Ecco che cosa ha rivelato esattamente Ciancimino junior…

Ecco che cosa ha rivelato esattamente Ciancimino junior sui pizzini della mafia a Berlusconi

ciancimino E2

Dedicato al popolo delle agende rosse, a Sonia Alfano, a Salvatore Borsellino, a Giorgio Bongiovanni di Antimafia Duemila, a Gioacchino Genchi e a tutti gli altri che come loro amano la verità sui fatti di mafia, un estratto del settimo capitolo del mio libro "Prego, dottore!"  (ammodernato a seguito degli ultimi eventi).

Si tratta del compendio di tutte le testimonianze rese sino ad oggi da Massimo Ciancimino su alcuni dei suoi famosi pizzini, quelli considerati autentici ed attendibili dai nostri magistrati.

In pratica ho riunito tutte le dichiarazioni, rese soprattutto sotto giuramento, del testimone su questo argomento, cercando così di venire a capo dei fatti ivi narrati, in un quadro che possa risultare organico.

Non vorrei mai però, al termine di questo lavoro, apparire come  il classico cinico sputtanatore delle belle favole, come quelli che vanno dai bimbi piccoli a sussurrare la notizia traumatica che Babbo Natale non esiste.

Non è vero.

Babbo natale esiste, e la dimostrazione è nella  seguente:

 

Storia (e significato) dei pizzini a Berlusconi, nel narrato mitopoietico di Ciancimino Junior, (con qualche cenno al “papello”)

 «Dopo il suo arresto, nel dicembre del ‘92» don Vito «si convinse che era stato sostituito, scavalcato, nella trattativa tra lo Stato e Cosa nostra.»[1]

E pertanto «Dopo quello» che don Vito «ritiene un po’… il tradimento… l’essere stato messo da parte»[2], vale a dire durante «la fase 3»[2], quella cioè dove don Vito assume «la convinzione, unica, … che tutta questa serie di situazioni, – il fatto che il Provenzano non fosse stato arrestato, il fatto che Provenzano non si poteva… godeva, come avevo detto in precedenza, … di questa immunità territoriale del muoversi liberamente, il fatto che non si era perquisito il covo, (di Riina, nel gennaio 93 – nda) il fatto di una serie di eventi – …»[2], dopo quindi, dicevamo, essersi convinto che tutta questa serie di situazioni erano «frutto di una unica trattativa che aveva costituito si varie fasi, ma di fatti era in piedi da diversi tempi»[2], insomma in quel preciso momento della sua vita, che come ha detto Ciancimino Junior è successivo al suo arresto del 23 dicembre 92, Vito Ciancimino, «assunse» nei confronti di Provenzano, «un po’ una veste di “consigliori", di consulente»[2].

E diventa consigliori anche perché «di fatto non voleva … non si voleva escludere da quello che erano il proseguio di questi tipi di rapporti»[2].

Consigliori un po’ impedito, doveva essere, e a maggior ragione nella sua attività di suggeritore del latitante Provenzano, potendo egli ricevere il pubblico, se autorizzato, soltanto nella "sala colloqui" di Rebibbia.

Lo ammette lo stesso Junior, a pag. 230 del suo libro “Don Vito”: “Il legame col Lo Verde, per ovvie ragioni, si era allentato: attrezzati per quanto si possa essere alle difficoltà, è davvero arduo poter pensare ad una frequente comunicazione tra un detenuto e un latitante”.

 E certo, è arduo sì.

 Ma com’è noto, le vie della mafia sono infinite, (specie per un mafioso così potente che per aver chiesto il passaporto in questura è stato sbattuto 7 anni in isolamento carcerario cautelare) e pertanto il consigliori don Vito, pur rinchiuso a Rebibbia e quindi pur dovendo allentare il legame con il boss, almeno una volta e non si sa come, «di questi argomenti» (cioè degli argomenti che saranno poi i contenuti delle due lettere) ne ha «parlato con il Lo Verde»[1] (cioè con il Provenzano, latitante), ed in quel contesto don Vito ha suggerito «al Lo Verde, ‘nsomma, quelle che erano anche le strategie da usare con questo tipo di interlocutori»[1]

Gli interlocutori sarebbero i destinatari delle lettere, e cioè Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, ed infatti le strategie di cui parla Ciancimino Jr, e di cui don Vito avrebbe parlato mentre era in carcere a Rebibbia con Provenzano mentre questi era latitante, e che sarebbero state poste in azione con le due lettere nel 94, sarebbero quelle di «richiamare il partito (Forza Italia) che di fatto secondo mio padre era nato grazie anche a quella che era il frutto della … della trattativa, del … di quella che era stata una trattativa, oppure collaborazione, come si chiama dopo … come la descrive mio padre dopo una … dopo la data di agosto, a ritornare un poco sui suoi passi, a cercare di … eehh … un po’, diciamo, di di di …. era un’avvisaglia a rientrare in quello che dovevano essere i ranghi»[2]

In sintesi, tra il 93 ed il 94 il consigliori Vito Ciancimino, mentre è rinchiuso in carcere, parla con Provenzano latitante e gli suggerisce una strategia da utilizzare con Silvio Berlusconi in quanto il suo partito nel 94, appena fondato, stava già uscendo dai ranghi, strategia che effettivamente Provenzano adotta scrivendo la lettera n°1 nello stesso 1994  (ma su carta fabbricata dopo il giugno 1996, secondo la perizia della polizia scientifica, essendo sempre infinite, anzi: divine, le possibilità della mafia), allo scopo di costringere, per mezzo di intimidazioni, Forza Italia, appena fondato, a ritornare un poco sui suoi passi, a rientrare in quello che dovevano essere i ranghi.

«Ecco, quello era il momento di mantenere gli impegni presi» – ci spiega Ciancimino junior nel suo libro – «altrimenti mio padre minacciava di “uscire dal riserbo».[3]

A dirla proprio giusta non si trattava solo di “riserbo”, ma persino di “riserbo che dura da anni”[4], quello da cui minacciava di uscire, anche se noi abbiamo già visto, nel secondo capitolo, che questi anni, se quel riserbo fosse stato davvero riferito a Forza Italia, potevano essere a malapena uno.

L’idea di suggerire ciò a Provenzano, a don Vito venne dal ricordo di una vecchia intervista che egli aveva letto nel 1977. «dove lo stesso Berlusconi, intervistato da un famoso giornalista di Repubblica in merito a quelle che erano state le sue scelte imprenditoriali circa l’acquisizione di un giornale e anche di una rete televisiva, ebbe a scrivere, ‘nsomma… era… ebbe a riferire al giornalista di allora che nel caso un amico, in quel caso un soggetto politico, sarebbe dovuto scendere in campo, lui non avrebbe nessuna … non ha avuto nessun problema a mettere a disposizioni una delle reti televisive»[2] E Provenzano quindi nella sua lettera, «sotto consiglio»[1] di don Vito, e poi anche lo stesso don Vito nella sua rielaborazione, hanno «usato quella che era la frase da lui detta anzitempo quando aveva comprato la sua rete TV, per riportarla ai nostri giorni.»[2]

Quindi, dicevamo, nel 94, Provenzano, pregno dei consigli del suo consigliori detenuto, decide di scrivere, su carta del 96,  una lettera a Berlusconi per chiedergli giustappunto che per intanto gli mettesse a disposizione una sua televisione, richiamandosi alla sua disponibilità palesata su Repubblica 17 anni prima.

In caso contrario, gli preannunciava «un attentato che gli avrebbero ammazzato il figlio »[5].  Questa lettera avrebbe dovuto essere consegnata a Dell’Utri, perché la consegnasse a Berlusconi, nonchè in copia «al solito personaggio, sig. Carlo o Franco»[2].

Ma Provenzano, prima di porre in atto questo progetto, scrive (o meglio, fa scrivere da qualcuno pescato «da ambienti vicini»[1] a sé medesimo, perché junior non sa, «realmente, chi l’ha scritta»[2]) la lettera (il pizzino n°1, appunto) e, mediante sempre soggetti vicini ai suoi ambienti, la consegna a Massimo Ciancimino perché egli la faccia leggere, correggere e rivedere da suo padre detenuto, così come aveva già fatto con altre due missive poco prima del suo arresto, consegnategli mediante altri due portalettere.

La prima missiva gli era stata consegnata a San Vito lo Capo dal luogotenente provenzaniano Lipari (invece sul libro “don Vito” la lettera consegnata da Lipari a San Vito lo Capo ridiventa sempre questa, cioè la terza portata in carcere), la seconda da un autista di Provenzano ignoto ed indefinito.

In ogni caso sulle tre missive c’erano scritte più o meno le stesse cose.

In una di queste buste poi, c’era anche un malloppo consistente in non meno di 500 bigliettoni di banca (circa 50 milioni di lire[5]), infilati con la lettera nel plico, di cui Ciancimino non capisce bene né provenienza né scopo, per cui li consegna ai suoi fratelli, che però di quei 50 milioni non sapevano niente neppure loro.

Pertanto Massimo Ciancimino corre a Rebibbia, dove da circa un anno e mezzo era detenuto il padre nel frattempo divenuto consigliori, portando con sé la terza lettera scritta da Provenzano e recante in bella vista, nella parte iniziale, l’indirizzo dei destinatari , Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, e subito sotto, a seguire, una bella minaccia esplicita per Berlusconi «di un attentato che gli avrebbero ammazzato il figlio», poiché questo, afferma Junior, «era anche pronunziato nella prima parte del documento che io avevo letto»[1], se la sfila di tasca, impavido, tra un agente di polizia penitenziaria e l’altro, e ne legge «il contenuto» mentre il padre «annotava in un suo foglio di carta»[2], cosicchè, successivamente, «ne aggiustava i contenuti, e ne perfezionava quello che doveva essere, ne doveva costituire l’esito finale»[2].

La lettera parlava di «un triste evento» e cioè, come detto, di una minaccia di Provenzano di «eliminazione fisica»[2] di Piersilvio Berlusconi, ma al medesimo tempo del fattivo «contributo» che Provenzano intendeva dare per scongiurare tale evento, mentre Berlusconi avrebbe messo una delle sue televisioni a disposizione del boss.

Ma il “contributo” di Provenzano non era da riferirsi solo al mettersi in azione in modo da convincere se stesso a non uccidere Piersilvio, ma riguardava anche «il confluire in tutta quella che era la capacità elettorale, del controllo dei voti anche di una serie di agevolazioni nei confronti dei …eehhh … diciamo del … dei … ii… come si chiama … dei … dei candidati, tutto quello che era lo svolgersi del … delle consultazioni»[2].  E questa è la ragione, spiega Ciancimino al dr. Ingroia, per cui all’inizio del pizzino n°1 fanno capolino le due paroline “posizione politica”.

Allora, nel rielaborare la lettera, secondo lui troppo pesante, don Vito aggiunge al triste evento un bel “in sedi giudiziarie” in maniera da correggere il tiro e trasformare la minaccia alla vita di Piersilvio, in una minaccia di : «… rilevare tutte quelle che erano il bagaglio di informazioni, avrebbe… avrebbe dato via a un’inchiesta giudiziario…» poiché «mio padre non trovava… diciamo, molto etico il fatto di poter usare la minaccia verso figlio verso terzi di come motivo per attirare l’attenzione di questi soggetti, per cui preferiva farlo nell’ambito giudiziario che non in quel tipo di ambito che era rappresentato nella precedente missiva.»[2]

Insomma, don Vito, anziché accoppargli il figlio, preferiva arrecare a Berlusconi guai che potevano avvenire in sedi giudiziarie o altrove. Inoltre, prende le paroline “per questa mia posizione politica” e le appiccica ad un non meglio definito “anni di carcere”, stabilendo un’associazione causale fra le due cose, cosicché il significato originale del pensiero di Provenzano, quello della “posizione politica” riferita non si sa bene come al “controllo dei voti”, va a farsi benedire.

Quindi Vito Ciancimino, usando un «messaggio cifrato»[2], scrive a Dell’Utri che se si fosse verificato un triste evento in sedi giudiziarie o altrove lui era convinto che Berlusconi gli avrebbe concesso l’uso di una televisione onde parlarne, per significare in realtà (messaggio cifrato, eh) che se Berlusconi non si metteva a disposizione sua e soprattutto di Provenzano con «tutto quello che in quel momento il Berlusconi, la sua forza politica, rappresentavano”[2], loro gli avrebbero fatto avere rogne giudiziarie o di altro tipo.

Ma non solo.

Persino la frase «…anni di carcere per questa mia posizione politica intendo dare il mio contributo (e non sarà modesto) perché questo triste evento non abbia a verificarsi», era un messaggio cifrato, perché nella realtà il soggetto occulto della frase era lo stesso destinatario della lettera, Silvio Berlusconi in persona, ed il contributo non era qualcosa che potevano recare Ciancimino e Provenzano alla sua causa, bensì, al contrario, era qualcosa che Silvio Berlusconi doveva recare alla causa loro. E questo per il fatto che «nel 94, ovviamente, questo contributo doveva essere molto più ampio in quanto lo stesso non era più proprietario solo di una televisione privata, bensì di un gruppo editoriale ben più ampio, e di una posizione politica di fatto che rappresentava il partito di maggioranza.» [2]

E così, quello che nella lettera di Provenzano era un “contributo” del boss volto ad evitare un triste evento  nonchè a contribuire ad una posizione politica con apporti elettorali, nella rielaborazione di don Vito, (superbo enigmista!), diventa un contributo che Berlusconi doveva dare alla causa della mafia grazie alla raggiunta posizione politica, se voleva evitare un triste evento in sedi giudiziarie (e magari pure “anni di carcere”, perchè no).

Ma non è finita qui.

Don Vito avrebbe anche convocato una conferenza stampa per parlare di un modesto episodio riferito al triste evento e per rendere pubblica, nonché dimostrare, l’inettitudine  di qualcuno nei confronti di una certa iniziativa dello stesso don Vito (purtroppo rimasta indefinita per scomparsa della pagina), il che sempre in messaggio cifrato  significava invece che avrebbe convocato, nella sala-stampa dei detenuti del carcere di Rebibbia, una conferenza per «raccontare quella che era stata la nascita della coalizione, che poi aveva dato vita al gruppo “Forza Italia”, una serie di fatti che ne avevano determinato la nascita»[2].

A questo punto Vito Ciancimino prese la lettera così come lui l’aveva rielaborata nella sua cella, sempre nel 1994 ma sempre su carta prodotta dopo il gennaio 1996 (sempre infinite, le vie), con tanto di indirizzo dei destinatari Berlusconi e dell’Utri in testa e con tutte le cose belle che gli mandava a dire nonché, nella prima parte oggi scomparsa, “alcuni appunti per il Lo Verde. In merito alla…a questa interpretazione…agli aggiustamenti che lo stesso mio padre aveva operato a quello che era il testo del … che inizialmente mi aveva consegnato il Lo Verde a me»[2] e, non si sa come, «la fece avere»[1] a Massimo Ciancimino, il quale la portò poi a Provenzano.

Poi che fine abbia fatto quella lettera, la n°2, Ciancimino Jr. non lo sa.

Salterà poi fuori anni dopo, tra la documentazione di suo padre, una sola pagina di questa, in due diverse versioni: una in fotocopia, quella cioè da lui prodotta in tribunale (solo un tantino ritagliata e pasticciata) l’8 febbraio 2010 dopo averla concessa, con un anticipo di 4 mesi, ai giornali; l’altra versione è un ritaglio sforbiciato dell’ORIGINALE (che perciò si era tenuto, dando invece a Provenzano solo una fotocopia) sempre e soltanto dell’unica pagina disponibile (è ritagliata via la metà superiore, per cui non compare l’indirizzo a Berlusconi), a mani della DDA di Caltanissetta e peritata dalla polizia scientifica, (che ha ravvisato trattarsi di carta prodotta, per l’appunto,  dal gennaio 1996 in poi), la stessa pagina poi prodotta in fotocopia in tribunale, ma che rispetto a quella ha qualche riga in meno, ritagliata via, e qualche riga in più (ritagliata invece dalla fotocopia).  

I ritagli e gli incollaggi di questo documento verranno segnalati dal gen. Mori mediante dichiarazioni spontanee in aula, ma il PM Di Matteo replicherà che a lui “non risultano fotomontaggi”.

Infatti non è un fotomontaggio, ma soltanto la fotocopia di un documento ritagliato ed appiccicato ad un altro.

Invece la lettera n°1 la conserva in originale (mentre una copia  la da al Sig. Franco-Carlo, su istruzioni di suo padre). Dapprima «Era messo dietro la copertina di un libro della TRECCANI, a Roma.»[6] Aggiunge Junior: «Mio padre me l’aveva fatto mettere dietro un libro della TRECCANI, nella copertina, avevamo scollato l’ultima pagina e l’avevamo messo là dietro assieme ad altri documenti suddivisi.»[6] Sarà stata quindi una copertina bella gonfia.

Quindi successivamente il pizzino si ritrova a Palermo nella sua cassaforte, per finire, infine, allegato al manoscritto di 12 pagine “I carabinieri” e riposto insieme allo stesso manoscritto, sempre con l’indirizzo di Dell’Utri e Berlusconi scritto bello grosso, in uno scatolone nei magazzini della Chateau d’Ax, dove egli custodiva la documentazione «che non era stata ritenuta opportuna occultare, perché di fatto era quella che si voleva che si ritrovasse»[2], e vale a dire ciò che non gli importava che venisse scoperto, perché quel pizzino n°1, quello scritto da gente vicina a Provenzano con l’indirizzo sopra di dell’Utri e Berlusconi e le esplicite minacce di morte al figlio di questi, era un documento che lui non riteneva «che era di quelli importanti da portar via.»[2].

Ma quando i carabinieri lo sequestrano nel febbraio 2005 insieme a tutta la roba dello scatolone, verbalizzano che ne manca un pezzo, cioè verbalizzano che si tratta solo di “una parte” di un foglio A4.

La parte con l’indirizzo di dell’Utri di quel foglio A4 era sparita ed era rimasta solo più la parte dove si leggeva del tentativo di estorcere l’uso di un canale televisivo a Silvio Berlusconi, e cioè la ciccia di Marco Travaglio (Marco Travaglio vede il pizzino, ed esclama nel suo “passaparola”: “E qui c’è la ciccia!”).

Quindi la ciccia viene sequestrata ed acquisita e consegnata ai magistrati dai carabinieri, mentre invece una copia del papello che secondo spiegazioni date alla stampa da Massimo Ciancimino poteva trovarsi nello stesso scatolone, viene fotocopiata in un'attigua copisteria e fatta così scomparire in doppia copia,  non comparendo neppure sui verbali.

I carabinieri che avrebbero combinato questo scherzetto, su diretto comando del Col. Gian Marco Sottili (uno dei principali artefici dell’indagine che ha portato all’arresto delle talpe in procura Ciuro e Riolo, di Michele Aiello ed all’incriminazione di Totò Cuffaro), sapevano perfettamente (lo dice lo junior) che una copia del papello (anche questa proveniente dal nascondiglio nella copertina dell’enciclopedia, estratta religiosamente nel 2002 da don Vito da quel pertugio dove era rimasta nascosta per 10 anni, ma nascosta inutilmente,  perché nel frattempo c’erano altre fotocopie dello stesso documento che circolavano forse in soffitta o forse persino messe a disposizione negli scatoloni in magazzino) era custodita nella cassaforte dell’Addaura, ma non si sa perchè quando nel corso della perquisizione  vengono proposte loro le chiavi di quella cassaforte, essi le rifiutano sdegnosamente, decidendo di lasciare tranquilla la fotocopia del papello chiusa in cassaforte, nelle mani di Ciancimino, per accontentarsi invece di portarsi via solo quella abbandonata forse in soffitta o forse nello scatolone in magazzino (esattamente, non si è capito), dopo averla fotocopiata per la terza volta in una copisterìa.

Ma Massimo Ciancimino non si accorge di tutto questo, nonostante abbia poi dovuto firmare il verbale di sequestro, dove la condizione e lo stato del pizzino di Provenzano (del papello, invece no) erano accuratamente annotati, e probabilmente ne abbia anche avuto copia. Non si accorge che il foglio sequestrato era dimezzato, ma si rende però conto che nell'aver ritenuto che questo non era un documento «di quelli importanti da portar via.» e nell'averlo quindi lasciato a piena disposizione dei sequestri giudiziari, aveva ritenuto una cazzata.

Manifesta questa sua preoccupazione ad un «emissario» del sig. Franco-Carlo, il quale gli fornisce «assicurazioni che questi documenti non sarebbero mai venuti alla luce»[3].

Invece alla luce, al contrario del papello,  ci viene, quel pezzo di documento contenente “la ciccia” di Travaglio, a metà del 2009, e nel visionarlo il Ciancimino si accorge con grande stupore che appunto ce n'è solo un pezzo (la ciccia), così come era già scritto sul verbale di sequestro da lui firmato 4 anni prima, e che, pertanto, manca tutta la parte con gli indirizzi dei destinatari e con l’enunciato della minaccia alla vita di Piersilvio Berlusconi.

E nel vedere che ne manca un pezzo, Ciancimino Jr. ha una gran fifa: «continuo a ribadire che mi vorrei rimangiare quello che ho detto perché ho paura»[5].

FINE

(da: "Prego, dottore!" – Cap- 7 )

[1] Dichiarazione rilasciata da Massimo Ciancimino nell'udienza del 2 febbraio 2010 del processo Mori-Obinu, ripresa da molti quotidiani. Si veda, ad es., «Provenzano "consegnò" Riina ai carabinieri in cambio dell'impunità» - Corriere della Sera online – 2 febbraio 2010
[2] Processo "Mori-Obinu" – udienza dell' 8 febbraio 2010  
[3] Don Vito – di Francesco La Licata e Massimo Ciancimino – Ed. Feltrinelli – pagina 227/229
[4] Lettera n.2 di Vito Ciancimino 
[5] Dal verbale d'interrogatorio di M.Ciancimino del 01/07/2009 della Procura di Palermo
[6] Dal verbale d'interrogatorio di M.Ciancimino del 30/06/2009 della Procura di Palermo