La “trattativa” Stato mafia c’è stata per davvero?

La “trattativa” Stato-mafia

c’è stata per davvero?

 

Intervista a Enrico Tagliaferro, “il Segugio”, pubblicata sul primo numero del settimanale LiberoReporter Week.

 

 

 

 

 

di Gabriele Paradisi

 

Firenze, Palazzo vecchio, 16 marzo 2012. Il generale Mario Mori (in foto), sotto inchiesta a Palermo dal 16 giugno 2008, quando la procura di quella città aprì un’indagine contro di lui per “favoreggiamento aggravato” a Cosa nostra, presenta il libro scritto a quattro mani col giornalista Giovanni Fasanella, Ad alto rischio. La vita e le operazioni dell’uomo che ha arrestato Totò Riina (Mondadori, 2011).

Mori, insieme al colonnello Mauro Obinu, è accusato della mancata cattura nel 1995 di Bernardo Provenzano. Testimone d’accusa il colonnello Michele Riccio, il quale dichiarò che gli fu impedito proprio da Mori e da Obinu di giungere all’arresto del boss di Cosa nostra nel casolare di Mezzojuso. A questa prima accusa si è aggiunta la testimonianza di Massimo Ciancimino – figlio dell’ex sindaco Vito, condannato per associazione mafiosa e corruzione – il quale sostiene che dietro tutto ciò si celava una “trattativa” tra uomini dello Stato e mafia.

All’incontro di Firenze erano presenti tra gli altri il direttore del quotidiano La Nazione, Mauro Tedeschini e il giornalista ed ex parlamentare Marco Taradash. Tutti hanno avuto ferme parole di solidarietà nei confronti di Mario Mori, fedele “servitore dello Stato” e già collaboratore del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (1920-1982), impegnato da sempre in prima linea nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata. Il generale, che ha rinunciato alla prescrizione affinché si giunga ad una sentenza che non lasci dubbi, ha sostenuto le sue ragioni con tono pacato, sereno ma determinato.

Relativamente al libro, ha sostenuto che è incompleto. Mancano ancora due capitoli. L’ultimo che dovrà trarre una morale da tutta questa vicenda ed il penultimo, che dovrà essere dedicato alla cosiddetta “trattativa”.

Tra il pubblico era presente anche l’amico Enrico Tagliaferro, blogger conosciuto come “il Segugio”, autore nel 2010 di un libro autoprodotto dal titolo Prego, dottore!, che tratta proprio delle vicende del processo a carico del generale Mori, e nello specifico del suo “teste maximo”, vale a dire Massimo Ciancimino.

Tagliaferro in questi ultimi anni insieme ad altri blogger giornalisti come Antonella Serafini (censurati.it) o Anna Germoni, hanno seguito le vicende siciliane schierandosi decisamente a fianco di uomini come il capitano Ultimo (Sergio De Caprio) e il generale Mori.

Tagliaferro in particolare, con le sue documentate inchieste, ha oggettivamente smascherato numerose manipolazioni intorno a questa triste storia. Ma purtroppo il nostro sistema dell’informazione non dà voce a chi non si accoda alle “verità” ufficiali. Abbiamo così deciso noi di fargli alcune domande. Ecco l’intervista.

 

D: «La prima Repubblica è morta tra Capaci e via D’Amelio. È morta in quell’asfalto divelto, tra quelle macerie, quel sangue di giudici e poliziotti. È lì che c’è il segreto della malattia della prima Repubblica che era la possibilità di pezzi dello Stato di costruire patti scellerati con Cosa nostra, per ragioni di consenso elettorale. La trattativa con Cosa nostra che aveva per oggetto la mitigazione del regime penitenziario per i boss mafiosi è stata fatta da pezzi dello Stato e ancora oggi il cognome Borsellino sembra indigesto al potere, produce produce una reazione strana». Così Nichi Vendola da Fabio Fazio a Che tempo che fa su Rai 3 l’11 marzo 2012. Sembra dunque che la cosiddetta “trattativa” Statomafia sia un fatto acclarato e universalmente condiviso. Un recente articolo di Marco Travaglio, direi un articolo antologico di colui che forse è il massimo teorico di questa tesi, ribadisce egregiamente il concetto:

«Siamo talmente abituati a sentir parlare di “trattativa” fra Stato e mafia che ci abbiamo fatto il callo e non riusciamo più a misurarne l’enorme, incredibile, pazzesca gravità. Perché una cosa […] è assolutamente certa: quella trattativa ci fu […] Nel biennio terribile 1992-’94, e anche dopo, lo Stato che a favore di telecamera diceva e fingeva di combattere Cosa nostra, dietro le quinte trescava con i mafiosi […] [La trattativa è] una verità ormai incontestabile da tutti, fuorché da chi non vuol vedere» (Marco Travaglio, «Il silenzio degli indecenti», il Fatto Quotidiano, 9 marzo 2012).

Direi che forse è inutile far notare che se questa idea della “trattativa” è entrata ormai nella vulgata, lo si deve proprio a personaggi come Travaglio, Michele Santoro, Antonio Ingroia ed agli spazi mediatici che costoro si ritrovano. Tagliaferro, vediamo di fare un po’ di chiarezza: questa trattativa, dunque, è veramente esistita? Quali prove certe ci sono in tal senso?

 

R: Quello che mi sento di affermare con sicurezza, è che di certo stiamo assistendo ad un grande abuso di questo termine. Oggi basta aprire alcuni giornali, e leggere: qualsiasi forma di collusione, connivenza o rapporto anche solo anomalo fra uomini di Stato e Cosa nostra, diviene automaticamente “trattativa” o elemento della “trattativa”. Come se non ci fossero mai state complicità tra politica ed ambienti criminali, magari mediate da imprese ed  imprenditori dalle connivenze bilaterali, dettate da mere ragioni di reciproco interesse, e consolidate, senza bisogno di alcuna “trattativa”. Quella che la politica fosse una specie d’insieme di monachelle obbligate a scendere a trattativa con i manigoldi per paura di essere insidiate o di subire violenza, è un’idea da filmetto di serie C, roba buona per i comizietti delle assemblee d’istituto liceali. Dire poi che si tratta di qualcosa persino di scontato perché “ci abbiamo fatto il callo”, e sentirselo dire pure da Travaglio, per giunta, suona molto beffardo, perché quello che lui chiama “callo”, è in realtà una sorta di chirurgia cerebrale fondata su di un’intensa attività di disinformazione volta a rifilarci questa parola, “trattativa”, ad ogni occasione e con ogni pretesto, anche nei casi dove non c’entra evidentemente nulla; in realtà coloro che a suo dire non vorrebbero “vedere” ciò che a lui pare ovvio, sono invece il più delle volte soltanto persone che hanno saputo conservare, nonostante tutto, un normale e non condizionato livello d’attenzione.

L’affermazione di Vendola che tu mi hai citato, calza a pennello. Egli dapprima afferma che “la malattia della prima Repubblica” stava nella “possibilità di pezzi dello Stato di costruire patti scellerati con Cosa nostra, per ragioni di consenso elettorale”. Immediatamente dopo, egli afferma che allo stesso modo, “pezzi dello Stato” avrebbero fatto una “trattativa con Cosa nostra che aveva per oggetto la mitigazione del regime penitenziario per i boss mafiosi”. Ma allora, sorgono spontanee alcune domande: ogni volta che “pezzi dello Stato”, nella vita della prima Repubblica, scambiavano voti della mafia con favori, ogni singola operazione era forse una “trattativa Stato-mafia”, anziché un crimine comune previsto dal legislatore, un’infrazione ben precisa al codice penale? E qual era poi la posta di questi “patti”? Quali i favori da concedere alla mafia? Non erano forse, questi favori, le assegnazioni degli appalti mediante gare truccate? Non erano forse soprattutto, questi favori, il dirottamento di fondi sui lavori pubblici nell’interesse della mafia (ed ovviamente, anche del proprio)? E allora, come possiamo dire che questo folto gruppo di criminali di Stato, complice della mafia nel malaffare, avrebbe avuto la necessità di impostare “una trattativa Stato-mafia” soltanto per alleggerire il regime carcerario? Che bisogno c’era di impostare, con i crismi della formalità, una trattativa fra gli stessi membri inseriti all’interno di un sistema di connivenze criminali già consolidato? Quale il bisogno, di contattare la mafia attraverso un Meo Patacca come Ciancimino junior, e quale il bisogno di farlo fare proprio da una delle persone meno indicate ad interloquire con quel mondo, e cioè il capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, il quale da mesi e mesi lavorava con Giovanni Falcone all’inchiesta sugli appalti producendo un atto istruttorio di un migliaio di pagine, e si batteva per ottenere una serie di arresti che avrebbe dato l’avvio ad un’inchiesta analoga a quella di Mani pulite a Milano? Ma la gente non lo sa che tipo di interlocutore sarebbe per la mafia un carabiniere che si presentasse a trattare? La gente non sa che cosa diceva Riina dei carabinieri? Diceva che in Sicilia si era liberi di ammazzarli senza chiedere l’autorizzazione al consiglio di Cosa nostra, in qualsiasi caso. Gaetano Badalamenti diceva che i carabinieri dovevano essere buttati tutti a mare. E lo Stato intimorito dalla mafia, chi gli manda, per trattare una tregua? Due ufficiali del Reparto Operativo Speciale dei carabinieri? Mah.

Insomma, questa storia della “trattativa” appare a tutti gli effetti un depistaggio, o per lo meno un bel lavoro di maquillage.

Immaginiamo, per assurdo, che avessero assassinato Antonio Di Pietro nello stesso periodo. L’idea non è peregrina, se è vero ciò che dicono, cioè che Di Pietro si rifugiò all’estero nello stesso periodo in cui fu ucciso Borsellino, per ripararsi da un attentato analogo. Ebbene, chi avrebbe mai avuto motivo di vedere, se Supertonino fosse stato ucciso, la sua morte come causata da un suo presunto porsi come ostacolo ad una “trattativa” in corso fra politici ed imprenditori finalizzata, ad esempio, a chiudere con una sanatoria le inchieste di Mani pulite? Chi avesse osato ipotizzare una sciocchezza simile, sarebbe stato subito richiamato da tutti all’evidenza di un percorso interpretativo molto più diretto. Di Pietro indagava ed arrestava politici ed imprenditori. Dunque il movente sarebbe stato lineare: fermarlo. Chi oserebbe mai pensare ad un altro movente, magari così contorto come quello che vorrebbe il giudice oppositore di una trattativa fra politici e tangentari, in presenza di motivazioni ben più pressanti ed immediate? Ebbene, nel caso di Falcone e Borsellino, questa ipotesi fantastica è divenuta realtà. I due magistrati prima di essere uccisi, indagavano su filoni delicatissimi che coinvolgevano politica, imprenditoria e mafia. Tra le altre cose, volevano far “partire”, proprio sulla base del lavoro di quei carabinieri oggi sotto accusa, una Mani pulite palermitana, chiamata “mafia e appalti”. Loro sono morti, e l’inchiesta è stata archiviata, non è mai decollata. Quasi come se a Palermo il mondo degli appalti fosse stato pulito, contrariamente a quello di Milano. Se pensiamo che l’archiviazione di un importante troncone di quell’inchiesta, è stata predisposta il 13 luglio 92 e protocollata e sottoscritta dai colleghi del magistrato il cui corpo era ancora caldo, il 22 luglio, tre giorni dopo l’attentato di via D’Amelio, vengono i brividi.

E se pensiamo che Borsellino, proprio in quei giorni, raccontava alla moglie di aver litigato ferocemente con quegli stessi colleghi e li accusava di volerlo lasciare morire, i brividi vengono ancora più freddi. Eppure, su quello che è il più ovvio dei moventi, non si scava e non si è mai sostanzialmente scavato.

Si vuole credere invece in qualcosa di assai più creativo: un Riina angosciato dall’idea che Borsellino si potesse mettere di mezzo ai colloqui fra Mori e don Vito, tanto da volere la sua frettolosa eliminazione. Ma per piacere… proviamo solo a metterli sui piatti di una bilancia, questi moventi…

Chi da per scontato che possa essere esistita agli inizi degli anni ’90 una trattativa del genere, fra mafia e politica, dimentica o finge di dimenticare che in Sicilia la mafia imprenditoriale, quella degli appalti, mafia che comunque coincide perfettamente con Cosa nostra ed è diretta dalle stesse teste, era naturalmente collusa e complice in affari con il mondo politico, esattamente come avveniva fra imprenditori e politica sulla piazza di Milano, nei modi messi a nudo da Mani pulite, che proprio in quel preciso momento storico era esplosa, gettando nell’inquietudine tutto quel mondo nell’intero paese. Il livello di consociativismo, la programmazione congiunta, erano tali che si può parlare, naturalmente, di complicità, nell’attività di mungitura fraudolenta del denaro pubblico.

E fra complici, il crimine si decide in complicità, non è necessaria una “trattativa”.

E lì bisognava decidere in fretta, altrimenti Falcone e Borsellino, a Palermo, li mandavano tutti in galera, come i mafiosi del maxiprocesso: politici, imprenditori, criminali, e magari anche funzionari di Stato collusi, compresi taluni loro colleghi.

 

D. Ma se si volevano eliminare i magistrati semplicemente per porre fine alle loro inchieste, perché usare sistemi da terroristi, anziché una semplice revolverata, come era solita fare la mafia?

 

R. È mia ferma opinione che Falcone sia stato ucciso per mettere una pietra tombale sulle indagini di cui si stava occupando e che Borsellino abbia seguito la stessa sorte a distanza ravvicinata, perché dimostrava di volersi occupare delle stesse indagini, in contrasto con i colleghi del Palazzo con il quale ogni giorno che passava i rapporti divenivano via via più tesi ed insostenibili, avendo per di più intuito la ratio dell’omicidio del collega. C’era anche la componente “vendetta” della mafia per i risultati del maxi-processo ma quella non è servita da vero movente, ma solo da stimolo a compiere gli omicidi facendo molto rumore, anche perché Riina voleva dare una dimostrazione di forza, soprattutto

come segnale verso la sua organizzazione.

Ad ogni modo, l’eliminazione chirurgica dei due magistrati mediante una sparatoria a sangue freddo, avrebbe attirato l’attenzione sulle inchieste, in quanto si sarebbe capito che si trattava di omicidi mirati e precisamente motivati e premeditati. L’utilizzo del tritolo in assetto da guerra, sposta l’analisi del movente verso una volontà terroristico-dimostrativa, come se la mafia avesse voluto dichiarare guerra allo Stato uccidendo due uomini simbolo della nostra giustizia, con le loro scorte, solo a scopo di rappresaglia ed intimidazione, e non per sopprimere semplicemente le inchieste che essi stavano conducendo. Le telefonate seguite agli attentati di rivendicazione da parte dell’organizzazione Falange armata, sono state fatte probabilmente proprio per mettere in risalto quella tattica. Come dire: che sia stata o non sia stata la Falange armata, quella è roba da Falange armata, per questa ragione è stata subito rivendicata dalla sedicente organizzazione.

E invece, si è trattato di due classici omicidi di magistrati scomodi, camuffati da qualcos’altro. «Menti raffinatissime», come le chiamava Falcone.

Per inciso, è bene ricordare che le inchieste principali seguite dai due magistrati, vale a dire il riciclaggio internazionale, il traffico di stupefacenti, la “pulizia” dei soldi del Pcus (il partito comunista dell’ex Unione sovietica) e soprattutto “mafia e appalti”, dopo la morte dei giudici sono svanite nel nulla.

 

D. Per correttezza e onestà intellettuale bisogna però dire che nelle motivazioni della sentenza depositate il 12 marzo 2012 proprio qui a Firenze, relative al processo a carico del boss di Brancaccio Francesco Tagliavia, i giudici fanno esplicito riferimento all’esistenza di una “trattativa” tra Stato e mafia con l’obiettivo di «trovare un terreno con Cosa nostra per far cessare la sequenza delle stragi» del 1992-1993, dall’attentato di Capaci in cui morì il giudice Giovanni Falcone alla bomba di via dei Georgofili, a Firenze.

 

R. Già. Per l’esattezza, quella è una sentenza che dice più o meno così: Tagliavia nella strage fu colpevole in forma soggettiva, ma la responsabilità oggettiva del reato da lui commesso è da attribuirsi al generale Mori ed al capitano De Donno, che hanno attizzato le smanie terroristiche della mafia avviando per conto dello Stato una “trattativa” con la stessa, nella persona di don Vito Ciancimino contattato per il tramite del suo rampollo Massimo, su mandato di qualche ignota parte oscura del medesimo Stato, come si “deduce logicamente” (e rimarco: deduce), pur in assenza di elementi oggettivi, dalle dichiarazioni di alcuni pentiti doc del taglio, ad esempio, di Giovanni Brusca. Questa la sintesi delle motivazioni. Motivazioni affascinanti, certo, e che concludono un processo affascinante, dove però è mancato un piccolo optional: la presenza di Mori e De Donno a controdedurre e difendersi da simili gravissime accuse, anzi, condanne preventive, sul loro operato. A leggerla, quella sentenza, pare quasi che Mori fosse coimputato. Invece non è così. Mori non c’era e non ha avuto la possibilità di ribattere in alcun modo. Viceversa, egli è processato attualmente a Palermo proprio per quelle vicende su cui i giudici fiorentini hanno già giocato d’anticipo con le loro conclusioni. E si tratta, guarda caso, di un processo che registra un’incredibile concentrazione di testi oggettivamente ostili (ci sono persino dei carabinieri infedeli, pregiudicati e già condannati per falso), mafiosi (a testimoniare contro colui che realizzò la cattura del capo della mafia!), pendagli da forca, magistrati la cui testimonianza peraltro ha ricevuto smentite scritte da illustri colleghi, e, naturalmente, pataccari. Nella fattispecie, ce n’è uno da fuori concorso, il quale, tra le altre cose, ha introdotto nella “trattativa” persino la figura di un fantasma, una specie di spettro della Spectre nominato Franco- Carlo, o Carlo-Franco. Si tratta dello stesso cavallo di razza che poi ha consegnato pure il papello, l’elenco manoscritto (anonimo) delle richieste di Totò Riina allo Stato. Un documento che io ho definito esoterico, in quanto, pur scritto e consegnato, a detta del testimone, nel giugno del 1992, contiene già una richiesta di “annullamento del decreto legge 41 bis” quando l’articolo 41 bis non era stato ancora mai applicato (lo sarà dal 20 luglio, come ritorsione alla strage di via D’Amelio) ed il decreto in questione era ancora solo imminente, o comunque emanato da poche ore, ma non si chiamava “decreto legge 41 bis”, bensì “decreto legge 306”. La dicitura “decreto legge” pare quindi, più verosimilmente, una scritta più recente apposta su di un foglietto dalla datazione falsa ed artefatta, scritta scaturita da una miscela malandrina di ignoranza e di consuetudine all’ascolto della dicitura “decreti ex 41 bis” che rappresenta la denominazione dei singoli decreti nominativi emessi, dal luglio del 1992, a carico dei carcerati, ai sensi dell’articolo 41 bis così come modificato dal D.L. 306.

Questa, pertanto, è la situazione: mentre a Firenze i giudici “deducono”, pur senza prove e senza contradditorio con i chiamati in causa, a Palermo si cerca pure di dimostrare, ma lo si fa tra uno sconcertante svolazzare di patacche e fotomontaggi.

 

D. Lo stesso Travaglio afferma ancora nel citato articolo che può tranquillamente fungere da scaletta per questa intervista: «E, se lo sappiamo [della trattativa], non è grazie a politici e uomini delle istituzioni, che lo Stato l’han sempre tradito e la giustizia l’han sempre ostacolata; ma grazie a mafiosi (come Giovanni Brusca e tanti altri collaboratori di giustizia) e al figlio di un mafioso (Massimo Ciancimino), ampiamente riscontrati dai magistrati palermitani e nisseni». Dunque le uniche testimonianze di questa famosa “trattativa” sarebbero le parole di alcuni pentiti quali Brusca (che sciolse nell’acido un bambino) e Ciancimino junior?

 

R. Parliamo prima di Brusca. Questo mafioso, dopo il suo arresto, raccontò per 4 anni filati, ed in più occasioni, di avere avuto un incontro con Totò Riina dopo la strage di via D’Amelio, presumibilmente nel mese di agosto del 1992.

Affermò poi che nell’incontrarlo, gli domandò che vento tirasse dopo le stragi. Riina gli rispose tutto raggiante che si era fatto sotto qualcuno e che lo cercavano persino i Servizi segreti e che lui gli aveva avanzato un papello di pretese lungo così. Ora, su questa testimonianza, vanno dette un po’ di cose. Innanzitutto occorre rimarcare il fatto che si dà per scontato, i pm in primis, che Riina  abbia raccontato al suo gregario cose vere, un fatto cioè autentico riferito oggi “de relato” da Brusca.

Per quanto mi riguarda invece, si tratta di un racconto privo di qualsiasi valore oggettivo. Io sono sempre stato pieno di ammirazione nei confronti del sistema giudiziario statunitense ed anglosassone, che considera non ammissibili le testimonianze “per sentito dire”. Nel caso specifico, io mi richiamo, ad esempio, ad una deposizione del pentito Calderone, resa proprio in quel periodo (e quindi “a caldo”), dinnanzi alla Commissione Antimafia. Egli raccontò che l’immagine di Riina in Cosa nostra aveva subito un duro colpo con gli ergastoli comminati in via definitiva nel maxi processo. Il capo aveva promesso alle famiglie di stare tranquille, millantando di poter controllare gli esiti in Cassazione. Così subito dopo le condanne, continua Calderone, si verificò un altro fenomeno: la sentenza fece “impazzire”, dice testualmente il pentito, i mafiosi, perché dopo quella sconfitta temevano che Riina venisse arrestato e che pertanto il potere di quelli attaccati al suo carro potesse dissolversi insieme al capo. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, la situazione peggiorò, perché dette stragi avevano trovato profondi dissensi all’interno della mafia siciliana, anche perché Riina aveva agito, a detta di Calderone, tenendo al corrente solo il suo gruppo ristretto e senza avvisare le famiglie. E su sollecitazione del presidente della Commissione,  Calderone, parlando a nome di molti mafiosi, disse espressamente che avendone l’occasione, avrebbero persino ucciso Riina, tanto era invisa ormai la sua figura. Ordunque, in un quadretto simile, come avrebbe dovuto comportarsi Totò Riina di fronte ad un capofamiglia di spicco della sua organizzazione, che gli chiedeva “che si dice” dopo le stragi, se non facendo lo spaccone e millantando il mantenimento di un robusto controllo su di uno Stato intimorito dalle sue stragi?

È semplicemente ovvio che egli cercasse, nel corso delle riunioni, di imbonire e rassicurare i capi dell’organizzazione, affermando di avere saldo il controllo dei rapporti con le istituzioni. E non c’è nulla da dire: si tratta di un comportamento assolutamente ovvio, logico, ed in linea con il susseguirsi dei  fatti.  E quindi, in tutta franchezza, come si può dire che la battuta pronunciata da Riina in quell’incontro con Brusca (“si sono fatti sotto e si sono mossi anche i Servizi segreti per cercarmi, e io gli ho fatto un papello così tanto…”), non fosse una sorta di millanteria da inquadrarsi nello sforzo di Riina di tranquillizzare i suoi fedeli? Se sia o non sia così, noi comunque non ne abbiamo certezza, anche perché Riina non parla, e Brusca è un testimone “de relato” che sui fatti reali, non sa nulla e non ha visto nulla. I magistrati invece non solo sono certi che Riina abbia parlato di fatti reali, ma deducono anche senza colpo ferire che i protagonisti di quella trattativa e destinatari del “papello”, erano proprio quel Mori e quel De Donno che stavano cercando di convincere don Vito Ciancimino a collaborare. Naturalmente, sempre supportati da Brusca, che come d’incanto nel 1998, a sei anni dai fatti, rammentò che quei signori che “si erano fatti sotto”, potessero essere carabinieri. Io credo invece che se per assurdo Riina avesse comunicato a Brusca, in quell’incontro, che era in attesa degli sviluppi di una “trattativa” fra due carabinieri del Reparto Operativo e don Vito Ciancimino, questo avrebbe pensato che il suo capo si era bevuto il cervello.

Per quanto riguarda invece la datazione di quell’incontro di Riina, Brusca, sempre come per magia, modifica all’inizio del 1998 la versione ribadita per anni, sotto le pressioni dell’interrogatorio del dott. Gabriele Che lazzi in aula a Firenze. Alle domande del pm, egli risponde per 4 o 5 volte che la circostanza era avvenuta “sicuramente dopo la strage di Borsellino” (come aveva già peraltro ribadito, sotto giuramento, in molti altri processi), ed usa proprio la parola “sicuramente”. Ma ad un certo punto, vedendo nel magistrato un certo scetticismo, e vedendo che questi perseguiva con insistenza l’argomento, Brusca fa un’improvvisa retromarcia, e pur non espressamente sollecitato a rettificare, pronuncia queste parole storiche, parole che io conosco a memoria: “io ricordo dopo la strage di Borsellino, ma non escludo che potesse essere anche prima; che sono passati cinque anni, dottor Chelazzi”. Due anni dopo, Brusca sarà ammesso al programma di Stato riservato ai pentiti. Un beneficio che egli chiedeva invano da anni, ma che gli era sempre stato rifiutato a causa di alcune sue iniziali dichiarazioni considerate false e calunniose.

Essendo Brusca un elemento di punta di Cosa nostra, all’epoca aveva il potere, parlando senza reticenze, di mandare in galera sicuramente decine e decine di criminali di spicco. Pensate dunque che si sia guadagnato la qualifica di pentito, finalmente, fornendo gli elementi utili per assestare qualche duro colpo all’organizzazione criminale? Macchè, molto meglio. Nel marzo 2000 un articolo di Felice Cavallaro sul Corriere della Sera parlava di una “svolta” nella vita del collaboratore, tale da meritargli l’ambito premio, e spiegava espressamente in cosa questa consistesse: nelle nuove dichiarazioni sul papello e sulle presunte richieste di Riina transitate, a suo avviso, verso Stato e carabinieri nella discussa trattativa con Vito Ciancimino. Vale a dire, in parole più semplici, a Brusca sono stati improvvisamente concessi i benefici di legge, dopo anni di rifiuto, dal momento preciso in cui egli ha cominciato ad indicare la responsabilità di alcune nefandezze, nei carabinieri del reparto che catturò Riina, in barba alle sue precedenti versioni. E soprattutto, da quando ha deciso di arretrare a prima della strage di via D’Amelio la data del suo incontro con Riina, cosicché l’avvenuto contatto fra il Ros e Ciancimino, fu improvvisamente trasportato, grazie a quello spostamento di date, nella prospettiva dei moventi che originarono la strage. Davvero un premio di cui andare orgogliosi.

Eppure, come tu hai detto, le testimonianze di quest’uomo insieme a quelle di Ciancimino junior, hanno reso possibile, esse sole, l’innesto nell’immaginario collettivo di questa leggenda, quella della “trattativa” dei carabinieri con la mafia contro la quale si sarebbe immolato Borsellino. Anni di bisbiglio, goccia a goccia, sull’esistenza di questa “trattativa”, con il sapiente supporto rateale di due testimoni d’eccezione, hanno reso realistica questa versione, portando la gente a “farci il callo”, come ora rileva Travaglio. Ma se qualcuno avesse ipotizzato a caldo, subito dopo la strage, che quell’ordigno era stato collocato per impedire che Borsellino ostacolasse l’attività intrapresa da due ufficiali del Ros dei carabinieri per portare a collaborare don Vito Ciancimino, questo sarebbe stato probabilmente preso per un demente.

 

D. Paolo Borsellino, secondo i sostenitori della tesi della “trattativa”, fu dunque ucciso proprio perché venuto a conoscenza di questa indicibile verità. Sempre Travaglio sostiene: «Paolo Borsellino fu ucciso perché visto da Riina come un “ostacolo alla trattativa” fra il Ros e Vito Ciancimino. Il giudice l’apprese da Claudio Martelli e da Liliana Ferraro (che però han ritrovato la memoria solo due anni fa, quando parlò Ciancimino) e iniziò a occuparsene come procuratore aggiunto, arrivando a sospettare il tradimento del comandante del Ros Subranni». A tal proposito vanno ricordate le dichiarazioni della moglie di Borsellino, Agnese.

Come andarono le cose realmente?

 

R. Si tratta delle solite bugie di Travaglio. Borsellino non seppe mai di alcuna “trattativa”, né da Martelli, né dalla Ferraro. Le testimonianze rese da queste due persone, lo negano fermamente. E quindi Travaglio mente anche quando ironizza sulla memoria dei due testimoni, “ritrovata”, a suo dire, nel momento in cui raccontarono di avere riferito a Borsellino della “trattativa”. In realtà essi non riferirono mai a Borsellino di alcuna “trattativa”, perché non ne sapevano nulla essi stessi, fatto che continuano a ribadire: quindi per anni, così come oggi, essi continuarono a dimenticarsi della “trattativa” semplicemente perché non conoscevano alcuna “trattativa” da ricordare. La Ferraro il 28 giugno 1992 informò Borsellino, come concordato con lo stesso De Donno, dell’incipit di un’attività di Polizia Giudiziaria svolta dai carabinieri per convincere don Vito a collaborare con la giustizia. Che poi quella fosse o non fosse, non ha alcuna importanza. Ciò che conta qui sono i termini riferiti dalla Ferraro al magistrato, ed essi erano quelli che io ho appena descritto. Borsellino infatti non batté ciglio, dice la Ferraro, ed è ciò che ci si doveva aspettare, perché attività di quel genere facevano parte del suo mestiere. Invece sollecitò subito la Ferraro, nello stesso incontro, a parlargli dell’inchiesta “mafia e appalti”, e quello sì che gli interessava, riferisce la Ferraro. Non la “trattativa”, ma guarda un po’.

 Infine c’è il capolavoro di incongruenza nel riferimento al “tradimento del comandante del Ros Subranni”. Travaglio si riferisce, come oggi fanno tanti, al fatto che Borsellino, a detta della moglie Agnese, gli avrebbe rivelato di avere avuto un’informazione sconcertante su Subranni, secondo la quale questo era “pungiutu”, vale a dire affiliato a Cosa nostra. Ebbene, ora formulo un piccolo esercizio di logica. Perché un comandante affiliato a Cosa nostra, per trattare con Cosa nostra, dovrebbe inviare due suoi sottufficiali a chiedere udienza per il tramite di Ciancimino junior?

 

D. Travaglio non può poi non parlare di Massimo Ciancimino e ovviamente di Berlusconi. «Sono quantomeno ingenerose le parole del gip e dei pm nisseni sull’“inattendibilità” di Ciancimino jr: senza la sua collaborazione oggi sapremmo poco o nulla di quei fatti, e sul suo improvviso e inspiegabile “suicidio” processuale vale la pena di indagare. Delle decine di documenti da lui consegnati o sequestrati in casa sua, uno solo – quello contro Gianni De Gennaro – è risultato falso: tutti gli altri hanno il timbro di autenticità della Scientifica. E possono aiutare a far luce sulla terza trattativa: quella che seguì i negoziati del Ros (chiusi a fine 92 dall’arresto di Ciancimino e poi dalla “cattura” di Riina) e i cedimenti del Dap e di Conso sul 41-bis quando, secondo molti pentiti ma anche secondo don Vito, Dell’Utri prese in mano la situazione in nome o per conto di B.». Nel tuo blog  segugio.daonews.com, segui da tempo la vicenda di Ciancimino junior. Nel giugno 2010 hai anche scritto un libro autoprodotto, Prego, dottore! Le lettere della mafia a Silvio Berlusconi nella mitopoiesi di Massimo Ciancimino, che ora si può scaricare liberamente dal tuo blog, dove documenti le manipolazioni (veri e propri collage) operate sui pizzini, papelli e contropapelli vari. Alcune di queste tue scoperte sono state utilizzate durante il dibattimento dal generale Mario Mori nella sua deposizione difensiva. Travaglio parla di un solo documento falso prodotto da Ciancimino jr, quello in cui si cita Gianni De Gennaro. Non possiamo non ricordare che proprio in concomitanza di quello smascheramento che portò in carcere il figlio di Don Vito per calunnia, usciva, infelicemente direi, un libro tutto incentrato sull’esegesi di quel falso. Libro scritto da Maurizio Torrealta, intitolato Il quarto livello (Rizzoli, 2011), e con la prefazione nientemeno del dott. Ingroia. Grazie a te sappiamo che in realtà i documenti falsi sono più di uno. Ci vuoi elencare le manipolazioni più eclatanti e maldestre che hai scoperto?

 

R. Per intanto ti dico subito che Torrealta non fu l’unico a fare un simile capitombolo, a causa dei documenti di Ciancimino. Nell’estate del 2010, ad esempio, uscì un altro libro, dal titolo importante: «I misteri dell’agenda rossa» per Aliberti editore. Autori, i giornalisti di Repubblica Francesco Viviano e Alessandra Ziniti. Qualcuno forse ricorderà, che l’uscita di questo libro fece un certo clamore, in quanto, come prometteva la campagna di lancio, nel volume veniva rivelato finalmente il nome del “Sig. Franco” nonché pubblicato il manoscritto inedito di don Vito che rivelava proprio questo nome. Si trattava invece della stessa patacca che mandò poi in galera il testimone. E che dire degli altri documenti? Il mio libro Prego, dottore! Si apre con la riproduzione di una prima pagina del Fatto Quotidiano dove ad un altro documento “agghiacciante” veniva dedicato il titolo centrale, a caratteri cubitali. E invece, patacca anche quella. Travaglio quando afferma che tutti i documenti tranne uno “hanno il timbro di autenticità della Scientifica e possono aiutare a far luce sulla terza trattativa” dice una bugia ed una sciocchezza allo stesso tempo. Non un solo documento dei pochi rimasti con il vero timbro di autenticità dei periti, può servire a qualcosa di più che a farsi fresco d’estate. A questo proposito ti dirò che la Procura di Caltanissetta nella sua ultima relazione, depositata alcuni giorni fa, definisce come autentici ed utili per fare luce sulla trattativa, soltanto due documenti. Di uno di questi due documenti, afferma che la perizia ha stabilito l’autenticità della firma autografa di Vito Ciancimino. Ebbene, questo è un fatto incredibile e sconcertante, perché la procura si riferisce in questo caso soltanto ad una prima vecchia perizia. Successivamente ne uscirono altre, che stabilirono che anche quella firma era stata trasferita in calce al documento con un’operazione di fotomontaggio, e pertanto essa è autografa ma comunque falsa, così come è falso il documento. Queste nuove perizie sono già vecchie di mesi, eppure la Procura di Caltanissetta non le ha mai prese in considerazione, fondando così, anche su quel documento artefatto, le sue conclusioni. E poi ci lamentiamo se la Cassazione annulla i processi.

Per quanto riguarda poi l’altro documento, le considerazioni dei magistrati sullo stesso non ci paiono del tutto condivisibili. Ad esempio, sulla sua datazione, sono in errore di un bel po’ di anni, perché anche in questo caso non prendono atto di tutte le considerazioni dei periti, ma solo di una parte. Si tratta però di un argomento complesso, che tratterò prossimamente sul mio blog. Ad ogni modo, visto che mi hai chiesto di fare un elenco sullo “status” dei documenti consegnati da Ciancimino, trovo giusto ed interessante sintetizzare un elenco, anche per replicare compiutamente alla sciocchezza di Travaglio: 15 documenti, composti in totale da 93 fogli, sono del tutto privi di valore giudiziario e non attinenti i processi o le indagini in corso, quando non costituiscono persino elementi a favore della difesa del generale Mori. Degli altri 20 documenti uno solo è effettivamente stato dichiarato autentico, ma il suo significato è incomprensibile, mentre 19 sono stati dichiarati ora residui di un ritaglio, e quindi manomessi, ora frutto di fotomontaggi, ora dotati di firme posticce, ora non autenticabili per mancata individuazione dell’autore e dell’origine, ora falsificati e di datazione del tutto differente rispetto a quella dichiarata dal teste e infine, almeno in un caso, patentemente falsi e calunniatori, tanto da costare al dichiarante, la galera.

Spero quindi che sulle proporzioni e sull’impudenza di questa menzogna di Travaglio, nessuno voglia opinare. Ed è a furia di menzogne come questa, che poi egli può arrivare a compiacersi se il suo popolo di ammiratori “ha fatto ormai il callo” a questa vicenda.

 

D. Come ritieni sia stato possibile che una persona come Ciancimino junior sia stata elevata sugli altari ad “icona dell’antimafia” e servitori dello Stato come il generale Mario Mori, ma anche il colonnello Mauro Obinu o il capitano Ultimo, che catturarono Salvatore Riina, siano oggetto di disprezzo e di accuse infamanti?

 

R. “Ditemi cosa volete che io dica”, supplicava un famoso testimone di manzoniana memoria. A questo invece, non c’era neppure bisogno di dirglielo, perché funzionava già a meraviglia così, al naturale, aveva il pilota automatico. Berlusconi, Dell’Utri, la trattativa, il papello, il covo di Riina, i carabinieri ed i Servizi deviati, tutti argomenti pruriginosi ed irresistibili per una bella fetta dei nostri connazionali, ed allo stesso tempo innocui perché inoffensivi, perché incapaci di toccare e ledere gli interessi veri dei criminali pericolosi. Insomma, somministrava la biada della qualità preferita dai suoi somari, con pochi rischi.

Per il resto, tu l’hai detto: le persone predisposte a credere ad un Ciancimino junior piuttosto che ad un Capitano Ultimo, son davvero tante.  Anzi, davvero troppe.

Come ciò possa accadere,  francamente, è arduo spiegarlo anche per il Segugio.