Egregio Salvatore Borsellino, non tutti sono completamente d’accordo con Lei

Egregio Salvatore Borsellino, non tutti sono completamente d’accordo con Lei

Riporto, quasi (per sole ragioni di spazio) integralmente, e commento, l’ultimo articolo di Salvatore Borsellino, dal titolo ““Lo Stato processa se stesso, diventa realtà ciò che Sciascia giudicava impossibile”, pubblicato online ieri,  09 Marzo 2013, alle 18:23.   Ritengo di avere il diritto di farlo, perché è giusto che si sappia che ci sono cittadini che non concordano con il suo punto di vista, pur rispettandone comunque le opinioni, e soprattutto è giusto che si sappia quali siano le profonde ragioni di tale disaccordo.

La nostra speranza è che anche lo stesso fratello di Paolo Borsellino, possa riflettere, anche solo per qualche secondo, su queste nostre ragioni.

Quindi, in blu, le parti dell’articolo dell’Ing. Borsellino,  in nero i commenti.

 Sono da poco rientrato da Palermo. Devo ancora riprendermi dalla profonda emozione che ho provato ieri nel sentire leggere dal GUP Piergiorgio Morosini il dispositivo di rinvio a giudizio per i dieci imputati del processo per “attentato ad un corpo politico dello Stato”, quello che da ieri potremo chiamare, a pieno titolo, processo per la “trattativa Stato-mafia”.

Non si tratta più di “fantomatica trattativa”, di “presunta trattativa” di “pretesa trattativa”.
Da ora in poi c’è una sentenza di rinvio a giudizio che rende anacronistico, improprio, deviante, l’uso di questi aggettivi.

Ma anche no. Coloro che, come me, non credono in questa teoria, invocano da anni prove solide a suo sostegno. Credevamo di essere arrivati finalmente ad un bivio con possibilità di chiarimento definitivo: in caso di rinvio a giudizio, speravamo di potere finalmente avere una indicazione precisa delle prove, magari non solo indiziarie o non solo testimoniali ove le testimonianze provengano da criminali infanticidi, pataccari, o da altri politici interessati a parare il proprio deretano, e prove che non siano colme di incongruenze, a sostegno di questa teoria. Ma questa speranza, anche se non conosciamo il testo completo dell’ordinanza, pare, almeno per il momento, naufragata. Se il giudice avesse individuato ed indicato prove valide, forse i media ce lo avrebbero riferito. Se avesse spiegato analiticamente anche una soltanto delle ragioni oggettive, al di là dell’evidente, pur legittima,  personale simpatia già dimostrata negli anni passati per questa teoria, (anche nel contesto di convegni cui ha presenziato al fianco di politici e giornalisti “trattativisti” come Sonia Alfano e Marco Travaglio, che il giudice chiamava amichevolmente, al microfono, “Sonia” e “Marco”) che lo hanno portato a decidere per i rinvii a giudizio, noi saremmo stati più che pronti a cambiare avviso.   Invece i media ci hanno riferito soltanto questa frase: «Il materiale acquisito non è pervenuto al giudice in forma organica per singole posizioni processuali in maniera intelleggibile. La memoria che è stata prodotta il 5 novembre dalla Procura non affronta il tema delle fonti di prova». Ed è pur vero che il dott.Morosini, intervistato dal Fatto Quotidiano, ha poi spiegato quel passaggio con l’avere egli “segnalato l’esigenza di indicare su ogni passaggio fattuale le fonti di prova perché dalla richiesta di rinvio a giudizio questo dato non emergeva. Sarebbe dovuto emergere semmai dalla memoria scritta, che però è stata fatta per dare il senso del processo, [traduzione: neppure la memoria scritta conteneva indicazioni delle fonti di prova – ndr]  allora ho cercato di mettere in fila le cose. E in questo mi ha aiutato in tutta la discussione, a partire – e lo dico espressamente – dall’intervento della pubblica accusa.

Noi però alla discussione non c’eravamo, perché avveniva a porte chiuse e senza possibilità di registrare o trascrivere, e pertanto continuiamo a rimanere perplessi, pur disposti a recepire qualsiasi elemento ci sia in quegli atti tanto convincente da provocare il rinvio a giudizio del generale dei carabinieri che catturò Totò Riina, insieme allo stesso Riina, in un unico processo.

Quindi, anche sotto il profilo giudiziario la trattativa, in mancanza di delucidazioni argomentative, per noi continua tranquillamente ad essere “presunta”. Dire che è certa in carenza di elementi fattuali incontrovertibili, continua ad essere una forzatura.

Da ora in poi si potrà e si dovrà parlare soltanto di “trattativa Stato-mafia”, quella trattativa che è stata la causa scatenante dell’accelerazione dell’assassinio di Paolo Borsellino.

Altro fatto che riteniamo non provato. Anzi, vi sono innumerevoli e concretissime prove che il dott. Borsellino non fosse affatto preoccupato dei contatti fra i carabinieri e Vito Ciancimino, e che nei suoi ultimi giorni di vita si stesse occupando e preoccupando di tutt’altro, e che quel tutt’altro potrebbe rappresentare un movente mille volte più solido e concreto della trattativa, per il suo omicidio. Alcuni di questi moventi, ad esempio, pur non provati (tanto come quello della trattativa), sono abbastanza chiaramente definiti in un atto del 2003 che porta la firma, fra gli altri,  del dott. Francesco Messineo e comunemente conosciuto col nome  “Richiesta di archiviazione “mandanti occulti bis”, scaricabile QUI.

Vi sono raccolti alcuni elementi che oggi, pur di accreditare la trattativa come movente dell’omicidio, si fa come non fossero mai esistiti, cancellati del tutto dalla memoria. Non ci pare un metodo piuttosto virtuoso.

Da ora in poi tutti avremo modo di seguire la fase dibattimentale di un processo che, secondo il dispositivo di rinvio a giudizio non si svolgerà davanti a un semplice tribunale ma davanti alla Corte D’Assise, ci saranno quindi dei giudici popolari che, in rappresentanza del popolo italiano affiancheranno i due giudici togati.
Ad essere giudicati, sedendo per la prima volta fianco a fianco sui banchi degli imputati, saranno 4 appartenenti alla mafia e 5 uomini delle Istituzioni oltre al figlio di un mafioso che compare nel processo nella doppia veste di testimone e di imputato. Lo Stato processa se stesso, diventa realtà quello che Leonardo Sciascia giudicava impossibile e il rapporto quantitativo è addirittura prevalente per gli uomini di Stato rispetto ai criminali mafiosi, anche se l’ex Ministro Mancino è, per il momento, accusato soltanto di falsa testimonianza.

E certo, son soddisfazioni. Specialmente per gli imputati mafiosi e soprattutto per il loro capo indiscusso, perché niente niente, messo alla gogna al suo fianco, non c’è lo Stato, quello che secondo Sciascia “per sconfiggere la mafia dovrebbe suicidarsi”, ma ci sono soltanto (a parte un paio di politici in disarmo),  i carabinieri che l’hanno pizzicato e schiaffato in galera a vita. Anche noi per la verità abbiamo pensato a Sciascia seguendo gli sviluppi di questa “inchiesta”, ma per un’altra sua frase altrettanto celebre: «L’Italia è la bara del diritto».

Da anni aspettavo questo momento…

Anche Totò Riina, suppongo; lo aspettava dal 15 gennaio 93. Più di vent’anni.

… da quando, leggendo sulla agenda grigia di Paolo, nel foglio relativo al 1° luglio, annotato il nome di Mancino e notando come Mancino avesse sempre negato di averlo incontrato, avevo cominciato a chiedermi se il motivo di quella incredibile amnesia non fosse il fatto che in quell’incontro fosse avvenuto qualcosa di estremamente grave, l’ingiunzione a Paolo di fermare le sue indagini sull’assassinio di Giovanni Falcone perché lo Stato aveva deciso di trattare con l’antistato.

A proposito di amnesie e dell’agenda grigia. Vorrei che Salvatore Borsellino riflettesse con me su questa circostanza, e provasse a darne una spiegazione:

In una deposizione della signora Agnese Borsellino del 18 agosto 2009 , di fronte ai procuratori di Caltanissetta,la testimone riferiva  “Mi riferisco ad una vicenda che ebbe luogo mercoledi 15 luglio 1992; ricordo la data perché, come si evince dalla copia fotostatica dell’agenda grigia che le SS. LL. mi mostrano, il giorno 16 luglio 1992 mio marito si recò a Roma per motivi di lavoro ed ho memoria del fatto che la vicenda in questione si colloca proprio il giorno prima di tale partenza.

Mi trovavo a casa con mio marito, verso sera, alle ore 19.00, e, conversando con lo stesso nel balcone della nostra abitazione, notai Paolo sconvolto e, nell’occasione, mi disse testualmente “ho visto la mafia in diretta, PERCHÉ mi hanno detto che il Generale SUBRANNI era “pungiutu“.

Questo, dai verbali di deposizione.

Una nota registrazione audio della stessa testimonianza trasmessa in TV da Santoro, fornisce ulteriori dettagli, dalla viva voce della vedova: “L’ho visto turbato e ho chiesto: Cosa c’hai? Hai pranzato oggi? Perché non era venuto a pranzo, e ha detto: “Ho visto la mafia in diretta, e fra tante cose mi hanno riferito che il generale Subranni si è punciutu.

Dunque, era sera, le 19 circa, la signora Agnese domanda se il marito aveva pranzato, sostenendo che non era rientrato per il pranzo, gli domanda delle ragioni del suo turbamento, e il dott. Borsellino risponde nel modo che sappiamo.

A questo punto però, c’è un problema.

Sull’agenda grigia, la stessa dove è segnato “Mancino” ad una certa data de ad una certa ora, al 15 luglio 1992 (giorno di festa patronale in Palermo, Santa Rosalia), annota questo:

Alle ore 7: “C” (che sta per “casa”)

Dalle 8 alle 13: “Pr” (che sta per “Procura”)

Dalle 14 alle 16: “C” (cioè Casa)

Dalle 17 alle 19. Pr (Procura)

Alle 20, di nuovo C, Casa.

Poiché dunque secondo la Signora Agnese, nel suo lucido ricordo, il marito non era rincasato per il pranzo, e poiché invece sull’agenda grigia dalle 14 alle 16 il giudice aveva annotato una pausa casalinga rispetto all’intera giornata passata in procura, sorge spontanea una domanda: non è che per caso, su quell’agenda grigia, il giudice anziché annotare i propri movimenti, annotava semplicemente una previsione oraria di massima degli stessi, salvo poi non correggere l’agenda anche nel caso tale previsione dovesse subire variazioni? No, perché una risposta affermativa a questa domanda spiegherebbe l’arcano, ma sgonfierebbe un poco i sospetti sui ricordi di Mancino. Ma comunque sempre meglio di una risposta negativa, perché quella ricondurrebbe ad un possibile difetto di memoria della signora Agnese, circostanza per noi remota. Però, saperlo.

(…)

Mancano due nomi, il nome di Calogero Mannino, perché ha scelto il rito abbreviato e sarà giudicato in uno stralcio di questo processo e quello di Bernardo Provenzano perché una perizia lo ha dichiarato in condizioni mentali che non gli consentono di partecipare, per il momento, ad un processo.
Speriamo non si tratti di un caso simile a quello di Bruno Contrada che venne dichiarato quasi in punto di morte, in uno stato incompatibile con quello della detenzione nel carcere militare dove avrebbe dovuto scontare la sua pena e che riacquistò invece improvvisamente la salute quando una provvidenziale perizia gli permise di finire di scontare la sua condanna nella sua casa, a Palermo, a pochi passi dalla casa della mia sorella maggiore.
Che invece, lei si, è morta da pochi mesi a causa di un tumore, mentre Contrada ha riacquistato a tal punto le forze e la salute da permettergli di frequentare i salotti televisivi e di andare in giro per l’Italia a presentare il suo ultimo libro.

Se un uomo malato, come Bruno Contrada, vive nella prospettiva di morire in galera pur innocente, perde forze e motivazioni per resistere al male, e quindi non può che peggiorare. Se ritrova invece la libertà, può anche ritrovare la forza di combattere per la propria causa ed il proprio onore  nonostante la malattia. Non è ipocrisia, è biologia, natura umana.

C’era accanto a me, durante la lettura dell’udienza, unico imputato presente, Massimo Ciancimino.
Pochi minuti prima mi aveva detto che era li perchè, caso anomalo per un imputato, sperava di ascoltare una sentenza di rinvio a giudizio, perché questo avrebbe significato che il processo poteva andare avanti.

E’ un’anomalia che però, in tutta franchezza, un po’ ci aspettavamo, dopo aver letto i verbali di alcune intercettazioni delle conversazioni telefoniche di Massimo Ciancimino. Si veda a questo proposito anche il nostro precedente articolo Massimo Ciancimino: “voglio solo esser messo in condizione di rifarmi una vita altrove!

Dopo la lettura della sentenza lo ho visto li, vicino a me, esultava anche lui come dall’altro lato, vicino a me, gioiva Federica, una mia compagna del Movimento delle Agende Rosse, parte civile in questo processo, che aveva voluto venire apposta da Roma per starmi vicino in un momento così importante,
Come gioivano intorno a me tanti altri che. come noi, vedevano in questa sentenza un grande passo avanti sulla strada della Giustizia e della Verità.
Ho avuto l’istinto di abbracciarlo e lo ho fatto.
Questo mio gesto mi è stato già contestato da alcuni organi di informazione, gli stessi che in altre occasioni hanno ospitato articoli di chi si dichiara sicuro che mio fratello, seppure da morto, sarebbe disgustato da certi miei comportamenti.
Gli stessi che mi definiscono “di professione fratello di Paolo Borsellino”.
Senza Massimo Ciancimino, senza che lui, per primo, dalla parte di chi la aveva vissuto dall’interno come come corriere del padre, parlasse della “trattativa”, del “papello”, questa sarebbe ancora “presunta”, ancora “fantomatica”.

Parole sante, Ing. Borsellino. Il papello poi, lui lo ha pure prodotto (raramente penso di aver potuto usare un termine così calzante), ed è agli atti di questo mirabolante processo: peccato che non ci sia alcuna prova della sua autenticità, mentre gli indizi contrari ed i gravi dubbi su di esso sono più di dieci. Anzi, di quindici.  Evidentemente il giudice non se n’è ancora accorto.

Senza la sua collaborazione questo processo forse non sarebbe neppure iniziato.

Togliamo pure il “forse”. Ed è proprio per questo che i cittadini che, come me,  conoscono appena un poco  i fatti e gli atti,  sono un po’ sconcertati.

Io ho abbracciato Massimo Ciancimino testimone in questo processo, ho abbracciato il testimone Massimo Ciancimino che , se pure nella contraddittorietà della sua collaborazione,…

Ehm, questa “contraddittorietà” si può inquadrare, secondo noi, con maggiore precisione: ad esempio, andando col pensiero alla vicenda che ha coinvolto il dr. Gianni De gennaro,   si potrebbe forse definire: “calunnia”, “falso documentale e materiale”, o forse  “frode processuale”, e “falsa testimonianza” o “false comunicazioni al PM”. Cose così, insomma.

…  ha fatto si che tanti uomini delle istituzioni che sono stati partecipi di una scellerata congiura del silenzio e che non siedono, ancora, sul banco degli imputati, riacquistassero, dopo venti anni, almeno una parte delle loro memorie sepolte e, forse, dei loro rimorsi.
Non ho abbracciato Massimo Ciancimino imputato.
Quello, se verrà ritenuto colpevole nel corso di un processo che finalmente, e in parte anche grazie a lui, potrà avere luogo, sarà la Giustizia a giudicarlo.

Peccato che non si è ancora rintracciato il Sig. Franco-Carlo per portare anche lui sul banco dei testimoni/imputati, seduto al fianco del suo vecchio amico di famiglia; sarebbe una simpatica rimpatriata, e darebbe la possibilità di potersi riunire con entrambi in un unico caloroso abbraccio.  Sono sicuro che questa volta  Paolo Borsellino approverebbe, di lassù.

In carenza, tuttavia, si potrebbe sempre sentire come testimone, in questo processo, “il sig. FRANCO … Maiorano, già “proprietario del bar “Toma’s”, ubicato in piazza Euclide, frequentato abitualmente, tra gli altri, dal personale del Commissariato “Villa Glori””,  che risultò essere, grazie agli approfondimenti della procura di Caltanissetta,  quel “Sig. Franco” che, grazie alla sua conoscenza di vecchia data di quei poliziotti che frequentavano il suo bar, raccomandò Ciancimino (anche lui cliente del bar) perchè uno di questi accelerasse il rilascio del passaporto del figlio. Ce la spiegano bene i PM della Procura di Caltanissetta

Dunque, il tramite di CIANCIMINO per l’ottenimento del passaporto era stato il sig.Franco si, ma che di cognome  fa MAIORANO, proprietario del bar “Toma’s”, sito nella Piazza Euclide nr. 26 (nei pressi dello studio dell’avv. GHIRON) che conosceva il Sovrintendente Paolo CECALA (che formalmente si occupa del passaporto). CIANCIMINO e MAIORANO si conoscono da lungo tempo proprio perchè CIANCIMINO frequentava il Bar per la sua vicinanza allo studio GHIRON. Dunque, una procedura certamente sui generis: ma non v’è alcuna prova che appartenenti ai servizi segreti o vertici della Polizia entrino in questa vicenda. E’ solo una ordinaria storia di “favori all’italiana”, non si sa (non è risultato) se occasionati da consegna di denaro. Sicuramente non entrano nella vicenda (molto ordinaria) né Franco/Carlo, né Gianni De Gennaro.” (dalla RICHIESTA PER L’APPLICAZIONE DI MISURE CAUTELARI  – artt. 272 e segg. c.p.p.- della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Caltanissetta – Direzione Distrettuale Antimafia – Proc. n. 1595/08 R.G.N.R. Mod 21 D.D.A)

Già, un’ordinaria storia di favori all’italiana, trasfigurata dal teste in un’oscura vicenda di fantasmi dei servizi segreti che si materializzano con tempestivi passaporti nel buio dei vicoli cittadini più nascosti.

Ma a questo testimone siamo pronti a perdonare tutto: senza questa sua creatività, la trattativa sarebbe ancora “fantomatica”. E quando mai.