Ecco chi è Nicolò Amato, il nuovo sospettato per la "trattativa" fra Stato e Mafia

Ecco chi è Nicolò Amato, il nuovo sospettato per la "trattativa" fra Stato e Mafia

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Tutta la stampa Antimafia è unanime: è un indizio di “trattativa”.
 
Stiamo parlando del suggerimento di interruzione del regime carcerario 41 bis per i detenuti mafiosi, dato nel marzo 1993 dal Direttore generale degli istituti di prevenzione e pena, dr. Nicolò Amato, al Ministro di Giustizia in carica, prof. Conso.
 
Ma sarà proprio così?
 
Noi, per accertarcene, abbiamo provato a scavare nel passato del dr. Amato, per capire bene di che pasta fosse.
 
Chi avrà voglia di approfondire questo argomento scorrendo questo articolo, pur lunghetto, credo che non se ne pentirà.
 
E’ possibile seguire il percorso di vita e le idee, in quel decennio in cui tenne l’incarico di Direttore generale degli istituti di prevenzione e pena, sull’archivio storico di Repubblica, che è aggiornato a partire dal 1984.
 
Ho scelto non a caso l’archivio di Repubblica, perché questo giornale ha seguito particolarmente da vicino e con decine e decine di articoli la carriera di direttore delle carceri del dott. Amato, dando ampio risalto, per non dire vero e proprio supporto,  alle sue attenzioni ed iniziative per una carcerazione umana e civile, e per una regolamentazione efficiente in materia penale, che non tenesse sempre e solo conto delle varie “emergenze”sociali e criminali in cui versava il nostro paese.
 
E quindi proprio da Repubblica, riscontro questa stringata biografìa del magistrato, pubblicata il 1° settembre 1987:
 
-Cinquantaquattro anni (quindi oggi ne ha 77 – ndr), messinese, Nicolò Amato è direttore generale degli istituti di prevenzione e pena dal 19 gennaio 1983. Laureato in giurisprudenza, è stato libero docente di filosofia del diritto all' università di Pisa ed è entrato in magistratura nel ' 58. Dopo molti anni trascorsi alla pretura e alla procura della Repubblica di Roma, Nicolò Amato si è recentemente distinto per aver ricoperto la carica di pubblico ministero in processi che hanno attirato l' attenzione dell' opinione pubblica, come quello contro Alì Agca per l'attentato al papa e il dibattimento in corte d' Assise per il sequestro e l' omicidio Moro. (I dietrologi avranno pane per i loro denti – ndr)In quanto direttore degli istituti di pena Amato si è trovato ad applicare i principi della riforma carceraria del ' 75 e i benefici previsti dalla normativa più recente, che risale alla fine dello scorso anno.In questi giorni è stata criticata la sua decisione di trasferire Tuti nel penitenziario ritenuto aperto dell' Isola d' Elba; il provvedimento era stato preso in base alle relazioni delle autorità carcerarie sulla buona condotta del killer neofascista. (Altro pane per i dietrologi – ndr)
 
Ma vediamo dunque di capire con che tipo di Direttore degli istituti di Pena avevamo a che fare.
 
Alla fine di giugno del 1984, lo troviamo fra i promotori del primo convegno pubblico (a detta di Repubblica)  tenuto in tutta Europa, da un gruppo di trenta detenuti, a Rebibbia, “ideato autonomamente” dagli stessi carcerati,  “e realizzato con l' appoggio delle forze politiche, dell' amministrazione carceraria e della Provincia”.
Tema dell'incontro "misure alternative alla detenzione e ruolo della comunità esterna".
Nel corso del convegno, Nicolò Amato interviene e parla“della necessità di riformare la carcerazione preventiva, di trovare urgentemente ulteriori misure alternative alla detenzione, dell' esigenza di riappropriarsi dello scopo rieducativo del carcere, previsto dalla riforma penitenziaria del ' 75.”
 
Nel luglio 1984, esplode il caso dei “sepolti vivi” alle Nuove di Torino.
 
“ I "sepolti vivi" delle Nuove di Torino saranno trasferiti mentre nel sistema carcerario si sta avviando una strategia di attenuazione delle misure di rigore nate durante l' emergenza. E' questo l' annuncio importante dato ieri a Torino dal direttore generale degli istituti di prevenzione e pena Niccolò Amato giunto in città per visitare la "vergogna" (come è stata definita recentemente dal magistrato di sorveglianza Pietro Fornace)  del reparto sotterraneo del carcere torinese dove sono reclusi, in venti celle, 54 detenuti privi di aria e di luce naturale. Nel corso della mattinata, Amato si è anche recato all' ospedale Molinette, nel cui repartino clinicoè detenuto Giuliano Naria, il presunto brigatista rosso, giunto all' ottavo anno di carcere in attesa di giudizio.Verso mezzogiorno Amato ha incontrato brevemente i giornalisti nell' ufficio del direttore delle Nuove, Giuseppe Suraci.Innanzitutto ha annunciato che il reparto maledetto delle Nuove sarà smantellato. Una parte subito, una parte a breve termine. (…) Sul tema del carcere speciale, Amato  ha annunciato che verranno progressivamente attenuate le misure di rigore (come il cosiddetto articolo 90, quello che sospende gli effetti della riforma carceraria ai terroristi) perchè "l' area della irriducibilità si sta restringendo. Si colgono segnali positivi, a cui bisogna stare attenti, di un grosso processo di revisione. Molte risposte le abbiamo già date con declassificazioni individuali di 200 persone, in un anno, dal regime speciale a quello ordinario. Bisogna costituire e ampliare le aree omogenee tra detenuti che sono spazi importantissimi perchè fanno confluire in un unico luogo dissociati che stando insieme possono maturare ulteriormente la loro dissociazione".
 
Il tema della dissociazione dal terrorismo, sta particolarmente a cuore al Dott. Amato, come leggiamo, sempre su Repubblica, il 31 luglio dell’84:Tra chi si augura al più presto l' intervento del Parlamento c' è Nicolò Amato, direttore generale degli istituti di prevenzione e pena. Dice Amato: "E' urgente che una legge assicuri al problema della dissociazione politica dal terrorismo, una soluzione equilibrata che è divenuta improrogabile".  
 
Ai primi di settembre, Amato torna a far visita al presunto brigatista Narìa, ed i benefici di questo incontro sono immediati e miracolosi:
 
UNA VISITA DI AMATO E NARIA RIPRENDE A MANGIARE
Repubblica — 06 settembre 1984   pagina 4   sezione: POLITICA INTERNA
TORINO – Giuliano Naria che l' altro ieri aveva iniziato uno sciopero della fame, riprenderà a mangiare, bere e farsi curare. Lo ha deciso a conclusione di un colloquio di due ore con il direttore generale degli istituti di pena, Nicolò Amato, che, nel tardo pomeriggio di ieri gli ha fatto visita su incarico del ministro di Grazia e Giustizia, Martinazzoli. "Pur non potendo entrare nel merito della decisione dei giudici di Trani per rispetto alla autonomia della magistratura – ha affermato Amato – gli ho fatto presente alcune considerazioni di carattere generale sul fatto che trovo inaccettabili che i termini di carcerazione preventiva siano eccessivamente lunghi e che la sua vicenda è diventata emblematica di un periodo difficile della giustizia. Per tutto il pomeriggio, e quindi anche durante l' incontro con Amato, è stato nella camera di Naria il deputato di Democrazia proletaria Franco Calamida, il quale ha affermato: "Giuliano ha riflettuto e si è reso conto che non è vero che non c' è più speranza". …
 
Ai primi di novembre del 1984, Amato convince il guarda sigilli Martinazzoli a non prorogare “l’art.90”, una norma restrittiva per i detenuti che coinvolgeva anche mafiosi e camorristi (forse la “trattativa” era già in corso?)
 
FINISCE L' EMERGENZA NELLE CARCERI DA OGGI E' ABROGATO L' ARTICOLO 90
Repubblica — 01 novembre 1984   pagina 13   sezione: CRONACA
ROMA – Da oggi le carceri speciali tornano alla normalità e il regime penitenziario sarà di nuovo uguale per tutti i detenuti. Con l' eccezione di 14 reclusi, responsabili di omicidi commessi in carcere. Il ministro della Giustizia, Mino Martinazzoli, d'accordo con il presidente degli istituti di prevenzione e pena, Nicolò Amato, ha deciso di non prorogare l' articolo 90 (la norma che sospende le garanzie previste dalla riforma penitenziaria del ' 75). La misura riguardava circa 950 detenuti. Il loro numero era cresciuto nelle scorse settimane, dopo gli arresti effettuati tra mafiosi e camorristi.
 
Silvana Mazzocchi, cronista di Repubblica, pare particolarmente soddisfatta:
 
“Dopo oltre quattro anni di accese polemiche, dunque, dall' universo carcerario arriva un segnale importante di uscita dall' emergenza. Già da molti mesi del resto, il mutato atteggiamento dei detenuti, che avevano inaugurato metodi di protesta pacifica e di dialogo costruttivo, avevano convinto l' amministrazione penitenziaria sull' opportunità di dare il via ad una "pacificazione" interna.  …
 
Ai primi di dicembre, il carrozzone della “trattativa” si sposta nella rampante città di Parma, dove si tiene un importante convegno, il cui titolo è tutto un programma: “Liberarsi dal carcere”.
Ospite d’onore, naturalmente, il dott. Amato, il quale, stando a Repubblica, ha parlato a briglia sciolta:
 
“ Amato ha detto che"bisogna depenalizzare, decarcerizzare, umanizzare la pena". Che"liberarsi dal carcere significa fare a meno del carcere quando questo non è necessario"; che il "carcere è una sanzione costosa sia dal punto di vista economico (un detenuto costa allo Stato centomila lire al giorno) sia dal punto di vista umano". Sulle misure alternative alla detenzione, semilibertà, affidamento eccetera Amato ha dato un parere favorevole: "Le misure alternative hanno dato buoni risultati… Bisogna utilizzare gli attuali strumenti ma non fermarsi a questo. Bisogna allargare, sempre però nel limiti della legge". Infine l' appello: "Chiedo a tutti di collaborare perchè nel carcere le cose vadano meglio, il carcere deve diventare una casa di vetro".
 
Ma le idee del dott. Amato, non trovano totale approvazione fra gli addetti ai lavori presenti al convegno:
 
“Qualche piccola contestazione (un giudice di sorveglianza ha interrotto un paio di volte l' intervento del direttore generale beccandosi un irritato "lei chi è?") e lo scarso applauso finale sono stati i sintomi che a molti l' intervento di Amato non è piaciuto. Soprattutto non è piaciuto a coloro che nelle carceri lavorano e che sostengono che il direttore generale ha delle ottime intenzioni ma che poi le cose restano tali e quali o peggiorano.  “
 
Nel   1985, pare che Nicolò  Amato abbia in animo di realizzare una sezione speciale per superpentiti nel carcere di Pistoia. C’è chi insorge immediatamente.
 
IN PARLAMENTO
Repubblica — 02 febbraio 1985   pagina 2   sezione: POLITICA INTERNA
…  I PENTITI NEL CARCERE DI PISTOIA? UNA SEZIONE speciale per superpentiti a Pistoia? E' un' eventualità ventilata da Nicolò Amato, il direttore generale degli istituti di prevenzione e pena. Un' interrogazione parlamentare per accertare la fondatezza della notizia, e finora rimasta senza risposta, porta le firme dei deputati comunisti Capecchi e Violante e dell' indipendente di sinistra Onorato. Il fatto sarebbe discutibile per la stessa collocazione del carcere che si trova nel cuore della città toscana. Attualmente sono soltanto due le prigioni realmente adibite per la custodia dei superpentiti: quella di Paliano, vicino a Frosinone, e quella di Belluno.  
 
Nel febbraio dell’85, ad un convegno in Venezia sulle donne in carcere, il dr. Amato interviene e punta il dito :  “…inadempiente – e in modo grave – è anche il Parlamento, di fronte al quale giacciono ormai da lungo tempo proposte tendenti a facilitare l' adozione di misure alternative alla pena detentiva e ad aumentare le possibilità di lavoro "esterno" per i detenuti. 
 
Nella primavera-estate del 1985, Amato interviene diverse volte sia in radio che sui giornali, lanciando appelli perché nelle carceri prevalgano le regole del diritto anziché quelle dell’emergenza (forse la trattativa era già in corso). Così il 29 marzo 1985, al Gr1:
"Credo … – ha detto ancora Amato – che il superamento dell' emergenza debba essere un punto di non ritorno e credo anche che uno dei meriti di questo nostro paese, della sua magistratura, delle sue forze dell' ordine, di tutta la società, sia quello di essere riuscito a sconfiggere un terrorismo molto aggressivo e molto violento mantendosi entro i limiti, entro i confini dello Stato di diritto".
 
Scrive anche un articolo per Repubblica, l’11 agosto, dal titolo “Non seppelliamo uomini vivi”.
 
Non abbiamo reperito questo articolo, ma lo commenta dopo circa una settimana, sempre su Repubblica, Guido Neppi Modona:
 
“…se non vogliamo bruciare sul nascere il nuovo clima riformatore, a qualche forma di differenziazione si deve necessariamente andare. E' questa la ragione per cui non vi è in realtà contraddizione tra gli slanci riformatori e le necessità di governo espresse dal direttore generale degli istituti di pena. L' importante è che il dibattito su queste prospettive avvenga alla luce del sole e che le forme di differenziazione del regime penitenziario siano disciplinate per legge e non abbandonate all' iniziativa discrezionale, e quindi potenzialmente arbitraria, dell' amministrazione delle carceri. Deve essere una legge, discussa e votata in Parlamento, a stabilire quali categorie di detenuti e per quali reati debbono essere sottoposti a un regime differenziato, a determinare in modo preciso e razionale delimitazioni ai contatti con il mondo esterno e le altre misure di sicurezza, ad indicare le garanzie (competenza dell' autorità giudiziaria, procedimento giurisdizionale, mezzi di ricorso) necessarie perchè il trattamento di maggiore rigore venga adottato solo nei confronti dei detenuti più pericolosi, non si trasformi in forme di ricatto e di intimidazione per l' intera popolazione carceraria e lasci aperta a tutti la possibilità, ove ne divengano meritevoli, di usufruire dei programmi di recupero sociale.”
 
Gli interventi di Amato sui principali quotidiani nazionali, suscitano l’emozione di alcuni detenuti. Due di essi, scrivono a Repubblica il 31 agosto:
 
Vorremmo rispondere al nostro prezioso direttore generale dottor Nicolò Amato; non possiamo farlo direttamente, per questo ci rivolgiamo a Repubblica. Abbiamo usato l' aggettivo prezioso perchè tanto vale il contenuto del suo scritto pubblicato su Repubblica del 2 agosto, soprattutto per noi detenuti in attesa di giudizio, "trattenuti" a scopo preventivo a Regina Coeli. Avremmo potuto addirittura qualificarlo "illuminato ed illuminante", tanta l' emozione, calda e rassicurante che ci ha provocato quella lettura. Chi vi scrive sono due detenuti conosciutisi qui, in carcere, coinvolti in due procedimenti penali diversi e distinti: uno per presunti reati inerenti al terrorimo, e l' altro per presunto "spaccio e detenzione di droga", entrambi chiamati in causa dal solito solitario pentito. Le rispettive perquisizioni domiciliari hanno avuto esito negativo, ma la sola parola del pentito ci ha inchiodati. Ed ora, chi da mesi chi da anni, siamo in attesa che si fissi la data del dibattimento, sicuri di dimostrare la nostra innocenza, certi ormai soltanto dell' orrore delle carceri.Due detenuti di Regina Coeli Roma
 
Le convinzioni garantiste e riformiste di Amato, non sempre incontrano l’approvazione dei lettori. Dopo che il dirigente scrive una accorata “lettera ai detenuti” richiamando l’opinione pubblica alla dignità del carcerato, a Repubblica giungono lettere di questo tenore:
 
"Bisogna tutelare la dignità dei detenuti, ha scritto il dott. Amato, nulla da eccepire, ma bisogna tutelare anche la vita di quelli che fanno il proprio dovere, che sono proposti a custodire i reclusi e che lo fanno nel rispetto delle leggi". quanto afferma in una dichiarazione diffusa oggi, riferendosi alla "lettera ai detenuti" di Nicolò Amato pubblicata da un quotidiano nazionale, la signora Tiziana Cosmai, vedova di Sergio Cosmai, direttore del carcere di Cosenza ucciso il 12 marzo 1985 in un agguato. Lasciando intendere l' ipotesi di un collegamento tra l' uccisione del marito e quella del maresciallo degli agenti di custodia Filippo Salsone avvenuta ieri a Brancaleone, in Calabria, Tiziana Cosmai aggiunge: "la mia tragica esperienza pare sia stata dimenticata da tutti, anche da quello stato per difendere il quale mio marito è stato ammazzato, sto ora rivivendo quei momenti. Mi immedesimo nella moglie di Salsone, sottufficiale che conoscevo poichè aveva lavorato con mio marito, e so che ora sta provando il mio stesso dolore, il mio sgomento". "Amato ha mai scritto una lettera per questi caduti del dovere? – prosegue la signora Cosmai – la lista si allunga sempre più e, intanto, come dice Amato, bisogna chinare la testa, andare avanti, a parole!".
 
A metà del marzo 1986, come ci racconta Guido Passalacqua su Repubblica,  
“Nella platea della palestra del carcere di Bergamo si mischia un pubblico inconsueto: una trentina di terroristi, deputati nazionali e regionali, consiglieri comunali, il sindaco di Bergamo, il presidente della Provincia, magistrati, il direttore generale degli istituti di pena Nicolò Amato, avvocati, giornalisti e una delegazione di detenuti comuni, tra cui c' era anche Terry Broome. Per la prima volta dagli anni di piombo all' interno di un carcere della Repubblica si affrontano in un convegno sugli anni Settanta.” …  Il convegno è stato concluso in serata da Nicolò Amato con un discorso di grande effetto: "Considero il terrorismo politicamente finito, non c' è spazio nella nostra società per dogmatismi. Credo sia giusto riflettere sulle disfunzioni e i malesseri che ci tiriamo dietro da anni e non posso non chiedermi se da parte della società non ci sia stata incomprensione di quanto doveva essere fatto". "Io credo che sia giusto andare avanti su questa strada non per trovare giustificazioni per una violenza assurda, ma perchè credo che sia utile questa riflessione se vogliamo cercar di capire una storia che incontestatabilmente appartiene a tutti noi".
 
E così il dott. Amato, e la sua indulgenza verso il fenomeno del terrorismo, piacciono a Repubblica, la quale continua  a pubblicare articoli del magistrato, quale “Un appello dalle carceri” del 6 agosto 86, o  Un carcere senza chiavi”, del  15 agosto 1986    (non disponibili online, purtroppo).
 
Quando Adriana Faranda e Valerio Morucci alla vigilia di capodanno del 1986 vengono messi in semilibertà su permesso straordinario, Miriam Mafai di Repubblica difende naturalmente questa scelta a fronte di una certa reazione negativa da parte dell’opinione pubblica:  .
“E difficile vivere senza diventare schizoidi in un paese come il nostro, a metà Svezia e a metà terzo mondo. Morucci e la Faranda che passano questi giorni in famiglia appartengono a quel pezzo di paese che è civile, progredito, già Svezia.”
 
E nello stesso articolo, il richiamo conclusivo al faro del riformismo carcerario, Nicolò Amato, è d’obbligo:
 
“L' ergastolo non esiste più: gli ergastolani usciranno in libertà condizionale dopo 26 anni di detenzione, dopo l8 anni potranno ottenere la semilibertà e avere permessi premio dopo dieci anni. Questa conquista di civiltà è stata possibile grazie a una legge del Parlamento, approvata nell' ottobre scorso. Il paese, quando venne chiamato a pronunciarsi, tramite referendum, sull' abolizione dell' ergastolo, rispose di no, a stragrande maggioranza. Il nuovo regime carcerario italiano è probabilmente il più avanzato del mondo. Il concetto di pena come punizione, segregazione totale del colpevole, è definitivamente superato. Si tratta di una conquista straordinaria di civiltà che comporta probabilmente anche qualche rischio.Ma, per dirla con Nicolò Amato, direttore generale degli Istituti di Prevenzione e pena, come uomini il rischio ci appartiene, non ci è dato escluderlo dalla nostra vita e dal nostro destino; l' unico rischio che non possiamo correre è quello di non correre mai rischi.”
 
 Nel febbraio 87, Nicolò Amato, intervistato da Repubblica, è soddisfatto:
 
Nonostante le difficoltà incontrate dalle riforme del ' 75 e dell' 86 ha detto Amato sono stati colti i primi importanti risultati. L' abbassamento della popolazione carceraria è frutto di tre leggi la mini-riforma penitenziaria, l' amnistia e l' indulto e la dissociazione che hanno costituito la cornice che ha permesso di ottenere positivi risultati. E' una linea di tendenza che aiuta a far camminare le nostre idee di riforme, ha continuato il direttore generale. il sovraffollamento dei penitenziari impedisce ad esempio la realizzazione di quel progetto di territorializzazione che deve essere uno dei nostri primi punti di arrivo. A questo proposito, la direzione delle carceri ha organizzato un sondaggio per sapere dove ogni detenuto vuole essere recluso. Il carcere con la possibilità di restare ancorato a familiari e amici aiuta nella rieducazione chi ha sbagliato. “
 
Non dimentichiamo che nel papello è richiesto proprio questo: la vicinanza dei carcerati ai famigliari.
Mancano ancora 5 anni, dalla sua presunta stesura, ma non sarà mica una coincidenza! Forse la “trattativa” era già in corso nel 1987.
 
Intanto il magistrato dà corso ad alcune iniziative “tecniche” per migliorare l’ambiente carcerario: finestre al posto delle bocche di lupo, sistemi antincendio, citofoni nelle celle per le emergenze, sale stampa nei 5 principali istituti carcerari, e “Punti vendita e lavanderie in ogni sezione delle carceri italiane, cucine autogestite dai detenuti e infine un frigorifero in ogni cella. E' il complesso programma messo a punto dalla direzione generale degli istituti di pena. Questo progetto è stato concepito nel massimo rispetto dei principi di legalità e di dignità ha spiegato Nicolò Amato, direttore generale degli istituti di pena italiani, illustrando il programma nella nuova sala stampa del supercarcere delle Vallette.”
 
Tutte queste cose, non si ritroveranno poi sul papello. Nemmeno le cucine autogestite ed  i frigoriferi in cella. Ma ovviamente solo e soltanto perché erano state già concesse.
 
 
Nell’agosto ’87, scoppia la rivolta nel carcere di Porto Azzurro.  A condurla, è il neofascista Mario Tuti, e Amato inizialmente viene criticato per la decisione di trasferire Tuti nel penitenziario ritenuto aperto dell' Isola d' Elba.
La difesa del magistrato, compare puntualmente su Repubblica, in un articolo di Claudio Gerino:
 
Amato ha difeso anche la politica penitenziaria: La riforma carceraria non deve essere sacrificata, ora, a causa di un atto di violenza.  Stiamo realizzando una politica di recupero e riabilitazione come impongono i valori della civiltà. Per quanto riguarda il trasferimento di Tuti nel carcere di Porto Azzurro, Amato ha detto che si basava su ragioni inoppugnabili: Questo Tuti è stato per anni in quelli che l' opinione pubblica aveva chiamato braccetti della morte. Così in base alle relazioni degli esperti, si è deciso di stabilire un periodo di osservazione per il terrorista nero, dopo che, dal 1981 (anno in cui Tuti e Concutelli assassinarono in carcere un neofascista indicato come traditore, Ermanno Buzzi, n.d.r.) non aveva dato più fastidi. Per questo era stato trasferito, alla fine di maggio, nel penitenziario di Porto Azzurro, una assegnazione limitata nel tempo ad una casa mandamentale che rispondeva ai requisiti necessari di sicurezza.”
 
E quando poi la rivolta sarà sedata, con la resa dei rivoltosi, è ancora Gerino a celebrare, il 2 settembre,  l’artefice della “trattativa” con i detenuti, sempre sulle pagine di Repubblica.
 
Nicolò Amato E' l' uomo della vittoria dello Stato. Arrivato nel carcere di Porto Azzurro, ha subito preso in mano le redini della situazione. Non s' è mai, però, sovrapposto all' opera dei giudici. Ha invece svolto il ruolo di grande mediatore fra il potere politico centrale e la realtà di quanto avveniva nel penitenziario. Non è stato esente da ambiguità, glissando continuamente sulle concessioni ai reclusi, sulla sostanza delle trattative. E sembrava, in certi momenti, un muro di gomma. Gli rimbalzavano contro le domande, gli interrogativi, anche le provocazioni. Poi però, è stato colui che ha raccolto quanto altri, pazientemente, avevano seminato: la resa dei rivoltosi. A suo merito, il fatto di aver difeso la linea della trattativa quando le pressioni per un intervento di forza erano ormai arrivate all' estremo limite.”
 
Ed anche Paolo Guzzanti, lo stesso giorno e sullo stesso giornale, riferisce che “ lo stesso direttore generale Nicolò Amato, che ha supervisionato la trattativa in tutte le sue fasi ci ha confermato più tardi: I detenuti sono stati bravissimi e io ho lasciato disposizioni precise sulla necessità di mantenere in vigore la riforma e i trattamenti umani che la riforma ha consentito. “
 
 E dopo un paio di giorni, ecco Silvana Mazzocchi che torna alla carica:
 
Nicolò Amato, presidente degli istituti di pena, è stato uno dei protagonisti dei giorni di Porto Azzurro. La sua valutazione degli avvenimenti è quindi preziosa per ricostruire circostanze e retroscena, ma soprattutto per indicare la prossima linea di tendenza della politica carceraria. La soluzione pacifica è stata favorita da un sistema penitenziario che offre a tutti una speranza, dice Amato ed anche dopo il penoso episodio di Porto Azzurro noi cercheremo di andare avanti comunque sulla via dell' umanità. (…) Perché, in definitiva, la sicurezza non è tanto una caratteristica intrinseca degli istituti di pena, ma dipende essenzialmente dal modo nel quale, in concreto, in ognuno di essi si esercita la sorveglianza e si cura il rispetto della legalità. In particolare impedendo che entrino armi. La rivolta di Porto Azzurro cambierà la vita nelle carceri? Confesso di aver avuto il timore che questa tragica vicenda potesse essere strumentalmente o inconsapevolmente, utilizzata per vanificare gli sforzi che da anni a questa parte stiamo compiendo per realizzare le civilissime riforme penitenziarie approvate dal Parlamento. Andremo avanti Ma noi cercheremo con molta ostinazione e con molta fede di andare avanti su questa strada di umanità e di speranza.” (da:  'CON LA RIFORMA ABBIAMO VINTO' Repubblica — 04 settembre 1987   pagina 9  di SILVANA MAZZOCCHI )
 
Il  10 settembre 1987   poi, Repubblica ribadisce che  “Il direttore generale degli Istituti di prevenzione e pena s' è detto infine convinto che l' Italia abbia un regime penitenziario all' avanguardia nel mondo: Non credo che altrove si sia espresso un numero così alto di convegni, dibattiti, spettacoli, manifestazioni culturali e attività per la risocializzazione dei detenuti.”   
 
A dicembre troviamo il dr. Amato a presiedere, in Milano le
…Giornate internazionali sui problemi della giustizia, organizzate sotto l' auspicio dell' Onu dal Centro nazionale di difesa e prevenzione sociale. Dobbiamo arrivare ha detto Amato ad un sistema che misuri rigidamente l' uso dell' intervento penale e l' uso del carcere secondo i fermi princìpi della necessità. Siamo convinti infatti che non tutte le trasgressioni sociali debbano essere configurate come illeciti penali, ma solo quelle che producono un più elevato danno o allarme sociale. E siamo anche convinti che non tutti i reati, ma solo i più gravi di essi, debbano comportare come sanzione il carcere, essendo questa la pena che costa di più dal punto di vista delle sofferenze umane e anche dal punto di vista economico. Le misure alternative all' esecuzione della pena, che dopo la legge del 1986 vengono applicate sempre più diffusamente, non sono sufficienti secondo Amato. Sono positive, ma rimangono pur sempre nell' ottica della risposta detentiva ha detto ancora Amato Occorrono anche misure diverse dal carcere. Quella del lavoro socialmente utile perché restaura o cerca di restaurare in concreto i legami di solidarietà sociale lacerati dal delitto. Amato nella sua relazione ha ricordato anche la vicenda di Porto Azzurro: Alla sua risoluzione ha contribuito anche, e non poco, la riforma che il paese aveva appena espresso. L' idea cioè di un carcere della speranza che noi abbiamo cercato e stiamo cercando di realizzare. .. (FABRIZIO RAVELLI – repubblica – 1 dicembre 1987)
 
Alla fine di gennaio 1988, l’instancabile magistrato incontra in carcere i vertici delle Brigate Rosse.
 
Il rendiconto è ancora di Repubblica:
 
 “ROMA Renato Curcio e Mario Moretti, dopo il dibattito suscitato tra le forze politiche dalla proposta di pacificazione, hanno ottenuto di incontrare Nicolò Amato. Nulla di preparato: il direttore generale degli istituti di prevenzione e pena stava visitando il reparto G8 del carcere di Rebibbia, dove sono rinchiusi i detenuti della cosiddetta area omogenea, quando gli è stato comunicato che i due leader storici delle Br avevano chiesto di vederlo. Poco dopo si è svolto il colloquio. Un segnale di disponibilità da parte dell' amministrazione penitenziaria, la cui rilevanza può essere fondamentale per lo sviluppo della discussione in corso. Dice Nicolò Amato: La richiesta di dialogo è importante e non deve essere lasciata cadere. Su un argomento così delicato deve essere fatta la massima chiarezza e, soprattutto, è necessaria una buona dose di prudenza e di riflessione.(…)  Adesso, alla vigilia della direzione politica democristiana dedicata alla pacificazione, Curcio e Moretti, seguendo una minuziosa e complessa regìa, hanno chiesto di parlare con Amato. Il direttore delle carceri aveva già espresso più volte, nei giorni scorsi, la sua convinzione che si debba proseguire sulla strada della tolleranza, del dialogo già aperto nell' universo penitenziario attraverso la legge Gozzini (la recente riforma penitenziaria che di fatto ha cancellato l' ergastolo, concesso permessi premio ed effettive riduzioni di pena). Amato porta con sé il coinvolgimento del ministero della Giustizia e rilancia, nei fatti, la discussione tra i protagonisti degli anni di piombo e quel sistema democratico che essi volevano abbattere. ( INCONTRO 'STORICO' AL G8 DI REBIBBIA CURCIO E MORETTI PARLANO CON AMATO – Repubblica — 26 gennaio 1988)
 
Questa disponibilità di Amato al dialogo ed alla tolleranza, anche nei confronti dei detenuti della peggiore risma, suscita l’apprezzamento del cardinale Carlo Maria Martini:
 
 “Sollecitato dal direttore di un piccolo giornale cui collabora un brigatista detenuto a San Vittore, Martini ha mostrato di apprezzare, senza nominarlo, l' operato del direttore delle carceri Nicolò Amato. Non mi riconosco nella discussione sul perdonismo. Penso che la contrapposizione profonda sia tra chi desidera la vendetta, vuole cioè eliminare l' avversario, metterlo a tacere per sempre, e chi auspica la riabilitazione, desidera cioè di riportarlo nel consorzio e alla dignità umana. Qual è lo scopo della pena? La riabilitazione, dice la legge. E allora occorre aiutare qualsiasi tipo di carcerato, e non solo i terroristi, a ricostruirsi come persona: adeguando le strutture, trovando pene alternative alla detenzione, facendo collaborare i condannati al risanamento delle ferite inferte al corpo sociale. Questa è una società mobile, spumeggiante, è può essere difficile navigarci sopra. Penso sia meglio passarci dentro, ma armati della spada a due tagli del discernimento, del pensiero nutrito dalla silenziosa meditazione del Vangelo e quindi capace di operare delle scelte. Questa è una cosa che è possibile fare, perché le persone sono intelligenti.” (AIUTIAMO I CARCERATI E NON SOLO I TERRORISTI' – Repubblica — 26 gennaio 1988   pagina 7)  
 
 A marzo dell’88 Amato pubblica un libro: “Diritto, delitto, carcere”. E naturalmenteMiriam Mafai non perde l’occasione di presentarlo ampiamente su Repubblica, iniziando subito con un bel “distinguo”:
 
INSOMMA nei nostri ministeri lavorano uomini come Di Palma, direttore generale del ministero dei Lavori pubblici, oggi latitante, e uomini come Nicolò Amato, direttore generale degli Istituti di prevenzione e pena. Una contraddizione non da poco che ieri qualcuno ha rilevato maliziosamente, nel corso della affollata assemblea di uomini politici, giornalisti, alti funzionari, che si era riunita per discutere dell' ultimo libro di Amato Diritto, delitto, carcere con il quale si sostiene appunto con ricchezza di argomentazione giuridica e umana passione civile la necessità (non l' utopia) di un carcere comminato solo per pochissimi gravi reati e comunque, anche in questo caso, trasformato e reso più umano e civile. Procedere su due binari L' ipotesi di Amato può essere condotta a concretezza solo a condizione che si proceda contemporaneamente su due binari. Il primo, quello che più direttamente gli compete per le funzioni che attualmente ricopre, è quello che prevede il riconoscimento di una serie di diritti del detenuto, quindi una umanizzazione della pena e un' apertura del carcere alla società e della società al carcere. Ma il secondo binario non è meno importante. Anzi. E' il binario che prevede un cambiamento radicale del nostro sistema penale, con la depenalizzazione di una serie di reati e l' adozione di misure punitive alternative a quella della detenzione. (…) E' ben vero, come spesso si dice, che tutti i giudici dovrebbero sapere cos' è il carcere prima di condannare qualcuno ad entrarvi. Ma non mi sembra lecito pensare che, nel sostenere le ragioni di questa grande riforma penale e penitenziaria, Amato sia mosso solo dalla conoscenza più ravvicinata del carcere che gli deriva dal suo attuale ruolo. C' è invece, nella sua richiesta di abolire il vecchio carcere e d' inventarne uno nuovo basato sulle regole del diritto, una concezione alta della giustizia che, come diceva ieri lo stesso Amato a conclusione del dibattito, sembra madre di due figli, uno legittimo: il processo, e uno illegittimo: il carcere. Del primo già orgogliosa, del secondo si vergogna un po' . Sul primo accende i riflettori, sul secondo fa scendere il silenzio. Ecco Nicolò Amato, prima giudice e pubblico ministero e oggi direttore generale degli Istituti di prevenzione e pena, vuole rompere questo silenzio, accendere i riflettori anche su questa zona buia della società, perché anche il carcere, quando necessario e nei modi in cui sia necessario, appaia a pieno titolo figlio legittimo della giustizia. “IL SOGNO DI NICOLO' AMATO 'CARCERE SOLO PER POCHI E TANTE PENE ALTERNATIVE – Repubblica — 17 marzo 1988)
 
Gli anni successivi, vedono Amato al centro di due furibonde battaglie: quella per l’esclusione dal regime carcerario degli utilizzatori di stupefacenti che non commettono reati, e quella per la restrizione dei permessi di degenza in clinica concessi in modo troppo “leggero” ai mafiosi dai magistrati di sorveglianza.
Questa seconda polemica raggiunse il suo apice quando Madonia, pur già detenuto (ma in clinica), fu incriminato per l’omicidio di Libero Grassi. Ma di questa situazione, stando a quanto scrisse Repubblica, non era certo responsabile Nicolò Amato, anzi.
Già nel marzo 89, come riferito proprio da Attilio Bolzoni, egli affermava:
 
 “Questo problema dei ricoveri dei detenuti dell' Ucciardone e di case circondariali vicine in ospedali esterni, anche per lunghi periodi, l' ho sollevato sin dalla fine del 1983 disponendo una serie di inchieste amministrative e sanitarie che ho sempre inviato alla autorità giudiziaria di Palermo, ha spiegato ieri alla Agenzia Italia Nicolò Amato, il direttore generale degli istituti di prevenzione e pena. Amato, che propone controlli più efficaci sulle certificazioni mediche attraverso la creazione di commissioni ad hoc, aggiunge poi che in due lettere indirizzate all' Alto commissario nel novembre del 1988 e nel febbraio del 1989 denunciavo il diffuso e gravissimo fenomeno chiedendo che si prendessero, secondo le rispettive competenze, tutte le iniziative per stroncarlo.” TUTTI I RECORD DEI MAFIOSI IN CORSIA di ATTILIO BOLZONI – Repubblica — 17 marzo 1989   pagina 17   sezione: LA LOTTA ALLA PIOVRA)
 
E quando poi verrà ucciso Libero Grassi, Silvana Mazzocchi di Repubblica provvede a descrivere l’impeccabile operato del dr. Amato:
 
“A Roma, il direttore delle carceri, Nicolò Amato decide di inviare i suoi ispettori a Palermo. Vuole sapere quanti boss mafiosi sono ricoverati in corsia. E da quando. E' il nono controllo ministeriale dal 1983. Gli ispettori vanno in luglio e tornano con l' elenco aggiornato. Negli ospedali cittadini, di quei detenuti eccellenti ce ne sono nove. E, oltre al solito Madonia, nella lista compaiono anche Pippo Calò e Agostino Badalamenti (ambedue tornati in carcere nei giorni scorsi). Badalamenti, condannato per reati di mafia fino al 2009, risulta ricoverato dal marzo del ' 90. Per "sospetta epatite virale". Il 3 agosto dalla Direzione generale delle carceri parte una nuova richiesta di far trasferire Madonia al carcere di Pisa. Stavolta sembra fatta. Finalmente. Ma per legge è necessario il nullaosta dei medici presso cui il boss è in cura. Il 5 agosto il sanitario di turno della Usl 58 risponde che la "gravità della diagnosi e il continuo ripetersi negli ultimi giorni di emergenze ipertensive e respiratorie, vietano la trasportabilità del paziente con qualsiasi mezzo". E Madonia rimane in clinica. Il 29 agosto viene ucciso Libero Grassi. Il 27 settembre, Nicolò Amato invia l' ennesima circolare alla magistratura di Palermo. Due giorni dopo, Madonia riceve l' ordine di carcerazione per l' omicidio di Libero Grassi. Ieri, infine, la contabilità dei mafiosi ricoverati negli ospedali di Palermo risultava improvvisamente "crollata". Da nove di due mesi fa, ora ne rimangono tre. Madonia è al reparto medicina dell' Ospedale civico, Angelo Siino nella sezione detenuti del nosocomio e Giuseppe Sciurca al Guadagna.”
 
Per quanto concerne invece il carcere per chi fa uso di droghe, il pensiero di Amato è molto chiaro:
 
Niente carcere per chi fuma hascish o fa uso di eroina, se non ha commesso reati. Sì a misure alternative come togliere la patente o sospendere il passaporto. A dirlo è un magistrato che la drammatica situazione delle prigioni italiane la conosce bene: il direttore generale delle carceri Nicolò Amato, che ha partecipato ieri a San Vittore alla cerimonia per festeggiare i cent' anni del corpo degli agenti di custodia. Il carcere non può essere la risposta automatica alla tossicodipendenza, ha sottolineato Amato… ('NON METTETE IN CARCERE CHI E' SOLO CONSUMATORE' Repubblica — 28 settembre 1989)
 
E quando gli alti prelati dichiarano la loro contrarietà al progetto, Amato è pronto a replicare:
 
ROMA – Il progetto di far uscire dal carcere i consumatori di droga non è piaciuto al cardinale Fiorenzo Angelini, "ministro della Sanità" del Vaticano, autorità della Curia romana. I tossicodipendenti restino in galera e le prigioni siano luoghi di rieducazione, aveva detto venerdì scorso l' alto prelato. (…) "Per rieducare, il carcere dovrebbe avere almeno i mezzi", interviene polemico Nicolò Amato, il prefetto che presiede i penitenziari italiani ormai sull' orlo del collasso, "e invece non ce l' ha. E' abbandonato a se stesso. Il sovraffollamento e la grande promiscuità che c' è nelle carceri aggravano di fatto le condizioni di vita dei detenuti e creano enormi difficoltà al fine del recupero dei tossicodipendenti". (' MONSIGNORE, MA CHE VA DICENDO?' – Repubblica — 15 novembre 1992)
 
E quando il Governo vara il decreto n°3 del 13 gennaio 1993, Repubblica è pronta a riconoscere i meriti del magistrato:
 
ROMA – Nicolò Amato, presidente degli Istituti di prevenzione e pena, lo aveva "consigliato" più volte: è meglio depenalizzare il consumo personale di droga ed altri piccoli reati se vogliamo ridimensionare uno dei più drammatici sovraffollamenti carcerari dal dopoguerra. Ha anche denunciato i drammi umani celati dietro le fredde statistiche che i suoi collaboratori sfornano ormai quotidianamente dall' inferno carceri, quei "gironi" che Amato percorre ormai da 13 anni, dopo un passato di giudice. Presidente, questo nuovo decreto dovrebbe soddisfarla. "Infatti il mio giudizio è molto positivo. Ritengo che questo intervento normativo vada nella direzione giusta, cioè verso la depenalizzazione del mero consumo di sostanze stupefacenti". (' ESCONO SOLO IN MILLE E LE CELLE SCOPPIANO' di RAIMONDO BULTRINI –  Repubblica — 13 gennaio 1993  )
 
Nel settembre del 1990 Nicolò Amato pubblica un nuovo libro, dal titolo “Oltre le sbarre”, e Miriam Mafai torna, su Repubblica, in un’ammirata recensione il cui titolo ci richiama alla grande letteratura:
 
LE SUE PRIGIONI
Repubblica — 29 settembre 1990   pagina 16   sezione: MERCURIO – SCAFFALE
Nicolò Amato, direttore degli Istituti di Prevenzione e pena, come dire il grande regolatore della vita dei carceri italiani, è un ben singolare personaggio. L' ho conosciuto, molti anni fa, durante un Convegno che si svolgeva nel carcere femminile della Giudecca, primo esempio di quel rapporto tra il dentro e il fuori del carcere di cui lo stesso Amato si era fatto coraggioso promotore.(…)  Dopo di allora, incuriosita, ho avuto numerose occasioni di incontrarlo e mi sono confermata nella opinione che mi ero fatta allora: Nicolò Amato, grazie al quale abbiamo, in Italia, un sistema penitenziario che è il più democratico e civile del mondo, è un personaggio affascinante, ma non facilmente classificabile. Difficilmente classificabile è anche questo suo ultimo libro Oltre le sbarre, insieme cronaca di alcune drammatiche vicende carcerarie (dalla rivolta di Alessandria finita nel sangue, a quella di Porto Azzurro finita con la resa degli insorti), storia del difficile rapporto con i detenuti e commossa autobiografia e confessione (io sono soltanto un uomo, uomo fra gli uomini, com' essi fragile e limitato, e dunque mi appartiene la pietà. Così li guardo, gli uomini della rivolta, mentre passano davanti a me. E non mi spiace né m' offende che tengano alta la testa. E ho pietà per loro. Ma per loro ho anche rispetto). Una cronaca dunque e una confessione, ma anche il tentativo di dare una risposta a una serie di domande che tutti ci poniamo: a cosa serve il carcere? E' redimibile il criminale? Perché si diventa delinquenti? E ancora, per stare a domande più vicine e più inquietanti: chi erano gli assassini di Moro? Da quali sentimenti, rabbie, convincimenti erano mossi? E i cosidetti pentiti meritano davvero tanta indulgenza? E infine per giungere a un interrogativo attualissimo: il nostro carcere, con la televisione, le biblioteche, le rappresentazioni teatrali e i permessi premio non è forse troppo indulgente con i criminali? Le risposte di Nicolò Amato sono limpidissime, coraggiose, inequivoche. La sua difesa della riforma carceraria del 1975 e della successiva legge Gozzini è fermissima; altrettanto ferma la sua condanna della cosiddetta politica dell' emergenza, dismisura di sicurezza sociale e sacrificio delle libertà individuali. Molte le sue riserve sull' uso e l' abuso dei pentiti, alle cui parole spesso gli inquirenti attribuiscono valore di verità, tradendo il dovere del dubbio e della verifica. Appassionata la sua difesa di un carcere umano: la sofferenza giusta è la privazione della libertà, una privazione che sia giusta nella sua durata e che lasci spazio alla speranza. Nulla di più, nulla di diverso. Qualsiasi altra sofferenza non è necessaria, è solo una inutile dismisura di patimento e di punizione, mortifica o uccide il desiderio e la possibilità di un riscatto, trasforma la pena giusta in una ingiusta vendetta, offende intollerabilmente la civiltà e l' umanità.Miriam Mafai
 
Pochi mesi prima, aveva suscitato un certo clamore una nuova ardita proposta del nostro magistrato, quella cioè di
 “ rivedere tutte le sentenze emanate per i delitti commessi con finalità di terrorismo ed eliminare le aggravanti previste dalla legge del 6 febbraio 1980. Lo Stato otterrebbe così un duplice effetto: riconquistare il rispetto delle sue regole ordinarie e sanare la sperequazione che si è determinata quando, sulla base di quelle aggravanti, gli stessi reati vennero puniti più duramente se commessi da terroristi piuttosto che da altri autori, mafiosi compresi.”
 
Proposta che incontra subito l’approvazione del comunista Ferdinando Imposimato:
“ E' giusta la proposta del direttore delle carceri Nicolò Amato di rivedere le sentenze degli anni di piombo e cancellare dalle pene l' aggravante della finalità di terrorismo.”
 
Da rilevare che questa proposta di Nicolò Amato si configurava come alternativa a quella dell’indulto, caldeggiata invece, ad esempio, da radicali e demoproletari.
 
Nel novembre del 1990, scoppia la polemica sulla controriforma carceraria.
 
Il prof. Mario Gozzini, autore dell’omonima riforma, è furibondo e stacca il telefono in faccia ai giornalisti che gli chiedono di commentare.
 
 “… A Rebibbia, Fossombrone, Saluzzo, Padova, Prato, Bergamo, Lecce e Brindisi i detenuti stanno già attuando uno sciopero della fame contro la revisione della Gozzini. Una risposta la potrebbe dare il presidente degli istituti di pena Nicolò Amato, che però ieri era in viaggio per Napoli, dove col papa visiterà il carcere di Poggioreale, e non ha rilasciato dichiarazioni. In una recente intervista, Amato si era però detto assolutamente contrario all' esclusione dai benefici di quei detenuti che si sono macchiati di gravi reati. Non si può negare la speranza a nessuno, disse. Aggiungendo: Un provvedimento del genere andrebbe anche contro la Costituzione, oltre a ricreare tensioni all' interno delle carceri.” (GOZZINI: 'SONO SCONVOLTO LA MIA LEGGE E' INNOCENTE' Repubblica — 11 novembre 1990)
 
Il pensiero di Amato dunque è chiaro, come sempre, ed è una fortuna che egli l’abbia pronunciato due anni prima della cosiddetta “trattativa”, così come quello sull’avvicinamento dei carcerati ai famigliari, altrimenti forse oggi varrebbe anch’esso quale indizio di crimine. 
 
In compenso, all’epoca, l’attività di Amato costò al magistrato il perpetrarsi di una serie di minacce da parte del gruppo eversivo “Falange armata”:
 
“… Nella telefonata di Falange armata sono stati anche indicati altri obiettivi per attentati, sempre nell' ambiente penitenziario. Noi rinnoviamo la nostra determinazione è stato detto a colpire gli otto operatori carcerari, quattro direttori e quattro educatori, lacché servi esecutivi pusillanimi delle false profezie di questo signore (Nicolò Amato, ndr). …  (NUOVE MINACCE A 'REPUBBLICA' DALLA 'FALANGE ARMATA'- Repubblica — 09 aprile 1991)  
 
A metà gennaio 1993 avviene l’arresto di Totò Riina, e tocca ad Amato preoccuparsi della sua incolumità fisica:
 
“… Lo stesso direttore generale degli istituti di prevenzione e pena, Nicolò Amato, s' è preoccupato della estrema rigidità del trattamento di sicurezza da riservare all' illustre capomafia, e al primo punto è stata messa appunto l' alimentazione. La soluzione adottata è stata questa: Riina non mangerà le stesse cose degli altri detenuti, ma i suoi pasti e le sue bevande proverranno da una cucina esterna al carcere, strettamente controllata dai carabinieri…” (LE MONDE: ' E ORA STAI ATTENTO AL CAFFE' ' – Repubblica — 19 gennaio 1993 )
 
E giungiamo così al marzo del 93.
Ecco quanto ci riferisce lo scorso 13 novembre 2010 Salvo Palazzolo su Repubblica:
 
Un  "appunto"   perviene “al capo di gabinetto del ministro della Giustizia Giovanni Conso. La firma è dell'allora direttore Nicolò Amato. A leggere l'oggetto, in quei 75 fogli c'è solo routine: "Organizzazione e rapporti di lavoro". E invece, a pagina 59, Amato apre un capitolo cruciale: "Revisione dei decreti ministeriali emanati a partire dal luglio '92, sulla base dell'articolo 41 bis". (…) In quell' appunto c' è un' indicazione precisa al Guardasigilli: «Appare giusto ed opportuno rinunciare ora all' uso di questi decreti». Due sono le strade suggerite: «Lasciarli in vigore fino alla scadenza senza rinnovarli, ovvero revocarli subito in blocco. Mi permetterei di esprimere una preferenza per la seconda soluzione». Amato spiega perché: «L' emanazione dei 41 bis era giustificata dalla necessità di dare alla criminalità mafiosa una risposta. Ma non vi è dubbio che la legge configura il ricorso a questi decreti come uno strumento eccezionale e temporaneo». Dietro queste parole non c' è solo un' iniziativa del Dap. È Amato a scriverlo. «In sede di Comitato nazionale per l' ordine e la sicurezza, nella seduta del 12 febbraio, sono state espresse, particolarmente da parte del capo della polizia, riserve sulla eccessiva durezza di siffatto regime penitenziario. Ed anche recentemente – prosegue il direttore – da parte del ministero dell' Interno sono venute pressanti insistenze per la revoca dei decreti applicati agli istituti di Poggiorealee di Secondigliano». Perché il capo della polizia Parisi e il Viminale allora retto da Mancino esprimevano quelle "riserve"? ….
 
In realtà, qualche ragione dei  suoi auspici, Amato la fornì anche sui giornali dell’epoca:
 
Infatti spiegava a Repubblica:
 
…se un boss può liberamente parlare con un parente senza essere ascoltato, se può scrivere e ricevere lettere che non possono essere controllate, beh allora può mandare e ricevere messaggi di ogni tipo senza che a nessuno sia lecito scandalizzarsi. Si stabilisca dunque per legge che il giudice può ordinare l' ascolto dei colloqui dei detenuti più pericolosi, così come può ordinare la censura sulla corrispondenza".
Il governo ha di recente inasprito le condizioni di carcerazione per i mafiosi. Non è servito?
"E' stata una risposta giusta alle stragi di mafia. Ma per uscire dall' emergenza occorre separare i narcotrafficanti, i mafiosi e i sequestratori di persona dagli altri detenuti, farli sorvegliare da un numero sufficiente di agenti, allontanare i boss dalle loro zone e ridurre la durata dei processi. Ed è anche necessaria una maggiore collaborazione tra amministrazione pentitenziaria, la magistratura e forze dell' ordine. Senza ciò, non possiamo valutare la pericolosità dei detenuti, e le loro compatibilità o incompatibilità. Dico questo perché mi preme un' efficace risposta carceraria contro la mafia. Ma temo gli effetti delle restrizioni alla legge Gozzini sugli altri detenuti".
Perché?
"Ho già detto che ritengo giusto escludere i mafiosi non pentiti dai benefici della riforma. Hanno fatto una scelta lucida, cinica, professionale, valutando rischi e benefici. Ma di fatto da quei benefici sono stati esclusi quasi tutti i detenuti. E non è giusto. Io penso che la riforma penitenziaria, depurata dai suoi eccessi, debba essere risvegliata dal letargo. Perché si tratta di ridare speranza ai detenuti. Se gliela togliamo, dopo essere stato per anni il più avanzato del mondo, il nostro sistema carcerario tornerà ad essere solo il luogo della disperazione e della violenza. E un paese civile non lo può permettere". –  ' ATTENZIONE ALLA BOMBA – CARCERI' di Stefano Marroni –  Repubblica — 14 marzo 1993)
 
“…Quel che preoccupa di più è la lunghezza dei processi di mafia. "Significa – ha spiegato Amato – che bisogna tenere per mesi i boss nelle prigioni delle loro città vanificando lo sforzo di recidere i loro collegamenti con l' ambiente mafioso". E ha proposto: "Siamo nel Duemila perché non prevedere che, salvo casi particolari, gli imputati partecipino ai processi in collegamento televisivo?". Non si sa se questa proposta, già all' esame del ministero della Giustizia con il "caso Riina", farà parte del "pacchetto di iniziative" che il governo approverà nella prossima riunione del consiglio dei ministri. E' certo comunque che sul tavolo dell' esecutivo c' è il problema di tener fermo il giro di vite contro Cosa Nostra avviato dopo le stragi del 1992. Su questo versante non tutto va per il meglio. Secondo dati dell' amministrazione carceraria, i detenuti negli istituti di massima sicurezza, come Asinara, Pianosa, Voghera, erano 1.262 nel febbraio ' 92, il 3,2 per cento della popolazione carceraria. Sono calati in percentuale al 2,8 per cento – 1.395 – al febbraio ' 93 nonostante la più severa normativa varata nell' estate scorsa. Per questo motivo – per conoscere i problemi e accogliere suggerimenti – che la commissione parlamentare antimafia ascolterà nei primi giorni d' aprile Nicolò Amato. Il direttore degli istituti di pena ribadirà, con ogni probabilità, quanto ha sempre detto in difesa della legge Gozzini, che potrebbe essere una buona soluzione per abbattere il numero dei detenuti. "Ritengo giusto escludere i mafiosi non pentiti dai benefici della riforma – ha sostenuto Nicolò Amato – Ma di fatto da quei benefici sono stati esclusi tutti i detenuti. Io penso che la riforma carceraria, depurata dai suoi eccessi, debba essere risvegliata dal letargo. Perché si tratta di ridare speranza ai detenuti. Se gliela togliamo, dopo essere stato per anni il più avanzato nel mondo, il nostro sistema carcerario tornerà ad essere il luogo della disperazione e della violenza. E un Paese civile non può permetterlo". – (ECCO L' INFERNO DELLE CARCERI ITALIANE di GIUSEPPE D' AVANZO - Repubblica — 20 marzo 1993)
 
Affermazioni dettate da sincere convinzioni, o prove generali di “trattativa”?
 
Il gabinetto mediatico-giudiziario, oggi pare non avere dubbi: si tratta della seconda.
 
Noi invece, comuni mortali, e che non apparteniamo alcun gabinetto, dopo aver letto un po’ di più del passato di questo magistrato, ci permettiamo di dubitare.
 
Anche perché, tanto per rendere i sospetti ancora più incongruenti, a rimuovere, a poche settimane da quelle dichiarazioni, l’attivissimo funzionario dal posto che occupava da circa 10 anni, fu proprio Nicola Mancino, Ministro dell’interno dell’epoca, e non fu un licenziamento affatto sereno. (…Licenziato dopo dieci anni senza un "grazie", amareggiato nonostante l' innegabile promozione, Nicolò Amato non ha ingoiato il suo siluramento. Soprattutto non manda giù le voci che sono circolate poche ore dopo la sua sostituzione al vertice delle carceri italiane. Compresa quella secondo la quale la sua gestione ipergarantista dei penitenziari avrebbe permesso ai boss detenuti di comunicare con l' esterno a ridosso degli avvenimenti stragistico-mafiosi… –  ' MA IO VOLEVO CARCERI PIU' SEVERE' – Repubblica — 06 giugno 1993 -)
 
Ma insomma? Ma Mancino ed Amato non dovrebbero essere complici, dalla parte dello Stato, nella trattativa?
 
Beh, a questo punto, per concludere la nostra modesta ricostruzione di quel turbinoso decennio di attività del magistrato, ricorriamo ad un articolo, questa volta del Corriere della Sera, dove troviamo alcune sorpresine:
 
 Da: “Sul caso Amato scoppia la rissa”  – Corriere della Sera (6 giugno 1993)
 
“ROMA . Semplice cambio della guardia o siluramento? La sostituzione di Nicolo' Amato con Adalberto Capriotti al vertice della direzione generale degli istituti di prevenzione e pena e' apparsa a molti come un fulmine a ciel sereno. Ma c' e' qualcuno che vede in questa decisione del governo una precisa strategia e fa foschi pronostici sulla reazione dei detenuti. Tiziana Maiolo, vicepresidente della commissione Giustizia della Camera e candidata sindaco alle elezioni di Milano, attacca il ministro dell' Interno Nicola Mancino e quello che definisce "il suo suggeritore" Luciano Violante, presidente della commissione parlamentare Antimafia. " L' estate delle carceri italiane sara' ancora piu' calda . afferma la Maiolo . dopo l' immotivata destituzione del direttore generale Nicolo' Amato. Il Consiglio dei ministri ha allontanato colui che per 10 anni ha sostenuto in ogni sede il valore delle leggi di riforma, contro le tendenze irresponsabili di chi vuole trasformare ogni prigione in carcere speciale". La deputata, eletta nelle liste di Rifondazione Comunista, afferma che la nomina di Adalberto Capriotti e "il licenziamento in tronco" di Nicolo' Amato e' "in linea con la tendenza controriformatrice" delle leggi degli ultimi due anni e rischia "di aprire una stagione di ingiustizie e di violenza di cui non si sente certo il bisogno". "Una decisione che . continua la Maiolo . nel silenzio del ministro di Giustizia Conso pare direttamente assunta dal ministro degli Interni Mancino e dal suo suggeritore Luciano Violante, in nome di una tesi che qualifica le bombe di Roma e Firenze come mafiose per non voler vedere le responsabilita' dei servizi". Analoga posizione viene espressa dai radicali. "Nel silenzio del ministro della Giustizia . ribadisce Sergio D' Elia . e' stato silurato il massimo artefice di quel carcere della speranza che ha significato umanizzazione delle pene, uscita dal terrorismo di centinaia di persone, fine delle rivolte". "E' l' ultimo atto . aggiunge D' Elia . di almeno due anni di attacchi alla legge penitenziaria ad opera dei ministri dell' Interno e della Giustizia che hanno sempre depistato su carcere e detenuti responsabilita' , inefficienze e complicita' nella emergenza mafia che andavano e vanno ricercate altrove. La scelta di Adalberto Capriotti e del vice Giuseppe Falcone ci riporta indietro di quindici anni: essa appare coerente con la tesi di Mancino che la colpa delle stragi di Roma e Firenze sia della mafia e che i mandanti possano essere mafiosi detenuti a Pianosa e all' Asinara. Si tratta . conclude l' esponente radicale . di una scelta all' insegna della continuita' di stragi impunite, depistaggi, ministri dell' Interno sempre dc. E QUESTA SCELTA HA ANCHE UN OBIETTIVO IMMEDIATO: LA PROROGA, CONTRASTATA DA AMATO, DELL' ARTICOLO 41 BIS (LA SOSPENSIONE DI ALCUNI ISTITUTI DI TRATTAMENTO DEI DETENUTI) ALLA SCADENZA DI UN ANNO DALLA SUA ENTRATA IN VIGORE, CON TUTTE LE CONSEGUENZE DI STRATEGIA DELLA TENSIONE E DEL TERRORE DENTRO E FUORI LE CARCERI".
 
 
Et voilà, ecco la dimostrazione che gli organi di stampa di oggi, hanno mentito ancora una volta.
 
L’ostilità di Amato verso il 41bis era tanto frutto di un’idea, quanto ben nota da tempo, altro che segreta e nascosta negli appuntini per il ministro a pag. 59, come ci racconta Palazzolo.
 
E Amato non era solo: con lui, a condividere,  c’erano, ad esempio, i radicali.
 
Anche loro complici della “trattativa” fra stato e mafia,  senza dubbio.