I magistrati tranquillizzano i Corleonesi: “l’arresto di Totò Riina è stato uno specchietto per le allodole .”

I magistrati rasserenano i Corleonesi: “l’arresto di Totò Riina è stato uno specchietto per le allodole .

 

 

 

“”Quando due forze come mafia e Stato si trovano sullo stesso territorio possono fare due cose: combattersi o cercare un punto d’equilibrio. In Sicilia sono successe entrambe le cose: l’arresto di Totò Riina è stato uno specchietto per le allodole che ha sancito il ritrovato equilibrio“.  Così parlò ieri il procuratore aggiunto Vittorio Teresi, uno dei magistrati che il 15 gennaio di vent’anni fa erano in servizio alla Procura di Palermo, ricostruendo quel giorno durante il dibattito conclusivo del “Festival della legalità in tour” che ha ricordato a Corleone il ventennale della cattura del boss.

Da un uomo di Stato come Teresi, a Corleone per il ventennio dell’arresto di Riina, ci si aspetterebbe un messaggio ai giovani un po’ più costruttivo, roba del tipo: “delinquere non paga, anche i capi più in alto nell’organizzazione sono finiti e finiscono nelle maglie della giustizia”.

Invece no, lui va a raccontare, proprio a Corleone, che quella cattura fu uno specchietto per le allodole, insinua che sia un truschino fra mafia e stato, cosicchè il messaggio che passa, lui volente o nolente, è che in Sicilia sia sempre ben chiaro chi comanda, e che non muove foglia (neppure l’arresto del capo) che qualcuno di Cosa Nostra non voglia. Complimenti davvero, valeva la pena farci un convegno a Corleone.

Ma Teresi, a sostegno delle sue teorie, si richiama ad alcuni fatti. Vediamo dunque quali.

Quel pomeriggio – ha ricordato – in Procura fu convocata una riunione ai massimi livelli e l’ordine di perquisire il covo fu revocato su richiesta dei carabinieri, che dissero di voler sorprendere i fiancheggiatori di Riina. Ho controllato personalmente i nastri delle telecamere di videosorveglianza della zona: i controlli si erano interrotti alle 14, prima della riunione”. Un cortocircuito, un inspiegabile buco nero intorno alla cattura unito a un “depistaggio” dei giornalisti: “Per giorni non si disse quale fosse davvero il covo, poi fu organizzato un grande evento al ‘fondo Gelsomino’ con elicotteri, uomini che si calavano dall’alto e quant’altro. Dissero: ‘È quello il covo’. Ma il giocattolo si ruppe ben presto in mano a Mori

Siamo alle solite: la questione, secondo noi, non è capire perché non si sia perquisito il covo, perché è già risaputo e dimostrato, ma, semmai, perché magistrati della Repubblica in pubbliche manifestazioni come la festa della legalità e quindi in veste “ufficiosa” di fronte ai media, promuovono ricostruzioni che paiono inesatte, per non dire di peggio, sull’argomento.

La discussione sull’opportunità di effettuare una perquisizione era già stata avviata, il 15/1/93,  a fine mattinata, momento cruciale in cui si doveva decidere se perquisire o meno. La seconda linea fu “appoggiata” sin da subito, con la conferenza stampa avvenuta in tarda mattinata, tanto che, come si legge nella sentenza di assoluzione “Mori-De caprio” del 20/2/2006,  “Questa seconda linea fu quella adottata in sede di conferenza stampa, nel corso della quale il generale Cancellieri riferì la versione concordata, secondo cui il Riina era stato intercettato, casualmente, a bordo della sua auto guidata da Salvatore Biondino mentre transitava sul piazzale antistante il Motel Agip. Nessun riferimento venne fatto a via Bernini ed a tutta l’attività che ivi era stata espletata.”

Il dott. Luigi Patronaggio, Pubblico Ministero, ha reso dichiarazioni affermando che le squadre per la perquisizione sarebbero state pronte a partire dalle 14: “Intorno alle 14 (QUATTORDICI) del 15 gennaio i carabinieri del reparto territoriale di Palermo erano già pronti per effettuare la perquisizione al residence di via Bernini. Non conoscevamo la villa dalla quale era uscito Riina e per questo ci accingevamo a perquisirle tutte.

Questa testimonianza si incrocia con quelle del dr. Aliquò e del col. Balsamo:

ALIQUO’:  … si doveva individuare quale fosse la villa e che cosa ci fosse nella villa. Si erano fatti quindi due tipi di perquisizioni; una prima doveva partire subito e serviva a individuare la villa, una seconda. che avrebbe dovuto provvedere a tutto quello che era necessario per esaminare quello che c’era in questa possibile villino, villa… non si sapeva che tipo di rifugio avesse. L’UNA DOVEVA PARTIRE SUBITO E STAVA ANDARE PER ANDARE VIA, ERANO GIÀ DISPONIBILI, C’ERA IL CAPITANO MENICUCCI MI PARE E CON IL COLLEGA PATRONAGGIO [alle 14, vedi testimonianza Patronaggio – ndr] e un’altra perquisizione doveva partire verso … due ore dopo, quando sarebbe state possibile. (…)

…proprio nell’imminenza dell’ uscita e quindi anche del pranzo [al pranzo le autorità si recarono verso le 13,30, è in atti – ndr] , perchè noi come loro uscivano ci saremmo seduti al tavolo, hanno detto, dice “no, ma non sarebbe meglio procedere all’altro tipo di indagine?” i Carabinieri…(…) … Lo stesso Capitano De Caprio e gli altri componenti del R.O.S. in particolare, perchè erano loro che avevano operato e mi specificarono che loro avevano avuto delle precedenti esperienze di tal genere, per cui ritardando e mantenendo una osservazione avremmo potuto avere maggiori risultati. Io rimasi un pochino… se ne parlò anche con Caselli e con gli altri colleghi presenti E ALLA FINE SI DECISE DI FARE COSÌ. Dico, “ beh … rischiamo, è una scelta diciamo di politica giudiziaria, largo consenso … di politica investigativa”.

E siamo dunque al pranzo, intorno alle 14. Ma proseguiamo con la verifica delle testimonianze.

Dal confronto tra De Caprio Sergio e BALSAMO Domenico effettuato in data 7 maggio 2003 h. 12,40:

BALSAMO:” … bisogna ricostruire, secondo me, visivamente, mentalmente riuscire a fare quello che dicevo prima, stiamo in un cortilone, da come si legge giustamente uno che non lo sa, riunione, cose, sembra che uno sta ad un tavolo rotondo, siamo in un cortilone pieno di gente di tutti i generi, di reparti diversi, di gradi diversi, dove  chi va chi viene, chi si sposta dalle macchine già pronte, allora “andiamo andiamo”, nel frattempo quello dice, “ma forse è meglio, pensiamoci un attimo, cioè non è stata una cosa immediata, c’è stato un .. sicuramente hanno parlato tra di loro mentre noi preparavamo le macchine, i mezzi, … (…) …  può darsi che fu detto prendete pure qualcuno in divisa e portatevelo, può darsi benissimo, però il nucleo andante era la mia macchina, quella del colonnello Menicucci, le macchine del Nucleo Operativo civili, con quelle si andava a fare queste attività. Non le sto parlando di una cosa che è durata un minuto, perché il tempo di farli venire, probabilmente la discussione tra i presenti   che io non posso dire, avete sentito che sono gli altri, qualcuno avrà pur detto “non andiamo, è meglio aspettare, forse è meglio..” CIOÈ È STATA UNA COSA CHE È MATURATA IN UN LASSO DI TEMPO NON IMMEDIATO E NON IN UN PUNTO DEFINITO, TIPO CHE SI PUÒ DEFINIRE RIUNIONE O INCONTRO.” … anche perché far fare una perquisizione in un comprensorio enorme senza sapere dove era la casa, quindi c’era anche questo motivo che magari nella verbalizzazione non è stato approfondito, ma c’era anche il motivo di andare a cercare una fra tante villette dove non c’erano nomi, cognomi, non c’era niente, quindi bisognava fare più ville che sarebbero otto, nove forse anche dieci, con terreni ecc. quindi ci voleva una cosa imponente, quindi si rischiava forse andando  là in maniera prematura anche di andare non dico a vuoto, ma bisognava fare un’ attività, forse il battaglione serviva a questo, per circondare fuori..”

Ad ogni modo, ciò che risulta dagli atti è che alle 14 si era pronti ad intervenire in Via Bernini, ma ciò non avvenne, e questo, – altrimenti vi sarebbe un’incongruenza temporale – ,  non  può essere certo a seguito di una “riunione convocata nel pomeriggio”, come sostiene Teresi.

La “riunione ai massimi livelli” del pomeriggio di cui parla Teresi, agli atti non risulta essere esistita. Infatti recita la sentenza: “La concitazione di quei momenti, il gran numero di individui che affollava il cortile dove tutti si erano informalmente riuniti e ritrovati, spiega – COME RIFERITO DA TUTTI I TESTIMONI CHE VI PRESERO PARTE – il perché NON SI SVOLSE ALCUNA RIUNIONE DI CARATTERE FORMALE, SOSTITUITA, DI FATTO, DA DISCUSSIONI, che ormai evidentemente si concentravano “sul che fare ora” e come proseguire l’azione di contrasto a “cosa nostra”, e che avvenivano  proprio in quel medesimo contesto di luogo, di tempo e di persone.

Il dr. Aliquò, nella sua testimonianza, registra dal primo pomeriggio in avanti soltanto “l’intervento del Col. Mori e CONSULTAZIONI con Spallitta e Caselli” e conclude che  “alle ore 16,00 era stato disposto un rinvio di 48 ore

Quindi alle 16 si era senz’altro deciso in via definitiva di rinviare o sospendere del tutto (sul punto vi sono versioni discordanti, ma logica vuole che sia la seconda delle due) la perquisizione, la quale però era stata già sospesa e tenuta “ferma” a tarda mattinata, bloccata alle 14 nonostante a quell’ora Patronaggio stesse per muoversi con alcune squadre, ed ampiamente discussa in ogni sua ragione durante il pranzo.

Non può esistere quindi alcun sospetto od anomalia del tipo descritto da Teresi, che pare voler collocare, tanto per incrudire ancor di più le circostanze ed i sospetti di quanto non si sia fatto sino ad ora,  tale presunta riunione in cui si discusse sull’opportunità di perquisire o meno in un’ora SUCCESSIVA a quella in cui il ROS cessò la sorveglianza e le videoregistrazioni, ora CHE LUI COLLOCA, PER SUA TESTIMONIANZA DIRETTA, ALLE 14: “Ho controllato personalmente i nastri delle telecamere di videosorveglianza della zona: i controlli si erano interrotti alle 14, prima della riunione”. Anche questa seconda circostanza, di cui Teresi si assume la responsabilità della testimonianza oculare, pare smentita dai documenti. Infatti così rilevano i magistrati della sentenza: ““Il Coldesina [il carabiniere sul furgone – ndr] , cui nel frattempo era stata data la notizia dell’arresto, ricevette l’ordine di continuare il servizio, CHE DIFATTI PROSEGUÌ CON LE STESSE MODALITÀ E DUNQUE CON LA PRESENZA DEL DI MAGGIO SINO ALLE ORE 16.00, quando gli venne comunicato che un collega sarebbe giunto a prelevare il furgone e li avrebbe riportati in caserma.”..

Ed allo stesso modo nell’ordinanza di rinvio a giudizio coatto:

il 27 gennaio venivano depositati negli Uffici di Procura i filmati realizzati fino alle ore 16.00 del 15.1.1993

Ma la prova definitiva, sta proprio in altra vecchia contestazione mossa in istruttoria ai carabinieri, in merito ad un’interruzione “tecnica” della registrazione che è documentato essere avvenuta, per un periodo di soli 4 minuti,  poco prima delle 14.  “…dalla visione dei filmati era dato rilevare che alle ore 13,40 del 15.1.1993 davanti al cancello di via Bernini vi era Giovanni Riina e che nella relazione di servizio a firma dello stesso Militare a p. 6 ore 13,40 vi era l’annotazione “giunge soggetto sconosciuto su Renault Clio PAB31427 e sosta di fronte al civico, escono dal civico tre soggetti sconosciuti su ciclomotori, uno conversa con il conducente della Clio”, ed ancora che il filmato relativo al 15 gennaio RISULTAVA INTERROTTO DALLE ORE 13,42 ALLE 13,46 e che nell’annotazione inerente la ore 13,46 della relazione datata 15 gennaio si legge “Sansone Giuseppe su Fiat Tipo PA927273 esce dal civico e si allontana in direzione via Uditore (situazione visualizzata ma non filmata)”. IL TESTE ATTRIBUIVA L’INTERRUZIONE NELLA RIPRESA AL TEMPO NECESSARIO PER SOSTITUIRE LA CASSETTA soggiungendo “Se nella relazione ho scritto il nome di Sansone, evidentemente è perché ho visto che in auto era da solo”-“

Ricapitolando:  se alle 13,46 veniva inserita una nuova videocassetta perché la vecchia era andata ad esaurimento, e se questa per qualche ragione fosse stata nuovamente e definitivamente interrotta alle 14, cioè dopo soli 14 minuti di funzionamento e ben 2 ore prima della fine del turno di sorveglianza, certamente tale circostanza risulterebbe agli atti, poiché come si può vedere i magistrati hanno verificato, minuto per minuto sostituzione della cassetta compresa,  i vari passaggi di quelle ore di osservazione pomeridiane, anche al fine di comprendere le ragioni dell’interruzione del video per 4 minuti dalle ore 13,42, e quindi per verificare la veridicità della versione fornita dal Coldesina, concludendo univocamente che i filmati erano stati “realizzati fino alle 16.00”.

Quindi il dott. Teresi, avrà pure “controllato personalmente i nastri”, ma i suoi ricordi degli orari e delle circostanze evidentemente sono offuscati od errati, a meno che non lo siano, e completamente, le risultanze dell’istruttoria e del processo.

Si può  pertanto considerare ovvio il fatto che se alle 14 le prime squadre pronte ad intervenire non furono inviate, qualcosa, a fermarle, doveva già essere accaduto, e prima delle 14.  E se è pur vero che comunque anche dopo la conferenza stampa e dopo le 14 si sarebbe ancora potuto tranquillamente perquisire (anche se non si capisce a quale scopo si sarebbe dovuto fare, dal momento che è provato che dalle 9,30 del mattino i mafiosi erano già in allarme per l’arresto di Riina, e pertanto la Bagarella ed i complici della famiglia come i Sansone, presenti in mattinata nell’insediamento, avevano già avuto a disposizione più di 5 ore per occultare o distruggere qualsiasi documento potesse trovarsi in quella casa, come impongono le regole di Cosa Nostra in caso di cattura del boss e come ha ribadito anche Brusca in aula), in ogni caso la successione temporale che ci propone Teresi, secondo la quale la decisione di non perquisire sarebbe stata presa decisamente DOPO l’interruzione delle riprese con la telecamera piazzata sul furgone, a suo dire avvenuta alle 14, pare forzata e viziata, sia perché il blocco della perquisizione era già di fatto in corso alle 14, sia perché gli atti lo smentiscono sull’orario dell’interruzione del filmato, che pare invece risalire alle 16 in punto, salvo una pausa di 4 minuti dalle 13,42 alle 13,46.

Infine c’è quest’altro passaggio di teresi, sulla perquisizione del Fondo Gelsomino: “Per giorni non si disse quale fosse davvero il covo, poi fu organizzato un grande evento al ‘fondo Gelsomino’ con elicotteri, uomini che si calavano dall’alto e quant’altro. Dissero: ‘È quello il covo’. Ma il giocattolo si ruppe ben presto in mano a Mori

Francamente non si capisce che cosa voglia dire qui Teresi. Il ROS e Mori, con quella perquisizione al Fondo Gelsomino del 21/1/1993, non c’entrano nulla. Infatti, come si legge in sentenza: “Neppure alla riunione del 20 gennaio, nella quale si deliberò a scopo di “depistaggio” dei giornalisti la perquisizione al cd. “fondo Gelsomino”, il ROS era presente, E L’INIZIATIVA FU ASSUNTA DALLA TERRITORIALE CONCORDEMENTE CON L’AUTORITÀ GIUDIZIARIA.” (…) La mancanza di comunicazione e l’assenza di un flusso informativo tra l’autorità giudiziaria, la territoriale ed il ROS, DAVVERO ECLATANTE E PARADOSSALE NEL CASO DELL’OPERAZIONE “FONDO GELSOMINO”, appare comunque aver contraddistinto, sotto diversi profili, tutte le fasi della vicenda in esame.” In altro punto la stessa sentenza parla espressamente di “omesso coinvolgimento del ROS nella perquisizione al fondo Gelsomino” da parte dell’autorità giudiziaria.

Insomma, al fondo Gelsomino ci saranno anche stati elicotteri, uomini che si calavano dall’alto, e quant’altro, ma il ROS di Mori e Ultimo non ne sapeva nulla. E se, con riferimento all’operazione di disarticolazione della cosca mafiosa,  il giocattolo si ruppe ben presto in mano a Mori, ciò non fu certo per colpa di Mori o di Ultimo. Eppure sotto processo ci sono andati loro, e qualcuno pare voglia farceli ritornare.