QUEL CALDO MESE DI LUGLIO

Quel caldo mese di luglio.

FALCONE E BORSELLINO e clessidra 

La famosa intervista, quella che Paolo Borsellino il 21 maggio ’92 rilasciò ai giornalisti francesi  Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, è stata definita più volte “l’ultima intervista di Paolo Borsellino”. Erroneamente, perché, come è noto, successivamente a quella e poco prima di morire il magistrato rilasciò un’intervista alle TV di Mediaset.

 

Quindi quella dei francesi è stata ridefinita come “la penultima intervista”.

 

In realtà non è neppure così, perché Paolo Borsellino rilasciò anche un’altra intervista (quindi quella dei francesi è “la terzultima”) piuttosto interessante, al brigadiere Giuseppe D’Avanzo per le pagine di Repubblica, che la pubblicò il 27 maggio.

 

Interessante, quell’intervista, soprattutto per un passaggio:

 

PAOLO BORSELLINO: Per indagare sulla morte di Giovanni ho sollecitato la mia ‘ applicazione’ a Caltanissetta, ma mi hanno ricordato che in quella città non c’ è la funzione di procuratore aggiunto. In ogni caso andrò a Caltanissetta.

 

D’AVANZO: Con quale scopo?

 

BORSELLINO: Ci andrò come testimone. Per raccontare piccole cose che possono aiutare l’ inchiesta.

 

D’AVANZO: A proporre un ragionamento?

 

BORSELLINO: No. I ragionamenti non fanno parte di una testimonianza. Possono essere il retroterra di una testimonianza, possono essere materiale per un’ intervista. Al procuratore Celesti riferirò fatti, episodi e circostanze. Gli racconterò gli ultimi colloqui avuti con Giovanni.

 

 

Che cos’avrà avuto da dire Borsellino ai magistrati nisseni? Cosa si dicevano lui e Falcone?

 

Sempre Giuseppe D’Avanzo, su Repubblica del 23 giugno, nell’articolo “COSI’ SCRISSE FALCONE NEL DIARIO DEI MISTERI”, ci parla di un colloquio per il momento informale tenuto da Borsellino a Caltanissetta dove il magistrato avrebbe parlato ai colleghi del “diario”, i famosi appunti scritti da Falcone sul suo PC nell’ultimo periodo della sua vita.

Poi, spiega D’Avanzo: “Celesti interrogherà presto Ayala, Borsellino e Guarnotta. Al di là dell’ interrogatorio, comunque, i "capitoli" del diario sono per gran parte noti, anche grazie alle rivelazioni di una puntuale cronaca dell’ Espresso. Sono trentanove, come trentanove furono le occasioni di conflitto e di dissidio con il procuratore capo Pietro Giammanco che mise Giovanni Falcone nella condizione di non lavorare come avrebbe potuto e saputo, che lo costrinse, di fatto, a dover abbandonare la Procura e Palermo. Si va dalla decisione di togliere al giudice assassinato la delega per le inchieste di mafia, alla comunicazione che la riunione settimanale del pool non si sarebbe più tenuta nell’ ufficio di Falcone al pianterreno del Palazzo, ma al primo piano nello studio del procuratore capo. Dalla circostanza che in qualche occasione Falcone fu costretto anche ad attendere a lungo in piedi dinanzi alla porta di Giammanco prima di essere ricevuto (circostanza pregna di significati in una città, come Palermo, attentissima ai segnali di prestigio e in un Palazzo, come quello di Giustizia, occhiutissimo nello scorgere le mosse che legittimano e quelle che delegittimano) alla controversia che Falcone ingaggiò con Giammanco dopo che il nucleo speciale dei carabinieri consegnò in Procura il rapporto sulla mafia degli appalti, un lavoro certosino durato anni che raccontava come tutti gli appalti di Palermo passano attraverso la mediazione di Angelo Siino, titolare di una concessionaria d’ auto, uomo fidato dei Corleonesi. Falcone valutò il rapporto con grande attenzione. Giammanco e i suoi sostituti più fidati con scetticismo. Anzi, con scherno. "Tanta carta per nulla, in questo rapporto non c’ è scritto niente che merita di diventare inchiesta giudiziaria", disse uno dei fedelissimi di Giammanco.”

 

Ma a quanto mi risulta, Borsellino non fece a tempo per testimoniare a Caltanissetta, perché 25 giorni dopo, fu ucciso.

 

Di quell’inchiesta, cd “mafia e appalti”, si erano incaricati il capitano De Donno e i suoi carabinieri del ROS. Lasciamo che, questa volta, sia Peter Gomez ad illustrarci della rilevanza di quel filone:

 

“…È un fatto che le indagini dell’Arma facessero paura a molti. Il giovane capitano Giuseppe De Donno ci aveva lavorato per più di un anno. Così, il 16 febbraio del 1991, consegna nelle mani di Giovanni Falcone un rapporto di 900 pagine che, senza pentiti, sembra anticipare di più di un anno l’inchiesta milanese di Mani Pulite. Falcone però non lo può esaminare. Sta partendo per Roma, dove diventerà direttore degli affari penali al ministero, perché ormai a Palermo lui non può più lavorare. A metterlo in un angolo non sono stati i mafiosi. Sono stati alcuni suoi colleghi e soprattutto l’allora procuratore Pietro Giammanco.)     

 
Il rapporto di De Donno è una bomba. Per la prima volta viene svelato il ruolo di Angelo Siino, l’uomo che per conto di Cosa Nostra curava la spartizione di lavori e mazzette. E viene anche spiegato quello del gruppo Ferruzzi di Ravenna, in affari con la mafia. Nella relazione sono citati i nomi di aziende come la Grassetto di Salvatore Ligresti, la Tordivalle di Roma (degli eredi di De Gasperi), la Rizzani De Eccher di Udine, le imprese dei cavalieri del lavoro di Catania, la SII poi rilevata dall’ex direttore generale della Edilnord di Berlusconi, Antonio D’Adamo, una serie di cooperative rosse, la Impresem del costruttore agrigentino Filippo Salamone e poi tutte le società che fanno capo a Bernardo Provenzano. Nonostante questo Mani Pulite alla siciliana non parte.
(e perché? Come, lo vedremo fra poco – ndr) Perché la questione degli appalti e del pizzo diviso tra mafiosi e politici arrivi realmente alla ribalta bisogna attendere che a Palermo giunga il procuratore Giancarlo Caselli.

 
Ma c’è di peggio. Il rapporto di De Donno finisce presto in mano ai mafiosi. Chi lo abbia consegnato, le indagini, tutte archiviate, non lo hanno mai stabilito.
(ma è facile immaginarlo, se è vero, come ha detto Mori, che fu consegnato nelle mani degli avvocati difensori degli indagati in allegato agli atti pubblicati – ndr) Restano sul tavolo le accuse: quelle del Ros ai magistrati e quelle dei magistrati ai carabinieri. L’ex braccio destro di Provenzano, il capomafia oggi pentito Nino Giuffrè, è però certo che il contenuto di quel rapporto impresse un’accelerazione alla decisione, secondo lui già presa, di uccidere sia Falcone che Borsellino. In ballo c’erano infatti più di mille miliardi di lire da spartire tra mafia e politica.

 
È indiscutibile, poi, che anche Borsellino, subito dopo la morte dell’amico, si sia messo a battere pure il fronte dei lavori pubblici. Proprio per questo ebbe allora un incontro con Antonio Di Pietro, all’epoca uomo simbolo di Mani Pulite, e, secondo Mori, il 25 giugno discusse la questione appalti anche con lui e De Donno: un’inchiesta senz’altro rallentata, se non insabbiata, nei mesi successivi.  (Ma da chi, caro dolce fresco Gomez? Lo vedremo fra poco – ndr) Un’indagine che oltretutto sarà poi falcidiata da prescrizioni e sentenze contraddittorie nei confronti di imprese e politici. Sulla morte di Borsellino, insomma, il rapporto mafia-appalti pesa. E da solo spiega molto. Ma non tutto.” (Dall’articolo:  Dietro la strage di via D’Amelio, l’ombra degli appalti. Da Il Fatto Quotidiano, 23 ottobre 2009 – Autore: Gomez, Peter

 

Può darsi che non sia tutto, come dice Gomez, ma noi ci prendiamo la licenza di ritenere che il rapporto fra il peso della presunta conoscenza da parte di Borsellino delle presunte (e dico presunta e presunte perché che queste siano avvenute prima della sua morte ed in che modo è ancora tutto da dimostrare) “trattative” fra i carabinieri e Vito Ciancimino e l’accertata conoscenza da parte del magistrato dei contorni e dei dettagli della delicatissima inchiesta sulla mafia e sugli appalti (quanto delicata ce lo dice perisno Gomez), sia francamente risibile.

 

E inoltre non era l’unica questione delicata di cui si stava occupando Falcone.

 

C’erano i traffici internazionali di enormi somme di denaro, con protagonisti russi ed italiani, che stavano interessando il magistrato (e quindi anche il suo amico Borsellino perché come risulta chiaro i due si aggiornavano continuamente come se fossero una cosa sola), nei modi di cui ho scritto negli articoli dei giorni scorsi. E vale a dire l’inchiesta di Roma in mano ad Ugo Giudiceandrea e Franco Ionta, sulle cui orme anche Giovanni falcone si stava muovendo con la prenotazione di un volo per Mosca, sfumato a causa del tritolo.

 

Ma dunque che fine hanno fatto effettivamente queste due inchieste?

 

Per quanto concerne la vicenda dei flussi miliardari Russia-Italia e Italia-Russia, si dice che Ionta abbia depositato la richiesta di archiviazione di quell’inchiesta (forse trascurando un po’ alcuni aspetti, ma questo è già approfondimento, e ne parleremo in altra data), il 7-8 di luglio e che l’archiviazione sia stata ordinata dal Gip Siotto il 27  luglio. Nel bel mezzo delle due date c’è il 19, la triste domenica.

 

E dico “si dice” perché nonostante  paresse un’autentica pentola in ebollizione, con decine di articoli di giornale ad essa dedicati nel mese di maggio e nel mese di giugno, ed innumerevoli annunci di sviluppi clamorosi, su quell’inchiesta dal primo di luglio calò il più totale silenzio stampa. Della richiesta di archiviazione della Procura, presentata piuttosto repentinamente, va detto, l’8 di luglio, nessuno fornì la notizia, nemmeno “L’Unità”, che invero avrebbe dovuto salutarla con un certo clamore, in quanto organo del partito direttamente interessato e colpito. Sapremo direttamente della sua archiviazione disposta dal GIP di Roma Siotto, solo una settimana dopo la morte di Borsellino, con poche e sintetiche righe sui giornali il 28 di luglio.

 

Anche dell’inchiesta “mafia e appalti”, nello stesso periodo,  i PM chiedono l’archiviazione.

E volete sapere? Pare che due di loro, Lo Forte e Scarpinato, l’abbiano firmata il sabato 18 luglio. Giammanco la firma invece la mattina del lunedì 20. Ha trovato tempo e coraggio nonostante il corpo del collega che a quest’inchiesta teneva tanto fosse ancora caldo. E credo che Borsellino di questa istanza di archiviazione non ne sapesse nulla, così come dell’altra. L’ordinanza di archiviazione fu firmata dal GIP il 14 di agosto (la vigilia di ferragosto, evidentemente in un tribunale completamente deserto, roba tipo "L’ultimo uomo che visse sulla terra").

 

E a questo punto il Segugio vorrebbe fare uno dei suoi giochi preferiti. Non so se avete presente quei libri-gioco dove variando un evento della trama, ci si diverte ad esplorare i nuovi possibili percorsi narrativi.

 

Analizziamo dunque, SENZA VOLERE ASSOLUTAMENTE INSINUARE NULLA, ma per puro passatempo, che cosa sarebbe potuto accadere con tempistiche differenti.

 

Se le istanze di archiviazione, esperìte con una certa fretta e velocità, fossero state depositate DOPO la morte di Borsellino, qualcuno avrebbe potuto insinuare che si era approfittato della sua scomparsa per poterlo fare, e che lui non sarebbe stato d’accordo. Si sarebbero forse sollevate delle polverose e fastidiose polemiche, su quelle richieste di archiviazione disposte DOPO la scomparsa dei due magistrati che se n’erano occupati.

 

Fortunatamente, e naturalmente per coincidenza, la richiesta di archiviazione di Roma è stata avanzata una decina di giorni PRIMA della morte di Borsellino. (l’indagine è durata pochissimo, appena qualche giorno); anche per l’altra inchiesta, l’archiviazione fu predisposta PRIMA, ma…

 

Se la richiesta di archiviazione di "mafia e appalti" fosse stata però depositata con troppo anticipo rispetto alla data dell’omicidio, siccome si era nel tribunale di Palermo dove Borsellino lavorava, il magistrato sarebbe venuto a saperlo, e molto probabilmente sarebbe in qualche modo intervenuto.

Se fosse peraltro stata depositata e firmata per intero solo poche ore prima dell’omicidio, qualche dietrologo avrebbe potuto sollevare  sospetti ed insinuazioni, su quella cronologia dei fatti.

 

Fortunatamente, e naturalmente per coincidenza, la richiesta di archiviazione dell’inchiesta di Palermo è stata firmata IL GIORNO PRIMA della morte del Giudice da due PM (LO FORTE E SCARPINATO, neh, Gomez?), e firmata IL GIORNO DOPO la morte del giudice da Giammanco. (Il giorno in mezzo, quello dell’omicidio, era domenica, giorno in cui non si può firmare e depositare nulla in tribunale, però si può uccidere e si può morire).

 

Così nessuno può fare sgradevoli insinuazioni.

 

Se le ordinanze di archiviazione fossero state emesse PRIMA della morte di Borsellino, il magistrato l’avrebbe saputo in tempo reale (ordinanze del genere non si possono tenere segrete) e quindi  avrebbe probabilmente sollevato un bel casino, protestando ed accendendo un’aspra polemica. Se fosse quindi morto a quel punto, le polemiche da lui suscitate sull’archiviazione avrebbero potuto rappresentare un movente.

 

Fortunatamente, e naturalmente per coincidenza, le ordinanze di archiviazione sono state emesse DOPO la morte di Borsellino.

 

Così Borsellino non ha visto, pace all’anima sua.

 

Se le istanze di archiviazione fossero state rese note dalla stampa, e Borsellino ne avesse letto, avrebbe forse acceso delle polemiche ed avrebbe contestato l’atto.

Se la stampa avesse taciuto, fatto scena muta, su entrambe le istanze di archiviazione, la cosa avrebbe potuto sembrare strana, e destare sospetti.

 

Fortunatamente, e naturalmente per coincidenza, sulla richiesta di archiviazione dell’inchiesta di Roma (fondi PCUS), presentata al 7-8 di luglio, NESSUNO HA SCRITTO UNA RIGA E NESSUNO HA SAPUTO NULLA. Si è saputo che era stata presentata da Ionta il 7/8 di luglio solo il 28 luglio, quando fu data la notizia dell’archiviazione disposta dal GIP. (fatto piuttosto incredibile, francamente). Sulla richiesta di archiviazione di Palermo, la stampa non ha fatto tempo a dare alcuna informazione prima che morisse il giudice, nonostante sia stata firmata da Scarpinato il giorno prima, perché è stata depositata con tutte le firme e resa nota il giorno dopo la morte del giudice.

 

Così Borsellino non ha saputo, per fortuna. Pace all’anima sua.

 

Se le ordinanze di archiviazione fossero state emesse entrambe subito dopo la morte di Borsellino, soprattutto quella su "mafia e appalti" molto attenzionata dalla stampa, si sarebbe potuta ritenere una strana coincidenza, ed un’iniziativa inopportuna dopo l’eliminazione del giudice, che avrebbe potuto accendere sospetti e polemiche  anche soltanto per la sensazione che appena uscito il gatto due topi si siano precipitati immediatamente sul formaggio. Se non si fosse infine disposta l’archiviazione di un’inchiesta particolarmente incandescente in un giorno in cui si pensa ad altro e la maggioranza dei cittadini, giornalisti compresi è fuori e si riposa, e quando rientra pensa a tutt’altro, farlo in un altro momento avrebbe magari suscitato maggiori polemiche “a caldo” e dubbi sull’iniziativa.

 

Fortunatamente, e naturalmente per coincidenza, l’inchiesta sui fondi PCUS e KGB fu archiviata il 27 luglio, mentre l’ ordinanza di archiviazione dell’inchiesta  "mafia e appalti" è stata depositata e firmata il 14 di agosto, vigilia del ferragosto.

 

Così l’evento ha perso d’importanza e nessun giornalista, per fortuna, ha pensato, neppure per voglia di protagonismo, a collegarlo   con la morte di Paolo Borsellino.

 

Come emerge quindi da questa analisi di una serie di tempistiche particolarmente fortunate, il fato e la sorte propizi hanno fatto si che tutto quanto è avvenuto nei palazzi di Giustizia di Roma e Palermo, tra il 7 di luglio ed il 14 di agosto,su quelle due inchieste, non ha interagito con la vita e con la morte (19 luglio) di paolo Borsellino, neppure per sfioramento.

Sorte propizia con chi detesta i veleni e le polemiche sulla Giustizia, ma crudele con il magistrato, perché Borsellino ci teneva tanto a quelle inchieste, e bastava che una sola di quelle condizioni che si sono verificate (ed erano tante), non si verificasse, che il destino di quelle inchieste e di quella riguardante la morte di Borsellino, sarebbe probabilmente cambiato.

 

Alla prossima.

 

Enrix