COSE SU FALCONE DIMENTICATE

E mentre ci propinano papelli-patacca, improbabili teorie su magistrati uccisi con un quintale di T4 perché contrari ai contatti fra i carabinieri e Vito Ciancimino, e miracolosi riflussi  di memoria di mafiosi che stanno per diventare eroi, noi ci permettiamo di ritirare fuori alcune

 

COSE SU FALCONE CADUTE NELL’OBLIO

 

 

Roma, 8 novembre 1999
Documento audiovisivo della presentazione del volume di Valerio Riva "Oro da Mosca" (Edizioni Mondadori) con la partecipazione del sen. Giulio Andreotti, dell’on. Antonio Martino e di Valentin Stepankov (nella foto), deputato alla Duma ed ex procuratore generale della Russia (QUI
il documento integrale).

 

 

Trascrizione:

VALERIO RIVA:  Potrei allora fare un’altra domanda, al Procuratore …. (…) …vorrei sapere una cosa.

Lei ha raccontato che cosa è successo quando è andato in Svizzera o quando è andato in altri paesi a chiedere qual era la fine di questi soldi, se erano stati ricevuti e che cosa era successo.

Abbiamo avuto (rivolto ai giornalisti – ndr)  un pranzo ieri sera, in pochi, con Stephankov, e Stephankov ci ha detto anche quali erano i paesi… per esempio il paese dove si diceva che il segretario del partito comunista locale era una persona al di sopra di ogni sospetto era il Portogallo,  e il segretario era  Cunhal chi si poteva immaginare che non si era veramente messo in tasca i soldi…

 

Però, (rivolto di nuovo a Stephankov – ndr) quando voi siete venuti in Italia, voi avete avuto a che  fare,…. anzi credo proprio lei, che è venuto in un viaggio lampo, mi pare, in italia, proprio nel 93 se non mi sbaglio, avete parlato con dei magistrati italiani, credo che lei li ricordi per bene.

E prima di tutto avete avuto una serie di abboccamenti con Giovanni Falcone.

 

Ecco se lei ci raccontasse quali sono stati i vostri rapporti con Falcone, prima, e poi con gli altri magistrati italiani e che cosa vi hanno risposto alla domanda: “dove sono andati a finire questi soldi?”,   forse sarebbe molto interessante per i nostri amici giornalisti.

 

STEPHANKOV: Come avevo già detto, prima noi avevamo inviato nelle Procure di alcuni stati una rogatoria con i materiali, appunto, sui soldi inviati ai comunisti dei loro paesi.

 

Lo stesso tipo di rogatoria abbiamo inviato anche in italia, e la Procura italiana guidata da Giudiceandrea, ha fatto le verifiche del caso, e poi abbiamo ricevuto un documento, una lettera da parte loro.

In questa lettera si diceva che sono stati preparati alcuni documenti, alcuni materiali che ci avrebbero aiutato ad andare avanti nella nostra inchiesta.

 

Dopo aver ricevuto i materiali inviati da noi,  loro hanno espresso il desiderio di  analizzare, di studiare questi documenti, gli originali di questi documenti, sul posto, e cioè a Mosca.

 

Una delegazione della Procura italiana era venuta in Russia, gli abbiamo dato la possibilità di analizzare i documenti che sono stati già acquisiti dai…dagli inquirenti russi. Hanno visto non solo le ricevute, ma anche i verbali degli interrogatori dei funzionari che raccontavano dei metodi di quest’invio dei soldi, come venivano spediti, consegnati questi soldi all’estero.

 

Dopodichè noi siamo stati invitati, la parte russa è stata invitata dai colleghi italiani, e noi siamo venuti in italia.

E i nostri colleghi italiani ci hanno consegnato dei materiali, praticamente i documenti con la risposta alla nostra  rogatoria. Però sottolineo: in quella parte dell’inchiesta ci interessava un aspetto solo: se i soldi erano giunti all’estero, e se erano ricevuti qui in Italia, e non nascosti su un conto segreto per, diciamo, seguire gli interessi russi.

Questi documenti sono stati consegnati, diciamo, ufficialmente. C’è stata una sorta di seduta per la consegna dei materiali, ci hanno spiegato che sono stati eseguiti degli interrogatori, e sono state confermate le consegne, la ricevuta di questi soldi.

 

Certo, non posso adesso raccontarvi i dettagli di questi documenti, perché sono passati ormai sette anni, mi ero un po’ scordato.  Ma che cosa è successo poi con i soldi, che fine hanno fatto i soldi in Italia, non faceva parte della nostra inchiesta.

Questa tavola rotonda forse è troppo breve e potremmo fare tante domande ai giudici, ai procuratori, ma non a quelli russi….per quanto riguarda…ecco……invece volevo dire qualcosa per quanto riguarda l’incontro con Falcone.

 

Ho avuto due incontri col giudice Falcone. E’ difficile dire se si sia trattato di incontri ufficiali o meno.

 

Ci siamo conosciuti nel suo ufficio… l’impressione che ho avuto da questo incontro, è di avere davanti a me un uomo preso completamente dal proprio lavoro, dai problemi che gli stanno davanti…completamente preso da tutto quanto, da questo lavoro. Abbiamo parlato più di un ora, e durante questo colloquio, io gli ho raccontato…senza consegnargli nessun documento, (gli ho detto che li avevo già consegnati ai giudici di Roma), l’ho semplicemente informato sui metodi che venivano utilizzati per la consegna dei soldi in Italia, e lui mi ha risposto che il presidente Cossiga gli ha chiesto di chiarire le circostanze che riguardavano le questioni che avete adesso posto voi, cioè dove andavano, che fine facevano questi soldi, per che cosa venivano spesi.

 

Io anche avevo invitato il giudice Falcone a visitare il nostro paese per vedere altri documenti,  per approfondire queste questioni, e noi eravamo molto felici di ospitarlo.

 

Quando sono tornato in Russia gli ho mandato un invito ufficiale… abbiamo anche ricevuto una sua conferma della visita, ma dopo un telegramma per la conferma, appunto, della visita, abbiamo saputo della tragica morte del Giudice Falcone.

 

Secondo appunto l’intesa che avevamo…secondo l’intesa per la visita, praticamente la morte di Falcone è avvenuta tre settimane prima della visita ormai programmata. (continua – prossimamente il seguito della trascrizione su “COSE SU FALCONE CADUTE NELL’OBLIO – 2)

 

Repubblica — 19 giugno 1992   pagina 20   sezione: CRONACA

PER L’ ASSASSINIO DI FALCONE ANCHE UNA PISTA ESTERA

ROMA – La decisione di uccidere Giovanni Falcone e l’ organizzazione dell’ attentato "non sono stati soltanto opera della mafia siciliana". Lo ha affermato il ministro dell’ Interno Vincenzo Scotti in una colazione offertagli dall’ associazione della stampa estera in Italia. Secondo quanto riferito da uno dei partecipanti – il direttore della Efe di Roma, Nemesio Rodriguez, in una lunga nota dell’ agenzia spagnola – Scotti si è detto convinto che "l’ assassinio di Falcone è un delitto chiaramente commesso dalla mafia, che va molto al di là dei confini nazionali. (…) la mafia non può essere considerata, come ha fatto la stampa straniera nei giorni della strage, soltanto un problema italiano E’ invece un problema internazionale perché internazionali sono i rapporti di Cosa Nostra, internazionali i suoi interessi e complicità, su scala internazionale le sue operazioni di riciclaggio. E’ questo il ragionamento che ho proposto ai corrispondenti stranieri. Proprio per questo le indagini non possono chiudersi soltanto a Palermo. Abbiamo il dovere di prendere in considerazione qualsiasi pista e orizzonte investigativo". "La decisione e l’ organizzazione dell’ attentato – aveva scritto la Efe riferendo le parole di Scotti – non furono effettuate unicamente a Palermo, ma è stata una operazione messa in atto dalla mafia siciliana e dalle organizzazioni criminali di altri Paesi: non esistono al mondo molti in grado di organizzare questo tipo di attentato. Il tipo di delitto, le modalità di realizzazione, la scelta dei tempi – aveva aggiunto Scotti, sempre secondo il giornalista della Efe – non consentono di limitare tutto ciò ad un caso esclusivamente palermitano. Gli interessi della mafia sono troppo grandi".

 

 

Repubblica — 27 ottobre 2009

 

Il procuratore parla davanti alla Commissione antimafia e rilancia
"Resta il sospetto che l’attentato non sia stato opera solo di Cosa nostra"

Grasso: anche un’entità esterna dietro la strage di Capaci

 ROMA – La strage di Capaci fu opera di Cosa nostra, ma resta il sospetto che ad essa abbia partecipato "un’entita esterna". Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia rilancia i dubbi sul fatto che l’uccisione di Giovanni Falcone sia completamente riconducibile alla mafia. Grasso lo ha fatto parlando davanti alla Comissione nazionale antimafia: "Non c’è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta siano state commesse da Cosa Nostra – ha detto Grasso – . Rimane però l’intuizione, il sospetto, chiamiamolo come vogliamo, che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia".

 

I dubbi del procuratore Davanti alla commissione, dopo aver citato numerosi passaggi delle sentenze sulla vicenda, il procuratore si pone un quesito che gira ai commissari: perché si passò dall’ipotesi di colpire Falcone mentre passeggiava per le strade di Roma all’attentato con 500 chilogrammi di esplosivo, collocato a Capaci? La scelta dell’attentato, ha detto Grasso, ha una modalità "chiaramente stragista ed eversiva". "Chi ha indicato a Riina queste modalità con cui si uccide Falcone? Finchè non si risponderà a questa domanda sarà difficile cominciare ad entrare nell’ordine di effettivo accertamento della verità che è dietro a questi fatti", ha aggiunto il procuratore.

 

L’elenco dei bersagli In precedenza, Grasso aveva ricordato che inizialmente Falcone era in un elenco di obiettivi da colpire a Roma, elenco che comprendeva anche il ministro Martelli, il giornalista Andrea Barbato e Maurizio Costanzo. Oltre a fare i sopralluoghi per colpire Costanzo, i mafiosi a Roma frequentavano noti ristoranti per verificare se il giudice vi andasse a cena.

 

Il cambio di strategia Secondo la ricostruzione di Grasso, a un certo momento, nel marzo 1992, il mafioso che era stato incaricato di eseguire i sopralluoghi venne informato da Totò Riina che non c’era più bisogno di colpire Falcone a Roma, perché si era "trovato qualcosa di meglio".