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    enrix 10:14 on 30 March 2012 Permalink | Rispondi  

    La “trattativa” Stato mafia c’è stata per davvero? 

    La “trattativa” Stato-mafia

    c’è stata per davvero?

     

    Intervista a Enrico Tagliaferro, “il Segugio”, pubblicata sul primo numero del settimanale LiberoReporter Week.

     

     

     

     

     

    di Gabriele Paradisi

     

    Firenze, Palazzo vecchio, 16 marzo 2012. Il generale Mario Mori (in foto), sotto inchiesta a Palermo dal 16 giugno 2008, quando la procura di quella città aprì un’indagine contro di lui per “favoreggiamento aggravato” a Cosa nostra, presenta il libro scritto a quattro mani col giornalista Giovanni Fasanella, Ad alto rischio. La vita e le operazioni dell’uomo che ha arrestato Totò Riina (Mondadori, 2011).

    Mori, insieme al colonnello Mauro Obinu, è accusato della mancata cattura nel 1995 di Bernardo Provenzano. Testimone d’accusa il colonnello Michele Riccio, il quale dichiarò che gli fu impedito proprio da Mori e da Obinu di giungere all’arresto del boss di Cosa nostra nel casolare di Mezzojuso. A questa prima accusa si è aggiunta la testimonianza di Massimo Ciancimino – figlio dell’ex sindaco Vito, condannato per associazione mafiosa e corruzione – il quale sostiene che dietro tutto ciò si celava una “trattativa” tra uomini dello Stato e mafia.

    All’incontro di Firenze erano presenti tra gli altri il direttore del quotidiano La Nazione, Mauro Tedeschini e il giornalista ed ex parlamentare Marco Taradash. Tutti hanno avuto ferme parole di solidarietà nei confronti di Mario Mori, fedele “servitore dello Stato” e già collaboratore del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (1920-1982), impegnato da sempre in prima linea nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata. Il generale, che ha rinunciato alla prescrizione affinché si giunga ad una sentenza che non lasci dubbi, ha sostenuto le sue ragioni con tono pacato, sereno ma determinato.

    Relativamente al libro, ha sostenuto che è incompleto. Mancano ancora due capitoli. L’ultimo che dovrà trarre una morale da tutta questa vicenda ed il penultimo, che dovrà essere dedicato alla cosiddetta “trattativa”.

    Tra il pubblico era presente anche l’amico Enrico Tagliaferro, blogger conosciuto come “il Segugio”, autore nel 2010 di un libro autoprodotto dal titolo Prego, dottore!, che tratta proprio delle vicende del processo a carico del generale Mori, e nello specifico del suo “teste maximo”, vale a dire Massimo Ciancimino.

    Tagliaferro in questi ultimi anni insieme ad altri blogger giornalisti come Antonella Serafini (censurati.it) o Anna Germoni, hanno seguito le vicende siciliane schierandosi decisamente a fianco di uomini come il capitano Ultimo (Sergio De Caprio) e il generale Mori.

    Tagliaferro in particolare, con le sue documentate inchieste, ha oggettivamente smascherato numerose manipolazioni intorno a questa triste storia. Ma purtroppo il nostro sistema dell’informazione non dà voce a chi non si accoda alle “verità” ufficiali. Abbiamo così deciso noi di fargli alcune domande. Ecco l’intervista.

     

    D: «La prima Repubblica è morta tra Capaci e via D’Amelio. È morta in quell’asfalto divelto, tra quelle macerie, quel sangue di giudici e poliziotti. È lì che c’è il segreto della malattia della prima Repubblica che era la possibilità di pezzi dello Stato di costruire patti scellerati con Cosa nostra, per ragioni di consenso elettorale. La trattativa con Cosa nostra che aveva per oggetto la mitigazione del regime penitenziario per i boss mafiosi è stata fatta da pezzi dello Stato e ancora oggi il cognome Borsellino sembra indigesto al potere, produce produce una reazione strana». Così Nichi Vendola da Fabio Fazio a Che tempo che fa su Rai 3 l’11 marzo 2012. Sembra dunque che la cosiddetta “trattativa” Statomafia sia un fatto acclarato e universalmente condiviso. Un recente articolo di Marco Travaglio, direi un articolo antologico di colui che forse è il massimo teorico di questa tesi, ribadisce egregiamente il concetto:

    «Siamo talmente abituati a sentir parlare di “trattativa” fra Stato e mafia che ci abbiamo fatto il callo e non riusciamo più a misurarne l’enorme, incredibile, pazzesca gravità. Perché una cosa […] è assolutamente certa: quella trattativa ci fu […] Nel biennio terribile 1992-’94, e anche dopo, lo Stato che a favore di telecamera diceva e fingeva di combattere Cosa nostra, dietro le quinte trescava con i mafiosi […] [La trattativa è] una verità ormai incontestabile da tutti, fuorché da chi non vuol vedere» (Marco Travaglio, «Il silenzio degli indecenti», il Fatto Quotidiano, 9 marzo 2012).

    Direi che forse è inutile far notare che se questa idea della “trattativa” è entrata ormai nella vulgata, lo si deve proprio a personaggi come Travaglio, Michele Santoro, Antonio Ingroia ed agli spazi mediatici che costoro si ritrovano. Tagliaferro, vediamo di fare un po’ di chiarezza: questa trattativa, dunque, è veramente esistita? Quali prove certe ci sono in tal senso?

     

    R: Quello che mi sento di affermare con sicurezza, è che di certo stiamo assistendo ad un grande abuso di questo termine. Oggi basta aprire alcuni giornali, e leggere: qualsiasi forma di collusione, connivenza o rapporto anche solo anomalo fra uomini di Stato e Cosa nostra, diviene automaticamente “trattativa” o elemento della “trattativa”. Come se non ci fossero mai state complicità tra politica ed ambienti criminali, magari mediate da imprese ed  imprenditori dalle connivenze bilaterali, dettate da mere ragioni di reciproco interesse, e consolidate, senza bisogno di alcuna “trattativa”. Quella che la politica fosse una specie d’insieme di monachelle obbligate a scendere a trattativa con i manigoldi per paura di essere insidiate o di subire violenza, è un’idea da filmetto di serie C, roba buona per i comizietti delle assemblee d’istituto liceali. Dire poi che si tratta di qualcosa persino di scontato perché “ci abbiamo fatto il callo”, e sentirselo dire pure da Travaglio, per giunta, suona molto beffardo, perché quello che lui chiama “callo”, è in realtà una sorta di chirurgia cerebrale fondata su di un’intensa attività di disinformazione volta a rifilarci questa parola, “trattativa”, ad ogni occasione e con ogni pretesto, anche nei casi dove non c’entra evidentemente nulla; in realtà coloro che a suo dire non vorrebbero “vedere” ciò che a lui pare ovvio, sono invece il più delle volte soltanto persone che hanno saputo conservare, nonostante tutto, un normale e non condizionato livello d’attenzione.

    L’affermazione di Vendola che tu mi hai citato, calza a pennello. Egli dapprima afferma che “la malattia della prima Repubblica” stava nella “possibilità di pezzi dello Stato di costruire patti scellerati con Cosa nostra, per ragioni di consenso elettorale”. Immediatamente dopo, egli afferma che allo stesso modo, “pezzi dello Stato” avrebbero fatto una “trattativa con Cosa nostra che aveva per oggetto la mitigazione del regime penitenziario per i boss mafiosi”. Ma allora, sorgono spontanee alcune domande: ogni volta che “pezzi dello Stato”, nella vita della prima Repubblica, scambiavano voti della mafia con favori, ogni singola operazione era forse una “trattativa Stato-mafia”, anziché un crimine comune previsto dal legislatore, un’infrazione ben precisa al codice penale? E qual era poi la posta di questi “patti”? Quali i favori da concedere alla mafia? Non erano forse, questi favori, le assegnazioni degli appalti mediante gare truccate? Non erano forse soprattutto, questi favori, il dirottamento di fondi sui lavori pubblici nell’interesse della mafia (ed ovviamente, anche del proprio)? E allora, come possiamo dire che questo folto gruppo di criminali di Stato, complice della mafia nel malaffare, avrebbe avuto la necessità di impostare “una trattativa Stato-mafia” soltanto per alleggerire il regime carcerario? Che bisogno c’era di impostare, con i crismi della formalità, una trattativa fra gli stessi membri inseriti all’interno di un sistema di connivenze criminali già consolidato? Quale il bisogno, di contattare la mafia attraverso un Meo Patacca come Ciancimino junior, e quale il bisogno di farlo fare proprio da una delle persone meno indicate ad interloquire con quel mondo, e cioè il capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, il quale da mesi e mesi lavorava con Giovanni Falcone all’inchiesta sugli appalti producendo un atto istruttorio di un migliaio di pagine, e si batteva per ottenere una serie di arresti che avrebbe dato l’avvio ad un’inchiesta analoga a quella di Mani pulite a Milano? Ma la gente non lo sa che tipo di interlocutore sarebbe per la mafia un carabiniere che si presentasse a trattare? La gente non sa che cosa diceva Riina dei carabinieri? Diceva che in Sicilia si era liberi di ammazzarli senza chiedere l’autorizzazione al consiglio di Cosa nostra, in qualsiasi caso. Gaetano Badalamenti diceva che i carabinieri dovevano essere buttati tutti a mare. E lo Stato intimorito dalla mafia, chi gli manda, per trattare una tregua? Due ufficiali del Reparto Operativo Speciale dei carabinieri? Mah.

    Insomma, questa storia della “trattativa” appare a tutti gli effetti un depistaggio, o per lo meno un bel lavoro di maquillage.

    Immaginiamo, per assurdo, che avessero assassinato Antonio Di Pietro nello stesso periodo. L’idea non è peregrina, se è vero ciò che dicono, cioè che Di Pietro si rifugiò all’estero nello stesso periodo in cui fu ucciso Borsellino, per ripararsi da un attentato analogo. Ebbene, chi avrebbe mai avuto motivo di vedere, se Supertonino fosse stato ucciso, la sua morte come causata da un suo presunto porsi come ostacolo ad una “trattativa” in corso fra politici ed imprenditori finalizzata, ad esempio, a chiudere con una sanatoria le inchieste di Mani pulite? Chi avesse osato ipotizzare una sciocchezza simile, sarebbe stato subito richiamato da tutti all’evidenza di un percorso interpretativo molto più diretto. Di Pietro indagava ed arrestava politici ed imprenditori. Dunque il movente sarebbe stato lineare: fermarlo. Chi oserebbe mai pensare ad un altro movente, magari così contorto come quello che vorrebbe il giudice oppositore di una trattativa fra politici e tangentari, in presenza di motivazioni ben più pressanti ed immediate? Ebbene, nel caso di Falcone e Borsellino, questa ipotesi fantastica è divenuta realtà. I due magistrati prima di essere uccisi, indagavano su filoni delicatissimi che coinvolgevano politica, imprenditoria e mafia. Tra le altre cose, volevano far “partire”, proprio sulla base del lavoro di quei carabinieri oggi sotto accusa, una Mani pulite palermitana, chiamata “mafia e appalti”. Loro sono morti, e l’inchiesta è stata archiviata, non è mai decollata. Quasi come se a Palermo il mondo degli appalti fosse stato pulito, contrariamente a quello di Milano. Se pensiamo che l’archiviazione di un importante troncone di quell’inchiesta, è stata predisposta il 13 luglio 92 e protocollata e sottoscritta dai colleghi del magistrato il cui corpo era ancora caldo, il 22 luglio, tre giorni dopo l’attentato di via D’Amelio, vengono i brividi.

    E se pensiamo che Borsellino, proprio in quei giorni, raccontava alla moglie di aver litigato ferocemente con quegli stessi colleghi e li accusava di volerlo lasciare morire, i brividi vengono ancora più freddi. Eppure, su quello che è il più ovvio dei moventi, non si scava e non si è mai sostanzialmente scavato.

    Si vuole credere invece in qualcosa di assai più creativo: un Riina angosciato dall’idea che Borsellino si potesse mettere di mezzo ai colloqui fra Mori e don Vito, tanto da volere la sua frettolosa eliminazione. Ma per piacere… proviamo solo a metterli sui piatti di una bilancia, questi moventi…

    Chi da per scontato che possa essere esistita agli inizi degli anni ’90 una trattativa del genere, fra mafia e politica, dimentica o finge di dimenticare che in Sicilia la mafia imprenditoriale, quella degli appalti, mafia che comunque coincide perfettamente con Cosa nostra ed è diretta dalle stesse teste, era naturalmente collusa e complice in affari con il mondo politico, esattamente come avveniva fra imprenditori e politica sulla piazza di Milano, nei modi messi a nudo da Mani pulite, che proprio in quel preciso momento storico era esplosa, gettando nell’inquietudine tutto quel mondo nell’intero paese. Il livello di consociativismo, la programmazione congiunta, erano tali che si può parlare, naturalmente, di complicità, nell’attività di mungitura fraudolenta del denaro pubblico.

    E fra complici, il crimine si decide in complicità, non è necessaria una “trattativa”.

    E lì bisognava decidere in fretta, altrimenti Falcone e Borsellino, a Palermo, li mandavano tutti in galera, come i mafiosi del maxiprocesso: politici, imprenditori, criminali, e magari anche funzionari di Stato collusi, compresi taluni loro colleghi.

     

    D. Ma se si volevano eliminare i magistrati semplicemente per porre fine alle loro inchieste, perché usare sistemi da terroristi, anziché una semplice revolverata, come era solita fare la mafia?

     

    R. È mia ferma opinione che Falcone sia stato ucciso per mettere una pietra tombale sulle indagini di cui si stava occupando e che Borsellino abbia seguito la stessa sorte a distanza ravvicinata, perché dimostrava di volersi occupare delle stesse indagini, in contrasto con i colleghi del Palazzo con il quale ogni giorno che passava i rapporti divenivano via via più tesi ed insostenibili, avendo per di più intuito la ratio dell’omicidio del collega. C’era anche la componente “vendetta” della mafia per i risultati del maxi-processo ma quella non è servita da vero movente, ma solo da stimolo a compiere gli omicidi facendo molto rumore, anche perché Riina voleva dare una dimostrazione di forza, soprattutto

    come segnale verso la sua organizzazione.

    Ad ogni modo, l’eliminazione chirurgica dei due magistrati mediante una sparatoria a sangue freddo, avrebbe attirato l’attenzione sulle inchieste, in quanto si sarebbe capito che si trattava di omicidi mirati e precisamente motivati e premeditati. L’utilizzo del tritolo in assetto da guerra, sposta l’analisi del movente verso una volontà terroristico-dimostrativa, come se la mafia avesse voluto dichiarare guerra allo Stato uccidendo due uomini simbolo della nostra giustizia, con le loro scorte, solo a scopo di rappresaglia ed intimidazione, e non per sopprimere semplicemente le inchieste che essi stavano conducendo. Le telefonate seguite agli attentati di rivendicazione da parte dell’organizzazione Falange armata, sono state fatte probabilmente proprio per mettere in risalto quella tattica. Come dire: che sia stata o non sia stata la Falange armata, quella è roba da Falange armata, per questa ragione è stata subito rivendicata dalla sedicente organizzazione.

    E invece, si è trattato di due classici omicidi di magistrati scomodi, camuffati da qualcos’altro. «Menti raffinatissime», come le chiamava Falcone.

    Per inciso, è bene ricordare che le inchieste principali seguite dai due magistrati, vale a dire il riciclaggio internazionale, il traffico di stupefacenti, la “pulizia” dei soldi del Pcus (il partito comunista dell’ex Unione sovietica) e soprattutto “mafia e appalti”, dopo la morte dei giudici sono svanite nel nulla.

     

    D. Per correttezza e onestà intellettuale bisogna però dire che nelle motivazioni della sentenza depositate il 12 marzo 2012 proprio qui a Firenze, relative al processo a carico del boss di Brancaccio Francesco Tagliavia, i giudici fanno esplicito riferimento all’esistenza di una “trattativa” tra Stato e mafia con l’obiettivo di «trovare un terreno con Cosa nostra per far cessare la sequenza delle stragi» del 1992-1993, dall’attentato di Capaci in cui morì il giudice Giovanni Falcone alla bomba di via dei Georgofili, a Firenze.

     

    R. Già. Per l’esattezza, quella è una sentenza che dice più o meno così: Tagliavia nella strage fu colpevole in forma soggettiva, ma la responsabilità oggettiva del reato da lui commesso è da attribuirsi al generale Mori ed al capitano De Donno, che hanno attizzato le smanie terroristiche della mafia avviando per conto dello Stato una “trattativa” con la stessa, nella persona di don Vito Ciancimino contattato per il tramite del suo rampollo Massimo, su mandato di qualche ignota parte oscura del medesimo Stato, come si “deduce logicamente” (e rimarco: deduce), pur in assenza di elementi oggettivi, dalle dichiarazioni di alcuni pentiti doc del taglio, ad esempio, di Giovanni Brusca. Questa la sintesi delle motivazioni. Motivazioni affascinanti, certo, e che concludono un processo affascinante, dove però è mancato un piccolo optional: la presenza di Mori e De Donno a controdedurre e difendersi da simili gravissime accuse, anzi, condanne preventive, sul loro operato. A leggerla, quella sentenza, pare quasi che Mori fosse coimputato. Invece non è così. Mori non c’era e non ha avuto la possibilità di ribattere in alcun modo. Viceversa, egli è processato attualmente a Palermo proprio per quelle vicende su cui i giudici fiorentini hanno già giocato d’anticipo con le loro conclusioni. E si tratta, guarda caso, di un processo che registra un’incredibile concentrazione di testi oggettivamente ostili (ci sono persino dei carabinieri infedeli, pregiudicati e già condannati per falso), mafiosi (a testimoniare contro colui che realizzò la cattura del capo della mafia!), pendagli da forca, magistrati la cui testimonianza peraltro ha ricevuto smentite scritte da illustri colleghi, e, naturalmente, pataccari. Nella fattispecie, ce n’è uno da fuori concorso, il quale, tra le altre cose, ha introdotto nella “trattativa” persino la figura di un fantasma, una specie di spettro della Spectre nominato Franco- Carlo, o Carlo-Franco. Si tratta dello stesso cavallo di razza che poi ha consegnato pure il papello, l’elenco manoscritto (anonimo) delle richieste di Totò Riina allo Stato. Un documento che io ho definito esoterico, in quanto, pur scritto e consegnato, a detta del testimone, nel giugno del 1992, contiene già una richiesta di “annullamento del decreto legge 41 bis” quando l’articolo 41 bis non era stato ancora mai applicato (lo sarà dal 20 luglio, come ritorsione alla strage di via D’Amelio) ed il decreto in questione era ancora solo imminente, o comunque emanato da poche ore, ma non si chiamava “decreto legge 41 bis”, bensì “decreto legge 306”. La dicitura “decreto legge” pare quindi, più verosimilmente, una scritta più recente apposta su di un foglietto dalla datazione falsa ed artefatta, scritta scaturita da una miscela malandrina di ignoranza e di consuetudine all’ascolto della dicitura “decreti ex 41 bis” che rappresenta la denominazione dei singoli decreti nominativi emessi, dal luglio del 1992, a carico dei carcerati, ai sensi dell’articolo 41 bis così come modificato dal D.L. 306.

    Questa, pertanto, è la situazione: mentre a Firenze i giudici “deducono”, pur senza prove e senza contradditorio con i chiamati in causa, a Palermo si cerca pure di dimostrare, ma lo si fa tra uno sconcertante svolazzare di patacche e fotomontaggi.

     

    D. Lo stesso Travaglio afferma ancora nel citato articolo che può tranquillamente fungere da scaletta per questa intervista: «E, se lo sappiamo [della trattativa], non è grazie a politici e uomini delle istituzioni, che lo Stato l’han sempre tradito e la giustizia l’han sempre ostacolata; ma grazie a mafiosi (come Giovanni Brusca e tanti altri collaboratori di giustizia) e al figlio di un mafioso (Massimo Ciancimino), ampiamente riscontrati dai magistrati palermitani e nisseni». Dunque le uniche testimonianze di questa famosa “trattativa” sarebbero le parole di alcuni pentiti quali Brusca (che sciolse nell’acido un bambino) e Ciancimino junior?

     

    R. Parliamo prima di Brusca. Questo mafioso, dopo il suo arresto, raccontò per 4 anni filati, ed in più occasioni, di avere avuto un incontro con Totò Riina dopo la strage di via D’Amelio, presumibilmente nel mese di agosto del 1992.

    Affermò poi che nell’incontrarlo, gli domandò che vento tirasse dopo le stragi. Riina gli rispose tutto raggiante che si era fatto sotto qualcuno e che lo cercavano persino i Servizi segreti e che lui gli aveva avanzato un papello di pretese lungo così. Ora, su questa testimonianza, vanno dette un po’ di cose. Innanzitutto occorre rimarcare il fatto che si dà per scontato, i pm in primis, che Riina  abbia raccontato al suo gregario cose vere, un fatto cioè autentico riferito oggi “de relato” da Brusca.

    Per quanto mi riguarda invece, si tratta di un racconto privo di qualsiasi valore oggettivo. Io sono sempre stato pieno di ammirazione nei confronti del sistema giudiziario statunitense ed anglosassone, che considera non ammissibili le testimonianze “per sentito dire”. Nel caso specifico, io mi richiamo, ad esempio, ad una deposizione del pentito Calderone, resa proprio in quel periodo (e quindi “a caldo”), dinnanzi alla Commissione Antimafia. Egli raccontò che l’immagine di Riina in Cosa nostra aveva subito un duro colpo con gli ergastoli comminati in via definitiva nel maxi processo. Il capo aveva promesso alle famiglie di stare tranquille, millantando di poter controllare gli esiti in Cassazione. Così subito dopo le condanne, continua Calderone, si verificò un altro fenomeno: la sentenza fece “impazzire”, dice testualmente il pentito, i mafiosi, perché dopo quella sconfitta temevano che Riina venisse arrestato e che pertanto il potere di quelli attaccati al suo carro potesse dissolversi insieme al capo. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, la situazione peggiorò, perché dette stragi avevano trovato profondi dissensi all’interno della mafia siciliana, anche perché Riina aveva agito, a detta di Calderone, tenendo al corrente solo il suo gruppo ristretto e senza avvisare le famiglie. E su sollecitazione del presidente della Commissione,  Calderone, parlando a nome di molti mafiosi, disse espressamente che avendone l’occasione, avrebbero persino ucciso Riina, tanto era invisa ormai la sua figura. Ordunque, in un quadretto simile, come avrebbe dovuto comportarsi Totò Riina di fronte ad un capofamiglia di spicco della sua organizzazione, che gli chiedeva “che si dice” dopo le stragi, se non facendo lo spaccone e millantando il mantenimento di un robusto controllo su di uno Stato intimorito dalle sue stragi?

    È semplicemente ovvio che egli cercasse, nel corso delle riunioni, di imbonire e rassicurare i capi dell’organizzazione, affermando di avere saldo il controllo dei rapporti con le istituzioni. E non c’è nulla da dire: si tratta di un comportamento assolutamente ovvio, logico, ed in linea con il susseguirsi dei  fatti.  E quindi, in tutta franchezza, come si può dire che la battuta pronunciata da Riina in quell’incontro con Brusca (“si sono fatti sotto e si sono mossi anche i Servizi segreti per cercarmi, e io gli ho fatto un papello così tanto…”), non fosse una sorta di millanteria da inquadrarsi nello sforzo di Riina di tranquillizzare i suoi fedeli? Se sia o non sia così, noi comunque non ne abbiamo certezza, anche perché Riina non parla, e Brusca è un testimone “de relato” che sui fatti reali, non sa nulla e non ha visto nulla. I magistrati invece non solo sono certi che Riina abbia parlato di fatti reali, ma deducono anche senza colpo ferire che i protagonisti di quella trattativa e destinatari del “papello”, erano proprio quel Mori e quel De Donno che stavano cercando di convincere don Vito Ciancimino a collaborare. Naturalmente, sempre supportati da Brusca, che come d’incanto nel 1998, a sei anni dai fatti, rammentò che quei signori che “si erano fatti sotto”, potessero essere carabinieri. Io credo invece che se per assurdo Riina avesse comunicato a Brusca, in quell’incontro, che era in attesa degli sviluppi di una “trattativa” fra due carabinieri del Reparto Operativo e don Vito Ciancimino, questo avrebbe pensato che il suo capo si era bevuto il cervello.

    Per quanto riguarda invece la datazione di quell’incontro di Riina, Brusca, sempre come per magia, modifica all’inizio del 1998 la versione ribadita per anni, sotto le pressioni dell’interrogatorio del dott. Gabriele Che lazzi in aula a Firenze. Alle domande del pm, egli risponde per 4 o 5 volte che la circostanza era avvenuta “sicuramente dopo la strage di Borsellino” (come aveva già peraltro ribadito, sotto giuramento, in molti altri processi), ed usa proprio la parola “sicuramente”. Ma ad un certo punto, vedendo nel magistrato un certo scetticismo, e vedendo che questi perseguiva con insistenza l’argomento, Brusca fa un’improvvisa retromarcia, e pur non espressamente sollecitato a rettificare, pronuncia queste parole storiche, parole che io conosco a memoria: “io ricordo dopo la strage di Borsellino, ma non escludo che potesse essere anche prima; che sono passati cinque anni, dottor Chelazzi”. Due anni dopo, Brusca sarà ammesso al programma di Stato riservato ai pentiti. Un beneficio che egli chiedeva invano da anni, ma che gli era sempre stato rifiutato a causa di alcune sue iniziali dichiarazioni considerate false e calunniose.

    Essendo Brusca un elemento di punta di Cosa nostra, all’epoca aveva il potere, parlando senza reticenze, di mandare in galera sicuramente decine e decine di criminali di spicco. Pensate dunque che si sia guadagnato la qualifica di pentito, finalmente, fornendo gli elementi utili per assestare qualche duro colpo all’organizzazione criminale? Macchè, molto meglio. Nel marzo 2000 un articolo di Felice Cavallaro sul Corriere della Sera parlava di una “svolta” nella vita del collaboratore, tale da meritargli l’ambito premio, e spiegava espressamente in cosa questa consistesse: nelle nuove dichiarazioni sul papello e sulle presunte richieste di Riina transitate, a suo avviso, verso Stato e carabinieri nella discussa trattativa con Vito Ciancimino. Vale a dire, in parole più semplici, a Brusca sono stati improvvisamente concessi i benefici di legge, dopo anni di rifiuto, dal momento preciso in cui egli ha cominciato ad indicare la responsabilità di alcune nefandezze, nei carabinieri del reparto che catturò Riina, in barba alle sue precedenti versioni. E soprattutto, da quando ha deciso di arretrare a prima della strage di via D’Amelio la data del suo incontro con Riina, cosicché l’avvenuto contatto fra il Ros e Ciancimino, fu improvvisamente trasportato, grazie a quello spostamento di date, nella prospettiva dei moventi che originarono la strage. Davvero un premio di cui andare orgogliosi.

    Eppure, come tu hai detto, le testimonianze di quest’uomo insieme a quelle di Ciancimino junior, hanno reso possibile, esse sole, l’innesto nell’immaginario collettivo di questa leggenda, quella della “trattativa” dei carabinieri con la mafia contro la quale si sarebbe immolato Borsellino. Anni di bisbiglio, goccia a goccia, sull’esistenza di questa “trattativa”, con il sapiente supporto rateale di due testimoni d’eccezione, hanno reso realistica questa versione, portando la gente a “farci il callo”, come ora rileva Travaglio. Ma se qualcuno avesse ipotizzato a caldo, subito dopo la strage, che quell’ordigno era stato collocato per impedire che Borsellino ostacolasse l’attività intrapresa da due ufficiali del Ros dei carabinieri per portare a collaborare don Vito Ciancimino, questo sarebbe stato probabilmente preso per un demente.

     

    D. Paolo Borsellino, secondo i sostenitori della tesi della “trattativa”, fu dunque ucciso proprio perché venuto a conoscenza di questa indicibile verità. Sempre Travaglio sostiene: «Paolo Borsellino fu ucciso perché visto da Riina come un “ostacolo alla trattativa” fra il Ros e Vito Ciancimino. Il giudice l’apprese da Claudio Martelli e da Liliana Ferraro (che però han ritrovato la memoria solo due anni fa, quando parlò Ciancimino) e iniziò a occuparsene come procuratore aggiunto, arrivando a sospettare il tradimento del comandante del Ros Subranni». A tal proposito vanno ricordate le dichiarazioni della moglie di Borsellino, Agnese.

    Come andarono le cose realmente?

     

    R. Si tratta delle solite bugie di Travaglio. Borsellino non seppe mai di alcuna “trattativa”, né da Martelli, né dalla Ferraro. Le testimonianze rese da queste due persone, lo negano fermamente. E quindi Travaglio mente anche quando ironizza sulla memoria dei due testimoni, “ritrovata”, a suo dire, nel momento in cui raccontarono di avere riferito a Borsellino della “trattativa”. In realtà essi non riferirono mai a Borsellino di alcuna “trattativa”, perché non ne sapevano nulla essi stessi, fatto che continuano a ribadire: quindi per anni, così come oggi, essi continuarono a dimenticarsi della “trattativa” semplicemente perché non conoscevano alcuna “trattativa” da ricordare. La Ferraro il 28 giugno 1992 informò Borsellino, come concordato con lo stesso De Donno, dell’incipit di un’attività di Polizia Giudiziaria svolta dai carabinieri per convincere don Vito a collaborare con la giustizia. Che poi quella fosse o non fosse, non ha alcuna importanza. Ciò che conta qui sono i termini riferiti dalla Ferraro al magistrato, ed essi erano quelli che io ho appena descritto. Borsellino infatti non batté ciglio, dice la Ferraro, ed è ciò che ci si doveva aspettare, perché attività di quel genere facevano parte del suo mestiere. Invece sollecitò subito la Ferraro, nello stesso incontro, a parlargli dell’inchiesta “mafia e appalti”, e quello sì che gli interessava, riferisce la Ferraro. Non la “trattativa”, ma guarda un po’.

     Infine c’è il capolavoro di incongruenza nel riferimento al “tradimento del comandante del Ros Subranni”. Travaglio si riferisce, come oggi fanno tanti, al fatto che Borsellino, a detta della moglie Agnese, gli avrebbe rivelato di avere avuto un’informazione sconcertante su Subranni, secondo la quale questo era “pungiutu”, vale a dire affiliato a Cosa nostra. Ebbene, ora formulo un piccolo esercizio di logica. Perché un comandante affiliato a Cosa nostra, per trattare con Cosa nostra, dovrebbe inviare due suoi sottufficiali a chiedere udienza per il tramite di Ciancimino junior?

     

    D. Travaglio non può poi non parlare di Massimo Ciancimino e ovviamente di Berlusconi. «Sono quantomeno ingenerose le parole del gip e dei pm nisseni sull’“inattendibilità” di Ciancimino jr: senza la sua collaborazione oggi sapremmo poco o nulla di quei fatti, e sul suo improvviso e inspiegabile “suicidio” processuale vale la pena di indagare. Delle decine di documenti da lui consegnati o sequestrati in casa sua, uno solo – quello contro Gianni De Gennaro – è risultato falso: tutti gli altri hanno il timbro di autenticità della Scientifica. E possono aiutare a far luce sulla terza trattativa: quella che seguì i negoziati del Ros (chiusi a fine 92 dall’arresto di Ciancimino e poi dalla “cattura” di Riina) e i cedimenti del Dap e di Conso sul 41-bis quando, secondo molti pentiti ma anche secondo don Vito, Dell’Utri prese in mano la situazione in nome o per conto di B.». Nel tuo blog  segugio.daonews.com, segui da tempo la vicenda di Ciancimino junior. Nel giugno 2010 hai anche scritto un libro autoprodotto, Prego, dottore! Le lettere della mafia a Silvio Berlusconi nella mitopoiesi di Massimo Ciancimino, che ora si può scaricare liberamente dal tuo blog, dove documenti le manipolazioni (veri e propri collage) operate sui pizzini, papelli e contropapelli vari. Alcune di queste tue scoperte sono state utilizzate durante il dibattimento dal generale Mario Mori nella sua deposizione difensiva. Travaglio parla di un solo documento falso prodotto da Ciancimino jr, quello in cui si cita Gianni De Gennaro. Non possiamo non ricordare che proprio in concomitanza di quello smascheramento che portò in carcere il figlio di Don Vito per calunnia, usciva, infelicemente direi, un libro tutto incentrato sull’esegesi di quel falso. Libro scritto da Maurizio Torrealta, intitolato Il quarto livello (Rizzoli, 2011), e con la prefazione nientemeno del dott. Ingroia. Grazie a te sappiamo che in realtà i documenti falsi sono più di uno. Ci vuoi elencare le manipolazioni più eclatanti e maldestre che hai scoperto?

     

    R. Per intanto ti dico subito che Torrealta non fu l’unico a fare un simile capitombolo, a causa dei documenti di Ciancimino. Nell’estate del 2010, ad esempio, uscì un altro libro, dal titolo importante: «I misteri dell’agenda rossa» per Aliberti editore. Autori, i giornalisti di Repubblica Francesco Viviano e Alessandra Ziniti. Qualcuno forse ricorderà, che l’uscita di questo libro fece un certo clamore, in quanto, come prometteva la campagna di lancio, nel volume veniva rivelato finalmente il nome del “Sig. Franco” nonché pubblicato il manoscritto inedito di don Vito che rivelava proprio questo nome. Si trattava invece della stessa patacca che mandò poi in galera il testimone. E che dire degli altri documenti? Il mio libro Prego, dottore! Si apre con la riproduzione di una prima pagina del Fatto Quotidiano dove ad un altro documento “agghiacciante” veniva dedicato il titolo centrale, a caratteri cubitali. E invece, patacca anche quella. Travaglio quando afferma che tutti i documenti tranne uno “hanno il timbro di autenticità della Scientifica e possono aiutare a far luce sulla terza trattativa” dice una bugia ed una sciocchezza allo stesso tempo. Non un solo documento dei pochi rimasti con il vero timbro di autenticità dei periti, può servire a qualcosa di più che a farsi fresco d’estate. A questo proposito ti dirò che la Procura di Caltanissetta nella sua ultima relazione, depositata alcuni giorni fa, definisce come autentici ed utili per fare luce sulla trattativa, soltanto due documenti. Di uno di questi due documenti, afferma che la perizia ha stabilito l’autenticità della firma autografa di Vito Ciancimino. Ebbene, questo è un fatto incredibile e sconcertante, perché la procura si riferisce in questo caso soltanto ad una prima vecchia perizia. Successivamente ne uscirono altre, che stabilirono che anche quella firma era stata trasferita in calce al documento con un’operazione di fotomontaggio, e pertanto essa è autografa ma comunque falsa, così come è falso il documento. Queste nuove perizie sono già vecchie di mesi, eppure la Procura di Caltanissetta non le ha mai prese in considerazione, fondando così, anche su quel documento artefatto, le sue conclusioni. E poi ci lamentiamo se la Cassazione annulla i processi.

    Per quanto riguarda poi l’altro documento, le considerazioni dei magistrati sullo stesso non ci paiono del tutto condivisibili. Ad esempio, sulla sua datazione, sono in errore di un bel po’ di anni, perché anche in questo caso non prendono atto di tutte le considerazioni dei periti, ma solo di una parte. Si tratta però di un argomento complesso, che tratterò prossimamente sul mio blog. Ad ogni modo, visto che mi hai chiesto di fare un elenco sullo “status” dei documenti consegnati da Ciancimino, trovo giusto ed interessante sintetizzare un elenco, anche per replicare compiutamente alla sciocchezza di Travaglio: 15 documenti, composti in totale da 93 fogli, sono del tutto privi di valore giudiziario e non attinenti i processi o le indagini in corso, quando non costituiscono persino elementi a favore della difesa del generale Mori. Degli altri 20 documenti uno solo è effettivamente stato dichiarato autentico, ma il suo significato è incomprensibile, mentre 19 sono stati dichiarati ora residui di un ritaglio, e quindi manomessi, ora frutto di fotomontaggi, ora dotati di firme posticce, ora non autenticabili per mancata individuazione dell’autore e dell’origine, ora falsificati e di datazione del tutto differente rispetto a quella dichiarata dal teste e infine, almeno in un caso, patentemente falsi e calunniatori, tanto da costare al dichiarante, la galera.

    Spero quindi che sulle proporzioni e sull’impudenza di questa menzogna di Travaglio, nessuno voglia opinare. Ed è a furia di menzogne come questa, che poi egli può arrivare a compiacersi se il suo popolo di ammiratori “ha fatto ormai il callo” a questa vicenda.

     

    D. Come ritieni sia stato possibile che una persona come Ciancimino junior sia stata elevata sugli altari ad “icona dell’antimafia” e servitori dello Stato come il generale Mario Mori, ma anche il colonnello Mauro Obinu o il capitano Ultimo, che catturarono Salvatore Riina, siano oggetto di disprezzo e di accuse infamanti?

     

    R. “Ditemi cosa volete che io dica”, supplicava un famoso testimone di manzoniana memoria. A questo invece, non c’era neppure bisogno di dirglielo, perché funzionava già a meraviglia così, al naturale, aveva il pilota automatico. Berlusconi, Dell’Utri, la trattativa, il papello, il covo di Riina, i carabinieri ed i Servizi deviati, tutti argomenti pruriginosi ed irresistibili per una bella fetta dei nostri connazionali, ed allo stesso tempo innocui perché inoffensivi, perché incapaci di toccare e ledere gli interessi veri dei criminali pericolosi. Insomma, somministrava la biada della qualità preferita dai suoi somari, con pochi rischi.

    Per il resto, tu l’hai detto: le persone predisposte a credere ad un Ciancimino junior piuttosto che ad un Capitano Ultimo, son davvero tante.  Anzi, davvero troppe.

    Come ciò possa accadere,  francamente, è arduo spiegarlo anche per il Segugio.

     
    • Renzo C 01:15 on 1 April 2012 Permalink | Rispondi

      Bell’ intervista, mi permetto solo di aggiungere un ricordino su Giovanni Brusca, pentito doc, molto più sincero e affidabile di Ciancimino (sì, come no)
      http://www.guidasicilia.it/giovanni-brusca-gestiva-suoi-affari-da-rebibbia/news/41462
      E’ solo uno dei tanti link, ed è chiaro che un galantuomo che dice: “Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l’auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento. ” (dal libro “Ho ucciso Giovanni Falcone”, di Saverio Lodato, fonte Wikipedia) è da proteggere come un bene prezioso.
      Cosa vuoi mai che siano 100 o 200… e chi se li ricorda più?
      Se c’era da ammazzare qualcuno, nessun problema, sulle date invece è affidabilissimo, perchè le date son cose importanti!
      Nemmeno il peggior serial killer ne ha ammazzati tanti, ma “u verru” potrebbe diventare “gentilissimo signor”, come Spatuzza, altro bravo pluriomicida ora però quasi santo.

      Ciao

      • Avatar di enrix

        enrix 12:51 on 1 April 2012 Permalink | Rispondi

        Già. Ad ogni modo non dimentichiamolo mai: i magistrati hanno proposto di mettere questo individuo a totale carico dello Stato, con lauto stipendio, custodia e protezione adeguata, soltanto quando lui, che era praticamente il vicecapo di cosa nostra, ha deciso a mdificare alcuni suoi racconti resi sotto giuramento negli anni precedenti, in danno ai carabinieri che catturarono il capo di cosa nostra, cioè il suo capo. Davvero un eroe, un pentito modello. Forse all’estero questa non l’hanno capita bene, bisognerebbe spiegargliela perchè si facciano un’idea di dove sta davvero la mafia nel nostro stato, altro che gli stallieri di Arcore.

    • nonno renzo 09:14 on 7 April 2012 Permalink | Rispondi

      Carissimo Enrix, leggo sempre con grande interesse i suoi articoli, ma qui ora colgo solo l’occasione per porgere a lei e atutti gli amici del blog tanti Auguri per una Pasqua serena.

      • Luciano Baroni 17:47 on 7 April 2012 Permalink | Rispondi

        Grazie a nonno Renzo per gli auguri, che rinnovo a lui ed a tutti/e ed ai Vostri familiari, con cuore.

        • Avatar di enrix

          enrix 13:13 on 8 April 2012 Permalink | Rispondi

          Auguri a voi, Luciano, Renzo e amici tutti. Ed anche agli avversari e ai detrattori: Buona e felice Pasqua a tutti!

          • Renzo C 17:31 on 8 April 2012 Permalink | Rispondi

            Buona Pasqua Enrix e a tutti quelli che leggono il blog.

            p.s. hai posta

  • Avatar di enrix

    enrix 23:31 on 13 March 2012 Permalink | Rispondi  

    Ancora sull’intervista a Paolo Borsellino 

    ECCO IL TESTO ORIGINALE DELLE PARTI DELLA FAMOSA INTERVISTA A PAOLO BORSELLINO DEL MAGGIO 92, CHE RIGUARDANO DELL’UTRI E BERLUSCONI. 

    LO PUBBLICO PER METTERE LA PAROLA FINE ALLE POLEMICHE CON TUTTE QUELLE PERSONE, MISEREVOLI PIU’ CHE MISERABILI, CHE CONTINUANO AD INVOCARE LA NOTA MANIPOLAZIONE DI QUESTO TESTO COME PROVA CHE BORSELLINO SI INTERESSAVA A QUEI DUE SIGNORI. BASTA LEGGERE QUESTO INTEGRALE: PAOLO BORSELLINO NON SI OCCUPAVA DI DELL’UTRI E BERLUSCONI, E NON SE NE INTERESSAVA PER NIENTE.

     

    GUARDA IL VIDEO DELLA MANIPOLAZIONE PRINCIPALE

     

    Premessa: al di fuori dell’intervista “on the record”,  nel video girato da una telecamera posata “pur – distrattamente – accesa” sul pavimento,  si ascoltano i giornalisti e Borsellino conversare su di alcuni documenti.  Si intende bene che il magistrato ha con sé della annotazioni sulla figura di Mangano che ha predisposto in precedenza su richiesta degli stessi giornalisti. Dalle successive consultazioni di queste stesse carte nel corso dell’intervista, si capisce che si tratta certamente di annotazioni che riguardano anche Dell’Utri. E comunque di informazioni estratte dagli archivi della Procura, su precedente espressa richiesta dei giornalisti francesi.

    Ecco uno stralcio del dialogo “off the record”:

    (Al citofono – ndr) GIORNALISTA: Si, ehhh…per il Dott. Borsellino …  Fabrizio Calvi….non ho capito…ottavo piano
    GIORNALISTA: Buongiorno dottore..
    BORSELLINO: Buongiorno..
    GIORNALISTA: Eh arrivano…gli altri colleghi.
    BORSELLINO: Accomodatevi…
    BORSELLINO: … avete bisogno di prese…
    BORSELLINO: Dunque ho effettuato una ricerca…che non ho potuto approfondire stamattina … sulle storie di Mangano però…  ho soltanto quello che risultava  dal computer…ehe…per la verità non ho potuto confrontare perché, cioè le indicaz..l’esito dei documenti  perchè…
    NDR : La telecamera viene posata sul pavimento con l’obbiettivo rivolto verso le gambe del magistrato, sotto la scrivania, e viene lasciata accesa. A Borsellino invece pare proprio che sia stato lasciato credere che la telecamera fosse “off”, cioè non sia stato avvisato che si stava registrando.
    GIORNALISTA: Ma c’è tutto questo su di lui…
    BORSELLINO: Beh  …sono… ogni foglio del genere corrisponde a un documento…un documento, anche voluminoso…non … ci vuole tempo per andarli a pescare…
    GIORNALISTA: …ho capito…
    BORSELLINO:perché Mangano fu coinvolto sia nel blitz di San Valentino, sia nel…sia nel…  (l’oriologio a pendolo suona le 16 – ndr) …buonasera  come sta?… (parole incomprensibili – ndr)
    BORSELLINO:…..sia nel blitz di San Valentino sia nel processo Spatola che fece negli anni 80 Falcone a Palermo. Quello che c’è risultato al processo Spatola l’essenziale è riportato in questa scheda qua… per quanto riguarda il blitz di San Valentino…
    GIORNALISTA:…questo l’abbiamo…il blitz di San Valentino.

    ON THE RECORD

    (…)

    GIORNALISTA: Dunque, quando Mangano al telefono parlava di droga diceva “cavalli”?

    BORSELLINO: Diceva cavalli e diceva magliette, talvolta”

    GIORNALISTA: Perché c’è, se ricordo bene, nell’inchiesta del San Valentino, un’intercettazione tra lui e Marcello Dell’Utri in cui si parla di cavalli

    BORSELLINO:  Si, comunque non è la prima volta che viene utilizzata, Probabilmente non so se si tratti della stessa intercettazione, se mi consente di consultare…di consultare… … no questa intercettazione in cui si parla di cavalli è un’intercettazione che avviene fra lui e uno della famiglia degli Inzerillo.

    GIORNALISTA: Ma ce n’è un’altra nella San Valentino con lui e Dell’Utri

    BORSELLINO:  Si il processo di San Valentino, sebbene io l’abbia gestito per qualche mese, poiché mi fu assegnato a Palermo allorché i giudici romani si dichiararono incompetenti e lo trasmisero a Palermo, io mi limitai a sollevare, a mia volta, un conflitto di competenza davanti la Cassazione, conflitto di competenza che fu accolto, quindi il processo ritornò a Roma e…o a Milano, ora in questo momento non lo ricordo, conseguentemente non è un processo che io conosca bene in tutti i suoi dettagli perché, appunto, non l’ho istruito, mi sono dichiarato incompetente (indi, non conosceva quella telefonata – ndr)

    GIORNALISTA: Comunque lei, in quanto esperto, lei può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono, vuol dire droga

    BORSELLINO:  Si, tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga è una tesi che fu asseverata nella nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta a dibattimento tant’è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi processo per traffico di droga, fu condannato esattamente a tredici anni e quattro mesi di reclusione più settantamila lire….settanta  milioni di multa e la sentenza di Corte d’Appello confermò queste decisioni del primo grado, sebbene, da quanto io rilevo dalle carte, vi sia stata una sensibile riduzione della pena

    GIORNALISTA: E Dell’Utri non c’entra in questa storia?

    BORSELLINO:  Dell’Utri non è stato imputato nel maxiprocesso, per quanto io ne ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme a Mangano

    GIORNALISTA: A Palermo?

    BORSELLINO:  Si. Credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari

    GIORNALISTA: Dell’Utri. Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri ? I due?

    (ed ecco la sorpresa. Borsellino deve consultare il suo fascicolo, perché non sa neppure quale dei Dell’Utri sia indagato – ndr)

    BORSELLINO:  Non ne conosco i particolari. Potrei consultare avendo preso qualche appunto (Borsellino guarda le carte.  – ndr), cioè si parla di …  Dell’Utri Marcello e Alberto, entrambi (Borsellino fa questa affermazione solo dopo aver consultato le carte, prima non ne era al corrente – ndr)

    GIORNALISTA: I fratelli?

    BORSELLINO:  Sì

    GIORNALISTA:  Quelli di Publitalia?

    BORSELLINO:  Sì

    GIORNALISTA:  E tornando a Mangano, le connessioni tra Mangano e Dell’Utri?

    BORSELLINO:  Si tratta di atti processuali dei quali non mi sono personalmente occupato, quindi sui quali non potrei riferire nulla con cognizione di causa.  Posso ulteriormente riferire che successivamente al maxi processo, o almeno all’istruzione del maxi processo, di questo Vittorio Mangano parlò pure Calderone. ..che lo…ribadì la sua posizione di uomo d’onore, e parlò di un incontro, con Mangano, avuto da Calderone, credo nella villa di … nella tenuta agricola di Michele Greco …ee … insieme dove …lo conobbe, mentre si era ivi recato, dopo aver compiuto un omicidio, almeno questo lo dice Calderone, assieme a Rosario Riccobono.  Dello stesso Mangano ha parlato anche a lungo un pentito minore, che è recentemente deceduto, un certo Calzetta, il quale ha parlato dei rapporti fra questo detto Mangano e una delle famiglie di corso dei Mille, la famiglia Zanca, i cui esponenti furono tutti sottoposti a proce … erano tutti imputati nel maxi-processo.

    GIORNALISTA: La prima volta che l’ha visto quando era?

    BORSELLINO:  La prima volta che l’ho visto anche se fisicamente non lo ricordo… l’ho visto Fra il ’70 e il ‘75

    (…)

    GIORNALISTA: Ma lui viveva già a Milano?

    BORSELLINO:  Beh lui… Sicuramente aveva…. era dimorante a Milano anche se risultò … lui stesso affermava di avere… di spostarsi frequentemente tra Milano e Palermo

    GIORNALISTA: E si sa cosa faceva a Milano?

    BORSELLINO:  A Milano credo che lui dichiarò di gestire un’agenzia ippica o qualcosa del genere. E comunque che avesse questa passione di cavalli, eh… risulta effettivamente la verità, perché anche nel processo, questo delle estorsioni di cui ho parlato, non ricordo a che proposito, venivano fuori dei cavalli. Effettivamente  cavalli, non “cavalli” come parola che mascherava il traffico di stupefacenti

    GIORNALISTA: Sì, ma in quella conversazione (quella inserita nella San valentino – ndr)  con Dell’Utri poteva anche trattarsi di cavalli?

    BORSELLINO:  Beh…nella conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errori, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo. Quindi non credo che potesse …potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo, o comunque al maneggio. Non certamente dentro l’albergo (Notare bene che qui Borsellino, che conosceva soltanto la telefonata del maxiprocesso e non la telefonata su cui veniva sollecitato a rispondere, risponde ovviamente con la descrizione della telefonata che conosceva e delle ragioni per cui in quella telefonata la parola cavalli non poteva che significare droga. Poi non procede nel commento, considerando ovvia l’implicita prosecuzione, vale a dire che bisognava dunque vedere che cosa si diceva nell’altra telefonata, e se quindi veniva enunciata un’affermazione grottesca quanto i cavalli in albergo, per esprimere un giudizio – ndr)

    (…)

    GIORNALISTA: Si è detto che (Mangano) ha lavorato per Berlusconi

    BORSELLINO:  Non le saprei dire in proposito.. Anche se, dico, debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poiché ci sono addirittura… so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti e ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Non…Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda – che la ricordi o non la ricordi – comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla

    GIORNALISTA: Ma c’è un’inchiesta ancora aperta?

    BORSELLINO:  So che c’è un’inchiesta ancora aperta

    GIORNALISTA: Su Mangano e Berlusconi? A Palermo?

    BORSELLINO:  Su Mangano credo proprio di si, o comunque ci sono delle indagini istruttorie che riguardano rapporti di polizia concernenti anche il Mangano (qui nella versione manipolata, la risposta è stata cesoiata per lasciare soltanto il “Sì”, per cui l’ascoltatore è indotto a credere che fossero entrambi indagati – ndr)

    GIORNALISTA: Concernenti cosa?

    BORSELLINO:  Questa parte dovrebbe essere richiesta a Guarnotta (Leonardo Guarnotta, all’epoca magistrato a Palermo – ndr) … che ne ha la disponibilità… quindi non so io se sono cose che possono dirsi in questo momento

    (…)

    GIORNALISTA:  C’è una cosa che vorrei sapere. Secondo lei come si sono conosciuti Mangano e Dell’Utri?

    BORSELLINO:  No, non… non lo so perchè questa parte dei rapporti di Mangano, ripeto, non fa parte delle indagini che ho svolto io personalmente  e conseguentemente  quello che ne so io è quello che può risultare dai giornali e da qualsiasi altra fonte di conoscenza. Non è comunque mai una conoscenza professionale mia. E sul punto peraltro non ho ricordi.…

     

    GIORNALISTA:  Sono di Palermo tutti e due… (i complimenti a Calvi per il raffinatissimo indizio, qui bisogna proprio farli – ndr)

     

    BORSELLINO:  Non è una considerazione che induce ad alcuna conclusione perché…  Palermo è una città, (diversamente come ad esempio Catania dove la famiglia…le famiglie persone erano composte da non più di una trentina di persone, almeno originariamente…),   in cui gli uomini d’onore sfioravano, ufficiale, sfioravano le 2000 persone, secondo quanto ci racconta ad esempio Calderone, quindi …  il fatto che fossero di Palermo tutti e due, non è detto che si conoscessero

    GIORNALISTA:  Si ma c’è un socio di Dell’Utri un tale Filippo Rapisarda  che dice che ha conosciuto Dell’Utri tramite qualcuno della famiglia di Stefano Bontade

    BORSELLINO:  Beh, considerato che Mangano, a q… ricordo, appartenesse alla famiglia dì Pippo Calò...evidentemente non sarà stato Manga…non sarà stato qualcuno….del … cioè… non saprei individuare chi potesse averglielo presentato. Comuque tenga presente che nonostante la… Palermo sia la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano le più numerose – si è parlato addirittura, in certi peridodi,  almeno, di 2000 uomini d’onore con famiglie numerosissime – la famiglia di Stefano Bontade sembra che in certi periodi ne contasse almeno 200…e…la… si trattava comunque di famiglie appartenenti ad una unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, e quindi… i cui membri in gran parte si conoscevano tutti e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera…

    GIORNALISTA:  Perché, a quanto pare, Rapisarda,  Dell’Utri … erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia

    BORSELLINO:  Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda DellUtri e Rapisarda non so fornirle particolari indicazioni trattandosi, ripeto,  sempre, di indagini di cui non mi sono occupato personalmente

    GIORNALISTA:  Lei in quanto uomo, non più in quanto giudice, come giudica la fusione che si opera, che abbiamo visto operarsi tra industriali al di sopra di ogni sospetto come Berlusconì o Dell’Utri e uomini d’onore di Cosa Nostra? Cioè Cosa Nostra s’interessa all’industria, o com’è?  (questa domanda, nella versione manipolata mandata in onda 9 anni dopo la morte del magistrato, viene tagliata e sostituita con quest’altra domanda registrata in studio, domanda che invece al giudice non fu mai posta: “Non le sembra strano che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell’Utri, siano collegati a uomini d’onore tipo Vittorio Mangano?”  L’inserimento  postumo di questa domanda inventata di sana pianta, dopo la morte di Borsellino, in combinazione con la successiva risposta abilmente cesoiata ed incollata, rappresenta una manipolazione raffinatissima, poiché induce a credere che Borsellino spieghi la “stranezza” del rapporto fra Berlusconi, Dell’Utri e Mangano, con la necessità da parte della mafia di investire il denaro. In realtà, al magistrato non era neppure mai stata posta quella domanda. Si legga quindi con attenzione la VERA risposta di Borsellino data alla VERA domanda – ndr)

     

    BORSELLINO:  Beh, A PRESCINDERE DA OGNI RIFERIMENTO PERSONALE, PERCHÉ RIPETO CON RIFERIMENTO A QUESTI NOMINATIVI CHE LEI FA, CHE LEI HA FATTO,  IO NON HO PERSONALI ELEMENTI TALI DA POTER ESPRIMERE OPINIONI, MA CONSIDERANDO LA FACCENDA NEL SUO ATTEGGIARSI GENERALE (tutta questa parte in maiuscolo, nella manipolazione viene ovviamente tagliata – ndr) : ALLORCHÉ L’ORGANIZZAZIONE MAFIOSA, LA QUALE SINO AGLI ANNI 70, SINO ALL’INIZIO DEGLI ANNI SETTANTA AVEVA AVUTO UNA CARATTERIZZAZIONE DI INTERESSI PREVALENTEMENTE AGRICOLI O AL PIÙ DI SFRUTTAMENTO DI AREE EDIFICABILI. (anche questa parte maiuscola è stata tagliata. Notare bene la finesse del far esordire Borsellino con quel “dall’inizio degli anni 70 in poi” , che come inquadramento temporale coincide guarda caso con quello che comincia con la permanenza di Mangano ad Arcore, ma che da bene l’dea della continuità, con quel “dall’inizio … in poi”. In realtà Borsellino non sta pensando nella maniera più assoluta a quell’episodi, e tanto meno a Berlusconi – ndr) Dall’inizio degli anni Settanta in poi, Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali,..contestualmente cosa nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare degli investimenti leciti o paraleciti come noi li chiamiamo, di capitali. Naturalmente per questa ragione, cominciò a seguire vie parallele, e talvolta tangenziali all’industria operante anche nel nord, della quale, in certo qual modo… alla quale in certo qual modo si avvicinò per potere utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali al fine di far fruttare questi capitali dei quali si era trovata in possesso.

    GIORNALISTA:  Un investigatore ci ha detto che al momento in cui Mangano lavorava per Berlusconi c’è stato un sequestro, non a casa di Berlusconi però dì un invitato [Luigi D'Angerio, NDR] che usciva dalla casa di Berlusconi.

    BORSELLINO:  Non sono a conoscenza di questo episodio.

     
    • Avatar di Severino

      Severino 15:42 on 14 March 2012 Permalink | Rispondi

      E’stato indiscutibilmente accertato che Vittorio Mangano ha vissuto per 2 anni ad Arcore alle dipendenze del noto perseguitato Silvio Berlusconi (poverino!).
      Al di là di quello che dice o non dice Borsellino,chi ha avuto modo di seguire il processo Dell’Utri dalle frequenze di Radio Radicale sa bene che le accuse contro il senatore bibliofilo(aripoverino!) si poggiavano su una mole impressionante di documenti e,solo in minima parte,sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia.Dopo la decisione della Cassazione,anni di duro lavoro sono stati ridotti a carta straccia.Da cittadino italiano nonviolento prendo atto di ciò senza poter celare il senso di nausea e profondo ribrezzo verso chi vuole far tornare le lancette della lotta alla mafia indietro di 40 anni!

      • Avatar di enrix

        enrix 07:20 on 15 March 2012 Permalink | Rispondi

        A me basterebbe farla tornare indietro anche solo di una trentina, ai tempi del maxi processo, tempi in cui grazie a magistrati come Borsellino e Falcone nelle aule dei tribunali alla gogna venivano portate, per essere condannate a vita, intere famiglie di mafiosi, boss, capimandamento. Dall’arresto di Riina in poi, i più importanti processi dell’antimafia di Palermo sono stati in carico a carabinieri (proprio quelli più vicini a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino), ad un funzionario di Publitalia oggi senatore, per delle marginali storie di pizzi sulle quali si è cucita un’allegra teoria sulla sua improbabile funzione di eminenza grigia della mafia (documentata col piffero, lei vaneggia), ed alle talpe Ciuro, Riolo e Cuffaro, che per fortuna sono finiti sotto le attenzioni del ROS e di Pignatone, anzichè di certi altri PM, altrimenti mi sa che se la sarebbero cavata pure loro. Non capisco come lei possa affermare con tanta sicurezza che si siano fatti così tanti progressi. Ad ogni modo, caro Severino, io mi auguro che questa mole impressionante di documenti di cui lei ci parla riesca davvero ad impressionare qualcuna di quelle persone che, a dimostrazione della colpevolezza di Dell’Utri, invece di citarmi qualcuno di quelli, mi cita sempre e soltanto quest’intervista a paolo Borsellino. Lo ha fatto giustappunto il fratello del magistrato pochi giorni fa. E vede, a me, a differenza di quanto succede a lei, il senso di nausea ed il profondo ribrezzo mi vengono quando mi brandeggiano una patacca, specie se è una patacca dove sono manipolate criminalmente e strumentalmente parole di Paolo Borsellino. Quindi, magari, potrebbe cominciare lei ad impressionarmi con qualcuno di questi documenti impressionati, non trova? Qui è libero di citarmi tutti quelli che vuole.

    • Avatar di Severino

      Severino 14:56 on 15 March 2012 Permalink | Rispondi

      Quando io parlo di Dell’Utri mi riferisco a ciò che è emerso nel processo a suo carico per concorso esterno in associazione mafiosa.In quel dibattimento sono venute fuori le sue frequentazioni con Mangano e altri signori che, diciamo cosi,non erano proprio delle anime candide in odore di santità.

      Se poi tutto questo non basta a condannare Dell’Utri io,da cittadino italiano non violento,non posso che prenderne atto.

      • Avatar di enrix

        enrix 08:24 on 17 March 2012 Permalink | Rispondi

        Eh, si, dovrebbe prenderne atto, perchè infatti non basta per niente. Sulle “frequentazioni” di Mangano con Dell’Utri, non ci sono risvolti penali. Ed in ogni caso, mi corre l’obbligo di rammentarle che 40 anni fa, quando Mangano era ad Arcore, non era il pericoloso boss di cosa nostra che mi pare dipingere lei. Era un delinquente di mezza tacca, predisposto a commettere reati comuni e predisposto magari anche ad affiliarsi a cosa nostra (infatti lo fece anni dopo), ma noi non possiamo indagare, processare e condannare tutte le persone che hanno “frequentato” o tenuto a lavorare gente come era Mangano agli inizi degli anni 70, altrimenti con Dell’utri dovrebbero finire sotto ai ferri altre decine e decine di migliaia di cittadini perfettamente normali, il cui solo merito a discolpa, a differenza del senatore, sarebbe quello di non conoscere Berlusconi. Lei che crede? che i 2000 mafiosi pericolosi residenti in Palermo di cui parla Borsellino si “frequentassero” solo fra di loro e non interagissero mai in alcun modo con gli altri Palermitani? Caro Severino: ragionando come lei, mi sa che dovremmo mettere dentro quasi tutta Palermo. E poi, provi per un momento a ragionare: lei si rende conto, che per anni ed anni l’episodio più grave (anzi l’unico) attribuito alla coppia Dell’Utri- Mangano, entrato nell’immaginario collettivo grazie alla manipolazione di quest’intervista, era proprio quello famoso dei cavalli in albergo? Ed era un falso, guarda caso. Dell’Utri qui è stato semplicemente calunniato (quindi è vittima di un reato, semmai, anzichè reo). Di altre cose rilevanti, al di là di quel falso, noi non ne conosciamo. Questo non la fa riflettere? Sulle altre frequentazioni di Dell’Utri, in alcuni casi potrebbero esserci risvolti penali, ma se si vede caso per caso ci sono sempre dei problemi di certezza della genuinità delle ricostruzioni. Anche nel capitolo che mi ha linkato lei, bisogna che sia congrua ed attendibile la versione del Di Carlo, perchè funzioni, ad es. E, al di là di quell’episodio particolare, io ad esempio non mi sono mai fidato in generale di quel pentito. Insomma, io non credo che Dell’Utri sia uno stinco di santo,ma credo però che su di lui ci sia stato uno spreco di risorse o aspettative, sia nei magistrati che negli indignati come lei. Se ne faccia una ragione: sino a che l’Italia pensa che la mafia sia Dell’Utri ed i PM si concentrano per anni su gente come Dell’Utri, la mafia vera ringrazia e lavora tranquilla.

        • Avatar di Severino

          Severino 14:47 on 17 March 2012 Permalink | Rispondi

          Il fatto che il fratello di Paolo Borsellino continui con convinzione a credere nelle parole di Ciancimino e a citare passi della “famosa” intervista dovrebbe farla riflettere.

          Credo anche che “la mafia ringrazia e lavora tranquilla” quando potere esecutivo e legislativo si uniscono e agiscono quotidianamente con l’unico scopo di screditare e depotenziare il lavoro della Magistratura.

          • Renzo C 22:01 on 17 March 2012 Permalink | Rispondi

            E il fatto che Salvatore Borsellino fosse talmente convinto che il segnale per fare esplodere la 126 in via D’ Amelio sia partito dal Castello Utveggio, tanto da organizzare l’ ascesa al medesimo durante le annuali celebrazioni della strage, quando oggi le “rivelazioni” di Genchi sono state stralciate perchè ritenute infondate, non la fa riflettere?
            In altre parole, con tutta la solidarietà e l’ affetto possibile, Salvatore Borsellino non credo che sappia di più di quanto ci sia negli atti dei processi, avrà delle sue personali convinzioni, lecite e magari anche condivisibili, ma sempre convinzioni restano, mentre nei tribunali servono prove e riscontri (di solito, o almeno si spera).

            La seconda parte del suo commento mi sembra molto generica, la definirei demagogica o travaglismo.
            Nella magistratura, consesso di alcune migliaia di persone, c’è un po’ di tutto, come in un qualsiasi agglomerato umano.
            Certamente è composta da persone di buon livello culturale, sopra la media, ma che ci siano anche mascalzoni, corrotti, politicizzati ecc… ecc… è innegabile ed evidente.
            Quindi idealizzare una categoria come i salvatori della Patria è una semplificazione priva di senso logico; il giudiziario è solo uno dei poteri dell’ organizzazione democratica e, togliendosi il prosciutto dagli occhi, combatte contro gli altri due da 20 anni almeno, con alterne fortune e virulenza.

            • Avatar di enrix

              enrix 07:38 on 18 March 2012 Permalink

              Ma scusi, Severino, ma sta parlando sul serio, o mi prende per i fondelli? Il fatto che il fratello di Borsellino continui con convinzione a credere in patacche, pataccari e strumentalizzazioni manipolatorie oscene delle parole di suo fratello (e non solo a crederci, ma anche a pubblicizzarle), dovrebbe far riflettere ME? Semmai dovrebbe far riflettere chi, come lei, ha fiducia in quell’uomo, mi scusi tanto, eh! Io da parte mia che riflessione vuole che faccia? Se il fratello di Borsellino dimostra di credere in un falso e lo pubblicizza, anche quando gli è stato dimostrato più volte che è un falso, io l’unica riflessione che posso trarne è che abbia forti problemi di lucidità legati magari all’età, o che sia in totale malafede. Altre alternative non ne vedo. Per quanto riguarda la storia dei magistrati, la sua è pura retorica da assemblea scolastica. La mafia ringrazia se si scredita la magistratura che la combatte, ma se si oppone la verità alle patacche portate in tribunale da magistrati che invece di occuparsi della mafia da 18 anni sono impegnati principalmente ad accusare i carabinieri che l’hanno combattuta sul serio, lei che ne dice, farà festa?

            • Avatar di Severino

              Severino 18:17 on 18 March 2012 Permalink

              @Renzo
              A me risulta che Genchi(persona di straordinaria intelligenza e professionalità con un senso dello Stato fuori dal comune) si sia occupato principalmente dei tabulati telefonici riscontando strani incroci in una determinata zona di Palermo nei giorni precedenti la strage.
              Credo non sia casuale il fatto che non sia riuscito a portare a termine il suo lavoro su quella mattanza cosi come sull’inchiesta denominata “Why Not” (guarda un pò ilcaso).

              La seconda parte del mio commento invece non è affatto generica visto che per 20 anni abbiamo assistito ad un quotidiano attacco di certa politica nei confronti di quei magistrati in prima linea nella lotta alla mafia e alle sue convergenze con le istituzioni.
              Sono d’accordo con lei quando afferma che anche la magistratura ha le sue mele marce.Si potrebbero infatti citare parecchi giudici presi con le mani nel sacco e condannati per corruzione.Il problema è sempre lo stesso:ovvero certa politica(sempre quella lì )che invece di condannare chi si fa comprare delegittima chi persegue i corrotti.

            • Renzo C 23:31 on 18 March 2012 Permalink

              Genchi ha un senso dello Stato così fuori dal comune, tanto da mettersi in aspettativa, fondare una apposita società e fatturare allo Stato gli stessi servigi che espletava come dipendente.
              In altre parole: prima si fa l’ esperienza a spese nostre (lo Stato), poi quando è abbastanza bravo, invia regolare fattura.
              Come se i SEALS prima di ogni missione mandassero un preventivo al dipartimento della difesa USA.
              Ciò che “le risulta” è impreciso, a dirne bene, ma Salvatore Borsellino ci ha creduto mentre la Procura ha buttato tutto.
              Adesso poi Genchi va a processo assieme a De Magistris, proprio perchè, interrogati separatamente ma senza che potessero mettersi d’accordo, sulle procedure nelle intercettazioni in quelle indagini hanno ravvisato elementi sufficienti per rinviare a giudizio, guarda un po’ il caso.
              Ma lei lo sapeva, o no?
              Magari avrà letto anche il librone di Genchi, librone a cui, curiosamente, manca un capitolo. Eppure nella prestampa inviata ad “alcuni” c’era, strano vero?

              Quali sarebbero “quei magistrati in prima linea nella lotta alla mafia” ? Potrebbe scrivere i nomi, o sono innominabili?
              E quale sarebbe “certa politica(sempre quella lì )” ?
              Gentilmente, potrebbe fare anche di questi i nomi?

              Grazie

    • Renzo C 12:26 on 16 March 2012 Permalink | Rispondi

      Spero tu non abbia visto il “servizietto in pubblico” ieri sera.
      Lo spero per le tue coronarie :D
      Non l’ ho visto, per fortuna, ma ho avuto modo di leggere adesso alcune cose e vedermi l’ intervista a Massimuccio: no comment (per ora).

      Ciao

      • Avatar di enrix

        enrix 08:31 on 17 March 2012 Permalink | Rispondi

        Non vedo mai la diretta di Santoro per ragioni di nausea. Lo rivedo poi sul web a spizzichi e bocconi. Nella puntata che dici, c’è stata una nuova squallida manipolazione del tenore di quella di quest’intervista, sulle parole di Agnese Borsellino, trasfigurate col taglia e cuci. Entro poche ore ci farò un articolo.

    • Avatar di Severino

      Severino 15:31 on 19 March 2012 Permalink | Rispondi

      @Renzo C
      Leggendo un certo tipo di commenti,senza offesa, mi cadono le palle!
      E’sotto gli occhi di tutti lo sfascio prodotto da 10 anni di leggi vergogna concepite con il solo scopo di sottrarre al controllo di legalità chi, agli albori della Seconda Repubblica,invece di consegnarsi a mani alzate o darsi alla latitanza scelse,anzi creò,la terza opzione: ovvero darsi alla politica, ottenere l’immunita/impunità e occupare le istituzioni col solo scopo di farsi gli affari suoi!
      Non so lei,ma io, francamente, di un certo tipo di propaganda filo berlusconiana e finto terzista ne ho piene le palle!
      Quanto a Genchi,di cui ho appena iniziato a leggere il “librone”(sono arrivato a pag 69)ribadisco quello che ho scritto anche se non sono a conoscenza di questo fantomatico”capitolo”mancante di cui lei parla.La sua storia professionale parla per lui,e non sarà certo l’incredibile processo che lo vede imputato con DeMagistris ha macchiare una carriera straordinaria.

      Saluti.

      • Avatar di Severino

        Severino 16:29 on 19 March 2012 Permalink | Rispondi

        .La sua storia professionale parla per lui,e non sarà di certo l’incredibile processo che lo vede imputato con De Magistris a macchiare una carriera straordinaria.

        • Renzo C 19:00 on 19 March 2012 Permalink | Rispondi

          L’ importante è che lei ci creda, ne sia convinto e viva sereno.
          Gli spunti per approfondire qui li trova, sarebbe però meglio passasse dal generico allo specifico, se ne è in grado.

          Tanti cari auguri

    • Luciano Baroni 18:26 on 25 March 2012 Permalink | Rispondi

      • Avatar di enrix

        enrix 14:06 on 26 March 2012 Permalink | Rispondi

        No n’artro, ma comunque c’è da essere perplessi. :-(

        • Luciano Baroni 20:16 on 26 March 2012 Permalink | Rispondi

          Ciao Enrico, lo sapevo ma l’ho messo apposta per far vedere a che livello sono.

          Buona serata.

  • Avatar di enrix

    enrix 18:15 on 11 March 2012 Permalink | Rispondi  

    “Trattativa”, o attività di Polizia Giudiziaria? 

    Siamo giunti ad un punto delicato delle indagini sulla mitologica “trattativa” del 92-93  fra “Stato e Mafia”.

    La Procura di Caltanissetta si è infatti finalmente espressa, e ci ha detto di essere convinta di 5 cose fondamentali:

    1)    Che quello fra il col. Mori e don Vito Ciancimino non era un contatto preliminare Polizia Giudiziaria/Potenziale collaboratore di giustizia, come ce ne sono stati tanti, ma un pezzo peculiare della Trattativa Stato-Mafia

    2)    Che Borsellino venne a sapere il 28 giugno 1992, dalla Dott.ssa Ferraro, di questa circostanza non già come di un contatto preliminare Polizia Giudiziaria/Potenziale collaboratore di giustizia, come ce ne sono tanti, ma come di una vera e propria Trattativa Stato-Mafia. (a questo proposito, per capire meglio se hanno proprio ogni ragione, consiglio a chi non la conoscesse, la visione di questa clip: http://www.youtube.com/watch?v=cVXNNKD4-cc )

    3)    Che Paolo Borsellino ostacolò questa trattativa, e che quindi il suo omicidio fu anticipato a causa di questo problema.

    4)    Che il traditore di cui Borsellino parlava alla vigilia della sua morte, potrebbe essere verosimilmente il generale Subranni.

    5)    Che Massimo Ciancimino è un falso testimone, inattendibile e produttore di patacche, quasi sempre. Cioè, lo sarebbe sempre, meno che sul capitoli riguardanti il Gen. Mori e la sua trattativa con don Vito.

    Ora, vorrei fare notare ai miei lettori che il punto 5 va scritto così, proprio così, con tutte quante le parole dopo il “cioè” nessuna esclusa, altrimenti vi sarebbero grosse difficoltà a sostenere come veri  i primi 3 punti.

    Il motivo è semplice:  dalla data del suo arresto, alla fine del 1992, sino alla sua morte (2002), tutto ciò che don Vito Ciancimino ha detto (anche dinnanzi ai giudici) e scritto (ed ha scritto moltissimo) in merito a questo argomento, nega fermamente che le cose siano andate come sostengono oggi i magistrati, bensì conferma la versione del Generale Mori.

    Quindi, tutti i verbali e gli scritti di don Vito Ciancimino su questo argomento, rappresentano una prova fondamentale a favore di Mori, mentre al contrario, di prove concrete a suo carico, non ce ne sono.

    Solo ipotesi, deduzioni e teorie.

    Da ciò consegue, che la testimonianza di Massimo Ciancimino su questo punto, è irrinunciabile, per i PM di Caltanissetta.

    Infatti  EGLI AFFERMA CHE SU QUESTO PUNTO, SUO PADRE AVREBBE SEMPRE DETTO E SCRITTO IL FALSO, PER TIMORE DEI CARABINIERI .

    Siamo in molti, naturalmente, a non credergli;  siamo in molti a percepire in questa versione dei fatti lo stesso puzzo di sola, lo stesso aroma di furbacchione che emana, ad es.,  da una certa “lettera a Fazio”    dove in calce ad un testo dattiloscritto in cui si legge di un “Borsellino, sicuramente oppositore fermo di questo accordo”, qualcuno, secondo i periti, avrebbe incollato col Photoshop , trascinandola da un documento di qualche anno più vecchio, una firma di don Vito Ciancimino.

    Inoltre, se è vero che il buongiorno si deve vedere dal mattino, qui la mattinata è cominciata male.

    Infatti uno di questi documenti, quello a mio giudizio più probatorio, è stato inizialmente pubblicato sul libro “Don Vito”,  di Ciancimino-La Licata, nella prima edizione, ma dopo che il sottoscritto fece notare su vari siti, ed in primis su “Livesicilia”, che quello scritto di don  Vito pareva scagionare Mori, una manina birichina  nell’attuale edizione scaricabile online  cancellò del tutto la parte cariata.

    Ecco infatti qui di seguito le pagine 279 e 280 della prima edizione cartacea:

     

     

    Come si può vedere invece in questa scansione, nell’edizione attualmente consultabile online, si passa direttamente da un paragrafo 8 tronco, alla parte finale del paragrafo 10, e quindi il paragrafo completamente censurato risulta il 9 (notare bene che non ci sono salti nella numerazione delle pagine)

     

     

    Vediamo dunque cosa c’era scritto al paragrafo 9, quello censurato.

    Qui c’è anche una scansione del manoscritto originale, che era esattamente riportato in quel paragrafo:

     

    Come si può leggere, don Vito, IN UNO SCRITTO TESTAMENTARIO, UNA SPECIE DI DIARIO PERSONALE, REDATTO PRIMA DELLA SUA MORTE (che ragione avrebbe avuto quindi di mentire, in uno scritto del genere?) dal titolo “Paradigma di collaborazione”, afferma di essere stato in procinto di avviare una collaborazione FORIERA DI BUONI RISULTATI (intesa come collaborazione con la giustizia, evidentemente, altrimenti non avrebbe inserito la premessa “Un fatto importantissimo, che da solo sta a dimostrare la mia posizione personale nei confronti del fenomeno mafioso”) con il ROS, e quindi con il colonnello Mori, e che il suo arresto improvviso sarebbe stata un’operazione che di fatto gli impedì giustappunto di collaborare.

    Ora, faccio rispettosamente notare, che la tattica, in questo caso, non è stata quella di dare una spiegazione a questo scritto, ma semplicemente quella di censurarlo, eliminandolo dal libro.  A casa mia, questa, si chiama coda di paglia.

    Ma avremo tempo di riparlarne.

    Se comunque Ciancimino, oltre che sul Sig. Franco, su de Gennaro, su Mister X, sulle “lettere di Provenzano”, sulla “lettera a Fazio”, sulle datazioni di molti documenti ed insomma su tutto quanto sta suscitando dubbi nei  magistrati, mentisse su questo punto, Mori avrebbe in pugno la prova della sua innocenza, e le tesi accusatorie dei PM nisseni ne uscirebbero maluccio.

    Compito degli accusatori quindi, è convincerci della bontà di una logica che vorrebbe questo, e cioè che un testimone da essi stessi bollato come accanito mentitore, per una qualche ragione che andrebbe chiarita, su di un punto di particolare interesse dovrebbe essere invece sincero.  Staremo a vedere.

    Per il momento, a scopo didattico e per capire meglio la psicologia del personaggio, ho deciso di rendere libero il download del mio libro “Prego, dottore!” in formato pdf,  libro già acquisito a suo tempo agli atti del pocesso Mori-Obinu in Palermo, su richiesta dello stesso gen. Mori.

    E vi prego di tenere sempre presente, che io scrivevo quelle cose due anni fa. Ciò che scrivevo, va quindi confrontato non solo con ciò che si sa oggi, ma con ciò che si scriveva e si diceva, ad es., ad “Annozero”, in quello stesso periodo.

    Buona lettura.

     

    SCARICA GRATIS “PREGO, DOTTORE!”:

    Prego dottore

     
    • Renzo C 22:51 on 11 March 2012 Permalink | Rispondi

      Enrico, solo dirti GRAZIE!! mi sembra poco, pochissimo.
      Ti chiedo l’ autorizzazione a mettere il link al tuo libro nel mio blog.

      Ciao

    • Avatar di enrix

      enrix 06:37 on 12 March 2012 Permalink | Rispondi

      Ahaha, autorizzato. Non devi neppure chiederlo.

      • Renzo C 12:21 on 12 March 2012 Permalink | Rispondi

        Ti ringrazio, ma mi sembrava corretto chiedertelo.
        Vorrei scriverci sopra qualche riga, presentarlo come si conviene e mantenerlo in home page, sempre se sei d’ accordo.
        Tieni presente che sarò io a scrivere, non Hemingway ;)

        Quindi ne approfitto per farti alcune domande:

        appena ho capito come si fa (non ci sono certezze, sono sempre più rinco) metterei copertina e link permanenti in home come ho scritto, ok?
        ne metto online una copia, così c’è un mirror e non ci sono rischi che spariscano i blog?
        volendo scriverci una presentazione, vorrei metterci pure questo video: sai che sia l’ originale presentato da Mori a Palermo? http://www.youtube.com/watch?v=FHILC6ELF3w
        ho anche il rar con i pdf delle deposizioni “prego, dottore”, lo metterei online, che ne dici?
        sai niente degli scatoloni di pizzini “trovati” (alleluja) nella perquisizione numero 173 a casa Ciancimino?

        Di nuovo grazie tantissime

        Ciao

        p.s. ahh il link al blog è questo, tanto sono sicuro che lo sapevi già ;)
        http://ilpaccoquotidiano.wordpress.com/

        • Avatar di enrix

          enrix 00:39 on 14 March 2012 Permalink | Rispondi

          Va tutto benissimo. Il video è quello originale con cui si è supportato Mori nelle sue spontanee dichiarazioni a Palermo, ma senza l’audio è difficile capirci qualcosa. Io ne avevo fatto una versione ridotta ma con l’audio, ma non so se nel trasferimento del blog si è salvata. Devo cercarla. Vediamo domani. Ciao carissimo.
          P.S.: sugli scatoloni cercherò di dirti qualcosa nei prossimi giorni, ma ritengo fosse spazzatura già scartata dal dott. Dexter dal suo laboratorio dei documenti.

      • Rob 13:03 on 12 March 2012 Permalink | Rispondi

        Ciao Enrico,
        Posso linkare il tuo sito nella mia pagina perché lo reputo preciso nell’informazione e dettagliato anche il tuo libro?
        Ciao Rob

    • gontrix 08:42 on 13 March 2012 Permalink | Rispondi

      L’ho scaricato, La ringrazio e complimenti per il Suo lavoro.

  • Avatar di enrix

    enrix 10:59 on 4 March 2012 Permalink | Rispondi  

    REPETITA IUVANT 


     

    Massimo  Ciancimino, da quando è ritornato in libertà, è in fase di recupero. Vuole evidentemente ritornare ad occupare la sua perduta posizione di icona dell’antimafia.  Così fa l’antimafioso accorato, nonostante le minacce ed i candelotti di tritolo consegnati a domicilio, lanciando con indomito coraggio, dalle pagine di Facebook e da altri siti, i suoi strali contro le più note famiglie criminali aderenti a Cosa Nostra, proprio quelle più pericolose: la famiglia Berlusconi, la famiglia Dell’Utri, le famiglie Mancino e Mannino, e gli Sgarbi di Salemi.

    Quando si dice lo sprezzo del pericolo. Suo padre ne andrebbe fiero, ne siamo certi.

    Io quel che lui scrive su Facebook, ormai non lo posso più leggere, ahimè: ha inserito il blocco del mio profilo.

    Ma per fortuna ci sono i suoi piccoli fan, che diffondono il suo verbo.

    Uno di questi  si chiama Adriana Jone.

    Così, su Livesicilia, la missionaria ci riporta questa perla:

     “…PUÒ LA MISTIFICAZIONE DEI FATTI E LA OPPIACEA DIFFUSIONE DELLA DEFINIZIONE DI ARTE FATTA DAL SOGGETTO SGARBI CELARE VOLGARI INSULTI E SUBDOLI ATTACCHI A CHI COME INGROIA LA LOTTA ALLA MAFIA LA FA DAVVERO?” (M. Ciancimino)

     

    A proposito di mistificazione dei fatti (ma anche di diffusione della definizione di arte, perché no), per non addentrarmi nello spinoso campo delle opinioni, mi limiterò a ripetere (poiché giova sempre), l’elenchino dei documenti che grazie al nostro eroe, ma anche col benestare dei magistrati impegnati per davvero nella lotta alla mafia, hanno fatto il loro ingresso nei Palazzi di Giustizia della nostra Repubblica, soprattutto nel contesto di un procedimento a carico di due rappresentanti di punta di altre note e pericolose famiglie della cupola: quella dei Mori e quella degli Obinu.

    Chi volesse approfondire, può leggere i miei articoli precedenti (soprattutto QUESTO, E QUESTO E POI QUESTO, E ANCORA QUESTO, E INFINE QUESTO), dove scendo nel dettaglio pubblicando anche gli stessi documenti.

    Qui mi limiterò a descriverne la loro reale natura:

     

     15 documenti, composti in totale da 93 fogli, sono DEL TUTTO PRIVI DI VALORE GIUDIZIARIO E NON ATTINENTI I PROCESSI O LE INDAGINI IN CORSO, quando non costituiscono persino elementi a favore della difesa del generale Mori

     3 documenti sono RITAGLI di documenti originali. Sul primo di questi Ciancimino è stato smentito dai periti in merito alla data, sul secondo la data è risultata sospetta (carta dell‟89 mentre il teste ha dichiarato che è stato compilato nel ‟99) e le testimonianze a riscontro sono contraddittorie. Il terzo è ritagliato e mancante di una parte che consentirebbe di comprenderne il reale significato.

     2 documenti sono stati descritti dai periti come composizioni realizzate con parole (fra cui, naturalmente “Berlusconi”) estratte da altri documenti. Cioè dei fotomontaggi, fatti col photoshop. Esattamente come il famoso documento in cui è stata innestata la parola “De gennaro” e per cui è stato arrestato. Inoltre sul primo di questi due, il teste sarebbe stato smentito dai periti anche nella datazione data al documento.

     3 documenti non sono stati autenticati dai periti in quanto la grafia è risultata ignota. Sul secondo, il teste è stato smentito anche dalle datazioni peritali, che hanno dimostrato che egli ha mentito. Sul terzo, Massimo Ciancimino ha indicato l‟autore nella “segretaria” di suo padre, mentre i periti non sono riusciti a confermare alcuna identità.

    1 documento (una fotocopia) è risultato, nelle perizie, realizzato con carta e toner dell‟inizio degli anni 90, ma contiene parole che non possono essere state scritte che dal 2001 in poi, per cui costituisce la prova che in tempi moderni materiali vecchi (carta e toner) erano nelle disposizioni di chi fotocopiava quello ed altri documenti analoghi.

    1 documento (comunque frammentario e di scarso valore intrinseco) è stato inserito in perizia, apoditticamente, nell‟elenco di quelli attribuibili a don Vito Ciancimino sotto il profilo della scrittura, ma nella relazione, a differenza di tutti gli altri manoscritti, non c‟è traccia dei criteri e dei confronti impiegati dai periti per giungere a tale conclusione.

    7 documenti (detti: “pizzini di Provenzano”) sono dattiloscritti redatti verosimilmente con un’unica macchina da scrivere non identificata dai periti, per cui è rimasto non identificato l‟autore. Tuttavia, tale macchina non corrisponde a nessuna delle macchine da scrivere utilizzate per scrivere pizzini originali autentici dello stesso periodo, in possesso dell’Autorità giudiziaria. La carta utilizzata è per lo più compatibile (cioè la stessa carta) con quella del contropapello, che è una fotocopia realizzata dopo il 2001 con carta e toner vecchi di 10 anni.

     1 documento è una fotocopia-fotomontaggio (collage) sulla cui datazione Massimo Ciancimino è già stato smentito nelle perizie, vale a dire ha testimoniato il falso.

    1 documento è una fotocopia recante un testo dattiloscritto con una firma in calce di don Vito, ma i periti hanno dimostrato che tale firma è stata inserita con metodi di fotoritocco (tipo Photoshop) com‟è già accaduto, ad es., con la parola “De Gennaro”, su di un altro documento. Anzi, secondo i periti la firma apparterrebbe ad un periodo anche antecedente a quello di cui si parla nel testo della lettera. Come dire, che don Vito avrebbe fatto una firma su un foglio, e dopo qualche anno avrebbe scritto una lettera a macchina, ritagliato la sua vecchia firma, appiccicata sotto alla lettera, e quindi fotocopiato il tutto.

     1 documento è stato giudicato senz’altro falso e calunnioso, ed ha provocato l‟arresto del testimone.

     

    Occorre qualche ulteriore commento?

     
    • Renzo C 13:53 on 9 March 2012 Permalink | Rispondi

      Caro Enrico,
      solo se hai già digerito, se hai stomaco forte, se sei in ottime condizioni psicofisiche e hai bevuto un secchio (una tazza è poco) di camomilla… allora e SOLO allora sei in grado di leggere l’ articolo di oggi di Tony Ciuffetto sul FQ.
      C’è una rivelazione sconvolgente: Massimuccio si è processualmente suicidato!
      E poi tutti i papelli sono veri, solo uno è fasullo, lo dicono le perizie.
      La Ferraro ha detto “trattativa” a Borsellino….

      Scusa, scappo a vomitare.
      Ciao

    • Avatar di enrix

      enrix 06:52 on 10 March 2012 Permalink | Rispondi

      Eh si, mediaticamente per la Verità è sempre stata una battaglia persa. Speriamo di mantenere a lungo le energie ed i diritti per poterla salvaguardare almeno in qualche piccolo cantuccio.

    • dado 10:16 on 10 March 2012 Permalink | Rispondi

      qual è il profilo facebook di massimo ciancimino?
      grazie!

  • Avatar di enrix

    enrix 17:57 on 26 February 2012 Permalink | Rispondi  

    Egr Sig Pippo Giordano 

     

    Egr. Sig. Pippo Giordano,

    nel suo recente articolo “Il mafioso della porta accanto”, lei  afferma di sperare di trovare qualcuno che le “spieghi, perché tutto ad un tratto, secondo il procuratore Grasso, la certificazione antimafia richiesta alle ditte o società, non sembra più essere necessaria.”

    E dunque, io vorrei provare a spiegarglielo.

    Per farlo, bisogna innanzitutto capire che cos’è la “certificazione antimafia”, da chi viene richiesta, e dove si produce.

    Secondo la sintesi fornita dal Ministero, la certificazione antimafia serve ad attestare “l’assenza di cause di decadenza , di sospensione o di divieto – di cui all’art. 10 della legge 31 maggio 1965, n. 575- e di tentativi di infiltrazione mafiosa – di cui all’art. 4 del decreto legislativo 8 agosto 1994, n. 490- nei confronti dei soggetti che intendono instaurare rapporti con la pubblica amministrazione.”, e si richiede in prefettura.

    Ciò significa, in parole semplici, che se in capo ad un’impresa, e vale a dire alla sua compagine societaria o amministrativa, viene attivato un procedimento per infiltrazioni mafiose tale da comportare decadenza o sospensione della sua attività, ciò viene segnalato in una banca dati che la Prefettura è competente a visionare e pubblicare, su richiesta di un altro Ente Pubblico, MA SEMPRE PER IL TRAMITE DI UN’IMPRESA, candidata a fornire o a costruire a seguito di appalto.

    Questa procedura, mi ricorda una vecchia barzelletta che circolava nel secolo scorso su di una cittadina di provincia del nord-Italia, secondo la quale il Comune, avuta segnalazione della presenza di un grosso chiodo appuntito fuoriuscente dall’asfalto di una via centrale, anziché rimuovere il chiodo apponeva un bel cartello: “Attenzione-pericolo: chiodo”.

    Le pare possibile che circa 130.000 (CENTOETRENTAMILA, ed alla fine del 2007 erano 160.000, spero che questo dato la faccia riflettere) imprese italiane, (all’interno delle quali il numero di quelle sospese o decadute per mafia è, secondo la terminologia dell’analisi matematica, tendente a zero), quante cioè sono quelle iscritte alle Casse Edili nazionali, siano obbligate a sottostare a questo iter presso un Ente pubblico (la Prefettura), impegnando tempo, persone e risorse, per dimostrare ad un altro Ente pubblico (quasi questo appartenesse ad uno Stato diverso da quello per cui operano le Prefetture)  per il quale intendono lavorare o fornire,  di non avere in capo cause di decadenza o sospensione, a seguito di attività mafiose espletate nel proprio ambito?  Mi permetta di dirle cosa penso in tutta franchezza: se io fossi un mafioso, mi farei delle grasse risate. Riderei in modo grasso, davanti ad uno Stato incapace di isolare ed annichilire un’assoluta, percentualmente insignificante,  minoranza di imprese mafiose (le quali tra l’altro, rispetto alla vera e moderna mafia imprenditoriale rischiano di essere soltanto uno specchietto per le allodole), se non facendolo soltanto “sulla carta”, mediante una procedura che obbliga, quotidianamente, CENTINAIA DI PERSONE ONESTE e che dovrebbero invece impiegare quel tempo per produrre, a sfilare in processione nelle varie prefetture con timbri e marche da bollo.

    Ma il peggio è, caro Giordano, che se io le domandassi, a freddo, di mettere la mano sul fuoco che fra quelle imprese, decine di migliaia, tutte regolari, non vi sia qualche impresa controllata comunque dalla mafia per il tramite di insospettabili prestanome, o comunque mafiosa ma penalmente illibata, e quindi certificabile, lei questa mano non la metterebbe di certo, ne sono strasicuro. E allora, caro Giordano, siamo proprio sicuri che questa “certificazione” e la cosidetta  “cultura dell’antimafia”, debbano essere due fratellini indissolubili, come lei intende farci credere?

    Se a queste considerazioni aggiungiamo il fatto che Lei, sulle pagine del sito 19luglio1992, riferisce le parole di Grasso in modo incompleto, e direi quasi parziale e strumentale, allora non ho altra scelta che doverla contestare, e bacchettare: come vado ripetendo da sempre, la cultura dell’antimafia e della legalità, non possono andare a braccetto con la distorsione dei fatti e dell’informazione, anzi, dovrebbe essere l’esatto contrario.

    Grasso non ha detto certamente ciò che lei ha riferito per fare un favore alla mafia, questo è assolutamente pacifico, anzi, ciò che ha detto va nel senso opposto.  Mentre invece, quanto al riportare sulle pagine del club delle agende rosse, pur involontariamente, versioni parziali dei fatti, semmai, non mi sentirei sicuro di poter dire la stessa cosa.

    Grasso ha semplicemente “posto l’accento sulla necessità di accelerare i tempi della documentazione antimafia “che rischia di essere aggirata dalle intestazioni fittizie a soggetti puliti”.  (Ma noi sappiamo perfettamente, caro Pippo Giordano, che in questo paese quello non è solo un rischio, ma un’acclarata realtà. O vorrà forse farci credere che in Sicilia, in questo momento, la mafia non ha alcun interesse o niente a che vedere con gli appalti pubblici grazie a quella pagliacciata di certificazione? L’ingenuità avrà pur sempre dei limiti, o no?  Non a caso, il dott. Messineo, a commento delle parole di Grasso, fra le altre cose ha ammesso che la certificazione antimafia non ha dato i risultati sperati, “anche perché l’utilizzo di un prestanome rende facile poter aggirare le regole”.)

    Quindi Grasso si è posto la domanda, come mera provocazione: “Non è meglio accettare l’idea di eliminare la certificazione antimafia?”, però lo ha fatto non per proporre una soppressione tout-court, ma formulando un’ipotesi alternativa:  “sostituire l’attuale certificato antimafia, che spesso causa lungaggini burocratiche nocive alle imprese, con la costituzione di più efficienti “white list”. L’idea sarebbe quella di creare una lista con i nominativi di quelle imprese che possono contare su diverse caratteristiche per operare nella legalità. Il procuratore nazionale antimafia ha citato, ad esempio, quelle imprese che aderiscono alle regole sulla tracciabilità delle spese, alla trasparenza dell’assetto societario, che smaltiscono i rifiuti senza cagionare danni all’ambiente, che certifichino di non avere subito estorsioni .

    Ora, si può non essere d’accordo sul piano tecnico con la soluzione proposta (e ad esempio, io non lo sono), e se ne possono proporre altre maggiormente valide. Ma di lì a sostenere che Grasso abbia voluto attuare, con le sue parole, una specie di “strategia per “normalizzare” il futuro e dimenticare il passato”, ce ne corre, se mi permette.

    A questa sua interpretazione, io replico con la speranza che ce ne siano centinaia e centinaia, di uomini di Stato come Grasso, che coraggiosamente (perché per attirare gli strali della retorica antimafiosa, in Italia, basta poco, e quindi ci vuole coraggio) cercano di proporre qualche moderna alternativa ad una pratica squisitamente burocratica, parto di una tipica cultura democristiana,  la quale, pur essendo per lo più vana, nonchè controproducente per l’apparato produttivo, piace tanto all’antimafia di facciata e delle assemblee di istituto liceali, e quindi anatema su chiunque osi dire “ma però”.

    E potrei dirle la stessa cosa sul divieto al sub-appalto imposto sempre dall’andreottiana Legge 55/90, che, com’era ovvio, è servito più a provocare la chiusura e la rovina, soprattutto al nord,  di migliaia di artigiani e piccole imprese oneste, piastrellisti, intonacatori, carpentieri, elettricisti, che non a danneggiare la mafia, che come tutti sappiamo nei propri feudi continua a fare quel cavolo che gli pare e con i ritagli della legge 55/90 ci fa gli album di figurine per i ragazzini.

    Quanto poi alla sua rievocazione delle parole del grande Paolo Borsellino: “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”, guardi, lei sfonda una porta aperta. Mai potrei essere più d’accordo con qualcuno, soprattutto sul significato più profondo del messaggio.

    In anni trascorsi a seguire le delicate inchieste ed i principali fatti di mafia, in decine di articoli che grazie al cielo sino ad ora ho potuto scrivere, ho cercato di mettere sul tavolo della discussione, per aprire il dibattito, decine e decine di questioni irrisolte, delle quali alcune, tra l’altro, stavano particolarmente a cuore ai nostri magistrati uccisi, eppure il silenzio che ne ho ricavato è assordante.

    Vogliamo rivederne qualcuna? Parliamo ad esempio della tanto invocata verità sulle stragi di Capaci e Via D’Amelio (lo fa anche lei nel suo articolo) e sul fallito attentato dell’Addaura, dietro al quale si celavano, come lei ci ha ricordato, le ben note “menti raffinatissime”.

    Io voglio parlarne, ad esempio, citando un solerte ed acuto magistrato, che risponde al nome di Carlo Palermo, il quale ha sintetizzato in questo suo articolo alcuni degli episodi e dei filoni d’inchiesta più inquietanti fra quelli che hanno gravitato intorno agli attentati in danno ai due magistrati.

    E’ incredibile, nel leggerlo, constatare quanti oscuri intrecci coesistevano, quanti moventi pesanti come macigni sono postulabili, quante persone potenti potevano avere interesse e ragioni da vendere per eliminare i due magistrati (e gliel’hanno persino giurata pubblicamente). Eppure è altrettanto  incredibile constatare come, nonostante tutta quella sporcizia vera e concreta su cui fare luce, oggi il dibattito su quegli attentati  si sia miseramente ridotto entro i confini dettati dall’antimafia dei girotondi e delle assemblee scolastiche,  un’antimafia istruita solo ed esclusivamente sui bignamini di Marco Travaglio e dei suoi epigoni, con i soliti stallieri  o politici mariuoli o mafiosetti sempre al centro di ogni vicenda un po’ come Pietro Gambadilegno in Topolino, e questa sciocchezza della trattativa che, (e guardi che molti la pensano come me), pare più un abito pomposo e decorato con merletti quel tanto da poter far sembrare vestita di nuovo l’ultima delle copiose inchieste avviate dalla task force istituita alla Procura di Palermo per dare la caccia alle malefatte dei carabinieri del ROS da quando questi hanno avventatamente arrestato Salvatore Riina, che non altro.

    Vogliamo fare l’elenco? Vogliamo parlare di queste persone con cui Borsellino volle cenare, poco prima di morire, chiamando quella  cena  “la cena degli onesti”?

    Vogliamo parlare del maresciallo Lombardo, attaccato pubblicamente in televisione dall’antimafioso della porta accanto Leoluca Orlando Cascio, mentre il giornalista antibavaglio per eccellenza,  tal Santoro, “fuori campo” faceva divieto ai suoi collaboratori di passare la linea al generale dei carabinieri Federici, il quale telefonava per difendere il suo maresciallo e che se fosse riuscito a parlare avrebbe con tutta probabilità dissuaso il povero Lombardo dal suicidarsi?

    Vogliamo parlare del capitano de Donno, indagato presso la procura di Caltanissetta a seguito di accuse tanto infamanti quanto FALSE (posso scriverlo serenamente e dimostrarlo per  tabulas, ho il testo integrale dell’archiviazione e gli atti in mano, io non studio sui libri di Travaglio) mossegli da alcuni procuratori di Palermo?

    Vogliamo parlare di ciò che c’era VERAMENTE sui nastri delle conversazioni fra De Donno e la signora Siino, dove a detta dei PM (e del solito codazzo di giornali) sarebbero invece stati registrati dei tentativi di corruzione e di istigazione a testimoniare il falso?

    Vogliamo parlare del calvario giudiziario del tenente Canale, intimo amico e collaboratore di Paolo Borsellino, assolto con formula piena da una serie di accuse vergognose e fondate soprattutto sulla parola di pendagli da forca?

    E degli anni di indagini aperte e chiuse in successione, come spine in una bambola Voodoo,  in danno al Capitano Sergio De Caprio, in merito alla cosiddetta “mancata perquisizione” del covo di Totò Riina, vogliamo parlarne?

    Vogliamo dire chiaramente che la versione più diffusa dai giornali, e cioè che egli avrebbe “ritardato di 18 giorni la perquisizione del covo”, è una patacca?

    Vogliamo parlarne, cercando di capire insieme, lei che ha l’esperienza di capace funzionario di Polizia, come sarebbe stato possibile poter pensare di trovare anche un solo documento  in un’abitazione occupata dalla moglie di Riina e dai suoi “tenutari”, i fratelli Sansone, se la notizia dell’arresto del boss si diffuse in mattinata, mentre il procuratore Patronaggio testimoniò che: “Intorno alle 14 (QUATTORDICI) del 15 gennaio i carabinieri del reparto territoriale di Palermo erano già pronti per effettuare la perquisizione al residence di via Bernini. Non conoscevamo la villa dalla quale era uscito Riina e per questo ci accingevamo a perquisirle tutte.”  Lei che è esperto, che può dirci? Come vanno di solito queste cose? La moglie del boss, una volta saputo dell’arresto del marito, se ne sta forse ad aspettare i carabinieri per 4-5 ore sull’uscio, o meglio ancora sulla cancellata del quartiere (visto che non si sapeva l’indirizzo esatto) con il papello in mano, per consegnarlo? Non è per caso che il capitano Ultimo, quando spiegò a Caselli che la perquisizione sarebbe stata inutile perché per ragioni oggettive sarebbe stato praticamente impossibile trovarci qualcosa di importante, e che quindi era meglio avviare un’indagine sotto copertura per trascinare in galera gli uomini della cosca ed i collusi,  invece di essere complice di  Provenzano, era solo un investigatore in buona fede che stava facendo bene il suo lavoro? No, eh?

    E del fatto che il falso e la menzogna non possono in alcun modo supportare la verità nè giudiziaria né storica, ma sono oggetti che in ogni caso non possono che far parte di qualcosa che finisce sempre per favorire la mafia, ne vogliamo parlare?

    Vogliamo parlare di quei giornalisti che in TV, dinnanzi a milioni di persone, raccontano la panzana che Ultimo avrebbe rimosso da un lampione una telecamera fissa puntata sul covo di Riina, e lo fanno brandendo ipocritamente una sentenza, dove invece è scritto esattamente il contrario?  (Cfr: “Tra l’altro, erano note le caratteristiche morfologiche della strada, che GIÀ AVEVA IMPEDITO DI COLLOCARE TELECAMERE FISSE – in quanto era priva di supporti adeguati ad ospitare ed occultare efficacemente mezzi di video ripresa – e che non consentivano – per la limitata ampiezza della carreggiata nonché l’ampia visibilità delle auto che si fossero parcheggiate in prossimità del civico nn. 52/54 – di farvi rimanere posizionato il furgone per un tempo prolungato e continuato, la cui presenza sarebbe stata senz’altro notata da esponenti dell’organizzazione, resi vieppiù attenti ed accorti dalla cattura del Riina.” (…)“La scelta della tecnologia da impiegare per l’effettuazione delle video riprese era di pertinenza esclusiva del ROS, il quale ritenne che il mezzo più appropriato in considerazione dello stato dei luoghi non fosse una telecamera fissa, CHE AVREBBE AVUTO BISOGNO DI UN ADEGUATO SUPPORTO LOGISTICO, QUALE UN PALO DELLA LUCE O ALTRO, e di idonea copertura per rendersi invisibile, bensì una mobile, che poteva essere facilmente occultata all’interno di un automezzo; così come era stato fatto anche nell’indagine sui Ganci.

    Vogliamo parlare di quei procuratori,  eredi morali dei magistrati uccisi, che in tribunali della Repubblica, sotto giuramento, hanno testimoniato che il famoso giorno della perquisizione il covo era con pochissimi mobili concentrati nel salone messi tutti insieme, e non aveva più quadri alle pareti, non aveva niente di utilizzabile, praticamente era ripulito di qualsiasi oggetto che potesse essere stato dentro, anche che so, giornali e cose di questo genere, non c’era niente.”, quando invece dal verbale di perquisizione e dal corredo fotografico risulta che in ogni stanza c’erano i mobili, TUTTI QUANTI nessuno escluso (anche perché, per dire che ne mancavano, dal momento che le foto mostrano stanze ricolme, bisognava come minimo aver frequentato la casa prima dell’arresto boss, non trova?),  e nella maggior parte delle camere ancora fermi al loro posto, e  che di giornali ed altri oggetti personali ce n’erano eccome (tant’è vero che l’elenco ha riempito ben tre pagine di verbale), che c’erano due cucine perfettamente a posto ed arredate con tanto di stoviglie, tre bagni padronali perfettamente arredati e funzionanti, e persino una ricevuta intestata al nominativo in uso corrente in quel periodo alla moglie di Riina?

    Vogliamo parlare per cercare di capire insieme quali motivazioni possono avere spinto questi magistrati ad affermare, in sede giudiziaria, di avere visto con i loro occhi che era stata smurata e/o rimossa la cassaforte, quando le foto del verbale dimostrano che la cassaforte è sempre stata salda nel suo muro e che non si è mai mossa?

    E dei nuovi supertestimoni caduti dal cielo contro il generale Mario Mori, ne vogliamo parlare?

    Vogliamo parlare, ad esempio,  del fatto che il sottoscritto ha contestato personalmente a Massimo Ciancimino la circostanza che alcune parti documentali del suo libro “don Vito”, sono in evidente contrasto con alcune sue versioni testimoniali rilasciate ai magistrati, e che subito dopo tale contestazione, nella seconda edizione del libro, una manina abile ha opportunamente limato proprio  quelle parti (che per fortuna sono rimaste sulla prima edizione, e sono indelebili.)?  Che mi dice, Giordano?

    E’ così che si forma la cultura della lotta alla mafia? Con la gomma da cancellare che fa dissolvere i documenti?

    E della mitica ultima intervista a Paolo Borsellino, ne vogliamo parlare?

    Vogliamo parlare del fatto che mentre di solito le interviste si fanno piazzando una telecamera o al massimo due di fronte all’intervistato ed agli intervistatori, in quel caso furono piazzate anche telecamere fisse molto distanti e “candide” alle spalle del magistrato, e che le parti registrate da quelle telecamere furono utilizzate, guarda caso,  per realizzare una manipolazione sacrilega (sacrilega soprattutto  in quanto postuma, e quindi non contestabile da parte del diretto interessato) delle parole di Borsellino, volta ad indurre a ritenere, fra tutti i falsi, che Dell’Utri avesse conversato con Vittorio Mangano di un trasporto di falsi cavalli nel suo albergo (in realtà droga) , fatto in realtà mai avvenuto?

    E del fatto che a distanza di anni, nonostante quella manipolazione sia stata ormai ampiamente smascherata, lei, Giordano,  persista nel richiamarsi nei suoi articoli a quell’episodio che purtoppo altro non è che una fabbricazione giornalistica capace di manipolare le menti candide come quella del suo amico Carmelo, (nella realtà si trattava semplicemente dell’intercettazione di un crimine comune, un passaggio di droga fra due criminali professionisti, e Dell’Utri non c’entrava nulla), vogliamo parlarne?

    E del fatto che alla fine di quell’intervista al giudice Borsellino venivano proposte domande riservate in merito ad inchieste neppure di sua stretta competenza (cercando in sostanza di fargli commettere un reato di violazione di segreto d’ufficio  o comunque una scorrettezza), e che il giudice risultava chiaramente convinto di parlare “off the record”, poiché le telecamere erano state appoggiate ai suoi piedi dando l’illusione  di avere chiuso, mentre invece tali telecamere non erano state assolutamente spente ma continuavano impudentemente e subdolamente a registrare, vogliamo parlarne?

    E del fatto che quell’intervista sia stata organizzata alla chetichella e realizzata a poche ore dalla morte di Giovanni Falcone, circostanza che ha sempre insospettito la signora Agnese Borsellino, come da lei stessa dichiarato, ne vogliamo parlare?

    E dell’assoluta, scientifica e, direi, criminale genialità che sta dietro alle varie manipolazioni di quell’intervista, ne vogliamo parlare?

    E del fatto che la testimonianza della dott.ssa Ferraro, che ha affermato e dimostrato in modo incontrovertibile che il dott. Borsellino non era stato messo a conoscenza in alcuna forma di alcuna trattativa spregiudicata fra mafia e stato, ma soltanto di un ordinario tentativo espletato dai carabinieri di acquisire un collaboratore di giustizia, è stata manipolata dai media ed anche per bocca degli stessi magistrati in alcune interviste, tanto che mezza Italia è convinta del contrario, e cioè che Borsellino fosse venuto a conoscenza di una trattativa spregiudicata e ne fosse rimasto turbato (cosa assolutamente falsa), ne vogliamo parlare?

    Del fatto che il sottoscritto è perfettamente in grado di riempire molte e molte altre pagine di esempi di menzogna e di falsi che purtroppo sono diventati, vergognosamente, dei classici della cultura della cosiddetta antimafia buona, quella delle agende rosse, ne vogliamo parlare?

    Come è possibile questo, sig. Giordano?

    Non sarà mica che la mafia, oltre che nella porta accanto, si è insediata anche dentro casa e noi non ce ne siamo accorti?

     
    • giuseppe scano 21:33 on 26 February 2012 Permalink | Rispondi

      potresti essere più chiaro sul pezzo di mangano -dell’utri . risulta vero o non vero che dell’utri parlo’ di cavalli con mangano ?

      • Avatar di enrix

        enrix 22:34 on 26 February 2012 Permalink | Rispondi

        Dell’Utri parlò di un cavallo con mangano, il cavallo Elena, e non fu mai dimostrato in nessuna sede che non si trattava di un vero cavallo. Ma non era ovviamente Dell’Utri che parlava con mangano al telefono di cavalli in albergo. Quella era un’altra telefonata in cui Dell’Utri non c’entra nulla. Il ragionamento sulla presunta “asseverazione” di Borsellino alla parola “cavalli-droga”, rappresenta proprio il cuore della manipolazione.
        Ci sono due fasi distinte: la prima è quella in cui a Borsellino viene chiesto se Mangano quando parlava di “cavalli” al telefono lo faceva per mascherare la parola droga. Si tratta di una richiesta generica a cui Borsellino risponde con stretto riferimento al materiale processuale in suo possesso. La risposta “diceva cavalli e talvolta magliette” e l’altra risposta dove lui dice che come uso gergale quello fu asseverato al maxiprocesso, vanno interpretate OVVIAMENTE in senso NON univoco. Vale a dire: Borsellino ha soltanto confermato che si riscontrava nel linguaggio di mangano AGLI ATTI IN SUO POSSESSO l’uso di quelle parole per indicare la droga. Ma chiaramente non in modo univoco. Se Mangano avesse dovuto parlare di un vero cavallo o di una vera maglietta in qualche altra circostanza, non avrebbe potuto utilizzare che quei termini. Segui la logica.
        Infatti, passando alla seconda fase, quando a Borsellino viene chiesto più volte di confermare se secondo lui anche nella telefonata del febbraio 80 la parola cavalli poteva significare droga, Borsellino, nonostante si trattasse di mangano che parlava di un “cavallo”, pone tutta una serie di “distinguo” e puntualizzazioni (per cui “l’asseverazione” va a farsi benedire), e vale a dire:
        1) Borsellino precisa che la telefonata di cui lui stava parlando (nel senso cioè, quella che lui conosceva dove Mangano parlava di cavalli-droga), non aveva come interlocutore dell’utri, ma un altro soggetto (e questo punto viene accuratamente tagliato)
        2) Borsellino precisa che la telefonata della san valentino non faceva parte di atti che egli conosceva. Quindi non la conosceva. (e questo punto viene accuratamente tagliato)
        3) Borsellino precisa che nella telefonata del maxiprocesso l’uso della parola cavalli avveniva in un contesto non credibile (cavalli in albergo), anteponendo l’esclamazione “beh” (tagliata anche lei). Un implicito invito a confrontare se nella telefonata del febbraio 80 fosse avvenuta una cosa analoga.

        Inoltre, in un’altra parte dell’intervista, Borsellino precisa che in processi precedenti riguardanti Mangano, che lui conosceva, saltavano fuori “dei veri cavalli”, non dei cavalli usati per nascondere stupefacenti. (e anche questo punto viene accuratamente tagliato)

        Ora tu cerca di capirmi: se anche solo un paio di questi 4 punti fossero stati lasciati in piedi o nel loro ordine logico, nella versione televisiva di quell’intervista, oggi io e te non saremmo qui a discutere. E nessuno potrebbe a maggior ragione affermare che Borsellino “ha asseverato” semplicemente una coincidenza di termini, perchè si saprebbe che quando Borsellino assevera, lo fa con stretto riferimento alla telefonata che lui conosce; quella appunto maxi-processo. Quando invece viene sollecitato ad esprimersi sull’altra telefonata, non assevera un bel niente. Anzi, prende le distanze, e precisa che la telefonata di cui lui stava parlando era un’altra.

        Per nascondere tutto questo e far credere una cosa completamente diversa, (e cioè che il magistrato desse per scontato che anche nella san valentino cavallo stesse per droga) non si è dovuto solo tagliare, o “accorciare” il girato. No, si è dovuto fare un certosino e laborioso lavoro di montaggio con parti di audio montate su parti di video improprie, anticipi e posticipi.
        Insomma, un lavoro tanto scientifco quanto doloso.

        E siccome è provato che quando Travaglio parlava da Luttazzi, non poteva non sapere di quella manipolazione, perchè lo conferma nell’odore dei soldi di aver letto l’altra versione, quella dell’Espresso (manipolata anch’essa, ma sostanzialmente corretta in questa parte), egli non si può appellare alla buona fede o al travisamento.

        No, quella era una manipolazione che mirava a far credere che Dell’utri trafficasse in droga, PER LE PAROLE DI BORSELLINO (non di uno qualsiasi), e lui l’ha fatta sua, e l’operazione è riuscita.

        Il risultato è stato quello che ho detto: ci son cascati tutti.

        Ti porto l’esempio autorevole di Gianni Barbacetto, che nel suo libro “Dossier Dell’Utri, Kaos edizioni, 2005”, ha scritto: . “È del febbraio 1980 la famosa telefonata tra Mangano e Dell’Utri in cui i due parlano di «cavalli» da «consegnare in albergo».

        Oggi quell’assunto ed il suo fautore, sono stati sbugiardati, anche in molti miei articoli precdenti.

        A meno che Barbacetto sia un tale pallaro, da scrivere una cosa del genere inventandosela di sana pianta.
        Ma non è così: è stato vittima di quella fabbricazione pure lui.

        Per capire bene quanto sia stata furba e criminale quella manipolazione, si deve guardare bene il mio videoclip: http://www.veoh.com/watch/v19570508JX5bBQxd

      • Avatar di enrix

        enrix 22:38 on 26 February 2012 Permalink | Rispondi

        giuseppe, ti rispondo copiandoti una risposta già da me data a suo tempo ad altra persona.

    • pippo 14:41 on 27 February 2012 Permalink | Rispondi

      Io quando faccio pubblicare un post lo faccio col mio nome, cognome e talvolta anche con la mia foto (sono convinto che questo non le sia sfuggito). Se lei cortesemente mi dice chi è, sarò lieto di commentare. Mi piacerebbe anche sapere la sua professione visto che lei conosce anche la mia del passato.. Attendo e nel frattempo voglia gradire distinti saluti.
      Pippo Giordano

    • pippo 18:50 on 27 February 2012 Permalink | Rispondi

      Come mai ha tolto il mio commento, perchè non mi dice chi è lei? Su forza signor Enrix mi dica a chiare lettere come si chiama e che lavoro fa,. le farò un post e lo pubblico,. ok!

      • Avatar di enrix

        enrix 23:47 on 27 February 2012 Permalink | Rispondi

        Lei ha ragione, ho ecceduto in confidenza, non firmando con nome e cognome, distratto dal fatto che ci siamo già conosciuti in facebook, con qualche scambio di opinione. Anche in facebook gli amici mi chiamano enrix, ma il mio nome è enrico tagliaferro, e il mio mestiere è quello di cittadino. Lo stipendio invece me lo procuro facendo l’impiegato. Nel mio blog è scritto tutto in modo trasparente. Del suo passato ho saputo soltanto leggendo i suoi articoli ed i commenti in FB. Qualcuno dei quali (s.t. articoli) ho apprezzato molto, ed uno in particolare in ogni parola.

        • Avatar di enrix

          enrix 23:56 on 27 February 2012 Permalink | Rispondi

          Mi riferisco all’articolo sulla fantamafia. Uno dei pochissimi articoli su queste vicende dove ho visto finalmente riflettere su basi logiche e criminologiche.
          Forse l’unico.

          • Luciano Baroni 11:34 on 16 March 2012 Permalink | Rispondi

            Ciao Enrico, scrivo solo per far notare che NON ho letto, dopo che tu gli hai risposto con i tuoi dati, un post del signor Pippo, come aveva scritto.

            Ciao e buon lavoro.

            • Avatar di enrix

              enrix 08:29 on 17 March 2012 Permalink

              Ti dirò di più, gli ho scritto anche personalmente dandogli tutta la mia disponibilità, ma dalla risposta che ho ricevuto, si è capito benissimo che non intende scrivere una riga, Obbettivamente, non gli si può dare torto. Una cosa è parlare ad “un’agendina” completamente priva di conoscenze oggettive e di spirito critico, un altro è discutere col sottoscritto. E comunque, è mia personale opinione che gli sia anche stato “consigliato” di non darmi corda. Ti abbraccio caramente, Luciano, ci risentiremo.

    • Renzo C 18:35 on 29 February 2012 Permalink | Rispondi

      Caro Enrix,
      sono d’accordo con Grasso sull’ abolizione dell’ inutile certificato antimafia, pastoia burocratica per le aziende serie, ridicolo balzello per quelle infiltrate.
      Purtroppo però la white list non è la soluzione di nulla, sarebbe solo il ribaltamento di 180° della stessa inutile certificazione antimafia, in aggiunta al rischio che, magari non potendola monitorare in tempo reale, potresti trovarti escluso da gare, mentre durante il ricorso viene aggiudicata a concorrenti.
      Per esperienza diretta e, pur avendoci ragionato su varie volte, non ho mai avuto un’ idea che potesse essere percorribile, priva di rischi per le imprese sane e insormontabile per quelle mafiose.
      Questo perchè dietro ad ogni vicenda, gara, affare o quel che è, ci sono delle persone, e qualsiasi legge è aggirabile con la complicità, quindi la sola soluzione sarebbe un maggior senso morale delle persone, ma visto che siamo in Italia e la morale non esiste, non c’è nemmeno la questione.
      Te ne scrivo perchè conosco processi per vicende di questo tipo, processi che hanno condannato i colpevoli, ci mancherebbe, però le gare erano di ANNI precedenti, e le aziende danneggiate… sono rimaste danneggiate e basta.
      La differenza è che la criminalità è organizzata, i liberi imprenditori no, e non possono esserlo per chiare ragioni di concorrenza, oltre ad ovvi limiti di legge, perchè il controllo non può essere delegato alle imprese.

      Passando ad altro, sai che le stragi dei primi anni 90 sono state commissionate da Berlusconi e Dell’ Utri? Ormai è certo, lo ha rivelato Lo Bianco in questo memorabile articolo: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/28/un-pentito-di-mafia-le-stragi-del-93-chieste-da-b-e-da-dellutri/194251/
      Manca solo un papello di Ciancimino per conferma e poi è tutto chiaro.
      A proposito: si è saputo più niente dei famosi scatoloni con miliardi di papelli sequestrati a casa Ciancimino durante la perquisizione numero 381?
      Li staranno leggendo tutti Ingroia e Di Matteo?

      Saluti

      p.s. ma un blog wordpress liscioliscio non ti piaceva proprio?

      • Avatar di enrix

        enrix 12:55 on 1 March 2012 Permalink | Rispondi

        Concordo caro Renzo, infatti nel mio articolo ho aperto una parentesi indicando il mio disaccordo con l’idea della white list. Ma comunque guarda, le certificazioni antimafia, che se le facciano pure, ma direttamente da Ente a Ente consultando direttamente la banca dati e senza rompere i cosiddetti agli impresari, che la loro giornata lavorativa è di 10 ore delle quali 4 impiegate a girare di mattina una pletora di uffici a vanvera per fare della carta. E gli chiedono pure le marche da bollo, per certificare di essere onesti. Veramente vergognoso. La norma sui sub-appalti poi, è un delirio. Io metterei in galera chi l’ha scritta. Conosco persone assolutamente oneste e virtuose, con la fedina macchiata ed obbligate ad anni di firma giornaliera presso le autorità di pulizia, per essere stati sorpresi con un piastrellista artigiano a posar piastrelle nei loro cantieri, o con un elettricista a tirar due fili. Spero che i responsabili morali di queste porcherie (cioè chi ha fatto la legge e chi ne ha preteso il rispetto al di là di ogni buon senso), possano un giorno scontare i loro deliri in qualche sede non terrena, visto che su questa terra gli rendono pure onore per queste pensate vergognose. Sul Fatto e Lo Bianco, no comment. Se dico esattamente ciò che penso (ed io sono abituato a farlo) rischio di dovermi difendere in tribunale, e con questa magistratura, preferisco evitare.

      • Avatar di enrix

        enrix 09:43 on 2 March 2012 Permalink | Rispondi

        Ho inserito un commento che dimostrava che stavano delirando, dopodichè hanno rimosso l’articolo. Evidentemente nel frattempo era passato l’effetto di quel che avevavo fumato quando pubblicavano; non per niente si chiama “Il fatto”.

        • Paolo 13:23 on 2 March 2012 Permalink | Rispondi

          Ciao Enrico, bentornato on-line.
          L’articolo di Lo Bianco – sempre la cosa ti interssi – e il tuo commento sono ora qui:
          http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/28/un-pentito-di-mafia-le-stragi-del-93-chieste-da-b-e-da-dellutri/194251/

          Manca risposta di Lo Bianco, sono fiducioso.

          Paolo.

        • Renzo C 19:17 on 3 March 2012 Permalink | Rispondi

          Caro Enrico, non entro nel merito dell’ articolo perchè potrei esagerare pure io: noto solo che riporta il lavoro di Chelazzi, che è morto e non può replicare, tipico per il FQ, e cita Grasso e Teresi, nelle vesti di “sapevano e han taciuto”.
          Una roba vergognosa!

          Proseguendo invece nella tua osservazione, si chiama sì il fatto, ma c’è pure quotidiano: quindi se si fanno tutti i giorni, cambierei la testata ne “Il Tossicodipendente”

    • Francesco 16:31 on 12 April 2012 Permalink | Rispondi

      Credo anch’io che non c’è stata alcuna trattativa,semmai c’era una consolidata connivenza di alcuni personaggi politici con cosa nostra, i quali messi alle strette dai mafiosi non hanno fatto altro che minacciare il giudice Borsellino, il quale eroicamente preferì la morte alla corruzione.-

      Per il resto credo che le responsabilità dei vertici investigativi, a parte il covo di Riina, siano evidenti ed acclarati. Le esplosioni di Capaci e via D’Amelio hanno investito anche loro. Non sarebbe giusto che ne rimanessero indenni.-

  • Avatar di enrix

    enrix 17:22 on 12 February 2012 Permalink | Rispondi  

    Il travaglino buffo 

     

    C’è un video di Travaglio, in Youtube, che è un capolavoro, eppure sino ad ora mi era sfuggito.

    Si tratta della ripresa di un suo intervento “live”, a Roma il 19 luglio 2009, in occasione del 17° anniversario della strage di Via D’Amelio.

    Il video, a parte le bufale, è tecnicamente fatto piuttosto bene; è persino corredato di sottotitoli in lingua inglese e di fumettini didattico-illustrativi, anche questi in lingua inglese, cosicché anche all’estero ci si possa chiarire le idee su come funzionano le cose qui in Italia.

    Uno di questi fumettini, fa le presentazioni: “Marco Travaglio, famous italian Journalist, and one of Berlusconi’s worst nightmare!” (trad.: Marco travaglio, famoso Giornalista  (sic, con la G maiuscola) italiano ed uno dei peggiori incubi di Berlusconi!) .

    Bene,  il famoso Giornalista in questo video è in piena forma: ci illustra alacremente (e strappando pure più di un applauso di approvazione, anzi, commozione, a scena aperta), dell’esistenza di ben tre lettere di Binnu Provenzano a Silvio Berlusconi, quando invece nel mondo reale, pensate un po’, queste tre lettere non esistono proprio.

    E quando dico che “non esistono” intendo dire innanzitutto che Travaglio non sarà mai in grado di mostrarvi alcuna “lettera di Provenzano a Berlusconi” che abbia le caratteristiche di quella da lui descritta, ma anche e soprattutto, che una tale “lettera” non è neppure mai esistita, cosa dimostrabile per via logica e documentale.

    Qualcuno si domanderà come ciò sia possibile, e cercherà di capire, dalle parole di Travaglio, quale spiegazione abbia dato mai il Giornalista all’origine ed all’esistenza di queste tre lettere.

    Ve lo anticipo io: Travaglio dicein questi giorni È VENUTO FUORI  che il capo della mafia, cioè  Bernardo Provenzano, ha scritto 3 lettere a Silvio Berlusconi”.

    Eccola dunque, l’acclarata e verificata  fonte del nostro Giornalista: il famoso cappello a cilindro; quello cioè dal quale, ritualmente, vengono fuori, cioè scaturiscono conigli, colombe, coriandoli e lettere di Provenzano a Berlusconi come se piovesse.

    Ci fornisce anche alcuni dettagli di come queste lettere (lettere che – rassicurate pure il vostro raziocinio –  come ho detto, nessuno sarà mai in grado di mostrarvi, perché o non esistono o sono tutt’altra minestra)  venissero trasmesse ad Arcore.

    Voi pensate che il mittente le inviasse banalmente al destinatario, il cui indirizzo stava scritto nero su bianco?

    No, troppo semplice: Provenzano, spiega Travaglio, “recapitava a Ciancimino che stava in galera, Ciancimino girava a Dell’Utri e Dell’Utri portava a Berlusconi.

    E’ incredibile come certe sciocchezze, se raccontate da un guru ad un pubblico fidelizzato, non riescano a suscitare alcuna reazione o alcuno stupore. Rileggiamola bene: Il LATITANTE Provenzano recapitava una lettera indirizzata a Berlusconi, anziché al destinatario, al collega mafioso, detenuto in isolamento carcerario, Vito Ciancimino, il quale, dalla cella, la “girava” a Dell’Utri, che a sua volta la portava a Berlusconi.

    Piuttosto tortuoso ed improbabile, come metodo di spedizione, non trovate? Io si, io trovo. Eppure Marco lo chiama simpaticamente: “posta celere”.

    Ma il bello è che Travaglio, queste modalità di spedizione in “posta celere”, volontariamente o meno, le ha persino inzuccherate.

    Ovviamente non se l’è inventate, ma ha soltanto riferito quanto raccontato da un noto “supertestimone” [1] (chissà se qualcuno indovina di chi si tratta).  Però gli è mancato forse il coraggio di dirla tutta, oppure aveva una conoscenza un po’ approssimativa dei verbali d’interrogatorio (anche se, in altri frangenti, ha dimostrato di conoscerli bene).

    Nella versione originale di quei verbali, infatti, Provenzano, usando Massimo Ciancimino come portalettere,  faceva pervenire in cella a don Vito la missiva perché correggesse il compitino, indi il compitino corretto, dal carcere,  veniva ritornato dalla signora maestra (don Vito) al figlio portalettere, il quale lo ritornava a  Provenzano, che a quel punto la passava a Dell’Utri, che a sua volta la sporgeva a Berlusconi.

    Marco Travaglio ha tagliato nel suo racconto alcuni significativi passaggi di testimone, così il tutto, da delirio composto, si è ridotto a delirio semplice.  Chissà: forse, l’avesse raccontata giusta,  c’era ancora speranza che in qualche cervellino in platea si potesse accendere la lampadina della perplessità o, ancora meglio, del senso del ridicolo.

    E dire che in quei primi giorni di luglio del 2009 ci fu anche chi allungò ancor di più la catena.

    Su Micromega e su “l’Antefatto”, ad esempio, qualcuno scrisse di “un foglio manoscritto, forse da Riina in persona, che l’aveva girato a Provenzano perché lo facesse pervenire al Cavaliere o a Dell’Utri tramite Vito Ciancimino.”

    Si tratta dello stesso giornalista che il 6 luglio 2009, in una nota rubrica online dal titolo “Passaparola, la raccontava così: “… il documento viene scritto da Riina o da qualcuno dei suoi uomini, viene passato a Provenzano che le cede a Ciancimino e Ciancimino cosa deve fare? Deve comunicarlo a un referente perché lo dia a Berlusconi e chi è questo referente? Dicono gli inquirenti che potrebbe essere Marcello Dell’Utri

    Quest’ipotesi di Riina come scrivano primario del pizzino di Sant’Antonio, è naturalmente una corbelleria, perché su quel bigliettino c’è scritto “on. Berlusconi”, ed il cavaliere divenne onorevole soltanto nel 94, e quindi Riina, in isolamento carcerario blindato dal gennaio 93, difficilmente poteva darsi la pena, dal suo 41bis, di rischiare la scrittura di un’estorsione indirizzata a Silvio Berlusconi e quindi cercare di farla pervenire in qualche modo a Bernardo Provenzano col solo improbabile scopo di farsi mettere a disposizione un canale televisivo dal cavaliere.  Ad un ragionamento analogo, ci arriva pure Travaglio, che dal palco si mette a fare le pernacchie ai colleghi caduti nel trabocchetto di una di quelle assurdità fuoriuscite dal Palazzo di Giustizia: “i giornali di quella lettera hanno scritto che è una lettera di fine anni 80 inizio anni 90! Come poteva venire in mente a un capomafia di chiamare Berlusconi “Onorevole”, quando era ancora un editore televisivo e un palazzinaro quattro anni prima che diventasse politico?”

    Questa volta Marco ha pienamente ragione: certi giornalisti talvolta sono così cialtroni da girare ai lettori qualsiasi bufala gli venga raccontata senza neppure fare un breve controllino sulle date,   sulla loro congruità, e sull’effettiva consistenza dei documenti.  E così, continuando a leggere quell’articolo di Micromega, ecco che troviamo l’autore proseguire con una domanda piuttosto pungente: “Come poteva Riina pensare che Provenzano e Vito Ciancimino (i suddetti sono tre boss mafiosi) fossero in grado di raggiungere Silvio Berlusconi?

    E una questione analoga, viene posta nel “Passaparola”: “Quando uno vede queste parole tutte insieme e vede soprattutto il destinatario, Silvio Berlusconi nostro Presidente del Consiglio, inevitabilmente si domanda:  ma Riina e i corleonesi erano impazziti? Pensavano di poter trasmettere una lettera a Berlusconi se non lo conoscevano? Come potevano pensare che, dando la lettera a Ciancimino affinché la desse a Dell’Utri, perché la desse a Berlusconi la lettera sarebbe arrivata a destinazione?

    Proprio un interrogativo ficcante, davvero. In effetti è proprio ciò che si dovrebbe domandare  uno che vede queste parole tutte insieme e vede soprattutto il destinatario, Silvio Berlusconi nostro Presidente del Consiglio.   

    Se invece uno questa domanda se la pone anche quando, guardando quel bigliettino, quelle parole non le vede, e soprattutto non vede alcun indirizzo di alcun destinatario, allora vuol dire che le sue cellule grigie oppure la sua coscienza o la sua onestà hanno qualche problemino.

    Ma comunque furono sufficienti un paio di settimane, perché il Marco Travaglio del 19 luglio romano, correggesse la sciocchezza pronunciata dal Marco Travaglio del Passaparola e di Micromega, sopprimendo del tutto la figura di Riina (tanto comunque, l’aver scritto ed affermato che Salvatore Riina teneva corrispondenza con Berlusconi, pur senza avere uno straccio di documento nelle mani, è sempre gratis. Lui non si chiama Feltri o Belpietro, ed all’Ordine dei giornalisti  il software per le eventuali sanzioni verso chi ha un cognome con iniziali che superano la lettera “F”, forse è ancora in fase di programmazione) dalla testa della catena di Sant’Antonio ed inserendo quindi come capofila direttamente Bernardo Provenzano.

    Ma torniamo alla nostra “lettera”.

    Perché dunque, secondo Travaglio, Provenzano avrebbe dovuto scrivere a Berlusconi?

    Semplice:  per avere a disposizione una televisione.

    E per farci cosa, una televisione?

    Ma per attaccare Caselli ed i magistrati dell’antimafia, obviously, ci spiega Travaglio.

    Cioè, lui la spiega così: “gli promettono un appoggio elettorale a Forza Italia nel caso in cui Berlusconi mettesse a disposizione una delle sue televisioni a Cosa Nostra …  Dopodiché, troppa grazia Sant’Antonio,  guarda caso  è cominciato un bombardamento delle televisioni di Berlusconi contro Giancarlo Caselli, contro tutti i  magistrati antimafia e in difesa di tutti gli imputati dei processi di mafia e politica.”

    Nel passaparola, l’insinuazione è anche più circostanziata: “poi il fatto che lui [Berlusconi] abbia risposto oppure no anche questa è una bella domanda: “ signor Ciancimino junior, lei ha mica saputo da suo padre se poi quella lettera ebbe un seguito, se qualcuno rispose a quella lettera? Se quando avete detto “ ti facciamo del male se non ci dai una televisione” quello ha fatto sapere – che ne so io? – “ stiamo valutando la vostra richiesta”, sa quelle formulette che si usano negli uffici, “ le faremo sapere”? No, perché dal 94 ricordo alcune trasmissioni televisive nelle quali le reti Fininvest, invece di prendersela con la mafia, se la prendevano con l’antimafia, attaccando violentemente e insultando, diffamando, calunniando la Procura di Palermo guidata da Caselli e poi smisero all’improvviso, quando la Procura di Palermo, dal 99 in avanti, dal 2000 fu guidata da Grasso e, sotto la gestione di Grasso e Pignatone, fu trovata questa lettera che scomparve, che non fu depositata agli atti dei processi, che solo adesso, in fase finale del processo d’appello a Dell’Utri, si può finalmente portare come prova davanti ai giudici!

    Molti dei miei lettori, conoscono già la soluzione dell’arcano di questa bufala (ma chi volesse approfondire, può farlo ad esempio leggendo il cap. 7,  a pag. 15, del mio libretto “Trava’, ‘a bucia esce ‘ncoppo o naso”, scaricabile  QUI).

    La “lettera”, così come ne parla Travaglio, che a dir suo sarebbe partita da Provenzano nel 1994 per arrivare a Berlusconi, non è mai esistita. Si tratta invece di una forzosa, fasulla e manipolatoria descrizione della raffazzonata copia, manoscritta da penna anonima,  di un altro foglietto, il quale a sua volta e nella realtà altro non è che il ritaglio tronco e monco di una nota, autografa, di don Vito Ciancimino scritta tra il 1996 ed il 2002, come dimostrato dalle datazioni peritali della Polizia scientifica (ma più probabilmente tra il 1999 ed il 2002, quand’era fuori dal carcere, come si evince dal testo), dove don Vito dichiara di voler esporre, in TV o in conferenza stampa,  alcuni fatti relativi al suo fallito “status” di collaboratore di giustizia.

    E pensate un po’:  prima che il camaleontico mr. Zelig, per assecondare le aspettative di chi lo stava interrogando tirando sempre più sul timone perché drizzasse la barra a dritta verso Berlusconiland,  iniziasse ad arrampicarsi per mettere insieme quel narrato mitopoietico di volta in volta sempre più fantascientifico e contradditorio (vedi QUI)  che oggi ha finito per travolgerlo, quando questo bigliettino, nel corso degli interrogatori a Palermo il 30 giugno 2009, venne mostrato a Massimo Ciancimino per la prima volta, questi, incredibilmente, disse più o meno la verità, e senza esitazioni lo spiegò proprio per quello che era, con queste esatte parole: “Praticamente era la volontà espressa di mio padre di avere una diretta televisiva, tra l’altro, a proposito, domani [passeranno invece 7 mesi – ndr] vi produco altri documenti che possono anche collegarsi a questo, dove mio padre più volte chiedeva una diretta per dire la sua verità e per dire la sua versione di tante situazioni facente capo soprattutto a quello che era l’origine delle stragi e l’origine di altre situazioni; aveva espresso la volontà di poter avere una diretta, insomma un’attenzione televisiva tale da poter dire tranquillamente come stavano certe cose, perché mio padre su varie, anche in varie missive che posso anche darvi copia, non so se le ho qua, aveva sempre lamentato questo, di non essere stato mai ascoltato in Commissione Antimafia e tutte le volte che voleva essere ascoltato, mio padre, anche per qualsiasi cosa aveva chiesto sempre la diretta con la Sala Stampa e questa non gli era stata mai concessa. Difatti trovava sempre strano ed anomalo il fatto che un soggetto come lui non è stato mai ascoltato da nessuna commissione parlamentare sul fenomeno della mafia, essendo stato l’unico politico di fatto condannato per mafia, riconosciuto, non è stato mai ascoltato, si lamentava, diceva sempre che non capiva perché non lo volevano fare parlare. Questo mio padre doveva consegnarlo ad un tramite che doveva farlo avere a BERLUSCONI per potere avere questa attenzione mediatica. Sapevo dell’esistenza di questo documento.

    Proprio così. Forse Travaglio non l’ha fatto, eppure bastava leggerlo: in quel testo Provenzano non c’entra nulla di nulla e le TV di Berlusconi vengono citate da don Vito soltanto come un mezzo potenziale ed occasionale  ove egli auspicava di poter esternare cose di cui era a conoscenza, e che non gli era stato consentito di esternare in commissione antimafia od in altre sedi idonee.  E quindi, il presunto “bombardamento” contro Caselli & C.  che secondo Travaglio, “guarda caso, troppa grazia Sant’Antonio” avvenne a seguito di quella “lettera” e della concessione in uso di un canale TV cui in essa si fa cenno, in realtà con quello scritto non può entrarci assolutamente nulla, anche perché tale “bombardamento” iniziò ben PRIMA che quel bigliettino fosse redatto.  Noi lo dicevamo già con certezza due anni fa, ma oggi lo possiamo tranquillamente affermare e sottoscrivere, perché secondo le perizie sia la carta della nota di don Vito, sia quella della sua copia anonima, sono state prodotte quando il citato e presunto “bombardamento” televisivo del 94, (ma anche quello del 95, e 96), di fatto era già cotto e mangiato. Inoltre altre perizie depositate al processo Mori, hanno dimostrato che l’indicazione di Berlusconi quale destinatario, in testa alla fotocopia del ritaglio originale depositata agli atti da Ciancimino Junior nel febbraio 2010, è posticcia, ESSENDO IL FRUTTO DI UN FOTOMONTAGGIO.

    C’è poi la parte iniziale di quel ritaglio, che recita: “anni di carcere per questa mia posizione politica”.

    Secondo una delle spiegazioni date da Ciancimino junior a queste parole – purtroppo sforbiciate in testa (chissà da chi), di suo padre – in quel “posizione politica” ci starebbe una specie di “messaggio cifrato”, che occulterebbe, cifrata, un’offerta di appoggio elettorale avanzata da Provenzano a favore di Berlusconi. Questa rivelazione, naturalmente, il Ciancimino la fece PRIMA della pubblicazione delle perizie merceologiche della Polizia Scientifica, per cui Travaglio, il Giornalista più furbo sempre pronto a deridere i colleghi quando  questi cadono nei trabocchetti di qualche bufalaro tipo Igor Marini,  nel 2009 si sente perfettamente legittimato nel prendere questa patacca come oro colato e girarla, come fosse un fatto ormai provato,  acclarato e quindi narrabile con tanto di soggetto, predicato e complemento oggetto, (altro che “messaggio cifrato”), ai suoi affezionati creduloni:  “è evidente che quella è una lettera  del 94, o durante, o dopo la campagna elettorale. E lì gli promettono un appoggio elettorale a Forza Italia nel caso in cui Berlusconi mettesse a disposizione una delle sue televisioni a Cosa Nostra”.  Nel “Passaparola” poi, fa anche di peggio: si inventa di sana pianta dei “virgolettati” di testo, che in realtà non esistono né su quel foglietto, né da nessun’altra parte:

    -          … bastava raccontare le cose come stavano (questa poi, detta da lui, è una vera perla – ndr), andarsi a prendere questo bel papellino, vedere, “caro Onorevole Berlusconi, noi le daremo un appoggio non di poco se lei ci metterà a disposizione una delle sue televisioni. Se non lo dovesse fare, ci saranno delle spiacevoli conseguenze negative, un luttuoso evento” e quindi forse non solo un rapimento, ma anche un omicidio luttuoso…

    -          Quando è che Berlusconi diventa Onorevole? Il 27 marzo del 1994, elezioni politiche, prime elezioni politiche in cui Berlusconi si presenta, vince le elezioni e diventa Presidente del Consiglio con Forza Italia, conseguentemente la lettera all’Onorevole Berlusconi è successiva al 27 marzo del 1994, oppure magari – che ne so? – in campagna elettorale qualcuno lo chiama già Onorevole, perché tanto si sa che verrà eletto? Quindi diciamo o subito prima o subito dopo la prima elezione di Berlusconi a Deputato, 94. E sempre in questa lettera il mafioso che scrive – o è Riina o è qualcuno dei suoi – dice a Berlusconi che “ la mafia gli darà un appoggio che non sarà di poco alla sua posizione politica.

    In realtà nel 94 la carta di quel foglietto non era ancora stata neppure fabbricata, e neppure nel 95, ed abbiamo quindi detto tutto.

    Inoltre, quegli scritti non parlano in alcun modo, neppure anagrammando o usandoli come rebus, di appoggi elettorali di chicchessia a chicchessia, né di “luttuosi eventi”.

    Si tratta chiaramente di invenzioni o comunque di parole che su quelle carte non sono mai esistite.

    Se stessimo parlando di un giornalista qualsiasi, tutto ciò sarebbe molto umiliante, ma nel caso di Travaglio è diverso perché dal morbo delle sue sparate siamo già da tempo vaccinati, e ci abbiamo fatto il callo, e probabilmente se lo è fatto pure lui.

    Ed ora che sappiamo come stanno realmente le cose, prima di proseguire, facciamo una pausa, apriamo un siparietto, e leggiamo integralmente l’intervento di Marco Travaglio:

    “…e  in questi giorni è venuto fuori  che il capo della mafia, cioè  Bernardo Provenzano, ha scritto 3 lettere a Silvio Berlusconi:  la prima all’inizio del 92, prima delle stragi,  la seconda nel dicembre del 92, dopo che avevano fatto secchi  Falcone e Borsellino e gli uomini della scorta,  e la terza all’inizio del 94, cioè all’inizio dell’avventura politica di Berlusconi  …Borselli…  eehhh… Provenzano chiama Berlusconi “onorevole Berlusconi” … i giornali di quella lettera hanno scritto che è una lettera di fine anni 80 inizio anni 90! Come poteva venire in mente a un capomafia di chiamare Berlusconi “Onorevole”, quando era ancora un editore televisivo e un palazzinaro quattro anni prima che diventasse politico?
    È evidente che quella è una lettera  del 94, o durante, o dopo la campagna elettorale.
    E lì gli promettono un appoggio elettorale a Forza Italia nel caso in cui Berlusconi mettesse a disposizione una delle sue televisioni a Cosa Nostra …  Dopodiché, troppa grazia Sant’Antonio,  guarda caso  è cominciato un bombardamento delle televisioni di Berlusconi contro Giancarlo Caselli, contro tutti i  magistrati antimafia e in difesa di tutti gli imputati dei processi di mafia e politica.
    (Applauso).
    Allora, è evidente che nel paese dove non si fanno le domande, o dove si fanno solo certi tipi di domande compiacenti, sarebbe interessante se qualcuno dicesse a Berlusconi:  “scusi ma, lei le ha ricevute quelle tre lettere?” Perché sono tre lettere che Provenzano non ha mandato per posta…  chiunque di noi volesse mandare una lettera a Berlusconi, scrive quello che vuole, imbusta, scrive l’indirizzo: Palazzo Grazioli., Palazzo Chigi, Arcore, Villa Certosa , quello che è, ne ha tante  … no? – sappiamo anche più o meno dove -, e spedisce.
    Provenzano aveva la posta celere. Provenzano recapitava a Ciancimino che stava in galera, Ciancimino girava a Dell’Utri e Dell’Utri portava a Berlusconi.  E’ possibile che non ci sia uno che fa un editoriale in prima pagina su un cavolo di giornale italiano e d… “Scusi presidente ma…., lei riceveva delle lettere, brevi manu, firmate da Bernardo Provenzano? Gli ha risposto? Perché non sta mica bene non rispondere alle lettere del capo della mafia. Quelli s’incazzano. E’ un caso se poi subito dopo le sue televisioni hanno cominciato a massacrare i magistrati antimafia, invece di massacrare i mafiosi? Ha più ricevuto niente, da quelle parti?”  Domande così.  E magari qualcuno potrebbe anche chiedere all’attuale Procuratore Nazionale Antimafia, che all’epoca, quando è stata trovata la lettera, l’ultima, “On. Berlusconi” … era il 2005, febbraio 2005 perquisizione a casa di Massimo Ciancimino…  Possibile che il Procuratore Grasso e il suo procuratore aggiunto Pignatone, quando i carabinieri gli segnalano nel verbale di perquisizione: “Lettera indirizzata all’onorevole Berlusconi” scritto in Grassetto maiuscolo perché ci vedessero anche gli orbi, non ne abbiano fatto niente e l’abbiano lasciata in un cassetto?  E quando hanno interrogato Ciancimino per 150 ore non gli abbiano fatto una sola domanda sul fatto che a casa sua c’era una lettera dei capi della mafia a Silvio Berlusconi?  E che si siano dimenticati di depositarla, negli atti del processo Dell’Utri che è attualmente in appello e stava finendo …  il 10 luglio chiudevano l’istruttoria dibattimentale ed  i procuratori attuali di Palermo l’hanno scoperta un mese prima, sono riusciti a trasmetterla in estremis , altrimenti i giudici che devono giudicare Dell’Utri per mafia [applausino a scena aperta, le parole “Dell’utri” e “mafia”, congiunte,  per il pubblico di Travaglio sono come il confetto Falqui. Basta la parola. – ndr] , cioè confermare o bocciare la condanna a 9 anni in primo grado, avrebbero dovuto deliberare privi  di una prova DECISIVA  [sic – ndr] per dimostrare il ruolo di trait-d’union tra dell’Utri e…  gli faceva da postino.  [Naturalmente, quella “prova decisiva”, i giudici dell’appello Dell’Utri poi non se la filarono neppure di striscio - e ci mancherebbe altro -, essendo semplicemente uno straccetto sgrammaticato e privo di senso, una frase tronca senza né capo né coda, così come rigettarono secche  le “testimonianze” di Ciancimino junior – ndr].  Possibile che questo faccia il procuratore nazionale antimafia e quell’altro è diventato procuratore capo di Reggio Calabria, e nessuno gli chieda: scusate, ma siete orbi, o ve li hanno chiusi, gli occhi, che per 4 anni non vi siete accorti di avere nei cassetti una lettera dei capi della mafia a Berlusconi?  Lo dicevo soltanto perché non sembrasse che non ci siamo accorti che è successo qualcosa 17 anni fa e che stanno facendo le solite celebrazioni rituali dove gente che dovrebbe tacere per sempre va lì a fare il martire dell’antimafia. I martiri dell’antimafia sono stati uccisi 17 anni fa.

    Nelle note interne al testo, abbiamo già puntualizzato che i giudici dell’appello quel bigliettino, quella prova decisiva  trasmessa “in estremis” dai solerti procuratori di Palermo,  non se lo sono cacata proprio, com’era naturale, data la sua reale natura.  Faccio notare poi che Travaglio si domanda come sia possibile che Grasso e Pignatone “non abbiano fatto niente”, con quel bigliettino, “nonostante i carabinieri gli segnalano nel verbale di perquisizione: “Lettera indirizzata all’onorevole Berlusconi” scritto in grassetto maiuscolo perché ci vedessero anche gli orbi”.

    La spiegazione della presunta “inerzia” di Grasso e Pignatone, inerzia condivisa in pieno poi dai giudici dell’appello Dell’Utri checché ne dica il nostro travaglino buffo,  forse sta nel fatto che quella non era una lettera indirizzata all’onorevole Berlusconi, ma bensì uno straccetto di 3-4 righe ritagliate senza né capo né coda, e soprattutto SENZA ALCUN INDIRIZZO, e quindi tanto meno con l’indirizzo di Berlusconi, tant’è vero che nella sua classificazione sul verbale di perquisizione dei carabinieri citato dal Travaglio, non c’è scritto assolutamente “Lettera indirizzata all’onorevole Berlusconi” in grassetto maiuscolo perché ci vedessero anche gli orbi, e neppure in grassetto minuscolo o in corsivo minuscolo, in stenografia, o in sistema braille per non vedenti, o in altro tipo di scrittura: non c’è proprio scritto per niente ciò che dice Travaglio, si tratta di una sua personalissima bufala inventata di sana pianta.

    Ecco dunque spiegato l’arcano che stuzzica tanto Travaglio, vale a dire per quale ragione Grasso e Pignatone, “non hanno fatto niente” con quel bigliettino che gli era passato sotto gli occhi: probabilmente perché sono magistrati che sanno fare il loro mestiere, e soprattutto sanno leggere, e quindi, a differenza di certi giornalisti ed altri, sanno riconoscere una patacca o uno straccetto di dubbia autenticità, e sono consapevoli di quanto sia giusto che un magistrato sperperi il tempo che gli viene retribuito per cercare di cavare qualcosa da uno strappetto di carta privo di qualsiasi significato intelleggibile o comunque incapace dimostrare qualcosa di senso compiuto  (per inciso, il Pignatone di cui parla Travaglio,  è quello stesso Pignatone che preoccupava tanto la  “talpina” in procura Pippo Ciuro – e con ragione, visto che poi lo fece arrestare per le sue soffiate nell’ambito delle indagini in corso per catturare Provenzano ed incastrare i suoi complici – , quando ancora lavorava al fianco di Ingroia e trascorreva le vacanze al mare con Travaglio, e, intercettato, al telefono con la segretaria del PM Lo Forte, Margherita Pellerano,  annotava sprezzante: “Pare che farà il coordinatore di tutta Palermo”).

    E finisce così, miseramente, l’avvincente storia delle 3 lettere di Provenzano a Silvio Berlusconi. Ma qualche lettore più attento, si domanderà ancora: ma non erano 3 le lettere? In questo articolo si parla soltanto di una. Vero, erano 3, ma soltanto in una delle molte versioni di mr. Zelig.  Accadde infatti che Zelig, dopo aver sostenuto per un po’ di tempo, nei suoi interrogatori, che la “lettera” che gli veniva mostrata era antecedente al 92 (e per forza: alla fine del 92 suo padre fu arrestato, sarebbe stato difficile coinvolgerlo dopo, in quella missiva, ed infatti successivamente, quando l’obbligarono a farlo, se ne inventò più che Bertoldo), quando Ingroia gli fece notare che su di essa stava scritto “On. Berlusconi”, e che quindi non poteva essere antecedente al 94,  non trovò di meglio, per motivare  la bugia precedente, che raccontare che le lettere erano 3,  due del 92 ed una del 94, e  che siccome erano simili fra di loro, aveva confuso l’una per l’altra.

    Quindi raccontò che la prima di queste missive gli era stata consegnata a San Vito lo Capo dal luogotenente provenzaniano Lipari, la seconda da un non ben definito autista di Provenzano, mentre invece la terza missiva, quella del 94, direttamente da Provenzano “in persona”.  Invece sul libro “don Vito” la lettera consegnata da Lipari a San Vito lo Capo diventa la terza, proprio quella portata in carcere nel 94. Quando si dice la cura per il dettaglio.

    Ad ogni modo ed invece, in base alla logica, se un teste afferma di aver confuso un oggetto A con un ipotetico oggetto B (che però non è in grado di mostrare), e di essersi confuso scambiandoli fra di loro perchè a dir suo dovevano essere più o meno identici, quando si scopre che l’oggetto A in realtà non esiste o è tutt’altra cosa rispetto a ciò che doveva essere secondo il testimone, lo stesso si può e si deve dire dell’oggetto B.

    Un tempo c’erano giudici  che in presenza di incongruenze testimoniali, ti formulavano seduta stante un’incriminazione per calunnia, come fece ad esempio Giovanni Falcone con Pellegriti.

    Quei giudici purtroppo, li hanno uccisi, ed oggi paradossalmente accade che, con la sagra delle sciocchezze, si viene a far teatro proprio alle manifestazioni organizzate in loro memoria.  Che strazio, che pena…   Ma come ha giustamente scritto un commentatore del video su youtube con cui oggi ci siamo intrattenuti:basterebbero 10 minuti al giorno di MARCO : perchè chi viene bene informato e + difficile essere presi per il culo.”

     

    The Segugio, rather unknown, and nevertheless one of Travaglio’s worst nightmare!

     

    NOTE:
    [1]      per la verità, il “supertestimone” in questione, come da copione, di versioni dei fatti su quella circostanza ne ha fornite ben due, una completamente diversa dall’altra, ma per un giornalista “d’inchiesta” moderno, non c’è niente di meglio che poter scegliere fra più versioni, quella che preferisce. Possiamo definirla “fonte con più optional”, quindi una fonte di lusso. Così è avvenuto che secondo la versione “A” di Ciancimino junior (quella delle deposizioni giudiziarie) lui, nel 1994, avrebbe portato con sé, a Rebibbia, la lettera di Provenzano indirizzata a Dell’Utri e Berlusconi, l’avrebbe dettata a suo padre in carcere, per avere indietro dallo stesso dopo un po’ di tempo, mediante un passaggio di carte avvenuto non si sa bene come, una versione rielaborata dallo stesso scritta di suo proprio pugno (“…questa rielaborazione, [mio padre] me la fece avere a me, per consegnarla di nuovo al Lo Verde…”).  Invece, secondo la versione “B” dello stesso Ciancimino junior (quella pubblicata sul libro “don Vito”) sempre lui,  avrebbe letto in carcere la lettera a suo padre, il quale gli dettava, non potendo passare carte, le correzioni da apporre in tempo reale («… non è consentito passare carte ai detenuti. E allora ho dovuto leggergliela mentre lui prendeva appunti e, con lo stesso sistema, mi trasmetteva le sue considerazioni.»). Scegliete voi quella che preferite, tanto, son fasulle entrambe, poiché nel 94 la carta di quei documenti, anche volendoli immaginare come lettere di Provenzano anziché ciò che realmente sono, non era stata neppure ancora fabbricata.
     
    • Luigi 12:21 on 14 February 2012 Permalink | Rispondi

      Bentornato!

    • CAPEPPE 02:13 on 18 February 2012 Permalink | Rispondi

      dopo tutte queste disquisizioni vuoi dire che la mafia non esiste ,che berlusconi e’ un santo enon un mafioso e corruttore, allora vuol dire che vivi sulla luna.!

      • Avatar di enrix

        enrix 08:10 on 18 February 2012 Permalink | Rispondi

        E pensare che io credevo che sulla luna ci vivessero quelli come te, che ritengono che il fatto che esista la mafia o che Berlusconi abbia fatto qualsiasi cosa, siano argomenti bastevoli per autorizzare Travaglio a propinarvi qualsiasi sciocchezza od invenzione, o manipolazione, e di farlo magari alla commemorazione di chi è morto per aver sempre e solo cercato la verità. A tuo giudizio, una serie di informazioni dozzinalmente false a prescindere, fatte filtrare con l’inganno e la manipolazione in una manifestazione contro la mafia, possono essere comunque utili per combattere la mafia? E’ questo che intendi dire? Non credo proprio che Paolo Borsellino ti avrebbe dato ragione.

    • Renzo C 19:00 on 19 February 2012 Permalink | Rispondi

      Se non era per cesare 1 2 3 o sarca$$o che numero usa, ti avevo dato per disperso.
      Hai salvato anche cronache… o solo segugio?
      Questo dura almeno 6 mesi o chiudono baracca pure qui?
      Grazie per la sollecita risposta quando han chiuso splinder, m’è toccato grabbare il sito e l’ avevi già fatto tu.

      Ciao

      p.s. ho aperto un blog pure io ma non ti do l’ URL, tanto non ti interessa :p

      • Avatar di enrix

        enrix 23:29 on 19 February 2012 Permalink | Rispondi

        Ahahah, se non lo trovo da solo, che segugio sono?

      • Avatar di enrix

        enrix 23:30 on 19 February 2012 Permalink | Rispondi

        L’imbecillario è salvo, comunque.

        • Renzo C 00:41 on 20 February 2012 Permalink | Rispondi

          Anche tu a info mica sprecarti!
          E’ salvo e basta o è pure online?
          Se sì, potresti piagarti le dita scrivendo anche l’ URL?
          Oh, ti mando un tubetto di crema se le lesioni sono gravissssssime :D

          • Avatar di enrix

            enrix 06:16 on 20 February 2012 Permalink | Rispondi

            E’ salvo persino in due formati, ma non so perchè Daonews non riesce a caricarlo, a differenza del segugio. Mi tocca mettere tutto a mano pezzo per pezzo, prima o poi lo farò. :-*

    • robgore 22:21 on 19 February 2012 Permalink | Rispondi

      Ottimo articolo grazie :D W la verità.

  • Avatar di enrix

    enrix 21:07 on 14 January 2012 Permalink | Rispondi
    Tags: , ilda boccassini   

    Differenti versioni


     

     

     

     

     

     

     

    Estratto dalla presentazione di copertina di:  “ll Caso Genchi – Storia Di Un Uomo in Balia Dello Stato” – di Edoardo Montolli

    Luglio 1992, la Sicilia è dilaniata dalle stragi. In città c’è un poliziotto maledettamente bravo con le tecnologie. Ha lavorato con Falcone e sono tre anni che si occupa dei misteri di Palermo. Si chiama Gioacchino Genchi. è a lui che chiedono discoprire qualcosa sulle agende elettroniche del giudice. E di capire dai telefoni se qualcuno spiasse Paolo Borsellino. E lui qualcosa scopre. Scova file cancellati e li ritrova. Poi ipotizza una pista per via D’Amelio: date, nomi, luoghi. Diventa vice del gruppo Falcone-Borsellino. Ma quell’indagine non la finirà mai. Una mattina, mentre l’Italia esulta per l’arresto dei killer, all’improvviso sbatte la porta. E se ne va. Da allora non ne ha mai parlato.

    Estratto dall’articolo L’Agenda Nera di Rizza e Lo Bianco” DI Benny Calasanzio (dal blog omonimo – 16/6/2010)

    … Ma chi c’è dietro il più grande depistaggio della storia italiana che ora, venuto alla luce, sta gettando nel panico politici, magistrati ed investigatori? C’era, secondo i magistrati, innanzi tutto il gruppo investigativo Falcone Borsellino, guidato da Arnaldo La Barbera, che prima era stato estromesso dalle indagini e poi richiamato assieme al suo gruppo dopo le pressioni dei magistrati. Un gruppo in cui c’era anche Gioacchino Genchi, oggi consulente dell’autorità giudiziaria, che quando intuisce che a gestire le indagini non è più La Barbera, ma c’è qualcuno che lo sta manovrando e sta deviando le investigazioni lontano dalla più ovvia logica, dopo una sfuriata lunga una notte sbatte la porta e se ne va, mentre La Barbera gli confida in lacrime che chiudendo in fretta quell’indagine lo avrebbero promosso.

    Estratto dal “Verbale di assunzione informazioni” n° 1595/08 R.G.N.R. del 9/6/2009 della Procura della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta (D.D.A.)

    Dott.ssa ILDA BOCCASSINI:  Credo che al mio arrivo [a Caltanissetta – ndr] già erano stati sviluppati i tabulati dei telefonini di Falcone, nel senso che GENCHI non era l’unico esperto in materia. (…) All’inizio io non conoscevo GENCHI. Quando lo conobbi meglio, iniziai a nutrire perplessità che rappresentai a TINEBRA; GENCHI mi appariva come un soggetto che proponeva investigazioni particolarmente invasive senza ragioni che le giustificassero: mi riferisco di più a CAPACI;  quando GENCHI propose di compiere verifiche sulle carte di credito di Falcone, mi dissociai e lo dissi a TINEBRA. GENCHI appariva di una curiosità investigativa morbosa.  Fui io a rappresentare a TINEBRA che GENCHI non era certo insostituibile anche perché le altre forze di polizia, D.I.A., S.C.O. e R.O.S. disponevano di personale attrezzato per le indagini tecniche di cui si occupava GENCHI.

    Non mi fu mai riferito da ARNALDO LA BARBERA che egli avesse avuto uno scontro con GENCHI per una diversità di opinioni in ordine alla opportunità, sostenuta da GENCHI, di ritardare l’arresto di Pietro SCOTTO. Prendo atto di quanto affermato da GENCHI e cioè che egli ha dichiarato di avere avuto un forte diverbio con il dott. LA BARBERA in quanto riteneva che dovesse essere svolta attività investigativa nei confronti dello SCOTTO, che avrebbe potuto consentire l’acquisizione di elementi comprovanti collusioni fra Cosa Nostra e servizi deviati. A tal proposito ribadisco che nulla mi disse di ciò il Dott. LA BARBERA e che, semmai, a me risulta esattamente il contrario e cioè che furono proprio anche le indagini condotte dal dott. GENCHI  a consentire l’arresto dello SCOTTO.  (Dott.ssa ILDA BOCCASSINI – 9 giugno 2009)

    Estratto dalla nota del 25/5/1993 della Dr.ssa Ilda Boccassini e del Dott. Fausto Cardella al Procuratore della Repubblica di Caltanissetta Dr. G. Tinebra.

    (…) Il Dr. Genchi … nell’accettare di svolgere dette indagini, per le quali si era spontaneamente offerto, aveva mostrato di essere ben consapevole dell’onere, ed anche dei rischi, che esse comportavano.

    Ha sorpreso, quindi, molto sorpreso il fatto che, pochi giorni orsono, il dott, Genchi abbia improvvisamente deciso di non collaborare più alle indagini, secondo quanto riferisce il dott. A. La Barbera, adducendo giustificazioni generiche e non del tutto convincenti.
    ALLEGATI:

     
    • anonimo 18:28 on 15 January 2012 Permalink | Rispondi

      E quindi?

      Seguendo l'evolversi della situazione politica e giudiziaria degli ultimi 20 anni ho maturato una malsana convinzione:Se Borsellino fosse morto di vecchiaia ci saremmo risparmiati tutto il marcio prodotto dalla cosiddetta seconda Repubblica.

      Cilindro vive!

  • Avatar di enrix

    enrix 17:51 on 23 October 2011 Permalink | Rispondi
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    Don Vito e il giallo [risolto] della lettera a Fazio

    da rifare rosalba

    "Don Vito e il giallo della lettera a Fazio": così titolava  Felice Cavallaro un suo articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 12 agosto 2010.

    Oggi, a distanza di poco più di un anno, noi riteniamo che il giallo sia stato risolto, e la circostanza sarebbe anche emersa in tribunale, al processo “Mori-Obinu”, ma Cavallaro ed il suo giornale, non paiono essere molto interessati a tale esito. Per la verità è molto difficile trovare qualche organo di stampa che abbia dedicato la dovuta attenzione a questa notizia. I media che si occupano di mafia e, nello specifico, del processo a carico del Gen. Mori e del Col. Obinu, sono sempre estremamente solleciti nel dare grande risalto ad ogni novità, anche la più dubbia, che possa sortire a sfavore degli imputati, mentre hanno sempre cose più importanti a cui dedicarsi quando emergono delle evidenze che potrebbero far riflettere i cittadini sul grave fatto che nel giudizio cui è attualmente sottoposto il generale dei carabinieri che condusse l’operazione che portò all’arresto di Totò Riina, potrebbero essere state prodotte, come documenti a conforto delle tesi dell’accusa, delle sonore patacche.

    Vediamo dunque cosa diceva Cavallaro, fra le altre cose, in quell’articolo:

    PALERMO- Nel pentolone bollente dei magistrati che indagano sulle carte di «don» Vito Ciancimino salta fuori pure una lettera scritta dall'ex sindaco di Palermo, presumibilmente alla fine del '93, a Antonio Fazio, allora neo governatore della Banca d'Italia. Nel Paese devastato dalle bombe di Palermo, Roma, Firenze e Milano l'obliquo amico dei Corleonesi, indicato come perno della «trattativa» per cui il generale Mario Mori è oggi sotto processo, avrebbe inviato al potente banchiere una sorta di promemoria «da ben conservare se realmente Lei deciderà di scendere in politica come da Amici di regime mi è stato sussurrato…».
    Un «promemoria» di 43 righe battute al computer, sottoscritte da Ciancimino con firma già accertata dalla polizia scientifica e una nota a margine per la segretaria del suo legale, l'avvocato Ghiron: «Da rifare Rosalba». Si tratta quindi di una bozza e non è certo che Fazio l'abbia ricevuta anche se questa sarà la domanda che in Procura a Palermo si preparano a fargli per un interrogatorio imminente, forse dopo Ferragosto, quando la lettera sarà trasmessa al tribunale che processa Mori.
    Esplicito il riferimento all'ex colonnello dei Ros nel testo trovato all'interno di una carpettadi Vito Ciancimino, oggetto delle deposizioni verbalizzate nei giorni scorsi dal figlio Massimo e dalla moglie dell'ex sindaco, Epifania Scardino: «Dopo un primo scellerato tentativo di soluzione avanzato dal Colonnello Mori per bloccare questo attacco terroristico ad opera della mafia, ennesimo strumento nelle mani del regime, e di fatto interrotto con l'omicidio del giudice Borsellino sicuramente oppositore fermo di questo accordo, si è decisi finalmente, costretti dai fatti, di accettare l'unica soluzione possibile per poter cercare di rallentare questa ondata di sangue che al momento rappresenta solo una parte di questo piano eversivo…».
    Alla materia sono molto interessati i magistrati di Caltanissetta che con il procuratoreSergio Lari indagano proprio sul nuovo filone legato alle stragi siciliane. Si tratterebbe infatti di un'agghiacciante conferma alla tesi che lega il massacro di via D'Amelio alla possibile opposizione di Borsellino contro la stessa trattativa. Come denuncia da tempo il fratello del giudice, Salvatore, anche dopo le ricostruzioni fatte da Massimo Ciancimino, protagonista diretto di quella stagione, seppure a tratti considerato contraddittorio da alcuni magistrati. …

    Già, si tratterebbe proprio di un’agghiacciante conferma, se fosse un documento autentico.
    Ma guarda caso, non lo è.

    Noi lo stiamo scrivendo  da più di un anno, su questo blog ed in vari altri siti, che una fotocopia di una videoscrittura con una firma in calce, potrebbe essere il frutto di un collage fra la digitazione di un testo fabbricato ad hoc ed una firma sottratta, col Photoshop, ad un documento terzo, non inerente, e quindi non può essere considerata autentica in alcun modo.
     

    Inoltre ci è sempre parso evidente che, in questa “lettera”, la terminologia impiegata non poteva appartenere al vocabolario di Don Vito, specie con un interlocutore di quel rango. Il sindaco mafioso di Palermo, di vecchia scuola democristiana, che scriveva al Governatore della Banca d’Italia chiamandolo, erroneamente, “presidente” ed indicando le proprie amicizie politiche come “Amici di regime”, non ce lo vedevamo proprio.

    Ma soprattutto da quella frase centrale, da quel riferimento netto ad un “accordo” del quale il giudice Borsellino sarebbe stato “sicuramente oppositore”,  (circostanza che a quanto ci risulta e sulla base degli attuali riscontri, per il momento, esiste solo e soltanto nelle mirabolanti teorie di alcuni magistrati supportate testimonialmente dai soliti pendagli da forca, infanticidi e pataccari, teorie alle quali, e si vede sin troppo bene, Massimo Ciancimino in un particolare momento di “messa alle strette” per la favola del Sig,. Franco ed altre, veniva a supporto ed in soccorso, consegnando questa "lettera", con stupefacente tempestività), si sollevava, come direbbe Tex Willer, un maledetto puzzo di bruciato.

    Che ci stavano a fare quei precisi riferimenti, così calzanti con le più moderne teorie delle procure sui rapporti fra Paolo Borsellino, Mario Mori e Vito Ciancimino, in una lettera del 93 al Governatore della Banca d’Italia? Insomma, non ci pareva fosse necessario avere un particolare fiuto di segugio per capire che si poteva trattare di una patacca, strumentale e preconfezionata, atta a foraggiare ed ammansire le A.G. che in quel momento iniziavano a mostrare segnali di impazienza verso il nostro “testimone”.

    Di questo, abbiamo scritto più volte.
    Ci abbiamo provato, ad esempio, il 15 settembre 2010, quando Umberto Lucentini su Repubblica annunciava gaudente: “Ciancimino, la perizia conferma“, e quindi spiegava:

    La perizia della polizia scientifica ha stabilito che sono stati firmati proprio da Vito Ciancimino alcuni dei documenti sui rapporti tra mafia e Stato e su un investimento di Cosa Nostra in un’azienda di Berlusconi che il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo ha consegnato alla procura. (…)  Si tratta in tutto di tre testi: (…) Il terzo è una lettera che ha come destinatario l’ex governatore di BankItalia, Antonio Fazio, in cui si parla della trattativa tra pezzi dello Stato e boss e dell’attentato al giudice Paolo Borsellino. Al termine delle perizie, gli esperti del servizio di Polizia scientifica della Direzione centrale anticrimine hanno una certezza: questi tre testi sono stati di sicuro firmati da Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo condannato per mafia e morto il 19 novembre 2002. E sono stati scritti proprio nei periodi indicati dal figlio Massimo. Una conferma importante per due delicate inchieste della procura di Palermo condotte anche grazie alle dichiarazioni di Ciancimino junior, che del padre ha custodito documenti e segreti ora messi a disposizione del pool dell’aggiunto Antonio Ingroia e dei sostituti Nino Di Matteo e Paolo Guido. …"

    Noi  a quel punto ci domandavamo come si poteva essere così certi di quell’autenticità, dal momento che emergeva da una procedura peritale disposta internamente alla Procura, priva della necessaria forma che si dovrebbe usare con i documenti prodotti in giudizio, la quale dovrebbe prevedere un’analisi effettuata sulla base di quesiti proposti dalla Corte  e, soprattutto, l’espletamento di accertamenti in contradditorio.
    Inoltre, veniva annunciata al mondo l’autenticità di un documento che provava l’esistenza di una “trattativa stato-mafia” condotta nei modi più corrispondenti alle ipotesi della pubblica accusa, senza che allo stesso mondo fosse spiegato come poteva essere considerata roba buona una fotocopia rappresentante un testo di videoscrittura ed una firma, pur originariamente vergata da don Vito, fotocopiata anch’essa.
    Sui vari forum e blog che si occupavano dell’argomento, i tifosi della Procura di Palermo esprimevano tutta la loro soddisfazione. Ecco ad esempio un paio di commenti piuttosto rappresentativi (dal blog Livesicilia)
    :

    scritto da esagono- 15 set 2010 14:05 pm
    Qualcuno aveva forse qualche dubbio che nel 2010 ci sono tutti gli strumenti che servono per stabilire se un foglio è stato scritto oggi o dieci anni fa e per stabilire anche chi l’ha scritto? Se qualcuno, illudendosi del contrario, provasse a prendere in giro la magistratura andrebbe messo sotto cura e non in carcere, con il piccolo particolare che Ciancimino jr non mi sembra nè malato nè matto.

    scritto da davide- 15 set 2010 14:20 pm
    siamo in attesa che lo staff di finissimi giuristi che popolano questo blog smontino queste perizie….

    E quindi dopo alcuni tentativi da parte di commentatori più scrupolosi, non dico di smontare, ma di dubitare di quei documenti, ecco i piccoli balilla dell’antimafia coltivata biologicamente non fare economia di argomenti inoppugnabili, specie con il sottoscritto:

    scritto dadavide  – 15 set 2010 21:53 pm
    veramente ammirevole il tentativo dei soliti noti di coprire il sole con un dito.

    scritto da enrix- 16 set 2010 00:42 am
    … Qui non si tratta di nascondere il sole con un dito, ma di normale dibattito e di ovvie considerazioni sul fatto se alcuni elementi raccolti dalla pubblica accusa, possano considerarsi effettivamente probatori.
    Più che “ammirevole il tentativo dei soliti noti di coprire il sole con un dito”, direi che è spregevole il fatto che, soprattutto alcune primarie testate giornalistiche, si cerchi di arrivare con questi dati a conclusioni definitive ed affrettate.

    scritto da davide- 16 set 2010 08:23 am
    siamo al delirio… ovvero secondo i soliti noti le uniche verita asolute sono le loro, mentre le altre vanno quasi sempre interpretate e chi le puo interpretare? sempre solo loro! ma vi rendete conto che questa specie di tribunaletto che avete imbastito in questo blog è semplicemente ridicolo.

    scritto da potrei essere chiunque- 16 set 2010 14:53 pm
    Normale amministrazione che spuntano sempre i soliti nick ingaggiati a dire, ridire, ciarlare. Io personalmente ho constatato che anche se litighi con un semplice agente di qualche cosa o anche con un appuntato dei carabinieri si hanno degli svantaggi. Iterando e invertendo il ragionamento, entrare nelle grazie di generali e colonnelli porta grandi vantaggi. In perfetto stile italiano.

    E' questo dunque il modo in cui gli scolaretti della banda Disney, che in questo paese sono tanti tanti (e potrebbero essere chiunque, sono loro a dirlo), sanno dibattere con chi non si dimostra pronto a prendere per oro colato certi fatti quotidiani nei modi in cui gli vengono raccontati, che sono poi i loro modi preferiti: coloro che, come me, osano spulciare nelle ovvie contraddizioni e nelle logiche fonti di dubbio, andrebbero messi sotto cura; sono soltanto i “soliti noti” che tentano di coprire il sole con un dito, che delirano o che, infami, lavorano per ingaggio o per entrare nelle grazie dei generali e dei colonnelli.

    Ed ora vediamo, se quello che delirava ero davvero io.

    Trascorrono circa otto mesi dalla presentazione mediatica di quell’ “agghiacciante conferma alla tesi dell’accusa”, Massimo Ciancimino viene arrestato a causa di un collage analogo, un’altra patacca dove veniva tirato in ballo l'ex capo della polizia Gianni De Gennaro mescolandolo in qualche modo con il fantasma dei servizi segreti, il sig. Franco/Carlo, e quando, alcuni giorni dopo il suo arresto, il 10 maggio scorso, si presenta in Tribunale nuovamente chiamato a testimoniare, ad un certo punto fa un paio di affermazioni sulle quali noi concentriamo subito l’attenzione:

    11.09Il pm mostra una lettera al presidente della Banca d’Italia, Antonio Fazio. E’ stata scritta da don Vito. Ciancimino dice di averla ricevuta dal misterioso suggeritore (il famoso puparo), ma non fa il nome, lo chiama “mister X”.
    11.22“Mi disse che mio padre era stato vittima della trattativa portata avanti da Mancino, Amato, De Gennaro. I documenti che ho consegnato provengono tutti dall’archivio di mio padre. Dopo il 7 aprile 2010 sono stato avvicinato da questo mister X. Mi ha citato alcuni personaggi a me cari. Sosteneva di essere stato perseguitato da De Gennaro e Falcone. Mister X era un carabiniere, autista del generale Paolantoni. L’ho incontrato a Palermo e Bologna. Mi ha dato una serie di documenti. Voleva che li consegnassi io ai pm. Lui non voleva apparire”.
    (…)
    12.20“Io ho trovato la lettera a Fazio nella mia cantina di Bologna. Poi mister X me ne ha mandato una copia senza la firma di mio padre. Non so se la lettera sia stata recapitata. Mio padre mi confidò che era opportuno scrivergli perché era possibile un suo ingresso in campo. Poteva prendere in mano l’elettorato della Democrazia Cristiana che nell’aprile del 1992 si stava sfaldando”.

    Ascoltando quella testimonianza, rilevammo due fatti importanti: innanzitutto, era evidente che Ciancimino, infilando la famosa lettera a Fazio fra i documenti avuti in copia da un venditore di polpette avvelenate che lui, cercando di giustificare la presenza di patacche fra i suoi preziosi documenti, aveva chiamato “Mister X” per l’occasione, ma che a suo dire sarebbe stato uno degli autisti del generale dei carabinieri Paolantoni (peraltro già deceduto, così come tutti i suoi autisti, stando alle successive dichiarazioni dei famigliari)  stava mettendo, come si suol dire,  le mani avanti. 
    Il fatto che Massimo Ciancimino nel testimoniare avesse inserito di sua iniziativa quel documento fra quelli avuti in copia da Mister X, era per noi il segnale che la conferma di una nuova patacca si stava profilando all’orizzonte.  Ormai la conosciamo bene, la nostra mascherina.

    Inoltre, non potevamo non rilevare che il testimone avrebbe dichiarato, in quell’udienza, di aver trovato la lettera a Fazio nella sua cantina di Bologna.

    Ma come? Non l’aveva ritrovata per caso sua madre, Epifania Scardino, in casa sua in una carpetta? Questo almeno è quanto avevamo appreso dai giornali 8 mesi prima, i quali ci avevano persino raccontato che la vedova dell’ex sindaco di Palermo aveva accompagnato il figlio in Procura per dare conferma alla sua versione dei fatti.  (vedi ad es. anche l’articolo di Cavallaro sul Corsera, citato qui sopra).

    Come si vede bene, quando certi castelli di tarocchi iniziano a dare segni di cedimento, il passaggio al crollo definitivo rischia di divenire breve.

    Nel caso della lettera a Fazio, dopo poco più di un mese solamente, arriva il primo crollo, ed arriva proprio da un supplemento di perizia della Polizia Scientifica, di cui dettero notizia, insieme a pochi altri, Il Giornale di Sicilia e Gianluca Ferrari su Livesicilia:

    PALERMO. Spuntano nuove anomalie nei documenti portati da Massimo Ciancimino ai pm di Palermo. L'ennesima sorpresa riservata dall'enorme mole di carte consegnate dal figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, è venuta fuori al processo al generale dei carabinieri Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, imputati di favoreggiamento aggravato alla mafia.
    A indicare le stranezze in quattro documenti sono stati gli stessi consulenti della Procura, esperti della Scientifica che non hanno escluso che le anomalie dipendano da "manipolazioni o trasposizioni". Ciancimino non è nuovo a simili accuse: ad aprile è finito in carcere proprio per avere manipolato un documento inserendo tra i personaggi delle istituzioni legati alla trattativa tra Stato e mafia il nome del l'ex capo della polizia Gianni De Gennaro.  Un copia e incolla che gli è costato l'accusa di calunnia.
    I documenti sospetti sono: una lettera dattiloscritta indirizzata all'ex governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio in cui la firma manoscritta "Vito Ciancimino" non sarebbe contestuale al testo
    Stessa anomalia in un'altra lettera sempre indirizzata a Fazio in cui l'interpolazione è proprio l'intestazione "illustrissimo Fazio". Sotto accusa, poi, anche altri due documenti: un pizzino che Vito Ciancimino avrebbe scritto a macchina al boss Provenzano che presenta un tratto aggiunto estraneo al resto del testo e la dicitura a mano "Zanghì" e, infine, un'altra lettera in cui al testo dattiloscritto segue un'annotazione a mano di don Vito.

    Il sospetto adombrato dalle difese è che in carte scritte dall'ex sindaco il figlio abbia aggiunto, successivamente, brani manoscritti del padre.(Nuove anomalie nelle carte di Ciancimino – Giornale di Sicilia – 21/06/2011)

    PALERMO.  Sul carteggio consegnato in Procura da Massimo Cianciminosi fa ancora più fitto il velo di perplessità. L’impressione che emerge dall’esame dei quattro consulenti della Polizia Scientifica di Roma, sentiti contestualmente per fornire dichiarazioni immediate all’udienza di questa mattina del processo al generale del ROS Mario Mori, è che in tutti i documenti presentati da Ciancimino Junior, ricevuti dal presunto “puparo”,  vi sia una ricorrente anomalia riguardante soprattutto le parti manoscritte. (…) (Ciancimino, nuovo rebus: Anomalie nei documenti – di Gianluca Ferrari – Livesicilia – 21/06/2011)  

    Quindi, abbiamo capito bene quanto è accaduto. A settembre del 2010, Repubblica ed altri annunciano trionfanti che “gli esperti del servizio di Polizia scientifica della Direzione centrale anticrimine hanno una certezza: questi tre testi [fra i quali la lettera a Fazio – ndr] sono stati di sicuro firmati da Vito Ciancimino

    Nel giugno 2011, le news lasciano basiti: il testo che nove mesi prima ai periti della Polizia Scientifica risultava essere stato di sicuro firmato da Vito Ciancimino, ora agli stessi periti risultava recante una firma di Vito Ciancimino non contestuale al testo. Questo però, soltanto dopo che il portatore di documenti si è messo al riparo da nuove accuse di falso, beninteso, avendo fornito un elenchino di questo ed altri collage, da addebitare in toto a tal Mister X, che li avrebbe consegnati al povero Massimo, ignara e miserevole vittima di quel puparo. Non per niente, su Livesicilia, Ferrari ci ha tenuto a precisare che si tratta dei documenti “ricevuti dal presunto “puparo, e soltanto di quelli.

    Chissà se sarà stato sempre questo puparo, a suggerire al testimone di portarsi in procura la madre perché raccontasse che aveva trovato i documenti in una carpetta.

    Nel frattempo però, ancor prima che saltasse fuori questa bella sola del puparo, noi eravamo stati accusati, grazie a questi bei modi di fare informazione e di verificare le carte, di delirio e persino mercimonio per aver manifestato alcuni dubbi sull’autenticità di un documento, che oggi si sta effettivamente rivelando un falso.

    E nuovi pesanti indizi che si tratti di un falso, provengono dalle risultanze peritali della Consulenza tecnica di parte espletata, su incarico del Gen. Mori e del Col. Obinu,  dal M.llo Antonio Marras, già addetto al “Laboratorio di Indagini Grafiche” del “REPARTO INVESTIGAZIONI SCIENTIFICHE” dei Carabinieri di Roma ed attualmente collaboratore esterno dello stesso R.I.S. e titolare di uno studio professionale specializzato in indagini grafiche.

    Nella sua consulenza, il peritoriesce a dimostrare, in sintesi, che la firma presente in calce alla lettera è stata si manoscritta da Vito Ciancimino, ma su qualche altro documento, ed in epoca antecedente ai fatti commentati nella lettera, e che pertanto è stata trasposta artificiosamente, con mezzi elettronici o meccanici, sotto al testo allo scopo di conferire allo stesso, falsamente, autenticità.

    Esattamente come noi abbiamo sempre ipotizzato.

    Ma non è questa l’unica conclusione a cui giunge il perito.  Ecco, di seguito, tutto l’enunciato conclusivo:


    CON RIFERIMENTO SPECIFICO AL DOC. “4-PA”, NOTO COME LA COSIDDETTA LETTERA AL “PRESIDENTE DOTT. FAZIO”, SI PRECISA CHE LA FIRMA IN CALCE ALLA MISSIVA È AUTOGRAFA DI CIANCIMINO VITO CALOGERO MA NON AUTENTICA POICHE’ ANCH’ESSA TRASPOSTA.

    PER CIÒ CHE CONCERNE, INVECE, LA MANOSCRITTURA “DA RIFARE ROSALBA” FIGURANTE A TERGO SUL PREDETTO DOCUMENTO, SI TRATTA DI UN’ANNOTAZIONE VERGATA, CON ALTA PROBABILITÀ, DA MASSIMO CIANCIMINO.

    Quindi “DA RIFARE ROSALBA”, sarebbe stato scritto da Ciancimino jr.

    Secondo invece il personale della Polizia Scientifica nella “RELAZIONE TECNICA DI ACCERTAMENTI GRAFICI” – Relazione preliminare datata 09.08.2010 (pag. 03) –  “Le manoscritture in stampatello apposte sui reperti non hanno evidenziato elementi grafici sufficienti ed idonei per esprimere concreti giudizi di riconducibilità: -manoscrittura presente nella sezione laterale sinistra sul reperto nr. 4 PA – relativamente alla frase “DA RIFARE ROSALBA.”

    In poche parole, per i periti incaricati dalla procura, “da rifare rosalba” sarebbe stato scritto da ignoti.
    Secondo il perito incaricato dalla difesa di Mori, sarebbe invece stato scritto, con alta probabilità, da Massimo Ciancimino.

    Noi, dopo aver letto la sua relazione da pag. 249 a pag 271, la pensiamo allo stesso modo.

    Infine, per concludere, segnaliamo altri capitoli salienti della stessa relazione: quello relativo alla perplimente conduzione delle operazioni peritali da parte della procura (da pag. 309 a seguire), quelli (da pag. 273 a pag. 284) relativi ad altri documenti falsificati o manipolati (gli stessi, per intenderci, definiti “tutti autentici” da Marco Travaglio), e soprattutto quello, a pag. 177, dimostrante la falsità della famosa “missiva di Vito ciancimino  indirizzata per conoscenza all’On. Silvio BERLUSCONI”, dove il perito giunge alle stesse conclusioni cui noi eravamo giunti, con ben altra disponibilità di mezzi e di esperienza, nel nostro articolo “bricolage” e sul libro “Prego, dottore!”, ormai esaurito.

    A risentirci presto.

    Enrix

     

     

     
    • anonimo 20:54 on 23 October 2011 Permalink | Rispondi

      Come sempre la capcità d'analisi e l'intelligenza porta a risultati come questi.

      Ciao Enrico, continua così.

      Luciano.

    • anonimo 19:38 on 25 October 2011 Permalink | Rispondi

      Ho la sciato un commento sul post in cui smm ipotizza che Ruby sia in realta'un'agente del Mossad,ma vedo che e'ancora in moderazione…….
      Lei che si definisce un "segugio" potrebbe occuparsi del perche da piu di 3 mesi risulta impossibile registrarsi a Splinder?Per caso ne conosce i motivi?Molti dicono che questa piattaforma sia arrivata al capolinea.
      Cordiali saluti.

    • enrix007 15:45 on 27 October 2011 Permalink | Rispondi

      Il  "commento" che lei lamenta, giustamente, essere in moderazione, poteva passare tranquillamente, poichè diceva soltanto "questa mi mancava".  Ciò che invece provoca contrarietà alla mia rinomata furia censoria, è la firma in calce: "Littorio Mangano".

      Immagino non si tratti del suo vero nome, caro anonimo, essendo quello un classico jeu de mots  già piuttosto visto e sfruttato nei blog e nei forum per adolescenti che faticano a raggiungere la maturità, e che tra uno zucchero filato ed una convocazione per la puntata serale di Annozero, s'inventano nomignoli.

      E questo, non è uno di quei blog.

      Per quanto concerne poi la sua domanda, non so nulla. Splinder ha sempre funzionato con alti e bassi, e per saperne di più il sottoscritto dispone degli stessi mezzi suoi, nonostante la definizione di "segugio".

    • anonimo 16:43 on 27 October 2011 Permalink | Rispondi

      Detesto lo zucchero filato!Quanto a Santoro,non mi dispiace,ma non ho il paraocchi e non sempre apprezzo il suo modo di fare tv.Per questi motivi cerco di informarmi ,documentarmi e conoscere tutte le opinioni,anche le sue caro Enrix.
      Cordiali saluti.

    • anonimo 10:57 on 3 November 2011 Permalink | Rispondi

      Appena uscito fresco fresco:

      http://www.ilgiornale.it/interni/ecco_tutte_patacche_ciancimino_junior/03-11-2011/articolo-id=554940-page=0-comments=1

      Lo aveva intuito per primo il blogger Enrico Tagliaferro, detto «Enrix», che nel suo sito fa le pulci a Massimo. Certifica oggi il perito della difesa (i pm non lo hanno fatto controllare dai propri consulenti):

      Un caro saluto
      Luigi

    • anonimo 11:28 on 3 November 2011 Permalink | Rispondi

      Enrico, appena letto Chiocci e Conti sul Giornale di oggi.

      Avanti così, ciao e buon lavoro.

    • anonimo 09:59 on 18 November 2011 Permalink | Rispondi

      Allora : Scalfaro e Ciampi sapevano, lettera di parenti di molti al 41Bis che chiedevano di annullarlo, cosa che per circa 500 degli oltre 1000 soggetti al 41Bis Conso tolse e/o sospese, dando così modo a molti di uscire dal carcere.

      La lettera è stata consegnata alla "magistratura" da un Dirigente del Servizio Carcerario.

      Domanda : ma quando vige l'obbligatorietà di procedimento penale se si viene a conoscenza che chi è stato sentito da magistrati e da Commissione parlamentare, racconta balle ?

      Ciampi e Scalfaro hanno pure dichiarato, tra i tanti "non ricordo" che NON sapevano niente di cosa stava facendo Conso ?
      E nemmeno che avevano ricevuto quella lettera mandata anche a Costanzo ( al quale fecero poi un attentato nello stesso periodo dei Gergofili di Firenze )  e al responsabile delle Carceri ?

      Ciao, Luciano.

    • anonimo 15:01 on 27 November 2011 Permalink | Rispondi

      Enrix, ci dica presto dove si trasferirà dopo la chiusura di splinder.
      (Spero che le difficoltà a raggiungere il sito in questi ultimi giorni siano dovute alla migrazione).
      A presto.
      Luigi

    • anonimo 21:53 on 15 December 2011 Permalink | Rispondi

      Carissimo Enrix,
      è troppo tempo che non leggiamo le sue splendide "inchieste" comunque tanti Auguri a Lei e a tutti i suoi cari perchè il Natale sia quello giusto e Santo.

      Suo ammiratore di sempre.

      Renzo

    • enrix007 10:46 on 25 December 2011 Permalink | Rispondi

      Cari amici tutti,
      vi ringrazio per il sostegno continuo, e vi abbraccio tutti.

      Negli ultimi mesi, purtroppo,  mi sono dedicato allo studio approfondito di un enigma che ho scoperto essere al di sopra della mia portata. L'ho risolto, l'enigma, ma i risultati, assolutamente inaspettati,  sulla mia persona sono stati devastanti.

      Il risultato del mio lavoro, rimarrà chiuso nei miei cassetti ed anzi  presto distruggerò tutto quanto.

      Domando scusa a tutti per la mia latitanza e per il tempo che ho perso, anche se la lezione che ne ho tratta è cardinale, e mi ha indicato l'unico e solo percorso: vivere in Gesù Cristo e secondo il suo insegnamento.

      Buon natale a tutti, pace e prosperità.

      Enrico.

    • anonimo 13:35 on 29 December 2011 Permalink | Rispondi

      Mi dispiace moltissimo.
      Ho passato la mattina a salvare come posso il blog.
      Spero di risentirla.
      In bocca al lupo
      Luigi

    • enrix007 14:05 on 1 January 2012 Permalink | Rispondi

      Tranquillo Luigi, io l'ho già salvato tutto, e cercherò di trasferirilo entro il 31 gen.

      Augurissimi!

    • enrix007 14:06 on 1 January 2012 Permalink | Rispondi

      E comunque c'è un programma gratuito che scarica in automatico tutti i siti.  Si chiama HTTrack Website Copier.  Si trova facilmente con google. In un'oretta scarica tutto il blog.

    • anonimo 17:37 on 3 January 2012 Permalink | Rispondi

      Sono confortato nel sentirla sempre operativo!
      HTTrack l'avao usato per scaricarmi l'imbecillario quando l'ho scoperto ma è un po' macchinoso consultare il sito cosi' salvato.
      Ho optato per una lunga ricopiatura e/o conversione in pdf.
      Per carità migri su una piattaforma più facilmente consultabile di quella di cielilimpidi!
      Ad maiora e i miei migliori auguri di buon anno!
      Luigi

  • Avatar di enrix

    enrix 13:05 on 19 July 2011 Permalink | Rispondi  

    Via d'Amelio. Depistaggio? No, faccia tosta.

    di Claudio Territo

     

     

    Queste cose io le dico da parecchio tempo ma con la ricorrenza del 19 luglio 92 vengono fuori le notizie relative ai processi per Via d'Amelio e si fa un gran parlare di depistaggi.

    Colgo l’occasione per rinfrescare la memoria a quanti queste cose eventualmente non le sapessero.

    Purtroppo il nostro paese, nel corso della sua storia recente si è veramente distinto per molte di queste pratiche vergognose e se ne potrebbero citare tante. Però siccome, un pò di depistaggi me ne intendo, non sono mai portato a fare di tutta l’erba un fascio e cerco sempre di separare il grano dal loglio.

    In questo caso le cose a mio avviso sono notevolmente diverse. E vi spiego perché.

     Nella strage di via D’Amelio, furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. Si sono fatti lunghissimi processi, il Borsellino primo, il Borsellino bis e il Borsellino ter, in appello e in Cassazione, mi pare, per un totale, se non vado errato, di 11 processi, che si sono conclusi con la condanna all’ergastolo di tre persone (tra l’altro ancora in carcere ingiustamente, almeno per questo reato).

    Tutti questi processi hanno avuto come perno il reo confesso un certo Vincenzo Scarantino che avrebbe rubato la Fiat 126 carica di esplosivo e portata in via D’Amelio il 19 luglio 92.

     Ma qual’è il curriculum di Scarantino? Un boss? Un killer? No. Era molto più modestamente un meccanico semianalfabeta del rione Guadagna, drogato, riformato al servizio militare per schizofrenia, tossicodipendente, sposato e al tempo stesso fidanzato con i seguenti transessuali: Fiammetta, Giusi la sdillabrata e Margot.

    Mi pare che i costumi di questo tale non fossero proprio confacenti con quelli degli uomini d’onore!

    Però questo a pm e ai giudici non ciò non è basto: Scarantino è credibile.

     Tra l’altro, boss di primo piano come Salvatore Cancemi e Mario Santo Di Matteo e Gioacchino La Barbera, alla voce “Scarantino” hanno risposto: Scarantino? E chi è Scarantino?

    In uno storico confronto in aula, Brusca sbugiardò palesemente Scarantino, dimostrando che con la mafia non aveva nulla a che fare e che diceva delle balle enormi.

    Però nessuno delle eminenti toghe volle crederci: Scarantino è credibile.

     Costui, a parere dei sagaci giudici di Caltanissetta, sarebbe andato ad una riunione della Cupola di cosa nostra dove avrebbe ricevuto l’investitura da parte del capo. Entrando Totò Riina avrebbe detto “A stu curnuto s’ha ‘a fare saltare ‘nda l’aria (riferendosi a Borsellino) come du’ crastu che ci stava ristannu vivu, picchè chistu Borsellino fa chiu’ danni che Falcone”?

     Quindi ripeto: Totò Riina allora avrebbe appaltato a lui (e non a uno del calibro di Brusca, ma proprio a lui) uno dei più importanti delitti di strage che si siano compiuti in Italia.

    Perché se vi fosse mai capitato di ascoltare le udienze del processo Borsellino si Radioradicale rimarreste esterrefatti. E questi sarebbero i mafiosi? Totò Riina doveva essere proprio uno sprovveduto!

     Tra l’altro Brusca, e ciò è pure riportato nelle sentenze (es Addaura), riferisce:

    quando abbiamo commesso la strage di Capaci, a strage fatta, quando siamo tornati, cioè tornati… quando ci siamo riuniti che dovevamo fare il brindisi, in quella circostanza, mentre che stavamo salendo, il BIONDINO esternava… cioè, esternava contro Antonino MADONIA per dire: “Se allora avrebbe chiesto aiuto, avrebbe chiesto collaborazione, cioè non c’era bisogno di arrivarci ora e no che si é affidato a ‘na pocu di picciutteddi”. E questo é successo mentre che noi stavamo salendo la scala. Poi, nel frattempo, lui continuava a polemizzare sul punto e poi é intervenuto Salvatore RIINA dicendo: “Totu', nun ni parliamo più, é successo, lo abbiamo fatto, non ne parliamo più”.

     Traduzione: Biondino rimprovera Madonia dicendogli: se quella volta all'Addaura non si fosse fatto fare il lavoro a “na pocu di picciutteddi” (ovvero ragazzi privi della dovuta esperienza) a quest'ora non avremmo dovuto organizzare Capaci. Riina li calma dicendo: per questa volta è finita cosi pazienza!

     Invece secondo i brillanti magistrati di Via D'amelio, a leggere le Sentenze, pare che Totò Riina, piuttosto che fare ammenda della (per fortuna) fallimentare esperienza dell’Addaura non si affida più a “na pocu di picciutteddi” ma sta volta si rivolge ad un vero e proprio mentecatto.

    Però per i giudici e per i pm nisseni questo non basto: Scarantino è credibile.

     La moglie di Scarantino, tra l’altro, chiamata a testimoniare dice: il giorno della strage, “mio marito non si è alzato alle 7 e 30 per andare a lasciare la 126 per il semplice motivo che mio marito non si è mai alzato prima delle 11 e 30”. Poi afferma che, veniva gente a casa il giorno prima dell’udienza a casa sua a fargli ripetere le cose per l’indomani.

     Lui stesso un mese dopo il primo verbale, ha ritrattato e ha dichiarato a verbale esattamente: “Vistiri ‘u pupu… Mi ficiru inventare tutti ‘i cosi…’u verbale lu fici iddu poi mi fici firmare…”

     Traduzione per i bergamaschi: hanno fatto vestire il pupo mi hanno fatto inventare tutto… il verbale lo hanno fatto e poi me lo hanno fatto firmare.

    Ma questo evidentemente non ha dissuaso i giudici che evidentemente pensavano più alla carriera che ha ricostruire i fatti: Scarantino è credibile.

     Nel settembre 98 Scarantino ritratta per l’ennesima volta, accusa i PM di averlo costretto a dire quelle cose. “Allora c’era la dottoressa Palma che mi diceva le domande, tutte le domande che mi doveva fare l’avvocato … E facevamo questo discorso con la dottoressa Palma … Mi preparava delle cose che io dovevo rispondere l’avvocato, e già io avevo la cosa come rispondere”.

     Ma allora se qualcuno osava muovere delle critiche a quei PM (Palma e Di Matteo), veniva tacciato di eresia e di fare il gioco della mafia. Mafia che avrebbe pagato Scarantino per comprare il suo silenzio! Di delegittimare la magistratura e robe del genere. Uno dei due PM, Annamaria Palma (Corriere della Sera 16/9/98) “dietro questa ritrattazione c’è la mafia” e poi “cosa nostra ha trovato un’altra strada, dimostrando di sapersi adeguare ai cambiamenti

     E cosi si esprimeva nella sua requisitoria il PM Di Matteo del dicembre 2008: “l’attività processuale scaturita è originata dalla ritrattazione dello Scarantino abbia finito per avvalorare ancor di più le sue precedenti dichiarazioni, o meglio, gran parte delle sue precedenti dichiarazioni nei confronti di molti degli odierni imputati.

    Vi dimostreremo come questa conclusione che vi ho già prospettato non è frutto di un paradosso, non è il risultato di un atteggiamento di pregiudiziale ed acritico sostegno alle tesi compendiate nei capi di imputazione. Non è, signori della corte, un volere difendere a tutt i costi una impostazione accusatoria che si fonda anche, e vi sottolineo ancora una volta anche, sulle propalazioni di Vincenzo Scarantino.

    Vi dimostreremo che il nostro convincimento circa la valenza dimostrativa che la ritrattazione ha finito con l'assumere del compendio delle dichiarazioni iniziali di Scarantino è fondata ed è definibile da una analitica e razionale disamina delle dichiarazioni rese dall'ormai ex collaboratore dal 15 settembre in poi.

    E ancora:

    La ritrattazione di Scarantino che poi spiegheremo perché deve considerarsi falsa è innanzitutto una ritrattazione indotta. Non siamo in presenza di un atteggiamento processuale scaturito dalla volontà del protagonista della scena dibattimentale. Siamo in presenza di un risultato di una complessa attività posta in essere per costringere il pentito a cambiare versione. D'altra parte, lo accennavamo nella scorse udienze, l'avvicinamento dei collaboratori per indurli e costringerli a fare marcia indietro è diventata una costante nel comportamento e nella strategia che cosa nostra da qualche tempo a questa parte pone in essere per ottenere gli sperati esiti processuali

    E poi ancora:

    La rabbia, l'amarezza e la costernazione, la delusione, che i miei colleghi ed io abbiamo provato nel sentirci accusare di questi gravi reati che non abbiamo mai neppure lontanamente pensato di potere compiere, sono sentimenti mitigati però, da una consapevolezza chiara e cioè dalla consapevolezza che specialmente in questo particolare periodo che l'Italia sta vivendo, lo sparare a zero sui pubblici ministeri, l'accusarsi di precostituirsi arbitrariamente le prove a carico dei loro indagati o imputati è diventato una sorta di sport nazionale praticato non solo e non tanto dai pentiti, come nel caso di specie, ma da tutti coloro che, anzi da molti di coloro che a vario titolo e a vario livello hanno soltanto lo scopo di fare esplodere il sistema giudiziario, di minare nella maniera più subdola con ripetute continui, strumentali attacchi la credibilità di quelgi organi che lo stato rappresentano agli occhi dei cittadini.”

     Si arriva al febbraio del 1999. Il senatore Pietro Milio della lista Pannella, presentò un'interrogazione ai ministri della Giustizia e dell'Interno su un verbale d'interrogatorio del 1994, reso da Scarantino, pieno di annotazioni a margine che sarebbero state fatte da un poliziotto. I magistrati interrogano l'agente, ipotizzando un tentativo di depistaggio nell'inchiesta, ma poi vedi caso tutto viene archiviato.

     Il senatore Milio, denuncia al Senato "che nel corso dei processi per la strage di via D'Amelio la difesa del pentito Vincenzo Scarantino, sulle cui dichiarazioni si basa il processo, ha prodotto verbali di interrogatorio resi alla procura di Caltanissetta dallo stesso Scarantino, che risultano infarciti di 'segnalibri' ed annotazioni, con indicate circostanze, nomi e fatti diversi da quelli già narrati e poi, nei successivi suoi interrogatori, 'adeguati' opportunamente". "Scarantino – dichiarò in quell'occasione Milio – ha addirittura prodotto atti e documenti non firmati e da lui acquisiti durante il periodo in cui è stato sottoposto a regime di rigorosa protezione. Per questo ho chiesto ai ministri se non ritengano di dover disporre una seria indagine ispettiva anche al fine di accertare come lo Scarantino abbia potuto disporre – e chi gliela abbia data – della copia degli interrogatori, quasi tutti annotati, mentre la difesa degli imputati ha avuto, a suo tempo, rilasciate soltanto copie parziali e quali provvedimenti intende adottare ove venissero rilevate condotte illecite".

    È inutile dire che quell'interrogazione, presentata ai ministri del governo di centrosinistra presieduto da Massimo D'Alema non ebbe mai alcuna risposta!

    Come disse allora Milio “ebbi modo di vedere attraverso uno dei difensori degli imputati quel verbale Ricordo che rimasi sconcertato di fronte a quegli appunti e a quelle annotazioni scritte a matita. Sono contento che oggi, sia pure a distanza di 10 anni, qualcuno abbia le mie stesse perplessità di allora”.

     Molti allora fecero notare che le cose non potevano andare in quel modo. Milio stesso disse giustamente “Più che i suggeritori occulti – basterebbe individuare quelli palesi”.

    Però per i giudici nisseni: Scarantino è credibile.

     Altri per esempio, il giudice Alfonso Sabella, Gioacchino Genchi, che ebbe uno scontro con il suo capo Arnaldo La Barbera, il tenente Canale (che per questo, vedi caso, passò un sacco di guai giudiziari!!!) e anche Ilda Boccassini che nel 94 era a Caltanissetta e lasciò una relazione in cui si affermava chiaramente che il pentito Scarantino era completamente inattendibile.

    Ma niente: Scarantino è credibile.

     Dopo diciassette anni, succede che si presenti dai magistrati un certo Gaspare Spatuzza che invece il curriculm mafioso ce l’ha e come, e dice: cari i miei magistrati vedete che nel 92 sono stato io e non Scarantino a portare la famosa 126 in via d’Amelio e glielo dimostra in maniera inoppugnabile.

     Da quel momento si apre il valzer delle cazzate: di cosa si parla? del papello, dell’Agenda rossa, del figlio di Ciancimino, del patto stato–mafia, e ora dei mandanti occulti, fino ad arrivare al Castello Utvegio, di signor Franco/Carlo di servizi segreti che non mancano mai per condire le storie misteriose italiane.

     Ma soprattutto della parola magica: il “depistaggio”!!!!!

     Il fatto è che questi giudici non sono delle entità astratte hanno nomi e cognomi e sono sempre li sulla scena a prendersela con i poteri occulti che depistano le indagini e nascondono la verità.

     Ora, per carità, si indaghi pure su tutto quello che vi pare, ma voi questi li chiamereste depistaggi?

     Era cosi difficile capire chi era Scarantino?

    Claudio Territo

    http://www.facebook.com/#!/notes/claudio-territo/via-damelio-depistaggio-no-faccia-tosta/235614913128318

     

     
    • anonimo 15:42 on 19 July 2011 Permalink | Rispondi

      Assolutamente d'accordo su tutto. Su questo caso ne sono successe delle belle ed inenarrrabili.

      Come quando Scarantino da sottoposto a programma di protezione decise di ritratatre tutto ed informava spesso la dottoressa Palma spiegandogli che non ce la faceva più a mentire, e la stessa lo rassicurava cercando di farlo stare buono ricordandogli che lo stato gli aveva dato casa, villetta al mare ed automobile.

      In quel periodo lo stesso si provò a far arrestare e si presentò in diverse questure ma nulla da fare, fu rimesso sempre sotto il programma di protezione al punto che arrivò a rubare un auto di servizio nel commissariato di Roma, pazzesco! (pagina 121 "Il Caso Genchi" di Edoardo Montolli.

      Gianluca

    • anonimo 21:10 on 21 July 2011 Permalink | Rispondi

      In effetti oltre al depistaggio esiste un'altra spiegazione che si chiama "coglionaggine" di certa parte della magistratura che prende per oro colato i pentiti o i confidenti senza cercare adeguati riscontri. Saluti

    • anonimo 12:33 on 24 July 2011 Permalink | Rispondi

      Concordo: incarichi così delicati non possono essere stati affidati a persone poco esperte. Però Spatuzza dice molte "cose", e il suo c.v. non ci vieta di avere dei dubbi sulle sue dichiarazioni.

      chondolo

    • anonimo 02:40 on 24 August 2011 Permalink | Rispondi

      Ciao Enrix, ti ricordi di me? Avrei bisogno di contattarti per e-mail per una cosa delicata, per la quale vorrei chiederti un consiglio; purtroppo non sono riuscito ad inviarti un messaggio tramite "Splinder", anche se sono iscritto anch'io a quest'ultimo, perciò ti lascio qua la mia e-mail: carloasili@yahoo.it.

                                   Grazie mille, cordialità.

                                                    Carlo Asili

    • anonimo 17:52 on 12 September 2011 Permalink | Rispondi

  • Avatar di enrix

    enrix 09:59 on 17 July 2011 Permalink | Rispondi
    Tags:   

    Il belletto di Travaglio

    travaglio truccato

    Caro Travaglio, nel tuo articolo “E io pago “ (Il Fatto Q. – 13/07/11), spalmi  un po’ di cipria sui fatti per renderli più presentabili.

    Vediamo come.

    L’altra sera, all’ingresso del mio spettacolo a Carpi, alcuni giovani del Pdl (si fanno chiamare Giovane Italia, per la gioia – immagino – di Giuseppe Mazzini) distribuivano un volantino intitolato “Una carriera travagliata”, con la mia foto segnaletica e il riassunto, un po’ fantasioso  (il tuo invece no, eh? – ndr)  un po’ vero, delle cause civili che ho perso in tribunale.

    E di quelle penali in primo e secondo grado.

    Ebbene sì, lo confesso: dopo 28 anni di carriera, 15-20 mila articoli, 150 trasmissioni tv, 2 mila conferenze e 30 libri, ho perso alcune cause civili.

     E penali, in primo e secondo grado. Poi ti ha messo in salvo la prescrizione.

    La prima fu con Previti: avevo scritto che era indagato, e lo era due volte, ma l’avvocato dell’Indipendente (giornale nel frattempo fallito), smise di difendermi e non portò le carte al giudice, così fui condannato in primo grado a pagare 70 milioni di lire al noto gentiluomo, nel frattempo condannato per corruzione giudiziaria.

     Avevi scritto “che era indagato”?  Ma, a me non risulta esattamente così. Diciamo le cose come stanno: si trattava di un articolo apparso sull' Indipendente il 24 novembre ' 95, durante l' inchiesta bresciana sulle dimissioni dell' ex pm Di Pietro. Ricostruendo i rapporti tra Craxi e Berlusconi, tu hai inserito Previti in un elenco di  «clienti di procure e tribunali».

    Quindi un conto è scrivere che una persona è indagata, o anche condannata, un conto è scrivere che è un “cliente di procure e tribunali”.

    Facciamo così: siccome tu sei stato già condannato in due gradi di giudizio (e quindi sei stato anche indagato), io dorinnanzi scriverò liberamente che tu sei un “cliente di procure e tribunali”.   O non è la verità?

    Fammi poi sapere che ne pensa il tuo avvocato.

    Nessun “garantista” di destra insorse contro la barbarie di far pagare un soccombente dopo il primo grado, prima dell’appello e della Cassazione.

     Veramente il Foglio di Giuliano Ferrara, lanciò un appello a Previti perché rinunciasse al risarcimento, se ricordo bene.  Previti si dichiarò disponibile a fronte di tue scuse formali, ed il tuo naturale rifiuto, che peraltro non si può non condividere, fu un ottimo investimento.

    Un’altra volta, in un libro, Gomez e io incappammo in un caso di omonimia, attribuendo al deputato forzista Giuseppe Fallica una condanna che invece riguardava un altro Giuseppe Fallica, funzionario di Publitalia: Fallica ci fece causa e giustamente la vinse.

     Già, quando la vinse giustamente  in primo grado, giustamente fosti condannato a pagare 85.000 euro. Di fronte a tanta giustizia tu, rispettosissimo della sentenza, ricorresti in appello, dove ti furono scontati 70.000 euro. Sempre giustamente, ovvio.

    Un’altra la persi col giudice Verde: l’avevo definito “più volte condannato” per via di una condanna in primo grado e una in appello, ma il giudice interpretò la frase nel senso di due condanne definitive.

     Una vera ingiustizia.  Comunque la frase esatta era: «più volte inquisito e condannato» .  E qui vale quanto già detto prima. Per te non è diffamazione? E dunque debbo ritenere che non avrai alcun problema, dorinnanzi, se il sottoscritto ti descriverà liberamente come uno che è stato  «più volte inquisito e condannato», dal momento che anche tu, come Verde, hai subito due condanne penali non definitive.

    Due volte persi contro Confalonieri: la prima per aver scritto che doveva vergognarsi di accusare la sinistra di voler espropriare la Fininvest (figuriamoci), ma la mia espressione fu giudicata troppo violenta;

     Avevi soltanto scritto che Confalonieri “doveva vergognarsi di accusare la sinistra di voler espropriare la Fininvest “? Vediamo.  A me risulta altro. A me risulta che tu avevi scritto che Confalonieri era “il massimo rappresentante di un’azienda che finanziava illegalmente Craxi, corrompendo giudici ed ufficiali della Guardia di Finanza, falsificava bilanci, frodava il fisco, accumulava fondi neri, scambiava mafiosi per stallieri, da vent’anni commissiona o si scrive direttamente leggi su misura guadagnandoci migliaia di miliardi, da 12 anni viola due sentenze della Corte Costituzionale e collaborava pure a truccare i campionati…”. Quindi concludevi: ““Confalonieri dovrebbe guardarsi allo specchio e sputarsi“

    Secondo te tutto questo significa aver semplicemente scritto che Confalonieri “doveva vergognarsi di accusare la sinistra di voler espropriare la Fininvest “? Francamente, credo che tu stia facendo come Pierino che nasconde le mani sporche di marmellata.

    E siccome mi pare che, quando riporti le motivazioni della tua condanna (“la mia espressione fu giudicata troppo violenta”), tu accusi qualche difetto di memoria, te le rammento io, quelle motivazioni: “deve osservarsi che le condotte (illecite) attribuite dal Travaglio a Mediaset sono specifiche e ben individuate, sicchè il riferimento a tali eventi potrebbe ritenersi lecito soltanto se rispondente al requisito della “VERITA”’, (giacchè per questa parte di articolo deve ritenersi che si faccia “cronaca” e non “critica”, essendosi limitato il giornalista ad elencare una serie di reati e/o di condotte illecite). (…) Poiché il giornalista ha elencato le “nefandezze” di MEDIASET in termini di “certezza”, – senza cioè specificare che si trattava di ipotesi di accusa non (ancora) accertate, – ovvero che erano riferite a terze persone-, tali notizie devono ritenersi non conformi al principio della “verità”, e pertanto devono ritenersi sussistenti gli estremi del reato di diffamazione.

    Come vedi, non c’entra affatto la violenza dei termini, né la semplice veemenza. Il problema vero, era che avevi raccontato balle. E qui eri talmente indifendibile, che a questa linea di difesa non ci credevi nemmeno tu, ed infatti  puntasti sul sostenere che la tua era semplicemente satira. Ma anche qui il giudice ti bacchettò, richiamandoti ad alcuni concetti elementari del giornalismo satirico: ““Appare opportuno precisare sin da subito che in tale articolo sono ravvisabili prevalentemente i caratteri della “critica” e, in parte, della “cronaca”, (LADDOVE IL GIORNALISTA SI SOFFERMA AD ELENCARE UNA SERIE DI CONDOTTE COSTITUENTI REATO), mentre, contrariamente a quanto sostenuto dal convenuto, non sono ravvisabili i caratteri della “satira”. Questa infatti è una modalità di rappresentazione di fatti e/o di persone, che mira a suscitare ilarità nel pubblico, proponendo le vicende o i personaggi di cui si occupa con forme espressive umoristiche e paradossali (…): tali caratteristiche non sono in alcun modo ravvisabili (come meglio si vedrà di seguito) nella pubblicazione oggetto del presente procedimento, ove il TRAVAGLIO, senza intenti umoristici, esprime la sua (indignata) opinione su alcune vicende connesse a “Calciopoli”.

    Mi perdonerai Marco, se ti rammento queste cose, ma ricordare agli smemorati le ragioni dei propri errori, è un modo come un altro di far del bene al prossimo.

    la seconda per aver scritto che era coimputato con B. al processo Mediaset, …..

    Avevi scritto che Confalonieri era  “coimputato con B. al processo Mediaset “?  Vediamo. A me risulta che tu avevi scritto che Confalonieri era indagato in un procedimento a Milano, insieme ad altri personaggi nei cui confronti  le indagini sono concernenti i delitti di ricettazione e di riciclaggio”.  Chissà come mai hai scritto una frase così contorta quando ti bastava scrivere la semplice  verità, e cioè che Confalonieri era indagato a Milano per falso in bilancio.

    … ma la mia frase fu ritenuta insufficiente a far capire che era accusato di reati diversi da quelli di B.

     Ma dai. Chissà come mai.

    L’anno scorso ho dovuto risarcire Schifani con 16 mila euro per aver detto in tv, scherzando, che il suo successore potrebbe essere una muffa o un lombrico. Purtroppo il giudice non capì la battuta. Pazienza.

    Detta così, non si comprende neppure bene dove stia la diffamazione, effettivamente, ma neanche quale sarebbe la battuta che il giudice non avrebbe capito.  Ciò che invece hai effettivamente detto, nella sostanza, è che con Schifani si configurerebbe un tale – infimo  -  deterioramento nella rappresentatività della carica dello stato di cui era investito, soprattutto se si guarda ad alcuni illustri suoi predecessori di cui hai fatto anche il nome (ci hai infilato pure quello di Fanfani), che dopo di lui ci si può aspettare solo la muffa o un lombrico. Scherzavi? Cioè, scherzavi nel senso che era un’amorevole goliardata fatta per  punzecchiare una persona che ti sta un po’ sulle palle?  Quindi secondo te Schifani non è realmente  qualcosa di simile alla muffa o ai lombrichi, ma tu hai detto questo solo perché scherzavi. Perché questo, è lo scherzo.  Ma allora il “pezzo di merda” di Sgarbi, ad Annozero.?  Mica quello voleva dire che il tuo corpo è effettivamente costituito da una porzione di merda, ma soltanto che gli ricordavi una merda, perché così funziona la metafora nello scherzo pesante ed insultante, esattamente come quando tu associ Schifani alla muffa, o ai lombrichi.

    Ma anche nel caso di Sgarbi, purtroppo, il giudice non ha capito la battuta.  Pazienza.

     
    • anonimo 18:10 on 17 July 2011 Permalink | Rispondi

      penso che solo la Storia, quella che tenteranno di ricostruire i figli dei figli dei nostri nipoti, riuscirà a portare a galla il VERO volto di figure come quella di Travaglio "e simili", …assieme al contesto nel quale questi moralissimi moralisti hanno operato.

      Nel frattempo, le giovani generazioni di oggi, che in Berlusconi hanno trovato il sacco da boxe sul quale scaricare le proprie frustrazioni, scelgono di abbeverarsi alla fonte di Travaglio. E lo fanno "senza se e senza ma", come farebbe un bravo gregge, lasciando da parte tutte quelle utilissime seccature quali il "riscontro dei fatti" e l'analisi delle "altre fonti".

      Credo proprio, dunque, che i giovani d'oggi un'Italia migliore non se la meritino proprio. Si meritano, al contrario, proprio QUESTA Italia. Quella che loro stanno costruendo diffondendo la parola dei nuovi campionissimi della moralità. Quando, tra vent'anni, questi giovani si lamenteranno dello stato della loro povera Italia, potranno ringraziare loro stessi e la brillante scelta dei loro maestri.

      Altro che "pagare le colpe dei nostri padri"…

    • anonimo 16:43 on 19 July 2011 Permalink | Rispondi

      Complimenti, si sente il rumore delle unghie sui vetri anche da qui (Firenze).
      Dalle mie parti si dice "fai festaaaaaaaa", ma sicuramente continuerai finchè farai comodo ai padroni (di ora). Ma ti dò una notizia: tra non molto, poca trippa per gatti.
      Mi rammarico di aver perso tempo con questo inutile blog.
      A mai più, a te e al tuo mentore Bungolo. 

    • anonimo 18:18 on 19 July 2011 Permalink | Rispondi

      hai scritto cose molto interessanti, ma anche qualche leggerezza a mio avviso:
      "era che avevi raccontato balle.".  Se la tua eguaglianza è "non rispondente al requisito della “VERITA”’ =  "balla"  non ci siamo, non mi va di stare ad argomentare tanto sei troppo furbo per non sapere che intendo dire.

      "Di fronte a tanta giustizia tu, rispettosissimo della sentenza, ricorresti in appello". Qua voglio sperare che non ci credi nemmeno tu a quello che hai scritto: uno può ammettere di aver fatto un errore ma contestare la quantificazione del danno ritenuta troppo onerosa

    • enrix007 10:25 on 21 July 2011 Permalink | Rispondi

      Anonimo del messaggio #3:

      Ti ringrazio per il peso che hai dato alla mia "furbizia", incasso il complimento.  Si, capisco che osa intendi dire su ciò che io dovrei sapere, essendo furbo. E sono pure d'accordo che certe "astuzie retoriche" non si dovrebbero usare, a rigor di logica ed essendo corretti. Ed infatti io di solito non le uso.  Con il soggetto in questione, qualche volta invece le uso, e se lo faccio è perchè in questi piccoli "duelli", mi compiaccio sottilmente e maliziosamente di lasciare all'avversario la scelta delle armi. Perchè queste, caro anonimo, son tipiche armi sue. Anche tu sei troppo intelligente per non capire che intendo dire.

      Ad ogni buon conto, pur trovandoci d'accordo sulla differenza fra una bugia inventata di sana pianta ed una forzatura che perde il requisito della verità, ti faccio notare che qui siamo ai limiti. Alcuni dei reati che venivano dati per connessi con la società rappresentata da Confalonieri, erano all'epoca non solo indimostrati, ma persino, ove esistenti, attribuiti alla società sbagliata, perchè con Mediaset non avevano nulla a che fare. E Mediaset è una società indipendente e quotata in borsa. Infatti il magistrato bacchetta Travaglio anche a tutela di tutti gli azionisti. Quindi in questo caso,  tu ed io dovremmo eventualmente discutere, più che sulla differenza fra una menzogna ed una forzatura, sulla differenza tra una menzogna ed un falso. E se fra una forzatura ed una balla la differenza può essere ampia, fra un falso ed una balla non corre più molta distanza.

      Sul secondo argomento, vale quanto sopra. Capisco cosa intendi dire, ma ti invito a riflettere: sei proprio sicuro sicuro che il ricorso contenesse la sola istanza di uno sconto, e non la richiesta di una vittoria di merito con la richiesta di sconto in subordine?  Tu, caro anonimo, non ti sei per caso domandato come mai su di una circostanza così veniale, spiegabile ed apparentemente condonabile (un "errore" dovuto a omonimia, diciamo così,  "non verificata", diciamo), i comparenti non siano addivenuti ad una amichevole transazione, del tipo di quelle per cui Travaglio ha optato innumerevoli volte in altre cause?  Sei proprio sicuro sicuro che quel giornalista che oggi usa il termine "giustamente" riferito alla vittoria della sua controparte, all'epoca non abbia insistito sino all'ultimo nella pretesa di non essere censurabile per quell'omonimia, fottendosene del danno arrecato? No, sai, ti dico questo dal momento che quando mi son voluto togliere curiosità di questo tipo, andando a verificare negli atti, con questo personaggio ho sempre avuto delle notevoli sorprese.  Se del caso potrei vedere di togliermi anche questo sassolino.

    • anonimo 19:04 on 21 July 2011 Permalink | Rispondi

      "sei proprio sicuro sicuro che il ricorso contenesse la sola istanza di uno sconto, e non la richiesta di una vittoria di merito con la richiesta di sconto in subordine?" 

      guarda, è la prima cosa a cui ho pensato, quindi no, non sono sicuro, anzi se scopri ormai la cosa incuriosisce anche me, se però anche si scoprisse che in appello avesse sostenuto qualcosa al di là della sola richiesta di riduzione del risarcimento, beh qua bisognerebbe entrare nei meccanismi che solo i buoni avvocati conoscono bene (pur avendo fatto legge non sono avvocato e quindi non ne so nulla anche se posso ipotizzare qualcosa), al limite si puotrebbe discutere sul fair play, in ogni caso io tendo comunque a simpatizzare sempre per un giornalista che rischia del suo spingendosi fino al limite della diffamazione quando l'altra parte è molto più "forte", certo a patto che ci sia almeno la buona fede (e in questo particolare caso di anonimia mi sento di concederla al 100%). Diverso il discorso se lo facesse nei riguardi di un cittadino normale. Diverso ancora il discorso del giornalista il cui compito per il quale è stipendiato è proprio cercare di diffamare perdendo tranquillamente le cause che tanto ti verranno pagate dall'alto, perché il rpezzo vale comunque l'opinione negativa che sei riuscito a generare.

      Personalmente reputo Travaglio un ottimo giornalista. Anche lui fa errori e indubbiamente ha un atteggiamento a volte irritante, sicuramente come tu stesso hai dimostrato a volte tenderà pure a nascondere qualcosa, però malgrado ciò credo sia difficile non definirlo un pensiero libero e se anche ora è facile dire che ormai lui ci guadagna ad andare contro i poteri forti, sicuramente non era così scontato all'inizio.
      Ciononostante fai bene a contestare e sottolineare le cose che non ti tornano, sono cose interessanti per tutti quelli che amano sempre la verità.

    • enrix007 00:23 on 22 July 2011 Permalink | Rispondi

      Sulla base della mia esperienza, posso solo dirti che io, invece, al 100% la buona fede non gliela concedo. Diciamo, solo al 90%.
      Stupito, ed anche un po' contrariato,  vero? Se lo sei, è appena normale. Un'omonimia, in fondo, è il più classico degli incidenti di percorso.
      Ma sino ad un paio d'anni fa non avrei avuto dubbi neppure io, come te.  Diciamo, che li ho maturati, e mi sono abituato, in molti casi, ad accettare come possibile anche ciò che pare incredibile.

      Inoltre se i suoi difetti fossero soltanto quelli di commettere qualche errore o di essere un po' irritante, non mi darebbero alcun fastidio.
      Il problema è che anche qui ho qualche dubbio. 

      In relazione alla libertà di pensiero, ad es., esistono tre tipi di giornalisti: quelli che la esercitano, quelli che non la esercitano, e quelli che dissimulano, e spesso molto bene, di esercitarla.

      Tu ed io qui ci troviamo sicuramente d'accordo a che egli non appartenga  alla seconda categoria.
      Ma oltre a questo livello, tu hai certezze, ed io, invece, dubbio.

      Ti ringrazio comunque per i tuoi interventi, che ho gradito.

    • enrix007 00:34 on 22 July 2011 Permalink | Rispondi

      Ed ora veniamo al simpatico anonimo del messaggio n°2, che non ho dimenticato ed al quale  debbo delle scuse.

      Il rammarico per averti causato una perdita di tempo con questo inutile blog, è tutto mio. 

      Sono contento che hai capito subito che  il tempo è qualcosa da non sprecare in letture troppo amene, poichè ti conviene impiegarlo tutto in quegli studi che il prossimo anno ti saranno indispensabili se non vorrai ripetere per la terza volta la seconda elementare.

      Buona fortuna.

    • anonimo 14:18 on 7 August 2011 Permalink | Rispondi

      vai a travagliare come tutti

    • anonimo 16:47 on 10 August 2011 Permalink | Rispondi

      Grande Enrico!Un' ulteriore testimonianza della faccia di bronzo di Travaglio!Oramai sono solo i suoi fan(atici)che lo sostengono!L'utente(anonimo)del commento  nr.2 ne e' un esempio lampante!Gente che non riesce a pensare con il proprio cervello,ma condizionata da un giornalista che pian piano,sta perdendo credibilita'.
      Credo che sia piu' l'odio verso qualcuno,piuttosto che le storie che ci propina il  santo di Torino a fare smuovere la loro  rabbia !Siamo in un paese libero ed ognuno puo' pensarla come vuole,ci mancherebbe,ma se ogni tanto pensassimo con la nostra testa,forse,vivremmo meglio tutti.Tu lo sai,oramai ci conosciamo da un po'. Ero anch'io un ammiratore del grande Marchino,ma  ,forse per l'eta',mi sono accorto che  non era quel gran fenomeno che  credevo!Questo in gran parte,me l'hai fatto capire tu,che sei un  osservatore  attento,molto  piu' di tanti altri.Mi sono confrontato spesso con gli ammiratori di Marconiglio,e molto spesso non sanno neanche cos'e' la famosa intervista di Borsellino e come e' stata manipolata!Il mio grande amico Anton Egger,al quale avevo segnalato i tuoi blog,all'inizio era un po' perplesso per le tue "osservazioni" ma poi….beh,lo sai bene come la pensa ora!E ti assicuro che e' una persona di grande cervello!Con questo chiudo e anche se non mi faccio sentire per un po',io ci sono sempre.Di tanto in tanto vengo a trovarti ed e' sempre un grane piacere leggerti!Ben venga la gente attenta come te,ne guadagnamo tutti….
      Ciao grande!
      Maury

    • anonimo 21:35 on 15 August 2011 Permalink | Rispondi

      io sono stato il primo italiano ad assaporare la deontologia zero di MT.  Nel 1990 contribuì a smascherare dei brogli elettorali al comune di Torino che portarono a due condanne definitive ed a due patteggiamenti. MT nel presentare la notizia mi definì "handicappato" senza fare il mio nome, ma con chiari riferimenti. E' vero, ho qualche problema fisico, ma che non c' entrava nulla con la vicenda in questione. Se furono questi gli insegnamenti di Montanelli, dio ce ne scampi ! Allora la platinette di anno0
      scriveva infatti x S.B. su il Giornale (19.12.90).  Fatto ancora più grave non   mi aveva, MT, nè parlato nè visto in faccia. Sul giornale della curia sul quale allo stesso tempo scriveva, mi definì "tale Roberto Curione" espressione dispregiativa che s' usa nei mattinali delle Questure x indicare i delinquenti.Certo la mia denuncia aveva rotto le ouva nel paniere ai suoi padrini, xchè c'era il rischio che saltasse il PRG che regalava enormi ricchezze ai poetri forti ed alla curia. Mi rivolsi all' ODG di Torino, al quale ero iscritto, sia pure appena moroso e mi fu risposto :prima paga e poi vediamo" Pagai la quota, ma non successe nulla. Ovvio comunque che la sx tacque, anche quando -per opunizione, x aver detto il vero- il Comune mi spedì al mercato ittico. Chiaro messaggio mafioso . I PESCI SONO MUTI.

    • enrix007 10:41 on 22 August 2011 Permalink | Rispondi

      Sig. Curione, potrebbe contattarmi privatamente all'indirizzo  pregodottore@email.it ?  C'è una cosetta che vorrei domandarle.

      La ringrazio per l'attenzione e per l'intervento.

    • anonimo 22:54 on 11 October 2011 Permalink | Rispondi

      per me siete come due zitelle bisbetiche…..

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