di combattere Cosa nostra, dietro le quinte trescava con i mafiosi […] [La trattativa è] una verità ormai incontestabile da tutti, fuorché da chi non vuol vedere» (Marco Travaglio, «Il silenzio degli indecenti», il Fatto Quotidiano, 9 marzo 2012).

    Direi che forse è inutile far notare che se questa idea della “trattativa” è entrata ormai nella vulgata, lo si deve proprio a personaggi come Travaglio, Michele Santoro, Antonio Ingroia ed agli spazi mediatici che costoro si ritrovano. Tagliaferro, vediamo di fare un po’ di chiarezza: questa trattativa, dunque, è veramente esistita? Quali prove certe ci sono in tal senso?

     

    R: Quello che mi sento di affermare con sicurezza, è che di certo stiamo assistendo ad un grande abuso di questo termine. Oggi basta aprire alcuni giornali, e leggere: qualsiasi forma di collusione, connivenza o rapporto anche solo anomalo fra uomini di Stato e Cosa nostra, diviene automaticamente “trattativa” o elemento della “trattativa”. Come se non ci fossero mai state complicità tra politica ed ambienti criminali, magari mediate da imprese ed  imprenditori dalle connivenze bilaterali, dettate da mere ragioni di reciproco interesse, e consolidate, senza bisogno di alcuna “trattativa”. Quella che la politica fosse una specie d’insieme di monachelle obbligate a scendere a trattativa con i manigoldi per paura di essere insidiate o di subire violenza, è un’idea da filmetto di serie C, roba buona per i comizietti delle assemblee d’istituto liceali. Dire poi che si tratta di qualcosa persino di scontato perché “ci abbiamo fatto il callo”, e sentirselo dire pure da Travaglio, per giunta, suona molto beffardo, perché quello che lui chiama “callo”, è in realtà una sorta di chirurgia cerebrale fondata su di un’intensa attività di disinformazione volta a rifilarci questa parola, “trattativa”, ad ogni occasione e con ogni pretesto, anche nei casi dove non c’entra evidentemente nulla; in realtà coloro che a suo dire non vorrebbero “vedere” ciò che a lui pare ovvio, sono invece il più delle volte soltanto persone che hanno saputo conservare, nonostante tutto, un normale e non condizionato livello d’attenzione.

    L’affermazione di Vendola che tu mi hai citato, calza a pennello. Egli dapprima afferma che “la malattia della prima Repubblica” stava nella “possibilità di pezzi dello Stato di costruire patti scellerati con Cosa nostra, per ragioni di consenso elettorale”. Immediatamente dopo, egli afferma che allo stesso modo, “pezzi dello Stato” avrebbero fatto una “trattativa con Cosa nostra che aveva per oggetto la mitigazione del regime penitenziario per i boss mafiosi”. Ma allora, sorgono spontanee alcune domande: ogni volta che “pezzi dello Stato”, nella vita della prima Repubblica, scambiavano voti della mafia con favori, ogni singola operazione era forse una “trattativa Stato-mafia”, anziché un crimine comune previsto dal legislatore, un’infrazione ben precisa al codice penale? E qual era poi la posta di questi “patti”? Quali i favori da concedere alla mafia? Non erano forse, questi favori, le assegnazioni degli appalti mediante gare truccate? Non erano forse soprattutto, questi favori, il dirottamento di fondi sui lavori pubblici nell’interesse della mafia (ed ovviamente, anche del proprio)? E allora, come possiamo dire che questo folto gruppo di criminali di Stato, complice della mafia nel malaffare, avrebbe avuto la necessità di impostare “una trattativa Stato-mafia” soltanto per alleggerire il regime carcerario? Che bisogno c’era di impostare, con i crismi della formalità, una trattativa fra gli stessi membri inseriti all’interno di un sistema di connivenze criminali già consolidato? Quale il bisogno, di contattare la mafia attraverso un Meo Patacca come Ciancimino junior, e quale il bisogno di farlo fare proprio da una delle persone meno indicate ad interloquire con quel mondo, e cioè il capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, il quale da mesi e mesi lavorava con Giovanni Falcone all’inchiesta sugli appalti producendo un atto istruttorio di un migliaio di pagine, e si batteva per ottenere una serie di arresti che avrebbe dato l’avvio ad un’inchiesta analoga a quella di Mani pulite a Milano? Ma la gente non lo sa che tipo di interlocutore sarebbe per la mafia un carabiniere che si presentasse a trattare? La gente non sa che cosa diceva Riina dei carabinieri? Diceva che in Sicilia si era liberi di ammazzarli senza chiedere l’autorizzazione al consiglio di Cosa nostra, in qualsiasi caso. Gaetano Badalamenti diceva che i carabinieri dovevano essere buttati tutti a mare. E lo Stato intimorito dalla mafia, chi gli manda, per trattare una tregua? Due ufficiali del Reparto Operativo Speciale dei carabinieri? Mah.

    Insomma, questa storia della “trattativa” appare a tutti gli effetti un depistaggio, o per lo meno un bel lavoro di maquillage.

    Immaginiamo, per assurdo, che avessero assassinato Antonio Di Pietro nello stesso periodo. L’idea non è peregrina, se è vero ciò che dicono, cioè che Di Pietro si rifugiò all’estero nello stesso periodo in cui fu ucciso Borsellino, per ripararsi da un attentato analogo. Ebbene, chi avrebbe mai avuto motivo di vedere, se Supertonino fosse stato ucciso, la sua morte come causata da un suo presunto porsi come ostacolo ad una “trattativa” in corso fra politici ed imprenditori finalizzata, ad esempio, a chiudere con una sanatoria le inchieste di Mani pulite? Chi avesse osato ipotizzare una sciocchezza simile, sarebbe stato subito richiamato da tutti all’evidenza di un percorso interpretativo molto più diretto. Di Pietro indagava ed arrestava politici ed imprenditori. Dunque il movente sarebbe stato lineare: fermarlo. Chi oserebbe mai pensare ad un altro movente, magari così contorto come quello che vorrebbe il giudice oppositore di una trattativa fra politici e tangentari, in presenza di motivazioni ben più pressanti ed immediate? Ebbene, nel caso di Falcone e Borsellino, questa ipotesi fantastica è divenuta realtà. I due magistrati prima di essere uccisi, indagavano su filoni delicatissimi che coinvolgevano politica, imprenditoria e mafia. Tra le altre cose, volevano far “partire”, proprio sulla base del lavoro di quei carabinieri oggi sotto accusa, una Mani pulite palermitana, chiamata “mafia e appalti”. Loro sono morti, e l’inchiesta è stata archiviata, non è mai decollata. Quasi come se a Palermo il mondo degli appalti fosse stato pulito, contrariamente a quello di Milano. Se pensiamo che l’archiviazione di un importante troncone di quell’inchiesta, è stata predisposta il 13 luglio 92 e protocollata e sottoscritta dai colleghi del magistrato il cui corpo era ancora caldo, il 22 luglio, tre giorni dopo l’attentato di via D’Amelio, vengono i brividi.

    E se pensiamo che Borsellino, proprio in quei giorni, raccontava alla moglie di aver litigato ferocemente con quegli stessi colleghi e li accusava di volerlo lasciare morire, i brividi vengono ancora più freddi. Eppure, su quello che è il più ovvio dei moventi, non si scava e non si è mai sostanzialmente scavato.

    Si vuole credere invece in qualcosa di assai più creativo: un Riina angosciato dall’idea che Borsellino si potesse mettere di mezzo ai colloqui fra Mori e don Vito, tanto da volere la sua frettolosa eliminazione. Ma per piacere… proviamo solo a metterli sui piatti di una bilancia, questi moventi…

    Chi da per scontato che possa essere esistita agli inizi degli anni ’90 una trattativa del genere, fra mafia e politica, dimentica o finge di dimenticare che in Sicilia la mafia imprenditoriale, quella degli appalti, mafia che comunque coincide perfettamente con Cosa nostra ed è diretta dalle stesse teste, era naturalmente collusa e complice in affari con il mondo politico, esattamente come avveniva fra imprenditori e politica sulla piazza di Milano, nei modi messi a nudo da Mani pulite, che proprio in quel preciso momento storico era esplosa, gettando nell’inquietudine tutto quel mondo nell’intero paese. Il livello di consociativismo, la programmazione congiunta, erano tali che si può parlare, naturalmente, di complicità, nell’attività di mungitura fraudolenta del denaro pubblico.

    E fra complici, il crimine si decide in complicità, non è necessaria una “trattativa”.

    E lì bisognava decidere in fretta, altrimenti Falcone e Borsellino, a Palermo, li mandavano tutti in galera, come i mafiosi del maxiprocesso: politici, imprenditori, criminali, e magari anche funzionari di Stato collusi, compresi taluni loro colleghi.

     

    D. Ma se si volevano eliminare i magistrati semplicemente per porre fine alle loro inchieste, perché usare sistemi da terroristi, anziché una semplice revolverata, come era solita fare la mafia?

     

    R. È mia ferma opinione che Falcone sia stato ucciso per mettere una pietra tombale sulle indagini di cui si stava occupando e che Borsellino abbia seguito la stessa sorte a distanza ravvicinata, perché dimostrava di volersi occupare delle stesse indagini, in contrasto con i colleghi del Palazzo con il quale ogni giorno che passava i rapporti divenivano via via più tesi ed insostenibili, avendo per di più intuito la ratio dell’omicidio del collega. C’era anche la componente “vendetta” della mafia per i risultati del maxi-processo ma quella non è servita da vero movente, ma solo da stimolo a compiere gli omicidi facendo molto rumore, anche perché Riina voleva dare una dimostrazione di forza, soprattutto

    come segnale verso la sua organizzazione.

    Ad ogni modo, l’eliminazione chirurgica dei due magistrati mediante una sparatoria a sangue freddo, avrebbe attirato l’attenzione sulle inchieste, in quanto si sarebbe capito che si trattava di omicidi mirati e precisamente motivati e premeditati. L’utilizzo del tritolo in assetto da guerra, sposta l’analisi del movente verso una volontà terroristico-dimostrativa, come se la mafia avesse voluto dichiarare guerra allo Stato uccidendo due uomini simbolo della nostra giustizia, con le loro scorte, solo a scopo di rappresaglia ed intimidazione, e non per sopprimere semplicemente le inchieste che essi stavano conducendo. Le telefonate seguite agli attentati di rivendicazione da parte dell’organizzazione Falange armata, sono state fatte probabilmente proprio per mettere in risalto quella tattica. Come dire: che sia stata o non sia stata la Falange armata, quella è roba da Falange armata, per questa ragione è stata subito rivendicata dalla sedicente organizzazione.

    E invece, si è trattato di due classici omicidi di magistrati scomodi, camuffati da qualcos’altro. «Menti raffinatissime», come le chiamava Falcone.

    Per inciso, è bene ricordare che le inchieste principali seguite dai due magistrati, vale a dire il riciclaggio internazionale, il traffico di stupefacenti, la “pulizia” dei soldi del Pcus (il partito comunista dell’ex Unione sovietica) e soprattutto “mafia e appalti”, dopo la morte dei giudici sono svanite nel nulla.

     

    D. Per correttezza e onestà intellettuale bisogna però dire che nelle motivazioni della sentenza depositate il 12 marzo 2012 proprio qui a Firenze, relative al processo a carico del boss di Brancaccio Francesco Tagliavia, i giudici fanno esplicito riferimento all’esistenza di una “trattativa” tra Stato e mafia con l’obiettivo di «trovare un terreno con Cosa nostra per far cessare la sequenza delle stragi» del 1992-1993, dall’attentato di Capaci in cui morì il giudice Giovanni Falcone alla bomba di via dei Georgofili, a Firenze.

     

    R. Già. Per l’esattezza, quella è una sentenza che dice più o meno così: Tagliavia nella strage fu colpevole in forma soggettiva, ma la responsabilità oggettiva del reato da lui commesso è da attribuirsi al generale Mori ed al capitano De Donno, che hanno attizzato le smanie terroristiche della mafia avviando per conto dello Stato una “trattativa” con la stessa, nella persona di don Vito Ciancimino contattato per il tramite del suo rampollo Massimo, su mandato di qualche ignota parte oscura del medesimo Stato, come si “deduce logicamente” (e rimarco: deduce), pur in assenza di elementi oggettivi, dalle dichiarazioni di alcuni pentiti doc del taglio, ad esempio, di Giovanni Brusca. Questa la sintesi delle motivazioni. Motivazioni affascinanti, certo, e che concludono un processo affascinante, dove però è mancato un piccolo optional: la presenza di Mori e De Donno a controdedurre e difendersi da simili gravissime accuse, anzi, condanne preventive, sul loro operato. A leggerla, quella sentenza, pare quasi che Mori fosse coimputato. Invece non è così. Mori non c’era e non ha avuto la possibilità di ribattere in alcun modo. Viceversa, egli è processato attualmente a Palermo proprio per quelle vicende su cui i giudici fiorentini hanno già giocato d’anticipo con le loro conclusioni. E si tratta, guarda caso, di un processo che registra un’incredibile concentrazione di testi oggettivamente ostili (ci sono persino dei carabinieri infedeli, pregiudicati e già condannati per falso), mafiosi (a testimoniare contro colui che realizzò la cattura del capo della mafia!), pendagli da forca, magistrati la cui testimonianza peraltro ha ricevuto smentite scritte da illustri colleghi, e, naturalmente, pataccari. Nella fattispecie, ce n’è uno da fuori concorso, il quale, tra le altre cose, ha introdotto nella “trattativa” persino la figura di un fantasma, una specie di spettro della Spectre nominato Franco- Carlo, o Carlo-Franco. Si tratta dello stesso cavallo di razza che poi ha consegnato pure il papello, l’elenco manoscritto (anonimo) delle richieste di Totò Riina allo Stato. Un documento che io ho definito esoterico, in quanto, pur scritto e consegnato, a detta del testimone, nel giugno del 1992, contiene già una richiesta di “annullamento del decreto legge 41 bis” quando l’articolo 41 bis non era stato ancora mai applicato (lo sarà dal 20 luglio, come ritorsione alla strage di via D’Amelio) ed il decreto in questione era ancora solo imminente, o comunque emanato da poche ore, ma non si chiamava “decreto legge 41 bis”, bensì “decreto legge 306”. La dicitura “decreto legge” pare quindi, più verosimilmente, una scritta più recente apposta su di un foglietto dalla datazione falsa ed artefatta, scritta scaturita da una miscela malandrina di ignoranza e di consuetudine all’ascolto della dicitura “decreti ex 41 bis” che rappresenta la denominazione dei singoli decreti nominativi emessi, dal luglio del 1992, a carico dei carcerati, ai sensi dell’articolo 41 bis così come modificato dal D.L. 306.

    Questa, pertanto, è la situazione: mentre a Firenze i giudici “deducono”, pur senza prove e senza contradditorio con i chiamati in causa, a Palermo si cerca pure di dimostrare, ma lo si fa tra uno sconcertante svolazzare di patacche e fotomontaggi.

     

    D. Lo stesso Travaglio afferma ancora nel citato articolo che può tranquillamente fungere da scaletta per questa intervista: «E, se lo sappiamo [della trattativa], non è grazie a politici e uomini delle istituzioni, che lo Stato l’han sempre tradito e la giustizia l’han sempre ostacolata; ma grazie a mafiosi (come Giovanni Brusca e tanti altri collaboratori di giustizia) e al figlio di un mafioso (Massimo Ciancimino), ampiamente riscontrati dai magistrati palermitani e nisseni». Dunque le uniche testimonianze di questa famosa “trattativa” sarebbero le parole di alcuni pentiti quali Brusca (che sciolse nell’acido un bambino) e Ciancimino junior?

     

    R. Parliamo prima di Brusca. Questo mafioso, dopo il suo arresto, raccontò per 4 anni filati, ed in più occasioni, di avere avuto un incontro con Totò Riina dopo la strage di via D’Amelio, presumibilmente nel mese di agosto del 1992.

    Affermò poi che nell’incontrarlo, gli domandò che vento tirasse dopo le stragi. Riina gli rispose tutto raggiante che si era fatto sotto qualcuno e che lo cercavano persino i Servizi segreti e che lui gli aveva avanzato un papello di pretese lungo così. Ora, su questa testimonianza, vanno dette un po’ di cose. Innanzitutto occorre rimarcare il fatto che si dà per scontato, i pm in primis, che Riina  abbia raccontato al suo gregario cose vere, un fatto cioè autentico riferito oggi “de relato” da Brusca.

    Per quanto mi riguarda invece, si tratta di un racconto privo di qualsiasi valore oggettivo. Io sono sempre stato pieno di ammirazione nei confronti del sistema giudiziario statunitense ed anglosassone, che considera non ammissibili le testimonianze “per sentito dire”. Nel caso specifico, io mi richiamo, ad esempio, ad una deposizione del pentito Calderone, resa proprio in quel periodo (e quindi “a caldo”), dinnanzi alla Commissione Antimafia. Egli raccontò che l’immagine di Riina in Cosa nostra aveva subito un duro colpo con gli ergastoli comminati in via definitiva nel maxi processo. Il capo aveva promesso alle famiglie di stare tranquille, millantando di poter controllare gli esiti in Cassazione. Così subito dopo le condanne, continua Calderone, si verificò un altro fenomeno: la sentenza fece “impazzire”, dice testualmente il pentito, i mafiosi, perché dopo quella sconfitta temevano che Riina venisse arrestato e che pertanto il potere di quelli attaccati al suo carro potesse dissolversi insieme al capo. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, la situazione peggiorò, perché dette stragi avevano trovato profondi dissensi all’interno della mafia siciliana, anche perché Riina aveva agito, a detta di Calderone, tenendo al corrente solo il suo gruppo ristretto e senza avvisare le famiglie. E su sollecitazione del presidente della Commissione,  Calderone, parlando a nome di molti mafiosi, disse espressamente che avendone l’occasione, avrebbero persino ucciso Riina, tanto era invisa ormai la sua figura. Ordunque, in un quadretto simile, come avrebbe dovuto comportarsi Totò Riina di fronte ad un capofamiglia di spicco della sua organizzazione, che gli chiedeva “che si dice” dopo le stragi, se non facendo lo spaccone e millantando il mantenimento di un robusto controllo su di uno Stato intimorito dalle sue stragi?

    È semplicemente ovvio che egli cercasse, nel corso delle riunioni, di imbonire e rassicurare i capi dell’organizzazione, affermando di avere saldo il controllo dei rapporti con le istituzioni. E non c’è nulla da dire: si tratta di un comportamento assolutamente ovvio, logico, ed in linea con il susseguirsi dei  fatti.  E quindi, in tutta franchezza, come si può dire che la battuta pronunciata da Riina in quell’incontro con Brusca (“si sono fatti sotto e si sono mossi anche i Servizi segreti per cercarmi, e io gli ho fatto un papello così tanto…”), non fosse una sorta di millanteria da inquadrarsi nello sforzo di Riina di tranquillizzare i suoi fedeli? Se sia o non sia così, noi comunque non ne abbiamo certezza, anche perché Riina non parla, e Brusca è un testimone “de relato” che sui fatti reali, non sa nulla e non ha visto nulla. I magistrati invece non solo sono certi che Riina abbia parlato di fatti reali, ma deducono anche senza colpo ferire che i protagonisti di quella trattativa e destinatari del “papello”, erano proprio quel Mori e quel De Donno che stavano cercando di convincere don Vito Ciancimino a collaborare. Naturalmente, sempre supportati da Brusca, che come d’incanto nel 1998, a sei anni dai fatti, rammentò che quei signori che “si erano fatti sotto”, potessero essere carabinieri. Io credo invece che se per assurdo Riina avesse comunicato a Brusca, in quell’incontro, che era in attesa degli sviluppi di una “trattativa” fra due carabinieri del Reparto Operativo e don Vito Ciancimino, questo avrebbe pensato che il suo capo si era bevuto il cervello.

    Per quanto riguarda invece la datazione di quell’incontro di Riina, Brusca, sempre come per magia, modifica all’inizio del 1998 la versione ribadita per anni, sotto le pressioni dell’interrogatorio del dott. Gabriele Che lazzi in aula a Firenze. Alle domande del pm, egli risponde per 4 o 5 volte che la circostanza era avvenuta “sicuramente dopo la strage di Borsellino” (come aveva già peraltro ribadito, sotto giuramento, in molti altri processi), ed usa proprio la parola “sicuramente”. Ma ad un certo punto, vedendo nel magistrato un certo scetticismo, e vedendo che questi perseguiva con insistenza l’argomento, Brusca fa un’improvvisa retromarcia, e pur non espressamente sollecitato a rettificare, pronuncia queste parole storiche, parole che io conosco a memoria: “io ricordo dopo la strage di Borsellino, ma non escludo che potesse essere anche prima; che sono passati cinque anni, dottor Chelazzi”. Due anni dopo, Brusca sarà ammesso al programma di Stato riservato ai pentiti. Un beneficio che egli chiedeva invano da anni, ma che gli era sempre stato rifiutato a causa di alcune sue iniziali dichiarazioni considerate false e calunniose.

    Essendo Brusca un elemento di punta di Cosa nostra, all’epoca aveva il potere, parlando senza reticenze, di mandare in galera sicuramente decine e decine di criminali di spicco. Pensate dunque che si sia guadagnato la qualifica di pentito, finalmente, fornendo gli elementi utili per assestare qualche duro colpo all’organizzazione criminale? Macchè, molto meglio. Nel marzo 2000 un articolo di Felice Cavallaro sul Corriere della Sera parlava di una “svolta” nella vita del collaboratore, tale da meritargli l’ambito premio, e spiegava espressamente in cosa questa consistesse: nelle nuove dichiarazioni sul papello e sulle presunte richieste di Riina transitate, a suo avviso, verso Stato e carabinieri nella discussa trattativa con Vito Ciancimino. Vale a dire, in parole più semplici, a Brusca sono stati improvvisamente concessi i benefici di legge, dopo anni di rifiuto, dal momento preciso in cui egli ha cominciato ad indicare la responsabilità di alcune nefandezze, nei carabinieri del reparto che catturò Riina, in barba alle sue precedenti versioni. E soprattutto, da quando ha deciso di arretrare a prima della strage di via D’Amelio la data del suo incontro con Riina, cosicché l’avvenuto contatto fra il Ros e Ciancimino, fu improvvisamente trasportato, grazie a quello spostamento di date, nella prospettiva dei moventi che originarono la strage. Davvero un premio di cui andare orgogliosi.

    Eppure, come tu hai detto, le testimonianze di quest’uomo insieme a quelle di Ciancimino junior, hanno reso possibile, esse sole, l’innesto nell’immaginario collettivo di questa leggenda, quella della “trattativa” dei carabinieri con la mafia contro la quale si sarebbe immolato Borsellino. Anni di bisbiglio, goccia a goccia, sull’esistenza di questa “trattativa”, con il sapiente supporto rateale di due testimoni d’eccezione, hanno reso realistica questa versione, portando la gente a “farci il callo”, come ora rileva Travaglio. Ma se qualcuno avesse ipotizzato a caldo, subito dopo la strage, che quell’ordigno era stato collocato per impedire che Borsellino ostacolasse l’attività intrapresa da due ufficiali del Ros dei carabinieri per portare a collaborare don Vito Ciancimino, questo sarebbe stato probabilmente preso per un demente.

     

    D. Paolo Borsellino, secondo i sostenitori della tesi della “trattativa”, fu dunque ucciso proprio perché venuto a conoscenza di questa indicibile verità. Sempre Travaglio sostiene: «Paolo Borsellino fu ucciso perché visto da Riina come un “ostacolo alla trattativa” fra il Ros e Vito Ciancimino. Il giudice l’apprese da Claudio Martelli e da Liliana Ferraro (che però han ritrovato la memoria solo due anni fa, quando parlò Ciancimino) e iniziò a occuparsene come procuratore aggiunto, arrivando a sospettare il tradimento del comandante del Ros Subranni». A tal proposito vanno ricordate le dichiarazioni della moglie di Borsellino, Agnese.

    Come andarono le cose realmente?

     

    R. Si tratta delle solite bugie di Travaglio. Borsellino non seppe mai di alcuna “trattativa”, né da Martelli, né dalla Ferraro. Le testimonianze rese da queste due persone, lo negano fermamente. E quindi Travaglio mente anche quando ironizza sulla memoria dei due testimoni, “ritrovata”, a suo dire, nel momento in cui raccontarono di avere riferito a Borsellino della “trattativa”. In realtà essi non riferirono mai a Borsellino di alcuna “trattativa”, perché non ne sapevano nulla essi stessi, fatto che continuano a ribadire: quindi per anni, così come oggi, essi continuarono a dimenticarsi della “trattativa” semplicemente perché non conoscevano alcuna “trattativa” da ricordare. La Ferraro il 28 giugno 1992 informò Borsellino, come concordato con lo stesso De Donno, dell’incipit di un’attività di Polizia Giudiziaria svolta dai carabinieri per convincere don Vito a collaborare con la giustizia. Che poi quella fosse o non fosse, non ha alcuna importanza. Ciò che conta qui sono i termini riferiti dalla Ferraro al magistrato, ed essi erano quelli che io ho appena descritto. Borsellino infatti non batté ciglio, dice la Ferraro, ed è ciò che ci si doveva aspettare, perché attività di quel genere facevano parte del suo mestiere. Invece sollecitò subito la Ferraro, nello stesso incontro, a parlargli dell’inchiesta “mafia e appalti”, e quello sì che gli interessava, riferisce la Ferraro. Non la “trattativa”, ma guarda un po’.

     Infine c’è il capolavoro di incongruenza nel riferimento al “tradimento del comandante del Ros Subranni”. Travaglio si riferisce, come oggi fanno tanti, al fatto che Borsellino, a detta della moglie Agnese, gli avrebbe rivelato di avere avuto un’informazione sconcertante su Subranni, secondo la quale questo era “pungiutu”, vale a dire affiliato a Cosa nostra. Ebbene, ora formulo un piccolo esercizio di logica. Perché un comandante affiliato a Cosa nostra, per trattare con Cosa nostra, dovrebbe inviare due suoi sottufficiali a chiedere udienza per il tramite di Ciancimino junior?

     

    D. Travaglio non può poi non parlare di Massimo Ciancimino e ovviamente di Berlusconi. «Sono quantomeno ingenerose le parole del gip e dei pm nisseni sull’“inattendibilità” di Ciancimino jr: senza la sua collaborazione oggi sapremmo poco o nulla di quei fatti, e sul suo improvviso e inspiegabile “suicidio” processuale vale la pena di indagare. Delle decine di documenti da lui consegnati o sequestrati in casa sua, uno solo – quello contro Gianni De Gennaro – è risultato falso: tutti gli altri hanno il timbro di autenticità della Scientifica. E possono aiutare a far luce sulla terza trattativa: quella che seguì i negoziati del Ros (chiusi a fine 92 dall’arresto di Ciancimino e poi dalla “cattura” di Riina) e i cedimenti del Dap e di Conso sul 41-bis quando, secondo molti pentiti ma anche secondo don Vito, Dell’Utri prese in mano la situazione in nome o per conto di B.». Nel tuo blog  segugio.daonews.com, segui da tempo la vicenda di Ciancimino junior. Nel giugno 2010 hai anche scritto un libro autoprodotto, Prego, dottore! Le lettere della mafia a Silvio Berlusconi nella mitopoiesi di Massimo Ciancimino, che ora si può scaricare liberamente dal tuo blog, dove documenti le manipolazioni (veri e propri collage) operate sui pizzini, papelli e contropapelli vari. Alcune di queste tue scoperte sono state utilizzate durante il dibattimento dal generale Mario Mori nella sua deposizione difensiva. Travaglio parla di un solo documento falso prodotto da Ciancimino jr, quello in cui si cita Gianni De Gennaro. Non possiamo non ricordare che proprio in concomitanza di quello smascheramento che portò in carcere il figlio di Don Vito per calunnia, usciva, infelicemente direi, un libro tutto incentrato sull’esegesi di quel falso. Libro scritto da Maurizio Torrealta, intitolato Il quarto livello (Rizzoli, 2011), e con la prefazione nientemeno del dott. Ingroia. Grazie a te sappiamo che in realtà i documenti falsi sono più di uno. Ci vuoi elencare le manipolazioni più eclatanti e maldestre che hai scoperto?

     

    R. Per intanto ti dico subito che Torrealta non fu l’unico a fare un simile capitombolo, a causa dei documenti di Ciancimino. Nell’estate del 2010, ad esempio, uscì un altro libro, dal titolo importante: «I misteri dell’agenda rossa» per Aliberti editore. Autori, i giornalisti di Repubblica Francesco Viviano e Alessandra Ziniti. Qualcuno forse ricorderà, che l’uscita di questo libro fece un certo clamore, in quanto, come prometteva la campagna di lancio, nel volume veniva rivelato finalmente il nome del “Sig. Franco” nonché pubblicato il manoscritto inedito di don Vito che rivelava proprio questo nome. Si trattava invece della stessa patacca che mandò poi in galera il testimone. E che dire degli altri documenti? Il mio libro Prego, dottore! Si apre con la riproduzione di una prima pagina del Fatto Quotidiano dove ad un altro documento “agghiacciante” veniva dedicato il titolo centrale, a caratteri cubitali. E invece, patacca anche quella. Travaglio quando afferma che tutti i documenti tranne uno “hanno il timbro di autenticità della Scientifica e possono aiutare a far luce sulla terza trattativa” dice una bugia ed una sciocchezza allo stesso tempo. Non un solo documento dei pochi rimasti con il vero timbro di autenticità dei periti, può servire a qualcosa di più che a farsi fresco d’estate. A questo proposito ti dirò che la Procura di Caltanissetta nella sua ultima relazione, depositata alcuni giorni fa, definisce come autentici ed utili per fare luce sulla trattativa, soltanto due documenti. Di uno di questi due documenti, afferma che la perizia ha stabilito l’autenticità della firma autografa di Vito Ciancimino. Ebbene, questo è un fatto incredibile e sconcertante, perché la procura si riferisce in questo caso soltanto ad una prima vecchia perizia. Successivamente ne uscirono altre, che stabilirono che anche quella firma era stata trasferita in calce al documento con un’operazione di fotomontaggio, e pertanto essa è autografa ma comunque falsa, così come è falso il documento. Queste nuove perizie sono già vecchie di mesi, eppure la Procura di Caltanissetta non le ha mai prese in considerazione, fondando così, anche su quel documento artefatto, le sue conclusioni. E poi ci lamentiamo se la Cassazione annulla i processi.

    Per quanto riguarda poi l’altro documento, le considerazioni dei magistrati sullo stesso non ci paiono del tutto condivisibili. Ad esempio, sulla sua datazione, sono in errore di un bel po’ di anni, perché anche in questo caso non prendono atto di tutte le considerazioni dei periti, ma solo di una parte. Si tratta però di un argomento complesso, che tratterò prossimamente sul mio blog. Ad ogni modo, visto che mi hai chiesto di fare un elenco sullo “status” dei documenti consegnati da Ciancimino, trovo giusto ed interessante sintetizzare un elenco, anche per replicare compiutamente alla sciocchezza di Travaglio: 15 documenti, composti in totale da 93 fogli, sono del tutto privi di valore giudiziario e non attinenti i processi o le indagini in corso, quando non costituiscono persino elementi a favore della difesa del generale Mori. Degli altri 20 documenti uno solo è effettivamente stato dichiarato autentico, ma il suo significato è incomprensibile, mentre 19 sono stati dichiarati ora residui di un ritaglio, e quindi manomessi, ora frutto di fotomontaggi, ora dotati di firme posticce, ora non autenticabili per mancata individuazione dell’autore e dell’origine, ora falsificati e di datazione del tutto differente rispetto a quella dichiarata dal teste e infine, almeno in un caso, patentemente falsi e calunniatori, tanto da costare al dichiarante, la galera.

    Spero quindi che sulle proporzioni e sull’impudenza di questa menzogna di Travaglio, nessuno voglia opinare. Ed è a furia di menzogne come questa, che poi egli può arrivare a compiacersi se il suo popolo di ammiratori “ha fatto ormai il callo” a questa vicenda.

     

    D. Come ritieni sia stato possibile che una persona come Ciancimino junior sia stata elevata sugli altari ad “icona dell’antimafia” e servitori dello Stato come il generale Mario Mori, ma anche il colonnello Mauro Obinu o il capitano Ultimo, che catturarono Salvatore Riina, siano oggetto di disprezzo e di accuse infamanti?

     

    R. “Ditemi cosa volete che io dica”, supplicava un famoso testimone di manzoniana memoria. A questo invece, non c’era neppure bisogno di dirglielo, perché funzionava già a meraviglia così, al naturale, aveva il pilota automatico. Berlusconi, Dell’Utri, la trattativa, il papello, il covo di Riina, i carabinieri ed i Servizi deviati, tutti argomenti pruriginosi ed irresistibili per una bella fetta dei nostri connazionali, ed allo stesso tempo innocui perché inoffensivi, perché incapaci di toccare e ledere gli interessi veri dei criminali pericolosi. Insomma, somministrava la biada della qualità preferita dai suoi somari, con pochi rischi.

    Per il resto, tu l’hai detto: le persone predisposte a credere ad un Ciancimino junior piuttosto che ad un Capitano Ultimo, son davvero tante.  Anzi, davvero troppe.

    Come ciò possa accadere,  francamente, è arduo spiegarlo anche per il Segugio.

     
    • Renzo C 01:15 on 1 April 2012 Permalink | Rispondi

      Bell’ intervista, mi permetto solo di aggiungere un ricordino su Giovanni Brusca, pentito doc, molto più sincero e affidabile di Ciancimino (sì, come no)
      http://www.guidasicilia.it/giovanni-brusca-gestiva-suoi-affari-da-rebibbia/news/41462
      E’ solo uno dei tanti link, ed è chiaro che un galantuomo che dice: “Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l’auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento. ” (dal libro “Ho ucciso Giovanni Falcone”, di Saverio Lodato, fonte Wikipedia) è da proteggere come un bene prezioso.
      Cosa vuoi mai che siano 100 o 200… e chi se li ricorda più?
      Se c’era da ammazzare qualcuno, nessun problema, sulle date invece è affidabilissimo, perchè le date son cose importanti!
      Nemmeno il peggior serial killer ne ha ammazzati tanti, ma “u verru” potrebbe diventare “gentilissimo signor”, come Spatuzza, altro bravo pluriomicida ora però quasi santo.

      Ciao

      • Avatar di enrix

        enrix 12:51 on 1 April 2012 Permalink | Rispondi

        Già. Ad ogni modo non dimentichiamolo mai: i magistrati hanno proposto di mettere questo individuo a totale carico dello Stato, con lauto stipendio, custodia e protezione adeguata, soltanto quando lui, che era praticamente il vicecapo di cosa nostra, ha deciso a mdificare alcuni suoi racconti resi sotto giuramento negli anni precedenti, in danno ai carabinieri che catturarono il capo di cosa nostra, cioè il suo capo. Davvero un eroe, un pentito modello. Forse all’estero questa non l’hanno capita bene, bisognerebbe spiegargliela perchè si facciano un’idea di dove sta davvero la mafia nel nostro stato, altro che gli stallieri di Arcore.

    • nonno renzo 09:14 on 7 April 2012 Permalink | Rispondi

      Carissimo Enrix, leggo sempre con grande interesse i suoi articoli, ma qui ora colgo solo l’occasione per porgere a lei e atutti gli amici del blog tanti Auguri per una Pasqua serena.

      • Luciano Baroni 17:47 on 7 April 2012 Permalink | Rispondi

        Grazie a nonno Renzo per gli auguri, che rinnovo a lui ed a tutti/e ed ai Vostri familiari, con cuore.

        • Avatar di enrix

          enrix 13:13 on 8 April 2012 Permalink | Rispondi

          Auguri a voi, Luciano, Renzo e amici tutti. Ed anche agli avversari e ai detrattori: Buona e felice Pasqua a tutti!

          • Renzo C 17:31 on 8 April 2012 Permalink | Rispondi

            Buona Pasqua Enrix e a tutti quelli che leggono il blog.

            p.s. hai posta

  • Avatar di enrix

    enrix 23:31 on 13 March 2012 Permalink | Rispondi  

    Ancora sull’intervista a Paolo Borsellino 

    ECCO IL TESTO ORIGINALE DELLE PARTI DELLA FAMOSA INTERVISTA A PAOLO BORSELLINO DEL MAGGIO 92, CHE RIGUARDANO DELL’UTRI E BERLUSCONI. 

    LO PUBBLICO PER METTERE LA PAROLA FINE ALLE POLEMICHE CON TUTTE QUELLE PERSONE, MISEREVOLI PIU’ CHE MISERABILI, CHE CONTINUANO AD INVOCARE LA NOTA MANIPOLAZIONE DI QUESTO TESTO COME PROVA CHE BORSELLINO SI INTERESSAVA A QUEI DUE SIGNORI. BASTA LEGGERE QUESTO INTEGRALE: PAOLO BORSELLINO NON SI OCCUPAVA DI DELL’UTRI E BERLUSCONI, E NON SE NE INTERESSAVA PER NIENTE.

     

    GUARDA IL VIDEO DELLA MANIPOLAZIONE PRINCIPALE

     

    Premessa: al di fuori dell’intervista “on the record”,  nel video girato da una telecamera posata “pur – distrattamente – accesa” sul pavimento,  si ascoltano i giornalisti e Borsellino conversare su di alcuni documenti.  Si intende bene che il magistrato ha con sé della annotazioni sulla figura di Mangano che ha predisposto in precedenza su richiesta degli stessi giornalisti. Dalle successive consultazioni di queste stesse carte nel corso dell’intervista, si capisce che si tratta certamente di annotazioni che riguardano anche Dell’Utri. E comunque di informazioni estratte dagli archivi della Procura, su precedente espressa richiesta dei giornalisti francesi.

    Ecco uno stralcio del dialogo “off the record”:

    (Al citofono – ndr) GIORNALISTA: Si, ehhh…per il Dott. Borsellino …  Fabrizio Calvi….non ho capito…ottavo piano
    GIORNALISTA: Buongiorno dottore..
    BORSELLINO: Buongiorno..
    GIORNALISTA: Eh arrivano…gli altri colleghi.
    BORSELLINO: Accomodatevi…
    BORSELLINO: … avete bisogno di prese…
    BORSELLINO: Dunque ho effettuato una ricerca…che non ho potuto approfondire stamattina … sulle storie di Mangano però…  ho soltanto quello che risultava  dal computer…ehe…per la verità non ho potuto confrontare perché, cioè le indicaz..l’esito dei documenti  perchè…
    NDR : La telecamera viene posata sul pavimento con l’obbiettivo rivolto verso le gambe del magistrato, sotto la scrivania, e viene lasciata accesa. A Borsellino invece pare proprio che sia stato lasciato credere che la telecamera fosse “off”, cioè non sia stato avvisato che si stava registrando.
    GIORNALISTA: Ma c’è tutto questo su di lui…
    BORSELLINO: Beh  …sono… ogni foglio del genere corrisponde a un documento…un documento, anche voluminoso…non … ci vuole tempo per andarli a pescare…
    GIORNALISTA: …ho capito…
    BORSELLINO:perché Mangano fu coinvolto sia nel blitz di San Valentino, sia nel…sia nel…  (l’oriologio a pendolo suona le 16 – ndr) …buonasera  come sta?… (parole incomprensibili – ndr)
    BORSELLINO:…..sia nel blitz di San Valentino sia nel processo Spatola che fece negli anni 80 Falcone a Palermo. Quello che c’è risultato al processo Spatola l’essenziale è riportato in questa scheda qua… per quanto riguarda il blitz di San Valentino…
    GIORNALISTA:…questo l’abbiamo…il blitz di San Valentino.

    ON THE RECORD

    (…)

    GIORNALISTA: Dunque, quando Mangano al telefono parlava di droga diceva “cavalli”?

    BORSELLINO: Diceva cavalli e diceva magliette, talvolta”

    GIORNALISTA: Perché c’è, se ricordo bene, nell’inchiesta del San Valentino, un’intercettazione tra lui e Marcello Dell’Utri in cui si parla di cavalli

    BORSELLINO:  Si, comunque non è la prima volta che viene utilizzata, Probabilmente non so se si tratti della stessa intercettazione, se mi consente di consultare…di consultare… … no questa intercettazione in cui si parla di cavalli è un’intercettazione che avviene fra lui e uno della famiglia degli Inzerillo.

    GIORNALISTA: Ma ce n’è un’altra nella San Valentino con lui e Dell’Utri

    BORSELLINO:  Si il processo di San Valentino, sebbene io l’abbia gestito per qualche mese, poiché mi fu assegnato a Palermo allorché i giudici romani si dichiararono incompetenti e lo trasmisero a Palermo, io mi limitai a sollevare, a mia volta, un conflitto di competenza davanti la Cassazione, conflitto di competenza che fu accolto, quindi il processo ritornò a Roma e…o a Milano, ora in questo momento non lo ricordo, conseguentemente non è un processo che io conosca bene in tutti i suoi dettagli perché, appunto, non l’ho istruito, mi sono dichiarato incompetente (indi, non conosceva quella telefonata – ndr)

    GIORNALISTA: Comunque lei, in quanto esperto, lei può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono, vuol dire droga

    BORSELLINO:  Si, tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga è una tesi che fu asseverata nella nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta a dibattimento tant’è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi processo per traffico di droga, fu condannato esattamente a tredici anni e quattro mesi di reclusione più settantamila lire….settanta  milioni di multa e la sentenza di Corte d’Appello confermò queste decisioni del primo grado, sebbene, da quanto io rilevo dalle carte, vi sia stata una sensibile riduzione della pena

    GIORNALISTA: E Dell’Utri non c’entra in questa storia?

    BORSELLINO:  Dell’Utri non è stato imputato nel maxiprocesso, per quanto io ne ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme a Mangano

    GIORNALISTA: A Palermo?

    BORSELLINO:  Si. Credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari

    GIORNALISTA: Dell’Utri. Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri ? I due?

    (ed ecco la sorpresa. Borsellino deve consultare il suo fascicolo, perché non sa neppure quale dei Dell’Utri sia indagato – ndr)

    BORSELLINO:  Non ne conosco i particolari. Potrei consultare avendo preso qualche appunto (Borsellino guarda le carte.  – ndr), cioè si parla di …  Dell’Utri Marcello e Alberto, entrambi (Borsellino fa questa affermazione solo dopo aver consultato le carte, prima non ne era al corrente – ndr)

    GIORNALISTA: I fratelli?

    BORSELLINO:  Sì

    GIORNALISTA:  Quelli di Publitalia?

    BORSELLINO:  Sì

    GIORNALISTA:  E tornando a Mangano, le connessioni tra Mangano e Dell’Utri?

    BORSELLINO:  Si tratta di atti processuali dei quali non mi sono personalmente occupato, quindi sui quali non potrei riferire nulla con cognizione di causa.  Posso ulteriormente riferire che successivamente al maxi processo, o almeno all’istruzione del maxi processo, di questo Vittorio Mangano parlò pure Calderone. ..che lo…ribadì la sua posizione di uomo d’onore, e parlò di un incontro, con Mangano, avuto da Calderone, credo nella villa di … nella tenuta agricola di Michele Greco …ee … insieme dove …lo conobbe, mentre si era ivi recato, dopo aver compiuto un omicidio, almeno questo lo dice Calderone, assieme a Rosario Riccobono.  Dello stesso Mangano ha parlato anche a lungo un pentito minore, che è recentemente deceduto, un certo Calzetta, il quale ha parlato dei rapporti fra questo detto Mangano e una delle famiglie di corso dei Mille, la famiglia Zanca, i cui esponenti furono tutti sottoposti a proce … erano tutti imputati nel maxi-processo.

    GIORNALISTA: La prima volta che l’ha visto quando era?

    BORSELLINO:  La prima volta che l’ho visto anche se fisicamente non lo ricordo… l’ho visto Fra il ’70 e il ‘75

    (…)

    GIORNALISTA: Ma lui viveva già a Milano?

    BORSELLINO:  Beh lui… Sicuramente aveva…. era dimorante a Milano anche se risultò … lui stesso affermava di avere… di spostarsi frequentemente tra Milano e Palermo

    GIORNALISTA: E si sa cosa faceva a Milano?

    BORSELLINO:  A Milano credo che lui dichiarò di gestire un’agenzia ippica o qualcosa del genere. E comunque che avesse questa passione di cavalli, eh… risulta effettivamente la verità, perché anche nel processo, questo delle estorsioni di cui ho parlato, non ricordo a che proposito, venivano fuori dei cavalli. Effettivamente  cavalli, non “cavalli” come parola che mascherava il traffico di stupefacenti

    GIORNALISTA: Sì, ma in quella conversazione (quella inserita nella San valentino – ndr)  con Dell’Utri poteva anche trattarsi di cavalli?

    BORSELLINO:  Beh…nella conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errori, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo. Quindi non credo che potesse …potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo, o comunque al maneggio. Non certamente dentro l’albergo (Notare bene che qui Borsellino, che conosceva soltanto la telefonata del maxiprocesso e non la telefonata su cui veniva sollecitato a rispondere, risponde ovviamente con la descrizione della telefonata che conosceva e delle ragioni per cui in quella telefonata la parola cavalli non poteva che significare droga. Poi non procede nel commento, considerando ovvia l’implicita prosecuzione, vale a dire che bisognava dunque vedere che cosa si diceva nell’altra telefonata, e se quindi veniva enunciata un’affermazione grottesca quanto i cavalli in albergo, per esprimere un giudizio – ndr)

    (…)

    GIORNALISTA: Si è detto che (Mangano) ha lavorato per Berlusconi

    BORSELLINO:  Non le saprei dire in proposito.. Anche se, dico, debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poiché ci sono addirittura… so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti e ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Non…Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda – che la ricordi o non la ricordi – comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla

    GIORNALISTA: Ma c’è un’inchiesta ancora aperta?

    BORSELLINO:  So che c’è un’inchiesta ancora aperta

    GIORNALISTA: Su Mangano e Berlusconi? A Palermo?

    BORSELLINO:  Su Mangano credo proprio di si, o comunque ci sono delle indagini istruttorie che riguardano rapporti di polizia concernenti anche il Mangano (qui nella versione manipolata, la risposta è stata cesoiata per lasciare soltanto il “Sì”, per cui l’ascoltatore è indotto a credere che fossero entrambi indagati – ndr)

    GIORNALISTA: Concernenti cosa?

    BORSELLINO:  Questa parte dovrebbe essere richiesta a Guarnotta (Leonardo Guarnotta, all’epoca magistrato a Palermo – ndr) … che ne ha la disponibilità… quindi non so io se sono cose che possono dirsi in questo momento

    (…)

    GIORNALISTA:  C’è una cosa che vorrei sapere. Secondo lei come si sono conosciuti Mangano e Dell’Utri?

    BORSELLINO:  No, non… non lo so perchè questa parte dei rapporti di Mangano, ripeto, non fa parte delle indagini che ho svolto io personalmente  e conseguentemente  quello che ne so io è quello che può risultare dai giornali e da qualsiasi altra fonte di conoscenza. Non è comunque mai una conoscenza professionale mia. E sul punto peraltro non ho ricordi.…

     

    GIORNALISTA:  Sono di Palermo tutti e due… (i complimenti a Calvi per il raffinatissimo indizio, qui bisogna proprio farli – ndr)

     

    BORSELLINO:  Non è una considerazione che induce ad alcuna conclusione perché…  Palermo è una città, (diversamente come ad esempio Catania dove la famiglia…le famiglie persone erano composte da non più di una trentina di persone, almeno originariamente…),   in cui gli uomini d’onore sfioravano, ufficiale, sfioravano le 2000 persone, secondo quanto ci racconta ad esempio Calderone, quindi …  il fatto che fossero di Palermo tutti e due, non è detto che si conoscessero

    GIORNALISTA:  Si ma c’è un socio di Dell’Utri un tale Filippo Rapisarda  che dice che ha conosciuto Dell’Utri tramite qualcuno della famiglia di Stefano Bontade

    BORSELLINO:  Beh, considerato che Mangano, a q… ricordo, appartenesse alla famiglia dì Pippo Calò...evidentemente non sarà stato Manga…non sarà stato qualcuno….del … cioè… non saprei individuare chi potesse averglielo presentato. Comuque tenga presente che nonostante la… Palermo sia la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano le più numerose – si è parlato addirittura, in certi peridodi,  almeno, di 2000 uomini d’onore con famiglie numerosissime – la famiglia di Stefano Bontade sembra che in certi periodi ne contasse almeno 200…e…la… si trattava comunque di famiglie appartenenti ad una unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, e quindi… i cui membri in gran parte si conoscevano tutti e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera…

    GIORNALISTA:  Perché, a quanto pare, Rapisarda,  Dell’Utri … erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia

    BORSELLINO:  Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda DellUtri e Rapisarda non so fornirle particolari indicazioni trattandosi, ripeto,  sempre, di indagini di cui non mi sono occupato personalmente

    GIORNALISTA:  Lei in quanto uomo, non più in quanto giudice, come giudica la fusione che si opera, che abbiamo visto operarsi tra industriali al di sopra di ogni sospetto come Berlusconì o Dell’Utri e uomini d’onore di Cosa Nostra? Cioè Cosa Nostra s’interessa all’industria, o com’è?  (questa domanda, nella versione manipolata mandata in onda 9 anni dopo la morte del magistrato, viene tagliata e sostituita con quest’altra domanda registrata in studio, domanda che invece al giudice non fu mai posta: “Non le sembra strano che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell’Utri, siano collegati a uomini d’onore tipo Vittorio Mangano?”  L’inserimento  postumo di questa domanda inventata di sana pianta, dopo la morte di Borsellino, in combinazione con la successiva risposta abilmente cesoiata ed incollata, rappresenta una manipolazione raffinatissima, poiché induce a credere che Borsellino spieghi la “stranezza” del rapporto fra Berlusconi, Dell’Utri e Mangano, con la necessità da parte della mafia di investire il denaro. In realtà, al magistrato non era neppure mai stata posta quella domanda. Si legga quindi con attenzione la VERA risposta di Borsellino data alla VERA domanda – ndr)

     

    BORSELLINO:  Beh, A PRESCINDERE DA OGNI RIFERIMENTO PERSONALE, PERCHÉ RIPETO CON RIFERIMENTO A QUESTI NOMINATIVI CHE LEI FA, CHE LEI HA FATTO,  IO NON HO PERSONALI ELEMENTI TALI DA POTER ESPRIMERE OPINIONI, MA CONSIDERANDO LA FACCENDA NEL SUO ATTEGGIARSI GENERALE (tutta questa parte in maiuscolo, nella manipolazione viene ovviamente tagliata – ndr) : ALLORCHÉ L’ORGANIZZAZIONE MAFIOSA, LA QUALE SINO AGLI ANNI 70, SINO ALL’INIZIO DEGLI ANNI SETTANTA AVEVA AVUTO UNA CARATTERIZZAZIONE DI INTERESSI PREVALENTEMENTE AGRICOLI O AL PIÙ DI SFRUTTAMENTO DI AREE EDIFICABILI. (anche questa parte maiuscola è stata tagliata. Notare bene la finesse del far esordire Borsellino con quel “dall’inizio degli anni 70 in poi” , che come inquadramento temporale coincide guarda caso con quello che comincia con la permanenza di Mangano ad Arcore, ma che da bene l’dea della continuità, con quel “dall’inizio … in poi”. In realtà Borsellino non sta pensando nella maniera più assoluta a quell’episodi, e tanto meno a Berlusconi – ndr) Dall’inizio degli anni Settanta in poi, Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali,..contestualmente cosa nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare degli investimenti leciti o paraleciti come noi li chiamiamo, di capitali. Naturalmente per questa ragione, cominciò a seguire vie parallele, e talvolta tangenziali all’industria operante anche nel nord, della quale, in certo qual modo… alla quale in certo qual modo si avvicinò per potere utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali al fine di far fruttare questi capitali dei quali si era trovata in possesso.

    GIORNALISTA:  Un investigatore ci ha detto che al momento in cui Mangano lavorava per Berlusconi c’è stato un sequestro, non a casa di Berlusconi però dì un invitato [Luigi D'Angerio, NDR] che usciva dalla casa di Berlusconi.

    BORSELLINO:  Non sono a conoscenza di questo episodio.

     
    • Avatar di Severino

      Severino 15:42 on 14 March 2012 Permalink | Rispondi

      E’stato indiscutibilmente accertato che Vittorio Mangano ha vissuto per 2 anni ad Arcore alle dipendenze del noto perseguitato Silvio Berlusconi (poverino!).
      Al di là di quello che dice o non dice Borsellino,chi ha avuto modo di seguire il processo Dell’Utri dalle frequenze di Radio Radicale sa bene che le accuse contro il senatore bibliofilo(aripoverino!) si poggiavano su una mole impressionante di documenti e,solo in minima parte,sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia.Dopo la decisione della Cassazione,anni di duro lavoro sono stati ridotti a carta straccia.Da cittadino italiano nonviolento prendo atto di ciò senza poter celare il senso di nausea e profondo ribrezzo verso chi vuole far tornare le lancette della lotta alla mafia indietro di 40 anni!

      • Avatar di enrix

        enrix 07:20 on 15 March 2012 Permalink | Rispondi

        A me basterebbe farla tornare indietro anche solo di una trentina, ai tempi del maxi processo, tempi in cui grazie a magistrati come Borsellino e Falcone nelle aule dei tribunali alla gogna venivano portate, per essere condannate a vita, intere famiglie di mafiosi, boss, capimandamento. Dall’arresto di Riina in poi, i più importanti processi dell’antimafia di Palermo sono stati in carico a carabinieri (proprio quelli più vicini a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino), ad un funzionario di Publitalia oggi senatore, per delle marginali storie di pizzi sulle quali si è cucita un’allegra teoria sulla sua improbabile funzione di eminenza grigia della mafia (documentata col piffero, lei vaneggia), ed alle talpe Ciuro, Riolo e Cuffaro, che per fortuna sono finiti sotto le attenzioni del ROS e di Pignatone, anzichè di certi altri PM, altrimenti mi sa che se la sarebbero cavata pure loro. Non capisco come lei possa affermare con tanta sicurezza che si siano fatti così tanti progressi. Ad ogni modo, caro Severino, io mi auguro che questa mole impressionante di documenti di cui lei ci parla riesca davvero ad impressionare qualcuna di quelle persone che, a dimostrazione della colpevolezza di Dell’Utri, invece di citarmi qualcuno di quelli, mi cita sempre e soltanto quest’intervista a paolo Borsellino. Lo ha fatto giustappunto il fratello del magistrato pochi giorni fa. E vede, a me, a differenza di quanto succede a lei, il senso di nausea ed il profondo ribrezzo mi vengono quando mi brandeggiano una patacca, specie se è una patacca dove sono manipolate criminalmente e strumentalmente parole di Paolo Borsellino. Quindi, magari, potrebbe cominciare lei ad impressionarmi con qualcuno di questi documenti impressionati, non trova? Qui è libero di citarmi tutti quelli che vuole.

    • Avatar di Severino

      Severino 14:56 on 15 March 2012 Permalink | Rispondi

      Quando io parlo di Dell’Utri mi riferisco a ciò che è emerso nel processo a suo carico per concorso esterno in associazione mafiosa.In quel dibattimento sono venute fuori le sue frequentazioni con Mangano e altri signori che, diciamo cosi,non erano proprio delle anime candide in odore di santità.

      Se poi tutto questo non basta a condannare Dell’Utri io,da cittadino italiano non violento,non posso che prenderne atto.

      • Avatar di enrix

        enrix 08:24 on 17 March 2012 Permalink | Rispondi

        Eh, si, dovrebbe prenderne atto, perchè infatti non basta per niente. Sulle “frequentazioni” di Mangano con Dell’Utri, non ci sono risvolti penali. Ed in ogni caso, mi corre l’obbligo di rammentarle che 40 anni fa, quando Mangano era ad Arcore, non era il pericoloso boss di cosa nostra che mi pare dipingere lei. Era un delinquente di mezza tacca, predisposto a commettere reati comuni e predisposto magari anche ad affiliarsi a cosa nostra (infatti lo fece anni dopo), ma noi non possiamo indagare, processare e condannare tutte le persone che hanno “frequentato” o tenuto a lavorare gente come era Mangano agli inizi degli anni 70, altrimenti con Dell’utri dovrebbero finire sotto ai ferri altre decine e decine di migliaia di cittadini perfettamente normali, il cui solo merito a discolpa, a differenza del senatore, sarebbe quello di non conoscere Berlusconi. Lei che crede? che i 2000 mafiosi pericolosi residenti in Palermo di cui parla Borsellino si “frequentassero” solo fra di loro e non interagissero mai in alcun modo con gli altri Palermitani? Caro Severino: ragionando come lei, mi sa che dovremmo mettere dentro quasi tutta Palermo. E poi, provi per un momento a ragionare: lei si rende conto, che per anni ed anni l’episodio più grave (anzi l’unico) attribuito alla coppia Dell’Utri- Mangano, entrato nell’immaginario collettivo grazie alla manipolazione di quest’intervista, era proprio quello famoso dei cavalli in albergo? Ed era un falso, guarda caso. Dell’Utri qui è stato semplicemente calunniato (quindi è vittima di un reato, semmai, anzichè reo). Di altre cose rilevanti, al di là di quel falso, noi non ne conosciamo. Questo non la fa riflettere? Sulle altre frequentazioni di Dell’Utri, in alcuni casi potrebbero esserci risvolti penali, ma se si vede caso per caso ci sono sempre dei problemi di certezza della genuinità delle ricostruzioni. Anche nel capitolo che mi ha linkato lei, bisogna che sia congrua ed attendibile la versione del Di Carlo, perchè funzioni, ad es. E, al di là di quell’episodio particolare, io ad esempio non mi sono mai fidato in generale di quel pentito. Insomma, io non credo che Dell’Utri sia uno stinco di santo,ma credo però che su di lui ci sia stato uno spreco di risorse o aspettative, sia nei magistrati che negli indignati come lei. Se ne faccia una ragione: sino a che l’Italia pensa che la mafia sia Dell’Utri ed i PM si concentrano per anni su gente come Dell’Utri, la mafia vera ringrazia e lavora tranquilla.

        • Avatar di Severino

          Severino 14:47 on 17 March 2012 Permalink | Rispondi

          Il fatto che il fratello di Paolo Borsellino continui con convinzione a credere nelle parole di Ciancimino e a citare passi della “famosa” intervista dovrebbe farla riflettere.

          Credo anche che “la mafia ringrazia e lavora tranquilla” quando potere esecutivo e legislativo si uniscono e agiscono quotidianamente con l’unico scopo di screditare e depotenziare il lavoro della Magistratura.

          • Renzo C 22:01 on 17 March 2012 Permalink | Rispondi

            E il fatto che Salvatore Borsellino fosse talmente convinto che il segnale per fare esplodere la 126 in via D’ Amelio sia partito dal Castello Utveggio, tanto da organizzare l’ ascesa al medesimo durante le annuali celebrazioni della strage, quando oggi le “rivelazioni” di Genchi sono state stralciate perchè ritenute infondate, non la fa riflettere?
            In altre parole, con tutta la solidarietà e l’ affetto possibile, Salvatore Borsellino non credo che sappia di più di quanto ci sia negli atti dei processi, avrà delle sue personali convinzioni, lecite e magari anche condivisibili, ma sempre convinzioni restano, mentre nei tribunali servono prove e riscontri (di solito, o almeno si spera).

            La seconda parte del suo commento mi sembra molto generica, la definirei demagogica o travaglismo.
            Nella magistratura, consesso di alcune migliaia di persone, c’è un po’ di tutto, come in un qualsiasi agglomerato umano.
            Certamente è composta da persone di buon livello culturale, sopra la media, ma che ci siano anche mascalzoni, corrotti, politicizzati ecc… ecc… è innegabile ed evidente.
            Quindi idealizzare una categoria come i salvatori della Patria è una semplificazione priva di senso logico; il giudiziario è solo uno dei poteri dell’ organizzazione democratica e, togliendosi il prosciutto dagli occhi, combatte contro gli altri due da 20 anni almeno, con alterne fortune e virulenza.

            • Avatar di enrix

              enrix 07:38 on 18 March 2012 Permalink

              Ma scusi, Severino, ma sta parlando sul serio, o mi prende per i fondelli? Il fatto che il fratello di Borsellino continui con convinzione a credere in patacche, pataccari e strumentalizzazioni manipolatorie oscene delle parole di suo fratello (e non solo a crederci, ma anche a pubblicizzarle), dovrebbe far riflettere ME? Semmai dovrebbe far riflettere chi, come lei, ha fiducia in quell’uomo, mi scusi tanto, eh! Io da parte mia che riflessione vuole che faccia? Se il fratello di Borsellino dimostra di credere in un falso e lo pubblicizza, anche quando gli è stato dimostrato più volte che è un falso, io l’unica riflessione che posso trarne è che abbia forti problemi di lucidità legati magari all’età, o che sia in totale malafede. Altre alternative non ne vedo. Per quanto riguarda la storia dei magistrati, la sua è pura retorica da assemblea scolastica. La mafia ringrazia se si scredita la magistratura che la combatte, ma se si oppone la verità alle patacche portate in tribunale da magistrati che invece di occuparsi della mafia da 18 anni sono impegnati principalmente ad accusare i carabinieri che l’hanno combattuta sul serio, lei che ne dice, farà festa?

            • Avatar di Severino

              Severino 18:17 on 18 March 2012 Permalink

              @Renzo
              A me risulta che Genchi(persona di straordinaria intelligenza e professionalità con un senso dello Stato fuori dal comune) si sia occupato principalmente dei tabulati telefonici riscontando strani incroci in una determinata zona di Palermo nei giorni precedenti la strage.
              Credo non sia casuale il fatto che non sia riuscito a portare a termine il suo lavoro su quella mattanza cosi come sull’inchiesta denominata “Why Not” (guarda un pò ilcaso).

              La seconda parte del mio commento invece non è affatto generica visto che per 20 anni abbiamo assistito ad un quotidiano attacco di certa politica nei confronti di quei magistrati in prima linea nella lotta alla mafia e alle sue convergenze con le istituzioni.
              Sono d’accordo con lei quando afferma che anche la magistratura ha le sue mele marce.Si potrebbero infatti citare parecchi giudici presi con le mani nel sacco e condannati per corruzione.Il problema è sempre lo stesso:ovvero certa politica(sempre quella lì )che invece di condannare chi si fa comprare delegittima chi persegue i corrotti.

            • Renzo C 23:31 on 18 March 2012 Permalink

              Genchi ha un senso dello Stato così fuori dal comune, tanto da mettersi in aspettativa, fondare una apposita società e fatturare allo Stato gli stessi servigi che espletava come dipendente.
              In altre parole: prima si fa l’ esperienza a spese nostre (lo Stato), poi quando è abbastanza bravo, invia regolare fattura.
              Come se i SEALS prima di ogni missione mandassero un preventivo al dipartimento della difesa USA.
              Ciò che “le risulta” è impreciso, a dirne bene, ma Salvatore Borsellino ci ha creduto mentre la Procura ha buttato tutto.
              Adesso poi Genchi va a processo assieme a De Magistris, proprio perchè, interrogati separatamente ma senza che potessero mettersi d’accordo, sulle procedure nelle intercettazioni in quelle indagini hanno ravvisato elementi sufficienti per rinviare a giudizio, guarda un po’ il caso.
              Ma lei lo sapeva, o no?
              Magari avrà letto anche il librone di Genchi, librone a cui, curiosamente, manca un capitolo. Eppure nella prestampa inviata ad “alcuni” c’era, strano vero?

              Quali sarebbero “quei magistrati in prima linea nella lotta alla mafia” ? Potrebbe scrivere i nomi, o sono innominabili?
              E quale sarebbe “certa politica(sempre quella lì )” ?
              Gentilmente, potrebbe fare anche di questi i nomi?

              Grazie

    • Renzo C 12:26 on 16 March 2012 Permalink | Rispondi

      Spero tu non abbia visto il “servizietto in pubblico” ieri sera.
      Lo spero per le tue coronarie :D
      Non l’ ho visto, per fortuna, ma ho avuto modo di leggere adesso alcune cose e vedermi l’ intervista a Massimuccio: no comment (per ora).

      Ciao

      • Avatar di enrix

        enrix 08:31 on 17 March 2012 Permalink | Rispondi

        Non vedo mai la diretta di Santoro per ragioni di nausea. Lo rivedo poi sul web a spizzichi e bocconi. Nella puntata che dici, c’è stata una nuova squallida manipolazione del tenore di quella di quest’intervista, sulle parole di Agnese Borsellino, trasfigurate col taglia e cuci. Entro poche ore ci farò un articolo.

    • Avatar di Severino

      Severino 15:31 on 19 March 2012 Permalink | Rispondi

      @Renzo C
      Leggendo un certo tipo di commenti,senza offesa, mi cadono le palle!
      E’sotto gli occhi di tutti lo sfascio prodotto da 10 anni di leggi vergogna concepite con il solo scopo di sottrarre al controllo di legalità chi, agli albori della Seconda Repubblica,invece di consegnarsi a mani alzate o darsi alla latitanza scelse,anzi creò,la terza opzione: ovvero darsi alla politica, ottenere l’immunita/impunità e occupare le istituzioni col solo scopo di farsi gli affari suoi!
      Non so lei,ma io, francamente, di un certo tipo di propaganda filo berlusconiana e finto terzista ne ho piene le palle!
      Quanto a Genchi,di cui ho appena iniziato a leggere il “librone”(sono arrivato a pag 69)ribadisco quello che ho scritto anche se non sono a conoscenza di questo fantomatico”capitolo”mancante di cui lei parla.La sua storia professionale parla per lui,e non sarà certo l’incredibile processo che lo vede imputato con DeMagistris ha macchiare una carriera straordinaria.

      Saluti.

      • Avatar di Severino

        Severino 16:29 on 19 March 2012 Permalink | Rispondi

        .La sua storia professionale parla per lui,e non sarà di certo l’incredibile processo che lo vede imputato con De Magistris a macchiare una carriera straordinaria.

        • Renzo C 19:00 on 19 March 2012 Permalink | Rispondi

          L’ importante è che lei ci creda, ne sia convinto e viva sereno.
          Gli spunti per approfondire qui li trova, sarebbe però meglio passasse dal generico allo specifico, se ne è in grado.

          Tanti cari auguri

    • Luciano Baroni 18:26 on 25 March 2012 Permalink | Rispondi

      • Avatar di enrix

        enrix 14:06 on 26 March 2012 Permalink | Rispondi

        No n’artro, ma comunque c’è da essere perplessi. :-(

        • Luciano Baroni 20:16 on 26 March 2012 Permalink | Rispondi

          Ciao Enrico, lo sapevo ma l’ho messo apposta per far vedere a che livello sono.

          Buona serata.

    • Riccardo Giuliani 23:46 on 23 May 2012 Permalink | Rispondi

      Severino ha scritto. “Al di là di quello che dice o non dice Borsellino…”.

      Geniale!

      Il post presente si cura di far vedere solamente (e scusate se è poco) come le parole di Borsellino siano state manipolate, e come su di esse ci si imbastiscano punti di forza a carico di imputati in un processo che ha da anni travalicato le barriere giuridiche e giudiziarie, non senza metodo. Punto!

      Nonostante sia pacifico che, ciò assodato, sia lecito inferire conclusioni o ravvisare eventuali posizioni di parte che vadano al di là del mero intento esposto, la logica distorta del “se non è A allora è B” continua imperterrita a mietere vittime tra le sinapsi di mezza Italia, le quali una volta svanite non aiuteranno il soggetto colpito da siffatta sciagura ad immaginare che l’alfabeto – inteso come insieme di eventi – sia costituito da almeno altre 19 lettere – senza contare le corrispondenti minuscole nonché tutte le possibili loro combinazioni infinite; di senso sia compiuto sia nullo, in qualunque lingua le si voglia intendere – e che quindi in aggiunta ai summenzionati eventi classificati come A e B, quasi alla stregua di reperti probatori, se ne possa contare almeno un terzo, che per comodità indicheremo con C.

      Che potenzialmente esista C quale evento non impossibile a verificarsi è presto mostrato: basti pensare che se le parole di Borsellino sono state manipolate – vexata quaestio senza sorpresa non a dovere affrontata dal primo commentatore, e che giova ricordare il costituire fulcro centrale ed esteso dello scritto presente – ciò non porta automaticamente a concludere che Berlusconi Silvio e Dell’Utri Marcello non siano colpevoli di associazione a delinquere di stampo mafioso o di concorso esterno in associazione di stampo mafioso, sed sic et simpliciter che una menzogna ARTEFATTA, VOLUTAMENTE MANIPOLATA, CENSURATA OVE UTILE, E SOPRATTUTTO PRIVA DI CONTRADDITTORIO PER CAUSE DI FORZA MAGGIORE venga adoperata a fini propagandistici e delatori; in ambito più che altro mediatico, dal momento che nella sede tribunalizia in cui questa MENZOGNA “necrofagesca” venisse esposta sarebbe essa quantomeno, anche grazie al lavoro del nostro ospite, derubricata a spazzatura.
      E’ questo quanto da noi auspicato, certi che un tale evento sarebbe pavlovianamente sottaciuto o mal riferito dalla “stampa libera”, in quanto da essa derubricabile a spazzatura.

      In sintesi, si invita in futuro il signor Severino – che prendiamo ad emblema di un modo di ragionare fin troppo diffuso -, prima di esternare considerazioni indebite, a concentrarsi primariamente sul tema proposto da chi ha speso un poco della propria vita nella convinzione di aver scritto qualcosa di serio.
      Una critica ragionata, operata sempre tenendo a mente almeno l’ipotesi C, non potrebbe che aiutare il nostro ospite ad aggiustare il tiro delle proprie affermazioni, le cui eventuali (e non dimostrate) falsità non farebbero altro che esporne l’autore a querele che, a meno di masochismo, ritengo egli preferisca evitare quanto meglio gli riesca, senza per questo venir meno al proprio impegno.
      E affinché ciò non abbia a verificarsi esistono sostanzialmente due vie: la prima è da scartare, in quanto trattasi del silenzio; la seconda è quella di esporre un tema così delicato nonché carico di pathos sociale con le dovute cautele, misurando il peso delle parole scritte con dati che siano incontrovertibili.

      Sicuri che la seconda via sia quella seguita almeno nello scritto qui di riferimento, proponiamo convintamente a chiunque vi si affacciasse di ribattere con la ragione qualsiasi cosa trovasse di non veritiero: ne gioveremmo tutti.

      Grazie

  • Avatar di enrix

    enrix 18:15 on 11 March 2012 Permalink | Rispondi  

    “Trattativa”, o attività di Polizia Giudiziaria? 

    Siamo giunti ad un punto delicato delle indagini sulla mitologica “trattativa” del 92-93  fra “Stato e Mafia”.

    La Procura di Caltanissetta si è infatti finalmente espressa, e ci ha detto di essere convinta di 5 cose fondamentali:

    1)    Che quello fra il col. Mori e don Vito Ciancimino non era un contatto preliminare Polizia Giudiziaria/Potenziale collaboratore di giustizia, come ce ne sono stati tanti, ma un pezzo peculiare della Trattativa Stato-Mafia

    2)    Che Borsellino venne a sapere il 28 giugno 1992, dalla Dott.ssa Ferraro, di questa circostanza non già come di un contatto preliminare Polizia Giudiziaria/Potenziale collaboratore di giustizia, come ce ne sono tanti, ma come di una vera e propria Trattativa Stato-Mafia. (a questo proposito, per capire meglio se hanno proprio ogni ragione, consiglio a chi non la conoscesse, la visione di questa clip: http://www.youtube.com/watch?v=cVXNNKD4-cc )

    3)    Che Paolo Borsellino ostacolò questa trattativa, e che quindi il suo omicidio fu anticipato a causa di questo problema.

    4)    Che il traditore di cui Borsellino parlava alla vigilia della sua morte, potrebbe essere verosimilmente il generale Subranni.

    5)    Che Massimo Ciancimino è un falso testimone, inattendibile e produttore di patacche, quasi sempre. Cioè, lo sarebbe sempre, meno che sul capitoli riguardanti il Gen. Mori e la sua trattativa con don Vito.

    Ora, vorrei fare notare ai miei lettori che il punto 5 va scritto così, proprio così, con tutte quante le parole dopo il “cioè” nessuna esclusa, altrimenti vi sarebbero grosse difficoltà a sostenere come veri  i primi 3 punti.

    Il motivo è semplice:  dalla data del suo arresto, alla fine del 1992, sino alla sua morte (2002), tutto ciò che don Vito Ciancimino ha detto (anche dinnanzi ai giudici) e scritto (ed ha scritto moltissimo) in merito a questo argomento, nega fermamente che le cose siano andate come sostengono oggi i magistrati, bensì conferma la versione del Generale Mori.

    Quindi, tutti i verbali e gli scritti di don Vito Ciancimino su questo argomento, rappresentano una prova fondamentale a favore di Mori, mentre al contrario, di prove concrete a suo carico, non ce ne sono.

    Solo ipotesi, deduzioni e teorie.

    Da ciò consegue, che la testimonianza di Massimo Ciancimino su questo punto, è irrinunciabile, per i PM di Caltanissetta.

    Infatti  EGLI AFFERMA CHE SU QUESTO PUNTO, SUO PADRE AVREBBE SEMPRE DETTO E SCRITTO IL FALSO, PER TIMORE DEI CARABINIERI .

    Siamo in molti, naturalmente, a non credergli;  siamo in molti a percepire in questa versione dei fatti lo stesso puzzo di sola, lo stesso aroma di furbacchione che emana, ad es.,  da una certa “lettera a Fazio”    dove in calce ad un testo dattiloscritto in cui si legge di un “Borsellino, sicuramente oppositore fermo di questo accordo”, qualcuno, secondo i periti, avrebbe incollato col Photoshop , trascinandola da un documento di qualche anno più vecchio, una firma di don Vito Ciancimino.

    Inoltre, se è vero che il buongiorno si deve vedere dal mattino, qui la mattinata è cominciata male.

    Infatti uno di questi documenti, quello a mio giudizio più probatorio, è stato inizialmente pubblicato sul libro “Don Vito”,  di Ciancimino-La Licata, nella prima edizione, ma dopo che il sottoscritto fece notare su vari siti, ed in primis su “Livesicilia”, che quello scritto di don  Vito pareva scagionare Mori, una manina birichina  nell’attuale edizione scaricabile online  cancellò del tutto la parte cariata.

    Ecco infatti qui di seguito le pagine 279 e 280 della prima edizione cartacea:

     

     

    Come si può vedere invece in questa scansione, nell’edizione attualmente consultabile online, si passa direttamente da un paragrafo 8 tronco, alla parte finale del paragrafo 10, e quindi il paragrafo completamente censurato risulta il 9 (notare bene che non ci sono salti nella numerazione delle pagine)

     

     

    Vediamo dunque cosa c’era scritto al paragrafo 9, quello censurato.

    Qui c’è anche una scansione del manoscritto originale, che era esattamente riportato in quel paragrafo:

     

    Come si può leggere, don Vito, IN UNO SCRITTO TESTAMENTARIO, UNA SPECIE DI DIARIO PERSONALE, REDATTO PRIMA DELLA SUA MORTE (che ragione avrebbe avuto quindi di mentire, in uno scritto del genere?) dal titolo “Paradigma di collaborazione”, afferma di essere stato in procinto di avviare una collaborazione FORIERA DI BUONI RISULTATI (intesa come collaborazione con la giustizia, evidentemente, altrimenti non avrebbe inserito la premessa “Un fatto importantissimo, che da solo sta a dimostrare la mia posizione personale nei confronti del fenomeno mafioso”) con il ROS, e quindi con il colonnello Mori, e che il suo arresto improvviso sarebbe stata un’operazione che di fatto gli impedì giustappunto di collaborare.

    Ora, faccio rispettosamente notare, che la tattica, in questo caso, non è stata quella di dare una spiegazione a questo scritto, ma semplicemente quella di censurarlo, eliminandolo dal libro.  A casa mia, questa, si chiama coda di paglia.

    Ma avremo tempo di riparlarne.

    Se comunque Ciancimino, oltre che sul Sig. Franco, su de Gennaro, su Mister X, sulle “lettere di Provenzano”, sulla “lettera a Fazio”, sulle datazioni di molti documenti ed insomma su tutto quanto sta suscitando dubbi nei  magistrati, mentisse su questo punto, Mori avrebbe in pugno la prova della sua innocenza, e le tesi accusatorie dei PM nisseni ne uscirebbero maluccio.

    Compito degli accusatori quindi, è convincerci della bontà di una logica che vorrebbe questo, e cioè che un testimone da essi stessi bollato come accanito mentitore, per una qualche ragione che andrebbe chiarita, su di un punto di particolare interesse dovrebbe essere invece sincero.  Staremo a vedere.

    Per il momento, a scopo didattico e per capire meglio la psicologia del personaggio, ho deciso di rendere libero il download del mio libro “Prego, dottore!” in formato pdf,  libro già acquisito a suo tempo agli atti del pocesso Mori-Obinu in Palermo, su richiesta dello stesso gen. Mori.

    E vi prego di tenere sempre presente, che io scrivevo quelle cose due anni fa. Ciò che scrivevo, va quindi confrontato non solo con ciò che si sa oggi, ma con ciò che si scriveva e si diceva, ad es., ad “Annozero”, in quello stesso periodo.

    Buona lettura.

     

    SCARICA GRATIS “PREGO, DOTTORE!”:

    Prego dottore

     
    • Renzo C 22:51 on 11 March 2012 Permalink | Rispondi

      Enrico, solo dirti GRAZIE!! mi sembra poco, pochissimo.
      Ti chiedo l’ autorizzazione a mettere il link al tuo libro nel mio blog.

      Ciao

    • Avatar di enrix

      enrix 06:37 on 12 March 2012 Permalink | Rispondi

      Ahaha, autorizzato. Non devi neppure chiederlo.

      • Renzo C 12:21 on 12 March 2012 Permalink | Rispondi

        Ti ringrazio, ma mi sembrava corretto chiedertelo.
        Vorrei scriverci sopra qualche riga, presentarlo come si conviene e mantenerlo in home page, sempre se sei d’ accordo.
        Tieni presente che sarò io a scrivere, non Hemingway ;)

        Quindi ne approfitto per farti alcune domande:

        appena ho capito come si fa (non ci sono certezze, sono sempre più rinco) metterei copertina e link permanenti in home come ho scritto, ok?
        ne metto online una copia, così c’è un mirror e non ci sono rischi che spariscano i blog?
        volendo scriverci una presentazione, vorrei metterci pure questo video: sai che sia l’ originale presentato da Mori a Palermo? http://www.youtube.com/watch?v=FHILC6ELF3w
        ho anche il rar con i pdf delle deposizioni “prego, dottore”, lo metterei online, che ne dici?
        sai niente degli scatoloni di pizzini “trovati” (alleluja) nella perquisizione numero 173 a casa Ciancimino?

        Di nuovo grazie tantissime

        Ciao

        p.s. ahh il link al blog è questo, tanto sono sicuro che lo sapevi già ;)
        http://ilpaccoquotidiano.wordpress.com/

        • Avatar di enrix

          enrix 00:39 on 14 March 2012 Permalink | Rispondi

          Va tutto benissimo. Il video è quello originale con cui si è supportato Mori nelle sue spontanee dichiarazioni a Palermo, ma senza l’audio è difficile capirci qualcosa. Io ne avevo fatto una versione ridotta ma con l’audio, ma non so se nel trasferimento del blog si è salvata. Devo cercarla. Vediamo domani. Ciao carissimo.
          P.S.: sugli scatoloni cercherò di dirti qualcosa nei prossimi giorni, ma ritengo fosse spazzatura già scartata dal dott. Dexter dal suo laboratorio dei documenti.

      • Rob 13:03 on 12 March 2012 Permalink | Rispondi

        Ciao Enrico,
        Posso linkare il tuo sito nella mia pagina perché lo reputo preciso nell’informazione e dettagliato anche il tuo libro?
        Ciao Rob

    • gontrix 08:42 on 13 March 2012 Permalink | Rispondi

      L’ho scaricato, La ringrazio e complimenti per il Suo lavoro.

  • Avatar di enrix

    enrix 10:59 on 4 March 2012 Permalink | Rispondi  

    REPETITA IUVANT 


     

    Massimo  Ciancimino, da quando è ritornato in libertà, è in fase di recupero. Vuole evidentemente ritornare ad occupare la sua perduta posizione di icona dell’antimafia.  Così fa l’antimafioso accorato, nonostante le minacce ed i candelotti di tritolo consegnati a domicilio, lanciando con indomito coraggio, dalle pagine di Facebook e da altri siti, i suoi strali contro le più note famiglie criminali aderenti a Cosa Nostra, proprio quelle più pericolose: la famiglia Berlusconi, la famiglia Dell’Utri, le famiglie Mancino e Mannino, e gli Sgarbi di Salemi.

    Quando si dice lo sprezzo del pericolo. Suo padre ne andrebbe fiero, ne siamo certi.

    Io quel che lui scrive su Facebook, ormai non lo posso più leggere, ahimè: ha inserito il blocco del mio profilo.

    Ma per fortuna ci sono i suoi piccoli fan, che diffondono il suo verbo.

    Uno di questi  si chiama Adriana Jone.

    Così, su Livesicilia, la missionaria ci riporta questa perla:

     “…PUÒ LA MISTIFICAZIONE DEI FATTI E LA OPPIACEA DIFFUSIONE DELLA DEFINIZIONE DI ARTE FATTA DAL SOGGETTO SGARBI CELARE VOLGARI INSULTI E SUBDOLI ATTACCHI A CHI COME INGROIA LA LOTTA ALLA MAFIA LA FA DAVVERO?” (M. Ciancimino)

     

    A proposito di mistificazione dei fatti (ma anche di diffusione della definizione di arte, perché no), per non addentrarmi nello spinoso campo delle opinioni, mi limiterò a ripetere (poiché giova sempre), l’elenchino dei documenti che grazie al nostro eroe, ma anche col benestare dei magistrati impegnati per davvero nella lotta alla mafia, hanno fatto il loro ingresso nei Palazzi di Giustizia della nostra Repubblica, soprattutto nel contesto di un procedimento a carico di due rappresentanti di punta di altre note e pericolose famiglie della cupola: quella dei Mori e quella degli Obinu.

    Chi volesse approfondire, può leggere i miei articoli precedenti (soprattutto QUESTO, E QUESTO E POI QUESTO, E ANCORA QUESTO, E INFINE QUESTO), dove scendo nel dettaglio pubblicando anche gli stessi documenti.

    Qui mi limiterò a descriverne la loro reale natura:

     

     15 documenti, composti in totale da 93 fogli, sono DEL TUTTO PRIVI DI VALORE GIUDIZIARIO E NON ATTINENTI I PROCESSI O LE INDAGINI IN CORSO, quando non costituiscono persino elementi a favore della difesa del generale Mori

     3 documenti sono RITAGLI di documenti originali. Sul primo di questi Ciancimino è stato smentito dai periti in merito alla data, sul secondo la data è risultata sospetta (carta dell‟89 mentre il teste ha dichiarato che è stato compilato nel ‟99) e le testimonianze a riscontro sono contraddittorie. Il terzo è ritagliato e mancante di una parte che consentirebbe di comprenderne il reale significato.

     2 documenti sono stati descritti dai periti come composizioni realizzate con parole (fra cui, naturalmente “Berlusconi”) estratte da altri documenti. Cioè dei fotomontaggi, fatti col photoshop. Esattamente come il famoso documento in cui è stata innestata la parola “De gennaro” e per cui è stato arrestato. Inoltre sul primo di questi due, il teste sarebbe stato smentito dai periti anche nella datazione data al documento.

     3 documenti non sono stati autenticati dai periti in quanto la grafia è risultata ignota. Sul secondo, il teste è stato smentito anche dalle datazioni peritali, che hanno dimostrato che egli ha mentito. Sul terzo, Massimo Ciancimino ha indicato l‟autore nella “segretaria” di suo padre, mentre i periti non sono riusciti a confermare alcuna identità.

    1 documento (una fotocopia) è risultato, nelle perizie, realizzato con carta e toner dell‟inizio degli anni 90, ma contiene parole che non possono essere state scritte che dal 2001 in poi, per cui costituisce la prova che in tempi moderni materiali vecchi (carta e toner) erano nelle disposizioni di chi fotocopiava quello ed altri documenti analoghi.

    1 documento (comunque frammentario e di scarso valore intrinseco) è stato inserito in perizia, apoditticamente, nell‟elenco di quelli attribuibili a don Vito Ciancimino sotto il profilo della scrittura, ma nella relazione, a differenza di tutti gli altri manoscritti, non c‟è traccia dei criteri e dei confronti impiegati dai periti per giungere a tale conclusione.

    7 documenti (detti: “pizzini di Provenzano”) sono dattiloscritti redatti verosimilmente con un’unica macchina da scrivere non identificata dai periti, per cui è rimasto non identificato l‟autore. Tuttavia, tale macchina non corrisponde a nessuna delle macchine da scrivere utilizzate per scrivere pizzini originali autentici dello stesso periodo, in possesso dell’Autorità giudiziaria. La carta utilizzata è per lo più compatibile (cioè la stessa carta) con quella del contropapello, che è una fotocopia realizzata dopo il 2001 con carta e toner vecchi di 10 anni.

     1 documento è una fotocopia-fotomontaggio (collage) sulla cui datazione Massimo Ciancimino è già stato smentito nelle perizie, vale a dire ha testimoniato il falso.

    1 documento è una fotocopia recante un testo dattiloscritto con una firma in calce di don Vito, ma i periti hanno dimostrato che tale firma è stata inserita con metodi di fotoritocco (tipo Photoshop) com‟è già accaduto, ad es., con la parola “De Gennaro”, su di un altro documento. Anzi, secondo i periti la firma apparterrebbe ad un periodo anche antecedente a quello di cui si parla nel testo della lettera. Come dire, che don Vito avrebbe fatto una firma su un foglio, e dopo qualche anno avrebbe scritto una lettera a macchina, ritagliato la sua vecchia firma, appiccicata sotto alla lettera, e quindi fotocopiato il tutto.

     1 documento è stato giudicato senz’altro falso e calunnioso, ed ha provocato l‟arresto del testimone.

     

    Occorre qualche ulteriore commento?

     
    • Renzo C 13:53 on 9 March 2012 Permalink | Rispondi

      Caro Enrico,
      solo se hai già digerito, se hai stomaco forte, se sei in ottime condizioni psicofisiche e hai bevuto un secchio (una tazza è poco) di camomilla… allora e SOLO allora sei in grado di leggere l’ articolo di oggi di Tony Ciuffetto sul FQ.
      C’è una rivelazione sconvolgente: Massimuccio si è processualmente suicidato!
      E poi tutti i papelli sono veri, solo uno è fasullo, lo dicono le perizie.
      La Ferraro ha detto “trattativa” a Borsellino….

      Scusa, scappo a vomitare.
      Ciao

    • Avatar di enrix

      enrix 06:52 on 10 March 2012 Permalink | Rispondi

      Eh si, mediaticamente per la Verità è sempre stata una battaglia persa. Speriamo di mantenere a lungo le energie ed i diritti per poterla salvaguardare almeno in qualche piccolo cantuccio.

    • dado 10:16 on 10 March 2012 Permalink | Rispondi

      qual è il profilo facebook di massimo ciancimino?
      grazie!

  • Avatar di enrix

    enrix 17:57 on 26 February 2012 Permalink | Rispondi  

    Egr Sig Pippo Giordano 

     

    Egr. Sig. Pippo Giordano,

    nel suo recente articolo “Il mafioso della porta accanto”, lei  afferma di sperare di trovare qualcuno che le “spieghi, perché tutto ad un tratto, secondo il procuratore Grasso, la certificazione antimafia richiesta alle ditte o società, non sembra più essere necessaria.”

    E dunque, io vorrei provare a spiegarglielo.

    Per farlo, bisogna innanzitutto capire che cos’è la “certificazione antimafia”, da chi viene richiesta, e dove si produce.

    Secondo la sintesi fornita dal Ministero, la certificazione antimafia serve ad attestare “l’assenza di cause di decadenza , di sospensione o di divieto – di cui all’art. 10 della legge 31 maggio 1965, n. 575- e di tentativi di infiltrazione mafiosa – di cui all’art. 4 del decreto legislativo 8 agosto 1994, n. 490- nei confronti dei soggetti che intendono instaurare rapporti con la pubblica amministrazione.”, e si richiede in prefettura.

    Ciò significa, in parole semplici, che se in capo ad un’impresa, e vale a dire alla sua compagine societaria o amministrativa, viene attivato un procedimento per infiltrazioni mafiose tale da comportare decadenza o sospensione della sua attività, ciò viene segnalato in una banca dati che la Prefettura è competente a visionare e pubblicare, su richiesta di un altro Ente Pubblico, MA SEMPRE PER IL TRAMITE DI UN’IMPRESA, candidata a fornire o a costruire a seguito di appalto.

    Questa procedura, mi ricorda una vecchia barzelletta che circolava nel secolo scorso su di una cittadina di provincia del nord-Italia, secondo la quale il Comune, avuta segnalazione della presenza di un grosso chiodo appuntito fuoriuscente dall’asfalto di una via centrale, anziché rimuovere il chiodo apponeva un bel cartello: “Attenzione-pericolo: chiodo”.

    Le pare possibile che circa 130.000 (CENTOETRENTAMILA, ed alla fine del 2007 erano 160.000, spero che questo dato la faccia riflettere) imprese italiane, (all’interno delle quali il numero di quelle sospese o decadute per mafia è, secondo la terminologia dell’analisi matematica, tendente a zero), quante cioè sono quelle iscritte alle Casse Edili nazionali, siano obbligate a sottostare a questo iter presso un Ente pubblico (la Prefettura), impegnando tempo, persone e risorse, per dimostrare ad un altro Ente pubblico (quasi questo appartenesse ad uno Stato diverso da quello per cui operano le Prefetture)  per il quale intendono lavorare o fornire,  di non avere in capo cause di decadenza o sospensione, a seguito di attività mafiose espletate nel proprio ambito?  Mi permetta di dirle cosa penso in tutta franchezza: se io fossi un mafioso, mi farei delle grasse risate. Riderei in modo grasso, davanti ad uno Stato incapace di isolare ed annichilire un’assoluta, percentualmente insignificante,  minoranza di imprese mafiose (le quali tra l’altro, rispetto alla vera e moderna mafia imprenditoriale rischiano di essere soltanto uno specchietto per le allodole), se non facendolo soltanto “sulla carta”, mediante una procedura che obbliga, quotidianamente, CENTINAIA DI PERSONE ONESTE e che dovrebbero invece impiegare quel tempo per produrre, a sfilare in processione nelle varie prefetture con timbri e marche da bollo.

    Ma il peggio è, caro Giordano, che se io le domandassi, a freddo, di mettere la mano sul fuoco che fra quelle imprese, decine di migliaia, tutte regolari, non vi sia qualche impresa controllata comunque dalla mafia per il tramite di insospettabili prestanome, o comunque mafiosa ma penalmente illibata, e quindi certificabile, lei questa mano non la metterebbe di certo, ne sono strasicuro. E allora, caro Giordano, siamo proprio sicuri che questa “certificazione” e la cosidetta  “cultura dell’antimafia”, debbano essere due fratellini indissolubili, come lei intende farci credere?

    Se a queste considerazioni aggiungiamo il fatto che Lei, sulle pagine del sito 19luglio1992, riferisce le parole di Grasso in modo incompleto, e direi quasi parziale e strumentale, allora non ho altra scelta che doverla contestare, e bacchettare: come vado ripetendo da sempre, la cultura dell’antimafia e della legalità, non possono andare a braccetto con la distorsione dei fatti e dell’informazione, anzi, dovrebbe essere l’esatto contrario.

    Grasso non ha detto certamente ciò che lei ha riferito per fare un favore alla mafia, questo è assolutamente pacifico, anzi, ciò che ha detto va nel senso opposto.  Mentre invece, quanto al riportare sulle pagine del club delle agende rosse, pur involontariamente, versioni parziali dei fatti, semmai, non mi sentirei sicuro di poter dire la stessa cosa.

    Grasso ha semplicemente “posto l’accento sulla necessità di accelerare i tempi della documentazione antimafia “che rischia di essere aggirata dalle intestazioni fittizie a soggetti puliti”.  (Ma noi sappiamo perfettamente, caro Pippo Giordano, che in questo paese quello non è solo un rischio, ma un’acclarata realtà. O vorrà forse farci credere che in Sicilia, in questo momento, la mafia non ha alcun interesse o niente a che vedere con gli appalti pubblici grazie a quella pagliacciata di certificazione? L’ingenuità avrà pur sempre dei limiti, o no?  Non a caso, il dott. Messineo, a commento delle parole di Grasso, fra le altre cose ha ammesso che la certificazione antimafia non ha dato i risultati sperati, “anche perché l’utilizzo di un prestanome rende facile poter aggirare le regole”.)

    Quindi Grasso si è posto la domanda, come mera provocazione: “Non è meglio accettare l’idea di eliminare la certificazione antimafia?”, però lo ha fatto non per proporre una soppressione tout-court, ma formulando un’ipotesi alternativa:  “sostituire l’attuale certificato antimafia, che spesso causa lungaggini burocratiche nocive alle imprese, con la costituzione di più efficienti “white list”. L’idea sarebbe quella di creare una lista con i nominativi di quelle imprese che possono contare su diverse caratteristiche per operare nella legalità. Il procuratore nazionale antimafia ha citato, ad esempio, quelle imprese che aderiscono alle regole sulla tracciabilità delle spese, alla trasparenza dell’assetto societario, che smaltiscono i rifiuti senza cagionare danni all’ambiente, che certifichino di non avere subito estorsioni .

    Ora, si può non essere d’accordo sul piano tecnico con la soluzione proposta (e ad esempio, io non lo sono), e se ne possono proporre altre maggiormente valide. Ma di lì a sostenere che Grasso abbia voluto attuare, con le sue parole, una specie di “strategia per “normalizzare” il futuro e dimenticare il passato”, ce ne corre, se mi permette.

    A questa sua interpretazione, io replico con la speranza che ce ne siano centinaia e centinaia, di uomini di Stato come Grasso, che coraggiosamente (perché per attirare gli strali della retorica antimafiosa, in Italia, basta poco, e quindi ci vuole coraggio) cercano di proporre qualche moderna alternativa ad una pratica squisitamente burocratica, parto di una tipica cultura democristiana,  la quale, pur essendo per lo più vana, nonchè controproducente per l’apparato produttivo, piace tanto all’antimafia di facciata e delle assemblee di istituto liceali, e quindi anatema su chiunque osi dire “ma però”.

    E potrei dirle la stessa cosa sul divieto al sub-appalto imposto sempre dall’andreottiana Legge 55/90, che, com’era ovvio, è servito più a provocare la chiusura e la rovina, soprattutto al nord,  di migliaia di artigiani e piccole imprese oneste, piastrellisti, intonacatori, carpentieri, elettricisti, che non a danneggiare la mafia, che come tutti sappiamo nei propri feudi continua a fare quel cavolo che gli pare e con i ritagli della legge 55/90 ci fa gli album di figurine per i ragazzini.

    Quanto poi alla sua rievocazione delle parole del grande Paolo Borsellino: “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”, guardi, lei sfonda una porta aperta. Mai potrei essere più d’accordo con qualcuno, soprattutto sul significato più profondo del messaggio.

    In anni trascorsi a seguire le delicate inchieste ed i principali fatti di mafia, in decine di articoli che grazie al cielo sino ad ora ho potuto scrivere, ho cercato di mettere sul tavolo della discussione, per aprire il dibattito, decine e decine di questioni irrisolte, delle quali alcune, tra l’altro, stavano particolarmente a cuore ai nostri magistrati uccisi, eppure il silenzio che ne ho ricavato è assordante.

    Vogliamo rivederne qualcuna? Parliamo ad esempio della tanto invocata verità sulle stragi di Capaci e Via D’Amelio (lo fa anche lei nel suo articolo) e sul fallito attentato dell’Addaura, dietro al quale si celavano, come lei ci ha ricordato, le ben note “menti raffinatissime”.

    Io voglio parlarne, ad esempio, citando un solerte ed acuto magistrato, che risponde al nome di Carlo Palermo, il quale ha sintetizzato in questo suo articolo alcuni degli episodi e dei filoni d’inchiesta più inquietanti fra quelli che hanno gravitato intorno agli attentati in danno ai due magistrati.

    E’ incredibile, nel leggerlo, constatare quanti oscuri intrecci coesistevano, quanti moventi pesanti come macigni sono postulabili, quante persone potenti potevano avere interesse e ragioni da vendere per eliminare i due magistrati (e gliel’hanno persino giurata pubblicamente). Eppure è altrettanto  incredibile constatare come, nonostante tutta quella sporcizia vera e concreta su cui fare luce, oggi il dibattito su quegli attentati  si sia miseramente ridotto entro i confini dettati dall’antimafia dei girotondi e delle assemblee scolastiche,  un’antimafia istruita solo ed esclusivamente sui bignamini di Marco Travaglio e dei suoi epigoni, con i soliti stallieri  o politici mariuoli o mafiosetti sempre al centro di ogni vicenda un po’ come Pietro Gambadilegno in Topolino, e questa sciocchezza della trattativa che, (e guardi che molti la pensano come me), pare più un abito pomposo e decorato con merletti quel tanto da poter far sembrare vestita di nuovo l’ultima delle copiose inchieste avviate dalla task force istituita alla Procura di Palermo per dare la caccia alle malefatte dei carabinieri del ROS da quando questi hanno avventatamente arrestato Salvatore Riina, che non altro.

    Vogliamo fare l’elenco? Vogliamo parlare di queste persone con cui Borsellino volle cenare, poco prima di morire, chiamando quella  cena  “la cena degli onesti”?

    Vogliamo parlare del maresciallo Lombardo, attaccato pubblicamente in televisione dall’antimafioso della porta accanto Leoluca Orlando Cascio, mentre il giornalista antibavaglio per eccellenza,  tal Santoro, “fuori campo” faceva divieto ai suoi collaboratori di passare la linea al generale dei carabinieri Federici, il quale telefonava per difendere il suo maresciallo e che se fosse riuscito a parlare avrebbe con tutta probabilità dissuaso il povero Lombardo dal suicidarsi?

    Vogliamo parlare del capitano de Donno, indagato presso la procura di Caltanissetta a seguito di accuse tanto infamanti quanto FALSE (posso scriverlo serenamente e dimostrarlo per  tabulas, ho il testo integrale dell’archiviazione e gli atti in mano, io non studio sui libri di Travaglio) mossegli da alcuni procuratori di Palermo?

    Vogliamo parlare di ciò che c’era VERAMENTE sui nastri delle conversazioni fra De Donno e la signora Siino, dove a detta dei PM (e del solito codazzo di giornali) sarebbero invece stati registrati dei tentativi di corruzione e di istigazione a testimoniare il falso?

    Vogliamo parlare del calvario giudiziario del tenente Canale, intimo amico e collaboratore di Paolo Borsellino, assolto con formula piena da una serie di accuse vergognose e fondate soprattutto sulla parola di pendagli da forca?

    E degli anni di indagini aperte e chiuse in successione, come spine in una bambola Voodoo,  in danno al Capitano Sergio De Caprio, in merito alla cosiddetta “mancata perquisizione” del covo di Totò Riina, vogliamo parlarne?

    Vogliamo dire chiaramente che la versione più diffusa dai giornali, e cioè che egli avrebbe “ritardato di 18 giorni la perquisizione del covo”, è una patacca?

    Vogliamo parlarne, cercando di capire insieme, lei che ha l’esperienza di capace funzionario di Polizia, come sarebbe stato possibile poter pensare di trovare anche un solo documento  in un’abitazione occupata dalla moglie di Riina e dai suoi “tenutari”, i fratelli Sansone, se la notizia dell’arresto del boss si diffuse in mattinata, mentre il procuratore Patronaggio testimoniò che: “Intorno alle 14 (QUATTORDICI) del 15 gennaio i carabinieri del reparto territoriale di Palermo erano già pronti per effettuare la perquisizione al residence di via Bernini. Non conoscevamo la villa dalla quale era uscito Riina e per questo ci accingevamo a perquisirle tutte.”  Lei che è esperto, che può dirci? Come vanno di solito queste cose? La moglie del boss, una volta saputo dell’arresto del marito, se ne sta forse ad aspettare i carabinieri per 4-5 ore sull’uscio, o meglio ancora sulla cancellata del quartiere (visto che non si sapeva l’indirizzo esatto) con il papello in mano, per consegnarlo? Non è per caso che il capitano Ultimo, quando spiegò a Caselli che la perquisizione sarebbe stata inutile perché per ragioni oggettive sarebbe stato praticamente impossibile trovarci qualcosa di importante, e che quindi era meglio avviare un’indagine sotto copertura per trascinare in galera gli uomini della cosca ed i collusi,  invece di essere complice di  Provenzano, era solo un investigatore in buona fede che stava facendo bene il suo lavoro? No, eh?

    E del fatto che il falso e la menzogna non possono in alcun modo supportare la verità nè giudiziaria né storica, ma sono oggetti che in ogni caso non possono che far parte di qualcosa che finisce sempre per favorire la mafia, ne vogliamo parlare?

    Vogliamo parlare di quei giornalisti che in TV, dinnanzi a milioni di persone, raccontano la panzana che Ultimo avrebbe rimosso da un lampione una telecamera fissa puntata sul covo di Riina, e lo fanno brandendo ipocritamente una sentenza, dove invece è scritto esattamente il contrario?  (Cfr: “Tra l’altro, erano note le caratteristiche morfologiche della strada, che GIÀ AVEVA IMPEDITO DI COLLOCARE TELECAMERE FISSE – in quanto era priva di supporti adeguati ad ospitare ed occultare efficacemente mezzi di video ripresa – e che non consentivano – per la limitata ampiezza della carreggiata nonché l’ampia visibilità delle auto che si fossero parcheggiate in prossimità del civico nn. 52/54 – di farvi rimanere posizionato il furgone per un tempo prolungato e continuato, la cui presenza sarebbe stata senz’altro notata da esponenti dell’organizzazione, resi vieppiù attenti ed accorti dalla cattura del Riina.” (…)“La scelta della tecnologia da impiegare per l’effettuazione delle video riprese era di pertinenza esclusiva del ROS, il quale ritenne che il mezzo più appropriato in considerazione dello stato dei luoghi non fosse una telecamera fissa, CHE AVREBBE AVUTO BISOGNO DI UN ADEGUATO SUPPORTO LOGISTICO, QUALE UN PALO DELLA LUCE O ALTRO, e di idonea copertura per rendersi invisibile, bensì una mobile, che poteva essere facilmente occultata all’interno di un automezzo; così come era stato fatto anche nell’indagine sui Ganci.

    Vogliamo parlare di quei procuratori,  eredi morali dei magistrati uccisi, che in tribunali della Repubblica, sotto giuramento, hanno testimoniato che il famoso giorno della perquisizione il covo era con pochissimi mobili concentrati nel salone messi tutti insieme, e non aveva più quadri alle pareti, non aveva niente di utilizzabile, praticamente era ripulito di qualsiasi oggetto che potesse essere stato dentro, anche che so, giornali e cose di questo genere, non c’era niente.”, quando invece dal verbale di perquisizione e dal corredo fotografico risulta che in ogni stanza c’erano i mobili, TUTTI QUANTI nessuno escluso (anche perché, per dire che ne mancavano, dal momento che le foto mostrano stanze ricolme, bisognava come minimo aver frequentato la casa prima dell’arresto boss, non trova?),  e nella maggior parte delle camere ancora fermi al loro posto, e  che di giornali ed altri oggetti personali ce n’erano eccome (tant’è vero che l’elenco ha riempito ben tre pagine di verbale), che c’erano due cucine perfettamente a posto ed arredate con tanto di stoviglie, tre bagni padronali perfettamente arredati e funzionanti, e persino una ricevuta intestata al nominativo in uso corrente in quel periodo alla moglie di Riina?

    Vogliamo parlare per cercare di capire insieme quali motivazioni possono avere spinto questi magistrati ad affermare, in sede giudiziaria, di avere visto con i loro occhi che era stata smurata e/o rimossa la cassaforte, quando le foto del verbale dimostrano che la cassaforte è sempre stata salda nel suo muro e che non si è mai mossa?

    E dei nuovi supertestimoni caduti dal cielo contro il generale Mario Mori, ne vogliamo parlare?

    Vogliamo parlare, ad esempio,  del fatto che il sottoscritto ha contestato personalmente a Massimo Ciancimino la circostanza che alcune parti documentali del suo libro “don Vito”, sono in evidente contrasto con alcune sue versioni testimoniali rilasciate ai magistrati, e che subito dopo tale contestazione, nella seconda edizione del libro, una manina abile ha opportunamente limato proprio  quelle parti (che per fortuna sono rimaste sulla prima edizione, e sono indelebili.)?  Che mi dice, Giordano?

    E’ così che si forma la cultura della lotta alla mafia? Con la gomma da cancellare che fa dissolvere i documenti?

    E della mitica ultima intervista a Paolo Borsellino, ne vogliamo parlare?

    Vogliamo parlare del fatto che mentre di solito le interviste si fanno piazzando una telecamera o al massimo due di fronte all’intervistato ed agli intervistatori, in quel caso furono piazzate anche telecamere fisse molto distanti e “candide” alle spalle del magistrato, e che le parti registrate da quelle telecamere furono utilizzate, guarda caso,  per realizzare una manipolazione sacrilega (sacrilega soprattutto  in quanto postuma, e quindi non contestabile da parte del diretto interessato) delle parole di Borsellino, volta ad indurre a ritenere, fra tutti i falsi, che Dell’Utri avesse conversato con Vittorio Mangano di un trasporto di falsi cavalli nel suo albergo (in realtà droga) , fatto in realtà mai avvenuto?

    E del fatto che a distanza di anni, nonostante quella manipolazione sia stata ormai ampiamente smascherata, lei, Giordano,  persista nel richiamarsi nei suoi articoli a quell’episodio che purtoppo altro non è che una fabbricazione giornalistica capace di manipolare le menti candide come quella del suo amico Carmelo, (nella realtà si trattava semplicemente dell’intercettazione di un crimine comune, un passaggio di droga fra due criminali professionisti, e Dell’Utri non c’entrava nulla), vogliamo parlarne?

    E del fatto che alla fine di quell’intervista al giudice Borsellino venivano proposte domande riservate in merito ad inchieste neppure di sua stretta competenza (cercando in sostanza di fargli commettere un reato di violazione di segreto d’ufficio  o comunque una scorrettezza), e che il giudice risultava chiaramente convinto di parlare “off the record”, poiché le telecamere erano state appoggiate ai suoi piedi dando l’illusione  di avere chiuso, mentre invece tali telecamere non erano state assolutamente spente ma continuavano impudentemente e subdolamente a registrare, vogliamo parlarne?

    E del fatto che quell’intervista sia stata organizzata alla chetichella e realizzata a poche ore dalla morte di Giovanni Falcone, circostanza che ha sempre insospettito la signora Agnese Borsellino, come da lei stessa dichiarato, ne vogliamo parlare?

    E dell’assoluta, scientifica e, direi, criminale genialità che sta dietro alle varie manipolazioni di quell’intervista, ne vogliamo parlare?

    E del fatto che la testimonianza della dott.ssa Ferraro, che ha affermato e dimostrato in modo incontrovertibile che il dott. Borsellino non era stato messo a conoscenza in alcuna forma di alcuna trattativa spregiudicata fra mafia e stato, ma soltanto di un ordinario tentativo espletato dai carabinieri di acquisire un collaboratore di giustizia, è stata manipolata dai media ed anche per bocca degli stessi magistrati in alcune interviste, tanto che mezza Italia è convinta del contrario, e cioè che Borsellino fosse venuto a conoscenza di una trattativa spregiudicata e ne fosse rimasto turbato (cosa assolutamente falsa), ne vogliamo parlare?

    Del fatto che il sottoscritto è perfettamente in grado di riempire molte e molte altre pagine di esempi di menzogna e di falsi che purtroppo sono diventati, vergognosamente, dei classici della cultura della cosiddetta antimafia buona, quella delle agende rosse, ne vogliamo parlare?

    Come è possibile questo, sig. Giordano?

    Non sarà mica che la mafia, oltre che nella porta accanto, si è insediata anche dentro casa e noi non ce ne siamo accorti?

     
    • giuseppe scano 21:33 on 26 February 2012 Permalink | Rispondi

      potresti essere più chiaro sul pezzo di mangano -dell’utri . risulta vero o non vero che dell’utri parlo’ di cavalli con mangano ?

      • Avatar di enrix

        enrix 22:34 on 26 February 2012 Permalink | Rispondi

        Dell’Utri parlò di un cavallo con mangano, il cavallo Elena, e non fu mai dimostrato in nessuna sede che non si trattava di un vero cavallo. Ma non era ovviamente Dell’Utri che parlava con mangano al telefono di cavalli in albergo. Quella era un’altra telefonata in cui Dell’Utri non c’entra nulla. Il ragionamento sulla presunta “asseverazione” di Borsellino alla parola “cavalli-droga”, rappresenta proprio il cuore della manipolazione.
        Ci sono due fasi distinte: la prima è quella in cui a Borsellino viene chiesto se Mangano quando parlava di “cavalli” al telefono lo faceva per mascherare la parola droga. Si tratta di una richiesta generica a cui Borsellino risponde con stretto riferimento al materiale processuale in suo possesso. La risposta “diceva cavalli e talvolta magliette” e l’altra risposta dove lui dice che come uso gergale quello fu asseverato al maxiprocesso, vanno interpretate OVVIAMENTE in senso NON univoco. Vale a dire: Borsellino ha soltanto confermato che si riscontrava nel linguaggio di mangano AGLI ATTI IN SUO POSSESSO l’uso di quelle parole per indicare la droga. Ma chiaramente non in modo univoco. Se Mangano avesse dovuto parlare di un vero cavallo o di una vera maglietta in qualche altra circostanza, non avrebbe potuto utilizzare che quei termini. Segui la logica.
        Infatti, passando alla seconda fase, quando a Borsellino viene chiesto più volte di confermare se secondo lui anche nella telefonata del febbraio 80 la parola cavalli poteva significare droga, Borsellino, nonostante si trattasse di mangano che parlava di un “cavallo”, pone tutta una serie di “distinguo” e puntualizzazioni (per cui “l’asseverazione” va a farsi benedire), e vale a dire:
        1) Borsellino precisa che la telefonata di cui lui stava parlando (nel senso cioè, quella che lui conosceva dove Mangano parlava di cavalli-droga), non aveva come interlocutore dell’utri, ma un altro soggetto (e questo punto viene accuratamente tagliato)
        2) Borsellino precisa che la telefonata della san valentino non faceva parte di atti che egli conosceva. Quindi non la conosceva. (e questo punto viene accuratamente tagliato)
        3) Borsellino precisa che nella telefonata del maxiprocesso l’uso della parola cavalli avveniva in un contesto non credibile (cavalli in albergo), anteponendo l’esclamazione “beh” (tagliata anche lei). Un implicito invito a confrontare se nella telefonata del febbraio 80 fosse avvenuta una cosa analoga.

        Inoltre, in un’altra parte dell’intervista, Borsellino precisa che in processi precedenti riguardanti Mangano, che lui conosceva, saltavano fuori “dei veri cavalli”, non dei cavalli usati per nascondere stupefacenti. (e anche questo punto viene accuratamente tagliato)

        Ora tu cerca di capirmi: se anche solo un paio di questi 4 punti fossero stati lasciati in piedi o nel loro ordine logico, nella versione televisiva di quell’intervista, oggi io e te non saremmo qui a discutere. E nessuno potrebbe a maggior ragione affermare che Borsellino “ha asseverato” semplicemente una coincidenza di termini, perchè si saprebbe che quando Borsellino assevera, lo fa con stretto riferimento alla telefonata che lui conosce; quella appunto maxi-processo. Quando invece viene sollecitato ad esprimersi sull’altra telefonata, non assevera un bel niente. Anzi, prende le distanze, e precisa che la telefonata di cui lui stava parlando era un’altra.

        Per nascondere tutto questo e far credere una cosa completamente diversa, (e cioè che il magistrato desse per scontato che anche nella san valentino cavallo stesse per droga) non si è dovuto solo tagliare, o “accorciare” il girato. No, si è dovuto fare un certosino e laborioso lavoro di montaggio con parti di audio montate su parti di video improprie, anticipi e posticipi.
        Insomma, un lavoro tanto scientifco quanto doloso.

        E siccome è provato che quando Travaglio parlava da Luttazzi, non poteva non sapere di quella manipolazione, perchè lo conferma nell’odore dei soldi di aver letto l’altra versione, quella dell’Espresso (manipolata anch’essa, ma sostanzialmente corretta in questa parte), egli non si può appellare alla buona fede o al travisamento.

        No, quella era una manipolazione che mirava a far credere che Dell’utri trafficasse in droga, PER LE PAROLE DI BORSELLINO (non di uno qualsiasi), e lui l’ha fatta sua, e l’operazione è riuscita.

        Il risultato è stato quello che ho detto: ci son cascati tutti.

        Ti porto l’esempio autorevole di Gianni Barbacetto, che nel suo libro “Dossier Dell’Utri, Kaos edizioni, 2005”, ha scritto: . “È del febbraio 1980 la famosa telefonata tra Mangano e Dell’Utri in cui i due parlano di «cavalli» da «consegnare in albergo».

        Oggi quell’assunto ed il suo fautore, sono stati sbugiardati, anche in molti miei articoli precdenti.

        A meno che Barbacetto sia un tale pallaro, da scrivere una cosa del genere inventandosela di sana pianta.
        Ma non è così: è stato vittima di quella fabbricazione pure lui.

        Per capire bene quanto sia stata furba e criminale quella manipolazione, si deve guardare bene il mio videoclip: http://www.veoh.com/watch/v19570508JX5bBQxd

      • Avatar di enrix

        enrix 22:38 on 26 February 2012 Permalink | Rispondi

        giuseppe, ti rispondo copiandoti una risposta già da me data a suo tempo ad altra persona.

    • pippo 14:41 on 27 February 2012 Permalink | Rispondi

      Io quando faccio pubblicare un post lo faccio col mio nome, cognome e talvolta anche con la mia foto (sono convinto che questo non le sia sfuggito). Se lei cortesemente mi dice chi è, sarò lieto di commentare. Mi piacerebbe anche sapere la sua professione visto che lei conosce anche la mia del passato.. Attendo e nel frattempo voglia gradire distinti saluti.
      Pippo Giordano

    • pippo 18:50 on 27 February 2012 Permalink | Rispondi

      Come mai ha tolto il mio commento, perchè non mi dice chi è lei? Su forza signor Enrix mi dica a chiare lettere come si chiama e che lavoro fa,. le farò un post e lo pubblico,. ok!

      • Avatar di enrix

        enrix 23:47 on 27 February 2012 Permalink | Rispondi

        Lei ha ragione, ho ecceduto in confidenza, non firmando con nome e cognome, distratto dal fatto che ci siamo già conosciuti in facebook, con qualche scambio di opinione. Anche in facebook gli amici mi chiamano enrix, ma il mio nome è enrico tagliaferro, e il mio mestiere è quello di cittadino. Lo stipendio invece me lo procuro facendo l’impiegato. Nel mio blog è scritto tutto in modo trasparente. Del suo passato ho saputo soltanto leggendo i suoi articoli ed i commenti in FB. Qualcuno dei quali (s.t. articoli) ho apprezzato molto, ed uno in particolare in ogni parola.

        • Avatar di enrix

          enrix 23:56 on 27 February 2012 Permalink | Rispondi

          Mi riferisco all’articolo sulla fantamafia. Uno dei pochissimi articoli su queste vicende dove ho visto finalmente riflettere su basi logiche e criminologiche.
          Forse l’unico.

          • Luciano Baroni 11:34 on 16 March 2012 Permalink | Rispondi

            Ciao Enrico, scrivo solo per far notare che NON ho letto, dopo che tu gli hai risposto con i tuoi dati, un post del signor Pippo, come aveva scritto.

            Ciao e buon lavoro.

            • Avatar di enrix

              enrix 08:29 on 17 March 2012 Permalink

              Ti dirò di più, gli ho scritto anche personalmente dandogli tutta la mia disponibilità, ma dalla risposta che ho ricevuto, si è capito benissimo che non intende scrivere una riga, Obbettivamente, non gli si può dare torto. Una cosa è parlare ad “un’agendina” completamente priva di conoscenze oggettive e di spirito critico, un altro è discutere col sottoscritto. E comunque, è mia personale opinione che gli sia anche stato “consigliato” di non darmi corda. Ti abbraccio caramente, Luciano, ci risentiremo.

    • Renzo C 18:35 on 29 February 2012 Permalink | Rispondi

      Caro Enrix,
      sono d’accordo con Grasso sull’ abolizione dell’ inutile certificato antimafia, pastoia burocratica per le aziende serie, ridicolo balzello per quelle infiltrate.
      Purtroppo però la white list non è la soluzione di nulla, sarebbe solo il ribaltamento di 180° della stessa inutile certificazione antimafia, in aggiunta al rischio che, magari non potendola monitorare in tempo reale, potresti trovarti escluso da gare, mentre durante il ricorso viene aggiudicata a concorrenti.
      Per esperienza diretta e, pur avendoci ragionato su varie volte, non ho mai avuto un’ idea che potesse essere percorribile, priva di rischi per le imprese sane e insormontabile per quelle mafiose.
      Questo perchè dietro ad ogni vicenda, gara, affare o quel che è, ci sono delle persone, e qualsiasi legge è aggirabile con la complicità, quindi la sola soluzione sarebbe un maggior senso morale delle persone, ma visto che siamo in Italia e la morale non esiste, non c’è nemmeno la questione.
      Te ne scrivo perchè conosco processi per vicende di questo tipo, processi che hanno condannato i colpevoli, ci mancherebbe, però le gare erano di ANNI precedenti, e le aziende danneggiate… sono rimaste danneggiate e basta.
      La differenza è che la criminalità è organizzata, i liberi imprenditori no, e non possono esserlo per chiare ragioni di concorrenza, oltre ad ovvi limiti di legge, perchè il controllo non può essere delegato alle imprese.

      Passando ad altro, sai che le stragi dei primi anni 90 sono state commissionate da Berlusconi e Dell’ Utri? Ormai è certo, lo ha rivelato Lo Bianco in questo memorabile articolo: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/28/un-pentito-di-mafia-le-stragi-del-93-chieste-da-b-e-da-dellutri/194251/
      Manca solo un papello di Ciancimino per conferma e poi è tutto chiaro.
      A proposito: si è saputo più niente dei famosi scatoloni con miliardi di papelli sequestrati a casa Ciancimino durante la perquisizione numero 381?
      Li staranno leggendo tutti Ingroia e Di Matteo?

      Saluti

      p.s. ma un blog wordpress liscioliscio non ti piaceva proprio?

      • Avatar di enrix

        enrix 12:55 on 1 March 2012 Permalink | Rispondi

        Concordo caro Renzo, infatti nel mio articolo ho aperto una parentesi indicando il mio disaccordo con l’idea della white list. Ma comunque guarda, le certificazioni antimafia, che se le facciano pure, ma direttamente da Ente a Ente consultando direttamente la banca dati e senza rompere i cosiddetti agli impresari, che la loro giornata lavorativa è di 10 ore delle quali 4 impiegate a girare di mattina una pletora di uffici a vanvera per fare della carta. E gli chiedono pure le marche da bollo, per certificare di essere onesti. Veramente vergognoso. La norma sui sub-appalti poi, è un delirio. Io metterei in galera chi l’ha scritta. Conosco persone assolutamente oneste e virtuose, con la fedina macchiata ed obbligate ad anni di firma giornaliera presso le autorità di pulizia, per essere stati sorpresi con un piastrellista artigiano a posar piastrelle nei loro cantieri, o con un elettricista a tirar due fili. Spero che i responsabili morali di queste porcherie (cioè chi ha fatto la legge e chi ne ha preteso il rispetto al di là di ogni buon senso), possano un giorno scontare i loro deliri in qualche sede non terrena, visto che su questa terra gli rendono pure onore per queste pensate vergognose. Sul Fatto e Lo Bianco, no comment. Se dico esattamente ciò che penso (ed io sono abituato a farlo) rischio di dovermi difendere in tribunale, e con questa magistratura, preferisco evitare.

      • Avatar di enrix

        enrix 09:43 on 2 March 2012 Permalink | Rispondi

        Ho inserito un commento che dimostrava che stavano delirando, dopodichè hanno rimosso l’articolo. Evidentemente nel frattempo era passato l’effetto di quel che avevavo fumato quando pubblicavano; non per niente si chiama “Il fatto”.

        • Paolo 13:23 on 2 March 2012 Permalink | Rispondi

          Ciao Enrico, bentornato on-line.
          L’articolo di Lo Bianco – sempre la cosa ti interssi – e il tuo commento sono ora qui:
          http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/28/un-pentito-di-mafia-le-stragi-del-93-chieste-da-b-e-da-dellutri/194251/

          Manca risposta di Lo Bianco, sono fiducioso.

          Paolo.

        • Renzo C 19:17 on 3 March 2012 Permalink | Rispondi

          Caro Enrico, non entro nel merito dell’ articolo perchè potrei esagerare pure io: noto solo che riporta il lavoro di Chelazzi, che è morto e non può replicare, tipico per il FQ, e cita Grasso e Teresi, nelle vesti di “sapevano e han taciuto”.
          Una roba vergognosa!

          Proseguendo invece nella tua osservazione, si chiama sì il fatto, ma c’è pure quotidiano: quindi se si fanno tutti i giorni, cambierei la testata ne “Il Tossicodipendente”

    • Francesco 16:31 on 12 April 2012 Permalink | Rispondi

      Credo anch’io che non c’è stata alcuna trattativa,semmai c’era una consolidata connivenza di alcuni personaggi politici con cosa nostra, i quali messi alle strette dai mafiosi non hanno fatto altro che minacciare il giudice Borsellino, il quale eroicamente preferì la morte alla corruzione.-

      Per il resto credo che le responsabilità dei vertici investigativi, a parte il covo di Riina, siano evidenti ed acclarati. Le esplosioni di Capaci e via D’Amelio hanno investito anche loro. Non sarebbe giusto che ne rimanessero indenni.-

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