BUBBOLE E PUPARI

BUBBOLE E PUPARI

Ora si difendono dal naufragio dicendo che c’è un “puparo”. Ma è una solenne sciocchezza. Ecco un capitolo integrale del mio libro “Prego, dottore!”, che ho scritto esattamente un anno fa.  Avevo previsto tutto, ma c’è chi ha voluto proseguire lo stesso con la messinscena.
E non è un misterioso “puparo”, ma gente con un nome ed un cognome.


 

C’è in giro un po’ di apprensione, un po’ di agitazione, come il timore di un naufragio, a causa delle ultime vicende in cui è incappato Massimo Ciancimino.

Travaglio scrive due articoli nel giro di poche ore, (ai quali, a breve, noi replicheremo nei modi dovuti), per organizzare il soccorso.

Antonio Ingroia, sull’Unità, mette le mani avanti: “Abbiamo sempre tenuto un atteggiamento di grande rigore e prudenza, e perciò ritenevamo (e riteniamo) utilizzabili le dichiarazioni di Ciancimino solo nella parte in cui sono frutto di conoscenza personale e confermate da puntuali riscontri obiettivi.”

Per capire quanto questa affermazione di Ingroia sia vera, oppure non lo sia per niente, non si ha che da leggere che cosa io scrivevo un anno fa, sul mio libro “Prego, dottore!”, e precisamente nel nono capitolo che ora pubblico di seguito, integralmente.

Chi avrà la pazienza di seguire i fatti attraverso questa lettura, capirà soprattutto che questa storia del “puparo” che avrebbe manovrato Ciancimino non è altro che una solenne sciocchezza inventata da chi oggi cerca disperatamente un modo per mascherare un macroscopico capitombolo. La realtà è che Ciancimino improvvisava, per cui non aveva “dietro” nessun puparo, per non credergli bastava solo un minimo di attenzione, e questa attenzione non si è voluta mettere.

E quindi se ci sono responsabilità “esterne” a quelle del protagonista, queste sono solo e soltanto imputabili a chi ha voluto credergli e professare il suo verbo ad ogni costo. Altro che pupari.

E si tenga presente, per chi non lo sapesse, che il mio libro “Prego, dottore!” è agli atti del processo “Mori”, a Palermo, da ormai 7 mesi, per cui il dr. Ingroia, che in quel processo è Pubblico Ministero, non può dire di non averlo avuto a sua piena disposizione.

Buona lettura.

 

9.
LA TATTICA "CAMPO DI PRUNI" DI FRATEL CONIGLIETTO

 

Questa sarebbe una lettera commerciale? Ma mi faccia il piacere!
«Egr. dott.»… questa lettera mi puzza di abbruciaticcio, mi sa di linguaggio
cifrato. Andiamo avanti nella lettura. «Abbiamo ricevuto la v.s.», che vuol
dire volantini sovversivi, «spedita il 6 c.m.» che significa cannoni e mitragliette.
Che credono che siamo rimbambiti? Andiamo avanti… «E inoltre crediamo
di potervi spedire la merce tra il 18 e il 20 aprile p.p.v.v.» Ed è sul p.p.v.v.
che cade l'asino, che si sono fregati con le loro mani! sa che cosa vuol dire
p.p.v.v.? Proiettili e V2. E io censuro. Sono un censore autorizzato."
(Totò, da "I due marescialli")

 
Forse qualcuno questa storiella se la ricorderà.
Compare orso e Comare volpe hanno catturato Fratel coniglietto e stanno studiando come farlo fuori. Impiccarlo? Arrostirlo? Bollirlo? Mah.
Siccome si trovano dinnanzi ad un vasto ed irto campo di pruni, Fratel coniglietto si dimostra terrorizzato, ed esclama: “fate di me ciò che volete, impiccatemi, arrostitemi, ma vi prego, non uccidetemi per dissanguamento gettandomi in quel mostruoso campo di pruni pieno di spine aguzze come coltelli. Vi supplico, non fatelo. Muoio di paura solo all’idea.” Comare volpe scambia un’occhiata maliziosa con il suo Compare orso, indi afferra Fratel coniglietto e lo fa volare nel campo di pruni. A quel punto Fratel coniglietto, dopo aver fatto un po’ di teatro fingendosi agonizzante, si rialza d’improvviso e mentre se la batte tutto trullo, spiega ai suoi aguzzini: “Ora che ci penso, io ci son nato in un campo di pruni, e non mi fanno un baffo. Beh, me n’ero scordato”.
E quando la volpe prova a protestare, Fratel coniglietto gli rammenta: “Io te l’avevo detto di farmi arrosto, sei tu che hai voluto gettarmi nel campo di pruni. Io t’avevo supplicato di non farlo. Prenditela con te stessa. Addio.
 
Ed ecco come la storia di Massimo Ciancimino pare offrire non poche similitudini con quella di Fratel Coniglietto nel “campo di pruni”.
 
Occorre seguire con attenzione che cosa è accaduto nel corso dell’interrogatorio del 30 giugno 2009, alla procura di Palermo, quando i pubblici ministeri mostrano al testimone il pizzino n.1, quello ritrovato nello scatolone della Chateau d’Ax:
 
DI MATTEO: Allora signor CIANCIMINO, noi abbiamo da mostrarle un documento
(…) … è stato rinvenuto l’originale, quello che le mostro è una copia, le mostro e le
esibisco, le esibiamo la copia e vorremmo sapere se lei intanto aveva contezza di
questo documento, se sa chi lo ha manoscritto, perché è un documento manoscritto
e più in generale quello che sa in merito al contenuto di questo scritto.
CIANCIMINO: Sì questo… questa cosa l’avevo già vista, ovviamente credo che sia
manoscritto da mio padre perché questo stava negli appunti di mio padre, sapevo
che…
INGROIA: E lei riconosce la grafia di suo padre?
CIANCIMINO: Sì mi sembra la sua però poi sa… sì, sì, è quella di mio padre, cioè
non è che…
DI MATTEO: Intanto ci riferisca.
 
E Massimo Ciancimino, a caldo, senza esitare, spiega sostanzialmente di cosa si tratta, in questo modo:
 
CIANCIMINO:Sì, sì. E praticamente era la volontà espressa di mio padre di avere
una diretta televisiva, tra l’altro, a proposito, domani [passano invece 7 mesi – nda]
vi produco altri documenti che possono anche collegarsi a questo, dove mio padre
più volte chiedeva una diretta per dire la sua verità e per dire la sua versione di tante
situazioni facente capo soprattutto a quello che era l’origine delle stragi e l’origine
di altre situazioni; aveva espresso la volontà di poter avere una diretta, insomma
un’attenzione televisiva tale da poter dire tranquillamente come stavano certe
cose, perché mio padre su varie, anche in varie missive che posso anche darvi copia,
non so se le ho qua, aveva sempre lamentato questo, di non essere stato mai
ascoltato in Commissione Antimafia e tutte le volte che voleva essere ascoltato, mio
padre, anche per qualsiasi cosa aveva chiesto sempre la diretta con la Sala Stampa
e questa non gli era stata mai concessa. Difatti trovava sempre strano ed anomalo
il fatto che un soggetto come lui non è stato mai ascoltato da nessuna commissione
parlamentare sul fenomeno della mafia, essendo stato l’unico politico di fatto
condannato per mafia, riconosciuto, non è stato mai ascoltato, si lamentava, diceva
sempre che non capiva perché non lo volevano fare parlare. Questo mio padre
doveva consegnarlo ad un tramite che doveva farlo avere a BERLUSCONI per potere
avere questa attenzione mediatica. Sapevo dell’esistenza di questo documento.
 
In sintesi, Ciancimino dice che quello era un documento «collegato» (e per forza che era collegato se, come noi sospettiamo, ne era semplicemente un'infedele scopiazzatura) ad un altro documento (vale a dire la lettera n.2) dove don Vito «aveva espresso la volontà di poter avere una diretta, insomma un’attenzione televisiva tale da poter dire tranquillamente come stavano certe cose». E con “certe cose” Ciancimino si riferiva al boicottaggio che aveva ricevuto suo padre ogni volta (ed erano ben sette, a quanto pare, queste “volte”) che egli aveva richiesto di poter deporre in Commissione antimafia. E oggi noi sappiamo che, in tale contesto, egli aveva scritto di essere in grado di dimostrare “l’inettitudine” da parte di qualcuno, vale a dire l’inerzia che è stata opposta alle sue richieste di collaborare con la giustizia deponendo in commissione (ma probabilmente, anche in altre sedi).
 
Noi quindi riteniamo, fatto incredibile, che qui Massimo Ciancimino, salvo che sulla grafia del pizzino che egli attribuisce falsamente a suo padre, abbia esordito dicendo verosimilmente, semplicemente e pianamente la verità, o comunque qualcosa di molto vicino al vero.
E questo noi lo affermiamo sulla base di quanto si può leggere, in lingua italiana e non in codice o in sciarada, nella lettera n.2, perché è esattamente quanto ivi è stato scritto da don Vito.
Ma dopo qualche minuto, in cui si è parlato sostanzialmente d’altro, il dr. Ingroia, come non avesse neppure udito la spiegazione data dal testimone, improvvisamente va alla carica:
 
INGROIA: Torniamo a questa cosa [il pizzino n° 1 – nda], due cose volevo farle
notare, esatto, in primo luogo…
CIANCIMINO: Non l’ho letto ancora…
INGROIA: … cioè ci sono dei riferimenti ad un evento, ad un triste evento che
bisogna scongiurare…
DI MATTEO: In due occasioni, in due passaggi si parla di questo evento…
INGROIA: … è un triste evento che sembra, che sembra in qualche modo possa
riguardare l’Onorevole BERLUSCONI e che l’autore della missiva si impegna per
cercare di scongiurare e che… si impegna a cercare di scongiurare questo evento
PURCHÉ l’Onorevole BERLUSCONI gli metta a disposizione una rete televisiva,
direi che è così ovvio, diciamo, il contenuto è abbastanza chiaro.
 
A noi invece pare che non sia chiaro proprio per niente.
La frase era questa: “intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco)… perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento, onorevole Berlusconi, vorrà mettere a disposizione una delle sue reti televisive.
 
Come diavolo ha potuto Ingroia, leggendo in lingua italiana, vedere in questa frase il cosiddetto “contributo”, condizionato alla concessione di una rete televisiva da parte di Berlusconi? E inoltre: dove sta scritto che il triste evento dovrebbe riguardare in qualche modo Berlusconi? Non è assolutamente così. E comunque tanto meno “così ovvio”.
In lingua italiana, sgrammaticature a parte, c’è solo scritto che l’autore intende apportare il proprio contribuito affinché un certo evento sia scongiurato.
 
Per quanto riguarda poi la convinzione dell'autore che Berlusconi vorrà mettere a disposizione una sua televisione, la prima cosa che viene in mente, a leggerela lingua italiana (pur stranamente sgrammaticata) è che tale prospettiva fosseriferita al mero intento di informare o divulgare, cioè quello di poter renderepubbliche le circostanze relative al triste evento. Anzi, viene naturale, nelleggere le parole "evento" e "reti televisive", pensare alla divulgazione televisivadi un evento, punto e basta.
 
Il “purché”, vale a dire la connessione di natura estorsiva fra la "cacciata" dell'evento e la disponibilità di una TV, nel bigliettino non c'è. Non esiste.
È invece, purtroppo, un'incredibile forzatura di Ingroia. Non di Ciancimino.
Di Ingroia.
E con tutto rispetto per il dr. Ingroia, direi che è appena normale che un uomo scaltro come Massimo Ciancimino abbia percepito in quell’affermazione, in quel “purché”, diciamo, una certa aspettativa da parte del magistrato (magari inconscia, certamente) di potersi sentir dire qualcosa che coinvolgesse Berlusconi, forzosamente o meno, in un accordo preteso dalla mafia. Ecco quindi Fratel coniglietto chiedere tempo per pensarci un po' su, per capire se e come assecondare questa nuova ed inattesa versione dei fatti, con tanto di canale TV chiesto "in baratto":
 
CIANCIMINO: Sì lo so ma mi posso riservare però mezza giornata per rispondere?
INGROIA: No…

Ingroia non gli concede tempo. Anzi, gli mette anche un po’ di sale sulla coda
e di pepe nel sedere:

INGROIA: … lei non si può riservare, lei si può avvalere della facoltà di non
rispondere, con tutto, diciamo, quello che… le…
CIANCIMINO: Le conseguenze del caso.…
INGROIA: … con le conseguenze del caso, certo, valutazioni che noi possiamo
fare di un suo atteggiamento del genere ma è nel suo diritto avvalersi della
facoltà di non rispondere, per carità.
 
Il magistrato quindi, dopo aver diffidato, e quindi impaurito, il testimone sulle conseguenze della sua eventuale reticenza (l’avesse fatto anche in certe altre occasioni…), subito incalza:
 
INGROIA: La domanda è: che lei sappia, suo padre
CIANCIMINO: La so la domanda.
INGROIA: E io gliela faccio esplicitamente: che lei sappia suo padre questa richiesta
la faceva a nome proprio o per conto di, di altri?
CIANCIMINO: Per nome proprio e per conto di altri…
INGROIA: E questo…
CIANCIMINO: … del LO VERDE.
INGROIA: … per conto di PROVENZANO. E questo lei lo sa… Ha fatto un cenno col
capo affermativo, ma per la registrazione bisogna dire di sì, anche perché le faccio
notare un’altra cosa che a lei non sarà sfuggito perché è abbastanza intelligente per
essersene reso conto e forse lo sapeva già, che benché la grafia sembra, io non faccio
diciamo il perito grafico, ma insomma si nota…
CIANCIMINO: Lo sa che non… comunque…
INGROIA: … benché la grafia, vedremo se è di suo padre o non di suo padre, però è
la grafia di una persona apparentemente diciamo che sa scrivere, il contenuto però,
il testo, l’italiano…
CIANCIMINO: Non è di mio padre.
 
Attenzione bene ai passaggi che abbiamo appena letto.
Da essi, nonché dalle circostanze oggettive, si possono tenere i seguenti punti fermi:
1) Ingroia sa, cioè ha capito benissimo, che il pizzino n.1 non è stato scritto da don Vito. Sa che quella non è la sua grafia.
2) Ingroia non sa, non lo sa ancora e non lo può neppure immaginare, dell’esistenza della “lettera n.2”, e vale a dire non sa dell’esistenza di una nota di don Vito scritta, sostanzialmente, in nome e per conto di Provenzano, essendo di fatto, come dice oggi Ciancimino, un “aggiustamento”, una rielaborazione del pizzino di Provenzano stilata in carcere da don Vito per conto del boss.
 
Di conseguenza, allo stato delle conoscenze di Ingroia in quel preciso momento dell’interrogatorio, quello doveva essere semplicemente un pizzino scritto da mano sconosciuta, da parte di qualcuno che affermava di intendere operare per scongiurare un triste evento, evento per il quale l’autore era sicuro che Berlusconi avrebbe reso disponibile una sua rete televisiva, pizzino che Ciancimino Junior aveva attribuito erroneamente, o falsamente, a suo padre.
Nonostante tutto questo egli, prima diffidandolo, indi sottoponendogli una domanda perentoria e pretendendo una risposta perentoria, pare suggestionare il testimone ipotizzando, in pochi secondi, che quel pizzino potesse riguardare “una richiesta”, atta a condizionare Berlusconi ("purchè"), promossa da don Vito “per conto di Provenzano.
 
E dico “suggestionare”, perché di fatto, egli pone al testimone una domanda che contiene già la risposta, aspettandosi semplicemente una conferma. E la conferma naturalmente arriva, immediatamente, ed è una conferma che Ingroia si aspettava:
 
INGROIA: “… per conto di PROVENZANO. E questo lei lo sa… Ha fatto un cenno col capo affermativo, ma per la registrazione bisogna dire di sì, ANCHE PERCHÉ le faccio notare un’altra cosa che a lei non sarà sfuggito perché è abbastanza intelligente per essersene reso conto e forse lo sapeva già, che benché la grafia sembra, io non faccio diciamo il perito grafico, ma insomma si nota…“

 
… si nota che non è la grafia di don Vito. Benissimo. E quindi?
 
Anche perché” che cosa? In base a quale logica la circostanza che quel pizzino NON risultava scritto da don Vito, sarebbe dimostrativa del fatto che si trattava di una richiesta di don Vito a Berlusconi fatta per conto di Provenzano?
A Ingroia pare logico e naturale, a noi assolutamente no; anzi, intravediamo qualcosa di assurdo e grottesco, come in una pièce di Jonesco.
E a questo punto, Massimo Ciancimino chiede pausa. Bevutina, 5 minuti per una pisciatina, 5 minuti di colloquio a tu per tu con il suo avvocato, e al suo ritorno al tavolo dell'interrogatorio, è pronto a dare conferma a quella versione dei fatti un tantino, diciamo, creativa, che riesce così gradita al dr. Ingroia.
 
DI MATTEO: … Allora signor CIANCIMINO, intanto ci dica definitivamente e
chiaramente, la grafia del manoscritto che le abbiamo mostrato è quella di
suo padre?
CIANCIMINO: No…
DI MATTEO: No.
CIANCIMINO: … escludo che sia quella di mio padre.
DI MATTEO: Ci dica chiaramente anche quello che poc’anzi…
CIANCIMINO: Non è neanche la mia, ve lo… prima che mi fate la domanda ve
lo dico se volete…
DI MATTEO: … ci dica chiaramente se lo sa, quello che già poc’anzi ha accennato
nell’ultima parte dell’interrogatorio prima della pausa, questo documento
è stato predisposto…
CIANCIMINO: Io non so da chi è stato scritto, so che a mio padre è stato
consegnato dal LO VERDE.
DI MATTEO: È stato consegnato da suo padre, a suo padre da LO VERDE…
CIANCIMINO: Esatto.
DI MATTEO: … alias PROVENZANO?
CIANCIMINO: Sì, alias Bernardo PROVENZANO e che lo stesso era indirizzato…
INGROIA: Aspetti, aspetti un attimo… e che lo stesso era indirizzato…?
CIANCIMINO: All’Onorevole, al dottore Marcello DELL’UTRI e so che
sicuramente… la situazione che riguardava, qui mi riservo comunque di leggere
anche le carte, riguardava… so che mio padre aveva chiesto un attimo, si era…
faceva un po’ da moderatore non da passacarte, voleva un attimo, come al
solito, cercare di sedare un po’ di animi e cercare di moderare la situazione.
(…)
INGROIA: Quindi lei ha detto poc’anzi che suo padre ha fatto da moderatore
di questa iniziativa perché evidentemente era un’iniziativa dal contenuto
minaccioso evidentemente.
CIANCIMINO: Sì.
INGROIA: Contenuto minaccioso che aveva destinatario ultimo, come si
evince dalla parte del documento che noi abbiamo, l’Onorevole BERLUSCONI
e aveva come tramite l’Onorevole DELL’UTRI e quindi…
CIANCIMINO: Sì, per un cambio di atteggiamento che avevano avuto loro in
merito a certe situazioni…
 
Insomma, mi pare che alla fine non si possa negare che sino a qui, più che un rendiconto dei fatti scaturito dalla diretta conoscenza del testimone, a verbale è stata posta una mera serie di passive conferme (esatto…, sì…, sì…, sì…) del testimone ad una catena di passaggi, con i quali i magistrati hanno ipotizzato una ricostruzione piuttosto suggestiva dei fatti.
 
Ma una volta assecondati i PM anche se un poco a denti stretti, sulla visione generale degli eventi, Ciancimino Junior ha buon gioco a vestire i panni del Fratel coniglietto terrorizzato dal campo di pruni:
Cercavo di auto-proteggermi”, essendo “preoccupato perché, preoccupato perché
giustamente preoccupato, giustamente preoccupato…
Voglio che sia proprio detto che io ho… se dobbiamo parlare di questo argomento io
ho tanta paura.”
È un discorso… l’ho scritto, è un discorso che è cento volte più grande di me.”
Ho paura” e "Ribadisco che ho un terrore folle e vorrei non affrontare più l'argomento…"
 
E ancora oggi ci ricorda, nel suo libro (Don Vito): “Non avevo proprio voglia …
di andarmi a cacciare nel tritacarne delle vicende di dell’Utri e Berlusconi[1].
 
E naturalmente, più lui dice di aver paura ad affrontare argomenti più grandi di lui e quindi di non volerne parlare, più i magistrati pretendono che parli proprio di questi argomenti, e più afferma di aver tardato nel raccontare un fatto inverosimile a causa della fifa, più ai magistrati quel fatto pare verosimile, e sono pronti a perdonargli i cambi di versione, ed i precedenti strafalcioni.
Ed è per questa ragione, evidentemente, che se oggi gli stessi pubblici ministeri, di fronte ad alcuni paurosi cedimenti del costrutto logico messo su dal testimone dichiarazione dopo dichiarazione, tentano di chiarire le incongruenze o le reticenze (poiché ad esempio, l’aver fatto attendere i magistrati, per 7 mesi, prima di produrre la lettera n.2, è di fatto una forma di reticenza) con lo stesso teste pretendendo da questi precisazioni che egli non può fornire, se non smentendo se stesso, o comunque non vuole fornire, essi si sentono rispondere, nell’aula di un tribunale: “ma vedete… siete voi che per la prima volta mi mostrate
qualcosa con scritto il nome di Berlusconi… non avevo mai parlato io di questo, non ne volevo parlare… (…)… è stato non un piacevole interrogatorio… è stato abbastanza contradditorio… ribadisco anche la mia riserva che ho espresso anche negli ultimi interrogatori che abbiamo… nel momento in cui dovevo fare questo tipo di affermazioni pubbliche mi sarei riservato di valutarne l’opportunità. Vista la natura degli argomenti trattati.”.
 
Come dire: in questo ginepraio, in questo campo di pruni, mi ci avete portato voi. Le mie contraddizioni sino ad oggi saranno state anche parecchie, ma a voi è sempre andata bene così. Ora è tardi per le pignolerie.
E non gli si può dare certo tutti i torti.
Lui una versione verosimile, probabilmente vera, l'aveva data, e subito.
Ma qualcuno non ha voluto prenderla neppure in considerazione, ed ha messo mano al timone, virando di bordo verso Berlusconiland. E lui gli è andato appresso.
 
Se ora qualcosa non funziona, non è mica un problema soltanto suo, no davvero, pare volerci dire il testimone.
Lui poi, quella verità, l’aveva di nuovo ricordata l’8 febbraio 2010, al processo Mori:
 
INGROIA: L’ultima frase: “sono convinto che questo evento on. Berlusconi
vorrà mettere a disposizioni [sic] una delle sue reti televisive.”
CIANCIMINO: Sì, ho fatto la domanda specifica a mio padre, in quanto
pensavo di collegare la stessa a quella che era stata sempre avanzata da mio
padre come richiesta primaria, in quello che doveva essere un’eventuale sua
audizione all’i… innanzi alla commissione antimafia, in quanto lo stesso mio
padre, nonostante essendo stato l’unico di fatto politico, almeno allora,
condannato per mafia, e nonostante lo stesso mio padre, ogni commissione
antimafia che veniva insediata aveva avanzato direttamente richiesta di essere
ascoltato, io consideravo che la messa a disposizione della televisione, era
da collegarsi a questo tipo di situazione
 
Ma poi ritorna nei ranghi:
 
… Ebbe mio padre invece a spiegarsi che, appunto, non era collegata al fatto
che la televisione doveva essere messa a disposizione durante la sua audizione,
ma era qualcosa di più ampio. Lui aveva usato questa frase, riferibile a quella
che era stata appunto l’interv…
INGROIA: Lui chi?
CIANCIMINO: Il… il… mio padre, aveva usato, anche il Provenzano sotto
consiglio di mio padre , ha usato quella che era la frase da lui detta anzitempo
quando aveva comprato la sua rete TV, per riportarla ai nostri giorni.
Ovviamente si riferiva non più solo a una televisione, ma si riferiva a tutto
quello che in quel momento il Berlusconi, la sua forza politica, rappresentavano.
Per cui non era solo limitato all’uso di una televisione. Mio padre riportava
per far ricordare quelle che erano le sue parole dette all’intervista di… fatta
a Repubblica. Oggi ovviamente, nel 94, diceva mio padre, nel 94, ovviamente,
questo contributo doveva essere molto più ampio in quanto lo stesso non
era più proprietario solo di una televisione privata, bensì di un gruppo editoriale
ben più ampio, e di una posizione politica di fatto che rappresentava il partito
di maggioranza. Per cui non era… era un messaggio cifrato, non era diretto
che mio padre aveva bisogno di una diretta TV… o di chiunque…
 
Ora, si rifletta bene su questa frase: “io consideravo che la messa a disposizione della televisione, era da collegarsi a questo tipo di situazione.” (e cioè quella di denunciare e dimostrare ai mass-mediache le sue richieste di deporre dinnanzi alla Commissione antimafiae quindi di collaborare erano rimaste per anni lettera morta – nda)
 
Ma come? Ma non lesse lui stesso ad alta voce, in carcere, la lettera dove Provenzano chiedeva a Berlusconi di utilizzare le televisioni, asuo padre che poi la “rielaborò”?
 
Sì che la lesse.
Lo fece dopo averla ritirata da soggetti vicini agli ambienti del Lo Verde, così come l'altra, ed una delle due viaggiava insieme a 500 bigliettoni. Così ci ha raccontato.
 
Ed in quelle due occasioni, tutte e due, il padre diede al figlio "dei fogli suoi scrittida riconsegnare al Lo verde"[2]. Le rielaborazioni.
E dunque, quale attinenza possono avere Bernardo Provenzano e la sua estorsione televisiva a Berlusconi, con l’inettitudine delle persone preposte ad accogliere le istanze di Ciancimino, da quando lui aveva richiesto di essere ascoltato in Commissione antimafia?
 
Come ha stigmatizzato Travaglio, oggi noi "sappiamo anche che cosa voleva la mafia da lui: una televisione". Ma Massimo Ciancimino questo doveva saperlogià allora, quando lesse il pizzino ad alta voce in galera a suo padre che prendevaappunti, e leggendolo "nella sua interezza", con le minacce di morte a PiersilvioBerlusconi, così come sapeva che la lettera che suo padre gli ritornò era solouna "rielaborazione" dove egli "aggiustava" e "perfezionava" i contenuti dellaprecedente, quella dove la mafia voleva una televisione.
 
COME POTEVA dunque, Ciancimino Junior, aver considerato salvo diversa spiegazione che gli diede poi suo padre – che la richiesta di un canale televisivonella lettera “figlia”, soltanto rielaborata da don Vito, fosse da collegarsi “aquesto tipo di situazione”, vale a dire alle mancate audizioni di don Vito incommissione antimafia in veste di collaboratore, quand’era invece a perfettaconoscenza che la “madre” (nata prima della figlia) era stata scritta daProvenzano e che pertanto, come aveva potuto leggere egli stesso ad alta voce
nel carcere di Rebibbia e come oggi rileva l'infallibile Travaglio, era lo stesso Provenzano, cioè la mafia, a volere una televisione, anzichè suo padre quale potenziale collaboratore di giustizia?
 
Questo quesito deve esserselo posto anche il dr. Ingroia, quando domanda:
Lui chi?
 
Ed allo stesso modo, in altro momento dell’udienza:
 
INGROIA: Aspetti un attimo.
CIANCIMINO: Prego!
INGROIA: Ma, andiamo per ordine. Chi è l’autore di questa lettera?
CIANCIMINO: Prego?
INGROIA: L’autore della lettera chi è?
CIANCIMINO: L’autore della lettera, mi arriva da ambienti vicini al Lo Verde… ora io
non so, realmente, chi l’ha scritta.
INGROIA: No, siccome lei dice: “fu un’idea di mio padre”, volevo capire qual era la
connessione tra l’autore della lettera e questa stessa considerazione che sta facendo
lei…
[1] Dal verbale d'interrogatorio di M.Ciancimino del 01/07/2009 della Procura di Palermo – si veda da pag. 121
 
Come sarà già arrivato a percepire chi ha saputo seguire il mio sottile ragionamento, la lettera “madre” di Provenzano e le ragioni stesse della sua esistenza così come le ha esposte Massimo Ciancimino, cozzano frontalmente con la logica. E con la sua stessa logica, per giunta, quando considerava che la messa a disposizione della televisione, era da collegarsi a questo tipo di situazione (cioè al desiderio di don Vito di denunciare il rifiuto opposto alla sua volontà di parlare e collaborare).
Più volte il testimone ha cercato di arrampicarsi sui vetri cercando di convincere noi, ma soprattutto i magistrati, che il pensiero espresso nella lettera n.2, era in realtà il pensiero di Bernardo Provenzano già espresso, pur a seguito dei suggerimenti dati in tempi pregressi dallo stesso don Vito in veste di consigliori, nella lettera n.1, soltanto rielaborato.
Ma un castello di carte al confronto è cemento armato: è una storia che non regge. Ciò che si vede benissimo, è che il pensiero della lettera di don Vito appartiene solo a don Vito, e a nessun altro. Tanto meno al boss Bernardo Provenzano, con cui i rimpianti e la rabbia di don Vito per l’inettitudine di chi non ha voluto udirlo in veste di collaboratore, non c’entrano evidentemente nulla.
Ma adesso, che si fa?
È stato forse Massimo Ciancimino a far sì che Repubblica, il 3 luglio 2009, poche ore dopo le sue dichiarazioni, titolasse: “Cosa Nostra minacciò Berlusconi: Ci metta a disposizione una tv[3]?
È stato forse lui a far sì che sempre Repubblica, nonostante il verbale della sua testimonianza fosse stato secretato, scrivesse: “Cosa nostra voleva a sua «disposizione» una delle reti televisive di Mediaset. La singolare richiesta emerge da una mezza lettera il cui mittente sarebbe Totò Riina, sequestrata nel 2005 nel garage di Massimo Ciancimino“?[1] (Già, una bella sciocchezza, quella di Riina “mittente”).
Ed il quotidiano poi continua: “Da indiscrezioni si è comunque appreso che Ciancimino avrebbe riconosciuto la lettera che, attraverso Bernardo Provenzano, sarebbe stata inviata da Totò Riina [! – nda] a Vito Ciancimino. Non è noto se sia stata mai spedita o ricevuta da Silvio Berlusconi che, prima di entrare in politica, avrebbe ricevuto minacce di morte tanto da assumere come «stalliere», su segnalazione di Marcello Dell'Utri, il defunto boss Vittorio Mangano.”
E figuriamoci se poteva mancare Mangano.
 
E l’11 luglio 2010, a firma di Alessandra Ziniti, col già citato articolo “Dell'Utri doveva consegnare le lettere della mafia a Berlusconi”, il quotidiano torna alla carica:
 
 
Dal gran calderone dell'inchiesta sul tesoro di don Vito Ciancimino, a distanza di quattro anni, vengono fuori ben tre lettere che, negli anni a cavallo delle stragi, fra il 91 e il 94, l'allora capo di Cosa nostra Bernardo Provenzano avrebbe indirizzato a Silvio Berlusconi, alla vigilia e subito dopo la sua discesa in politica. Grandi mediatori della trattativa Vito Ciancimino e Marcello Dell'Utri. Questa almeno la verità di Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco, da qualche mese diventato collaboratore di giustizia […] «Una cosa cento volte più grande di me», ha fatto mettere a verbale ora Ciancimino jr, ai pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo ai quali ha ribadito che quel "pizzino"
strappato ritrovato adesso era in realtà una lettera di due pagine.”
 
E poi c'è nientedimeno che Marco Travaglio, caspita, che ha già preso atto che la mafia voleva una televisione da Berlusconi, e che quindi si domanda "come mai la Procura di Grasso, quando interrogò Ciancimino junior per giorni e giorni, non gli pose neppure una domanda su quella lettera autografa di Riina [sic, bella minchiata - nda] diretta a Berlusconi?[4]"
Beh, insomma, quando certi soloni hanno già dato fiato a certe trombe, dopo chi glielo va a spiegare ai lettori, nel caso quella di Ciancimino Junior, quella “cosa cento volte più grande” di lui, fosse invece una patacca?
Chi avrebbe il coraggio, se tutta questa faccenda delle lettere della mafia a Berlusconi fosse una sola stratosferica, di spiegarglielo a Salvatore Borsellino, ora che lui ha scritto sul suo sito web 19 luglio 1992: «Perchè non dovrei sedermi accanto a Massimo Ciancimino?… a me interessa quello che sta dicendo perchè può essere utile per l'accertamento della verità»… «Quando lo dicevo io che mio fratello venne ucciso per la trattativa tra lo Stato e Cosa nostra, mi prendevano tutti per pazzo, adesso finalmente c'è anche un'altra persona che lo dice e che potrebbe arrivare in
questo in modo alla verità»[5]?
E a Benny Calasanzio, che utilizzò Ciancimino come supporter della sua campagna elettorale? A Giorgio Bongiovanni, l’ufologo-mafiologo di Antimafia 2000 che ospita un alieno luminoso dentro di sé, e che scrisse: “Le sue [di Ciancimino – nda] dichiarazioni vengono sottovalutate, invece sono importantissime. I magistrati che lo stanno interrogando sono l’eredità di Falcone e Borsellino ma c’è una stampa che sta remando contro questa collaborazione, perché un potere non vuole che Ciancimino parli[6], tutti costoro insomma, ove la lettera a Dell’Utri di Provenzano fosse il parto della fantasia di un bufalaro, chi avrebbe il coraggio
di metterli al corrente?
Un bel dilemma.
Ma il nostro testimone, pare tranquillo: Oh, ragazzi, nel ginepraio, nel campo di pruni, forse la verità scricchiola, ma guardate che mica l'ho voluto io, di entrarci in questa maniera…

 
[1] Questo dice e scrive oggi. Invece il 9 luglio 2008, durante un interrogatorio, sempre in procura a Palermo, quando Ingroia, a proposito dello "scavalcamento" di don Vito nella trattativa, gli domandò: "Non fece mai ipotesi su chi potesse essere stato a scavalcarlo?", egli rispose con un netto: "Mi disse il nome di DELL'UTRI.". Ciancimino quindi non ha voglia di andarsi a cacciare nel tritacarne delle vicende di Dell'Utri, salvo tranquillamente, in altra occasione, additarlo niente niente come il sostituto di suo padre nella trattativa fra mafia e Stato, un "cavallo vincente", "che poteva essere l'unico che poteva gestire una situazione simile".
 [2] Dal verbale d'interrogatorio di M.Ciancimino del 01/07/2009 della Procura di Palermo
 [3] "Cosa Nostra minacciò Berlusconi: Ci metta a disposizione una tv" di F. Viviano – Repubblica – 3 luglio 2009
[4] "Amnesy International" di Marco Travaglio – l'Antefatto – 3 luglio 2009
[5] "Salvatore Borsellino: ''Ciancimino può aiutare per l'accertamento della verità''" ADNKRONOS – 20 maggio 2010
[6] "I Servizi non sono affatto ”deviati”, servono logiche di potere occulto ed economico''" Antimafia2000 – 30 aprile 2010