SPATUZZA, CIANCIMINO JR. : ECCO LE NUOVE PATACCHE

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SPATUZZA, CIANCIMINO JR.: ECCO LE BUFALE  CHE METTONO IN RIDICOLO DI FRONTE AL MONDO IL NOSTRO SISTEMA GIUDIZIARIO ED IL NOSTRO STATO DI DIRITTO.

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Gli appassionati di libri gialli conoscono bene quei metodi finissimi, quei capolavori delle scienze investigative che hanno reso detectives come Hercule Poirot o avvocati come Perry Mason, celebri al mondo intero.

Sapete, quelle cose sottili, roba tipo: quella lettera è falsa, non poteva essere stata scritta nel 1921 perché un’analisi dell’inchiostro ha rivelato la presenza di un composto del magnesio utilizzato nel mercato delle stilografiche solo dal 1924.

Oppure:  secondo quanto accertato, l’imputato è allergico al latte, per cui non poteva essere stato lui a consumare quel mezzo budino alla vaniglia i cui avanzi sono stati ritrovati al tavolo della vittima che aveva ospitato il suo assassino.

Bene, credo che tutti abbiamo presente.

Invece, nel caso di Spatuzza e Ciancimino Jr, non c’è nulla di tanto sottile. Assolutamente.

No.  Qui ci sono proprio solo degli svarioni da Totò e Peppino,  degli sfondoni da Banda Bassotti e Spennacchiotto, delle vere e proprie gaffes alla Pietro Gambadilegno.

Al che, ci potremmo fare semplicemente due belle e salutari risate.

Ma non possiamo farlo, perché dietro a queste bufale ci sono, incredibilmente, i solidi puntelli di un apparato istituzionale, quello della giustizia di stato, e dei principali organi di informazione nazionale, che pretendono ad ogni costo di prospettarci come credibili quelle sole da salumaio.

Quindi c’è poco da ridere.

Prendiamo ad esempio l’articolo del 28 novembre scorso, su Repubblica, dal titolo L’INCHIESTA – Il peso del ricatto al premier della famiglia di Brancaccio sembra legato all’inizio della sua storia di imprenditore. SONO I SOLDI DEGLI INIZI DEL CAVALIERE L’ASSO NELLA MANICA DEI FRATELLI GRAVIANO”, articolo che porta le firme illustri di Giuseppe D’Avanzo e Attilio Bolzoni.

 D’Avanzo e Bolzoni ci riferiscono di alcune dichiarazioni del piùchepentitocontrito Gaspare Spatuzza, provenienti da un verbalone di oltre mille pagine che chi più ne ha più ne metta.

E c’è da credere, com’è ovvio, che se quelle son le cose che Repubblica preferisce estrapolare  da un verbalone di 1000 pagine per porle in evidenza al proprio pubblico, allora devono essere le cose più importanti dette da Spatuzza.

Vediamo che cosa ci raccontano di bello.

“È il 16 marzo 2009, il mafioso di Brancaccio racconta ai pubblici ministeri del "tesoro" dei Graviano. "Cento lire non gliele hanno levate a tutt’oggi. Non gli hanno sequestrato niente e sono ricchissimi".

Dopodichè Repubblica ci porta subito al sodo dell’insinuazione.  Già, perché il giornale ci tiene a chiarire subito che di insinuazioni si tratta, di mere deduzioni dei pentiti prive dei necessari "riscontri intrinseci ed estrinseci". Ma che comunque per la loro gravità e per le persone che coinvolgono, vanno comunque approfondite.

Che cosa intenda insinuare Spatuzza, è chiarito nell’articolo con una serie di premesse ben confezionate:

“Con quali capitali, Berlusconi abbia preso il volo, a metà degli settanta, ancora oggi è mistero glorioso e ben protetto. Molto si è ragionato sulle fidejussioni concessegli da una boutique del credito come la Banca Rasini; sul flusso di denaro che gli consente di tenere a battesimo Edilnord e i primi ambiziosi progetti immobiliari. Probabilmente capitali sottratti al fisco, espatriati, rientrati in condizioni più favorevoli, questo era il mestiere del conte Carlo Rasini. Ma è ancora nell’aria la convinzione che non tutta la Fininvest sia sotto il controllo del capo del governo.”

E ancora:

“Il Cavaliere dice che si è fatto da sé correndo in salita senza capitali alle spalle. Sostiene di essere il proprietario unico delle holding che controllano Mediaset (ma quante sono, una buona volta, ventidue o trentotto?). E allora l’altro venti per cento di Mediaset di chi è? Davvero, come raccontano ora gli uomini di Brancaccio, è della mafia? È stata la Cosa Nostra siciliana allora a finanziarlo nei suoi primi, incerti passi di imprenditore?”

Domande che ci assillano da anni, effettivamente.

Ora c’è Spatuzza, mafioso pentito del Brancaccio, che sembra finalmente essere in grado di portare un po’ di luce sul mistero delle richezze primordiali del cavaliere, preparando, con le sue lucide testimonianze, il terreno alla tanto attesa confessione finale dei Graviano, così come ribadiscono i giornalisti di Repubblica:Nella scena che prepara la confessione di Gaspare Spatuzza, quel che è originale è l’esistenza di "un asso" che, giocato da Giuseppe Graviano, potrebbe compromettere il racconto mitologico dell’avventura imprenditoriale del presidente del consiglio.”

E Graviano  non potrà più giocare a lungo a nascondino, perché ormai Spatuzza ha vuotato il sacco:

"Filippo Graviano mi parlava come se fosse un suo investimento, come se la Fininvest fossero soldi messi da tasca sua",.

Benissimo.  E a questo punto, preso atto di tutto questo, chi volesse andare da D’Avanzo e Bolzoni, nonché dai magistrati che hanno tirato giù i verbaloni di Spatuzza, per spiegargli con i dovuti rispetto e cortesia che i fratelli Graviano all’anagrafe risultano nati uno nel 1961 e l’altro nel 1963, e che pertanto con i capitali con cui Berlusconi ha preso il volo nella metà degli anni 70 potrebbero c’entrare soltanto ammettendo che il racket degli scambiatori delle figurine Panini e del contrabbando scolastico dei fumetti “spinti” procurasse profitti imprevedibili, ora è libero di farlo.

Io già me la vedo l’espressione arcigna dei banchieri della Rasini che, accogliendo nei propri lussuosi uffici milanesi questi prodigiosi miliardari quattordicenni di Palermo, li assicurano della serietà del loro investimento.

Ma non è tutto. Sono gli approcci verso l’alta finanza portati avanti dai Graviano negli anni ’90, la vera perla della memoria del nostro Gaspare detto ”u tignusù” .

 

Parla Spatuzza (16 giugno 2009): "Nel 1991, vendono, svendono il patrimonio. Cercano i soldi, [vogliono] liquidità e io non so come sono stati impiegati [poi] questi capitali, e per quali acquisizioni. Certo, non sono restati in Sicilia". I Graviano, a Gaspare, non appaiono più interessati "alle attività illecite" . "Quando Filippo esce [dal carcere] nell’88 o nel 1989, esce con questa mania, questa grandezza imprenditoriale. I Graviano hanno già, per esempio, le tre Standa di Palermo affidate a un prestanome, in corso Calatafimi a Porta Nuova, in via Duca Della Verdura, in via Hazon a Brancaccio". Filippo – sempre lui – si sforza di far capire anche a uno come Spatuzza, imbianchino, le opportunità e anche i rischi di un impegno nella finanza. Le sue parole svelano che ha già a disposizione uomini, canali, punti di riferimento, competenze. "[Filippo] mi parla di Borsa, di Tizio, di Caio, di investimenti, di titoli. (…). Mi dice: [vedi Gaspare], io so quanto posso guadagnare nel settore dell’edilizia, ma se investo [i miei soldi] in Borsa, nel mercato finanziario, posso perdere e guadagnare, non c’è certezza. Addirittura si dice che a volte, se si benda una scimmia e le si fa toccare un tasto, può riuscire meglio di un esperto. Filippo è attentissimo nel seguire gli scambi, legge ogni giorno il Sole 24ore. Tiene in considerazione la questione Fininvest, d’occhio [il volume degli] investimenti pubblicitari. Mi dice [meraviglie] di una trasmissione come Striscia la notizia. Minimo investimento, massima raccolta [di spot], introiti da paura. "Il programma più redditizio della Fininvest", dice. Abbiamo parlato anche di Telecom, Fiat, Piaggio, Colaninno, Tronchetti Provera, ma la Fininvest era, posso dire, un terreno di sua pertinenza, come [se fosse] un [suo] investimento, come se fossero soldi messi da tasca sua, la Fininvest".

E certo, nella metà degli anni 70 l’aveva finanziata lui, la Fininvest, con il racket delle figurine.

Ma anche su quanto rivelato da Spatuzza sulle discussioni in tema di investimenti che lui avrebbe tenuto con Graviano in quell’epoca, ci sarebbe qualcosa da spiegare ai magistrati nonché ai giornalisti che come D’Avanzo e Bolzoni ce ne danno conto. Ad esempio, che Colaninno non era un esponente dell’alta finanza, ma soltanto un produttore di pezzi per automobili generici e di basso costo, come i filtri per il gasolio.  E soprattutto, che la Telecom non esisteva ancora. Si chiamava SIP, ed era difficile fare affari con i suoi titoli, perché appartenevano allo Stato.

Proprio così. Ma non sarà mica che ‘sto Spatuzza è un contafrottole?  Mah.

Comunque, quand’anche lo fosse, allora possiamo dire che si contende il primato con Ciancimino Jr, del quale oggi, sempre Repubblica, ci narra questa nuova prodezza:

 

Deposizione del figlio del defunto sindaco di Palermo davanti ai pmche indagano sulle stragi di mafia. Il capo dei capi parlava di "il nostro amico senatore

Ciancimino jr e il biglietto del boss

"Dell’Utri parlò con Provenzano"

dal nostro inviato FRANCESCO VIVIANO

 

“CALTANISSETTA - Bernardo Provenzano, il capo dei capi di Cosa nostra, era in contatto diretto con il senatore Marcello Dell’Utri. Lo ha raccontato Massimo Ciancimino, figlio del defunto ex sindaco di Palermo Vito, ai giudici di Palermo e di Caltanissetta che indagano sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio, e sulla presunta "trattativa" tra Stato e Mafia di quegli anni.

Massimo Ciancimino lo ha detto ieri ai magistrati spiegando nei dettagli il "senso" di un biglietto dattoloscritto da Bernardo Provenzano ed inviato a Don Vito Ciancimino che si trovava agli arresti domiciliari a Roma, dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio. "Caro ingegnere – scriveva Provenzano – ho ricevuto la "ricetta", ci dobbiamo incontrare nel solito posto, al cimitero, per chiarire alcune cose… Abbiamo parlato con il nostro amico senatore per quella questione, hanno fatto una riunione e sono tutti d’accordo".

E quell’amico senatore, secondo Massimo Ciancimino, sarebbe proprio Marcello Dell’Utri. La "ricetta" che Provenzano aveva ricevuto da Vito Ciancimino, sarebbe stata la richiesta di Cosa nostra ad alcuni esponenti politici di favorire i mafiosi in carcere ed i loro patrimoni in cambio della fine delle stragi del ’92-’93 che avevano raggiunto l’apice con gli attentati di Firenze, Roma e Milano.

Ma l’ultimo "pizzino" di Provenzano inviato a Vito Ciancimino, quello relativo all’incontro con "il nostro amico senatore", sarebbe stato spedito nel 2000, ha spiegato Massimo Ciancimino, a conferma che la "trattativa" tra Stato e Mafia avviata con Riina e Provenzano e proseguita poi con i fratelli Filippo e Giuseppre Graviano, è continuata e non si sarebbe mai interrotta. (…)

Adesso, rompendo ogni indugio e abbandonando le paure di "parlare di persone importanti", Massimo Ciancimino ha svelato che Bernardo Provenzano si riferiva proprio a Marcello Dell’Utri.”

Perfetto, caro Ciancimino. Quindi Provenzano avrebbe spedito un pizzino  nel  2000, in cui parlava, secondo te, di dell’Utri, chiamandolo “il nostro amico senatore”.

Peccato che Dell’Utri sia diventato senatore soltanto nel 2001.

E con questo, noi per oggi con i bufalari abbiamo chiuso.

Ma Repubblica certamente no.

Enrix

Un ringraziamento doveroso va a colui che, come da sempre, è preziosissima fonte di informazioni per i miei articoli: il mio caro amico François de Quengo de Tonquédec.