Un altro ufficiale dei carabinieri nel tritacarne della trattativa

Un altro ufficiale dei carabinieri nel tritacarne della trattativa

sottili

Questa volta, ad essere sospettati di losche manovre per occultare le prove della “trattativa” fra mafia e stato, non sono più soltanto i diretti protagonisti dei contatti con don Vito Ciancimino all’epoca delle stragi mafiose, ma altri carabinieri già in forza a Palermo.

E se fino a ieri le accuse hanno riguardato soltanto gli artefici della cattura di Totò Riina, oggi fra i nuovi accusati spunta il nome del Col. Gianmarco Sottili, già preposto a quel manipolo di uomini del'Arma che sgominò l’organizzazione provenzaniana in Palermo che faceva capo all’Ing. Michele Aiello, il quale, grazie al lavoro del col. Sottili e dei suoi uomini, fu assicurato alla giustizia insieme a Totò Cuffaro,  ed alle “talpe in procura” Giorgio Riolo e  Pippo Ciuro, l’amico delle vacanze sicule di Marco Travaglio.

Tra le notizie riservate che Riolo ha confidato ad Aiello – scriveva la Procura – certamente spiccano quelle sulle indagini per la cattura dei due latitanti  [Provenzano e Messina Denaro - ndr] …  indagini che hanno avuto come fulcro la città di Bagheria”.

Ma quelle persone furono arrestate grazie a quell’operazione brillante, che rappresentò un durissimo colpo per un’organizzazione  che sopra all’Ing. Aiello teneva direttamente Bernardo Provenzano,  (cui  invece, secondo l’accusa e secondo Massimo Ciancimino, come ci dice Marco Travagio nel suo Passaparola, quei Carabinieri quelli del Ros, quelli di cui stiamo parlando, CONTINUARONO A GARANTIRGLI MASSIMA LIBERTÀ DI MOVIMENTO”) ed alla quale solo di recente, a seguito delle indagini, è stato sequestrato dalla magistratura un patrimonio di centinaia di milioni di euro illegalmente accumulato.

Quella del col. Sottili fu dunque un’indagine antimafia persino passata alla storia, pur non coordinata con gli eredi di Borsellino, dr. Di Matteo e dr. Ingroia  (cui anzi all’inizio quell’operazione non fu rivelata), che oggi stanno per diventare i suoi accusatori, ma con i procuratori dr. Pignatone e dr. Prestipino.

Eppure,  quest’uomo oggi è caduto sul papello.

Vediamo i fatti.

Ordunque,  Ciancimino jr ci ha raccontato che nella sua casa dell’Addaura , nel febbraio 2005, c’era una cassaforte.

Per i dettagli della sua testimonianza dinnanzi ai PM di Palermo, si veda questo mio vecchio articolo, QUI
 (chi non l’avesse letto, è invitato a farlo, per capire meglio il quadro).

Comunque non era una cassaforte qualsiasi, perché dentro c’era IL PAPELLO.  Nientemeno.

Il  giorno 17 di quel mese di febbraio, i carabinieri perquisiscono su mandato del magistrato quella casa, così come ci racconta Marco Travaglio:
“… vanno a perquisire all’inizio del 2005 la casa di Ciancimino Massimo al mare a Mondello, fuori Palermo, c’è una bella cassaforte nella stanza, se non erro, della badante del figlio o della figlia, la troverebbe anche un bambino, non la trovano, secondo alcuni semplicemente non la aprono, (…) Peccato perché IN QUELLA CASSAFORTE quando fecero la perquisizione C’ERA PROBABILMENTE COPIA DEL PAPELLO, COME DICE CIANCIMINO…  ( Marco Travaglio – Passaparola – 9 febbraio 2010)

I media danno grande risalto a quest’omissione dei carabinieri.

Lasciare il papello chiuso in quella cassaforte senza neppure aprire per curiosare, è uno scherzo che non ci dovevano fare.
Peggio: secondo Ciancimino jr, i carabinieri sapevano perfettamente che il papello si trovava in quella cassaforte, eppure non l’hanno presa neppure in considerazione:
I carabinieri ma anche i Servizi segreti avrebbero saputo dell'esistenza del 'papello' di Riina nella cassaforte della villa al mare di Massimo Ciancimino. A dirlo in aula, al processo Mori, e' lo stesso figlio dell'ex sindaco nel corso della sua deposizione. Durante una perquisizione del febbraio 2005, pero', ne' i Carabinieri ne' le Fiamme gialle, avrebbero perquisito la cassaforte. Massimo Ciancimino ribadisce che nel corso della perquisizione della sua villa, il 17 febbraio del 2005, gli investigatori non aprirono la cassaforte che conteneva il "papello" ed altri documenti.” (La minuta di Vito Ciancimino Palermo, 08-02-2010 http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=137693)

Ci sono poi dei dettagli molto umani, in relazione alle testimonianze di Massimo Ciancimino su questo argomento.
Franco Lannino dell’ANSA, ci riferisce che quando l’8 febbraio 2010 gli sono state mostrate in udienza le fotografie della sua cassaforte, “Ciancimino le ha riconosciute, dopo un attimo di turbamento e commozione che ha causato l’interruzione dell’esame.
E quando venne interrogato dai PM di Palermo, Massimo Ciancimino ricordò di come col suo impiegato Vittorio, chiacchierando  di quella perquisizione,  si rilevò di quanto  i carabinieri fossero  stati “gentili” e “signorili” a non occuparsi di quella cassaforte.
Tanto tatto e cortesìa da parte dei carabinieri nei confronti della cassaforte di Ciancimino, suscitarono invece  le invidie del tributarista Gianni Lapis,  già condannato insieme allo stesso Massimo Ciancimino nel processo d’ appello per il riciclaggio del cosiddetto “tesoro” di don Vito.  Ce lo racconta l'ex legale dell'azienda del Gas in cuiVito Ciancimino deteneva le sue quote occulte, l'avv. Giovanna Livreri,, testimone anch’essa al processo Mori: “il professor Lapis  mi disse che mentre per Massimo Ciancinimo la polizia giudiziaria aveva usato metodi molto più soft, cioè edulcorati, per lui non fu così”. Infatti, “mentre da Ciancimino non vollero neppure la chiave della cassaforte di casa, da Lapis volevano fare saltare la cassaforte con la dinamite”.

Per tali favoritismi, naturalmente la primavera scorsa qualcuno fu chiamato a rispondere, come ci raccontò “Il fatto Quotidiano”:  Da oggi nel fascicolo dei pm Paolo Guido e Nino Di Matteo c'è anche il nome di un colonnello dei carabinieri, in servizio presso il nucleo del Quirinale: Antonello Angeli, indagato per favoreggiamento: “Per aver aiutato diversi soggetti coinvolti nella trattativa, omettendo di sequestrare i documenti” rinvenuti nella villa all’Addaura di Massimo Ciancimino, durante la perquisizione del 17 febbraio 2005. Tra questi c'era anche il famigerato “papello” custodito con altre carte all'interno di una cassaforte, che non fu neppure aperta.” (Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza – il Fatto Quotidiano, 11 marzo 2010):

Questa versione dei fatti, partita praticamente tutta dalle testimonianze di Massimo Ciancimino, viene data  per buona ancora sino allo scorso 27 ottobre,  quando sul quotidiano online “Livesicilia” si poteva leggere questo breve riassunto:  Secondo gli inquirenti, che indagano Angeli per attentato a Corpo politico dello Stato, i militari dell’Arma non avrebbero aperto dolosamente la cassaforte della casa del figlio dell’ex sindacomafioso in cui era custodito il papello, il documento in cui Totò Riina faceva le sue richieste allo Stato. L’omissione si inquadrerebbe, secondo l’accusa, proprio nella presunta trattativa che vede indagato anche Mori “regista”, a dire della Procura, dell’accordo con Cosa nostra per porre fine alle stragi. (LiveSicilia >> Cronaca > Nuovi documenti depositati al processo Mori – mercoledì 27 ottobre 2010 )

Insomma, tutti d’accordo: sembrava proprio “roba buona” quella di Ciancimino jr: il papello era chiuso in cassaforte e lì rimaneva a causa del disinteresse dei carabinieri.

Ma ecco che da un paio di giorni, come se niente fosse, fa il giro dei notiziari una “news” che ribalta questa versione: i carabinieri lo trovarono eccome, il papello, ma non lo vollero sequestrare.

Lo fotocopiarono soltanto.

Ci danno il triste annuncio, sempre Lo Bianco e Rizza sul fatto Quotidiano: ”Il papello? Trovato cinque anni fa e rimesso a posto in cassaforte”.. (si proprio lei, quella mai aperta dai carabinieri perché conteneva il papello).

E così anche il quotidiano online Livesicilia, dopo solo due giorni dall’aver ribadito la storia del papello rimasto chiuso in cassaforte, così come abbiamo letto poc’anzi, si vede obbligato a comunicare il ribaltamento dei fatti:
Il papello, con i termini della trattativa tra mafia e pezzi dello Stato nel periodo delle stragi, nel 2005 si trovava nella casa all’Addaura di Massimo Ciancimino. I militari lo trovarono ma il capitano Antonello Angeli avrebbe avuto l’ordine da parte del suo superiore il colonnello Giammarco Sottili di lasciar perdere il documento e di non sequestrarlo perché si trattava di documentazioni già acquisite. Lo dice il carabiniere Saverio Masi, sentito dalla procura di Palermo il 7 luglio del 2009, ai pm che conducono l’inchiesta sulla presunta trattativa. Il verbale della sua deposizione spontanea è stato depositato agli atti del processo al generale Mario Mori, accusato di favoreggiamento aggravato alla mafia e ora indagato per concorso in associazione mafiosa nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa. Masi avrebbe saputo questi fatti da Angeli che glielo avrebbe raccontato alcuni anni dopo. Il capitano avrebbe detto anche di aver comunque fatto fotocopiare quei documenti da un altro carabiniere e di avere tenuto quelle copie, mentre gli originali sarebbero stati riposti nel luogo dove erano stati trovati. Masi, risentito dalla procura il 23 marzo scorso, ha inoltre confermato di essere andato a casa del giornalista Saverio Lodato assieme a un collega per raccontargli questa storia. Cosa che però non avvenne. Anche Lodato è stato ascoltato dai pm.” (E l’ufficiale dell’Arma ordinò: “Non toccare il papello” – Livesicilia – venerdì 29 ottobre 2010 – 19:38)

C’è poi Giovanni Bianconi, che sul Corsera del 30 ottobre 2010, nell’articolo: “Il mistero del «papello» di Riina: fu fotocopiato e poi sparì” ci racconta:
un altro maresciallo presente alla perquisizione del 2005, Sebastiano Lecca”, ”non per sentito dire, ma perché ne fu diretto protagonista” avrebbe testimoniato che “Mentre rovistavano a casa del figlio dell’ex sindaco, il capitano Angeli ordinò di guardare anche in un magazzino lì vicino. E lì, racconta Lecca, lui stesso trovò, «all’interno di un grosso scatolone di cartone, copiosa documentazione dattiloscritta e manoscritta». Lecca non la esaminò, ma è sicuro che c’erano molti fogli, «in particolare ricordo a quadretti, manoscritti a penna». Mostrò il materiale al capitano il quale, «dopo averlo visionato, si allontanò verso l’esterno per fare una telefonata. Immediatamente dopo tornò verso di me — racconta Lecca — mi chiese se conoscessi una copisteria dove poter andare velocemente a fotocopiare quei documenti, di fare presto e di portare il materiale (in originale e in fotocopia) presso la sua stanza in ufficio». Lecca, «sorpreso da quella richiesta», eseguì. Nemmeno mentre andava in copisteria guardò fra quelle carte, spese diciannove euro per le fotocopie, tornò in caserma e consegnò tutto personalmente ad Angeli. Poi partecipò alla repertazione dei documenti sequestrati, e oggi precisa: «Non ho più visto la documentazione che avevo portato al capitano Angeli». Nella quale, ricorda, c’erano «certamente manoscritti a penna su fogli a quadretti, nonché post-it sui quali vi erano annotazioni manoscritte».
Per gli inquirenti questo è un riferimento significativo,perché sul famoso «papello» (scritto su carta bianca, non a quadretti) secondo Massimo Ciancimino c’era proprio un post-it giallo sul quale suo padre aveva annotato di averlo consegnato personalmente al generale Mario Mori, oggi imputato di favoreggiamento e indagato per concorso in associazione mafiosa. Mori ha sempre negato di averlo mai visto. In realtà non c’è certezza che quel foglietto adesivo sia sempre stato attaccato al «papello» consegnato da Ciancimino jr agli inquirenti solo nel 2009
.“

Qui non si capisce proprio che cosa intendano dire gli inquirenti, stando a quanto scrive Bianconi, a proposito di quel “riferimento significativo”, quel post-it che in qualche modo avrebbe abbandonato il papello, ma qualsiasi cosa sia pare trattarsi di una sciocchezza. Il post-it che Massimo Ciancimino ha consegnato appiccicato al papello, quello con su scritto “consegnato spontaneamente al col. Mori del ROS”, è UN ORIGINALE, e non una fotocopia. Se quindi avesse fatto parte del materiale sequestrato e poi sparito nel 2005, allora ciò significherebbe che dopo la sua sparizione questo sarebbe tornato in mano a Massimo Ciancimino, perché lo consegnasse ai magistrati nel 2009.

Comunque, subito dopo, Bianconi rileva quello che noi abbiamo già individuato come il particolare più divertente: “E nelle sue numerose testimonianze, comprese quelle in aula al processo contro Mori, l’ex-rampollo (M. Ciancimino – ndr) ha detto che il foglio con le richieste di Riina allo Stato era conservato in una cassaforte, non perquisita nonostante le indicazioni date telefonicamente da lui stesso. Il maresciallo Lecca, che sostiene di aver guardato sia al piano terra che a quello superiore della villa affittata dal giovane Ciancimino, ha detto ai pubblici ministeri: «Non ho personalmente notato l’esistenza di casseforti di qualsiasi genere».

Quindi un bel casìno. Casseforti, papelli e post-it vanno e vengono come a Porta Portese.

L’unica cosa certa e per niente bizzarra, è però questa: un altro protagonista sul campo della lotta alla mafia, l’artefice dell’indagine a carico di Cuffaro, Aiello e delle talpe in procura, è finito nel vortice aspiratutto del famigerato foglietto anonimo contenente quelle che don Vito definì come una serie di “minchiate”, e l’immagine della benemerita, subisce un altro duro colpo.

Enrix

P.S. Dimenticavo: il col. Angeli, quello che avrebbe raccontato a Masi di avere avuto ordine da Sottili di non sequestrare il papello, ha avuto in passato (Travaglio direbbe: guarda caso) un piccolo problema con il colonnello, esattamente come già il Gen. Mori ebbe con il suo accusatore Riccio:  qualche mese dopo quella perquisizione, come ci racconta Repubblica, “ Angeli fu sottoposto a un procedimento disciplinare dai suoi superiori, fra cui c’era il colonnello Giammarco Sottili, comandante del reparto operativo, uno degli investigatori più fidati del pool antimafia coordinato dal procuratore Pietro Grasso. Ad Angeli furono contestate gravi inadempienze. Poi, il capitano fu anche trasferito. Fino a qualche mese fa, era in servizio alla Sicurezza del Quirinale.