COSE SU FALCONE – 2

COSE SU FALCONE CADUTE NELLOBLIO – 2


 

 

 

Prima di riprendere la nostra piccola carrellata di stralci d’epoca utili per mettere a fuoco gli avvenimenti relativi alla fase finale della vita di Giovanni Falcone, vorrei ritornare per un momento sulle dichiarazioni di qualche giorno fa del procuratore generale antimafia Piero Grasso.

 

E vorrei ritornare a quelle parole perché c’è un passaggio estremamente rilevante che non vorrei sfuggisse a nessuno.

 

Scrive Repubblica il 27 ottobre

Il cambio di strategia

Secondo la ricostruzione di Grasso, a un certo momento, nel marzo 1992, il mafioso che era stato incaricato di eseguire i sopralluoghi (a Roma nei luoghi frequentati da Falcone – ndr) venne informato da Totò Riina che non c’era più bisogno di colpire Falcone a Roma, perché si era "trovato qualcosa di meglio".

 

Cosa c’è di così importante in questa informazione di Grasso?

C’è questo: semplicemente, a detta di Grasso, il metodo della strage al tritolo, tipicamente terroristico, fu usato non perché c’era la finalità di realizzare un attentato di tipo terroristico, ma perché ad un certo punto si decise di attuare l’omicidio di Falcone, già pianificato per motivi ben definiti, utilizzando quel metodo.

 

Capite la differenza?

C’è ed è fondamentale, perché detto così, è ben poco plausibile che si configuri come un attentato progettato per ricattare lo stato o per creare una tensione destabilizzante. E’ invece, sino a prova contraria, semplicemente un’eliminazione pianificata di un magistrato, per la quale ad un certo punto, repentinamente, e per una precisa ragione, si è deciso di utilizzare quel metodo ANZICHE’ quello selezionato in precedenza (e non perché con quello precedente si rischiava l’insuccesso, neanche per sogno).

In poche parole, la successione non è stata: facciamo una serie di attentati con metodologie terroristiche, ed iniziamo con un politico, anzi, no, meglio un magistrato.

Invece è stata: bisogna uccidere Giovanni Falcone. E lo uccidiamo a Roma per strada o al ristorante, quando scopre la guardia. Anzi, contrordine. Lo uccidiamo con 500 kg di tritolo sotto l’autostrada.

 

Questo per chi scrive è un fatto fondamentale, da appuntare nel nostro blocco notes.

 

E passiamo quindi alla seconda puntata delle nostre “cose su Falcone”.

 


Il “diario” di Salvatore Parlagreco.

 

Salvatore Parlagreco, giornalista e scrittore siciliano, è autore di inchieste, romanzi, antologie e saggi. Il suo sito personale è denso di contributi.

Pochi giorni dopo la strage di Capaci, Parlagreco raccontò le giornate convulse e inquietanti che seguirono alla morte di Giovanni Falcone e, successivamente, alla tragedia di Via D’Amelio, in un diario, pubblicato parzialmente sulla rivista Cronache parlamentari siciliane.

 

Oggi noi rileggiamo il capitolo 7, integrale, di quel diario.

 

 

 

Diario/7

L’Addaura, avvertimento o fallito attentato, e’ l’anteprima di Capaci. O lo scenario di riferimento.

 

di Salvatore Parlagreco

 

 

Falcone indagò sulla Contrade in marzo del 1991. Dieci milioni di dollari, scomparsi nel passaggio fra un conto cifrato e l’altro. È la stessa somma depositata in una banca di Mendrisio dal boss di Bagheria Leonardo Vitale? Se le cose stanno così bisogna tornare indietro al fallito attentato dell’Addaura del 21 giugno 1989, che seguì l’interrogatorio di Leonardo Greco e a quella sua strana frase «Lei è troppo abbronzato, giudice».

 

Si sa come è andata. La magistratura italiana e lo stesso Falcone non hanno mai creduto né alla simulazione né all’avvertimento. Ed è stata l’ipotesi della simulazione a rendere poco credibile anche l’ipotesi dell’avvertimento. Molto curioso: fra le carte, le testimonianze, le soffiate non c’è nulla che autorizzi a ipotizzare la simulazione.

 

Le parole di Leonardo Greco non bastano per avvalorare l’ipotesi di un avvertimento. Ma come escludere che il boss bagherese usasse una efficace metafora per fare capire senza dire nulla di compromettente? Uccidere Falcone era un cattivo affare anche allora, nel 1989, non soltanto in maggio del 1992. Ma fu Falcone il primo a non credere all’avvertimento.

 

 «Tra i rari attentati falliti, voglio ricordare quello organizzato contro di me nel giugno 1989” , egli scrive nel suo libro “Cose di Cosa Nostra”, “Gli uomini di Cosa Nostra hanno commesso un grosso errore, rinunciando all’abituale precisione e accuratezza pur di rendere più spettacolare l’attacco contro lo Stato. Al punto che qualcuno ha concluso che quell’attentato non fosse di origine mafiosa. Capita anche ai mafiosi di sottovalutare l’avversario, volere strafare…».

 

Tuttavia è lo stesso Falcone ad osservare nella pagina successiva: «I   messaggi   di   Cosa   Nostra   diretti   al   di   fuori dell’organizzazione informazioni, intimidazioni, avvertimenti mutano stile in funzione del risultato che si vuole ottenere. Si va dalla bomba al sorrisetto ironico, accompagnato dalla frase: “Lei lavora troppo, fa male alla salute, dovrebbe riposare”».

 

«Greco entrò nell’ufficio di Falcone con atteggiamento arrogante, ricorda in tribunale, a Lugano, il sostituto procuratore Carla Del Ponte. Era abbigliato in modo impeccabile. Pareva uscito da un Grand Hotel più che dal carcere. Si sedette con uno sguardo da far rabbrividire e con un forte accento siciliano si rivolse a Falcone: Signor giudice, vedo che lei troppo abbronzato è. Poi passò in rassegna tutti i presenti fino a chiedere: Chi di voi altri è il procuratore Del Ponte?».

 

Sono le 11,30 del 20 giugno 1989, L’Eco di Locarno ne diede notizia in luglio del 1989.

 

Il procuratore di Lugano, Venerio Quadri, in una intervista al giornale svizzero riferì che già in passato i magistrati svizzeri avevano ricevuto «segnali di stampo mafioso».

Se si trattò di avvertimento, esso non raggiunse l’obiettivo, fare desistere Giovanni Falcone dall’interessarsi delle banche svizzere; tuttavia la mafia dimostrò di potere arrivare ovunque quando voleva e di potersi servire di terribili, spettacolari strumenti di distruzione. Un risultato, perciò, l’ottenne.

 

Ci furono, è vero, altri tentativi di uccidere Falcone (uno, addirittura, in carcere), ma l’Addaura, avvertimento o fallito attentato, resta lo scenario di riferimento per capire Capaci: ci sono i santuari svizzeri, le magistrature dei due paesi impegnati, i colossali affari coperti da conti cifrati e la temerarietà dei killer, la spettacolarità del gesto.

Riciclaggio dunque. E mafia, narcotraffico, sportelli svizzeri.

 

Ma il denaro segue anche le rotte dell’est. Venerdì, 5 giugno, le notizie provenienti da Mosca riconducono al riciclaggio di denaro in Svizzera. Il procuratore generale di Mosca, Valentin Stepankof, racconta ad alcuni magistrati italiani che la mafia siciliana ha stretto solide alleanze con le famiglie cecene in Russia. I ceceni sarebbero incontrastati padroni del crimine organizzato a Mosca.

 

 Il primo ad avvertire la pericolosità di ciò che stava avvenendo, dice Stepankof, fu Giovanni Falcone. Che cosa lo insospettì? Negli ultimi due anni, dal 1989 al 1991, si svolsero colossali operazioni finanziarie fra l’Italia e la Russia. Ingenti capitali affluirono verso Mosca: una Moskow-Connection, sulla quale Falcone voleva vedere chiaro. Parlò, infatti, con Stepankof e preannunziò un suo viaggio a Mosca. Questa determinazione deve avere impressionato Stepankof: all’indomani della strage di Capaci egli non fece mistero dei suoi sospetti, rivelando le intenzioni di Falcone. Secondo Stepankof, le parole gli sono state attribuite dai giornalisti e vanno considerate con prudenza, a Falcone si voleva impedire di andare a Mosca. La ferocia della lotta politica in corso nella Russia consiglia altrettanta prudenza.

 

Lo scetticismo, tuttavia, mi pare eccessivo.

 

Attraverso investimenti pilotati dai ceceni e i meccanismi usati dal Pcus per finanziare i partiti fratelli, milioni di dollari viaggiavano verso Lussemburgo e Svizzera grazie ad alcune società italiane. Con quali canali? Sicuramente assai riservati, necessariamente complessi, difficili da controllare anche per le autorità sovietiche.

 

Le indagini sui finanziamenti sovietici ai partiti italiani percorrono una pista che,  stando ai fatti, non s’incrocia in nessun punto con l’attività di Giovanni Falcone. Non la lambisce, non la suggerisce. Ma i soldi arrivavano in Italia ed erano tanti. C’era un conto in Svizzera, intestato ad un uomo insospettabile.

Chi era il titolare del conto?

 

Erasmo Ionta, il sostituto procuratore che si è occupato del caso Moro, racconta l’incontro di Stepankof con Falcone a Roma. Avevano deciso di archiviare le indagini in corso sui finanziamenti della Cia e del Pcus a movimenti e partiti italiani, ricorda, «poi è arrivato in Italia improvvisamente Stepankof che va da Falcone e dice: l’istruttoria che stiamo conducendo noi a Mosca è entrata in una fase diversa. Però entro una data quasi invalicabile: non oltre l’8 giugno».

 

Perché l’8 giugno?

 

«Non l’abbiamo mai capito… Così siamo partiti per Mosca».

 

Un altro magistrato titolare dell’inchiesta sulla Gladio Rossa, sta per salire sull’aereo per Roma e viene avvicinato dal ministro dell’informazione Poltaranim. «Nel ’74, rivela Poltaranim, 19 militanti comunisti sono stati addestrati in Russia su richiesta del Pci».

 

È il nuovo modo di congedarsi dagli ospiti stranieri? lonta non crede a Poltaranim «a meno che non esistano carte autentiche. Ci siamo chiesti perché quelle rivelazioni sono state fatte mentre eravamo a Mosca… O si tratta di polverone o un segnale…».

«E i documenti consegnati dai russi, che cosa contengono?» gli chiedono.

«Ci aspettiamo di trovare l’elenco delle imprese commerciali collegate con il Pci».

L’atto di cortesia internazionale che ha consentito ai magistrati italiani di portare a casa i documenti fu propiziato da Giovanni Falcone.

Sabato 13 giugno, il quotidiano Moskovski Komsomoliets afferma che «alcune ore prima della sua tragica morte, il giudice Giovanni Falcone trasmise al Procuratore capo di Roma, Ugo Giudiceandrea, informazioni sui contatti speciali che il Pcus aveva con il Pci».

 

La fonte di questa informazione? Ignota. L’unica cosa certa è la volontà di far sapere.

 

L’intrigo politico moscovita rimbalza in Italia. Giovanni Falcone non può evitare di occuparsi della questione. È il direttore degli affari penali del ministero di Grazia e giustizia. I bisogni di Mosca si sommano a quelli di Roma. La conseguenza è che Giovanni Falcone deve, ancora una volta, prendere le castagne dal fuoco con le sue mani. Giusto come è accaduto per i santuari svizzeri e la ricerca dei codici cifrati. Sulla mafia sovietica ha accumulato una utile esperienza, che fatalmente gli affida un ruolo di primo piano, quindi «a rischio».

 

«Argumenti i Fakti», altro giornale russo, racconta l’incontro del giudice Telman Gdlian con Giovanni Falcone. Gdlian ha condotto una inchiesta sulla mafia del cotone uzbeka, meritandosi la fama di giudice antimafia. «Argumenti i Fakti» scrive che Gdlian sospetta una connessione Pois-mafia siciliana.

 

Il percorso del denaro è tortuoso e si insinua ovunque; in più sembra seguire due livelli paralleli, uno ufficiale e un altro, del quale si sa poco e si può solo sospettare un tracciato che si muove lungo le vicende della guerra non dichiarata fra americani e sovietici, europei dell’ovest e dell’est, asiatici e mediorientali.

 

Una guerra combattuta con strumenti e risorse non confessabili – armi, droga, corruzione, delitti -e uomini che agiscono nell’ombra, fuori dalle responsabilità dei governi e devono affidare i loro disegni ad organizzazioni criminali, bande di mercenari, killer e politici corrotti. In questo mondo fetido, una specie di replicante della terra, il diritto e la legge non esistono, la vita umana non ha alcun valore, il successo non ha prezzo: Falcone con la sua auto blindata e i suoi angeli custodi appare un vaso di coccio, un fuscello che può essere spazzato via quando e dove si vuole.

 

È stata la mafia ad ammazzarlo?

 

Sono disposto a crederci, a patto che questa mafia non divenga un comodo luogo della coscienza dove depositare tutte le scorie dell’umanità.