Egr Sig Pippo Giordano

 

Egr. Sig. Pippo Giordano,

nel suo recente articolo “Il mafioso della porta accanto”, lei  afferma di sperare di trovare qualcuno che le “spieghi, perché tutto ad un tratto, secondo il procuratore Grasso, la certificazione antimafia richiesta alle ditte o società, non sembra più essere necessaria.”

E dunque, io vorrei provare a spiegarglielo.

Per farlo, bisogna innanzitutto capire che cos’è la “certificazione antimafia”, da chi viene richiesta, e dove si produce.

Secondo la sintesi fornita dal Ministero, la certificazione antimafia serve ad attestare “l’assenza di cause di decadenza , di sospensione o di divieto – di cui all’art. 10 della legge 31 maggio 1965, n. 575- e di tentativi di infiltrazione mafiosa – di cui all’art. 4 del decreto legislativo 8 agosto 1994, n. 490- nei confronti dei soggetti che intendono instaurare rapporti con la pubblica amministrazione.”, e si richiede in prefettura.

Ciò significa, in parole semplici, che se in capo ad un’impresa, e vale a dire alla sua compagine societaria o amministrativa, viene attivato un procedimento per infiltrazioni mafiose tale da comportare decadenza o sospensione della sua attività, ciò viene segnalato in una banca dati che la Prefettura è competente a visionare e pubblicare, su richiesta di un altro Ente Pubblico, MA SEMPRE PER IL TRAMITE DI UN’IMPRESA, candidata a fornire o a costruire a seguito di appalto.

Questa procedura, mi ricorda una vecchia barzelletta che circolava nel secolo scorso su di una cittadina di provincia del nord-Italia, secondo la quale il Comune, avuta segnalazione della presenza di un grosso chiodo appuntito fuoriuscente dall’asfalto di una via centrale, anziché rimuovere il chiodo apponeva un bel cartello: “Attenzione-pericolo: chiodo”.

Le pare possibile che circa 130.000 (CENTOETRENTAMILA, ed alla fine del 2007 erano 160.000, spero che questo dato la faccia riflettere) imprese italiane, (all’interno delle quali il numero di quelle sospese o decadute per mafia è, secondo la terminologia dell’analisi matematica, tendente a zero), quante cioè sono quelle iscritte alle Casse Edili nazionali, siano obbligate a sottostare a questo iter presso un Ente pubblico (la Prefettura), impegnando tempo, persone e risorse, per dimostrare ad un altro Ente pubblico (quasi questo appartenesse ad uno Stato diverso da quello per cui operano le Prefetture)  per il quale intendono lavorare o fornire,  di non avere in capo cause di decadenza o sospensione, a seguito di attività mafiose espletate nel proprio ambito?  Mi permetta di dirle cosa penso in tutta franchezza: se io fossi un mafioso, mi farei delle grasse risate. Riderei in modo grasso, davanti ad uno Stato incapace di isolare ed annichilire un’assoluta, percentualmente insignificante,  minoranza di imprese mafiose (le quali tra l’altro, rispetto alla vera e moderna mafia imprenditoriale rischiano di essere soltanto uno specchietto per le allodole), se non facendolo soltanto “sulla carta”, mediante una procedura che obbliga, quotidianamente, CENTINAIA DI PERSONE ONESTE e che dovrebbero invece impiegare quel tempo per produrre, a sfilare in processione nelle varie prefetture con timbri e marche da bollo.

Ma il peggio è, caro Giordano, che se io le domandassi, a freddo, di mettere la mano sul fuoco che fra quelle imprese, decine di migliaia, tutte regolari, non vi sia qualche impresa controllata comunque dalla mafia per il tramite di insospettabili prestanome, o comunque mafiosa ma penalmente illibata, e quindi certificabile, lei questa mano non la metterebbe di certo, ne sono strasicuro. E allora, caro Giordano, siamo proprio sicuri che questa “certificazione” e la cosidetta  “cultura dell’antimafia”, debbano essere due fratellini indissolubili, come lei intende farci credere?

Se a queste considerazioni aggiungiamo il fatto che Lei, sulle pagine del sito 19luglio1992, riferisce le parole di Grasso in modo incompleto, e direi quasi parziale e strumentale, allora non ho altra scelta che doverla contestare, e bacchettare: come vado ripetendo da sempre, la cultura dell’antimafia e della legalità, non possono andare a braccetto con la distorsione dei fatti e dell’informazione, anzi, dovrebbe essere l’esatto contrario.

Grasso non ha detto certamente ciò che lei ha riferito per fare un favore alla mafia, questo è assolutamente pacifico, anzi, ciò che ha detto va nel senso opposto.  Mentre invece, quanto al riportare sulle pagine del club delle agende rosse, pur involontariamente, versioni parziali dei fatti, semmai, non mi sentirei sicuro di poter dire la stessa cosa.

Grasso ha semplicemente “posto l’accento sulla necessità di accelerare i tempi della documentazione antimafia “che rischia di essere aggirata dalle intestazioni fittizie a soggetti puliti”.  (Ma noi sappiamo perfettamente, caro Pippo Giordano, che in questo paese quello non è solo un rischio, ma un’acclarata realtà. O vorrà forse farci credere che in Sicilia, in questo momento, la mafia non ha alcun interesse o niente a che vedere con gli appalti pubblici grazie a quella pagliacciata di certificazione? L’ingenuità avrà pur sempre dei limiti, o no?  Non a caso, il dott. Messineo, a commento delle parole di Grasso, fra le altre cose ha ammesso che la certificazione antimafia non ha dato i risultati sperati, “anche perché l’utilizzo di un prestanome rende facile poter aggirare le regole”.)

Quindi Grasso si è posto la domanda, come mera provocazione: “Non è meglio accettare l’idea di eliminare la certificazione antimafia?”, però lo ha fatto non per proporre una soppressione tout-court, ma formulando un’ipotesi alternativa:  “sostituire l’attuale certificato antimafia, che spesso causa lungaggini burocratiche nocive alle imprese, con la costituzione di più efficienti “white list”. L’idea sarebbe quella di creare una lista con i nominativi di quelle imprese che possono contare su diverse caratteristiche per operare nella legalità. Il procuratore nazionale antimafia ha citato, ad esempio, quelle imprese che aderiscono alle regole sulla tracciabilità delle spese, alla trasparenza dell’assetto societario, che smaltiscono i rifiuti senza cagionare danni all’ambiente, che certifichino di non avere subito estorsioni .

Ora, si può non essere d’accordo sul piano tecnico con la soluzione proposta (e ad esempio, io non lo sono), e se ne possono proporre altre maggiormente valide. Ma di lì a sostenere che Grasso abbia voluto attuare, con le sue parole, una specie di “strategia per “normalizzare” il futuro e dimenticare il passato”, ce ne corre, se mi permette.

A questa sua interpretazione, io replico con la speranza che ce ne siano centinaia e centinaia, di uomini di Stato come Grasso, che coraggiosamente (perché per attirare gli strali della retorica antimafiosa, in Italia, basta poco, e quindi ci vuole coraggio) cercano di proporre qualche moderna alternativa ad una pratica squisitamente burocratica, parto di una tipica cultura democristiana,  la quale, pur essendo per lo più vana, nonchè controproducente per l’apparato produttivo, piace tanto all’antimafia di facciata e delle assemblee di istituto liceali, e quindi anatema su chiunque osi dire “ma però”.

E potrei dirle la stessa cosa sul divieto al sub-appalto imposto sempre dall’andreottiana Legge 55/90, che, com’era ovvio, è servito più a provocare la chiusura e la rovina, soprattutto al nord,  di migliaia di artigiani e piccole imprese oneste, piastrellisti, intonacatori, carpentieri, elettricisti, che non a danneggiare la mafia, che come tutti sappiamo nei propri feudi continua a fare quel cavolo che gli pare e con i ritagli della legge 55/90 ci fa gli album di figurine per i ragazzini.

Quanto poi alla sua rievocazione delle parole del grande Paolo Borsellino: “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”, guardi, lei sfonda una porta aperta. Mai potrei essere più d’accordo con qualcuno, soprattutto sul significato più profondo del messaggio.

In anni trascorsi a seguire le delicate inchieste ed i principali fatti di mafia, in decine di articoli che grazie al cielo sino ad ora ho potuto scrivere, ho cercato di mettere sul tavolo della discussione, per aprire il dibattito, decine e decine di questioni irrisolte, delle quali alcune, tra l’altro, stavano particolarmente a cuore ai nostri magistrati uccisi, eppure il silenzio che ne ho ricavato è assordante.

Vogliamo rivederne qualcuna? Parliamo ad esempio della tanto invocata verità sulle stragi di Capaci e Via D’Amelio (lo fa anche lei nel suo articolo) e sul fallito attentato dell’Addaura, dietro al quale si celavano, come lei ci ha ricordato, le ben note “menti raffinatissime”.

Io voglio parlarne, ad esempio, citando un solerte ed acuto magistrato, che risponde al nome di Carlo Palermo, il quale ha sintetizzato in questo suo articolo alcuni degli episodi e dei filoni d’inchiesta più inquietanti fra quelli che hanno gravitato intorno agli attentati in danno ai due magistrati.

E’ incredibile, nel leggerlo, constatare quanti oscuri intrecci coesistevano, quanti moventi pesanti come macigni sono postulabili, quante persone potenti potevano avere interesse e ragioni da vendere per eliminare i due magistrati (e gliel’hanno persino giurata pubblicamente). Eppure è altrettanto  incredibile constatare come, nonostante tutta quella sporcizia vera e concreta su cui fare luce, oggi il dibattito su quegli attentati  si sia miseramente ridotto entro i confini dettati dall’antimafia dei girotondi e delle assemblee scolastiche,  un’antimafia istruita solo ed esclusivamente sui bignamini di Marco Travaglio e dei suoi epigoni, con i soliti stallieri  o politici mariuoli o mafiosetti sempre al centro di ogni vicenda un po’ come Pietro Gambadilegno in Topolino, e questa sciocchezza della trattativa che, (e guardi che molti la pensano come me), pare più un abito pomposo e decorato con merletti quel tanto da poter far sembrare vestita di nuovo l’ultima delle copiose inchieste avviate dalla task force istituita alla Procura di Palermo per dare la caccia alle malefatte dei carabinieri del ROS da quando questi hanno avventatamente arrestato Salvatore Riina, che non altro.

Vogliamo fare l’elenco? Vogliamo parlare di queste persone con cui Borsellino volle cenare, poco prima di morire, chiamando quella  cena  “la cena degli onesti”?

Vogliamo parlare del maresciallo Lombardo, attaccato pubblicamente in televisione dall’antimafioso della porta accanto Leoluca Orlando Cascio, mentre il giornalista antibavaglio per eccellenza,  tal Santoro, “fuori campo” faceva divieto ai suoi collaboratori di passare la linea al generale dei carabinieri Federici, il quale telefonava per difendere il suo maresciallo e che se fosse riuscito a parlare avrebbe con tutta probabilità dissuaso il povero Lombardo dal suicidarsi?

Vogliamo parlare del capitano de Donno, indagato presso la procura di Caltanissetta a seguito di accuse tanto infamanti quanto FALSE (posso scriverlo serenamente e dimostrarlo per  tabulas, ho il testo integrale dell’archiviazione e gli atti in mano, io non studio sui libri di Travaglio) mossegli da alcuni procuratori di Palermo?

Vogliamo parlare di ciò che c’era VERAMENTE sui nastri delle conversazioni fra De Donno e la signora Siino, dove a detta dei PM (e del solito codazzo di giornali) sarebbero invece stati registrati dei tentativi di corruzione e di istigazione a testimoniare il falso?

Vogliamo parlare del calvario giudiziario del tenente Canale, intimo amico e collaboratore di Paolo Borsellino, assolto con formula piena da una serie di accuse vergognose e fondate soprattutto sulla parola di pendagli da forca?

E degli anni di indagini aperte e chiuse in successione, come spine in una bambola Voodoo,  in danno al Capitano Sergio De Caprio, in merito alla cosiddetta “mancata perquisizione” del covo di Totò Riina, vogliamo parlarne?

Vogliamo dire chiaramente che la versione più diffusa dai giornali, e cioè che egli avrebbe “ritardato di 18 giorni la perquisizione del covo”, è una patacca?

Vogliamo parlarne, cercando di capire insieme, lei che ha l’esperienza di capace funzionario di Polizia, come sarebbe stato possibile poter pensare di trovare anche un solo documento  in un’abitazione occupata dalla moglie di Riina e dai suoi “tenutari”, i fratelli Sansone, se la notizia dell’arresto del boss si diffuse in mattinata, mentre il procuratore Patronaggio testimoniò che: “Intorno alle 14 (QUATTORDICI) del 15 gennaio i carabinieri del reparto territoriale di Palermo erano già pronti per effettuare la perquisizione al residence di via Bernini. Non conoscevamo la villa dalla quale era uscito Riina e per questo ci accingevamo a perquisirle tutte.”  Lei che è esperto, che può dirci? Come vanno di solito queste cose? La moglie del boss, una volta saputo dell’arresto del marito, se ne sta forse ad aspettare i carabinieri per 4-5 ore sull’uscio, o meglio ancora sulla cancellata del quartiere (visto che non si sapeva l’indirizzo esatto) con il papello in mano, per consegnarlo? Non è per caso che il capitano Ultimo, quando spiegò a Caselli che la perquisizione sarebbe stata inutile perché per ragioni oggettive sarebbe stato praticamente impossibile trovarci qualcosa di importante, e che quindi era meglio avviare un’indagine sotto copertura per trascinare in galera gli uomini della cosca ed i collusi,  invece di essere complice di  Provenzano, era solo un investigatore in buona fede che stava facendo bene il suo lavoro? No, eh?

E del fatto che il falso e la menzogna non possono in alcun modo supportare la verità nè giudiziaria né storica, ma sono oggetti che in ogni caso non possono che far parte di qualcosa che finisce sempre per favorire la mafia, ne vogliamo parlare?

Vogliamo parlare di quei giornalisti che in TV, dinnanzi a milioni di persone, raccontano la panzana che Ultimo avrebbe rimosso da un lampione una telecamera fissa puntata sul covo di Riina, e lo fanno brandendo ipocritamente una sentenza, dove invece è scritto esattamente il contrario?  (Cfr: “Tra l’altro, erano note le caratteristiche morfologiche della strada, che GIÀ AVEVA IMPEDITO DI COLLOCARE TELECAMERE FISSE – in quanto era priva di supporti adeguati ad ospitare ed occultare efficacemente mezzi di video ripresa – e che non consentivano – per la limitata ampiezza della carreggiata nonché l’ampia visibilità delle auto che si fossero parcheggiate in prossimità del civico nn. 52/54 – di farvi rimanere posizionato il furgone per un tempo prolungato e continuato, la cui presenza sarebbe stata senz’altro notata da esponenti dell’organizzazione, resi vieppiù attenti ed accorti dalla cattura del Riina.” (…)“La scelta della tecnologia da impiegare per l’effettuazione delle video riprese era di pertinenza esclusiva del ROS, il quale ritenne che il mezzo più appropriato in considerazione dello stato dei luoghi non fosse una telecamera fissa, CHE AVREBBE AVUTO BISOGNO DI UN ADEGUATO SUPPORTO LOGISTICO, QUALE UN PALO DELLA LUCE O ALTRO, e di idonea copertura per rendersi invisibile, bensì una mobile, che poteva essere facilmente occultata all’interno di un automezzo; così come era stato fatto anche nell’indagine sui Ganci.

Vogliamo parlare di quei procuratori,  eredi morali dei magistrati uccisi, che in tribunali della Repubblica, sotto giuramento, hanno testimoniato che il famoso giorno della perquisizione il covo era con pochissimi mobili concentrati nel salone messi tutti insieme, e non aveva più quadri alle pareti, non aveva niente di utilizzabile, praticamente era ripulito di qualsiasi oggetto che potesse essere stato dentro, anche che so, giornali e cose di questo genere, non c’era niente.”, quando invece dal verbale di perquisizione e dal corredo fotografico risulta che in ogni stanza c’erano i mobili, TUTTI QUANTI nessuno escluso (anche perché, per dire che ne mancavano, dal momento che le foto mostrano stanze ricolme, bisognava come minimo aver frequentato la casa prima dell’arresto boss, non trova?),  e nella maggior parte delle camere ancora fermi al loro posto, e  che di giornali ed altri oggetti personali ce n’erano eccome (tant’è vero che l’elenco ha riempito ben tre pagine di verbale), che c’erano due cucine perfettamente a posto ed arredate con tanto di stoviglie, tre bagni padronali perfettamente arredati e funzionanti, e persino una ricevuta intestata al nominativo in uso corrente in quel periodo alla moglie di Riina?

Vogliamo parlare per cercare di capire insieme quali motivazioni possono avere spinto questi magistrati ad affermare, in sede giudiziaria, di avere visto con i loro occhi che era stata smurata e/o rimossa la cassaforte, quando le foto del verbale dimostrano che la cassaforte è sempre stata salda nel suo muro e che non si è mai mossa?

E dei nuovi supertestimoni caduti dal cielo contro il generale Mario Mori, ne vogliamo parlare?

Vogliamo parlare, ad esempio,  del fatto che il sottoscritto ha contestato personalmente a Massimo Ciancimino la circostanza che alcune parti documentali del suo libro “don Vito”, sono in evidente contrasto con alcune sue versioni testimoniali rilasciate ai magistrati, e che subito dopo tale contestazione, nella seconda edizione del libro, una manina abile ha opportunamente limato proprio  quelle parti (che per fortuna sono rimaste sulla prima edizione, e sono indelebili.)?  Che mi dice, Giordano?

E’ così che si forma la cultura della lotta alla mafia? Con la gomma da cancellare che fa dissolvere i documenti?

E della mitica ultima intervista a Paolo Borsellino, ne vogliamo parlare?

Vogliamo parlare del fatto che mentre di solito le interviste si fanno piazzando una telecamera o al massimo due di fronte all’intervistato ed agli intervistatori, in quel caso furono piazzate anche telecamere fisse molto distanti e “candide” alle spalle del magistrato, e che le parti registrate da quelle telecamere furono utilizzate, guarda caso,  per realizzare una manipolazione sacrilega (sacrilega soprattutto  in quanto postuma, e quindi non contestabile da parte del diretto interessato) delle parole di Borsellino, volta ad indurre a ritenere, fra tutti i falsi, che Dell’Utri avesse conversato con Vittorio Mangano di un trasporto di falsi cavalli nel suo albergo (in realtà droga) , fatto in realtà mai avvenuto?

E del fatto che a distanza di anni, nonostante quella manipolazione sia stata ormai ampiamente smascherata, lei, Giordano,  persista nel richiamarsi nei suoi articoli a quell’episodio che purtoppo altro non è che una fabbricazione giornalistica capace di manipolare le menti candide come quella del suo amico Carmelo, (nella realtà si trattava semplicemente dell’intercettazione di un crimine comune, un passaggio di droga fra due criminali professionisti, e Dell’Utri non c’entrava nulla), vogliamo parlarne?

E del fatto che alla fine di quell’intervista al giudice Borsellino venivano proposte domande riservate in merito ad inchieste neppure di sua stretta competenza (cercando in sostanza di fargli commettere un reato di violazione di segreto d’ufficio  o comunque una scorrettezza), e che il giudice risultava chiaramente convinto di parlare “off the record”, poiché le telecamere erano state appoggiate ai suoi piedi dando l’illusione  di avere chiuso, mentre invece tali telecamere non erano state assolutamente spente ma continuavano impudentemente e subdolamente a registrare, vogliamo parlarne?

E del fatto che quell’intervista sia stata organizzata alla chetichella e realizzata a poche ore dalla morte di Giovanni Falcone, circostanza che ha sempre insospettito la signora Agnese Borsellino, come da lei stessa dichiarato, ne vogliamo parlare?

E dell’assoluta, scientifica e, direi, criminale genialità che sta dietro alle varie manipolazioni di quell’intervista, ne vogliamo parlare?

E del fatto che la testimonianza della dott.ssa Ferraro, che ha affermato e dimostrato in modo incontrovertibile che il dott. Borsellino non era stato messo a conoscenza in alcuna forma di alcuna trattativa spregiudicata fra mafia e stato, ma soltanto di un ordinario tentativo espletato dai carabinieri di acquisire un collaboratore di giustizia, è stata manipolata dai media ed anche per bocca degli stessi magistrati in alcune interviste, tanto che mezza Italia è convinta del contrario, e cioè che Borsellino fosse venuto a conoscenza di una trattativa spregiudicata e ne fosse rimasto turbato (cosa assolutamente falsa), ne vogliamo parlare?

Del fatto che il sottoscritto è perfettamente in grado di riempire molte e molte altre pagine di esempi di menzogna e di falsi che purtroppo sono diventati, vergognosamente, dei classici della cultura della cosiddetta antimafia buona, quella delle agende rosse, ne vogliamo parlare?

Come è possibile questo, sig. Giordano?

Non sarà mica che la mafia, oltre che nella porta accanto, si è insediata anche dentro casa e noi non ce ne siamo accorti?