Ecco la sentenza della condanna in appello di Marco Travaglio

Ecco  la sentenza-lumaca della corte d’appello con cui Marco Travaglio e’ stato condannato per diffamazione a mezzo stampa, causa utilizzo del bianchetto

travaglio ridolini

I fatti sono noti, ma anche per chi già li conosce, vale la pena farne una sìntesi.

In un suo articolo dell’ottobre 2002, Marco Travaglio ha estrapolato una frase da un verbale d’interrogatorio del teste colonnello RICCIO, dove si diceva che nello studio dell’Avv.  Taormina, mentre si perpetrava un grave reato – un tentativo di subornazione – era presente anche Cesare Previti;  ha preso le forbicine ed ha tagliato la parte della frase dove il teste precisava che Previti era però presente in altro contesto, e non mentre si perpetrava quel reato, pubblicando invece solo la parte ghiotta.

Nella testimonianza originale dunque il teste Riccio affermava che nello studio di Taormina si stava commettendo una subornazione per favorire l’on. Dell’Utri, che Previti era presente nello studio, ma non nel momento e nella stanza in cui si perpetrava il reato. Tagliata la parte finale, Travaglio ha riportato soltanto un virgolettato dove si leggeva che Previti era presente nello studio di Taormina “in quell’occasione” .

Il risultato è stato che per i lettori di Travaglio Previti era lì presente, proprio lì, mentre si tentava di subornare un teste inducendolo a dire il falso. Un grave reato.

Quindi la diffamazione è solare, il problema era semmai soltanto valutare se Travaglio l’avesse commessa con dolo, cioè se l’avesse fatto a bella posta ed in coscienza, oppure, come lui ha sostenuto, non l’avesse fatto apposta, sforbiciando la frasetta “per evitare ridondanze”,  senza rendersi conto di  quel che stava combinando.

Dunque Previti propone querela per diffamazione, ma questo complicatissimo fascicolo rigonfio di quelle due paginette, l’articolo di Travaglio ed il verbale di Riccio, viene esaminato a fondo per un bel lustro dalla Procura di Roma prima di essere proposto al dibattimento, dove il giudice berlinese Roberta Di Gioia invece è velocissimo a bacchettare, il 15 ottobre 2008, il callido giornalista con una condanna esemplare: ben otto mesi di reclusione carceraria.

E nelle sue motivazioni, impartisce una lezione morale a Travaglio ed al suo modo “furbo” di usare il virgolettato, spiegandogli che:

il diritto di cronaca giornalistica, che rientra tra i diritti pubblici soggettivi inerenti  alla libertà di pensiero e di stampa riconosciuti dall’art. 21 della Costituzione, può essere esercitato anche quando ne derivi una lesione dell’altrui reputazione, a condizione che la notizia pubblicata sia vera, (…) nel caso di specie non risulta rispettato il fondamentale limite della scriminante, vale a dire la veridicità della notizia.  (…) risulta infatti che la notizia, come riportata,  non risponde a verità”.

E ancora : “e’ evidente  che l’omissione del contenuto integrale della frase di Riccio, riportata solo parzialmente nell’articolo redatto da Travaglio ne ha stravolto il significato.”

E  pertanto “ Travaglio ha fornito una distorta rappresentazione del fatto riferito dalla fonte le cui dichiarazioni lette integralmente modificano in maniera radicale il tenore della frase che nell’articolo è stata AGGANCIATA AD ARTE IN MANIERA PARZIALE subito dopo la descrizione del nebuloso contesto di intrecci relativi ad affari illegali, al precipuo scopo di insinuare sospetti sull’effettivo ruolo svolto da Previti”.

E inoltre: “le modalità di confezionamento dell’articolo risultano peraltro singolarmente sintomatiche    della sussistenza in capo all’autore di una precisa consapevolezza dell’attitudine offensiva della condotta e  della sua concreta idoneità lesiva della reputazione di Previti

Ed infine: “La circostanza relativa alla presenza dell’onorevole Previti in un contesto di affari illeciti e di pressioni indebite è stata inserita nel corpo dell’articolo mediante un accostamento indubbiamente insinuante con l’effetto di gettare una pesante ombra sul ruolo avuto da Previti in quella specifica situazione e con chiara allusione ad un suo coinvolgimento nella vicenda, acquisendo perciò una evidente connotazione diffamatoria”.

Naturalmente a Travaglio la sentenza non piace, e quindi ricorre in appello, augurandosi “che sei occhi vedano meglio di due”.

Nel gennaio 2010 giunge la notizia della sentenza della Corte d’Appello proprio nel bel mezzo di una discussione in punta di fioretto fra Travaglio ed il sottoscritto, sul suo blog.

E così Marco mi scrisse:

Purtroppo per il mio occhiuto censore, (sta parlando di me – ndr)  …  la sentenza di primo grado della giudice Roberta Di Gioia, quella in cui venivo condannato a 8 mesi di carcere più un paio di multe e ammende per avere nientemeno che diffamato Previti in un articolo del 2001 sull’Espresso, è stata appena DEVASTATA dalla Corte d’appello, che elimina la pena detentiva e lascia una multina di 1000 euro. Ora aspetto la motivazione e mi auguro che venga scritta da un giudice che abbia la più pallida idea di che cos’è un articolo di giornale: penso sia utile parlarne qui, visto che chi mette in dubbio la mia buona fede non ha mai fatto il giornalista in vita sua e non ha la più pallida idea di che cosa significhi fare il giornalista.

E poiché Travaglio in quella ed in altre sedi andava dunque annunciando gioioso la DEVASTAZIONE o persino l’ANNULLAMENTO della sentenza di condanna di primo grado da parte della Corte d’Appello, il sottoscritto si prese licenza  di fargli notare che nella realtà, a legger bene l’italiano, egli era stato condannato anche in secondo grado.

Semplicemente gli era stata concessa, per attenuanti generiche, una riduzione della pena da una di quelle Corti D’Appello cui lo stesso Travaglio amava affibbiare, giustappunto, il nomignolo di “scontifìci”.

La replica di Marco fu immediata: “Quando parlo di Corti d’appello come “scontifici” mi riferisco a quando mantengono inalterato l’impianto accusatorio e limano qualche giorno sui mesi o qualche mese sugli anni inflitti in primo grado. Quando invece STRAVOLGONO le condanne di primo grado, fanno altro: le RIFORMANO, LE RIVEDONO, LE SMENTISCONO. Vedremo se è così anche nel caso mio: ho scritto che, diversamente da qualche trombone che sa tutto in anticipo, aspetto la motivazione.”

Ed ecco dunque, finalmente,  la motivazione. Non è lunga, anzi, è un paio di paginette, tuttavia il giudice ha impiegato un anno esatto a depositarla (dall’8 gennaio 2010 al 4 gennaio 2011) anziché “giorni 60” come aveva annunciato, così nel frattempo il reato è prescritto e Travaglio avrà buon gioco ad utilizzarla con suo comodo, questa prescrizione, mantenendo così immacolato quel foglietto che ogni tanto ama sventolare davanti alle telecamere, vale a dire il suo Casellario Giudiziale.

Ma stavamo dunque dicendo: il giudice del ricorso non ha scritto una motivazione molto lunga (anzi, due paginette, una sessantina di righe dattiloscritte), è stato lento come una lumaca (6-7 righe per ogni mese solare), ma non ha annullato, devastato, stravolto, riformato,   smentito, un bel niente, salvo fungere, come volevasi dimostrare, da  scontificio.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

Salvo quanto si dirà in ordine alla pena, la sentenza impugnata deve essere confermata nel merito, in quanto ottimamente motivata, con piena aderenza alle risultanze processuali, in punto di fatto accuratamente esposte in narrativa, con giuste e corrette considerazioni in diritto; il tutto da intendersi qui riportato, senza inutili ripetizioni, come parte integrante della presente motivazione, essendo la decisione di merito frutto della sommatoria delle sentenze di primo e secondo grado.

      E’ appena il caso di ribadire la portata diffamatoria nei confronti dell’on. PREVITI del pezzo del giornalista TRAVAGLIO: il darlo “presente” nello studio Taormina nel momento in cui si discuteva di un così grave reato come la subornazione di testimone, ed il darlo presente in modo che facilmente si potesse intendere che egli partecipava al colloquio – questo è indubbiamente il significato immediato ed istintivo che il lettore ne ricava – comporta inevitabilmente quanto meno insinuare che l’on. PREVITI fosse consapevole e colluso con quanto stava accadendo.

      Sarà anche vero che la precisazione “il PREVITI  era però convenuto per altri motivi legati alla comune attività politica con il TAORMINA e non era presente al momento dei discorsi inerenti la posizione giudiziaria del DELL’UTRI” sarebbe stata eccessiva e ridondante nell’economia del pezzo; ma è anche vero che bastava omettere la frase “in quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. TAORMINA era presente anche l’onorevole  PREVITI”,  per evitare qualunque diffamazione, senza togliere alcunché alla notizia che il TRAVAGLIO intendeva dare, ed alla sua gravità.

      E’ infatti da rilevare che l’importanza e la portata dell’articolo di TRAVAGLIO verteva tutta sulle dichiarazioni del colonnello RICCIO, sul patto scellerato tra Cosa Nostra e Forza Italia, e sulla necessità di tenerne fuori l’on. DELL’UTRI, imputato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa; dunque era importante riferire della subornazione e …(illeggibile)…  della presenza e della condotta dell’on. DELL’UTRI; non c’era invece alcun bisogno di menzionare anche l’on. PREVITI, per poi doverosamente precisare – ove il giornalista avesse agito correttamente – che egli non era presente al colloquio.

      Proprio l’averlo inutilmente nominato, e l’aver totalmente omesso la specifica precisazione circa l’assenza fatta dal teste, è prova del dolo da parte del TRAVAGLIO.

      Va dunque confermata l’affermazione di responsabilità di entrambi gli imputati, risultando evidente l’omesso controllo da parte della HAMAUI, che nella specie era assai facile effettuare; la pena inflitta, tuttavia, appare non solo eccessiva nella misura, ma anche incongrua nella scelta del tipo,  dovendo evidentemente essere riservata l’afflizione carceraria per reati di stampa, pur prevista dalla legge, a casi di estrema gravità e assolutamente eccezionali per modi e contenuto: elementi che non risultano nel caso di specie.
Segue la dichiarazione di condanna, con riduzione della pena a 1.000 euro di multa “ritenuta la prevalenza delle attenuanti generiche già concesse”.

 

GUARDA LA SCANSIONE IN PDF  : 5eee23cd4273ddfdeed6dfb88845a1c3

 

Per entrambi i giudici dunque, Travaglio ha dolosamente agganciato ad arte al suo articolo quella frasetta ritagliata, allo scopo di diffamare Cesare Previti, passando ai suoi lettori,  consapevolmente, un’informazione falsa.

E proprio per questo, se ci è permesso passare al campo delle opinioni, noi stentiamo a comprendere le ragioni del giudice del ricorso, quando concede le attenuanti e la riduzione della pena non riscontrando i necessari “elementi di gravità” nel “caso di specie”.

La diffamazione, in diritto penale italiano, è il delitto previsto dall’art. 595 del Codice Penale secondo cui:

Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1032.

Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2065.

Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore ad euro 516.

Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.

Ora, come si può ben leggere, qui le aggravanti previste dalla legge per una pena maggiore rispetto ad una ridotta sanzione pecuniaria, c’erano tutte, nessuna esclusa: veniva attribuito falsamente e con l’artificio un fatto determinato, e cioè la coesione ad un reato, in capo ad un deputato del parlamento, col mezzo della stampa.

Per pura curiosità intellettuale, vorremmo che qualcuno ci spiegasse quali altri “elementi di gravità” dovrebbero risultare indispensabili per sostenere che un giornalista si è comportato peggio nel suo modo di fare informazione.

Inoltre non si può non rilevare che per scrivere e depositare due concetti piuttosto semplici (vale a dire la sottoscrizione integrale delle motivazioni di primo grado ed una riduzione della pena) in due brevi paginette, si è impiegato più di un anno, cosicchè, volenti o meno, si è giunti dopo quasi 9 anni dalla data del reato alla prescrizione che impedirà alla condanna di divenire definitiva.

Tanta indulgenza lascia perplessi, anche perché è proprio sulla percezione dell’impunità acquisita che nasce e prospera la mala pianta del giornalismo bugiardo e cialtrone.

Non per niente abbiamo visto proprio di recente  Travaglio alzare ancora il tiro e permettersi di affermare tranquillamente, anche in TV in prima serata, cose così gravi quanto  assolutamente false, come, tanto per fare un esempio, quando il 25 novembre scorso ad Annozero ha affermato:“E sarà un caso, ma c’è un pizzino attribuito a Provenzano e rielaborato da Vito ciancimino, in cui si promette APPOGGIO ELETTORALE a Berlusconi, se mette a disposizione una delle sue televisioni,se no Provenzano MINACCIA DI COLPIRE PIERSILVIO, e Vito Ciancimino minaccia di parlare. Dice: uscirei dal mio riserbo.”.

Naturalmente, il pizzino di cui  Sotuttoio Travaglio ha parlato a qualche milione di telespettatori, in realtà non esiste.

Forse esiste qualcosa di simile nei cineracconti che Ciancimino jr. ci ha elargito a corredo di un altro bigliettino che effettivamente esiste, ma dove, ahimè,  non c’è scritto per niente ciò che ha detto Marco Travaglio.

Enrix