IL VIZIETTO

Il vizietto. 


Ed ora, tanto per cambiare, parliamo di Marco Travaglio.

Lo abbiamo già fatto ieri sull’altro blog, quello più ridanciano, ma oggi tocca rivedersela col giornalista torinese, e questa volta in argomento di mafia.

Nonostante questo sia il tema centrale di questo blog, devo confessare che sono rimasto a lungo nel dubbio se dedicargli uno spazio in questa sede, o ancora una volta nelle cronache del variopinto mondo dell’imbecillario.

Il fatto è che ormai Travaglio, nel raccontare a modo suo le cose, ha talmente abbandonato ogni ritegno, che letteralmente non sappiamo se, leggendolo quando si applica in argomenti seri come le stragi di mafia, ridere o piangere.

L’allegria vorrebbe portarci a scrivere dall’altra parte, ma la mestizia alla fine prevale.

E dunque veniamo al dunque.

Ieri ho buttato l’occhio su un lungo articolo di qualche giorno fa, dal titolo “Alfonso Sabella, un giudice stritolato dalla Trattativa”, pubblicato sul “Fatto quotidiano”, ed immediatamente ripreso a rimbalzo su tutto il web.

E dico “buttato l’occhio”, perché più che leggerlo integralmente, l’ho scansionato dall’alto in basso con le pupille, per alcuni secondi, soffermandomi su alcuni passaggi in grassetto. Tre o quattro passaggi, non di più.

Di più non ce la faccio proprio a sorbirmi certi concentrati. Non ho più l’età.

Ma comunque,  tanto è bastato per rilevare subito un paio delle solite porcherie.

Una bella grossa balza subito all’occhio fra le prime righe.

Travaglio introduce l’argomento dell’articolo, che è un piccolo trattatello celebrativo della figura del magistrato Alfonso Sabella, uno che, tanto per chiarirla subito, “dei ROS non si fida”, e che quindi “li ha tenuti sempre lontani dalle indagini sulla cattura dei latitanti”.

Dal che, noi che siamo segugi, deduciamo tranquillamente, senza riserva di verifica, che le indagini del 2001-2002 volte a scovare Provenzano sulla base delle indicazioni del pentito Giuffrè, e che hanno invece prodotto, proprio a causa delle loro soffiate, soltanto l’arresto delle “talpe in procura” fra cui l’amico di Travaglio, Pippo Ciuro (braccio destro di Ingroia), il quale teneva informato l’Ing. Aiello (braccio finanziario di Provenzano, arrestato anche lui dai ROS e poi condannato ad un bel po’ di anni di carcere per associazione mafiosa) delle indagini avviate dai ROS e dei dispositivi di controllo telefonico ed ambientale impiegati da questi per sorvegliare Aiello, il boss Guttadauro, e la famiglia mafiosa Eucaliptus, custode a Bagheria del segreto del covo di Provenzano, quelle indagini lì insomma, ai ROS non può avergliele affidate Sabella, perché lui dei ROS non si fidava, mentre  invece magari della DIA di Pippo Ciuro si fidava.

A dire la verità a dare una mano ad Aiello, insieme a Ciuro, provvedeva anche Totò Cuffaro, che per quella vicenda è stato condannato, sempre su denuncia dei ROS di cui invece Sabella non si fida, perché li ritiene intrallazzati con i politici nel promuovere la famosa “trattativa” fra Stato e mafia. Evidentemente però fra i politici che intrallazzavano con i ROS, Cuffaro non c’era, perché i ROS non  ci hanno pensato due volte a intercettarlo, coglierlo in castagna e denunciarlo.

Ma torniamo al nostro Marco T. Dunque egli è un grande ammiratore di Alfonso Sabella, magistrato che peraltro, stanti i suoi numerosi successi nella cattura di pericolosi latitanti, non possiamo che stimare pure noi.

E parlandoci di Sabella, Marco ci spiega subito che “è proprio davanti a lui che Giovanni Brusca mette a verbale le prime dichiarazioni sulla trattativa del Ros con la mafia che, disse l’esecutore materiale della strage di Capaci, produsse quella di via d’Amelio perché “siamo stati pilotati dai Carabinieri

Allora, vediamo se disse proprio così, Giovanni Brusca.

Ce lo chiarisce lo stesso Sabella, in un’intervista del 22 luglio scorso:

“le dichiarazioni di Riina non sono per niente, a mio giudizio, diverse da quelle che fece Giovanni Brusca deponendo al processo per le stragi nel ’93 nell’aula bunker di Firenze quando disse, gli scappò una frase che poi spiegò: "Noi nel commettere le stragi del ’93 siamo stati pilotati dai carabinieri". Brusca non voleva dire che sono stati i carabinieri a far fare le stragi ma è un messaggio assolutamente analogo a quello che Riina manda adesso. Secondo me con la mafia non c’è spazio per andare a nessun tipo di trattative e a nessun tipo di rapporto.”

E quindi, a parte il fatto già di per sè volpino e grottesco di sostenere che Brusca abbia messo a verbale le sue "prime dichiarazioni sulla trattativa del Ros" "proprio davanti a lui", ed indi citare una di queste dichiarazioni che invece appartiene ad una deposizione di Brusca  resa nell’aula-bunker di Firenze, antecedente al primo incontro fra Brusca e Sabella (rob de mat), bisogna altresì prender atto che lo stesso Sabella nella stessa intervista precisa che anche il solo trattare con alcuni mafiosi, può comportare una responsabilità, pur non penale, perlomeno morale, anche perché in quel modo si darebbe stimolo, anziché il contrario, ai mafiosi di compiere le stragi per esercitare il ricatto.

In quel senso secondo lui, intendeva parlare Brusca quando ha parlato di “pilotaggio dei carabinieri” Per “pilotati” si intende “condizionati” ad agire in un certo modo dal contesto della trattativa, o magari dal suo esito negativo, senza che si configuri necessariamente una coscienza precisa da parte dei carabinieri della gravità del condizionamento in atto.

Scritta come l’ha scritta Travaglio, si capisce tutt’altra cosa (pare quasi che la strage di Via D’Amelio sia stato un tour organizzato dall’arma benemerita), ma non è soltanto questo il punto grave.

Ciò che è invece  grave, gravissimo,  è  il “lavoretto” che fa Travaglio con le parole di Brusca,.

“Giovanni Brusca mette a verbale le prime dichiarazioni sulla trattativa del Ros con la mafia che, disse l’esecutore materiale della strage di Capaci, produsse quella di via d’Amelio perché “siamo stati pilotati dai Carabinieri

Eh già, siamo alle solite. Travaglio è già stato condannato una volta, in un tribunale, per aver manomesso una frase di Riccio in maniera da imputare a Previti un reato non commesso.

E qui è lo stesso.

La frase intera, “scappata” a Brusca, era: "Noi nel commettere le stragi del ’93 siamo stati pilotati dai carabinieri"

Vi pare una differenza di poco conto?

Se Marco l’avesse riportata giusta, anziché con il cammuffo, avrebbe dovuto scrivere che Giovanni Brusca dichiarò a Sabella che “la trattativa tra mafia e stato produsse la strage di Via D’Amelio, perché nel commettere le stragi del ’93 siamo stati pilotati dai carabinieri”,  e ci saremmo fatti tutti una bella risata, perché,   per chi non lo sapesse, la strage di Via D’amelio  è del luglio 92 .

Giovanni Brusca precisa evidentemente “del 93” per escludere che quelle del 92 siano state effettuate sotto condizionamento della trattativa. Solo quelle del 93.

Travaglio, con il solito taglietto, e la solita frasetta aggiunta, ci fa credere il contrario, anzi arriva a precisare ipocritamente che Brusca abbia indicato proprio la strage di Via D’Amelio come effettuata sotto il condizionamento dei ROS.

Una vera e propria mascalzonata.

Insomma, proprio non se lo toglie, Travaglio, ‘sto vizietto del cammuffo.

Passiamo oltre.

Oggi la trattativa Stato-mafia e il “papello” sono sulla bocca di tutti. Ma quando Brusca ne parlò  diffusamente davanti a Sabella, era la prima volta in assoluto. Il boss pentito vi aveva già accennato  il 10 settembre 1996 dinanzi ai pm di Palermo, Caltanissetta e Firenze. Vi aveva fatto di nuovo  cenno il 21 gennaio 1998 davanti alla Corte d’Assise di Firenze che stava processando mandanti  diretti ed esecutori materiali delle stragi del 1993.  Subito dopo fu preso a verbale da Sabella, il 23  febbraio 1998, poi il 22 aprile dello stesso anno e  infine il 19 marzo 1999. Gli parlò diffusamente  del papello consegnato da Riina al Ros fra Capaci  e via d’Amelio.

Eh…. però, è davvero importante convincerci che il papello e la trattativa, ecc…ecc…tutto avvenne fra Capaci e Via D’Amelio. E già. Così diventa il movente della strage di Via D’Amelio, e le inchieste scottanti su cui aveva ormai le mani Borsellino, passano in cavalleria. Guarda un po’.

Veramente però, caro Marco,  non  sono stati solo due, i cenni di Brusca alla trattativa, ed invero non erano proprio solo dei cenni.

Brusca aveva parlato altre volte, e  schiettamente del papello e della trattativa.

E soprattutto, dotando le sue deposizioni di precise, dettagliate e rilevanti circostanze.

Lo aveva fatto anche a Caltanissetta, nell’aula bunker, il 28 marzo 97 (di quel cenno lì, te n’eri dimenticato, eh?), dove aveva dichiarato che dopo quelle di Capaci e via D’Amelio, Riina penso’ ad una terza apocalittica strage. "E sarebbe bastata quella per vincere la guerra con lo Stato", Ma un "patto" fermo’ la terza strage. (nota bene: la terza, non la seconda. Via D’Amelio era la seconda – ndr)  Un patto stipulato con "uomini delle istituzioni" tramite "qualcuno". "finalmente qualcuno s’ era fatto vivo" Riina  "Consegno’ a "qualcuno" due fogli con le richieste per abolire il carcere duro ed altro". (corriere della sera – 29 marzo 97)

Anche nel gennaio 98, al processo per strage al tribunale di Firenze, (uno dei “cenni” citati da Travaglio), Brusca dice la stessa cosa:

“"Dopo gli attentati a Falcone e Borsellino, Riina mi disse: "Si sono fatti sotto, pensa si sono mossi anche i servizi segreti per arrestarmi. Io gli ho presentato un papello di richieste lungo così e ora sto aspettando". Era l’ estate del ‘ 92 e per questo mettemmo un fermo agli attentati in attesa della risposta dello Stato". (Repubblica — 14 gennaio 1998   pagina 12)

Dunque qui Brusca non parla di papello consegnato da Riina al Ros fra Capaci  e via d’Amelio” ma di un papello consegnato dopo Via D’amelio da Riina con le sue richieste, e per le quali aspettava una risposta mettendo un fermo agli attentati .

La cronologia suggerita da Travaglio, soddisfa invece la tesi di oggi dei PM di Palermo, che vorrebbe realizzata la strage di Via D’Amelio  per sollecitare una risposta positiva al papello, accelerare la trattativa, ed eliminare comunque un magistrato che avrebbe potuto contrastarla.

Peccato però che sin qui Brusca aveva detto tutt’altro, e con dettagli a corredo (lo stop al terzo attentato dopo la presentazione del papello).

E sin qui siamo a metà gennaio del 98. Ora, io non so esattamente cosa disse Brusca a Sabella il 23  febbraio 1998, poi il 22 aprile dello stesso anno e  infine il 19 marzo 1999. Non dispongo dei verbali, purtroppo. E Travaglio, sempre così documentato e documentante, non ci riferisce neppure una parola di quei verbali.

So però che se ha veramente parlato di un “papello consegnato da Riina al Ros fra Capaci  e via d’Amelio”, allora vuol dire che, per fare inversione ad “U” nella sua versione dei fatti, ha impiegato circa un mesetto. Chissà che sarà successo a Brusca, in quel mesetto, così da convincerlo a smentire sé stesso così visibilmente.

Certamente Sabella, così preciso, nei verbali di deposizione si sarà fatto dettagliatamente illustrare, da Giovanni Brusca, le ragioni che lo hanno portato, nel giro di un mesetto ed in due diversi tribunali, a fornire delle versioni non coincidenti fra di loro, ed anzi diametralmente opposte, confessando praticamente di aver detto il falso nelle aule giudiziarie dove si celebravano i processi per le stragi, ancora sino a poche settimane prima.

Peccato non averli, quei verbali.

Passiamo oltre.

C’è un “Atto II”, nell’articolo di Travaglio, dal titolo “ROS CONTRO LO FORTE”.

Si tratta di un argomento che tratterò in un articolo che ho in preparazione già da alcuni giorni, e pertanto rettificherò Travaglio sulle cose da lui scritte a tal proposito, in quella sede, poiché si tratta di una vicenda complicata, e non certo semplificabile come ha semplificato qui Travaglio, e qui non voglio fare anticipazioni.

Mi richiamo però, per il momento, alle prime parole di Marco, dove avrei qualcosa da dire subito:

Le coincidenze non sono finite: sempre nell’ottobre del 1997, mentre sono in corso gli arresti  dei tre pentiti provenzaniani e del loro gruppo di  fuoco, il capitano del Ros Giuseppe De Donno si  reca a Caltanissetta a denunciare il vice di Caselli,  Guido Lo Forte, accusandolo di aver passato nel  1991 il rapporto del Ros su “Mafia e appalti” ad  alcuni politici e mafiosi, fra cui Salvo Lima, e di averlo poi insabbiato. La fonte di De Donno è  Angelo Siino, già ministro dei lavori pubblici di  Riina, a lungo confidente del Ros e poi ufficialmente “pentito” dal 1997. Accuse e veleni da  prendere con le molle, ovviamente. La Procura  di Caltanissetta, diretta da Giovanni Tinebra,  iscrive Lo Forte sul registro degli indagati. Un atto segretissimo, che però una fuga di notizie ben  pilotata divulga al quotidiano La Repubblica proprio il giorno prima della prima udienza del processo Dell’Utri, il 5 novembre 1997. Notizia vera, ma concentrata tutta sul nome di Lo Forte,  mentre insieme con lui sono indagati anche altri  colleghi, dall’ex procuratore Pietro Giammanco  al suo fedelissimo Giuseppe Pignatone. Così  quel mattino, mentre si apre il processo al braccio destro di Berlusconi, tutti parlano dell’inchiesta sul braccio destro di Caselli. I fatti si commentano da sé.”

E dunque vediamo, controlliamo, che cosa scrisse Repubblica il 5 novembre a seguito delle notizie fuggite in modo così ben pilotato verso la sua redazione:

Oggi la storia di quei colloqui è agli atti della Procura di Caltanissetta. Con un passaggio destinato a provocare più di una polemica. Racconta pressappoco De Donno: "Siino mi spiegò che nei primi mesi del 1991 entrò in possesso della nostra informativa sugli appalti. Mi disse di averla ricevuta da alcuni magistrati della Procura di Palermo. E mi fece i nomi: l’ allora Procuratore Pietro Giammanco e due sostituti, Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone". (ed ecco lì, come l’articolo di Repubblica è tutto incentrato su Lo Forte anziché anche sui suoi colleghi Giammanco e Pignatone. Ormai si va un tanto al chilo. – ndr) Giammanco, dall’ estate 1992, lavora in Cassazione. Lo Forte, sei anni fa semplice sostituto, oggi è il Procuratore aggiunto di Palermo, il titolare delle inchieste di mafia più delicate, il Pm in aula dei processi Andreotti e Dell’ Utri. Pignatone, invece, ha smesso di fare il pubblico ministero ed è attualmente alla Procura presso la Pretura. Siino confidò al capitano De Donno anche i dettagli di quel passaggio di documenti. De Donno li ha puntualmente riferiti. Fin qui i dettagli sui verbali di Caltanissetta. Ma perché il capitano ha deciso di parlare proprio oggi e in quella città anziché a Palermo? E soprattutto: che cosa ha riferito il pentito Siino sullo stesso episodio? Eccoci al retroscena. Ai Pm del capoluogo siciliano Siino ha raccontato un’ altra verità. Ha ammesso di essere riuscito a mettere le mani sul dossier del Ros. Ma ha fornito una versione diversa rispetto a quanto raccontò a De Donno nel 1993. Siino non ha parlato di fonti della Procura, bensì di "altri referenti" che gli passarono quelle mille pagine. Aggiungendo un dettaglio destinato a rendere ancora più incandescente il rapporto tra Pm e carabinieri. Ha detto Siino: "Anche il maresciallo Antonino Lombardo era disposto a offrirmi il rapporto. Mi fece vedere un malloppo di pagine. Ma io gli risposi che quei documenti già ce li avevo. Gli diedi comunque cinque milioni per il figlio malato".

Quindi la fuga di notizie ben pilotata che secondo Travaglio ha sollevato uno scandalo “ad orologeria” relativo ad un’iniziativa dei carabinieri volta a colpire Lo Forte, PM del processo Dell’Utri che proprio in quei giorni stava iniziando, Repubblica ce la riporta scrivendo che c’era un pentito che aveva appena riferito ai PM che il dossier “mafia e appalti” non era stato consegnato ai mafiosi da Lo forte, ma da altri referenti, e proposto tra l’altro anche da un maresciallo dei carabinieri.

Strano modo di colpire Lo Forte “ad orologeria”, hanno questi carabinieri. Anche perché, se a passare a Repubblica lo “scoop” segretissimo fossero stati i carabinieri o informatori ad essi vicini, anziché personale della procura, certamente Repubblica non ce lo avrebbe mai rivelato. E come no.

Specialmente il dettaglio sulle deposizioni segretissime rilasciate da Siino ai PM, arriva dai carabinieri di sicuro, anziché dalla procura. E ricome no.

E veniamo al gran finale.

Travaglio ad un certo punto apre un virgolettato, ed attribuisce a Sabella, a proposito della “dissociazione” da “Cosa nostra” richiesta da alcuni mafiosi nel 2000, queste parole: “.Decidemmo così di opporci alla dissociazione. Fassino sposò la nostra linea e la comunicò a Vigna”. Appena la notizia trapelò sui giornali, la Procura di Palermo entrò in subbuglio: il procuratore Grasso sapeva, ma non aveva detto niente ai suoi sostituti. Così fu costretto a dichiararsi pubblicamente contrario alla dissociazione dei boss.

Da questo virgolettato, inserito da Travaglio nel suo articolo ed attribuito al suo paladino Sabella, nasce una querelle, che viene riassunta in una lettera-esposto del procuratore Grasso all’ordine dei giornalisti, che qui riportiamo per intero:

 

Lettera inviata dal procuratore nazionale antimafia all’Ordine nazionale dei giornalisti e le risposte di Marco Travaglio e del direttore del Fatto Quotidiano Antonio Padellaro


Al presidente dell’Ordine dei giornalisti

Gentile presidente,

come forse Lei saprà, non è mia abitudine mantenere un regime di conflittualità coi giornalisti, anche perché sono consapevole delle difficoltà insite nel mestiere di cronista.

Per questo motivo mi sono sempre astenuto dalle querele o da altre iniziative giudiziarie, nella presunzione che gli errori commessi dai cronisti fossero, come dire “assolvibili” per assenza di malafede.
Rimango sconcertato, però, nel verificare come talvolta questa “assenza di malafede” possa essere messa in dubbio dallo stesso evolversi dei fatti.

L’edizione del Fatto Quotidiano di martedì 10 novembre ha pubblicato, a firma di Marco Travaglio, un articolo, dal titolo “Un giudice stritolato dalla trattativa”, che riguardava, fra l’altro, i tentativi di far passare provvedimenti legislativi in favore di una presunta “dissociazione” dalla mafia di alcuni detenuti al 41 bis. La fonte di tale articolo, – una fonte dichiarata –, era l’ex pm Alfonso Sabella. Tra le tante notizie e interpretazioni di fatti accaduti in tempi non recentissimi, l’articolo riportava una frase secondo cui, pur conoscendo tali tentativi, non avrei mai informato né consultato i miei sostituti (allora ero procuratore a Palermo), e avrei – invece – pubblicamente manifestato la mia contrarietà solo perché costretto dai colleghi, che intanto avevano scoperto il tutto ed erano entrati in “subbuglio”. Il tenore della frase lasciava, quindi, chiaramente intendere al lettore che io sarei stato nascostamente favorevole a tale “dissociazione”.

Della mia pronta reazione, manifestatasi con due note Ansa delle 14:30 e delle 14:33 dello stesso giorno (Grasso, sempre contrario a qualsiasi ipotesi di dissociazione), il giornale, mercoledì 11 novembre, dava contezza ai suoi lettori, attribuendo, però, la responsabilità della frase al magistrato Alfonso Sa-bella (anche se contenuta in parti non in corsivo né virgolettate) e sminuendone il senso e la portata solo al fatto che io, al corrente della trattativa sulla dissociazione, non ne avessi informato i sostituti del mio ufficio.

Tale ricostruzione veniva smentita, non da me, ma dallo stesso Alfonso Sabella, che aveva invece chiaramente testimoniato la mia avversione alla “dissociazione sin dal primo momento”. Mi sarei aspettato dal Fatto Quotidiano una leale smentita con una evidenza proporzionata alle due pagine del giorno 10. Oggi, invece, leggo la seconda puntata dell’inchiesta senza nessun riferimento alle modifiche – sostanziali – dichiarate dallo stesso Alfonso Sabella. In fondo al giornale, tra le lettere, ho poi scorto una confusa smentita sotto il titolo “I nostri errori” che precisa: “Sono state attribuite al dott. Sabella parole ascrivibili invece all’autore dell’articolo”. Parole ascrivibili? Ma le parole dell’autore non erano forse notizie date per certe? E se è così, qual era stata la fonte dell’autore, visto che non si trattava di Sabella? Le poche righe pubblicate, inoltre, ancora una volta, limitano la smentita all’aspetto che riguarda la presunta mia conoscenza dei fatti e non già la assodata contrarietà alla “dissociazione”.
Insomma un pasticcio che non rende giustizia alla verità dei fatti.

Perché sottopongo tutto ciò al presidente dell’Ordine dei giornalisti? Perché non è la prima volta che vengo sottoposto ad attacchi personali – sempre dallo stesso giornalista – senza nessun intervento ragionevole, per esempio dei direttori che hanno pubblicato e pubblicano senza esercitare alcun controllo. Mi rivolgo a Lei che, nell’esercizio delle sue funzioni di garante e tutore della deontologia professionale dei suoi iscritti, certamente saprà trovare il modo di trasferire ai suoi colleghi i motivi del mio disagio.


La ringrazio per l’attenzione


Pietro Grasso

 

Per dirla quindi alla maniera di Travaglio, il fatto si commenta da sé.

La rettifica di redazione del “fatto quotidiano”, è spettacolare:

Sono state attribuite al dott. Sabella parole ascrivibili invece all’autore dell’articolo”.

Traduzione: Non era una palla di Sabella, ma una palla di Travaglio inserita a valle di un virgolettato che starebbe ad indicare un fedele riporto del pensiero e delle parole del Dott. Sabella, e che invece non lo era affatto.

Pura sfrontatezza?

Mera mancanza di pudore?

Piena convinzione di avere per lettori degli imbecilli?

Mah, mistero. Uno dei tanti misteri d’Italia.

enrix