MAFIA E APPALTI

Antimafia fiction: l’inchiesta archiviata

Quella “inchiesta bomba” archiviata subito dopo via D’Amelio. Così cominciò la battaglia tra i Ros e i pm siciliani

di Chiara Rizzo

Un attacco virulento, quello che la procura di Palermo sta sferrando al Ros dei carabinieri che lavorò in Sicilia, ma non nuovo. Il generale Mori e il capitano Ultimo, ad esempio, sono già stati processati a Palermo per la mancata perquisizione del covo di via Bernini, l’ultima dimora di Totò Riina. È finito tutto con l’assoluzione nel 2006. Ora la posta in gioco si è rialzata, perché alla luce delle nuove rivelazioni, il generale Mori e il capitano De Donno sarebbero diventati la causa indiretta della morte di Paolo Borsellino. Ma perché la procura di Palermo insiste così tanto nell’attacco al Ros? Una risposta l’ha indicata lo stesso generale Mori nelle dichiarazioni spontanee rese il 20 ottobre scorso, parlando di un’indagine che il Ros aveva depositato nel 1991: l’inchiesta “Mafia e appalti” seguita da Giuseppe De Donno, collaboratore fidato di Giovanni Falcone, sul controllo mafioso degli appalti pubblici. «Il rapporto di De Donno è una bomba» anche secondo Peter Gomez, che sul Fatto quotidiano del 23 ottobre ha raccontato come l’inchiesta fu in seguito insabbiata, ma omettendo di riportare i nomi di chi bloccò effettivamente l’indagine.
In aula Mori, invece, non si è autocensurato. E ha spiegato come Mafia e appalti avesse catturato l’attenzione di Giovanni Falcone già nel febbraio del ’91, quando il magistrato era in procinto di lasciare la procura di Palermo per la direzione degli Affari penali del ministero della Giustizia: «Ci sollecitò insistentemente il deposito dell’informativa, spiegandoci che non tutti vedevano di buon occhio l’indagine. Venni da lui informato che il dottor Pietro Giammanco, procuratore della Repubblica di Palermo, con cui i suoi rapporti professionali erano problematici, non dava valore all’informativa». Infatti il 7 luglio ’91 a seguito dell’inchiesta, arrivarono i primi arresti, ma erano solo cinque. Ha ricordato Mori che «l’esito fu deludente: ritenevo che vi fossero altre posizioni, tra le 44 evidenziate nell’informativa, da prendere in esame. La stessa valutazione venne fatta da Falcone, che nei suoi diari definì le richieste della procura di Palermo “scelte riduttive per evitare il coinvolgimento di personaggi politici”». Mori ha ricostruito anche lo sconcerto provato quando ai difensori degli indagati, anziché consegnare gli stralci dell’inchiesta che li riguardavano, fu consegnata copia dell’intera informativa: «In tal modo si svelò il complesso dei dati investigativi posseduti dagli inquirenti, facendo comprendere in quali direzioni l’attività poteva proseguire». E l’inchiesta fu bruciata.

Accuse e insabbiamenti
Mafia e appalti ha creato problemi a chiunque vi si sia avvicinato. Paolo Borsellino, subito dopo l’omicidio di Falcone, chiese un incontro riservato a Mori e De Donno, e «non voleva che qualche suo collega potesse sapere dell’incontro», ricorda Mori. Lo stesso Ingroia il 12 novembre 1997 ha raccontato che Borsellino era convinto che partendo dagli appunti contenuti nell’agenda elettronica di Falcone su Mafia e appalti si potevano individuare i moventi della strage di Capaci. Come mai oggi il pm sembra trascurare del tutto le sue stesse parole? Il generale Mori ha cercato di rinfrescargli la memoria, chiedendo che questa sua testimonianza fosse depositata al processo di Palermo. Mori ha raccontato poi che Borsellino ribadì la sua tesi sulla strage di Capaci anche a lui e al capitano De Donno, incontrandoli il 25 giugno 1992, per parlare di Mafia e appalti: «Nel salutarci raccomandò la massima riservatezza sull’incontro, in particolare nei confronti dei colleghi della procura di Palermo».
Erano ragionevoli i dubbi di Borsellino? L’unica certezza è che il 20 luglio 1992, il giorno successivo al suo assassinio, fu firmata dal procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Giammanco la richiesta di archiviazione dell’inchiesta Mafia e appalti, richiesta presentata dai sostituti procuratori Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato. Il decreto di archiviazione fu sottoscritto dal gip il 14 agosto 1992, e chissà se nella storia siciliana è mai stato depositato un altro atto giudiziario la vigilia di Ferragosto.
Un piccolo nota bene. Il procuratore Giammanco, era lo stesso che aveva suscitato i sospetti di Falcone, e che nell’estate di quell’anno fu praticamente cacciato dalla procura. Lo Forte e Scarpinato, firmatari della richiesta di archiviazione, sono stati i pm di punta del pool di Caselli (insieme allo stesso Ingroia): furono loro, negli anni d’oro di Palermo, a condurre l’accusa al processo Andreotti. E sarebbero forse passati alla storia se i carabinieri non avessero rotto le uova nel paniere: a processo in corso li privarono del super teste, Balduccio Di Maggio, quello che aveva visto il bacio tra Riina e Andreotti, arrestandolo perché, approfittando dello status di collaboratore di giustizia, aveva ripreso a delinquere. Nel ’97 De Donno arrivò addirittura ad accusare esplicitamente Lo Forte di aver insabbiato l’inchiesta Mafia e appalti. Uno scontro tra visioni divergenti della lotta alla mafia che pare non essere finito.

02 Novembre 2009

Estratto dalla rivista "Tempi"  -  LINK